FISICA/MENTE

 

 

http://www.amnesty.it/campaign/io_non_discrimino_2003/temi/leggi.php3?menu=temi  

AMNESTY INTERNATIONAL

Alcune leggi israeliane sono discriminatorie nei confronti dei palestinesi. La Legge del ritorno, ad esempio, garantisce automaticamente la cittadinanza israeliana agli immigrati di religione ebraica, mentre ai rifugiati palestinesi nati in quello che oggi è lo Stato di Israele viene impedito di esercitare il diritto di tornare a casa. Molti degli oltre 3000 ordini militari in vigore nei Territori occupati presentano caratteristiche apertamente discriminatorie. Un aspetto preoccupante è quello relativo alla demolizione delle abitazioni: dal 1967 migliaia di case sono state abbattute a Gerusalemme Est, a Gaza e in Cisgiordania, perché costruite "illegalmente" o perché appartenenti a famiglie di palestinesi colpevoli, o ritenuti colpevoli, di aver commesso attentati in Israele.  

 

Israele non è forse la sola democrazia del Medio oriente?

Formalmente, Israele è uno Stato democratico. A cadenze regolari si tengono elezioni parlamentari e comunali a suffragio universale aperto a tutti i cittadini israeliani.
Tuttavia, nonostante si presenti come Stato democratico, Israele compie continue violazioni dei principi democratici nei territori palestinesi occupati come descritto nella sezione precedente. Inoltre, Israele viola i diritti umani e i principi democratici dei palestinesi che sono cittadini israeliani e vivono nel territorio dello Stato d’Israele. I palestinesi cittadini israeliani rappresentano il 20% della popolazione israeliana.
La nozione di cittadinanza dello Stato di Israele è in contrasto con il concetto universale moderno di cittadinanza, secondo cui tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di fede, lingua, nazionalità ecc. Nello Stato ebraico di Israele, solo gli ebrei godono di pieni diritti politici e sociali, mentre i cittadini palestinesi di Israele sono discriminati sia nella legislazione scritta (secondo una relazione dell’ONU, nel 1998 vi erano 17 leggi contenenti discriminazioni contro cittadini arabi) e sia nella prassi consuetudinaria.

Esempi di leggi discriminanti:

La legge del ritorno (1950), si basa sulla definizione rabbinica di ebreo, secondo la quale è ebreo chiunque sia nato da madre ebrea o si sia convertito alla religione ebraica. La cittadinanza israeliana viene data a qualsiasi ebreo ne faccia richiesta, il che significa che qualsiasi ebreo, proveniente da qualunque parte del mondo può stabilirsi in Israele con pieni diritti di cittadinanza; tutto ciò mentre il diritto al ritorno è negato ai rifugiati palestinesi che furono costretti alla fuga dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948-1949. Pertanto, la nozione israeliana di cittadinanza, basata su legami di sangue e sulla fede religiosa, è antidemocratica per definizione.

La “Absentee Property Law” (1950), stabilisce che qualsiasi proprietà abbandonata da coloro che furono costretti alla fuga nel corso del conflitto del 1948-1949 venga incamerata dallo Stato di Israele. Ciò si applica a 200.000 palestinesi di cittadinanza israeliana (20% del totale), che fuggirono dalle loro case nel 1948 e si stabilirono in altre aree all’interno di Israele. Ma questa legge si applica anche ai palestinesi che fuggirono in altri paesi o in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Tutte queste persone si sono viste negare tutti i diritti di proprietà (su terreni, abitazioni, società, azioni, conti bancari, cassette di sicurezza ecc.), che appartenevano loro fino al 1948.

Le leggi che impediscono ai partiti arabi che non riconoscono il carattere ebraico dello Stato israeliano di partecipare alle elezioni.

La legislazione di emergenza del 1945, che consente la confisca delle terre arabe (nel 1998 solo il 10% della proprietà immobiliare detenuta da palestinesi prima del 1948 era ancora in mani palestinesi).

La legislazione sull’istruzione, che contempla tra i suoi scopi dichiarati la promozione della cultura ebraica e dell’ideologia sionista.

Altre pratiche discriminatorie
La popolazione israeliana palestinese subisce discriminazioni nella ripartizione dei finanziamenti per i servizi pubblici; ciò significa che la maggior parte delle città a popolazione prevalentemente palestinese ubicate all’interno di Israele ricevono stanziamenti di bilancio decisamente inferiori per la sanità, l’istruzione e altri servizi sociali rispetto alle città a maggioranza ebrea.

Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti:

°

Il reddito medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più basso tra tutti i gruppi etnici del paese.

°

Il 42 % dei palestinesi cittadini israeliani all’età di 17 anni ha già abbandonato gli studi.

°

Il tasso di mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per 1000 nascite contro 5,3.


La rivista de il manifesto numero  10  ottobre 2000

Israele: una crisi sociale

DISEGUAGLIANZE E INTEGRALISMI
Michele Giorgio

   

 

