Ma
tale opposizione non investe solo un’astratta concezione provvidenziale
della storia, precisata in relazione alle rispettive così distanziate storie
reali, quella terribile e disperata del popolo ebraico, e quella di un
cristianesimo nascente, di una follìa-fede religiosa in origine
“entusiasta”, come di ebrei stanchi della lunga attesa delusa del
Messia-duce vittorioso, che paradossalmente si aggrappano alla spoglia
dell’ultimo profeta sconfitto, conclamandone la messianicità post
mortem e propagandone la predicazione mirabolante, la “buona novella”
del Cristo risorto. Il divario incolmabile, pure nella comune ossessione (mono)teistica,
è fra la speranza terrena politico-messianica del riscatto liberatorio di un
popolo, e la fede-sogno ultramondana di una salvezza individuale,
nell’escatologia del giudizio divino (d’impostazione teorica, v. J.Pelikan,
in Enciclopedia delle religioni
dir. Eliade, “Fede”, trad. tematica italiana vol.4^, pp.249-56; da un
punto di vista storico etno-religioso, A.Di Nola, in Enciclopedia
delle religioni ed. Vallecchi, vol.II, coll. 1541-45).
Alle
origini del cristianesimo dunque è proprio il balzo irrazionale dalla
speranza-fiducia illusionistica, patologica nel Dio di giustizia, sempre
contraddetta nella drammaticità dei fatti presenti, e nelle previsioni
ragionevoli del possibile futuro; alla fede
costruita per rovesciamento paradossale sul sacrificio ancora una volta
sconfitto di un profeta torturato e crocifisso: una fede assoluta, mistica
irrealistica irragionante, nell’evocato “mistero” di un Dio-Pa-dre di
amore provvidente, che investe di sé un uomo come “figlio” in un parvente
“sacrificio”, per la “salvezza” del mondo. Questa fiaba-mito, che
rompe di colpo il realismo idealizzato delle profezie bibliche inverificate,
questa è sempre la distanza immisurabile del cristianesimo predicante, cioè
almeno della parola cristiana,
della sublimante retorica cristiana del “verbo”.
Una
immensa fede nella virtù
costitutiva e direi quasi creazionale, magica e ontologica e mitologica, della
parola sacralizzata nei rituali del
“mistero” cristiano: dove l’esaltato credo
quia absurdum equivale al più candido credo
quia dictum, quia scriptum,
alla fede nella “oggettiva”
epifania della parola detta e scritta, dei libri sacri in cui solo si
certifica ai posteri e postremi la mirabile “rivelazione”. Verbo e Logos
perciò identificati, in bivalenza “profon-da”: l’uomo crocifisso
tras-figurato per verba in Figlio
di Dio, evocato al centro di una gnosi mistica per pura suscitazione
iero-verbale, è nell’atto stesso verità eterna, divinamente irrevocabile.
All’estremo opposto del verum ipsum
factum storico, nell’orizzonte mondano di una possibile (terrestre,
orizzontale appunto) “verità storica”, con la convalida della Fede il verum
ipsum dictum della verità “rivelata”, nella proiezione verticale
immisurabile del Sacro, del Divino evocato dalla Parola.
E’
così dalle origini che, con una sconfinata pretensione elettiva, pure
camuffata di devozione e spirito di servizio, pochi uomini di fede e calcolo
si sono arrogati l’abuso di foggiarsi nominalmente, figuratamente un nuovo
Dio e perfino di dargli voce, la propria umana voce di passione predicante,
ammonitrice e “profetica”. Non limitandosi alle immediate pronunce
oratorie, elevate solenni drammatizzate, ma (loro o altri per loro nel
sacerdozio seguace) determinati a trasmetterle oralmente, e poi a trascriverle
come Parola sacralizzata, come Sacra Scrittura, per i millenni futuri. Fu così
che, in forza di tale trasformazione definitiva di una tradizione orale in
Scrittura sacra, si costituì in canone la Bibbia integralmente, anche quando
e dove si conforma a racconto “storico”, come poi i vangeli cristiani con
le loro pseudo-narrazioni “testimoniali” e in realtà mitiche. E deve
sottolinearsi che, aldilà delle vicissitudini testuali dei Libri ebraici, di
una scrittura arcaica laboriosamente “fissata” solo nel primo millennio
cristiano, la stessa complessiva e unitaria denominazione biblica (Biblia,
i Libri, Bibbia) è di originaria iniziativa cristiana.
E’
dunque una vera appropriazione costrutta nei primi secoli, a consacrare il
nuovo col vecchio Testamento, cioè espressamente la “Buona novella”
evangelica, come adempimento miracolato – con studio esegetico e ermeneutico
intensissimo – della Parola di Dio: già “rivelata” per
fede, e ora definitivamente consacrata nell’avvento del Cristo
redentore, per esaltazione di fede
teologale, in virtù di dispositivi dogmatici ecclesiali.
Così infine, la psico-pa-tologia della fede
cristiana è quella medesima della mistica, sia pure – ripeto – ai suoi
primi gradi di elevazione “normale”, ascendente dalla generalità comune
della “fiducia” e “fedeltà” umane, virtù emotive di relazione fra
gli uomini estensibile in reciprocità al mondo animale, alla fede
irrazionale nell’abbandono “interiore” di sé all’universo del
“mistero”. E’ la stessa psicosi che è presupposto di ogni
“credenza” mito-religiosa, in cui l’arbitrio di un oscurissimo Fato
Destino Caso Provvidenza, di una impenetrabile meccanica universale, è
figurato in magiche fogge primitive di divinità antropomorfe, e più o meno
sublimato e rivestito di false gnosi, costituenti poteri sacerdotali e potenza
ecclesiastica. E’ questa psicosi originaria che nel cristianesimo si esalta
parossisticamente come Fede assoluta nell’Uomo-Dio sacrificale,
consustanziato col Dio supremo..
In
un saggio di sintesi su Il
Cristianesimo (tr.it ed. Paoline 1983),
il benedettino Céléstin Charlier, già autore di una memorabile Lettura
cristiana della Bibbia (tr.it. ed.
Paoline 1979), prepone alla trattazione proveniente da lezioni una
“Introdu-zione dottrinale sulla fede”, che conferma attualizzando la
consueta sequenza di argomenti insostenibili, dalla “fede naturale” alla
“fede cristiana”, alla “fede intellettuale” (pp. 25ss.). Volutamente
cioè si pone avanti il “naturale” affidamento psico-empirico
(“credito”) dell’esperienza comune, che è un fondamento mai assoluto ma
concreto e “collaudato” da precedenti constatazioni e “prove” reali di
certezza, proprie o altrui, fino a prova contraria. E’ la trama di
affidamenti empirici (esperienziali) in cui tutti operiamo vivendo, e
coinvolge necessariamente atti d’intel-lezione, di scelta ragionata ecc., ma
non è in sé un’operazione intellettiva come si vuole fare “credere”,
prevalendo nettamente nell’atto l’intuizione, la gestualità meccanica
ecc. Non autorizza quindi minimamente la falsa deduzione, la precostituita
mistificazione, che “la fede è altrettanto certa, anzi addirittura più
certa – e lo vedremo – della conoscenza diretta” (p.30).
Altro
argomento analogico sarebbe la fiducia nel “testimone”, nella
“testimonianza che non inganna e non può ingannare e ingannarsi”, per
concludere che “purtrop-po ce n’è uno solo che non inganna e non può
ingannare, ed è Dio. E purtroppo Dio è l’unico testimone che non parla, o
almeno che non si ascolta” (p.33). Con enorme ingenuità, si reca a
“prova” così un atto di fede precostituito, ma è là che si doveva
arrivare, con l’altrettanto falsa distinzione fra la “fede” come
adesione “intellettua-le” e la “credenza”, declassata
intellettivamente, per dichiarare con enfasi che la fede è un’adesione
intellettuale a una testimonianza, come una scelta razionale perfino con
verifica di autenticità. E poi
però rovesciare sùbito con un soffio il fragile castello di carta,
introducendo una “dimensione ‘soggettiva’” che “rappresenta il cuore
stesso della fede”, soggettività in cui confusivamente si include la
“conoscen- za” come pura “costruzione di verità”, tale per l’autore
digiuno di nozioni teoriche di scienza sperimentale. E’ una confusione
rovesciante tipica della falsa dialettica ecclesiastica, tendente a rendere
“dimostrabile” l’assurdo: là dove tutto l’intuitivo è
“intellettivo”, tutto può essere razionale o irrazionale, a proprio
consumo e interesse pseudo-dialettico, in un brodo in cui si dissolve la
logica del discorso (logos), che dilaga nella prevedibile oratoria fideale.
Così
è la fede soggettiva, che si “apre” e deve aprirsi alla adesione, già
predisposta all’accettazione del “testimone” e della “testimonianza”
(divini), anzi addirittura alla “attesa” (del divino), come dire che
l’atto di fede presuppone l’esistenza già scontata della fede nel
soggetto, di che non avevamo dubbio. Né era dubbio che tale transito
all’indistinto sarebbe precipitato nella voragine della Fede religiosa,
quella super-fede integrale cristiana “nel Dio inteso come Assoluto”
(pp.39ss.), quell’in-dicibile vuoto totalizzante che inebria i mistici, in
un’autentica patologia da droga allucinogena. Specialmente se si scala la
“fede cristiana” unica (pp.44ss.), tanto più esigente nell’imporre la
fede-abbandono, l’accecamento volontario del “cre-dere” nella
deificazione per dogma del Cristo crocifisso, nella fiaba del “Dio fatto
uomo” (pp.47ss.), nella “divinità” una-trina del Dio più conteso e
brutalizzato, fino dai primi concili, nell’intera storia delle religioni,
privilegio della bimillenaria storia dell’Occidente.
