Intervista a Cristopher
Hitchens
su madre Teresa di Calcutta
di Matt Cherry
http://ww.dafflitto.com/brightsitalia/rassegna-stampa/hitchens_motherteresa.php.
Il lavoro è stato tradotto in italiano da Sergio D'Afflitto s.dafflitto@iol.it.

Al momento di andare in stampa, si seppe che madre Teresa stava soffrendo di
problemi cardiaci e malaria e vi erano serie preoccupazioni circa il suo stato
di salute. Al nostro editore fu detto che forse era inopportuno pubblicare
un’intervista critica sull’opera e l’influenza di madre Teresa in un
momento del genere. Tuttavia, prevedendo il generale lassismo dei media a
indagare sulle opere di madre Teresa o a pubblicare su di essa commenti critici,
l’editore ritenne importante pubblicare questa illuminante intervista.
Christopher Hitchens si occupa di critica di costume per Vanity Fair,
cura la rubrica “Minority Report” per The Nation ed è frequentemente
invitato a programmi televisivi di cronaca e attualità. Ha scritto numerosi
libri di attualità internazionale tra cui Blood, Class and Nostalgia:
Anglo-American Ironies.
FI: Lei pensa che tutto ciò avviene perché
madre Teresa è un’astuta politica o perché è un ignaro strumento in mano ad
altri che la manovrano?
CH: Me lo sono chiesto spesso. E siccome
l’ho incontrata solo una volta, non posso dire, in base a quanto so di lei,
quale sia l’ipotesi più verosimile. Osservandola, però, m’è parsa molto
poco ingenua. Non credo sia particolarmente intelligente o abbia una mente
complessa, ma ritengo sia piuttosto scaltra.
Ha un certo istinto: sembra sempre sapere il
momento e il luogo preciso nel quale è richiesta la sua presenza e arriva
mostrandosi sempre in veste dimessa e modesta. Eppure da Calcutta
all’aeroporto haitiano di Port-Au-Prince il viaggio è lungo, e c’è
parecchia strada dall’aeroporto al palazzo presidenziale, e una non può,
abbigliata con un semplice sari, presentarsi lì. Bisogna preparare parecchie
cose, e molti permessi vanno richiesti in anticipo. Non è tipico di un’ingenuotta
uscirsene all’improvviso con un panegirico su quanto i Duvalier amino la
povera gente. Tutto ciò implica un certo buon livello di pianificazione e
calcolo. Ma credo che la genialità di ciò sia far apparire tutto questo,
appunto, semplice.
Uno dei biografi di madre Teresa (quasi tutti i
libri scritti su di lei sono opera di devoti completamente privi di senso
critico) scrive, con assoluto stupore, che quando madre Teresa incontrò il papa
la prima volta lei andò all’appuntamento in autobus, vestita solo con un sari
costato una rupia. Ora, questa è la mia definizione di “atteggiamento
ostentato”. Una qualsiasi persona normale si sarebbe presentata
all’appuntamento mettendosi almeno il suo vestito migliore e prendendo il
taxi. Farlo come l’ha fatto lei è invece l’opposto della via più semplice:
è teatrale e calcolato, naturalmente. E, manco a dirlo, è stato immediatamente
riportato come segno della sua completa santità e devozione. Bene, non c’è
bisogno di essere nemmeno troppo cinici per rendersi conto dell’artificiosità
di tale comportamento.
FI: Lei sottolinea che, benché sia molto
esplicita riguardo la promozione della sua idea di cattolicesimo, madre Teresa
è in odor di santità anche tra molti non cattolici e perfino tra i laici. E la
sua reputazione è basata sulla sua opera di carità tra i malati e i moribondi
di Calcutta. Cosa fa effettivamente in quel luogo? In cosa consistono le cure
che fornisce?
CH: Le cure sono grottescamente elementari:
rudimentali, antiscientifiche, lontane anni luce da ogni moderna concezione
della scienza medica. Vi sono un certo numero di articoli - e altri ancora ne ho
raccolti da quando il mio libro è uscito - che parlano del fallimento e della
rudimentalità del trattamento dei lebbrosi e dei moribondi, e
dell’atteggiamento di madre Teresa verso medicazione e profilassi. Molto
appropriatamente, è stato detto che lei preferisce i moribondi perché, quando
ti trovi di fronte a uno che non può fare altro che morire, non hai bisogno di
offrire molto altro.