Gli editorialisti Haim Ben Shahar e Elhanan Helpman non hanno dubbi. Il cambiamento più significativo avvenuto nella breve storia dello Stato di Israele è stato il passaggio, rapido negli ultimi anni, da un sistema economico fondato su una sostanziale redistribuzione del reddito nazionale ad un'economia di mercato ispirata al modello liberista americano. "La crescente ineguaglianza nella distribuzione del reddito tra gli israeliani è il problema più grave che affligge il paese insieme alla crescente disoccupazione. Sebbene questo problema si registri anche in altri paesi occidentali, in Israele è particolarmente preoccupante" hanno scritto Shahar e Helpman in una serie di articoli apparsi a giugno su "Haaretz", il quotidiano più autorevole di Israele. Una trasformazione profonda dell'indirizzo economico che ha avuto conseguenze importanti sulla società contribuendo peraltro ad approfondire il solco tra i diversi segmenti della popolazione e, più di recente, anche tra laici e religiosi.
Lo sviluppo tecnologico è stato il fattore determinante della trasformazione economica di Israele, in misura persino superiore rispetto ad altri paesi dell'Occidente. La produzione agricola, fino agli anni '70 fiore all'occhiello dell'economia nazionale, oggi contribuisce per appena un 3 per cento alla ricchezza nazionale ed è largamente dipendente dalla manodopera straniera e palestinese. "I kibbutz, le cooperative agricole - ha spiegato Arye Arnon, professore di economia dell'università di Beersheva - hanno fatto fatica ad adeguarsi alle mutazioni profonde che sono avvenute in economia e nella società e per questo motivo hanno visto rapidamente diminuire il loro peso fino a diventare un settore marginale". I risultati di uno studio reso pubblico a metà settembre hanno rivelato che un terzo degli israeliani che abitano e lavorano nei kibbutz vivono sotto la soglia di povertà. Un dato che contrasta con l'immagine di prosperità e serenità che i kibbutz hanno dato sino ad oggi all'esterno. "Oggi domina l'alta tecnologia - ha aggiunto Arnon - settore privilegiato dagli ambienti più liberal della società e che tuttavia si scontra con l'economia più tradizionale che dà lavoro e reddito alle classi più svantaggiate e povere". Secondo Arnon l'economia e la società di Israele "si ispirano sempre di più al modello americano". Welfare, Stato imprenditore, aziende collettive, kibbutz. Parole che stanno rapidamente scomparendo dalla realtà quotidiana di Israele a 52 anni dalla sua fondazione. È evidente che il processo di pace in corso in Medio Oriente è volto a garantire l'inserimento a pieno titolo dello Stato ebraico nella regione e non soltanto a mettere fine al conflitto arabo-israeliano o a realizzare le aspirazioni dei palestinesi. In linea naturalmente con le esigenze della globalizzazione che anche in Israele hanno trovato importanti sostenitori e persino qualche ideologo.
Il processo di privatizzazione delle industrie e imprese pubbliche - politica seguita anche dal potente sindacato unitario, Histadrut, fino a pochi anni fa il maggior "imprenditore" del paese - è stato il colpo più duro inferto al modello egualitario che aveva contraddistinto i primi 25-30 anni di vita di Israele. Nel 1998 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello Stato circa 1,2 miliardi di dollari e il giornale "Globes-Arena", vangelo dei sostenitori della new economy e del mercato libero, ha annunciato la imminente cessione da parte dello Stato del controllo di banche e industrie di primo piano come la Bank Leumi, la Bezeq (telecomunicazioni) e la compagnia di bandiera El Al.

§

 

In futuro lo Stato rinuncerà anche a buona parte delle industrie militari che passeranno ai privati. Le privatizzazioni e il nuovo indirizzo economico hanno contribuito in modo determinante ad approfondire le differenze di classe e in definitiva hanno allungato la distanza tra gli ebrei ashkenaziti (di origine europea), generalmente laici, e quelli sefarditi (provenienti dal mondo arabo), più legati ai valori religiosi. Gli israeliani più poveri - in gran parte ebrei sefarditi, religiosi ortodossi e arabi, hanno dovuto fare i conti con una Stato che ha gradualmente ridotto l'assistenza sociale ed economica ai più bisognosi. I governi che si sono succeduti in questi ultimi anni, ha evidenziato Haim Ben Shahar, si sono limitati a combattere la miseria con sussidi pubblici che hanno soltanto aumentato il livello di dipendenza delle famiglie dagli aiuti governativi, senza risolvere i problemi strutturali. "I vari governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni - ha aggiunto Ben Shahar - hanno approvato soltanto misure parziali per alleviare la povertà senza preoccuparsi di avviare una politica finalizzata a una più equa distribuzione del reddito nazionale. Le disparità non sono state superate e il gap rimane ampio".
Amnon Raz, docente di Storia ebraica all'università di Bersheeva, sostiene che la crescita dell'influenza dei movimenti e dei partiti religiosi non sarebbe stata così rapida e inarrestabile senza le privatizzazioni, la politica del libero mercato e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una porzione consistente della popolazione, in particolare degli ebrei sefarditi. "La politica economica che ha smantellato il sistema egualitario che aveva dominato la scena nei primi decenni di vita del paese - ha spiegato Raz - ha consentito ai movimenti e ai partiti religiosi di costruire un sistema sociale alternativo in grado di garantire ai più poveri i servizi, l'assistenza economica e medica che il sistema pubblico non offre più o continua ad assicurare solo in minima parte". A beneficiare di questa situazione è stato in modo particolare il partito "Shas" ("Guardiani sefarditi della Torah") che oggi rappresenta la terza forza politica del paese (dopo i laburisti e il Likud). I dirigenti dello Shas, dopo aver catturato la base di consenso ai tradizionali partiti di destra, mettono ora in dubbio i princìpi laici sui quali il paese è stato costruito ma soprattutto puntano l'indice contro il nazionalismo sionista e pongono un interrogativo lacerante per Israele: chi è un ebreo? Soltanto l'osservanza delle regole dell'ebraismo ortodosso definisce e garantisce l'ebraicità di un individuo oppure valgono i criteri "laici" stabiliti dalla Legge del Ritorno, dai leader sionisti fondatori dello Stato di Israele? Un argomento di discussione che avrebbe trovato poco spazio nel dibattito nazionale appena una quindicina di anni fa e che ora è uno dei temi centrali del confronto tra laici e religiosi.
Tuttavia per Amnon Raz la questione resta essenzialmente di natura economica e sociale. "Il nazionalismo in Israele è ashkenazita, la percezione del ruolo del paese nei confronti degli ebrei del resto del mondo era e resta ashkenazita - ha detto - bisogna ammettere che la questione degli ebrei sefarditi non è mai stata affrontata seriamente dall'élite ashkenazita fondatrice di questo paese. Trenta anni fa il consenso nazionale creato dalla situazione di conflitto con il mondo arabo aveva attenuato le tensioni sociali e rinviato a tempo indeterminato la soluzione delle discriminazioni patite dai sefarditi". Così come negli anni settanta manifestarono con forza contro i laburisti (sostenuti soprattutto dagli ashkenaziti, ndr) votando in massa per il Likud, oggi i sefarditi si schierano dalla parte dello Shas che ha dato dignità e forza politica all'ebraismo di origine orientale, mettendo in dubbio i princìpi sui cui si fonda lo Stato di Israele". A ciò si aggiunge il diminuito flusso immigratorio di ebrei dell'ex Unione Sovietica - sono circa un milione gli "ebrei russi" giunti in Israele tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta - in maggioranza laici, che avevano contribuito ad arginare l'influenza dei partiti religiosi sostenuti in buona parte dai sefarditi.
Accanto alle mutazioni profonde avvenute nel sistema economico e nella società, non molto invece è cambiato nell'atteggiamento di Israele verso i suoi vicini arabi e verso i palestinesi. Certo, è innegabile l'importanza della decisione dei laburisti, nel 1993, di scegliere l'Olp di Yasser Arafat come partner in un lungo e articolato negoziato che, nelle previsioni, dovrebbe portare alla conclusione del conflitto in Medio Oriente. Allo stesso tempo Israele fa ancora oggi enorme fatica a riconoscere i diritti dei palestinesi sui loro territori, che peraltro continua a controllare in gran parte. "La creazione dello Stato palestinese - si è detto convinto Amnon Raz - non sta avvenendo perché il paese ha compreso fino in fondo che non si possono negare i diritti di un altro popolo, ma invece come un "inevitabile sviluppo" del negoziato in corso, che molti preferirebbero sinceramente evitare". Raz, pur sottolineando l'importanza del dibattito democratico in corso nel paese e il ruolo che i "nuovi storici" hanno avuto nel riscrivere pagine fondamentali della vicenda del paese e del suo rapporto con arabi e palestinesi, ha tuttavia messo in evidenza i "dogmi ancora accettati da tutti" - l'eccessiva insistenza sul tema della sicurezza, ad esempio - che sono all'origine della condizione di emarginazione e discriminazione che, a 52 anni dalla fondazione dello Stato, vivono i palestinesi con cittadinanza israeliana, i cosiddetti "arabi israeliani". "Una condizione - ha spiegato - che è una conseguenza diretta della natura di uno Stato che per definizione è ebraico e non di tutti i suoi cittadini". Un giudizio condiviso dagli intellettuali arabi israeliani. "È giunto il momento di trasformare Israele da Stato etnico, fondato su elementi religiosi, in uno Stato di tutti i suoi cittadini, ebrei e arabi. Uno Stato binazionale democratico è l'unica soluzione per un paese già ora lacerato da pericolose dispute interne".
Il regista Amos Gitai, che nei suoi film più recenti ha raccontato le trasformazioni avvenute nel paese negli ultimi decenni, sostiene che Israele è arrivato ad un punto di svolta. "È terminata l'impresa collettiva dei primi 20-25 anni di vita del paese - ha spiegato - Israele è oggi qualcosa di profondamente diverso da allora, i principi costitutivi dello Stato sono diventati irrilevanti per una parte della popolazione e in ogni caso oggi i giovani non si percepiscono più soltanto come soldati e tutori della sicurezza del paese ma come ragazzi uguali ai loro coetanei in qualsiasi parte del mondo. Sono mutate anche le condizioni esterne e molti non temono più come prima il cosiddetto "pericolo arabo". È giunta l'ora di fare di Israele un paese come gli altri, con una Costituzione, istituzioni civili e altro in linea con le esigenze che esprime la popolazione".


