Conosco Enzo Modugno da 35 anni. Ero affascinato dal suo dibattere per ore con Oreste Scalzone, per ore, in una auletta di Lettere. E' una delle menti più lucide della sinistra. Quella vera. Intendo dire: quella che crede ancora nella possibilità di costruire un mondo migliore. Naturalmente le persone con il suo livello di preparazione non hanno i riconoscimenti pubblici dei servizievoli cronisti del potere. Ma non demordono, continuano a PENSARE, con stimoli fondamentali per coloro che vogliono coglierli. Ho chiesto ad Enzo di poter pubblicare alcuni suoi articoli. Ha subito accettato. Ora mi rivolgo ai lettori. Vi prego, soffermatevi con estrema attenzione sulle cose che troverete scritte in questa pagina. Sono riflessioni di estrema importanza che non hanno una diffusione conseguente. Ogni momento del pensiero che si eleva rispetto alle sciocchezze dei "pennivendoli" quotidiani non esiste per il sistema di potere. Ed anche l'opposizione è sistema di potere. Tutto ciò che non rientra nelle loro prospettive asfittiche, dirette solo al mantenimento dei privilegi personali, semplicemente non esiste e, se esiste, è opera di persone stravaganti. Nelle cose scritte si può comprendere la non causalità della guerra, o meglio, delle guerre. Vi è un peccato incoffessabile per il CAPITALE: il dover ammettere che la guerra è indispensabile per superare le sue crisi cicliche. Tali crisi si susseguono ormai drammaticamente ... come le guerre. Ma non ammetteranno mai che lor signori provocano le guerre per il sovrano profitto, senza il quale lo stesso capitale non ha ragione di esistere.
Roberto Renzetti
Lord Keynes inviato al fronte
ENZO MODUGNO
Una
sinergia micidiale. La spesa pubblica militare è così diventata la formula
della
sopravvivenza per il capitalismo statunitense afflitto da depressione cronica,
ed è
ormai una necessità permanente, strutturale, inconfessabile che ha dunque
bisogno di
apparire necessaria in altro modo, giustificata cioè da una continua,
ossessiva,
apocalittica minaccia, che se c'è va enfatizzata e se non c'è va costruita. Torniamo
un po' dietro nella storia, agli anni Trenta, quando gli Usa stavano
attraversando il decennio di depressione più disastroso della loro storia,
curato invano
con la spesa pubblica civile. Ma quando «il dottor New Deal - disse l'allora
presidente
Roosevelt - lasciò il posto al dottor vinciamo la guerra», e nel 1941, già
nei primi mesi
di conflitto con la forte ripresa della produzione, gli Usa verificarono
l'efficacia
economica della spesa pubblica militare, la adottarono stabilmente e da allora
non
l'hanno più abbandonata. Quindi non ci troviamo all'inizio della «guerra
infinita» ma
ad un'alternanza di guerre calde e fredde che dura da 61 anni: oggi infatti, con
la
capacità produttiva inutilizzata al 25%, come nella grande depressione, l'unica
domanda che continua a crescere è quella per gli armamenti. Il
military keynesianism, di cui hanno scritto Paul Sweezy e Paul Baran, Harry
Magdoff,
Samir Amin, che hanno interpretato in questo modo le guerre Usa per più di
mezzo
secolo, è stato ripreso nei Social Forum ma oggi è quasi ignorato a sinistra.