Ciò è interessante perché, primo, lei dichiara
di non desiderare altro che offrire una morte cristiana alla gente che si affida
a lei e, secondo, sorgono interrogativi sull’enorme flusso di denaro donato al
suo Ordine. Non abbiamo potuto indagare su questo aspetto, nessuno ha mai
chiesto un rendiconto di tutto il denaro affluitole. Ma con quei soldi avrebbe
potuto costruire almeno un fiammante e moderno ospedale a Calcutta senza nemmeno
rendersi conto del suo costo.
Le cure che offre sono primitive, tali e quali
quelle di prima che divenisse una celebrità. Quindi, è chiaro che il denaro
raccolto non è finito per le cure.
FI: Quanto denaro Lei stima possa ricevere?
CH: Ho la testimonianza di una seguace
dell’Ordine molto attiva, che ha lavorato per madre Teresa per molti anni e da
lei ricevette l’incarico di occuparsi di un ufficio a New York. Era incaricata
dei trasferimenti di denaro alla banca e stimò che solo nel conto da lei
gestito dovessero esserci cinquanta milioni di dollari. Disse che una delle cose
che iniziò a crearle dubbi e domande fu che le sorelle dovevano sempre andare
in giro ostentando povertà e col divieto di utilizzare il denaro per qualsiasi
cosa potesse dare sollievo lì intorno. Sotto il mantello della conclamata
povertà, continuavano a chiedere donazioni, lavori, cibo e altro dai
commercianti locali. Lo trovò, in coscienza, offensivo.
Adesso, se si considera che stiamo parlando di
solo uno dei suoi uffici, e dal momento che sappiamo quali enormi somme di
denaro essa abbia ricevuto dalla commissione del Nobel per la pace, dalle altre
istituzioni religiose, fondazioni laiche di beneficenza e così via, possiamo
supporre che se questo denaro fosse stato usato per il sollievo dei sofferenti,
staremmo qui a vederne i risultati.
FI: Quindi i cinquanta milioni di dollari
sono solo una piccola parte della sua ricchezza?
CH: Penso ne sia una parte molto piccola, e
un’ispezione della sua organizzazione sarebbe opportuna. Lei, molto
accortamente, non tiene i soldi in India, perché quel governo richiede la
pubblica divulgazione dei fondi raccolti dalle organizzazioni missionarie
straniere.
Penso che la risposta alle domande sulla sua
ricchezza l’abbia data madre Teresa stessa in un’intervista nel corso della
quale dichiarò di aver aperto conventi e monasteri in 120 Paesi. Il denaro,
semplicemente, è stato usato a maggior gloria del suo ordine e per la
costituzione di una dogmatica istituzione religiosa.
FI: Quindi quel denaro verrà speso per
fondare un suo Ordine monastico che poi prenderà il suo nome?
CH: Sono entrambe ipotesi, ma molto
fondate. Penso che l’Ordine prenderà il suo nome dopo la sua santificazione,
che do per certa: è lanciata verso la canonizzazione, e lo sarebbe anche senza
questo papa che ha fabbricato santi un tanto al chilo. Ha canonizzato e
beatificato più gente lui che i suoi otto predecessori messi insieme.
FI: E il suo programma televisivo nel Regno
Unito è stato chiamato Hell’s Angel (L’Angelo dell’Inferno).
CH: Sì, un titolo che ha messo in
agitazione parecchia gente. Delle pochissime persone che hanno letto il mio
libro negli Stati Uniti, due o tre hanno mosso obiezioni al titolo, a loro
parere “goliardico”. Bene, io penso che un triplo senso richieda un minimo
di sofisticazione.
In realtà, io volevo chiamare il programma Sacred
Cow (Mucca Sacra). Il libro è il programma televisivo allargato di circa un
terzo. Il programma si limitava a quanto abbiamo trovato delle attività
raccolte su film di madre Teresa. In effetti mi sono molto divertito a scoprire
quanta roba fosse disponibile su pellicola: penso ad esempio alle sue lodi al
dittatore albanese Enver Hoxha. C’è anche il filmato del suo strisciare
davanti ai Duvalier: leccare i piedi al ricco invece che lavarli al povero... Ma
solo per quel filmato 60 Minutes mi ha chiesto più soldi di quanti ne
costava tutto il resto della produzione, così abbiamo usato i fermi immagine di
repertorio.
FI: Come ha fatto madre Teresa ad assurgere
a tale simbolo di carità e santità?
CH: Il suo ingresso nel firmamento delle
stelle è avvenuto quando Malcolm Muggeridge, un religiosissimo personaggio
pubblico inglese, prese a cuore la sua causa. Nel 1969 diresse un film molto
famoso sulla vita di madre Teresa e, successivamente, un libro dal nome Qualcosa
di bello per Dio (Something Beautiful for God). Sia il libro che il
film possono essere etichettati come agiografici.
