Ciò che di permanente e di obiettivo rimane oggi della questione galileiana può essere sintetizzato nella domanda: quale rapporto c'è tra scienza e fede o, in modo più esplicito, quale rapporto c'è tra la scienza ed il destino dell'uomo? Nella vicenda di Galileo possiamo infatti distinguere un aspetto immediato e un aspetto anticipatore o profetico. L'aspetto immediato è quello sotto gli occhi di tutti: una vicenda che sul piano scientifico si presentava molto complessa, con delle conseguenze di carattere ecclesiale e culturale e, in qualche modo, sociale e che quindi ha dovuto essere considerata e risolta con un procedimento molto più disciplinare ed amministrativo, che dogmatico o teologico in senso stretto. Ma c'è anche l'aspetto anticipatore che a distanza di qualche secolo può ben essere riconosciuto: il problema della scienza, a cui introduce il galileismo e quindi il razionalismo settecentesco, è quello di una scienza che pretende di rappresentare il sapere come tale, la totalità del sapere; che pretende di essere il punto discriminante sulla verità della fede. La sottovalutazione della fede come superstizione, la dichiarazione dell'impossibilità del soprannaturale, l'impossibilità dei miracoli, la riduzione dell'avvenimento cristiano dapprima a religione naturale e poi sostanzialmente a fenomeno in qualche modo "patologico", per chi legato all'ignoranza del popolo, sono conseguenza di una concezione ed uno sviluppo di carattere scientistico. La Chiesa non poteva non avvertire la preoccupazione che in questa vicenda era contenuta anche la possibilità di uno sbilanciamento totale di un orizzonte, con una scienza che pretendeva di essere, da un lato, una conoscenza dei fenomeni a livello particolare e, dall'altro, una conoscenza assoluta e totalizzante. Questo non chiarisce tutti gli aspetti della questione, ma ne chiarisce una linea di comprensione che va dal 1600 a oggi. E oggi più che mai risulta attuale il problema del rapporto tra l'autonomia della ricerca scientifica e l'autorità della Chiesa. Se per autonomia della scienza si intende infatti la piena responsabilità degli scienziati di impostare la ricerca secondo quello che ritengono più adeguato per lo svolgimento della ricerca stessa, realizzando lo statuto proprio della scienza che professano con un'assoluta libertà di metodo e fissando per la ricerca obiettivi e metodi che non obbediscono ad altro se non alla ricerca stessa, l'autorità della Chiesa non ha niente da dire a questo riguardo; essa non pur però non avere la preoccupazione di rappresentare un ambito di vita e di educazione a cui lo scienziato, in quanto credente, possa continuamente rifarsi, per un realismo nell'impostazione della propria indagine. Lo scienziato che crede in Dio, lo scienziato che crede che Dio si sia definitivamente rivelato nella Vita, nella Passione, nella Morte e nella Resurrezione di Gesù Cristo e quindi crede che esista il luogo che salva la verità di Dio e dell'uomo, uno scienziato che pur pertanto essere rigenerato continuamente nella sua certezza corre meno degli altri la tentazione di ideologizzare la sua scienza, di concepirsi capace di trasformare "le pietre in oro". Comunque l'autorità della Chiesa educa un popolo che si assume la responsabilità della propria vita, e quindi anche la responsabilità di ogni ricerca scientifica particolare, rifiutando ogni ipotesi di lavoro che gli venga sotto banco imposta da preoccupazioni estranee alla scienza. Se per autonomia della scienza invece si intende pensare un mondo in cui la scienza è tutto, ne consegue pensare un mondo che alla fine è stato contro l'uomo: che la scienza non è tutto è quanto la Chiesa ha sicuramente voluto dire intervenendo su Galileo. Certo non si può dire che Galileo fosse di questo pensiero, ma non si può vedere la scienza del ventesimo secolo senza fare i conti con Galileo. Non si può guardare il problema come se fosse un particolare e basta: era un particolare che portava in "nuce" uno sviluppo secolare, per cui la scienza, svincolata da qualsiasi appartenenza è diventata totalizzante.