La rivista de il manifesto numero  21  ottobre 2001

 

Non dimenticare la Palestina

IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson  

 

 

Sono trascorsi nove mesi dallo scoppio della seconda Intifada contro la più lunga occupazione militare della storia moderna, che sta entrando ora nel suo trentaquattresimo anno. Il conflitto sulla Palestina è iniziato, ovviamente, molto tempo prima. I primi scontri fra arabi ed ebrei risalgono agli anni venti del secolo scorso. Dal 1948 sono state combattute da Israele cinque guerre, e due guerre civili sono state scatenate dagli effetti secondari negli Stati adiacenti. Sui conflitti in Medio Oriente si registrano comunque poche divisioni oggi in Occidente. Non c’è nessuna grande questione internazionale che raccolga tanti consensi e tanta ipocrisia come quella palestinese; un’area in cui un ‘processo di pace’, applaudito unanimemente dall’opinione più rispettabile, si sta svolgendo apparentemente da un decennio, e il cui progresso può essere messo a rischio soltanto dal risorgere della violenza. È nell’interesse di tutte le parti, secondo il senso comune, che la rivolta in Cisgiordania e Gaza venga fermata immediatamente. Uscire dalla cortina di fumo che circonda i rapporti fra israeliani e palestinesi, di cui tale valutazione costituisce un prodotto finale, è un compito che va oltre questo breve saggio; è possibile tuttavia esprimere alcune considerazioni essenziali.
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi, comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa – mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa. Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione. Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo. Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso, il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile – dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del ‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei. Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese, aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina. L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah 8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta – presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa. Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area; agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu, ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale. Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda, lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo 1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000 persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa, i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947, gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità. Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio, dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede; criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo, manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio, mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49, gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine. In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre, la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo. Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa, Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio. Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto, Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss, e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi, l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a ‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi, stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo. I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione, l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato? Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania, e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele – di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva – l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata, che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa – egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta ‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di ‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora. È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’, costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto dell’intercambiabilità – coesiste con profonde differenze nella base elettorale e con profili ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al capitalismo sono semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto maggiore che in America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti diventano le differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così per il partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente sproporzionato rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi passioni, come per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di ‘centro-sinistra’. Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla religione, la sua incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due differenze continuano a distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un sistema proporzionale garantisce alla pletora di sette giudaiche una rappresentanza elettorale, rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella Knesset. Il Likud è meno condizionato dai partiti religiosi del partito repubblicano. Esso ha anche un elettorato molto meno benestante, poiché è sostenuto principalmente dagli immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine est-europea, che costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è quindi nei due partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo schema statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti – chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che, concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’ di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale – raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta. Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il 78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro 5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza: nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120 miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione. Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini, potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari. Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti 16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere, dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera, senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri. Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe – l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio – rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti. Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che il sionismo verrà ridimensionato.


note:
1  An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la formazione dello Stato di Israele (NdR).
2  Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale, formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3  Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish Zionism, London 1983 (NdA).
4  L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista (Nuovo Yishuv) (NdR).
5  Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6  Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7  L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione nazionalista armata (1937) (NdR).
8  L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni ’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9  Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10  Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict 1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò questo giudizio un mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11  Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del 1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177 (NdA).
12  La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13  L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela (NdR).
14  Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata (1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15  Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army (Sla) (NdR).
16  Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un lungo periodo (NdR).