Muggeridge era così credulone che addirittura
affermò essere avvenuto un miracolo alla sua cinepresa durante le riprese.
Dichiarò che una misteriosa “luce gentile” era apparsa intorno a madre
Teresa. Il cameraman aveva una spiegazione più terrena e logica: questi aveva
ricevuto una nuova partita di pellicole Kodak da usare in condizioni di buio o
scarsa luce, e stava usando tale pellicola per la prima volta proprio in
occasione dell’intervista a madre Teresa. La luce nel film appariva alquanto
strana e il cameraman stava appunto spiegandone il perché, quando Mudderidge
esplose dicendo «È un miracolo, è la luce divina!».
FI: Siamo tutti vittime della macchina
propagandistica della Chiesa Cattolica? O è l’Occidente che ha colto la palla
al balzo per lavarsi la coscienza tramite madre Teresa?
CH: Beh, vedo che Lei si è già risposto
da solo. Per lungo tempo la Chiesa non seppe cosa farsene, di madre Teresa. Per
esempio, nei primi anni ’60, durante il Concilio Ecumenico Vaticano II a Roma,
in India si stava tenendo un incontro equivalente tra i cattolici del
subcontinente indiano a Bombay. Ebbene, madre Teresa si presentò dicendo che
era assolutamente contraria a qualsiasi rivisitazione della dottrina. Disse che
non c’è bisogno di alcun ripensamento ma solo di più opere e più fede.
Quindi fu identificata per molto tempo come intrattabile e dogmatica dai
cattolici in India.
Penso che molti altri nella Chiesa sospettassero
che lei fosse troppo ambiziosa, che non avrebbe accettato alcuna disciplina, che
mirasse a fondare un Ordine per sé, sempre piena di richieste per mettersi in
mostra. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sospettato di queste forme di zelo
eccessivo. Penso che il successo mediatico di madre Teresa fu opera della
breccia creata da Muggeridge, che non era nemmeno cattolico all’epoca.
Quindi non fu opera dell’ufficio propaganda
della Santa Sede, almeno all’inizio. Ma quando la Chiesa Cattolica capì di
avere un possibile asso nella manica, fece presto ad appropriarsi di lei. È una
delle preferite dei fedeli e un buon richiamo per non credenti e acattolici. Ed
è utile a questo papa come arma contro riformisti e sfidanti all’interno
della Chiesa.
Sul perché coloro che normalmente si definiscono
“razionalisti” o “scettici” siano inciampati sul mito di madre Teresa,
penso c’entri anche un fattore di condiscendenza post-coloniale, per il quale
molta gente si sente la coscienza sporca per i disgraziati della terra ed è
contenta di sapere che c’è qualcuno che fa qualcosa per loro. C’è inoltre
il generale problema della credulità, per cui, una volta che uno s’è fatto
una reputazione, la gente ne giudica le azioni in base a tale reputazione invece
che giudicarne la reputazione in base alle sue azioni.
FI: Perché, secondo lei, nessun altro
grande media prima di Lei ha affrontato l’argomento in questi termini?
CH: In effetti ciò mi sorprende. E mi
sorprende che neppure alcuno tra atei, razionalisti e umanisti abbia mai pensato
di farlo.
Anche nella mia professione c’è quella certa
forma di pigrizia mentale che porta a giudicare la gente in base alla
reputazione e non viceversa. In altre parole, se Lei definisce l’Arabia
Saudita “un Paese arabo moderato”, verrà sempre usata questa definizione a
fini redazionali. Poi, non importa cosa combinerà, sarà sempre uno “Stato
moderato”. Uguale per madre Teresa: è divenuta il simbolo della virtù, così,
perfino nei cartoni animati, barzellete, film e spettacoli televisivi, se si
cerca l’esempio di altruismo e santità per antonomasia, lei è sempre
menzionata.
È seccante abbandonare un luogo comune. Se uno
finalmente si decidesse a scrivere la verità, dovrebbe ammettere di aver
sbagliato una prima, una seconda e anche una terza volta. Mi sono accorto che
nella mia professione c’è una forte tendenza a non ammettere facilmente di
aver sbagliato qualcosa.
Questa, quindi, credo sia una parziale ragione del
silenzio critico su madre Teresa, benché in Gran Bretagna il mio libro sia
stato abbastanza ben recensito, grazie al film. Negli Stati Uniti l’opinione
corrente è che non valga la pena di recensirlo, forse per la solita ragione che
è troppo complicato e interessa solo una nicchia di lettori.