E
si direbbe quasi che, nel secolo XX, ciò sia richiesto pure agli storici del
cristianesimo, se una casa editrice culturalmente così doviziata, col
superiore giudizio del-l’intellettuale ebreo-laico G.Debenedetti, pubblicava
contemporaneamente e pubblica ancora, sul primo cristianesimo, libri
“storici” di devoti cristiani, come il rev. J.G.Davies (La
Chiesa delle origini, tr.it. 1966), e l’archeologo M.Gough (I
primi cristiani (tr.it. 1966). Oggi
si fa continua distinzione, di solito in antitesi riguardosa, tra ragione e
fede cristiana, e così per es. Panfilo Gentile mette al sicuro la sua
“in-terpretazione laica, equilibrata e serena” (Storia
del cristianesimo dalle origini a Teodosio, Rizzoli 1969, 1975), con
questo esordio: “Per la fede, il Cristianesimo è una rivelazione
assolutamente inedita del suo fondatore divino: Gesù Cristo è un messaggio
che adempie, è vero, le profezie della Scrittura, e in questa ha la sua
prefazione, ma che pur tuttavia costituisce sempre una novità decretata da
Dio, promulgata e pubblicata sulla terra dal Suo Figliolo, e per nulla
debitrice alla sapienza umana esistente prima della Rivelazione” (p.9). E’
l’euristica del “punto di vista”, che annette e spiega e giustifica
tutto, qualunque tesi e ipotesi come “verità” parziale, sicché oggi i più
“laici” ecumenici osservatori, “scienziati” di fenomenologia
religiosa, arrivano a teorizzare che tutte le religioni sono vere,
rappresentando le diverse facce e gli attributi di DIO.
Ma
perché anteporre la fede, che è assenso e credito irrazionale, e resa della
ragione, l’astuto credo quia absurdum
clericale, la fede paolina come assurda certezza e “base di cose sperate”
e prova o “argomento di cose invisibili”, l’assoluta vera
fede come “virtù teologale cristiana”, per cui – secondo il
Concilio Vaticano I di Pio IX – “con l’ispirazione e l’aiuto della
grazia di Dio, crediamo esser vere le cose da lui rivelate, non a causa della
verità intrinseca delle cose stesse, scorta dal lume della ragione naturale,
ma per l’autorità del Dio rivelante che non può ingannarsi né
ingannare”? Perché uno stadio psico-emotivo più simile a un’infanzia
intellettiva, un’ebi-tudine accecata come questa, dovrebbe essere
presupposta dallo storico, senon per asserzione tautologica e quindi retorica,
per condiscendenza opportunistica, mentre affronta i dati – storici
possibilmente – relativi alla genesi fattuale della asserita
“rivelazione”, della mitologia io dico, delle istituzioni e dei culti
cristiani? Non va trascurato che quella della “fede” come “salvezza” o
“salvazione”, una nozione si può dire assente nell’Antico Testamento,
dove è presupposta come fiducia e obbedienza, ma non essenziale, e lo stesso
termine “fede” è raro; l’abbandono e la fedeltà religiosa al Dio della
speranza illusiva, è una ossessione mistico-retorica tipicamente cristiana,
già nei testi dei primi costruttori avveduti della mitizzazione deificante
del Cristo Gesù e del suo “sacrificio”.
Fede
sovra-naturale sconosciuta ai classici, alla umana fides
interpersonale privata e pubblica dei romani, anche alla numizzata e tutelare
Fides Capitolina, e alla umana pistis
greca che Platone poneva a fronte della epistéme,
come credenza, opinione (doxa),
conoscenza inferiore, basata peraltro sulla persuasione; intensamente,
religiosamente sopraelevata invece, in relazione fiduciaria reciproca al Dio
ebraico, nella oratoria sapienziale e profetica dei libri biblici. Ma solo nel
cristianesimo – deve ripetersi – la centralità e priorità della fede
è dogmaticamente assolutizzata, Dono e Grazia del vero Dio che col Battesimo
rende i cristiani i più autentici “fedeli” ecc. La fede
salvifica nella Rivelazione, in Gesù Cristo profeta e taumaturgo miracoloso
nei vangeli; “la Giustizia di Dio che si ottiene per mezzo della fede in Gesù
Cristo, da tutti quelli che credono, senza distinzione”, secondo la Lettera
ai Romani (3,22): la Fede è così rivendicata quale primo fondamento della
dogmatica teologica cristiana, più che in ogni altra religione (mono)teistica.
Senza questo preliminare appello irrazionalistico all’assenso emozionale,
alla gratuità dello slancio, all’astensione razionale e critica, ogni
religione teistica non potrebbe sussistere né giustificarsi, ma solo in
quella cristiana la si declama calcolatamente col massimo di enfasi: senza
questo appello ossessivo non avrebbe potuto propagarsi né durare nei secoli
fino all’empito di ri-evangelizzazione planetaria dell’ultimo Pontifex
Wojtyla.
Perciò
mi colpisce che per es. il laico Di Nola, compilando la sua voce nella Enciclopedia
delle Religioni (II, coll.1541s-45), definisca la fede
come “l’aspetto proprio dell’adesione intellettuale [?], esistenziale,
del soggetto religioso a conoscenze [?] ed esperienze sui
generis, nel senso che si rivelano impermeabili
alla logica della verifica empirica” (c.1541). Delresto Di Nola riduce il
suo intervento a “Problemi preliminari” relativi alle “religioni
primitive”, e a pochi “Connotati della fede in alcune culture
superiori”, insistendo nel caratterizzarla contraddittoriamente, senza
alcuna differenziazione, come “adesione conoscitiva, motivata dalla volontà
e dalla scelta, a verità che sono portate ad evidenza o sono rivelate da un
personaggio o da una figura divina, che è di per sé degna di fede”: ciò
“costituisce il fondamento della fede e presenta la fede come via
salvifica.” (c.1543). Come può esservi “adesione conoscitiva” a
“verità” che si pretendono “rivelate” da personaggi reali creduti
“figure divine”, senon per assenso suggestivo e irrazionale?
Ma
proprio riferendosi fugacemente al cristianesimo, Di Nola si fa teologo
sostenendo, col solito argomentare nebuloso dei suoi ispiratori, che “la
Rivelazione non solo fonda la validità delle verità che sono assunte per
fede (e che divengono dogmi, in
corrispondenza dei miti delle
religioni primitive [corrispondenza mitica appunto], ma pone la necessità di
una scelta fra la dimensione normale della realtà e quella specifica
dimensione che è oggetto della Rivelazione”. Una “scelta” cioè
irrazionale fra una cognizione critica della realtà e l’adesione gratuita a
una irrealtà di “visione” mitica, nemmeno originale in quanto prodotta da
sé, e in qualche misura “neces-saria” per questo (come al poeta ecc.), ma
ricevuta e imposta come “verità” per dogma, da autorità esterne. Si
arriva così a dire (maliziosamente?) che “la caratterizzazione secondo la
fede del rapporto istituito attraverso la Rivelazione diviene più intensa e
pregnante, quanto più la dimensione della nuova realtà proposta contrasta
con quella normalmente conosciuta e ne rappresenta l’antitesi non
componibile, sconvolgente e rivoluzionaria (v. per es. la fede negli
Evangeli)”, più o meno come tutte le psicopatie deliranti.
Di
Nola ha l’ardire di affermare, astraendo gravemente dall’imperiosa
“presenza” di una ecclesia millenaria, che “la fede conduce così all’acquisizìone
di verità non dimostrate, ma indiscusse e indiscutibili, per l’autorità di
chi le ha rivelate e per la loro funzione salvifica” (c.1544). Quale
“autorità”, quella del crocifisso deificato, che è solo una vaga
figurazione retorizzata nei millenni, o quella concreta massiccia avvolgente
della chiesa cattolica, dei suoi strumenti di “educazione”, di propaganda
della fede, e di temibile e comunque temuta condanna, dei suoi rituali magici
ininterrotti che pretendono di stringere l’intera esistenza degli uomini, in
sua possessione perpetua? Della “fede” nel Cattolicesimo
tratta, nella grande voce specifica a più voci, il teologo mistico Paolo
Giannoni, che mi è impossibile seguire (senza rischio di commozione), quando
parla di una “rivelazione di tenore noetico”, in termini seduttivi come
quelli con cui esordisce: “La rivelazione è un atto di amore sapiente di
Dio, che si rivolge all’uomo (come una persona si rivolge a un’altra
persona [né più né meno!]) per chiamarlo e ammetterlo alla comunione con sé”
(I, c.1531). Come resistere al richiamo panerotico del diodamore, e dei suoi
messaggeri suadenti, tanto più se ispirati dichiaratamente, come in questo
caso, dalla voce-sirena “Desiderio di Dio” del cattolico Dizionario
di teologia dogmatica?
Tornando
alla nostra trattazione, riprendo a dire che senza il preventivo atto di fede,
di questa prima fra le virtù teologali, senza il credo dogmatizzato che
compendia le verità “rivelate”, senza questa originaria espansione di
consenso irragionevole a certezze indimostrabili, dato in abbandono
totalitario, la “vera religione” del Cristo Redentore, l’“Unto
Salvatore” già attestato nella sua onomastica, storicamente esistente o
puramente mitico, non avrebbe realtà istituzionale. L’insistenza di Paolo
mistico ebreo proto-fondatore teologico, folgorato a Damasco e per la vita
dalla Fede nel Cristo, era però estremamente lucida nell’esigerla dai
proseliti, e non era soltanto una iterazione retorica, perché solo quella
Fede instauratrice poteva fondare, o rifondare sul tronco biblico
dell’ebraismo, la nuova religione da accreditare e i suoi ingannevoli
“nuovi” miti e riti magici.
Scorriamo
la sequenza ritmica degli appelli mistico-lirici paolini alla fede assoluta,
sacralizzata e perciò esclusiva e senza riserve e limiti, nella divina
Parola, nella divinità del Verbo, nella Nuova Alleanza col Dio unico. Nelle
epistole di Paolo è scontata la semi-divinità del Cristo Gesù, “Gesù
Signore nostro”, “Signore Gesù Cristo” ecc., di cui si professa
“servo” come apostolo predicante, per condurre in suo nome e per sua
grazia “all’obbedienza della fede tutti i gentili” (Romani, 1,1- 7). Il
vangelo “è una forza di Dio per la salvezza di chiunque crede, prima del
giudeo e poi del greco. In lui si rivela la giustizia di Dio, per mezzo della
fede e continuando nella fede, secondo sta scritto: ‘Il giusto vivrà per
mezzo della fede’” (1,16-17). Si è immessi nella tensione appassionata,
militante e semi-onirica dell’oratoria devota di Paolo “apostolo delle
genti”, nell’alone sacro-mistico di una “visione” in cui tutti gli
uomini, tutti peccatori “privi della gloria di Dio”, sono “gratuitamente
giustificati dalla sua grazia, mediante la redenzione che è in Gesù
Cristo”. Infatti nella evocazione mito-alogica paolina, Dio “ha stabilito
lui quale vittima propiziatrice, mediante la fede nel suo sangue, per
manifestare la sua giustizia – poiché, nella sua tolleranza, aveva lasciati
impuniti i peccati commessi – per manifestare, dico, la sua giustizia nel
tempo presente, in modo che si riveli giusto lui e sia il giustificatore di
chi ha fede in Gesù” (3,21).