(Traduzione di Tiziana Antonelli)

Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp. 5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come (NdA), quelle della redazione con (NdR).

 

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Febbraio-1998/9802lm14.01.html

 

Il governo di destra, ostaggio dei partiti religiosi ortodossi
In Israele, l'irresistibile ascesa 

degli "uomini in nero"


Con la ripresa dei lavori di costruzione della colonia di Har Homa, il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha dato nuova prova della sua intransigenza. Non solo egli rifiuta di attuare qualsiasi significativo ritiro dell'esercito dalla Cisgiordania e pone all'Autorità palestinese condizioni preliminari inaccettabili, ma manifesta in modo provocatorio la sua volontà di farla finita con gli accordi di Oslo. C'è anche da dire che, dopo le dimissioni del ministro degli esteri David Levy, il capo del Likud dipende come non mai dai partiti estremisti. E non c'è dubbio che i partiti religiosi ne approfittino per accrescere il loro controllo sullo stato.

di Joseph Algazy*
"E' ebreo chiunque abbia abbracciato l'ebraismo e non appartenga a un'altra religione", recita la legge israeliana. Ma il rabbinato ortodosso vorrebbe aggiungere un'altra clausola: che la conversione sia conforme alla halakha (diritto religioso) e "riconosciuta da un tribunale religioso ortodosso". Questa questione, in apparenza teologica, è diventata oggetto di un serio dibattito politico. Non c'è da stupirsene, quando si sa quanto la determinazione dell'identità ebraica di una persona sia importante in Israele e di come, al di là della sfera religiosa, ciò influisca sulla vita degli individui e di tutta la società e costituisca il fondamento della Legge del ritorno che permette a ogni ebreo che giunge in Israele di acquisire la nazionalità israeliana.
Nell'accordo di coalizione del giugno 1996, il primo ministro Benyamin Netanyahu si era impegnato a far approvare dal parlamento una legge che stipulasse il monopolio ortodosso in materia di conversioni, di matrimonio e di divorzio e che escludesse i rappresentanti della corrente dell'ebraismo riformato e di quello conservatore dai consigli religiosi locali.
La legge promessa da Netanyahu, oltre ad una crisi giuridica, scatenerebbe una crisi senza precedenti nelle relazioni fra Israele e la diaspora. La stragrande maggioranza degli ebrei americani si riconosce infatti nelle corrente religiosa riformata o in quella conservatrice, per le quali le concessioni fatte da Netanyahu ai capi ortodossi rappresentano una vera e propria dichiarazione di guerra. Per una buona ragione: chiunque si fosse convertito all'ebraismo in Israele al di fuori del quadro dell'ortodossia cesserebbe di essere ebreo... Da qui l'annuncio di una sferzante ritorsione: le potenti comunità ebraiche americane non solo non parteciperebbero più alle attività della lobby filoisraeliana, ma interverrebbero presso il Congresso e il governo di Washington affinché gli Stati uniti facciano pressione su Israele boicottando anche le collette di fondi a favore dello stato ebraico.
"Nessuna legge fuori dalla Torah" Per valutare il peso di questa mobilitazione, basta sapere che, durante il 33&oord Congresso sionista mondiale, tenutosi alla fine del dicembre 1997, 107 dei 145 membri della delegazione americana appartenevano alla corrente riformata e a quella conservatrice.
Netanyahu è consapevole del pericolo che questo rappresenterebbe per Israele, ma anche del fatto che, se non mantiene le sue promesse, rischia che il blocco religioso abbandoni un giorno o l'altro il governo, rendendo ineluttabili le elezioni anticipate.
Il compromesso proposto alla fine di gennaio dalla commissione parlamentare presieduta dal ministro delle finanze Yaacov Neeman che prevede che ortodossi, riformati e conservatori preparino insieme i candidati alla conversione sarà mai accettato? Come sottolineava Haym Tsadok, ex ministro della giustizia (1), i partiti religiosi intendono preservare, per ragioni politiche e ideologiche, il monopolio istituzionale del rabbinato ortodosso nel campo del diritto di famiglia. Fatto questo che per i cittadini israeliani rischia in ogni caso di tradursi nella acutizzazione dei contrasti religiosi che dall'indipendenza a oggi non hanno smesso di pesare sulla loro vita quotidiano. De iure, in Israele esistono solo i matrimoni e i divorzi religiosi.
Un ebreo non può sposare una musulmana, e un cristiano non può sposare un'ebrea, a meno di farlo all'estero e di registrare in seguito il matrimonio in Israele... Nello stesso modo, una donna ebrea, il cui divorzio non è stato convalidato da una sentenza del tribunale rabbinico, non può risposarsi, a maggior ragione se il marito è sparito all'estero o è scomparso in guerra.
Inoltre, tutti gli organismi statali e i servizi pubblici devono rispettare lo shabat (il riposo settimanale del sabato) e la cacherut (un complesso di norme alimentari). Concretamente, questo significa che ogni settimana, dal venerdì pomeriggio fino al sabato sera e durante le (numerose) feste ebraiche, i trasporti pubblici non funzionano. Negli stessi giorni vengono chiuse molte strade che attraversano i quartieri religiosi e vengono limitati al minimo gli scavi archeologici nei luoghi considerati sacri dagli ortodossi.
L'influenza dei partiti religiosi sul governo e sulla società non è un fenomeno nuovo. Dalla fondazione di Israele a oggi questi partiti hanno partecipato a quasi tutte le coalizioni governative. E il fatto che alcuni di essi siano sionisti e altri no non ha mai rappresentato un ostacolo, né per loro né per i loro alleati, le due grandi formazioni politiche del paese oggi chiamate Partito laburista e Likud. Fin dalle origini, nel 1948, il Mapai antenato dell'attuale Partito laburista ha, per così dire, fatto entrare il lupo nell'ovile imponendo un sistema in cui non esiste separazione fra stato e religione.
Questa, peraltro, è la ragione per cui lo stato di Israele, a tutt'oggi, non ha una Costituzione ma solo una serie di parziali leggi costituzionali. "Una Costituzione non può essere valida", dichiarava nel 1949 senza mezzi termini il rappresentante di Agudat Israel davanti alla prima Knesset, "se essa non si identifica totalmente con la Torah. Qualsiasi altra costituzione rappresenterebbe una violazione della legge. Vi avverto che qualsiasi tentativo di redigere una Costituzione scatenerebbe un conflitto ideologico violento, senza possibilità di compromesso (2)". I dirigenti del paese, a cominciare da David Ben Gurion, si rifiutarono di entrare in conflitto con gli ortodossi su questo punto cruciale. E spinti da questa stessa logica, hanno accettato che le norme e i vincoli religiosi venissero imposti a tutti, accordando ai religiosi molti privilegi (come l'esenzione dal servizio militare per gli allievi delle scuole religiose (3) e per le ragazze che si dichiarano praticanti) e, soprattutto, permettendo, con la scusa di rafforzare la coscienza ebraica fra i giovani, che i partiti religiosi avessero il diritto di esercitare un certo controllo sull'insegnamento, compreso quello laico.
Da questo deriva la centralità del dibattito sulla natura dello stato. Le organizzazioni politiche e le correnti ideologiche nazionaliste e religiose definiscono Israele uno "stato ebraico".