Credo che incida anche una sorta di molteplicità
culturale. Voglio dire che essere un cattolico in America significa anche esser
membro di due comunità: quella dei credenti e quella dei cattolici, la quale
viene recepita in modo diverso; in altre parole, vi è un vasto numero di
irlandesi, croati, italiani e altri gruppi etnici che si offendono se alcuno dei
fondamenti della loro religione è messo pubblicamente in discussione. Di
conseguenza se decidi di discutere la religione, entri in conflitto con una
comunità. Secondo un’interpretazione non ortodossa delle regole del
pluralismo culturale, tu non puoi farlo perché non puoi offendere la gente
nella sue più intime convinzioni. Vi sono molti laici che cadono nello stesso
medesimo errore.
Faccio un interessante esempio: Walter Goodman,
critico televisivo del New York Times, dopo aver visto il film scrisse di
non capire perché non fosse stato messo in onda in America e sfidò le
emittenti TV a farlo. A ciò seguì un lungo silenzio finché un giorno non fui
contattato dallo staff di Connie Chung a New York. Mi ricevettero e mi dissero
che avrebbero voluto produrre un lungo servizio sul mio film, usandone spezzoni,
intervistandomi e parlando anche delle polemiche sorte dalla sua messa in onda.
Ovviamente volevano che io mi assumessi la responsabilità delle critiche su
madre Teresa: già mettevano le mani avanti, cercando di limitare i danni.
Ma non produssero alcun programma: e la ragione
addottami fu il timore di essere accusati di essere al soldo degli ebrei e
attaccati alla stessa maniera di come lo furono i distributori dell’Ultima
Tentazione di Cristo. Aggiunsero che ciò avrebbe rinfocolato l’ostilità
tra cattolici ed ebrei a New York. Devo dire che furono onesti: ammisero di aver
già prefigurato le reazioni e ciò li aveva indotti a ritenere che non ne
valesse la pena.
FI: Quindi il Suo film non è mai andato in
onda negli Stati Uniti?
CH: No, e sono certo che non succederà
mai. Può scommetterci, e chiedersi cosa ciò significhi.
FI: Quali sono state le reazioni sul Suo
film in Gran Bretagna? Ha ricevuto molte critiche?
CH: Quando il film andò in onda,
l’emittente registrò il più alto numero di telefonate mai ricevute. Non
furono inattese. Era prevista anche una certa somiglianza di commenti. Lessi il
registro chiamate e vidi che molti avevano telefonato per dire esattamente le
stesse cose, spesso con le stesse parole. Suppongo ci fosse un’organizzazione
alla base.
Però fummo sorpresi nel rilevare anche il più
alto numero di telefonate a favore di un programma che l’emittente avesse mai
ricevuto. Caso raro, perché normalmente è solo chi si lamenta a far lo sforzo
di chiamare: quelli a cui il programma è piaciuto non chiamano. Questo è un
fenomeno ben noto nell’ambiente ed è una delle ragioni per le quali nelle
televisioni non ci si impressiona troppo quando i centralini sono intasati dalle
chiamate di protesta. Gli addetti ai lavori sanno bene che quasi mai si chiama
per fare i complimenti e che, d’altra parte, una serie di telefonate di
protesta è abbastanza facile da organizzare.
Un numero veramente ragguardevole di spettatori
chiamò per dire che era finalmente più che ora che vi fosse un film del
genere. Le telefonate furono registrate parola per parola, e potei rendermi
conto che il livello sia linguistico che argomentativo delle telefonate a favore
del programma erano di gran lunga superiori a quello delle altre chiamate, tanto
da darmi la sensazione che forse non tutto fosse perduto.
In aggiunta ai primi commenti, vi fu anche
un’accesa discussione sulla stampa. Ma alla fine entrambi i punti di vista
vennero presi in esame. Ciononostante, fu deprimente vedere la gente obiettare
non già su quanto sentito, ma su quanto sentito dire. Vi fu stupore anche tra i
laici, come se io avessi fatto davvero qualcosa di sacrilego. Molti dicono «Christopher
Hitchens sostiene che madre Teresa se la intendesse con i dittatori»,
sottintendendo che la cosa sia senza fondamento. Ma nessuno dei miei critici,
neppure il più ostile, ha detto che io avrei sostenuto il falso su madre
Teresa. Nessuno ha smentito quanto da me sostenuto. Forse il commento più
intelligente è apparso sul Tablet, un mensile cattolico inglese: una
lunga, seria e quasi appassionata recensione, scritta da qualcuno che aveva
naturalmente lavorato con la Chiesa in India e conosceva madre Teresa. Il
recensore scrisse che le opere e l’ideologia di madre Teresa possono
rappresentare un problema per la fede.