Ne ha
parlato Alex Zanotelli e ne hanno variamente trattato Massimo Pivetti su «Giano»,
Giacchè, Burgio e Catone su «L'Ernesto», Nella Ginatempo su «Pace e guerra»
e
Sbancor su Indymedia, Luciano Vasapollo e Giorgio Gattei in La belle epoque è
finita,
quaderno di «Contropiano». Ma non ve n'è traccia nel pur dotto volume Per una
pace
infinita di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni, secondo i quali la guerra viene
fatta per
rimuovere le interruzioni alla circolazione delle comunicazioni e dei flussi del
petrolio e
del denaro. Secondo la
spiegazione «keynesiano-militare» delle minacce di guerra, il terrorismo e
il petrolio svolgerebbero il ruolo ufficiale di «minaccia». La guerra
al terrorismo è la versione ufficiale fornita dall'amministrazione Usa,
accettata da neoliberisti di destra e di sinistra, e anche da una parte della
sinistra che
rifiuta la guerra, ma perché la considera un mezzo inadeguato e
controproducente. Si
vedano a questo proposito, le critiche a questa spiegazione date da Andrea
Catone
nel numero 5 de «L'Ernesto». Rifiuta questa versione anche Alex Zanotelli: «Non
è una
guerra contro il terrorismo. Non so cosa sia successo l'11 settembre, un giorno
lo
sapremo, ma il complesso militare-industriale americano ha usato l'11 settembre
per
rilanciare l'economia». Qualche
mese fa a Praga, il presidente americano George W. Bush ha dichiarato: «La
guerra fredda è finita ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni
per
capire qual era la nuova minaccia», confessando così la troppo lunga
gestazione della
strategia statunitense sulla sicurezza nazionale. Ma può essere detto, con
Ramonet,
in altro modo: «l'anticomunismo vi era piaciuto? l'antislamismo vi entusiasmerà».
Tuttavia il terrorismo islamista non è l'Armata rossa e i 10 mila di Al Qaeda
non
riescono a giustificare una spesa militare così sproporzionata; anche perché
sono stati
allevati, istruiti, armati dagli Usa sin dagli inizi e usati contro l'Urss in
Afganistan; una
credibilità vacillante, anche per i dubbi e le inchieste sull'11 settembre. E' stato
dunque necessario un rilancio ufficiale. Se dopo l'11 settembre erano stati
previsti due anni, adesso il «piano militare strategico per la guerra al
terrore» ne
prevede altri trenta, un intero periodo storico, l'equivalente della Guerra
fredda, in
realtà la sua continuazione. «E' la formula magica per far durare all'infinito
il periodo
delle vacche grasse: la Guerra fredda è una pompa automatica, si gira un
rubinetto e
la gente strepita per nuovi stanziamenti militari, se ne gira un altro e lo
strepito
cessa», scriveva 50 anni fa l'ultraconservatore «U.S. News and World Report»
(citato da
Paul Sweezy ne Il capitale monopolistico). Nulla di nuovo dunque, nient'altro
che la
solita, collaudatissima «formula magica». Costruire o enfatizzare la minaccia
per
giustificare l'ingente spesa pubblica militare. Ma alla Casa Bianca ci sono due
scuole di
pensiero e la seconda ha un'altra minaccia da affiancare al terrorismo: la
mancanza di
petrolio. La
mancanza di petrolio costuisce, secondo alcuni documenti dell'amministrazione
Bush, il vero pericolo, dato che fondano alla «sicurezza nazionale» Usa sul
controllo
dei giacimenti. Questa spiegazione è recepita da un'altra parte della sinistra
perché
combacia con l'interpretazione «leninista» della guerra imperialistica come
guerra di
rapina. Per Valentino Parlato potrebbe essere «una tesi troppo
vetero-imperialista» (il
manifesto, 18-9-2002). Si sovrappone o coincide con l'interpretazione della
guerra
come imposizione dell'egemonia Usa. La versione petrolio è frequente sui media
europei ma, come ha rilevato Rifkin, non su quelli americani. In effetti le
compagnie
americane hanno comprato ancora nel 2001 il 42% del petrolio che l'Iraq è
riuscito ad
esportare. D'altra
parte se si trattasse davvero di una guerra per disporre di più petrolio, perché
solo ora e non dieci anni fa durante la guerra del Golfo? Quando invece il
petrolio fu
bloccato, prima col dietro-front a pochi chilometri da Bagdad e soprattutto poi
con le
sanzioni. Il
giornale della Confindustria si chiede preoccupato - ed è una preoccupazione
