http://www.amnesty.it/campaign/io_non_discrimino_2003/temi/leggi.php3?menu=temi
AMNESTY INTERNATIONAL
° Il reddito
medio dei palestinesi che hanno cittadinanza israeliana è il più
basso tra tutti i gruppi etnici del paese. ° Il 42 % dei
palestinesi cittadini israeliani all’età di 17 anni ha già
abbandonato gli studi. ° Il tasso di
mortalità infantile tra i palestinesi cittadini israeliani è
quasi il doppio rispetto a quello degli ebrei: 9,6 per 1000
nascite contro 5,3.
La
rivista de il manifesto numero 10
ottobre 2000 Israele: una crisi sociale
§
Non dimenticare la Palestina
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Febbraio-1998/9802lm14.01.html Le frontiere maledette del
Medio Oriente
Formalmente, Israele è uno Stato democratico. A cadenze regolari si tengono
elezioni parlamentari e comunali a suffragio universale aperto a tutti i
cittadini israeliani.
Tuttavia, nonostante si presenti come Stato democratico, Israele compie continue
violazioni dei principi democratici nei territori palestinesi occupati come
descritto nella sezione precedente. Inoltre, Israele viola i diritti umani e i
principi democratici dei palestinesi che sono cittadini israeliani e vivono nel
territorio dello Stato d’Israele. I palestinesi cittadini israeliani
rappresentano il 20% della popolazione israeliana.
La nozione di cittadinanza dello Stato di Israele è in contrasto con il
concetto universale moderno di cittadinanza, secondo cui tutti i cittadini sono
uguali senza distinzione di fede, lingua, nazionalità ecc. Nello Stato ebraico
di Israele, solo gli ebrei godono di pieni diritti politici e sociali, mentre i
cittadini palestinesi di Israele sono discriminati sia nella legislazione
scritta (secondo una relazione dell’ONU, nel 1998 vi erano 17 leggi contenenti
discriminazioni contro cittadini arabi) e sia nella prassi consuetudinaria.
Esempi di leggi discriminanti:
La legge del ritorno (1950), si basa sulla definizione rabbinica di
ebreo, secondo la quale è ebreo chiunque sia nato da madre ebrea o si sia
convertito alla religione ebraica. La cittadinanza israeliana viene data a
qualsiasi ebreo ne faccia richiesta, il che significa che qualsiasi ebreo,
proveniente da qualunque parte del mondo può stabilirsi in Israele con pieni
diritti di cittadinanza; tutto ciò mentre il diritto al ritorno è negato ai
rifugiati palestinesi che furono costretti alla fuga dopo il conflitto
arabo-israeliano del 1948-1949. Pertanto, la nozione israeliana di cittadinanza,
basata su legami di sangue e sulla fede religiosa, è antidemocratica per
definizione.
La “Absentee Property Law” (1950), stabilisce che qualsiasi proprietà
abbandonata da coloro che furono costretti alla fuga nel corso del conflitto del
1948-1949 venga incamerata dallo Stato di Israele. Ciò si applica a 200.000
palestinesi di cittadinanza israeliana (20% del totale), che fuggirono dalle
loro case nel 1948 e si stabilirono in altre aree all’interno di Israele. Ma
questa legge si applica anche ai palestinesi che fuggirono in altri paesi o in
Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Tutte queste persone si sono viste negare
tutti i diritti di proprietà (su terreni, abitazioni, società, azioni, conti
bancari, cassette di sicurezza ecc.), che appartenevano loro fino al 1948.
Le leggi che impediscono ai partiti arabi che non riconoscono il
carattere ebraico dello Stato israeliano di partecipare alle elezioni.
La legislazione di emergenza del 1945, che consente la confisca delle
terre arabe (nel 1998 solo il 10% della proprietà immobiliare detenuta da
palestinesi prima del 1948 era ancora in mani palestinesi).
La legislazione sull’istruzione, che contempla tra i suoi scopi
dichiarati la promozione della cultura ebraica e dell’ideologia sionista.
Altre pratiche discriminatorie
La popolazione israeliana palestinese subisce discriminazioni nella
ripartizione dei finanziamenti per i servizi pubblici; ciò significa che la
maggior parte delle città a popolazione prevalentemente palestinese ubicate
all’interno di Israele ricevono stanziamenti di bilancio decisamente inferiori
per la sanità, l’istruzione e altri servizi sociali rispetto alle città a
maggioranza ebrea.