FI: Ma l’idea che madre Teresa sia una
“mucca sacra” che non dev’esser criticata ha prevalso in America e né il
Suo libro né la Sua critica di madre Teresa sono state mai diffuse?
CH: Praticamente sì. In America ogni
recensione dipende dalla rubrica dei libri del «New York Times». Il mio libro
fu menzionato solo nel mucchio di notizie brevi in calce. Considerato che
contemporaneamente c’era in giro un altro libro su madre Teresa, la cosa mi
suonò strana. Ogni rivista di critica che si rispetti prende in esame entrambi
i libri e commissiona a un commentatore specializzato in religioni un articolo
critico, basato sul confronto dei testi. Io ho recensito libri e mi sarei
aspettato succedesse qualcosa del genere. Il fatto che non sia successo è
indicativo, e piuttosto deprimente.
FI: Il mito di madre Teresa vuole gli
indiani nella parte delle sfortunate vittime. Cosa pensano gli indiani di madre
Teresa e dell’immagine che essa ha dato del loro Paese?
CH: Il mio libro è stato pubblicato in
India, dove ho avuto grandissima copertura mediatica, e le recensioni sembrano
essere straordinariamente favorevoli. Tenga anche presente che vengono in un
momento in cui c’è una grossa crisi tra fondamentalismo e laicità.
Ci sono molti indiani che si oppongono a una certa
diffusa immagine della propria società e della propria gente: ascoltando madre
Teresa e i suoi sostenitori, Lei penserebbe che a Calcutta non vi sia altro che
apatìa, squallore e miseria e che la gente abbia appena la forza di scacciar
via le mosche dalla faccia mentre allunga la ciotola per l’elemosina. Ciò è
diffamatorio nei confronti di una città sorprendentemente interessante,
orgogliosa, evoluta e ricca di cultura, che ha università, scuole di cinema,
teatri, librerie, caffé letterari e uno scenario politico vivace. C’è, ed è
vero, un terribile problema di povertà e sovraffollamento, ma non c’è tutto
questo accattonaggio. La gente non ti tira per la manica chiedendo
l’elemosina, ed è fiera di non farlo.
Le vere cause delle sfortune e miserie di Calcutta
sono la sovrappopolazione, che per la Chiesa pare tuttavia non essere un
problema, e l’afflusso in massa di rifugiati accorsi dalle regioni confinanti,
devastate dai conflitti settari e religiosi scatenati in nome di Dio. Quindi, i
supposti benefattori di Calcutta starebbero adoperandosi per porre rimedio a ciò
di cui essi sono in realtà responsabili. Ma il dare a intendere che essi lo
facciano veramente è un’impostura.
FI: Lei dice nel Suo libro che madre Teresa
è usata dalla destra religiosa e dai fondamentalisti protestanti -
tradizionalmente anticattolici - come simbolo della santità religiosa con la
quale sconfiggere l’umanismo laico.
CH: Sì, lei è un’icona per i seguaci
del movimento «Diritto alla Vita» in America. È stata mostrata come esempio
di idealismo cristiano e di valori familiari di ogni tipo da Ralph Reed, il
portavoce della coalizione del reverendo Pat Robertson. Questo è un sintomo di
un più vasto problema che io chiamo “ecumenismo alla rovescia”,
un’alleanza strategica tra opposti fanatismi, cattolico e protestante, che
normalmente si combattono e si scomunicano a vicenda.
Ufficiosamente Pat Robertson non mostra altro che
disprezzo per altre confessioni cristiane, ivi incluse alcune tra le più
estreme di esse. Ma ufficialmente, la Christian Coalition non perde occasione
per affermare il proprio entusiasmo per un’alleanza con i cattolici. Si tratta
di uno sciocco e opportunistico ecumenismo tra estremismi religiosi e madre
Teresa si presta a ciò abbastanza volentieri e con piacere. Lei sa precisamente
per chi e con chi sta lavorando. Ma penso che sia felicissima
nell’intraprendere iniziative come andare in Irlanda e metter bocca nel
referendum sul divorzio, come ha fatto recentemente. A tal proposito, c’è un
interessante fatto del quale non si è ancora parlato: durante la campagna
referendaria, la Chiesa Cattolica irlandese minacciò di negare i sacramenti
alle donne divorziate che volessero risposarsi. Non v’era eccezione: se anche
fossero state sposate a un alcolista che le picchiava e molestasse sessualmente
i figli, non era loro concessa una seconda occasione, né in questo mondo né
nell’altro. E questa era la posizione che madre Teresa andò a sostenere in
Irlanda.