Ecco
il tipo di esplicazione, nella suggestiva dialettica e didattica di Paolo
proto-luterano, per il quale l’uomo Abramo è giudicato secondo le opere, ma
“giustificato” dalla superiorità, dalla priorità di valore della fede.
“Essendo dunque giustificati per la fede, noi abbiamo pace con Dio per mezzo
di nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale, per la fede, abbiamo
ottenuto l’accesso a questa grazia in cui siamo, e ci gloriamo nella
speranza della gloria di Dio” (5,1-2). Sul granito imponderabile della Fede
totalizzante, come nell’accensione dell’entusiasmo mistico, della
parola-azione abbagliante, può costruirsi qualunque edificio mitografico e
retorico: tutte le “grandi religioni” vi si costruirono dalla protostoria
culturale dell’uomo, col sussidio di riti illusionistici, di arti magiche
ecc., e il supporto di istituzioni clericali spesso perduranti nei millenni.
E’ così che intanto l’ebreo cristiano Paolo di Tarso compone la sua
perorazione sulla fiaba radiosa dell’amore di Dio soccorrevole, del Cristo
“morto per gli empi”, per “giustificare” col suo sangue gli uomini
peccatori, salvandoli dall’amorosa ira divina, “riconciliati con Dio
mediante la morte del suo Figlio (5,6-11). Un invito pressante
all’identificazione mistico-metaforica con la morte e la resurrezione
immaginaria del crocifisso di Nazareth, a morire peccatori e risorgere a nuova
vita con lui: “Perché la paga del peccato è la morte, il dono gratuito di
Dio è invece la vita eterna in Gesù Cristo, Signor nostro” (6,23).
E’
lo stile intenso-aurato dell’“evangelio di Paolo”, che suggestionava
pure lo storico storicista laico Omodeo, nella sua evocazione
critico-apologetica che così esordiva (Paolo
di Tarso apostolo delle genti, 1922, E.S.I. 1956): “Un impeto di
conquista, un giubilante slancio vittorioso per l’erompere di forze
lungamente contenute, palpita nell’evangelio di Paolo. Egli ha il senso
d’una grandezza storica immensa (…). Con lui marciava un Dio conquistatore
come Dioniso movente dai vertici di Nisa…”., meglio arrestarsi qui, al
momento. Quello di Paolo, nelle epistole che ci sono tramandate, autentiche o
sia pure verosimilmente manipolate poi, è proprio l’immaginario mitografico
della Fede, congiunta alle altre virtù teologali
o soprannaturali, speranza e carità; è il linguaggio emozionale, suggestivo,
oratorio e dialettico dell’apostolato etico-religioso. E con ragione
martella sulla priorità della Fede, come ancora nella terza parte della
“Lettera agli ebrei”, perché la oscura Verità per cui si chiede credito
“assoluto” non ha neppure la parvenza di una controllabile “verità di
ragione”, ma è l’imperativa inflessibile sovrana “verità” dogmatica
del Sacro.
Nell’insistente
appello cristiano alla fede, che ricorre pure nei Vangeli canonici, e anche
per sollecitare credito nel Vangelo stesso (Mc. I,15), c’è una motivazione
immediata e permanente. La Fede assoluta che s’invoca, che si deve
pretendere prioritariamente, anche come “dono di Dio”, non è solo la
fede-credenza ebraica nel-l’onnipotenza del Dio creatore e la
fiducia-speranza del riscatto futuro del “popolo eletto” ecc. Quella
cristiana era una fede-azzardo benpiù temeraria, benpiù ardua da carpire, la
fede nell’avvento già adempiuto del Messia nella persona del pio ebreo Gesù
Cristo di Nazareth, il predicatore e mago crocifisso, e più arditamente nella
sua identificazione col Dio redentore, il figlio della vergine ricorrente
nelle mitologie salvifiche più antiche. Questa fede più difficile, nelle
difficoltà e nelle contrarietà delle origini, e pure nell’ambito del
consueto proselitismo popolare, esigeva perciò di proporsi radicalmente come
assoluta, atto di slancio irriflessivo, di adesione obbligante, di certezza
dogmatica nell’assurdo. L’assurda “scommessa” pascaliana era già
negli atti di pronuncia originari della “vera religione” cristiana,
debitamente oscurata nei dati naturali e nei “fatti” storici, con la
nebbia verbo-dorata del soprannaturale, retorizzato quale “sacro mistero”.
Come
altri da un punto di vista cristiano ha riconosciuto, “su questa centralità
e fondamentalità il cristianesimo ha sempre fatto leva per differenziarsi e
costituirsi di fronte a tutte le religioni storiche” (G.Di Napoli, autore
della voce “Fede” nella grande Enciclopedia
filosofica, Sansoni 1957, vol.II, col.290). Ma sconcertante è il
tentativo di razionalizzazione che, sulla scorta di una lunga tradizione
patristica e scolastica, Di Napoli qui fa pure della fede cristiana, con tesi
contraddittorie nel con-testo della medesima enunciazione. Infatti sostiene
che nel cristianesimo “l’atto di fede è posto certamente
dall’intelletto in quanto è cosciente adesione ad una dottrina o ad un
fatto, che viene testimoniato; tuttavia, data la mancanza di evidenza negli
elementi della proposizione, l’intelletto non aderirebbe, se non si avesse
l’imperio della volontà”, la quale a sua volta, “raggiunta la certezza
razionale” della “autenti-cità del discorso divino all’uomo”, solo
allora darebbe l’assenso. Secondo questa prospettiva stravolgente, tutta e
solo filosofica, il cristianesimo apparirebbe quasi il coronamento del logos
ellenico, consisterebbe cioè
non di una mitologia mistica, ma di dottrine razionalmente elaborate (dai
filosofi cristiani), suffragate da prove e verifiche di “autenticità” del
“discorso divino”, e dei “fatti” relativi al “mistero” della
deificazione del crocifisso. Quindi richiederebbe solo l’assenso della
ragione come una qualunque teoria scientifica, malgrado l’inevidenza globale
di una concezione teo-mitica, che per definizione si auto-denomina
“mistero”, e che perciò esige un poderoso atto di volontà, perché “le
è essenziale la non-evidenza del contenuto”, ovvero l’oscurità luminosa
della ragione (c.291)!
Altra
è la originaria Fede paolina da questo esercizio impotente di falsa
“raziona-lità”, una fede che è nell’essenza stessa del cristianesimo,
altamente verbalizzata pure nella sovra-ispirazione esoterica e gnostica del
quarto Vangelo attribuito all’apo-stolo Giovanni, il cui esordio è
largamente divulgato e perfino ricitato da poeti cristiani odierni come Luzi,
a sostegno attuale dei loro ispirati assoluti “poetici”. Ecco il Prologo
dell’ultimo Vangelo canonico: “In principio era il Verbo e il Verbo era
presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è
stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, neppure una delle cose create è
stata fatta. In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini. E la luce
risplende fra le tenebre; ma le tenebre non l’hanno ricevuta” (1,1-5). Nel
simbolismo trino del Verbo cristiano, questo identicamente è la Parola
assoluta, il Pensiero divino e il Figlio di Dio incarnato, mediatore e
testimone della Luce, a cui si deve credere. Secondo il mistificante
com-mentatore ecclesiastico della versione da cui cito, questo “Vangelo
dello Spirito” porterebbe “in se stesso le prove della veracità e
dell’ispirazione, perché soltanto i fatti accaduti potevano essere così
descritti, e soltanto sotto l’ispirazione di Dio l’uomo può scrivere nel
modo con cui è scritto il quarto Vangelo. San Giovanni Crisostomo che sa bene
gustare il sublime, esclama: ‘Quest’uomo barbaro per i Greci e per i
Romani, povero illetterato, che mostra sublimità mai tentate da umano
intellet-to, sarebbe già un gran miracolo; ma è miracolo ancor più grande
che egli abbia saputo trovare chi lo segua nei suoi voli ardimentosi’” (ed.cit.,
p.1130). Ecco l’esal-tante “razionalità” di questi messaggeri cristiani
di Verità divina!
Chiunque
può avvertire in questi originari fondatori della fede cristiana, e con più
evidenza in Giovanni, una specie di sublimazione travisante del logos,
come ragione e discorso
ieratizzati, che degradano nella ingenua e come trasognata prosaicizzazione
pastorale del clero cattolico, con cui tutti dall’infanzia abbiamo
consuetudine “formativa”, in tale familiarità alogico-linguistica da
subirla in lettura acritica anche da adulti, quasi come genere letterario
autonomo. A un riascolto disincantato, pre-letterario e areligioso dei testi
della Buona Novella e della Nuova Testimonianza, ur-ge infatti
l’interrogativo molto realistico sulla legittimazione e sulla straordinaria,
fanatica costanza di questi ebrei di tanta fede,
uomini di incerta o dichiaratamente mediocre estrazione socio-culturale, come
il tappezziere Paolo e l’illetterato Giovanni, e tutti gli altri umili
apostoli, pescatori carpentieri ecc., non escluso il mitizzato maestro, il
nazareno crocifisso. Che rivolti a un limitato uditorio dapprima popolare, poi
verosimilmente in espansione, pretesero credito illimitato alle loro fantasie
credule di “fedeli”, alle loro pretese “verità rivelate” o
testimoniate: nientemeno l’avvento imminente del “Regno di Dio”, la
comparsa di un Messia atteso in illusione, di un Salvatore del mondo, un
Dio-uomo Figlio di Dio, il suo sacrificio per la Redenzione di tutti gli
uomini, nel sognato Aldilà della Giustizia divina. Nei secoli dei secoli
questo candido racconto di fantasia illusionistica delle origini, su cui si è
costruito il monumento retorico della dogmatica cristiana, è stato assimilato
per fede irragionante come
patrimonio mito-religioso della “civiltà cristiana”, dagli infimi ai più
elevati gradi di una superba cultura teocratica millenaria.