Quanto detto della scienza vale anche per la filosofia, nel momento in cui la filosofia non è qualche cosa che si fa a comando, per illustrare i dogmi della Chiesa. La Chiesa per illustrare i suoi dogmi può avere bisogno di formule, che prende con estrema libertà e spregiudicatezza da vari sistemi filosofici, perchi non è legata a nessun sistema filosofico. Consideriamo S. Tommaso d'Aquino: la Chiesa con Leone XIII (quindi non ai tempi di Galileo, ma tre secoli dopo) lo ha indicato come maestro esemplare, che ha vissuto integralmente il suo cammino verso la verità, e l'incontro tra la verità e la ragione con totale responsabilità, ma in un ambito di appartenenza che formava continuamente la sua personalità, anche di ricercatore filosofico. Quindi la Chiesa non si preoccupa del contesto ideologico e nemmeno dei contenuti della ricerca; si preoccupa di rappresentare, per colui che ricerca, un ambito di appartenenza, che rende realistico il lavoro. Quanto più è realistico il lavoro, tanto meno si possono realizzare delle contraddizioni assolute tra il contenuto della Rivelazione e il contenuto della ricerca, per chi il contenuto vero della ricerca è in qualche modo il mistero stesso dell'essere. Qualsiasi ricerca, anche particolare, come ha confidato nei suoi scritti Newton, è come un approssimarsi alle tracce dell'Eterno, ma senza fretta, senza premure, senza concordismi inutili. La Chiesa per difendere la verità non ha bisogno della scienza e la scienza per porsi come scienza non ha bisogno di concordare con la fede. La scienza ha davanti a si intero il campo della ricerca e del rischio, per chi come ogni attività umana la scienza è un rischio. Occorre che il soggetto che compie questo rischio sia credente; se non lo h, lo compie lo stesso ma in modo implicito; dovendo ritrovare i termini del suo realismo all'interno della sua onestà intellettuale; un esempio in tal senso sono i filosofi greci, nessuno dei quali ha preteso che la sua posizione fosse un assoluto (Socrate insegna). Poiché il contenuto della ricerca è sempre mobile e la ricerca è continuamente in evoluzione, lo stesso incremento delle conoscenze e dei mezzi di ricerca, il traguardo stesso della ricerca si spostano continuamente. La verità cristiana non è dunque l'eliminazione delle ricerche particolari, ma la possibilità di fare queste ricerche senza esasperazioni e senza riduzioni. Non sarà la scienza a dirci se Dio esiste o no. E non sarà la scienza a cambiare l'uomo circa il suo Destino. La scienza può essere fatta nella certezza del Destino: se è fatta così, è fatta con totale responsabilità e con totale rischio. Non possiamo infine non riconoscere che la scienza e il progresso tecnologico-scientifico hanno incrementato i mezzi per conoscere e illuminare la realtà, quindi per trasformare in meglio le condizioni di vita dell'uomo, quanto meno quelle materiali. Il presupposto che è sempre valso dall'Illuminismo in poi a questo proposito è che l'incremento della scienza e del progresso tecnologico-scientifico comporta necessariamente l'incremento dell'uomo. Siamo però costretti a chiederci se è vero che l'incremento del progresso tecnologico-scientifico ha incrementato l'uomo come coscienza di si, come rapporto tra si e la realtà, come rapporto tra si e il Destino proprio degli altri uomini. Per spiegarmi mi rifaccio alla terza parte della Redemptor Hominis: L'uomo cresce e crescendo può utilizzare in modo sempre più umano gli strumenti. L'idea che dagli strumenti vengono i fini è stata completamente negata dall'evoluzione stessa della scienza: la scienza non pone i fini, si occupa della ricerca dei significati particolari, che sono significati di fenomeni che interessano regioni del sapere, e non il sapere nella sua univocità. Che l'uomo possa utilizzare bene la scienza, non deriva dalla scienza, deriva dal livello di maturazione della personalità dell'uomo. Questo è un altro aspetto per cui quello che è successo nei primi 50 anni del XVII secolo, in quella che poteva sembrare un'ostinata controversia fra ecclesiastici e scienziati è invece quanto mai attuale. Se la Chiesa avesse detto "non ci interessa, pensate su questo quel che volete" avrebbe gravemente sbagliato nella sua vocazione di realtà educante la coscienza ecclesiale e la coscienza umana, per chi non è possibile dire che la scienza non interessa a chi ha la preoccupazione di tenere viva l'intera esperienza dell'uomo. I fini l'uomo non li riceve dalla scienza, li riceve da autorità che sono morali, tanto è vero che la scienza per secoli ha ricevuto i fini dall'esperienza cristiana. I fini dell'uomo nascono a livello dell'impegno dell'uomo con il senso profondo della sua esistenza e non è l'analisi di un particolare, dei fenomeni che riguardano regioni del sapere, che possa darcene una formulazione chiara. Può confermarci un'idea di fine, ma non può certamente produrla a tavolino. Per questo la scienza non può fare a meno della filosofia, né può sostituire la filosofia, per chi comunque, dal punto di vista naturale, la filosofia nasce come impegno dell'uomo col senso ultimo della sua vita. La scienza può favorire il progresso dell'uomo in quanto non pretende di fissare il fine, ma di dare all'uomo, che cresce nella consapevolezza del suo fine, strumenti per l'ottenimento di obiettivi particolari.
(*) Prete, ndr.
http://www.culturacattolica.it/frontend/exec.php?id_content_element=43
Il "caso Galileo"
di Gabriele Mangiarotti (*)
"Per una storia della scienza attraverso le figure più significative. Testi tratti da "Uomo di scienza. Uomo di fede" di Mario Gargantini"
«È importante che i teatri tengano presente che, qualora la rappresentazione di questo dramma venga diretta principalmente contro la Chiesa cattolica, esso è destinato a perdere gran parte della sua efficacia... La Chiesa non ha il diritto di vedere occultate le debolezze umane dei suoi membri; ma il dramma non intende neppure gridare alla Chiesa: "giù le mani dalla scienza!"». Così scriveva niente meno che Berthold Brecht, in occasione della rappresentazione teatrale del suo «Vita di Galileo» nell'estate del 1947 in California. Sono affermazioni sistematicamente dimenticate in tutti i dibattiti che accompagnano ogni rinnovata versione del celebre dramma.«Ex suppositione...»
In realtà la Chiesa stava iniziando a considerare in modo più aperto ;e
conquiste del sapere scientifico. La messa all'indice, nel 1616, del libro
di Copernico va strettamente connesso all'«ardore polemico con cui
Galileo si segnalò nei cenacoli colti della Roma patrizia ed
ecclefsiastica». Il Concilio di Trento invece non aveva condannato
l'eliocentrismo, anzi c'era stato un invito a esaminare le teorie
copernicane, considerandole come «ipotesi» interessanti.