Adesso cambi scena: madre Teresa è una specie di
confessore per la principessa Diana Spencer. Si sono viste molte volte. Lei può
immaginare il reciproco interesse: non so chi delle due abbia più bisogno
dell’altra. Bene: intervistata dal Ladies Home Journal (rivista letta
da milioni di donne americane) madre Teresa rivelò di essere a conoscenza del
divorzio di Diana, cosa che, aggiunse, lei aveva sempre sperato, così Diana
finalmente sarebbe stata felice.
Quindi è previsto il perdono per il divorzio, ma
provi a indovinare per chi. Madre Teresa non poteva essere più chiara di così.
La cosa lasciò un po’ sorpreso anche me. Comunque le fu ordinato di dire in
seguito che il matrimonio è opera di Dio e non può essere scisso e tutte le
menate varie di circostanza. Ma quando parlava a cuore aperto, era disposta a
perdonare il divorzio.
FI: Madre Teresa l’ha perdonata per il Suo
film e in una nota a pie’ di pagina nel Suo libro Lei la critica per questo
fatto.
CH: Io scrissi di non aver chiesto alcun
perdono e che nemmeno sapevo che lei l’avesse concesso comunque. Di tutte le
cose scritte nel libro, questa è quella che ha suscitato i commenti più
ostili, anche da amici e altra gente che è d’accordo con me. Mi hanno chiesto
perchè avessi da obiettare, cosa ci fosse di sbagliato nel suo perdono. Io
risposi che non ci sarebbe stato nulla da ridire se lei avesse perdonato
chiunque, non solo me. Quando andò a Bhopal dopo l’incidente alla fabbrica
dell’Union Carbide, lei continuava a dire «perdonate, perdonate, perdonate».
Quindi, va bene perdonare i dirigenti dell’Union Carbide per la loro
negligenza, ma per una donna sposata a un molestatore di bambini alcolista che
ha dieci figli e nessuno che badi a lei, non c’è perdono né in questa vita né
in un’altra. Però c’è il perdono per lady Diana se divorzia.
FI: C’è una vasta dottrina nella Chiesa
Cattolica sulla redenzione dell’anima attraverso la sofferenza. Ciò è
evidente nell’opera di madre Teresa: lei pensa che la sofferenza sia un bene e
quindi non usa analgesici nelle sue case, e così via. Si comporta così anche
riguardo alla propria salute? Vive secondo i principî che va professando?
CH: Ho esitato a lungo prima di scriverlo,
ma alla fine ho deciso che la gente deve sapere che lei sostiene che la
sofferenza del povero è qualcosa di veramente bello e che la nobiltà di tale
esempio di miseria e sofferenza è di grande aiuto per il mondo.
FI: Orribile.
CH: Malvagio, direi. Dire che ciò non è
cristiano non è sfortunatamente vero, benché molti non si rendano conto di ciò
in cui i cristiani credono. Per me, quel che ha detto è decisamente immorale, e
quanta più gente possibile dovrebbe venire a conoscenza di tale affermazione.
Lei è vecchia e ha avuto varie vicende di salute,
e si cura in alcune tra le migliori ed esclusive cliniche dell’Occidente.
Avevo dei dubbi se scriverlo o no, perché avrebbe potuto sembrare un attacco ad
hominem (o ad feminam, in questo caso) e ho sempre cercato di evitare gli
attacchi personali; personalmente credo che la dottrina di odiare il peccato e
amare il peccatore sia stupida perché è una falsa contrapposizione (non si può
scindere una persona dalle azioni che commette), ma per un verso è moralmente
accettabile: in una discussione si suppone che uno non attacchi la persona, ma
le tesi che essa esprime. Ma in questo caso il contrasto tra persona e tesi era
troppo evidente per poter scindere le due cose.
Da poco si è visto che non solo i suoi servizi
non erano tutto questo granché, ma che addirittura non erano neppure affatto
servizi medici. Madre Teresa non avrebbe potuto curarsi in nessuna delle case
che lei stessa aveva messo in piedi. E per quanto ne so, il suo scopo non erano
i trattamenti medici. Peraltro, devo per correttezza dire che madre Teresa non
ha mai preteso di farsi passare come una che offrisse assistenza sanitaria.
Malgrado lei accetti donazioni da gente che si
illude di ciò, io non ho mai trovato un’occasione nella quale lei abbia
tentato di dare una falsa impressione di ciò che fa. Ma ciò non la assolve da
responsabilità, visto che proprio grazie a tale immeritata fama lei ha
beneficiato scientemente di tutto quel che ne é conseguito.