«europea» - se anche questa volta «ci sia interesse a tenere quel greggio
lontano dal
mercato per molti anni» («Il Sole-24 Ore», 23-12-2002). Non si aspetta oil
bonanza
neanche l'«Economist» (25-1-2003) secondo cui il motivo della guerra non è il
petrolio E poi come
sarà gestito il petrolio dell'Iraq? «Il petrolio è degli iracheni» ha
dichiarato
il segretario di stato Usa Colin Powell (22 gennaio), ma il suo capo tace: glie
lo
lasceranno o glie lo prenderanno tutto? E in questo secondo caso quanto potrà
costare
tenere a bada 25 milioni di iracheni? Dunque non
è certo la guerra che assicura agli Usa petrolio a basso costo ma al
contrario il controllo del mercato che già detengono da molti anni: infatti i
paesi
veramente dipendenti dal petrolio sono i paesi produttori, che non hanno mai il
coltello dalla parte del manico; il mercato del petrolio e dei derivati sul
petrolio è
dominato dalla domanda e i prezzi di riferimento (Brent e West Texas) si fanno
in
Occidente. Si prospettava anche un accordo tra i paesi importatori che
potrebbero
escludere alcuni paesi produttori gettandoli sul lastrico. E la Russia e altri
paesi non
Opec, che sono in grado da soli di fornire tutto il petrolio necessario
sostituendo il
Medio oriente, stanno ora tentando di convincere gli Usa ad acquistarne quote
maggiori: c'è infatti incertezza sull'incremento della domanda di petrolio, che
è del
2,2% secondo il modello di riferimento ma potrebbe essere solo dell'1,1% in
seguito
al risparmio energetico in consumi e investimenti. Perfino il Bush del «no» a
Kyoto ha
stanziato 1,2 miliardi per il motore all'idrogeno. Pertanto, e per il fatto che
i giacimenti
sono più vasti di quanto stimato qualche anno fa, il dominio sul mercato
assicura già
agli Usa abbondanza di petrolio e controllo dei prezzi. Per
questo, anche se la crisi economica, secondo la tesi neoclassica, derivasse dal
prezzo del petrolio - e non invece da ragioni endogene, secondo la tesi marxiana
-
non avrebbe comunque senso l'occupazione dei giacimenti perché rapinare
petrolio
costa molto di più che comprarlo: la guerra all'Iraq potrebbe costare fino a
2000 miliardi
di dollari, come sostiene l'economista William D. Nordhaus docente a Yale (il
manifesto
del 14/2/2003), e quindi gli Usa, che spendono 100 miliardi all'anno per
importare
petrolio, con 2000 miliardi potrebbero comprarne per vent'anni standosene
tranquilli a
casa. Ma sfortunatamente il rapporto costi/benefici è stato calcolato su un
altro piano. D'altra
parte il colonialismo è tramontato anche perché, stabilita l'egemonia
militare,
era più conveniente controllare i mercati che occupare i territori. Per questo
l'occupazione coloniale dei pozzi - oggi - può diventare un'altra
giustificazione per
l'ingente spesa pubblica militare. Il
keynesismo militare dunque è un tragico retaggio delle dittature che con la
gestione
neoliberista si è definitivamente affermato come indispensabile alla
sopravvivenza del
capitalismo. Un micidiale binomio che va riconosciuto e fermato: il terrorismo e
il
petrolio sono solo le giustificazioni di turno, ci saranno ancora minacce
ossessive,
apocalittiche, martellanti, e governanti che non oseranno metterle in dubbio.
L'anticomunismo delle blacklist maccartiste e l'antislamismo di oggi seguono lo
stesso
copione. Questo capitalismo ha avuto bisogno quest'anno per sopravvivere di 700
miliardi di armamenti mentre ne sarebbero bastati 13 per eliminare la morte per
fame. Un cinismo trasversale che ormai solo un grande movimento può fermare.
quando la riduzione della pressione fiscale e i tagli del costo del denaro non
danno
risultati - e 2) di rafforzare l'egemonia militare - che permette di controllare
mercati e
campi d'investimento e di rassicurare i capitali esteri che affluiscono a
finanziare il
deficit statunitense.
a buon mercato perché gli impianti petroliferi, già in cattive condizioni dopo
dieci anni
di abbandono, con la guerra peggioreranno e ci vorranno altri dieci anni per
ripristinarli, specialmente se Saddam Hussein distruggerà i pozzi: per questo
si
prevedono prezzi alti, $40 al barile, «almeno per molti anni».