Secondo una relazione del 1998 dell’Adva Centre di Tel Aviv, le disparità
sociali ed economiche in Israele sono particolarmente evidenti nei confronti
degli arabi israeliani. La relazione fornisce alcune cifre illuminanti:
DISEGUAGLIANZE E
INTEGRALISMI
Michele Giorgio
Lo sviluppo tecnologico è stato il fattore determinante della trasformazione
economica di Israele, in misura persino superiore rispetto ad altri paesi
dell'Occidente. La produzione agricola, fino agli anni '70 fiore all'occhiello
dell'economia nazionale, oggi contribuisce per appena un 3 per cento alla
ricchezza nazionale ed è largamente dipendente dalla manodopera straniera e
palestinese. "I kibbutz, le cooperative agricole - ha spiegato Arye Arnon,
professore di economia dell'università di Beersheva - hanno fatto fatica ad
adeguarsi alle mutazioni profonde che sono avvenute in economia e nella società
e per questo motivo hanno visto rapidamente diminuire il loro peso fino a
diventare un settore marginale". I risultati di uno studio reso pubblico a
metà settembre hanno rivelato che un terzo degli israeliani che abitano e
lavorano nei kibbutz vivono sotto la soglia di povertà. Un dato che contrasta
con l'immagine di prosperità e serenità che i kibbutz hanno dato sino ad oggi
all'esterno. "Oggi domina l'alta tecnologia - ha aggiunto Arnon - settore
privilegiato dagli ambienti più liberal della società e che tuttavia si
scontra con l'economia più tradizionale che dà lavoro e reddito alle classi più
svantaggiate e povere". Secondo Arnon l'economia e la società di Israele
"si ispirano sempre di più al modello americano". Welfare, Stato
imprenditore, aziende collettive, kibbutz. Parole che stanno rapidamente
scomparendo dalla realtà quotidiana di Israele a 52 anni dalla sua fondazione.
È evidente che il processo di pace in corso in Medio Oriente è volto a
garantire l'inserimento a pieno titolo dello Stato ebraico nella regione e non
soltanto a mettere fine al conflitto arabo-israeliano o a realizzare le
aspirazioni dei palestinesi. In linea naturalmente con le esigenze della
globalizzazione che anche in Israele hanno trovato importanti sostenitori e
persino qualche ideologo.
Il processo di privatizzazione delle industrie e imprese pubbliche - politica
seguita anche dal potente sindacato unitario, Histadrut, fino a pochi anni fa il
maggior "imprenditore" del paese - è stato il colpo più duro inferto
al modello egualitario che aveva contraddistinto i primi 25-30 anni di vita di
Israele. Nel 1998 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello Stato circa
1,2 miliardi di dollari e il giornale "Globes-Arena", vangelo dei
sostenitori della new economy e del mercato libero, ha annunciato la imminente
cessione da parte dello Stato del controllo di banche e industrie di primo piano
come la Bank Leumi, la Bezeq (telecomunicazioni) e la compagnia di bandiera El
Al.
Amnon Raz, docente di Storia ebraica all'università di Bersheeva, sostiene che
la crescita dell'influenza dei movimenti e dei partiti religiosi non sarebbe
stata così rapida e inarrestabile senza le privatizzazioni, la politica del
libero mercato e il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una
porzione consistente della popolazione, in particolare degli ebrei sefarditi.
"La politica economica che ha smantellato il sistema egualitario che aveva
dominato la scena nei primi decenni di vita del paese - ha spiegato Raz - ha
consentito ai movimenti e ai partiti religiosi di costruire un sistema sociale
alternativo in grado di garantire ai più poveri i servizi, l'assistenza
economica e medica che il sistema pubblico non offre più o continua ad
assicurare solo in minima parte". A beneficiare di questa situazione è
stato in modo particolare il partito "Shas" ("Guardiani sefarditi
della Torah") che oggi rappresenta la terza forza politica del paese (dopo
i laburisti e il Likud). I dirigenti dello Shas, dopo aver catturato la base di
consenso ai tradizionali partiti di destra, mettono ora in dubbio i princìpi
laici sui quali il paese è stato costruito ma soprattutto puntano l'indice
contro il nazionalismo sionista e pongono un interrogativo lacerante per
Israele: chi è un ebreo? Soltanto l'osservanza delle regole dell'ebraismo
ortodosso definisce e garantisce l'ebraicità di un individuo oppure valgono i
criteri "laici" stabiliti dalla Legge del Ritorno, dai leader sionisti
fondatori dello Stato di Israele? Un argomento di discussione che avrebbe
trovato poco spazio nel dibattito nazionale appena una quindicina di anni fa e
che ora è uno dei temi centrali del confronto tra laici e religiosi.