Molti epistemologi non esitano a definire «moderna» la posizione del
card. Bellarmino che avrebbe chiesto a Galileo di trattare il modello
copernicano «ex suppositione e non assolutamente»: una posizione che
richiama il carattere circoscritto e rivedibile del sapere scientifico,
oggi riconosciuto da tutti.
Prevalsero però le faziosità di alcuni e «l'istruttoria processuale fu
sintetizzata in alcune pagine tanto piene di errori e di inesattezze da
attenuare la colpa di Urbano VIII e dei cardinali del sant'Uffizio se essi
si servirono di quell'infelice riassunto per decidere la sorte
dell'imputato».
Gli studi riaperti qualche anno fa, dopo lo storico discorso del Papa, in
occasione del 350es'mo del processo, hanno contribuito a inquadrare meglio
l'intera vicenda nel suo tempo e in riferimento all'oggi, e non si può
certo condividere l'opinione di chi consigliava la Chiesa a «mettere una
grossa pietra sul passato [...] lasciando questi capitoli infausti
consegnati alla storia»."
_______________________________________
(*) Prete, ndr. Si osservi che il Mangiarotti si definisce "Di formazione scientifica (frequentò il Liceo Scientifico S. Vittorio Veneto di Milano), si interessa del rapporto scienza e fede. Ha curato con amici l'edizione del libro Galileo: mito e realtà), giunto alla terza edizione e la mostra sempre sullo stesso tema al Meeting di Rimini del 2000."
Capito ? Uno fa il liceo scientifico e si definisce di formazione scientifica. Da non credere! Caspita, quasi come Ferrara e Rutelli che, avendo fatto il liceo classico, sono di formazione classica !
Il lato debole di Giordano e Galileo
di Antonio Socci
In nome della ragione sono diventati due miti della modernità. Eppure Bruno
e Galilei alla ragione preferivano la magia. Una storia da rifare?
Occhio alle date: 1492-1992. Sono giusto cinquecento anni che è morto il
Medioevo. Da allora l'uomo è stato dotato di ragione (prima niente) e la donna
di un'anima. Il 12 ottobre 1492 finisce la barbarie della superstizione e il 13
è l'alba della Ragione. Sono le scemenze del sistema scolastico e le
reminiscenze del cittadino medio. Il bianco e il nero. I buoni e i cattivi. La
luce della ragione e le tenebre della superstizione. E così passa per
rivoluzionario uno storico come Jacques Le Goff quando svela una convinzione
ormai assodata per gli specialisti: «Le qualità che tutti attribuiscono al
Rinascimento, per me spettano al Medioevo».
Le leggende nere sono dure a morire. Ma dovremo abituarci
alla verità: un Medioevo razionale e realista e una modernità torbida,
ermetica, occulta e superstiziosa. I libri di Gustav Henningsen e di Giovanni
Romeo usciti di recente hanno mostrato - ad esempio - che pure la psicosi delle
streghe, con i conseguenti massacri, dall'antichità passa direttamente al
Rinascimento. Il Medioevo razionale e realista com'era, non ha conosciuto
"caccia alle streghe". È un fenomeno legato direttamente alla
riemersione dell'occulto nel Cinquecento e alla psicosi del demoniaco indotta
dalla Riforma protestante nei Paesi del Nord. È ormai accertate che proprio la
vituperata Inquisizione - guidata da uomini di grande dottrina e razionalità
come lo straordinario Alonso de Salazar Frìas in Spagna- ha preservato i Paesi
cattolici da queste sanguinarie fobie di massa. Ed à stata la sola istituzione
di legalità e di umanità dove esisteva solo l'arbitrio e l'orrore.
«Il XX secolo» scriveva Romeo in Inquisitori, esorcisti e streghe
(nell'Italia della Controriforma) (Sansoni) «si appresta a lasciare in
eredità al Terzo millennio che s'apre un'immagine sorprendentemente nuova dei
tribunali come quelli inquisitoriali, tradizionalmente relegati dal nostro
immaginario collettivo tra gli orrori del fanatismo clericale». I due capitoli
più frequentati di questa leggenda nera sono legati ai nomi di Galileo Galilei
e Giordano Bruno. Adesso un'esposizione organizzata a Parigi («Cultura italiana
del Seicento in Europa e l'Accademia dei Lincei») e un libro uscito in
Inghilterra (John Bossy, Giordano Bruno and the embassy affaire, Yale
University Press) portano a conclusioni sorprendenti su questi due episodi
svoltisi a cavallo del 1600.
LE STELLE DI GALILEO
In una recente conferenza il cardinal Ratzinger ricostruisce questo «mito dell'Illuminismo: Galilei appare come la vittima dell'oscurantismo medievale, ancora persistente nella Chiesa... da una parte troviamo l'Inquisizione come la forza della superstizione, come avversaria della libertà e della conoscenza. Dall'altra parte sta la scienza della natura, rappresentata da Galilei, come forza del progresso e della liberazione dell'uomo dalle catene dell'ignoranza».
Semplice. Troppo semplice. Oggi sappiamo: che fu lo stesso Galilei a immischiarsi in questioni teologiche e a pretendere il pronunciamento del Sant'Uffizio. Che uomini illuminati come il cardinal Bellarmino e papa Urbano VIII non avevano nessun pregiudizio sulle teorie copernicane e anzi sostenevano la ricerca scientifica. Che la Chiesa sollecitò sempre un atteggiamento razionale da Galileo: non trasformare ipotesi scientifiche in dogmi. Che Galileo non solo fu trattato con umanità. ma fu addirittura "mantenuto" dalla Chiesa.