Gli ambienti liberali, anche all'interno della magistratura, lo definiscono uno "stato ebraico e democratico". Gli ambienti arabi e di sinistra preferiscono la definizione "stato di tutti i cittadini". Altri, infine, accettano una formula di compromesso: "stato ebraico e di tutti i cittadini". Tuttavia, secondo il professor Baruch Kimmerling dell'Università di Gerusalemme (4), gli aggettivi "ebraico" e "democratico" sono contraddittori: in effetti, chi parla di stato "democratico" ha in testa una concezione laica, occidentale e universale dello stato, mentre chi parla di stato "ebraico" dà a questo termine un'interpretazione teologica e un contenuto di ortodossia che ha le sue radici nella halakha. In Israele, conclude Kimmerling "una parte importante della pratica dello stato non è sempre compatibile con una concezione democratica, occidentale e liberale illuminata dello stesso (5)".
Dopo la guerra del giugno 1967, fanatici religiosi ultranazionalisti fra cui numerosi laici collaborarono alla realizzazione di un comune obiettivo politico: la creazione del Grande Israele, quindi la colonizzazione ebraica massiccia dei territori occupati (6). Tutto questo veniva fatto in nome della religione, dei sacri testi e della storia. Anche se una corrente religiosa minoritaria, della quale fanno parte alcuni rabbini, manifesta una volontà di pace e di compromesso. Ad esempio il Grande rabbino sefardita Bakshi Doron, per il quale: "secondo la fede ebraica, la vita è più sacra di Eretz-Israel (7)".
Cinquant'anni dopo la creazione dello stato di Israele, i partiti religiosi sono più forti che mai. Durante le ultime elezioni legislative del maggio 1996 hanno ottenuto un numero record di deputati (23 su un totale di 120), senza contare i deputati religiosi eletti in altre liste. Questa rimonta gli "uomini in nero" la devono principalmente al clima sociale creato dal fenomeno del hazara betshuva (ritorno alla fede) che ha assunto proporzioni considerevoli in Israele. Secondo un recente sondaggio (8), negli ultimi sei anni il 17% della popolazione ebrea del paese si è riavvicinato alla religione. E più precisamente: 13.000 laici sono diventati haredim (letteralmente: coloro che temono Dio), 24.000 religiosi praticanti e 130.000 tradizionalisti. Contemporaneamente 150.000 laici si sono riavvicinati alla tradizione, 175.000 tradizionalisti sono divenuti religiosi praticanti e 24.000 religiosi praticanti sono divenuti haredim.
Perché mai questo ritorno alla religione? Più di un quarto degli interessati (il 26%) dichiara di aver subito l'influenza delle radio pirata e degli organismi religiosi che inquadrano l'hazara betshuva; il 44% afferma che si è trattato di una reazione a un avvenimento importante nella loro vita (9). Infine, per il 55% degli intervistati, l'hazara betshuva in generale rappresenta un fenomeno positivo. Per trasformare in vero e proprio monopolio lo statuto privilegiato di cui gode rispetto alle altre correnti religiose ebraiche (riformata, conservatrice, karaita e ebraica di origine etiopica) e alle altre religioni (quella musulmana, drusa e cristiana) praticate dai cittadini di Israele, l'establishment ortodosso conta principalmente su un suo ruolo decisivo all'interno della coalizione di destra e di estrema destra attualmente al potere.
Chi è ebreo?
Nel governo israeliano è sempre esistito un ministero per gli affari religiosi dotato di un bilancio cospicuo e di un potente apparato di funzionari. In passato due erano i partiti che si spartivano il controllo di questo ministero: il Partito religioso-nazionale (Mafdal), di obbedienza sionista, e il Partito laburista -quando stava al governo. Oggi, il Mafdal deve invece spartirselo col rivale Partito ultraortodosso sefardita (Shas). La posta in gioco è considerevole, perché questo ministero gestisce tutte le attività religiose (ebraiche e non) e controlla il funzionamento dei consigli religiosi locali che sono responsabili delle sinagoghe, dell'osservanza del riposo obbligatorio del sabato (shabat) e delle norme alimentari (cacherut), dei funerali, dei cimiteri delle abluzioni rituali, etc... Infine, il ministero per gli affari religiosi controlla il funzionamento delle istituzioni religiose non ebraiche.
Poiché la legge non riconosce quelli civili, i matrimoni, come i divorzi, sono di competenza dei tribunali religiosi, ebraici e non. Questi tribunali, se le parti interessate preferiscono sottomettersi alle decisioni di un tribunale religioso invece che a quelle di uno civile laico, dirimono anche le liti fra i coniugi ed emettono sentenze sulla custodia dei minori e gli alimenti da versare in caso di divorzio, sui problemi relativi alle adozioni, alle successioni ereditarie e all'esecuzione dei testamenti. Gli ambienti clericali e conservatori, ebraici e non, non sono per nulla soddisfatti del fatto che i tribunali civili laici, e in particolare la Corte suprema, abbiano la priorità sui tribunali religiosi in tutti questi campi. Inoltre, i partiti religiosi vorrebbero che il parlamento adottasse una legge che in molti casi li autorizzasse ad aggirare le decisioni della Corte suprema.
Il funzionamento del Consiglio del grande rabbinato viene regolato dalla legge. A capo di questa istituzione si trovano due Grandi rabbini, uno askenazita e l'altro sefardita, che si avvicendano alla presidenza del Consiglio e del Grande tribunale rabbinico. Il Grande rabbinato ha poteri sovrani per quanto riguarda la halakha, è responsabile dell'investitura dei rabbini e, al di là dei suoi poteri formali, gode di una autorità eccezionale fra i praticanti e in tutto lo stato.
La corrente degli ebrei ortodossi, largamente maggioritaria in Israele, monopolizza queste istituzioni religiose, anche se esse, come abbiamo visto, svolgono importanti funzioni sociali e civili. Al punto che essa riesce a dare una risposta esclusivamente teologica e non sul piano del diritto civile all'interrogativo "chi è ebreo?". Ciò che vogliono i partiti ortodossi è imporre il loro monopolio: essi si oppongono categoricamente al riconoscimento legale delle conversioni alla religione ebraica sancite dai tribunali religiosi riformati o conservatori, al diritto di questi ultimi di emettere sentenze relative ai matrimoni e ai divorzi e, persino, di far parte dei consigli religiosi locali. Alla fine, ogni cittadino ebreo di Israele dipenderà, dalla nascita alla morte, dai rabbini ortodossi. Con un'eccezione: in seguito all'intervento della Corte suprema, l'establishment degli ebrei ortodossi ha dovuto almeno per il momento rassegnarsi a riconoscere la validità di matrimoni, divorzi e conversioni all'ebraismo avvenuti all'estero, anche se sanciti da rabbini riformati e conservatori.
Nell'agosto del 1977, Eliyahu Suissa, ministro per gli affari religiosi e membro dello Shas, ha presentato le sue dimissioni pur di non ratificare una decisione della Corte suprema relativa alla nomina di una donna della corrente dell'ebraismo riformato come membro del Consiglio religioso della città di Natanya. In quel caso fu Netanyahu stesso, divenuto per l'occasione ministro per gli affari religiosi, che finì per firmare il documento di nomina.