Keynesismo
in versione liberista
Enzo
Modugno
In assenza di guerre generali, gli Usa
fomentano minacce
e attuano interventi regionali
atti a giustificare un budget militare in continuo aumento
La prima guerra mondiale era stata una guerra di rapina: il capitalismo delle
due parti belligeranti aveva come fine la distruzione dei capitali della parte
nemica per ereditarne i mercati e le colonie. Lo si vide bene a Versailles,
quando fu chiaro che la guerra non era stata altro che la continuazione della
concorrenza internazionale tra le grandi Potenze. Le crisi capitalistiche
nell’800 – sostanzialmente crisi di sovrapproduzione - erano state
devastanti, e avevano colpito i capitali indiscriminatamente su scala
internazionale. Con il 1914 e con l’esperienza della guerra totale, ci si
avvia a chiedersi: perché far distruggere dalla crisi i propri capitali?
Andiamo a distruggere i capitali degli altri, in modo da evitare che siano
colpiti i nostri. Quella guerra consistette quindi evidentemente in una gestione
militare della crisi economica: il ciclo economico diventa un ciclo di guerre
mondiali. Lo videro bene coloro – come Lenin e Buckarin, come gli esponenti
del nuovo comunismo novecentesco - che parlarono di imperialismo e di una
prospettiva di più guerre generali imperialistiche.
La guerra (che per gli americani durò circa un anno e mezzo, tra 1917 e ’18)
come gestione della crisi funzionò a meraviglia: il capitalismo tedesco fu
colpito gravemente e per il momento azzerato, perdette colonie e mercati, mentre
gli Usa si avviarono a diventare la prima Potenza mondiale. Gli anni Venti
furono un decennio di grande euforia e di inedito sviluppo economico: il
fordismo ne fu la manifestazione più evidente. La produzione raggiunse in
America livelli tali, che ne derivò la crisi di sovrapproduzione più
devastante del ‘900: quella che scoppiò nel “giovedì nero”
dell’ottobre 1929.
Qui si pone un problema decisivo: è possibile una guerra mondiale ogni volta
che si ripresenta la crisi economica? Nel 1929 non c’era ancora una guerra
mondiale a portata di mano. Ne seguì la più grave e lunga depressione del
secolo, che ancora nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, non era
stata risolta.
La società americana si era intanto avviata ad una trasformazione economica e
sociale radicale, per l’affermarsi del taylorismo-fordismo e dei consumi di
massa. Si scoperse che era possibile manipolare i consumi di massa cioè agire
sulla domanda, portandola a livello della quantità delle merci prodotte. Keynes
poté allora dire che lo Stato avrebbe potuto intervenire per sostenere la
domanda, tra l’altro con la spesa pubblica. La spesa pubblica può essere
civile o militare; la prima via, quella della spesa pubblica civile, fu tentata
dagli Usa con il New Deal, che però non fu sufficiente; la depressione –
ripetiamo – non accennò a sparire.
Quale fu dunque l’insegnamento della crisi?
Occorre riflettere in primo luogo, sul fatto che essa avvenne esattamente a metà
del periodo “tra le due guerre”, periodo che gli storici oggi concordemente
riassorbono nella definizione di una ininterrotta “nuova guerra dei trenta
anni”, dal 1914 al 1945. La politica economica statunitense era condizionata
dall’isolazionismo, che aumentò gli effetti della depressione.
L’inefficacia del New Deal ai fini del rilancio dell’economia e la grande
spinta che invece si ebbe già nei primi mesi di guerra dimostrarono che non può
sussistere un “keynesismo civile” senza il corrispettivo “keynesismo
militare”.
L’insegnamento della crisi fu dunque quello del necessario collegamento tra
l’elemento interno e l’elemento esterno, le famose due facce della politica
economica e della politica tout court. Ma le soluzioni proposte non furono
sufficienti. Scrivono Paul A. Baran e Paul M. Sweezy nel loro saggio degli anni
’60 su Il capitale monopolistico:
“ Considerato come operazione di salvataggio dell’economia degli Stati Uniti
nel suo complesso il New Deal fu quindi un palese fallimento. Anche Galbraith,
il profeta della prosperità senza commesse belliche ha riconosciuto che nel
decennio 1930-40 l’obiettivo non fu neppure sfiorato. Secondo le sue parole,
‘la grande crisi non terminava mai. Essa scomparve soltanto con la grande
mobilitazione degli anni ‘40’.
La spesa militare fece ciò che la spesa sociale non era riuscita a compiere.