Ratzinger cita due autori moderni. Il marxista Ernst Bloch, per il quale sistema copernicano e tolemaico hanno la stessa plausibilità: «Dipende dalla scelta dei corpi presi come punti fissi di riferimento... non appare affatto improponibile accettare, così coma si faceva nel passato, che la terra sia stabile e che sia il sole a muoversi». E' un filosofo della scienza laico, Paul Feyerabend: «Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne ben più fedele alla ragione di Galilei stesso, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina di Galilei. Il suo processo contro Galilei era razionale e giusto, mentre la sua attuale revisione si può giustificare solo con motivi di opportunità politica».
In effetti la Chiesa del tempo di san Roberto Bellarmino
difendeva innanzitutto l'aristotelismo scolastico, cioè l'approccio alla realtà
più razionale e realistico. E, curiosamente, la nascente scienza galileiana non
ha come programma esplicito la guerra ai dogmi della fede e alla dottrina
cattolica, ma lancia tutti i suoi strali contro l'aristotelismo. Affondando lo
sue radici nell'antica mitologia ermetica e occultista, nella magia e
nell'alchimia rinascimentali. Giordano Bruno, ad esempio, nel 1584 con La cena
delle ceneri aderisce alle teorie copernicane, ma non dà motivazioni razionali
o matematiche. Per lui l'eliocentrismo indica l'imminente ritorno delle
religione "egizia" o magica, "il solo copernicano annuncia il
risorgere vittorioso dell'antica verace filosofia". La sua, secondo Frances
A. Yates, «è una nuova interpretazione ermetica della divinità dell'universo,
una gnosi sviluppata». Una mitologia inaccettabile per la Chiesa che accettava
Copernico come ipotesi scientifica, ma - proprio a difesa della ragione e
dell'esperienza - riteneva deliri quelli di Bruno. Che da allora crearono forti
sospetti attorno all'eliocentrismo.
GLI INIZIATI
Le parti si ribaltano: la Chiesa a difesa della ragione e del realismo, la scienza che inalbera il vessillo esoterico delle superstizioni. Alla mostra parigina (allestita dal 12 dicembre all'8 gennaio dall'Institut Français) faceva bella mostra in una teca un documento rivelatore. E' un verbale. Si tratta della riunione di fondazione dell'Accademia dei Lincei: è il 25 settembre 1603. I primi cinque soci si riuniscono nel palazzo romano di Federico Cesi a via della Maschera d'Oro, alle 9.50 del mattino. Il verbale - in parte scritto con caratteri cifrali - rivela che giorno e ora sono stati scelti per «captare il favorevole influsso degli astri, specialmente Mercurio». Spiega il curatore del catalogo: «Il testo redatto dal Cesi appare chiaramente come la descrizione di un'operazione magica condotta secondo i canoni dell'ermetismo rinascimentale con la quale si cerca, mediante la manipolazione di metalli e vegetali collegati ai pianeti, di attrarne simpateticamente l'influsso, convogliandolo verso di sé dalla sfera superiore del cosmo». Si legge sul documento consunto e ingiallito: «Su fogli di carta di seta predisposti allo scopo venivano trascritti pitagorici misteri».
Così nasce la prima accademia scientifica del mondo moderno.
Nel cui seno sbocciò Galileo Galilei, il massimo frutto. Anch'egli largamente
interessato all'astrologia. Fa una certa impressione leggere nel Proponimento
linceo di "filosofica milizia" e di iniziazione "ai misteri della
Sapienza". Ecco i primi Lincei qualificarsi come "sagacissimi
indagatori delle scienze arcane e dediti dell'arte paracelsica" ovvero
"amanti delle scienze e indagatori delle arti spagiriche".
TUTTI "FRATELLI"
L'interesse esoterico per la magia e il disvelamento degli arcani segreti non è una deviazione iniziale: è il substrato delle stesse ricerche empiriche in cui eccellerà Galileo. Il quale infatti convive nell'Accademia con il "mago" Giambattista Della Porta. Non c'è contraddizione. Eugenio Garin lo dimostra nel saggio introduttivo all'esposizione. Questa «fraternitas, che ha tutte le caratteristiche di un ordine rigidissimo, quasi di una setta» prevede diversi tipi di approccio alla conoscenza.
«L'atteggiamento del Cesi (il capo dell'Accademia, ndr) si iscriveva in una tradizione di sapore ermetico e magico, che nei vari piani della realtà vedeva gradi dell'essere espressi in "linguaggi" da interpretare, mentre solo gli iniziati potevano raggiungere il significato più profondo del "mistero" della natura, decifrando l'ultimo geroglifico dell'essere».
Tutti i bei nomi della scienza moderna nuotano in questo magma. Da Copernico che evoca Ermete Trismegisto, a Keplero che dichiarava di studiare l'astronomia «more hermetico». Prendiamo Francis Bacon. D'Alembert nel Discorso preliminare all'Enciclopedia ne fa il profeta della scienza moderna: «Nato nel cuore della notte più profonda fa conoscere la necessità della fisica sperimentale». Erano secondo Luigi Firpo «tempi per il sapere umano ancora pieni di oscurantismo», ma con Bacone «si può dire che il Medioevo è finito». Ma scrive la Yates: «L'antico giudizio su Bacon, considerato un moderno ricercatore scientifico e sperimentatore, emerso da un passato di superstizione, non è più valido... (Bacon) scaturisce proprio dalla tradizione ermetica, dalla magia o dalla Kabbalah del Rinascimento».