FI: Ma se la gente che va nelle sue cliniche
per i moribondi ha bisogno di cure, lei la invia negli appositi luoghi?
CH: No, secondo le testimonianze di molta
gente. Ho stampato i resoconti di molti testimoni, le cui parole ho potuto
verificare, e ho ricevuto molte lettere da ex volontari a Calcutta e in altre
missioni. Ognuno di loro era sconvolto allo scoprire di aver perso il senso
della propria missione e che molto spesso la gente che veniva alle loro case, e
che credeva erroneamente di ricevere cure sanitarie, in realtà veniva o
abbandonata o lasciata senza consigli o raccomandazioni. In altre parole,
chiunque vada lì sperando che si faccia qualcosa per una sua malattia grave fa
un grosso sbaglio.
Ho avuto così tante testimonianze da ex-volontari
che mi hanno contattato dopo l’uscita del libro, che avrei abbastanza
materiale per un sequel.
FI: Visto che siamo entrambi inglesi in
America, Le faccio una domanda: Lei è un umanista laico inglese, commentatore
di punta della cultura e della politica americana. Mi dica, cosa pensa degli
Americani e della religione? Perché la religione, spesso nelle sue forme più
primitive, è così potente nel Paese probablmente più ricco, avanzato e
consumista del mondo?
CH: Sono un ateo. Non sono neutrale
rispetto alla religone, le sono ostile. Penso non sia solo falsa o inutile, ma
proprio dannosa. E non parlo solo della religione organizzata, ma del pensiero
religioso in sé.
Perché gli Stati Uniti indulgono a così tante
forme di superstizione non solo organizzata, ma culti varî, astrologia,
millenarismi, UFO, etc.? Ci ho pensato a lungo. Ho letto il libro di Harold
Bloom The American Religion: The Emergence Of The Post-Christian Nation
del 1992, che parla dell’evoluzione di quella che egli ritiene essere una
tipica forma americana di religione.
In un libro di Will Herberg degli anni ’50, Protestant,
Catholic, Jew l’autore ipotizzava che, all’epoca, a evolversi realmente
quale religione fosse il tipico American Way of Life (lo stile di vita
americano). E che esso fosse uno stile di vita non completamente né spirituale
né intellettuale, ma che in qualche maniera ammettesse ogni forma di religione
fintantoché servisse a puntellare e sostenere tale stile di vita. Una religione
strumentale, in altri termini. Penso sia vero, ma che non sia tutto.
Forse - e questa è una conclusione cui sono
arrivato malvolentieri - è perché qui negli USA non c’è una Chiesa
istituzionale. Si dice che le chiese istituzionali bene o male addomestichino,
canalizzino e in qualche maniera ordinino e strutturino gli impulsi
superstiziosi. Ecco perché normalmente hanno avuto successo nell’annettersi i
culti locali e farli propri: una parte del loro compito è proprio quello di
assorbire gli istinti selvatici e la ferocia e sterilizzarli. Penso che sotto il
punto di vista antropologico, sia in parte vero.
Questo è un Paese che meritoriamente rifiutò una
chiesa istituzionale (stabilendo al momento della sua fondazione la separazione
tra Stato e Chiesa) ma anche che diede ospitalità a molta gente che intendeva
proprio professare la propria religione in libertà: quindi Lei qui trova sia
libera competizione che un senso di diffusa e manifesta predestinazione. Penso
tutto nasca in questo calderone.
Lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton diceva
che una volta che gli uomini non credono più a Dio, non è che non credano più
a nulla: credono a tutto. È facile obiettare che credere a Dio vuol dire
credere a tutto. Eppure questa frase nasconde un punto importante: una volta
liberi di credere a qualsiasi cosa, se gli uomini possono chiamare ciò
“spiritualità”, lo faranno.
FI: Penso che il non avere una Chiesa né
istituzionale né dominante non spieghi tutto. In Francia esiste rigorosa
separazione tra Stato e Chiesa, ma la Chiesa cattolica è dominante. Eppure la
Francia, come in tutti i Paesi in cui vi sia una Chiesa istituzionale, ha un
altissimo numero di non credenti. In America v’è una libera competizione tra
confessioni, un mucchio di confessioni, e, di conseguenza, più vitalità in
materia.