Ma
si provi a immaginare la predicazione reale di queste tradizioni orali, così
diffuse nei luoghi e nei tempi del mito ebraico-cristiano, affidata a
testimoni autorevoli come quelli poi santificati da Santa Madre Chiesa,
personaggi inattendibili sotto ogni profilo, per arrogarsi il diritto
all’infatuazione e alla predicazione di un “nuovo messaggio” religioso,
radicato nella cultura religiosa dei libri ebraici, nella tradizione
messianica benpiù autorevole dei profeti e apologeti ebraici. Pietro Paolo
Giacomo e gli altri, quale investitura avevano per fare i loro annunci
clamorosi della comparsa del Figlio di Dio, della sua morte e resurrezione, e
fornire le loro attestazioni miracolistiche, così da esigerne credito per fede
fra la predisposta gente ebraica, un ascolto sempre più largo e qualificato
nella grande diaspora alessandrina e greco-romana seguita alle guerre
giudaiche di sterminio? Nessuna altra investitura certo che la loro medesima fede,
di uditori e discepoli del “maestro” figlio del falegname Giuseppe, e per
le Toledòth ebraiche perfino di
dubbia paternità adulterina (il peccato di Maria col centurione romano Ben
Pandera ecc.: v. R.Di Segni, Il
vangelo del ghetto, Newton Compton 1985). Quel Gesù di Nazareth, che
prima di loro si era assunta la missione “profetica”, per noi ardita ma
piuttosto comune nell’ebraismo, di predicare l’imminenza del Regno e del
Giudizio di Dio, e le virtù e le pratiche penitenziali predispositive
all’Avvento, secondo l’annuncio “profetico” e gli insegnamenti arcigni
di Giovanni Battista.
Il
quale annunciava già lui anche l’avvento del Messia, ma non pretese mai di
esserlo come pare – malgrado la fede odierna dei raccoglitori del verbo,
resta difficile discernere le sue autentiche parole (ipsissima
verba) negli stessi Vangeli – si sia invece proposto arditamente Gesù (Jeshua,
colui che salva, nome comune ebraico), come altri “profeti” apocalittici
in quegli anni. Appartenesse o no alla comunità degli Esseni, il suo
insegnamento non si discostava da quello ortodosso dei Filistei (“Non
crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad
abolire ma a completare”, Mt., 5,17), però di fatto lo superava con
esortazioni anti-precettistiche paradossali, rifacendosi all’autorità non
della Legge (Toràh) ma di Dio (v. R.Travers Herford, I
Farisei, 1925, tr.it. Laterza 1982, pp.182ss.). In questo era
probabilmente “blasfemo” per il clero giudaico e “ribelle” per il
potere civile, come Giovanni Battista già prima assassinato
(“sacrificato”) per questa pericolosità pubblica (Loisy, Le
origini del cristianesimo, 1933, tr.it. Il Saggiatore 1964, pp.92ss.;
Omodeo, Storia delle origini cristiane,
I, Gesù, Principato 1923,
pp.89ss.; Gentile, pp.79ss.).
Sulla
“storicità” di Gesù può pure convenirsi – come dicevo –, per indizi
sia pure vaghi o meglio indiretti, oltre le negazioni radicali peraltro
seriamente argomentate e ancora in molta parte valide, all’inizio del secolo
(E.Bossi, Gesù non è mai esistito,
1903, La Fiaccola 1976; contrari Loisy, pp18-19, e Omodeo). Ma non è un
“proble-ma storico” che interessi qui ora, non essendo rilevante se il
“maestro” sia realmente esistito o no, se la sua storia e il suo messaggio
siano stati costruiti apposteriori, improbabilmente su nulla, verosimilmente
su dati di fatto limitati e incerti: basti dire che lo storico ebreo Flavio
Giuseppe, fuori del molto sospetto testimonium,
lo nominava appena nelle sue Antichità
giudaiche, pubblicate alla fine del sec.I, mentre parlava di Giovanni
Battista (v. G.Davies, La Chiesa delle
origini, tr.it. Il Saggiatore 1966, pp.18ss.; Ricciotti, Vita
di Gesù Cristo, Rizzoli 1941, pp. 104-5; J.Maier, Gesù
Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, tr.it. Paideia
1994, pp.65ss.). Il lungo impegno protestantico di rifarsi alle origini
storico-teologiche del cristianesimo, di dissipare la leggenda e il mito, di
enucleare l’originario messaggio di Gesù Cristo e degli apostoli, questo
ampio e risolutivo processo otto-novecentesco di critica storico-biblica,
discusso da Omodeo nella Introduzione al suo studio su Gesù
(pp.XVss.), primo libro (1913) ancora tutto pervaso, pure nella revisione del
1923, di spiritualizzazione idealistica e di enfasi fideistica, piuttosto che
di senso storico; questo travaglio è l’ovvia premessa euristica del nostro
discorso, che non potrebbe formularsi senza quella moderna rivoluzione critica
della discussione filosofica e della ricerca storiografica sulla religione,
che risale a Spinoza e Bayle, ai deisti inglesi e all’intero secolo
dell’Illuminismo.
Si
riconosce largamente che, anche nei racconti paralleli dei Vangeli detti
“sinotti-ci”, detratto il mito cristologico sovrapposto, Gesù Cristo
predicatore esorcista di villaggi a cui l’ingresso nella città fu fatale,
non aveva inventato quasi nulla che già non fosse negli annunci d’imminenza
della tradizione ebraica del “Regno di Dio” e della speranza escatologica:
tanto meno aveva pretese di rifondazione religiosa (Loi- sy, pp.99ss.; Omodeo,
Saggi, p.9; Gentile, p.80; Bornkamm,
Gesù di Nazareth, tr.it. Claudiana
1977, pp.99ss. ecc.; Craveri, Gesù di
Nazareth dal mito alla storia, Giordano 1982). Omodeo, curioso storico
laico e risorgimentista liberale in cui resiste l’enfasi agiografica,
scriveva in sintesi nel suo saggio del 1927 su “Gesù il Nazoreo”, accolto
nei Saggi citati: “Potremmo quasi
domandarci che cosa hanno di comune Gesù e la religione che da lui si vanta
di derivare. Gesù è sempre nell’orbita del giudaismo anche se il conflitto
con i Farisei lo spinge alle frontiere. Manca in lui completamente
l’intenzione di creare una nuova religione: egli è un giudeo di puro cuore.
Manca ogni corpo di dottrina nuova. L’insegnamento di Gesù è un bando
profetico. Manca l’intenzione di creare una chiesa. Manca soprattutto ciò
che è uno dei perni del cristianesimo: la fede e la dottrina della
redenzione, la quale nei sinottici è malamente sovrapposta allo strato
tradizionale più antico” (p.49). Questo non impedisce allo storico di
ritrovare senonaltro l’umana “grandezza” di Gesù “popolano di
Nazareth”, scopritore casuale come Colombo, per “interiore virtù
eroica”, di “un nuovo mondo”, di un “nuovo territorio dell’anima
umana”, in cui l’uomo “opera e crea all’uni-sono col Dio creatore
della tradizione d’Israele” (p.51). Sarebbe questa conquista retorica
l’essenza del cristianesimo?
L’interpretazione
idealistica dovrebbe colmare lo iato fra la circoscritta realtà di fatto, la
“normalità” localizzata di una predicazione non rara, riconoscibilmente
non “originale” nel contesto, senon forse nell’ingenuo ardore di
convinzione messianica, nel contrasto azzardato con la Legge, col potere
clericale e civile, ebraico e romano, che costò la vita all’uomo di
Nazareth al suo ingresso in Gerusalemme, una pericolosa sfida che non fu
risparmiata penalmente, come a molti altri “cristiani” allora e poi.
Ma perché, a partire e a distanza da questa “normalità”, nacque e
crebbe il mito e il culto del Cristo crocifisso debitamente incielato, e il
movimento religioso detto “cristianesimo”? Questo genere di perché, in
relazione al verificarsi di ogni evento storico, e in particolare alla genesi
delle religioni, e in mancanza di ogni minima documentazione oggettiva, che
possa “spiegare” nei dati e negli atti certificabili la genesi di un
fenomeno remoto, sono destinati a non avere altre risposte possibili che
vagamente ipotetiche. Non esclusa quella – sostenuta con indizi non più
inconsistenti di molte congetture “storiche” di Ricciotti, nella sua
fortunata e ponderosa “biografia” piena di imprimatur più che di
sicurezze –, secondo cui il “cristianesi-mo” come culto del Cristo
(Messia) Salvatore sarebbe preesistito a un Cristo Gesù ignorato dalla storia
anche ebraica.
Questa
ipotesi tuttavia presuppone sempre la negazione radicale dell’esistenza di
Gesù Cristo, come posteriore invenzione “alessandrina” ecc., che non mi
pare proprio conciliabile con la preesistenza di una tradizione
“cristiana”. Si aggiunga la particolarità dei dati fattuali di una
vicenda che coinvolse personaggi storici, di dati che sarebbero stati
certamente contraddetti, negati come irreali dagli ebrei ortodossi e dai
“pagani” osteggianti i cristiani, e invece furono raccolti senza critica
dalle fonti cristiane, e sia pure deformati nei rispettivi punti di vista.
E’ vero che i sostenitori della non-esistenza del Cristo Gesù (Messia
Salvatore), come Gavenal, Dupuis ecc. e per ultimo Bossi, hanno mostrato
scomponendo il racconto evangelico che non uno dei dati biografici sfugge alla
comparazione possibile e alla derivazione probabile dai dati delle tradizioni
religiose medio-orientali, egiziane e mesopotamiche, specialmente i culti
solari dei misteri, degli dèi redentori figli della vergine (Bossi,
pp.117ss., 133ss.; H.L.Mencken, Trattato
sugli dei, 1946, tr.it. Il Saggiatore 1967, pp.78ss.; Gentile, pp.11ss.).