Tentazioni egemoniche Gli "uomini in nero" non esitano a organizzare manifestazioni violente, specialmente a Gerusalemme: blocco delle strade, lanci di pietra contro i guidatori, i passanti e gli agenti di polizia, incendi delle pattumiere... Tutto per costringere le autorità a fermare la circolazione automobilistica e a sbarrare le strade nei giorni dello shabat e in quelli di festa, a chiudere i grandi magazzini e le sale da gioco, a vietare l'allevamento e la vendita di maiale, etc. Quest'anno, nel giorno di lutto annuale (che cade il 9 del mese di Ab) per commemorare la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme, essi hanno persino costretto la polizia ad evacuare con la forza centinaia di ebrei appartenenti alla corrente conservatrice, che stavano pregando davanti al Muro del pianto.
Le prime vittime dell'egemonia ortodossa sono in realtà i membri delle correnti che gli haredim, forti del monopolio che essi detengono sulla halakha, accusano di aver "deviato" o di essere "eretici". Negli anni 50 e 60 l'establishment ortodosso contestò l'identità ebraica dei membri della comunità Bne Yisrael, venuti dall'India, causando loro parecchie sofferenze. Dagli anni 80, gli ebrei venuti dall'Etiopia subiscono una sorte analoga.
Vengono obbligati a passare esami di religione per provare di essere effettivamente ebrei; alcuni di loro devono sottoporsi al rituale della conversione; l'autorità dei loro rabbini non viene riconosciuta. Succede persino che le autorità responsabili dei cimiteri rifiutino di seppellire i loro morti con la scusa che la loro identità ebraica non è stata accertata. Quanto poi ai karaiti, in maggioranza provenienti dall'Egitto, essi devono affrontare queste stesse difficoltà da decenni e, per reazione, si rinchiudono nelle loro comunità. L'establishment ortodosso si spinge fino ad affermare che un terzo degli immigranti originari dell'Unione sovietica non è ebreo. E i soli a tenergli testa sono i membri della corrente riformata e di quella conservatrice.
Peraltro, è pur vero che questi ultimi provengono quasi tutti dagli Stati uniti, dove mantengono solidi legami con le loro ricche e influenti comunità.
Dalla loro partecipazione alle coalizioni governative, inoltre, tutti i partiti religiosi ricavano enormi vantaggi materiali, in continuo aumento. Nel governo attuale, il Mafdal detiene il portafoglio della pubblica istruzione che ha un bilancio molto cospicuo, personale numeroso e una grande influenza ideologica e quello dei trasporti. E' presente anche nel ministero per gli affari religiosi, che divide con lo Shas. Quest'ultimo oltre al ministero del lavoro e quello della previdenza sociale (dotato di imponenti risorse) controlla il ministero degli interni, che dispone di un bilancio enorme ed esercita funzioni decisive, quali l'iscrizione della menzione "ebreo" o "non ebreo" sulle carte di identità. Per non parlare della sua enorme influenza su tutte le municipalità. Un deputato di Agudat Israel è viceministro delle costruzioni: una posizione dalla quale può promuovere con zelo la crescita delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme-Est e fare del suo meglio per favorire le comunità di haredim. E dulcis in fundo, un deputato di Deghel Hatora presiede la commissione per le finanze della Knesset: una commissione molto influente, come si può immaginare.
I ministri membri dei partiti religiosi sfruttano, non c'è dubbio, le loro posizioni di potere. Certo, ogni tanto i loro metodi, a volte contrari alla legge o alle norme in vigore, sollevano uno scandalo nei media. Questo non li disturba più di tanto: quando un deputato dello Shas venne condannato a una pena di prigione per corruzione, i suoi colleghi e lui stesso si limitarono ad affermare che egli aveva agito in nome di una buona causa. E che, d'altronde, se era stato condannato lo si doveva al fatto che era un sefardita. Il partito Shas gioca sempre sulla corda della discriminazione nei confronti della comunità sefardita, un tema al quale il suo pubblico è particolarmente sensibile.
Lavaggio del cervello nelle scuole Malgrado tutti questi vantaggi, i partiti religiosi e, in particolare, quelli ultraortodossi non avrebbero l'influenza che hanno se non gestissero innumerevoli istituti scolastici e di beneficenza. Questa attività consolida e allarga notevolmente la loro base sociale e il loro ascendente ideologico. Nelle scuole, i giovani, e attraverso di loro i genitori, subiscono un vero e proprio lavaggio del cervello. Ma i partiti religiosi distribuiscono anche degli aiuti. Il governo e le autorità locali riducono o sopprimono i pasti caldi offerti agli studenti poveri delle scuole pubbliche? Gli istituti scolastici dello Shas, invece, li garantiscono. E offrono anche dei corsi supplementari, alla fine dei quali gli studenti vengono riportati a casa. Non c'è da stupirsi se, in queste condizioni, il numero delle scuole dei partiti religiosi continua ad aumentare. Nella zona sud di Tel Aviv, il numero dei bambini iscritti alle scuole materne dello Shas è aumentato del 20% e fra i nuovi iscritti ci sono molti bambini di famiglie laiche, i quali i primi giorni vanno a scuola senza kippa (zucchetto) sulla testa e successivamente si abituano a portarlo e finiscono per unirsi ai loro compagni religiosi nella preghiera (10). Come a dire che i partiti religiosi ebraici fanno ricorso alle stesse tecniche del movimento islamista in Israele e di Hamas in Cisgiordania e a Gaza. La somiglianza dei metodi di reclutamento dei partiti religiosi, ebraici e musulmani, è straordinaria.
I laici, sentendosi braccati dalle costrizioni e dai vincoli religiosi in continuo aumento, abbandonano Gerusalemme in numero sempre maggiore. Dopo le elezioni del 29 maggio 1996, molti intellettuali parlano di una "guerra di civiltà" che opporrebbe i laici ai religiosi. Secondo Baruch Kimmerling, se è vero che le ultime elezioni hanno riportato al potere la coalizione del "campo nazionale per la salvaguardia del Grande Israele", all'interno di questa esiste però, in nuce, un serio conflitto fra il nazionalismo haredim e il nazionalismo laico il quale presenta elementi di liberalismo. Certi religiosi si sforzano di rassicurare i laici con la promessa di non "guardare cosa hanno nel piatto". Ma la battaglia della civiltà è una battaglia che riguarda il carattere e l'immagine dello stato più di quanto riguardi i singoli individui.
Lo scrittore Yael Hadaya ha recentemente pubblicato un racconto che descrive Israele dopo le elezioni legislative del maggio 2004. I partiti religiosi tradizionali e quello degli amuleti e dei borbottii avranno allora vinto le elezioni e imporranno le loro leggi e i loro costumi. E perché i non religiosi possano continuare a vivere in Israele si pensa alla creazione di una "autonomia"... laica (11).
In fin dei conti, perché non immaginare due stati non lo stato di Israele e quello palestinese, ma uno stato religioso e uno laico? Alcuni sorridono quando si evoca questa eventualità, ma altri la prendono molto sul serio: l'acutizzarsi delle contraddizioni fra religiosi (in genere dei militanti) e laici (spesso depressi) rende la coesistenza sempre più difficile.