Dal 17,2 per cento della forza-lavoro, la disoccupazione scese a un minimo
dell’1,2 per cento nel 1944. L’altra faccia della medaglia fu l’aumento
della spesa pubblica, che passò da 17,5 miliardi di dollari nel 1939 a una
punta massima di 103,1 miliardi di dollari nel 1944”.
A proposito del ruolo che gli Stati Uniti, con le due guerre mondiali,
guadagnarono nel mondo, gli stessi autori scrivono riassuntivamente:
“In realtà, durante tutto il periodo che va dal 1914 al 1945 la potenza
relativa degli Stati Uniti crebbe più o meno ininterrottamente a spese di
nemici e alleati e alla fine della seconda guerra mondiale vediamo gli Stati
Uniti emergere come indiscussa nazione egemone del mondo capitalistico […]”.
( ed. it. Einaudi, 1968, pp. 136-137 e 154)
Il saggio dei due marxisti americani va a mio avviso riproposto ancora oggi alla
lettura proprio in momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui il
neoliberismo, pur rifiutando il keynesismo, ha in effetti assunto – da Reagan
in qua – il “keynesimo militare” come pilastro di politica economica.
L’aggressione giapponese a Pearl Harbour fu quindi provvidenziale a tale punto
che si è pensato che essa fosse il frutto di provocazioni e addirittura di
sottili manovre americane per favorire l’entrata in guerra del gigante
americano, una specie di “Torri gemelle” nell’arcipelago delle Hawaii. In
pochi mesi di guerra e di spesa pubblica militare – già in aumento a partire
dal 1939 con i rifornimenti militari alla Gran Bretagna, ma ancora insufficiente
– la disoccupazione praticamente sparì, il lavoro straordinario divenne la
regola. Keynes aveva quindi ragione: non la distruzione di capitali altrui, ma
la spesa pubblica propria poteva riavviare l’economia. E fu la spesa pubblica
militare a dimostrare d’essere la più efficace.
Il 1941 fu dunque un anno periodizzante. La condotta della guerra da parte degli
USA tra il 1941 e il 1945 dimostrò alcune importanti conseguenze del principio
base:
1 - il grande e subitaneo incremento economico che finisce con il costituire il
raggiungimento dello scopo della guerra e in anticipo rispetto al suo esito e
2 - a prescindere anche da esso: non è tanto la distruzione delle nazioni
capitalistiche concorrenti sul mercato internazionale a determinare il rilancio
dell’economia e la protrazione della vita del capitalismo, quanto la spesa
pubblica militare in sé;
3 - da allora un elemento nuovo viene a determinare la grande strategia politica
della Superpotenza americana: la guerra diventa per l’establishment
statunitense il principale strumento di politica economica;
4 - in questo quadro un’importanza centrale venne ad assumere a partire dal
1942 la produzione della bomba e degli armamenti atomici: intorno a questi
ruotavano non soltanto una strategia, ma un’economia e una produzione che
appaiono ben presto caratterizzanti le vere fonti della politica USA, ciò
quello che Eisenhower definì “complesso militare industriale”
5 - quella che si chiama guerra fredda è il risultato di tutto ciò; non c’è
più il classico dopoguerra dei manuali di storia e del cant della cultura
capitalistica, con i temuti postumi e i “torbidi sociali” che avevano
caratterizzato gli anni dal 1918 al 1921-23. La “guerra fredda” rappresenta
la necessità della continuazione di un trend i cui vantaggi sono ormai
comprovati e di cui lo sviluppo della tecnologia, in primo luogo militare, è il
supporto;-
6 - a questo punto la necessità di una guerra generale guerreggiata lascia il
posto ad una continua minaccia della stessa, spinta fino ad una politica di
brinkmanship
e a guerre “minori”. Inizia un sorprendente fenomeno di separazione tra
spesa pubblica militare e guerra; le guerre saranno locali, e avverranno in una
conveniente atmosfera di anticomunismo e di difesa del “mondo libero” e di
una “democrazia” sempre più formale.
Un preciso riscontro di tutto ciò lo troviamo in un giudizio del sovietico
Georghi Arbatov secondo il quale il quale Gorbaciov ha compiuto l’atto più
ostile contro l’Occidente, portando l’Urss verso la dissoluzione e quindi
sottraendogli il nemico. Caduta l’Unione Sovietica venne meno una minaccia che
era il volano della spesa militare e dell’apparato che concretamente la
determinava. Ma questo apparato postula e quindi crea o enfatizza una minaccia
permanente e graduabile che legittima un’intera struttura economica e
politica. Senza di essa, non vi è né giustificazione esterna né consenso
interno.