A cominciare dal culto persiano di Mithra, mediatore di-vino fra Dio e gli
uomini, il Signore nato in una grotta da una vergine il 25 dicembre, solstizio
d’inverno, morto e resuscitato redentore nell’equinozio di primavera, tali
datazioni erano largamente ricorrenti e come obbligate in questi culti diffusi
in epoca ellenistica, come quelli egiziani di Serapide (Osiride) e quello
analogo di Dioniso-Bacco, si direbbe letteralmente plagiati nei Vangeli
canonici. Che d’altra parte, decomposti come costruzioni devote posteriori,
appaiono esemplati passo passo per citazioni espresse sull’Antico
Testamento, come racconti sacralizzanti a “prova” dell’adempimento delle
profezie ebraiche del Messia. Malgrado tutto ciò, sembra difficile negare la
resistenza di dati biografici trasmessi per via orale e forse scritta, su cui
si è poi costruito la leggenda mitografica, secondo i modelli preesistenti
nella tradizione teistica più antica, quella ebraica dell’Antico
Testamento, tributaria a sua volta delle mitologie semitiche e orientali
(Bossi, pp. 125ss.; Caquot, Il popolo
d’Israele, nella Storia delle
religioni, dir. da Puech, tr.it. Laterza 1977, cap.I).
Ricordo
al riguardo che fra gli studi dello psicoanalista freudiano Th.Reik, nel suo
citato libro su Il
rito religioso (1919,1928, tr.it.
Boringhieri 1977), ce n’è uno sulla tradizione degli dèi-figli
“redentori e incivilitori”, che – secondo l’interpretazione freudiana
– sfidano e sostituiscono gli dèi padri delle rispettive religioni,
oppressi poi dal senso di colpa, e di cui qui si dà come “l’esempio più
significativo” il mito cristiano del crocifisso (pp.164ss.). Sono
riconducibili a quella tradizione dèi-figli come Tammuz, Adone, Atti e
Osiride, “amanti delle grandi dèe madri dell’Occi-dente”, che
“muoiono di morte violenta e scontano così l’incesto commesso (…). Le
morti violente di questi giovani dèi non sono affatto la fine delle loro
vicissitudini; essi vengono pianti dalle loro amanti e madri – per esempio,
Osiride da Iside ecc. – e la loro resurrezione è salutata e celebrata con
grande giubilo” (p.165). La mitologia cristologica dunque sarebbe stata
assai verosimilmente modellata su questi miti preesistenti con largo séguito.
“La morte sacrificale del Figlio di Dio è un tentativo di espiazione; essa
ha il carattere di un compromesso, giacché assicura il raggiungimento del più
ardente desiderio del figlio, vale a dire la sua incoronazione a fianco del
padre. La morte, il lutto della madre e la resurrezione, così come
l’ascensione di Cristo, ci offrono, come i miti corrispondenti dei culti di
Atti, Adone, Osiride, le migliori analogie con il divoramento degli iniziandi
da parte del mostro balum, col lamento delle madri a cui vengono strappati i
figli, con la resurrezione di quei medesimi figli e la loro accettazione a
fianco dei padri” (ivi).
Aldilà
della interpretazione psicoanalitica, a sfondo sessuologico, è questa
certamente per attestazioni convergenti la tradizione teistica attinta dal
giudaismo cristiano, nel suo espandersi al nord, nelle aree di cultura
tardo-ellenistica: è quella tradizione misterica degli arcaici riti
d’iniziazione religiosa, “per mezzo dei quali i
mistici s’identificarono col loro dio”, e che “presentano forme
di morte e resurre-zione identiche a quelle dei riti di pubertà. Possiamo
rintracciare – continua Reik – questo persistente elemento
d’identificazione dalle cerimonie dei selvaggi alle analoghe leggende degli
dèi-figli e alle iniziazioni religiose del Cristianesimo” (p.167). Ecco –
ripeto – un nesso arcaico di grande significato, e non importa che nel
consueto rovesciamento, pure di responsabilità e di primazie, tipico del
primo cristianesimo dei “santi padri”, con tutti i riti pagani anche gli
adoratori del dio-sole iranico Mitra, il cui culto ebbe tanta diffusione
nell’impero romano, e che comprendeva il pasto rituale di pane e vino,
questo fu dannato come “imitazione diabolica della Santa Eucarestia”
(p.168), da un cristianesimo delle “origini” sùbito intollerante e
menzognero “affindibene”, per la gloria del suo Dio e della sua ecclesia.
Delle
prime “fonti” del cristianesimo, a cominciare dalla vita e
dall’insegnamento di Gesù Cristo, il dotto abbate Ricciotti faceva un largo
excursus amplificatorio, tra fonti
non cristiane e cristiane, ma in concreto riusciva a raccogliere pochi e
incerti dati “storici”, come gli studiosi che lo avevano preceduto e che
lo seguiranno. Oggi per averne conferma basterebbe sorbirsi libri come Conoscenza
storica di Gesù di Nazareth, del gesuita Armando Guidetti (Rusconi 1981),
la cui prodezza “storiogra-fica” consiste nel presupporre e poi lungamente
“dimostrare” la “storicità dei Vangeli”. La nuova tesi
“giuridico-testimoniale” è che tutti i Vangeli sarebbero
“testi-monianze”, e anzitutto i “sinottici” sarebbero testimonianze
giurate raccolte da Pietro per autenticare gli avvenimenti e gli insegnamenti
di Gesù, secondo l’uso giuridi- co ebraico evocato dal Deuteronomio
(19,15), e come tali sarebbero “testimonianze storiche”! Essi corroborano
così la propria fede, soddisfatti delle loro “dimostra-zioni” militanti,
che dopo duemila anni riconfermano con imprimatur l’“ispirazione divina”
dei sacri testi, suffragando mirabilmente la non meno “storica”
costituzione conciliare Dei Verbum!
A
smentita si può risalire almeno al teologo R.Bultmann che, nel suo saggio
discusso del 1925 su Lo studio (Forschung)
dei vangeli sinottici, tradotto in solita eccedenza La
storia dei vangeli sinottici (Giordano 1996), titolo di uno studio
precedente dello stesso Bultmann, riesaminava i problemi testuali relativi
alla redazione dei vangeli canonici, applicando una tecnica storico-formale
dei testi detta Formgeschi-chte.
Ancora Bultmann con la sua parziale audacia riduzionistica si teneva in
equilibrio nei confronti della tradizione, evitando rigetti catastrofici. Non
potendo affermare la superata “storicità” dei racconti evangelici, li
valuta come racconti di fede rispondenti ai bisogni delle rispettive comunità
degli estensori, e riflettenti la teologia propagandata dal gruppo. Si noti
che, a cominciare dal più antico vangelo di Marco, erano scritti direttamente
in greco, non erano cioè traduzioni dall’aramaico, la lingua di Gesù e
delle “fonti”, e che nessuno dei redattori era discepolo di Gesù
(pp.33ss.). Si pone poi il problema dei “detti di Gesù” (logia),
della loro più che incerta autenticità, se tutte le circostanze della sua
vita e l’esistenza stessa sono incertissime, e Bultmann lo riconosce qui
come nel saggio su Gesù, e tale realismo motivava la sua
“demitizzazione”, pure non risoluta a spingersi a fondo.
Comunque,
con un perifrastico “quindi è possibile che”, riconosce l’ovvia
probabilità che “l’immagine che i sinottici danno della persona e della
predicazione di Gesu abbia cancellato parecchi tratti antichi e che siano
state attribuite a Gesù molte parole da lui non effettivamente pronunciate”
(p.40). E anzi va oltre, dando appena la possibilità o probabilità che nei
numerosi racconti non storici dei vangeli, “il detto di Gesù in essi
contenuto sia storico (p.69). Perché, se spesso lo dice lui stesso, ne è
diverso il contesto da uno all’altro, e incerto il significato originario
(pp.70ss.): infatti le parole di Gesù “sono state molte volte trasformate e
completate, sia per collocarle più adeguatamente in un contesto, sia per
inserirvi un riferimento alla persona di Gesu o una predizione concernente la
comunità” (p.73). Anche qui Bultmann ammette che non è più
riconoscibile” una identità personale e biografica di Gesù Cristo, ma
volendo evitare di scadere in un “completo scetticismo”, afferma che
sarebbe “rico-noscibile la cosa più importante: il contenuto del suo
annuncio”(p.85). Ancora una
volta non è chiaro perché lo sarebbe apposteriori in base a una lunga
tradizione, se “nemmeno per una singola parola di Gesù si può portare una
prova decisiva della sua genuinità” (ivi). Inutile dire quante riserve
siano state rivolte a Bultmann, ma ciò che non sorprende è la scarsa
ricezione che di fatto i suoi pure discutibili criteri selettivi abbiano avuto
in campo cattolico. Basta riscontrarlo in libri come Le
parole di Gesù, curato con imprimatur dall’autorevole mons.Rossano (Rizzoli
1991), che raccoglie qualcosa come 300 pagine di preghiere, discorsi, dialoghi
e detti del povero Cristo, non scrivente ma ugualmente prodigo di parole,
tutte certificate ma nessuna “genuina”!
A
proposito della millantata “storicità” dei Vangeli e in genere del Nuovo
Testamento, non è trascurabile certo il problema dell’attendibilità dei
testi trasmessi in tradizione: è interessante notare quanto riferiva al
riguardo lo storico cattolico U. Moricca, all’inizio della vasta sua Storia
della letteratura latina cristiana (vol.I, SEI 1924) sulle origini
“oscurissime” della Bibbia latina, sulle prime traduzioni dagli originali
greci fatte nel corso del II secolo: “Dove e da chi? Ecco due domande, a cui
nessuno sarà in grado di rispondere, prima che siano stati condotti a termine
i lavori di pubblicazione metodica, di analisi critica, e di collazione
rigorosa di tutte le antiche versioni bibliche” (p.39). Comunque, è certo
che “esse non erano l’opera di un dotto che traduceva integralmente,
dall’originale, ma venivano eseguite a poco a poco e, dirò così,
frammentariamente, per soddisfare ai bisogni del culto, il quale esigeva la
lettura e la spiegazione della Bibbia. Per decine di anni la bibbia greca
rimase l’unico vero testo, dal quale si traduceva il brano destinato ad
esser letto: ma più che tradurre, si parafrasava” (ivi). Così, “in capo
a un certo numero di anni, si ebbe una innumerevole congerie di traduzioni”
(ivi), di una “straordinaria varietà”, e così (osservo io) la sua
“storicità” filologicamente si consolidava! Da qui la necessità di
provvedere a una “revisione” e “unificazione, anche perché la
molteplicità delle traduzioni rendeva ancora incerta l’interpretazione dei
testi biblici, e acuiva sempre più le divergenze fra le traduzioni latine e
gli originali greci. Quest’opera di unificazione culmina con la Volgata di
Girolamo” (p.40). Ma prima ve ne furono molte altre, e per quanto riguarda
il Nuovo Testamento, “si ammette ormai generalmente l’esi-stenza di tre
gruppi: 1° i testi detti ‘africani’, cioè quelli che presentano
caratteri di stretta affinità con le citazioni di Cipriano e di altri
scrittori d’Africa; 2° i testi detti ‘europei’, cioè quelli usati
nell’Europa occidentale fin quasi al tempo di Costantino; 3° i testi detti
‘italici’, cioè quelli provenienti da una o più revisioni dei testi
precedenti, fatte in Italia nella seconda metà del IV secolo” (ivi).