Ecco perché poi mister Bacon, con le menti illuminate dei vari Boyle, Grozio e Cartesio, nonché Lutero e Calvino, fu tra i piromani banditori della "caccia alle streghe" (oltre che dell'assolutismo elisabettiano). I libri di Frances A. Yates, l'autorevole studiosa del Warburg Institute di Londra, sono una miniera. E' lei che mostra il parallelismo della Nuova Atlantide di Bacon con la Fama Fraternitatis dei Rosacroce.
E le origini rosacrociane della stessa Royal Society, la grande accademia scientifica inglese che nacque sotto la bandiera di Bacon e il volere del re ufficialmente nel 1662 (e sul modello dell'Accademia dei Lincei). Si scopre così che pure «la chimica di Robert Boyle era figlia del movimento alchimistico, e che vi era uno straordinario sfondo alchimistico persino nel pensiero di Isaac Newton».
Tutto l'ambiente scientifico vivo in questo mondo di suggestioni esoterica e qua e là fa continuamente capolino la misteriosa Fraternità dei Rosacroce. Secondo Thomas De Quincey la massoneria è la forma che questa strana setta, di origine tedesca, assume in Inghilterra. E' c'è un fatto curioso. Due dei promotori della Royal Society sono Elias Ashmole e Robert Moray. Il 16 ottobre 1646 Ashmole annota nel suo diario di essere stato iniziato nella loggia massonica di Warrington, nel Lancashire. E il 20 maggio 1641 è documentata l'iniziazione di Moray in una loggia di Edimburgo. Questi sono i due più antichi documenti storici sull'esistenza di logge massoniche (già fiorenti, dunque, a metà del Seicento). La Yates in L'Illuminismo dei Rosacroce (Einaudi) conclude: «(dai Rosacroce) la massoneria attinse solo un filone, mentre gli altri confluirono nella Royal Society, nel movimento alchimistico e in varie altre direzioni».
E' curioso osservare che una di queste direzioni - se è vera
la scoperta di Bossy su Giordano Bruno - è lo spionaggio: i servizi segreti
sembrano proprio una delle vocazioni più antiche dell'esoterismo. Ci sarebbe
proprio Bruno, infatti, dietro il misterioso pseudonimo Henry Fagot, la spia
annidata nell'ambasciata francese a Londra che, nel 1583, svela un complotto dei
cattolici (perseguitati) per rovesciare la sanguinaria Elisabetta.
Il cerchio si chiude attorno alla Corona inglese che si avvia a sbaragliare la
Spagna cattolica e scatenare la sua potenza imperialistica. Davanti al
dispiegarsi di questa enorme potenza (anche politica e militare) se ci fu un
errore tragico da parte della Chiesa fu semmai quello di non essersi opposta
abbastanza. Non solo sullo scacchiere politico. Il bel catalogo della mostra sui
Lincei, a proposito della magia propiziatoria eseguita dai Lincei all'atto di
fondazione, ricorda: «Anche gli Astrologica di Tommaso Campanella contengono il
resoconto di un'analoga cerimonia propiziatoria celebrata dall'autore a Roma,
nel 1628, assieme a papa Urbano VIII». (Quell'Urbano VIII la cui elezione fu
salutata con entusiasmo dai Lincei e da Galileo per la sua apertura
intellettuale e il suo interesse verso i fermenti culturali del momento).
Il potere moderno cominciava a vincere. E la battaglia più sottile, quella fatale, la Chiesa in questi anni la perde appunto con se stessa. John Bossy così conclude il suo libro su L'Occidente cristiano (Einaudi): «Il "cristianesimo" una parola che fino al Seicento indicava un gruppo di persone... da allora, come attesa la maggioranza delle lingue europee, si rifiorisce a un "ismo", ovvero a un insieme di credenze».
© Il Sabato – 18 Gennaio 1992, n. 3, p. 52s.
Una spia a corte. Giordano
Bruno a Londra
tratto da Il Sabato, 18.1.1992, n. 3, p. 52s.
(In difesa di chi ha fatto fuori la
cattolica Maria Stuarda, pur di denigrare Bruno!)
Con Tommaso Moro e l'arcivescovo di Canterbury, nel Cinquecento, comincia il
martirio dei cattolici inglesi. Il re Enrico VIII e sua figlia Elisabetta
staccano la Chiesa inglese da Roma. Comincia l'anglicanesimo la Chiesa
asservita alla Corona. Elisabetta odia i cattolici anche perché cattolica
resta Maria Stuarda, legittima pretendente al trono e sua prigioniera (alla
fine sua vittima). Adesso lo storico inglese John Bossy, dell'università di
York, svela in un libro (Giordano Bruno and the Embassy affair, Yale
university press) l'identità dalla spia che permise ad Elisabetta di
schiacciare uno dei tentativi di rivolta dei cattolici. Si tratterebbe di
Giordano Bruno, che visse, alcuni anni a Londra, ospite dell'ambasciatore
francese, Castelnau.
Perché Bruno avrebbe dovuto servirsi dello pseudonimo di Henry Fagot?
Se scriveva lettera in quanto spia, è chiaro che gli serviva uno pseudonimo.
Del resto è risaputo che gli piaceva attribuirsi strani soprannomi «uomo
dagli infiniti nomignoli», l'hanno chiamato.