Sull’ultimo numero 41 “Giano” Luigi Cortesi ha citato e commentato un
passo dei primi anni ‘70 del grande storico ed economista Georg Hallgarten,
relativo all’uso americano della minaccia sovietica:
“Se questa tremenda potenza sovietica non fosse esistita – scriveva
Hallgarten – l’Occidente, per parafrasare il famoso detto di Voltaire,
avrebbe dovuto inventarla. In questo periodo, tanto le forze armate statunitensi
quanto gli interessi in esse investiti avevano raggiunto proporzioni tali che
l’improvvisa scomparsa dell’avversario sarebbe stata equivalente a un
disastro sociale” G.H., Storia della corsa agli armamenti, Roma, Editori
Riuniti, 1972. p. 289).
Commenta Cortesi:
“Scomparso dunque il nemico, come evitare il disastro della pace? Non è
facile rendersi conto che gran parte dei problemi del nostro tempo – in questo
passaggio di secolo e di millennio – sono scaturiti dalla risposta che nei
primi anni ’90 fu data a quella cruciale domanda” (“Giano”, n. 41, p.
80)
Una nuova minaccia o quanto meno un nuovo incipiente rischio doveva essere
costruito: gli anni 90, dalla prima guerra contro l’Iraq di Bush padre alla
partecipazione alla guerra contro la Jugoslavia, fino al recente (2002)
documento The National Security Strategy di Bush figlio hanno visto esattamente
la gestazione e lo svolgimento di questa operazione di costruzione della
minaccia. Come ha dichiarato il presidente Usa a Praga, “La guerra fredda è
finita; ma ora ci sono nuovi nemici. Ci abbiamo messo dieci anni per capire
qual’era il nuovo pericolo”.
Ma con ciò il concetto e la pratica della guerra, mentre vanno incontro a
mutamenti radicali, storici, di modalità, assicurano la perpetuazione dei
conflitti armati in presenza di armi sempre più letali capaci di distruzione a
livello planetario, di cui il capitalismo non fa particolarmente questione.
Tuttavia Al Qaeda non è l’Armata Rossa, non ha altrettanta credibilità. La
versione ufficiale, che si fonda sulle capacità offensive del terrorismo e
sulla necessità di contrastarle, non è sufficiente a reggere l’immensa
impalcatura del “complesso militare industriale”. Occorre dare corpo ad una
“strategia della tensione” globale e totale.
Questione palestinese e Ceceni, islamismo e “asse del male”, rivolte contro
le multinazionali e movimento contro la guerra sono momenti di un puzzle che lo
strapotere mediatico e la rozzezza della strategia texana promuovono a fenomeno
unico. Gli attentati dell’ 11 settembre gli hanno fornito la miccia più
adatta. Non pochi commentatori anche americani, però, avanzano gravi sospetti
sul comportamento dei servizi – americani e alleati - in quella occasione
(vedi Giulietto Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002, spec.
Cap. 5), nonché Ahmed Raschid, Guerra alla libertà e R. Goldstein, La guerra
va a tutto gas, “il manifesto” 21.12. 2002).
Per dare al tutto una vera affidabilità si drammatizza la carenza di petrolio e
si finge la possibilità che il mondo islamico tronchi i relativi rifornimenti.
Il petrolio è invece un elemento di costruzione della minaccia, e la sua
enfatizzazione è largamente strumentale. Il problema reale ed immediato è
costituito invece da una crisi capitalistica che si trascina dai primi mesi del
2001 e che l’economia degli Usa - dopo avere messo in atto tutti i possibili
rimedi, dal taglio della imposizione fiscale alla diminuzione dei tassi – non
può che affrontare nei termini del massiccio ricorso ad una gestione militare
della crisi stessa. La questione del petrolio esiste al di qua e al di là della
guerra; essa involge anche problemi di controllo del mercato e controllo delle
risorse globali, ma il problema esiste sullo sfondo della visione prioritaria
dei livelli economici della crisi in atto e di una definizione dello stato
attuale dello sviluppo del capitalismo.