Da
notare poi che la Volgata di Girolamo esercitò largo influsso sui manoscritti
più recenti, ma fu contestata e non è sempre controllabile, anche se fu
accolta infine universalmente: ma “della lotta sostenuta da Girolamo in
difesa della propria opera risuona ancor oggi l’eco possente – scrive
Moricca apologeta – nei fierissimi attacchi delle prefazioni e nell’amaro
tono della polemica con Agostino” (p.43). Nel-l’ampio capitolo dedicato a
Girolamo nel vol.II della sua opera ponderosa, Moricca rappresenta così
sinteticamente la situazione testuale della versione primitiva detta Itala o Vetus
latina del Nuovo T., che “aveva subito, con l’andar del tempo, la
medesima sorte toccata ai libri originali. Questi infatti, quanto più erano
copiati e studiati, quanto più si cercava di stabilire tra loro dei
confronti, nell’intenzione di completarli gli uni con gli altri, tanto più
venivano ad essere allontanati dalla forma originaria, e tanto maggiore era il
disordine che vi s’introduceva” (vol.II, p.1^, SEI 1927, p.1251). Come si
possa da tali premesse oggettive (“quante pretese profezie messianiche si
trovano citate negli scrittori del medioevo, delle quali non si vede traccia né
nel testo ebraico, né in quello della Volgata, ma che invece debbono
attribuirsi a false interpretazioni dei Settanta, perpetuate dai loro antichi
traduttori latini!”, Moricca, vol.I, p.44) vantare da parte del medesimo
Moricca la “scrupolosa fedeltà riscontrabile nei più antichi codici”
(p.45), con una presupposizione già dipersé indeterminata, può solo
spiegarsi con lo zelo cattolico dell’autore, che non manca mai di
manifestarsi in tutta l’opera, col massimo fastidio. E’ lo stesso zelo
istupidito e disonesto d’intellettuali minori, che anima gli attuali
sostenitori della “storicità” testimoniale dei vangeli.
Al
riguardo colpisce quindi che opere specifiche più recenti, come quella citata
di H.J.Kraus dedicata alla ricerca storico-critica su L’Antico
Testamento (1956, tr.it. Il Mulino 1975), e quella di W.G.Kümmel su Il
Nuovo Testamento (1970, tr.it. Il Mulino 1976), concordino
nell’attribuire alla Riforma l’avvio di una critica testamentaria,
sorvolando su questi fondamentali e originari problemi inerenti alla
“forma-zione” dei canoni testuali, che implicano già una critica
testuale. I problemi tuttavia relativi alla “autenticità” e alla
“formazione” di una traditio
testuale emergono qui necessariamente nel procedere in sviluppo fino al sec.XIX
della critica storica sul Nuovo Testamento. Specialmente con lo studio del
filologo K.Lachmann, che a base delle sue edizioni neo-testamentarie mise i più
antichi codici in greco e in latino (Kümmel, pp.212ss.), ponendo i discussi
problemi relativi alla priorità cronologica fra i sinottici; mentre della
singolare e distinta costruzione mitica del vangelo di Giovanni, Strauss aveva
trattato nella sua sconvolgente Vita di
Gesù, già radicalmente demitizzante (pp.178ss.), per cui gli fu vilmente
inibito d’autorità l’insegna-mento. Enorme lavoro, questo e tutto il
seguente otto-novecentesco che, confermando il carattere apologetico e mitico
dei testi neo-testamentali, sembra totalmente vanificato per i settori della
sub-intellighentzia ecclesiastica, col sostegno della pubblicistica
pseudo-laica cristiana di successo, la più degradata nell’èra wojtylana.
La cui speculazione sulla “storicità” dei vangeli ancora oggi riempie
perfino le cronache internazionali.
Vorrei
dare intanto un esempio di trionfale “storicità” dell’infanzia di
Cristo, attestata dai vangeli di Matteo e Luca, nella sempre ponderosa
dimostrazione ecclesiastica proposta da René Laurentin, I
Vangeli dell’infanzia di Cristo,
sottotitolo “La verità del Natale al di là dei miti. Esegesi e semiotica,
storicità e teologia” (Paris 1984, tr.it. ed. Paoline 1986). Si fregia
della prefazione del card.J.Ratzinger, giustamente preoccupato che “a
partire dal secolo dei lumi i racconti dell’Infanzia e della Resurrezione di
Cristo – che costituiscono l’inizio e la fine dei vangeli – sono
divenuti il centro della critica storica” (p.1), ma per la loro sospetta
inverosimiglianza storica. Infatti, della nascita e dell’infanzia di Gesù
nel proto-vangelo di Marco (oltre a Giovanni) nemmeno si parla: dice lo stesso
Ratzinger che “i Vangeli dell’Infanzia furono considerati come dei theologoumena,
dietro i quali non bisognava cercare una realtà storica, ma soltanto delle
sceneggiate che esprimevano alcune idee-forza della cristologia degli
evangelisti” (ivi). Tutto ciò finché arriva questo Laurentin, che con una
nuova rivelazione – stavolta dell’intelligenza critica, storica e
scientifica -, dimostra come tutto quanto introducono Luca e Matteo nella
formazione del mito cristologico sia molto più o molto meno che
“storico”, ovviamente, essendo mitologico. “Egli ci mostra come il vario
simbolismo dei testi si apra a una verità la cui ricchezza supera
l’immediata apparenza, e come la diversa esperienza di ciascun evangelista
interpreti l’avvenimento con una profondità che un semplice racconto non
sarebbe in grado di raggiungere” (p.6).
Si
punta su Luca principalmente, per la sua pre-dichiarazione professante il
massimo scrupolo “storico”, cioè “di avere dall’origine investigato
diligentemente ogni cosa”, e di riferirne con ordine perché si “riconosca
la certezza delle cose narrate”. Ma quali lo si vede sùbito dall’iniziale
narrazione della leggenda dell’Annun-ciazione, deltutto naturale come in un
racconto realistico: doppia annunciazione e doppia nascita verginale, del
Battista e di Gesù. compatibilmente con lo stato matrimoniale della vecchia
Elisabetta. Tralascio i capitoli
intricanti nel nulla, della cosiddetta “critica testuale” e profusa
“critica letteraria”, di un formalismo vacuo che si appiglia al
particulare con sovrabbondanti apparati eruditi: e per es. si dà il quesito
se il cosiddetto Magnificat di Luca 1,46 sia da attribuire – come è stato
attribuito da Loisy in giù – a Elisabetta o a Maria, dando per storico il
dato; o disserta sulla “verginità” di Maria largamente contestata (da
Harnack, Bultmann ecc.), con la stessa autenticità dei versetti 1,34-37,
riferenti l’annunciazione. Una specie d’imponente macchina del vento, di
oratoria perenne tecnicizzata, a conferma della mitologia dogmatica cattolica.
Accenno
solo alla “storicità”, a partire sempre dallo storicismo dichiarato da
Luca, la cui “storia vuol essere veridica, solida, rigorosa”, ma di fatto
Laurentin giocoliere del mito si riduce a cercare solo “indizi di storicità”,
peraltro “indizi numerosi e convergenti” (p.424). Consistenti in questo
inoppugnabile dato “storico”; che Luca
scrupolosamente “rispetta la modestia, la povertà, l’umiltà
sconvolgente dell’infan-zia di Cristo; tra i poveri e non in ambienti
prestigiosi si verifica la prima fioritura della fede e dei carismi”. A
riprova incontestabile della “storicità” del racconto di Luca, lo scaltro
autore elenca i seguenti dati di “prova”: che “non fa di Maria una
figlia di Davide, cosa che lo avrebbe aiutato a consolidare i legami davidici
di Cristo, perturbati dal fatto della concezione verginale”, “né fa di
Maria una discendente della tribù sacerdotale”; “non proietta la gloria
di Dio sulla greppia di Betlemme, ma soltanto sui pastori, lasciando Gesù
bambino nell’indigenza più totale” ecc., con esemplare “imparzialità”
(pp.424-25). Conclusione:“Certo, Luca non scrive la storia come uno storico
moderno. Egli ha messo insieme racconti di carattere semplice, diretto,
popolare, racconti già decantati, interpretati, meditati”. Così questo
lucido e attrezzato storico moderno, con dilettantismo finto candido, pretende
di riuscire a verniciare di storicità tale tipologia di racconti leggendari,
di tradizioni orali e popolari, sulle buone intenzioni di un narratore di
larga fede che li raccoglie e li riscrive unicamente per la gloria eterna del
suo Signore, il Messia crocifisso e risorto secondo le profezie più antiche e
più storicamente provate!
In
questo secolo sono pure intervenuti i giuristi, a riprova o rinforzo della
“storicità” sia di Gesù il Cristo sia dei vangeli canonici, con la
discussione storico-tecnica del “processo di Gesù”, quindi della sua
“passione e morte”: tema che appare minimizzato in opere storiche come il Gesù
di Guignebert (tr.it. Einaudi 1950, 4^ ed. 1974, pp.538ss.). Fra i più
recenti libri e libelli tradotti: J.Blintzer, Il
processo di Gesù, 1966, tr.it. Paideia 2^ 1980; G.F.Brandon, Il
processo di Gesù, tr.it. Comunità 1974; J.Imbert, Il
processo di Gesù, 1980, tr.it. Morcelliana 1984; G.Lohfink, La
Passione di Gesù. Gli avvenimenti dell’ultimo giorno, 2^ 1981, tr.it.
Morcelliana 1982. In italiano si va dal vetusto e corposo Il
processo di Gesù di G.Rosadi, che risale al 1903 (Sansoni, rist. 1949!),
al recente Processo e condanna di Gesù
di P.C. Antonini, Claudiana 1982.