Molti studiosi sostengono che Bruno non sapeva il francese...
E' vero che non ne abbiamo una prova diretta e irrefutabile (escluse
naturalmente le lettere firmate Fagot). Ma non dimentichiamo che ha trascorso
quattro anni, in Inghilterra, in un ambiente in cui il francese era la lingua
ufficiale, anche se vi si parlavano certamente molte lingue, compreso
l'italiano. Nei suoi scritti si incontrano numerosi gallicismi. Il suo miglior
amico londinese, John Florio, parlava allo stesso modo l'inglese, il francese,
l'italiano.
Nel 1583 Bruno entra in urto con l'ambiente puritano di Oxford. Inoltre
conosciamo, di quello stesso periodo, lettere e documenti di suo pugno, in cui
egli descrive i suoi obiettivi. Ben diversi quelli che dichiara Fagot...
«Puritanesimo» è una parola imprecisa, dal significate incerto. Bruno entra
in conflitto con Oxford, ma Oxford non si può considerare in alcun modo
un'università puritana. A quell'epoca stringe amicizia con sir Philip Sidney,
un vero campione di "puritanesimo", se con ciò intendiamo la volontà
di condurre una crociata protestante contro Roma. E Sidney era genero di sir
Francis Walsingham, il destinatario delle lettere di "Fagot". Non
credo che l'opposizione al "puritanesimo" fosse il motivo principale
del comportamento di Bruno. Con questo non intendo certo negare la sua ostilità
nei confronti della teologia protestante. Quanto ai documenti da lei citati,
non trovo che siano incompatibili con l'obiettivo dichiarato di Fagot la
distruzione del papato e dei suoi progetti, in Inghilterra e ovunque.
Frances A. Yates ipotizza una sua collaborazione con i francesi...
Non credo affatto che Bruno sia stato inviato in Inghilterra dal re di Francia
Enrico III, allo scopo di favorire una riconciliazione politica e religiosa
tra i due Stati. Non esistano prove a conforto di questa teoria che oltretutto
è alquanto improbabile. Sono ben pochi se ce ne sono gli storici seri che
oggi l'accetterebbero. Si tratta, con buona pace di Michele Ciliberto che ne
ha scritto su Repubblica, di un'ipotesi ben diversa da quella avanzata da me.
Le si obietta anche che Bruno in Inghilterra era screditato prima ancora di
sbarcarvi.
In realtà penso che nessuno, in Inghilterra, l'avesse mai sentito nominare
prima dei suo arrivo. La prima notizia che lo riguardi è, quasi certamente,
la lettera dell'ambasciatore inglese a Parigi, dove si parla dell'arrivo di
questo italiano, cattolico, professore di filosofia. Non vedo perché avrebbe
dovuto essere screditato.
Come ha sventato Elisabetta il complotto denunciato da Fagot?
Walsingham ha avuto accesso alla corrispondenza tra Castelnau e Maria Stuarda
grazie al segretario di Castelnau stesso, che prendeva ordini da Fagot. Questo
ha condotto all'arresto del principale agente della cospirazione in
Inghilterra, Francis Throckmorton, il quale poi, interrogato sotto tortura,
rivelò tutti i dettagli della congiura. Fagot-Bruno denunciò Throckmorton
sei mesi prima, e ha insistito nella sua denuncia fino a quando questi venne
arrestato.
http://www.culturanuova.net/filosofia/galileo_giudizio.php
GIUDIZIO SU GALILEO DA PARTE DI CULTURANUOVA, SOTTOSPECIE DI CULTURACRISTIANA
Capita spesso di leggere o di sentire che il torto, per così dire, del "caso Galileo" sarebbe da ascriversi interamente all'autorità ecclesiastica. Questa, si dice, abusò del suo potere per impedire la libera ricerca scientifica, incorrendo peraltro in un errore madornale (la condanna del copernicanesimo, che già sarebbe stato adeguatamente dimostrato come vero).
In realtà bisogna chiedersi se quello che l'Inquisizione tentò di impedire fosse una ricerca libera, realmente rispettosa di un metodo rigoroso e dialogico, o piuttosto una modalità piuttosto dogmatica di imporre come assolute tesi non ancora provate.
Non per nulla Giovanni Paolo II ha detto, in un suo celebre discorso sul "caso Galileo" (10/11/1979): "io auspico che teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione, approfondiscano l'esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo." Come dire che, se da parte dell'autorità ecclesiastica ci fu una insufficiente "percezione" della "legittima autonomia della scienza" (e si noti che insufficiente non vuol dire assente), qualche torto ci fu anche da parte di Galileo.