note:


* Giornalista del quotidano Haaretz, Tel Aviv
(1) Yediot Aharonot, 19 ottobre 1997
(2) Citato da Dominique Vidal, Des facteurs politiques de l'emprise de la religion en Israel, Actes, Parigi, aprile 1992.

(3) La percentuale di giovani dispensati dal servizio militare a causa dei loro studi religiosi è raddoppiata in tre anni per arrivare, nel 1997, al 7,5% (Haaretz, 23 novembre 1997)
(4) Cfr. Dominique Vidal, L'inquietante normalizzazione della società israeliana, le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.

(5) Haaretz, 27 dicembre 1996
(6) Cfr. "In nome del Grande Israele", le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1995
(7) Dichiarazione trasmessa sul primo canale della televisione israeliana, 19 ottobre 1997.

(8) Yedioth Aharonot, 15 ottobre 1997.

(9) D'altronde, secondo lo stesso sondaggio, il 44% afferma di sentirsi più vicino alla religione di quanto lo fossero i suoi genitori, il 33% vicino quanto i suoi genitori e il 22% meno vicino dei suoi genitori. Le donne (l'8,2%) tornano alla fede più degli uomini (il 6,7%); i giovani di 18-30 anni (il 20%) più di chi ha più di 30 anni (il 12%); gli orientali (il 12%) più degli occidentali (il 4%) vengono chiamati orientali gli ebrei originari dell'Asia e dell'Africa, occidentali coloro che vengono dall'Europa o dagli Stati uniti; coloro che hanno finito il liceo (il 10%) più di chi ha fatto degli studi superiori (il 5%). Quanto poi all'educazione religiosa all'ebraismo dei figli, il 16% degli intervistati ha dichiarato di averla intensificata.


(10) Hair, Tel Aviv, 1&oord ottobre 1997
(11) Haaretz, 10 ottobre 1997, supplemento.
(Traduzione P. R.)