La rilettura che Brandon fa dei vangeli, sotto il profilo processuale, è
deltutto negativa: fra contraddizioni, assurdità, reticenze e evasività, per
“l’im-paccio costituito dall’esecuzione romana di Gesù per
sedizione”, tutti seguono concordemente la stessa linea, nello “sforzo
comune di fare di Pilato un testimone dell’innocenza di Gesù, e degli ebrei
gli unici responsabili della sua morte” (.p.246). Come vedremo, la “realtà
storica” per Brandon (pp.247ss.) era incentrata sul “mes-saggio”
politico di Gesù, “rivoluzionario” d’ispirazione zelotica non esente
almeno da tolleranza della violenza (discepoli armati, a cominciare da
Pietro): tesi svolte più ampiamente nel suo libro maggiore, Gesù
e gli zeloti (1966, tr.it. Rizzoli 1983).
Le
descrizioni formali più recenti implicano proprio la interpretazione
sostanziale e quindi la caratterizzazione storica del processo, come
“religioso” o “politico”, nella responsabilità giuridica rispettiva
del Sinedrio ebraico e del procuratore romano. Ma le divergenze anche fra le
interpretazioni più libere, e fra studiosi ebrei tendenti a
de-responsabilizzare il Sinedrio (e quindi il popolo ebraico, quasi che si
identifichino), e quelli protestanti e cattolici, confermano per divario
d’interessi radicale, come si ristagni infine sempre nel campo delle
congetture volenterose, pure rivestite di tecnicità giuridica. Basti dire che
il centro della controversia consisterebbe nel dilemma se Gesù sia stato
accusato e condannato (dal sacerdozio ebraico) perché si proclamava “figlio
di Dio”, contrastando l’autorità sacerdotale; e dai romani perché si
proclamava “re dei giudei”, arrogandosi il “regno di Dio” come regno
reale, e sobillando il popolo ebraico contro l’autorità romana: così
avrebbe fatto credere il vecchio e astuto Caifa a Pilato riluttante indeciso (Imbert,
pp.124ss.; Antonini, pp.133ss.; Loh-fink, pp.47ss.). Affermazioni evangeliche
in realtà entrambe assurde e folli, da parte di Gesù predicante, e
attribuitegli dopo la morte: sicché tuttora, malgrado gli studi
“scientifici” vantati dal giurista cattolico Imbert, le motivazioni reali
della condanna a morte di Gesù, religiose e/o politiche, restano
insuperabilmente generiche e oggettivamente oscure.
Ma
la speculazione sulla “storicità” dei vangeli è ripresa in questo
scorcio di millennio in forme clamorose, giocando sulla “scoperta” di
frammentini isolati di papiro, nelle grotte di Qumran o altrove, che sarebbero
resti di rotoli di vangeli, e la cui datazione viene arretrata tanto da potere
annunciare al mondo, con ovvia esultanza cristiana, che si è definitivamente
provata la “storicità” dei Vangeli canonici, il loro carattere di
“testimnianze oculari”. E quale paese al mondo potrebbe essere il luogo
prediletto dal Dio per tali sconvolgenti nuove “rivelazioni”, senon
l’Italia centro mondiale della cattolicità? Già negli anni 70 (1972) il
padre José O’Callagan del Pontificio Istituto Biblico “per primo suggerì
– si noti la levità del verbo – che il frammento di Qumran, ora famoso,
7Q5 fosse Marco 6,52-53, e che 7Q4 fosse 1 Timoteo 3,16-4,3”, sulla rivista
italiana “Biblica”; e venti anni dopo (1991) se ne faceva altro più largo
annuncio sulla rivista cattolica “Il Sabato”, espressione del movimento
Comunione e Liberazione. Ma gli annunci in sé non avrebbero avuto richiamo,
se non fosse per la datazione dei micro-frammenti, che qualche studioso
cattolico aveva proposto, non certo disinteressatamente, di arretrare a prima
del 50 d.C., in base a opinabili considerazioni papirologiche. Mentre si
promuovevano convegni internazionali, su queste “scoperte” “il Sabato”
e “30 Giorni” s’impegna-vano in una lunga campagna di stampa, dal 1991
al 1994, i cui documenti sono poi stati raccolti in un corposo volume, Vangelo
e storicità (Rizzoli 1995), nella serie “i libri dello spirito
cristiano”.
In
particolare si agitava uno studioso anglicano tedesco, Carsten P.Thiede, che
subito dopo fece a sua volta una nuova clamorosa “scoperta”, potendo
disporre di altri tre micro-frammenti provenienti dalla biblioteca di Magdalen
college di Oxford, e già datati dagli esperti alla fine del II secolo: lui si
affrettava a identificarli come lacerti del vangelo di Matteo, e a ridatarli
anche lui molto anteriormente, addirittura un decennio dopo la morte di Gesù
Cristo! E si consideri che in questo caso si tratta del vangelo di Matteo, che
i biblisti considerano derivato dal prototipo di Marco, e che quindi dovrebbe
essere ulteriormente retrodatato, a pochi anni dalla crocifissione. Nuova
campagna di stampa, a partire dal londinese “The Times” e poi
nell’acco-gliente stampa italiana, coronata dalla pubblicazione di un libro
dello stesso Thiede, associato al giornalista anglo-italico Matthew
D’Ancona, dal titolo e sottotitolo stavolta letteralmente sparati: Testimone
oculare di Gesù. “La nuova sconvolgente prova sull’origine del
Vangelo”, edito dalla benemerita Piemme ultra-cattolica (1996). Così
irresistibilmente avanza il Cristo nel mondo massmediale del bimillennio, con
simili scoops che dovrebbero
“provare” l’autenticità dei diversi racconti evangelici, avallando
prodigi e miracoli, deificazioni e resurrezioni, cioè quello che finanche il
biblista protestante Bultmann dovette ammettere infine, in una resa alla
ragione demitizzante, essere “tutto un discorso mitologico”, riconducibile
“alla contemporanea mitologia dell’apocalittica giudaica e del mito
gnostico della redenzione” (R.Bult-mann, Nuovo
Testamento e mitologia, 1948, tr.it. Queriniana 1970, 1990, p.106).
A
questi eroici exploit catechetici,
si potrebbe opporre la severità di uno storico neo-testamentario come Günther
Bornkamm, che tentando di ripercorrere l’indagine storico-critica su Gesù e
l’origine della tradizione cristiana, non ha esitato “a riconoscere vana
impresa” ogni tentativo “di scrivere una vita di Gesù, e ciò non solo
per il presente, ma anche per il futuro”. E precisamente per il carattere
deltutto particolare delle ‘fonti’, quelle evangeliche originate non certo
da intenti “storici”, ma da “inte-ressi attuali di predicazione e di
celebrazione del Messia, incentrata perciò sulla sua Passione e morte e
resurrezione” (Gesù di Nazareth,
1968, tr.cit. p.10ss.). Infatti le sole “fonti” disponibili ancora oggi
restano, con le lettere di Paolo, i numerosi Vangeli circolanti alle origini,
canonici e “apocrifi”, che presuppongono gli agrapha
o logia, cioè gli elenchi di detti
attribuiti al “maestro”: anche se infine fanno testo solo i documenti
canonici raccolti come Nuovo Testamento, preceduti dalla predicazione orale,
dalla così detta “catechesi” cristiana, che poi si sarebbe consolidata
nei testi evangelici scritti (Loisy, pp.92ss.; Ricciotti, pp.115ss.;
A.Pincherle, Introduzione al
cristianesimo antico, Laterza 1971, pp.44ss.; H.Conzelmann, Le
origini del cristianesimo, tr.it. Claudiana 1976, pp.27ss.).
A
prescindere dalla molto discussa datazione e “autenticità” integrale dei
testi, passati al vaglio redazionale delle chiese primitive, concorrenti alla
formazione dei “testi sacri” (Loisy, pp.26ss.; Pincherle, pp.45ss.), è
noto che la lettera più antica di Paolo, la “I Lettera ai Tessalonicesi”,
risalirebbe al 51, oltre 20 anni dopo la morte del Cristo, le altre agli anni
seguenti fino al 66. Il primo Vangelo pubblicato – per congetture testuali
di confronto un po’ sottili (Davies, pp.22ss.) – sarebbe quello di Marco,
scritto probabilmente a Roma nel 66, quello di Matteo sarebbe stato scritto
fra il 70 e il 100 in Antiochia, quello di Luca in Grecia tra l’80 e il 90 (Conzelmann,
pp.29ss.; W.Schneemelcher, Il
cristianesimo delle origini, tr.it. Il Mulino 1987, pp.31.ss.). Seppure
fossero datazioni attendibili, sono comunque lontane dagli eventi narrati, e
assai dubbie come “testimonianze” nel tardo I sec., quando il proselitismo
proto-cristiano della “buona novella” (kèrigma)
e la formazione per “catechesi” del-la leggenda del Cristo-Dio era in
sviluppo.
A
leggere la cospicua biografia dello storico p.Ricciotti, la marcia della
“buona novella” sarebbe stata irrompente e l’“avanzata” addirittura
“trionfale nel giro di pochi anni” (p.118), con la circolazione di una
quantità di scritti perduti e di “vangeli” fra cui i tre sinottici e
quello giovanneo, i solo riconosciuti dalla chiesa nascente. “Ad essi soli
la Chiesa attribuì un valore di storiografia ufficiale; in essi ella
riconobbe l’ispirazione di Dio, e perciò li incluse nell’elenco di
Scritture sacre chiamato Canone” (p.120). Che per la rivendicazione
militante del prelato in polemica con la Riforma, scritti nei luoghi e momenti
più diversi, avrebbero tuttavia una “origine unitaria”, la benedetta
“catechesi” appunto, così imponderabile e sparsa. A quei quattro Vangeli
del canone, sulla cui priorità e sequenza di derivazioni reciproche la
critica testuale si è tanto affannata negli ultimi secoli (Loisy, pp50ss.;
Davies, pp.22s.), secondo il punto di vista “storico” istituzionale
dell’abbate, la garanzia e “autorità storica” dell’unità verrebbe
dalla somma “autorità” della Santa Chiesa stessa: “i singoli autori
delle quattro forme del vangelo in tanto valevano, in quanto erano
rappresentanti della Chiesa, dalla cui autorità essi erano adombrati (…) il
vangelo scritto presuppone la Chiesa e si basa su essa” (p.121). Quando? La
“fissazione del canone del Nuovo Testamento” sarebbe avvenuta “alla fine
del secolo II”, secondo O.Culmann qui citato, che li pone “al termine di
un lungo processo anteriore” (p.122). Ma qui sembra al contrario si faccia
un richiamo insistito alla precedente tradizione, alla “parola viva” che
precede la “autorevole” e autoritaria “fissazione del canone”: a meno
che si presupponga, e così è nello spirito unitario dell’ekklesìa, che
anche quella spontanea “catechesi” l’identifica con la disciplina e la
già ossessiva “auto-rità” della chiesa primitiva.