Potrà stupire alcuni questa tesi, ma va ricordato quanto segue:
Vi sono in Galileo insomma dei tratti, dei germi di quello che potremmo chiamare un neoimperialismo scientista, cattiva risposta al precedente imperialismo filosofico-teologico: la scienza, che fino allora non era stata (pressoché) nulla, ora pretendeva di essere tutto. Giustizia e saggezza avrebbero voluto che si riconoscesse al sapere scientifico una sua funzione, ma dentro una totalità più ampia. Galileo rimane prigioniero dello stesso schema che aveva a lungo impedito un autonomo sviluppo della scienza: non distingue cioè tra filosofia (della natura) e scienza (della natura). E questo, come dicevamo, nel contesto di un atteggiamento decisamente sicuro di sé e acremente sferzante per chi aveva diversa posizione. Una dialogicità meno arrogante gli avrebbe invece consentito di a) attenersi all'effettivamente constatabile titolo di attendibilità che le sue tesi scientifiche avevano (senza confondere probabilità con certezza), b) confrontarsi seriamente con la comunità scientifica nella sua totalità, ivi compreso quel mondo cattolico che non era compattamente restio ad ogni seria novità, ma presentava, ad esempio nella persona del Papa Urbano VIII e del card. Bellarmino, una disponibilità al confronto maggiore di quanto venga spesso presentato (come non manca di riconoscere un intellettuale tutt'altro che tenero con la Chiesa come Brecht, nella sua Vita di Galileo). Possiamo in proposito ricordare il pensiero del Bellarmino, che fu il più illustre "oppositore" ecclesiastico del Galilei:
"... Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l' intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra" (lettera del 1615 al copernicano Foscarini)
Un simile modo di esprimersi rivela come l'animo della massimo autorità
ecclesiastica non fosse poi così ottuso e chiuso al dialogo:
a) non afferma in modo categorico che l'eliocentrismo sia incompatibile con la
Bibbia;
b) rileva soltanto che né Galileo né altri avevano, per il momento, portato alcuna prova inconfutabile della verità dell'eliocentrismo. Il che è storicamente e scientificamente inoppugnabile. Aveva perciò ragione Galileo a rivendicare il diritto di osservare e basarsi su fatti sperimentali, come appunto gli riconosceva il cardinal Bellarmino. Torto suo però fu di affermare dei nuovi a-priori scientisti.
E, cosa più grave, discutibile scelta fu il vestire i panni di un divulgatore "rivoluzionario", che non solo criticava ma metteva in ridicolo, con la sua acida ironia, la Chiesa. La discussione avrebbe dovuto, con più saggezza, svolgersi tra i dotti, almeno finché non ci fosse stata la prova della verità inconfutabile del copernicanesimo: in tal modo Galileo avrebbe trovato probabilmente non solo e non tanto plumbei e coriacei oppositori, ma attenti e interessati interlocutori in una parte consistente dello stesso mondo ecclesiastico, in cui non mancavano, ad esempio tra i Gesuiti, veri e propri scienziati, desiderosi di vivere la nuova stagione di scoperte scientifiche in armonia con la fede degli Apostoli. Invece la scelta della lingua italiana, al posto del latino, e di un taglio divulgativo, unita allo stile arrogante e ironico, faceva assumere al suo pensiero i tratti di un pressante appello al popolo affinché si scrollasse di dosso il giogo di un dominio ecclesiastico sulla cultura, presentato come insopportabilmente oppressivo. Il che, per la autorità ecclesiastica, non doveva essere tanto facile da digerire, tanto più in tempi in cui la Riforma protestante e il neopaganesimo, dilagante tra le élites, erano occasione di quotidiana, allarmata preoccupazione.
Inoltre Galileo si sforzò sì di mostrare come la scienza non fosse
incompatibile con la fede, ma lo fece in un modo che non doveva convincere la
autorità ecclesiastica, e non a torto. Infatti la celebre distinzione dei due
libri, quello della Scrittura e quello della natura, aventi due diverse finalità
(la Scrittura dirci come si vadia al cielo, la natura come vadia il cielo)
incorreva nei seguenti inconvenienti:
a) negava alla Rivelazione una valenza ontologica, restringendone la
portata al solo ambito etico; come dire che la fede nulla dice di come sia la
realtà (terrena), ma si preoccupa solo di indicarci la strada per il Paradiso,
fornendoci dei precetti etici: il che è francamente poco. Se infatti Dio,
creatore del cielo e della terra, si è fatto Uomo, questo ha delle implicazioni
precise non solo sull'al-di-là, ma anche sull'al-di-qua. La fede insomma non ci
dice, è vero, dettagliatamente, come sia fatto il mondo, ma nemmeno è
indifferente a qualsiasi visione-del-mondo. Se non giudica la scienza in quanto
tale, può giudicare, o meglio orientare, la sua interpretazione sintetica, la
filosofia della natura, e il significato ultimo del suo utilizzo.
b) attribuiva implicitamente alla scienza il monopolio interpretativo della natura, confermando quell'imperialismo scientista di cui abbiamo sopra parlato; in altri passi infatti Galileo ritiene che la natura sia scritta in caratteri matematici e dunque leggibile solo da un sapere fisico-matematico, con esclusione quindi di quella filosofia, che più stretti legami di parentela avrebbe con la fede e potrebbe tentare l'impresa di ricomprendere sinteticamente la conoscenza del mondo materiale alla luce di una unitaria visione della realtà.
Non per nulla Galileo non risulta abbia fatto alcuno sforzo per mostrare come, specificamente, l'eliocentrismo non sarebbe stato un corpo estraneo nella visione cristiana della realtà. Una riflessione più appassionatamente sintetica avrebbe potuto portarlo a evidenziare come in realtà non solo esso non contraddiceva realmente la fede, ma si attagliava ad essa meglio del geocentrismo. Per fare questo però Galileo avrebbe dovuto ricorrere a quella mentalità simbolica, che appare invece del tutto estranea al suo monolitico matematismo meccanicista. Abbandonando il quale avrebbe potuto vedere ad esempio nel Sole il simbolo di Cristo, che grazie al totale sacrificio di Sè, irradia sulla Terra-umanità, la propria luce e il proprio calore, ossia tutta la luce (la verità) e tutto il calore (la grazia) di cui l'umanità può godere. Avrebbe potuto pensare che l'Umanità non è più al centro dell'Universo non perché abbandonata dalla Provvidenza in uno spazio infinito di totale casualità, ma perché orbitante intorno al Sole-Cristo, da cui dipende totalmente per il vero e il bene che la Provvidenza le concede. E similmente di tutte le altre scoperte si sarebbe potuto e dovuto dare una interpretazione simbolica (certo, non solo da parte di Galileo).