CH: Non giurerei che gli Stati Uniti siano
così religiosi come le statistiche sembrerebbero suggerire. A dar loro retta,
le statistiche sono straordinarie: qualcosa come l’88 per cento degli
Americani vanno regolarmente in chiesa e il 90 per cento di essi crede al
diavolo. Mi piacerebbe leggere come sono state formulate le domande nei
sondaggi.
FI: Abbiamo fatto i nostri sondaggi, su
campioni scientificamente selezionati, con domande ideate da noi, e i risultati
ottenuti non sono stati significativamente differenti da quelli dei sondaggi di
cui Lei parla. Forse la domanda giusta non è: «Perché la gente crede ciò?»,
visto che forse non ci crede, ma dovrebbe essere: «Perché la gente dice di
credere a ciò»? Naturalmente c’entra un certo condizionamento sociale.
CH: Sì, questo è vero. Gli intervistati
si sentono obbligati a rispondere in un certo modo ai sondaggisti. Mi chiedo se
il nuovo millennio sarà così terribile come molti temono. Di certo gli emotivi
e le menti deboli si troveranno molto a disagio.
FI: Specialmente in America.
CH: Il grosso problema dei fondamentalisti
americani è che nella Bibbia non v’è traccia degli Stati Uniti. Questo li
preoccupa molto: nonostante provino a giustificare l’esistenza degli Stati
Uniti tramite interpretazioni a posteriori delle profezie bibliche, non ci
riescono, neppure per soddisfazione personale.
FI: Si riferisce al Libro di Mormon?
CH: Sì, e anche agli Avventisti del
Settimo Giorno, diretta emanazione dei Millenaristi. Vedo che adesso quelli di
Scientology usufruiscono dello status di religione accordato anche alle
organizzazioni di beneficenza, che immagino sia un trionfo per loro. Non riesco
a capacitarmene. Si immagini di vivere nella Nicea del terzo secolo dopo Cristo,
quando il cristianesimo veniva imposto tramite un costante martellamenteo:
un’esperienza che sono felice di non aver mai vissuto. A causa del cosiddetto
“politicamente corretto” e di una certa idea di pluralismo culturale, la
religione ha ottenuto tutele tali che neppure una mafia di Stato come la Chiesa
Anglicana si sognerebbe di avere.
FI: Molti non religiosi pensano che la
religione non dovrebbe essere oggetto di critica.
CH: Sì, perché la religione è radicata
in profondità nell’uomo, e perché comunque essa implica l’idea di communità
e identità, non solo di aggregazione di culto. E suppongo che molti pensino
qualcosa come «Beh, non si sa mai, potrebbe essere anche vero e forse andrò
all’inferno». Spesso la gente è presa dalla paura, dovuta in fondo alla
nostra natura animale. Almeno noi, però, conosciamo l’origine della nostra
paura: quindi cercarne altre spiegazioni è una perdita di tempo. Molta gente vi
fa fronte comunque senza essere credente, e spesso senza aiuti e sostegni. Ciò
mi impressiona favorevolmente.
FI: Il bello dell’umanismo è che molta
gente vi arriva in maniera indipendente, non seguendo insegnamenti e dottrine.
Diventi umanista solo interrogando te stesso.
CH: È vero. E non c’è alcun pio
desiderio in ciò, altro vantaggio, sebbene io pensi che proprio per questo sarà
sempre odiato ma mai estirpato.
FI: Diamo uno sguardo all’Europa occidentale: nei Paesi Bassi il 55 per cento si dichiara umanista o non religioso. In Gran Bretagna la percentuale è intorno al 30 per cento e sale al 50 tra gli adolescenti. Eppure, l’America sembra diventare sempre più religiosa. Il che, considerando lo scambio culturale attuale, suona abbastanza anomalo. I sociologi stanno appena iniziando a volgere lo sguardo su tale fenomeno, anche se in forma ancora incompleta.
La carriera di Hitchens è iniziata in Inghilterra negli anni ’70 come firma per il New Statesman e l’Evening Standard. Dal 1977 al 1979 ha lavorato per la cronaca estera del London’s Daily Express, poi di nuovo al New Statesman come responsabile esteri dal 1979 al 1981. Ha collaborato poi come commentatore da Washington per Harper’s e corrispondente USA per The Spectator, nonché per il supplemento letterario del Times. Dal 1986 al 1992 è stato critico letterario al New York Newsday. Ha insegnato come professore associato all’Università della California a Berkeley, all’Università di Pittsburgh (Pennsylvania) e alla Nuova Scuola di Ricerche Sociali.
Cristopher Hitchens si è laureato nel 1970 in filosofia, scienze politiche ed economiche al Balliol College, presso l’Università di Oxford. Attualmente vive a Washington D.C. (USA).