 

Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
pp. 274


Introduzione

Nell'autunno del 1988 lessi una agghiacciante considerazione espressa da Israel Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti dell'uomo, che scriveva: "In quali condizioni l'attuale gruppo dirigente israeliano potrà operare il desiderato "trasferimento" di grande ampiezza (l'argomento era l'espulsione dei palestinesi dai territori occupati, n.d.a.) e continuare nello stesso tempo a ricevere l'ugualmente desiderato denaro americano? (...) La migliore risposta che io posso proporre a questa domanda essenziale è che il "trasferimento" potrà essere tentato in due circostanze: o per una guerra a iniziativa di Israele, o in una situazione in cui gli interessi americani in Medio Oriente, cioè i giacimenti petroliferi del Golfo, fossero seriamente minacciati e i regimi filoamericani fossero in pericolo di tracollo. Israele si presenterà in questo caso come il solo alleato di peso per gli americani nella regione (...) La mia opinione è che (...) Israele diverrà un alleato talmente importante per gli Stati Uniti che "in quanto difensore della civiltà occidentale nella regione" (espressione spesso usata dalla propaganda sionista negli Stati Uniti, anche se un po' meno da quando la televisione ha mostrato le immagini dell'Intifada) avrà diritto di applicare una politica di tipo nazista, come ad esempio l'espulsione totale. Non dimentichiamo che anche i nazisti all'epoca pretendevano di "difendere la civiltà occidentale contro il comunismo" e che molti lo credettero" .
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile, dal suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana e una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di problemi mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981 gli Stati Uniti ed Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica. Vi sono clausole segrete e clausole segretissime di questo trattato. La parte segretissima impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al Sharq Al Awsit, pubblicato a Londra. Quanto alla parte che è soltanto segreta, questa viene citata sistematicamente dalla stampa israeliana. Per usare le parole del Jerusalem Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di "preservare la superiorità di Israele nei confronti della coalizione araba". In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere lo Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi messi insieme non dovrà mai superare, in particolare dal punto di vista qualitativo, quella di Israele. Questo accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza ed il ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se stessa la bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque sussistere giacché sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale Ariel Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi della politica militare israeliana: "La sfera di interesse strategico di Israele deve essere allargata fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran e Pakistan e aree come il Golfo Persico e l'Africa".
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana per il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola, poiché finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione, il dominio strategico del Medio Oriente e la "vigilanza" sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale. In senso ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è un problema palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico, dal problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione dell'estrazione del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal problema della potenza militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi vengono attaccati da Israele perché gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio, il nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede la guerra santa, gli arabi sotto la spinta delle masse brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad armarsi e la potenza militare israeliana tende a distruggere l'armamento arabo. La concatenazione può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne anche uno soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria infallibile che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce "equilibrio". Il difetto del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste nel contenimento forzoso della potenzialità esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede inevitabilmente l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione. Assomiglia al processo che si compie in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente acceso un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce grande calore e minaccia di provocare una deflagrazione generale di tutte le pentole, per simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio di come è stata "costruita" la guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e nella quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può condurre alla "soluzione finale" del problema palestinese com'è prospettata da Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio Oriente, poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia dotati di grande esperienza di combattimento e nel complesso più forti di quando avevano iniziato la guerra. In particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700 aerei, 5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non più soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati Uniti, i quali nel corso degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico Khomeini, che, in termini più vicini alla realtà politica, è come dire che avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire l'integralismo islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma per un diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta all'interno dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono la strada a una nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i vecchi piani di espansione demografica (portare gli abitanti dello Stato ebraico a 7 milioni entro il duemila) che erano rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare cronologicamente i fatti che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano Itzhak Shamir disse: "Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica. Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare in America. Quindi verranno in Israele". Già da mesi l'arrivo di una grande ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS era causa di un acceso confronto politico all'interno di Israele. I movimenti estremisti invitavano incessantemente nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e di capo dell'esecutivo, contenute in una serie di interviste pubblicate con grande rilievo dalla stampa israeliana, sono la traccia più significativa per seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale dichiarando: "Un grande Israele è necessario per installarvi tutti gli ebrei sovietici". "Grande" è un'espressione ambigua, che può essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore apprenderà leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre l'interesse del mondo era concentrato sull'ipotesi di trattative in vista di una soluzione del problema dei territori occupati, Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta lapidaria fu mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: "L'unica cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele". A ben riflettere, con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità di pace consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce loro come un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza equivale a ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte araba per conseguire la realizzazione del diritto, e da parte israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema degli ebrei sovietici: "Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica. Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leaders di Israele si occupino esclusivamente dell'immigrazione sovietica". Infine anticipava più precisamente l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico: "(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato forte". Il portato ovvio di questa politica era che Israele doveva far conto soprattutto, se non esclusivamente, sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne, Shamir sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione di massa di ebrei sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto: "Alcuni credono che il deterioramento della situazione ci porterà a una guerra". "Dopo un intervallo di relativa tranquillità voci di guerra si ricominciano a sentire nel mondo arabo (...) Questa volta è l'Irak", rispose Shamir. "Alcuni paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa che crea il pericolo di guerra (...)" "Allora gli arabi sono giustificati nella loro paura dell'immigrazione", aveva insistito il giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo messaggio finale: "Hanno ragione, dal loro punto di vista, perché questa immigrazione è la vera vittoria del sionismo e di tutto ciò che Israele significa". Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere "tutto ciò che Israele significa", e rimando il lettore al contenuto del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno agli orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente vicino nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai, comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò che la soluzione militare contro l'Intifada era ormai, più che una possibilità, una certezza, affermando senza condizionali: "La rivolta sarà schiacciata da una posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane". L'ipotesi di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie riguardanti l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi segreti americani e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò che la campagna di stampa scatenata contro l'Irak sulla base di questo episodio aveva lo scopo di fornire una giustificazione ad un attacco "chirurgico" da parte di Israele contro le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare "Osirak". Lo stesso 2 aprile Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia "Shavit", il satellite "Ofek-2" con capacità militari. Contemporaneamente nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio della "Voice of America" (la voce dell'America) per trasmissioni in lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato agli occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio 1990, sul Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna del colonnello Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di strategia militare americana applicata al teatro di operazioni israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo "US War College", per definire, a uso del Dipartimento di Stato, i limiti territoriali minimi per la sicurezza dello Stato ebraico. Pertanto è un'autorità indiscutibile nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di 100 generali e ammiragli americani che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina del Washington Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in alcun caso i territori occupati, sulla base della considerazione che "(...) Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte deve conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale. Premere