Non si trattava comunque solo e soprattutto dell'eliocentrismo (che pur non essendo provato, era, oggi sappiamo, vero, o almeno relativamente tale), sostanzialmente compatibile alla fede. A nostro avviso il torto più grave di Galileo, l'errore più gravido di effetti negativi fu soprattutto la sua esclusione dell'ilemorfismo, la disinvolta sicurezza con cui ridusse il mondo a quantità: non riusciva a vedere come il fatto che solo delle quantità si potesse dare sapere scientifico non equivalesse al fatto che solo le quantità esistessero. Il presupposto a tale conclusione, cioè che solo il conoscibile scientificamente sia esistente non fu mai da lui tematizzato e giustificato argomentativamente. Ed egli affermava la riduzione del mondo a quantità misurabile, il meccanicismo, senza che tale tesi fosse rigorosamente dimostrata, e senza rendersi conto di quanto tale visione meccanicistica fosse, questa sì, radicalmente incompatibile con la fede. In proposito osserviamo:
a) Galileo intende la scienza, sempre in nome del già ricordato
imperialismo scientistico, come unica conoscenza valida della natura, escludendo
la filosofia della natura (o cosmologia filosofica); ma ciò facendo sbaglia,
perchè del medesimo oggetto (materiale) si possono avere diverse conoscenza,
non alternative, ma integrative (diversi "oggetti formali").
b) Egli di conseguenza estende quello che è vero sul piano scientifico, cioè
il meccanicismo, al piano ontologico puro e semplice. Dimenticando che il
meccanicismo scientifico è l'ovvia conseguenza dell'aver concepito la scienza
come fisico-matematica: filtrando tutto matematicamente tutto appare come
matematizzato, considerando solo gli aspetti quantitativi, matematizzabili, si
vedono solo gli aspetti quantitativi, matematizzabili: analogamente al fatto
che, mettendo delle lenti gialle, uno vede il mondo come giallo. Ma il mondo
diventa giallo per il fatto che io lo guardo con lenti gialle? Il mondo si
riduce a pura quantità per il fatto che io lo osservo con un filtro matematico?
Galileo lo da per scontato. Sbagliando. Ma sbagliando con gran sicumera:
Signor Sarsi, la cosa non istà così. la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi agli occhi (...). Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto
c) Una più equilibrata considerazione avrebbe dovuto portare a dire che,
accanto al sapere scientifico, fisico-matematico e dunque programmaticamente
fermo al livello quantitativo, esiste un sapere filosofico, che può ammettere
l'esperienza nella sua originaria integralità, comprensiva di aspetti
quantitativi e qualitativi e giungere a una spiegazione sintetica della realtà
fisica, in termini universalizzanti ma non perciò invalidi, di tipo ilemorfico.
d) Il meccanicismo filosofico in effetti non è compatibile con la fede (nonostante quanto ne pensasse Cartesio e Malebrache, ad esempio) in quanto legato al materialismo e alla insignificanza del mondo: si può vedere quanto diciamo in altre pagine di questo sito.
La Chiesa cattolica si comportò in un modo che a noi appare
insopportabilmente lesivo della libertà di pensiero. E non v'è dubbio che
Giovanni Paolo II abbia fatto cosa giusta a promuovere un profondo esame di
coscienza. Ma dobbiamo tener presente la mentalità di allora:
1) non sembri irrilevante, per contestualizzare adeguatamente il "caso
Galileo", notare che se ad esempio fosse caduto nelle mani dei protestanti
(o, probabilmente, ben peggio dei mussulmani) la sua sorte sarebbe stata molto
peggiore
2) Galileo venne dapprima, nel 1616, ammonito privatamente, non tanto a non
ricercare più, ma a farlo a condizione di non creare sconcerto e turbamento
nella gente "semplice". Perciò gli venne ad esempio intimato di non
pubblicare in volgare, ma solo in latino, la lingua dei dotti. Il processo
pubblico, del 1633, segue a una infrazione pubblica delle ammonizioni
precedenti: Galileo aveva pubblicato in volgare un'opera corrosivamente critica.
Questo non giustifica fino in fondo l'Inquisizione, ma costituisce un contesto
di cui tener conto, testimoniando di una attenzione alla persona di Galileo,
amico personale del Papa, e di una non totale chiusura alla novità scientifica,
ma alla sua prematura e arrogante (abbiamo detto sopra in che senso)
divulgazione.
3) il suo trattamento effettivo fu tutto sommato mite: nel procedimento nessuna
tortura, nessuna violenza, non un solo giorno di carcere; anzi quando venne
convocato a Roma per il processo del 1633 venne alloggiato in un "alloggio
di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale" (Messori)
come condanna un esilio dorato in una villa toscana, la sua villa di Arcetri,
che non per nulla si chiamava "Il Gioiello", per non essere
precisamente quello che si direbbe un tugurio.
Per ulteriori spunti di giudizio si può vedere anche l'ottima, ampia trattazione nel sito di don Mangiarotti (tra l'altro con estratti del più recente magistero ecclesiastico in proposito).