All’origine
prima dunque dell’“annuncio cristiano” (sempre kèrigma),
con più evidenza che in ogni altra religione storica, non c’è che la Fede
di uomini di fede, che reclama e riceve la Fede di altri uomini di fede. Una
tradizione orale di detti e atti del “maestro” itinerante e del suo
“sacrificio”, che appunto per trasmissione suggestiva, per “risonanza”
d’immagini (“catechesi” ancora), si propaga in crescita ammirativa e
venerazione, e reinvenzione ingenua, che suscita sia la suggestione volgare
che la leggenda, la credenza nell’occulto, nel soprannaturale e nel
miracolo. Come, fra i numerosi Vangeli
apocrifi nell’edizione curata da M.Craveri (Einaudi 1969, 1990), il
cosiddetto Protovangelo di Giacomo
(pp.8ss.), il Vangelo dello
pseudo-Tommaso (pp.32ss.) e il Vangelo
dello pseudo-Matteo (pp.66ss.), che hanno protagonisti fantasiosi (ma pure
“realistici”) Maria e Giuseppe e l’infanzia miracolosa di Gesù,
derogando dalla centralità canonica di Gesù Cristo adulto, Messia
divinizzato. Questi sarebbero con altri i cosiddetti “Vangeli
dell’infanzia”, a cui si aggiungono i “Vangeli giudeo-cristiani”, fra
i più interessanti per la riduzione verosimile all’uma-nità dell’ebreo
Gesù uomo giusto; altri “Vangeli della Passione e della Resurre-zione”,
con un curioso “Ciclo di Pilato”, una serie di “Vangeli gnostici” che
vedono Gesù come simbolo di verità ecc.
Ma
proprio l’estrema varietà e soggettività delle leggende orali e scritte,
tramandate in parte nel Medioevo – appunto come “apocrife” cioè
“segrete” – e all’origine di molte correnti e sette giudicate
“eretiche”, ne segnala l’oggettiva inattendibilità e inverosimiglianza,
già nella prima trasmissione emozionale fra i discepoli in clandestinità,
che poi a loro volta si attivano tra difficoltà nella predicazione popolare,
convertiti da “fedeli” del Dio della speranza ebraica e della sua
rivelazione, a fedeli della Rivelazione del Cristo Salvatore, rielevato al
medesimo sublime teistico, “alla destra del Padre”, come accadde per altri
profeti. Tutto questo può considerarsi nella “normalità” della fede
immaginante, dell’immaginario mitografico lasciato alla individualità
gratuita, nel libero esercizio delle disposizioni soggettive, dei gesti e
slanci privati prima e dopo la morte crudele e “rappresentazione” sognata
del crocifisso risorto. Ciò che è odiosamente arbitraria è
l’appropriazione clericale di una gerarchia organizzante, l’illegittima
istituzionalizzazione dichiaratamente autoritaria della fede comune, è la
canonizzazione esclusiva di costruzioni mitiche selezionate nell’inte-resse
di quella “autorità”, costituita in ecclesia
sancta.
E’
solo così che da una realtà spoglia, estremamente circoscritta e
“semplice”, la vicenda storica delle predicazioni ricorrenti in terra
ebraica, forse di maggiore richiamo, fu colpita infine a morte iniquamente per
la sua temuta eterodossia e pericolosità sociale, nella provocazione contro
la Legge (il Tempio) e l’ordine pubblico, dai poteri clericale e civile
collaboranti in reciproco sostegno. E’ così che un episodio di storia
locale tragico, di risonanza in origine comunque limitata, nella fede
idealizzante di pochi uomini produsse la leggenda e compose il mito del
maestro e taumaturgo martirizzato, vittima innocente. Era in effetti la
“resurrezione” memoriale del Cristo tradito e abbandonato da tutti,
nell’amore resipiscente di discepoli e seguaci impegnati a trasmetterne
l’insegnamento, la catechesi itinerante. Era il risarcimento devoto di una
trasfigurazione candida e immaginosa, nei vecchi e nuovi fedeli ebrei, fra cui
i fratelli di Gesù, nutriti di religiosità e di attese bibliche fino
all’identi-ficazione del martire crocifisso col Messia dell’annuncio,
l’adottivo “figlio di Dio” secondo l’espressione biblica riferita ai
buoni fedeli, assurto letteralmente a una mistica filiazione divina, il Figlio
accomunato nel culto sacro del Padre (I.Zolli, Il
Nazareno, Ist. d. Ed.Accademiche, 1938, p.122. Sulla “parusia”, la
riapparizione del “figlio dell’Uomo”, sulle nuvole in gloria e potenza,
v. U.Bonanate, Nascita di unaa
religione. Le origini del cristianesimo, Bollati Boringhieri 1994,
pp.64ss.: libro “laico” di esposizione gradevole, serenamente
sdrammatizzante di uno storico della filosofia poco problematico; sulla
“resurrezione” del Messia come novità normalizzata (v. pp.70ss.).
Amplificazioni
devozionali comuni a molte religioni magico-mistiche e ai loro “pro-feti”,
in particolare quelli assunti come dèi redentori. Slanci di amore mistico
partecipati agli altri nelle comunità di fedeli per “risonanza”
espansiva, e propagati al- l’esterno anche fra oltraggi e contrasti e
dispute accanite abituali nell’ebraismo, durante la stessa vita di Gesù
Cristo e della sua predicazione eterodossa, caratterizzano tutto lo sviluppo
impacifico del cristianesimo primitivo, con resistenze e persecuzioni esterne
e pure con molti dissensi interni (Johnson, Storia
degli ebrei cit., pp. 142ss.). Non va infatti trascurato il dato preciso
che “fin dalle origini ci fu una contrapposizione radicale e polemica di
idee tra cristiani (allora in gran parte giudeo-nazareni) ed ebrei sulla
valutazione della figura di Gesù”; e comunque “le fonti ebraiche offrono
nella loro globalità solo pochi accenni a un episodio storico, la vita di Gesù,
considerato marginale: la sua predicazione appare secondaria rispetto ad altri
traumatici eventi di quel periodo oscuro e travagliato” (R.Calimani, Gesù
ebreo, Rusconi 1990, pp.143-45). Al contrario sono proprio i vangeli
canonici, ancora oggi vantati come “storici”, a esprimere in concorso
l’apologetica della teizzazione del “figlio dell’uomo” in “Figlio di
Dio”. E questo fa pensare che la loro elaborazione grosso modo
contemporanea, pure attribuita a latitudini diverse, in date incerte più
probabilmente avanzate, nella sua non “spontaneità”, sia stata prodotta
nell’ambito delle prime “chiese”, predestinata alla “canonicità”,
con gli “Atti degli Apostoli” e la raccolta delle lettere apostoliche.
E’
noto che una assai corposa Storia della
ricerca sulla vita di Gesù l’aveva tentata A. Schweitzer (1906, 1913,
tr.it. Paideia 1986), con una conclusione negativa, ripresa poi da Bultmann:
“Questo libro – scrive l’autore stesso - in fondo non è che
l’e-spressione della nostra ignoranza circa il Gesù storico”. Come ho
accennato, è il dato di partenza di libri come il Gesù
di Nazareth di G.Bornkamm, che esordisce così: “Al punto cui siamo
giunti nessuno è più in grado di scrivere una ‘vita di Gesù’. Questo è
il risultato, quasi da tutti ammesso, seppure sorprendente, di una ricerca che
ha impegnato la teologia [?] per quasi 200 anni in uno sforzo straordinario e
certo non privo di frutti, per riscoprire e descrivere la vita del ‘Gesù
storico’, libera da ogni ‘abbellimento’ di carattere dogmatico o
dottrinale” (p.9). Marcello Craveri ha ripercorso alla sua maniera rapida
sintetica, su una estesissima informazione bibliografica, “l’evoluzione di
una ricerca” su Gesù di Nazareth dal
mito alla storia (Giordano 1982), ma vi è stata davvero una
“evoluzione” e in che senso? Il senso che gli dà lui è quello del
recupero di un “Gesù Cristo storico” come “personaggio che con un suo
particolare comportamento poté dare concretezza alle attese spirituali e
materiali di una piccola comunità palestinese e, dopo la morte, da latore di
un messaggio religioso con riflessi sociali e politici, venire assunto egli
stesso come simbolo della realizzazione di quelle attese”.
L’interpretazione
laica di Craveri sfuma troppo nel generico, specialmente circa l’operazione
ecclesiastica di “deificazione”, che fu reale e tragicamente conflittuale
nei primi secoli, e non è riducibile come lui fa, scrivendo contro
l’evidenza storica che “non si trattò di una vera e propria deificazione
di un uomo chiamato Gesù, ma il suo nome e la sua persona servirono come
punto di riferimento nella predicazione della comunità per oggettivare e
rendere credibili le loro certezze” (p.7). E’ comunque completamente
inutile puntare sulla irrilevanza biografica di un uomo, la cui esistenza non
ha lasciato tracce documentali in atti pubblici né ebraici né romani, e sul
suo misero séguito popolare, perché fu portatore di facili annunci
suggestivi e illusionistici, che probabilmente corrispondevano a attese
irrazionali del suo tempo, con l’esemplarità patetica della sua tragica
fine. E questo, per l’entusiasmo mistico e le capacità mitografiche di
altri uomini, e i molteplici loro allettamenti oratori, produsse un movimento
coinvolgente di cultura religiosa paurosamente regressiva, ma specialmente di
organizzazione attiva, di economia e politica ecclesiastiche ecc., che fu
indubitabilmente, concretamente storico. Il “Gesù storico” che conta è
solo questo, in quanto “reale” e sempre attualizzato come
“cristianesimo”. La cui storia può pure intendersi come la storia
dell’idea del Cristo, ma ha il suo limite “ideale” nel coincidere
insuperabilmente con la storia reale della chiesa, la sola entità davvero
“unica e vera”, in tutta sua crudezza, le sue violenze, le sue crudeltà
pragmatiche, l’enorme somma dei suoi poteri e dei suoi interessi.