Tuttavia per Amnon Raz la questione resta essenzialmente di natura economica e
sociale. "Il nazionalismo in Israele è ashkenazita, la percezione del
ruolo del paese nei confronti degli ebrei del resto del mondo era e resta
ashkenazita - ha detto - bisogna ammettere che la questione degli ebrei
sefarditi non è mai stata affrontata seriamente dall'élite ashkenazita
fondatrice di questo paese. Trenta anni fa il consenso nazionale creato dalla
situazione di conflitto con il mondo arabo aveva attenuato le tensioni sociali e
rinviato a tempo indeterminato la soluzione delle discriminazioni patite dai
sefarditi". Così come negli anni settanta manifestarono con forza contro i
laburisti (sostenuti soprattutto dagli ashkenaziti, ndr) votando in massa per il
Likud, oggi i sefarditi si schierano dalla parte dello Shas che ha dato dignità
e forza politica all'ebraismo di origine orientale, mettendo in dubbio i princìpi
sui cui si fonda lo Stato di Israele". A ciò si aggiunge il diminuito
flusso immigratorio di ebrei dell'ex Unione Sovietica - sono circa un milione
gli "ebrei russi" giunti in Israele tra la fine degli anni ottanta e
l'inizio degli anni novanta - in maggioranza laici, che avevano contribuito ad
arginare l'influenza dei partiti religiosi sostenuti in buona parte dai
sefarditi.
Accanto alle mutazioni profonde avvenute nel sistema economico e nella società,
non molto invece è cambiato nell'atteggiamento di Israele verso i suoi vicini
arabi e verso i palestinesi. Certo, è innegabile l'importanza della decisione
dei laburisti, nel 1993, di scegliere l'Olp di Yasser Arafat come partner in un
lungo e articolato negoziato che, nelle previsioni, dovrebbe portare alla
conclusione del conflitto in Medio Oriente. Allo stesso tempo Israele fa ancora
oggi enorme fatica a riconoscere i diritti dei palestinesi sui loro territori,
che peraltro continua a controllare in gran parte. "La creazione dello
Stato palestinese - si è detto convinto Amnon Raz - non sta avvenendo perché
il paese ha compreso fino in fondo che non si possono negare i diritti di un
altro popolo, ma invece come un "inevitabile sviluppo" del negoziato
in corso, che molti preferirebbero sinceramente evitare". Raz, pur
sottolineando l'importanza del dibattito democratico in corso nel paese e il
ruolo che i "nuovi storici" hanno avuto nel riscrivere pagine
fondamentali della vicenda del paese e del suo rapporto con arabi e palestinesi,
ha tuttavia messo in evidenza i "dogmi ancora accettati da tutti" -
l'eccessiva insistenza sul tema della sicurezza, ad esempio - che sono
all'origine della condizione di emarginazione e discriminazione che, a 52 anni
dalla fondazione dello Stato, vivono i palestinesi con cittadinanza israeliana,
i cosiddetti "arabi israeliani". "Una condizione - ha spiegato -
che è una conseguenza diretta della natura di uno Stato che per definizione è
ebraico e non di tutti i suoi cittadini". Un giudizio condiviso dagli
intellettuali arabi israeliani. "È giunto il momento di trasformare
Israele da Stato etnico, fondato su elementi religiosi, in uno Stato di tutti i
suoi cittadini, ebrei e arabi. Uno Stato binazionale democratico è l'unica
soluzione per un paese già ora lacerato da pericolose dispute interne".
Il regista Amos Gitai, che nei suoi film più recenti ha raccontato le
trasformazioni avvenute nel paese negli ultimi decenni, sostiene che Israele è
arrivato ad un punto di svolta. "È terminata l'impresa collettiva dei
primi 20-25 anni di vita del paese - ha spiegato - Israele è oggi qualcosa di
profondamente diverso da allora, i principi costitutivi dello Stato sono
diventati irrilevanti per una parte della popolazione e in ogni caso oggi i
giovani non si percepiscono più soltanto come soldati e tutori della sicurezza
del paese ma come ragazzi uguali ai loro coetanei in qualsiasi parte del mondo.
Sono mutate anche le condizioni esterne e molti non temono più come prima il
cosiddetto "pericolo arabo". È giunta l'ora di fare di Israele un
paese come gli altri, con una Costituzione, istituzioni civili e altro in linea
con le esigenze che esprime la popolazione".
IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due
nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità
risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale
palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità
araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle
armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la
nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma
organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor
Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo
in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico
esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione
nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi,
comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non
occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano
dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una
tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa –
mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa.
Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il
sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e
culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso
tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di
chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui
vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che
rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza
la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa
più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista
sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione.
Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior
parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i
pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di
quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa
dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle
classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma
alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa
c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei
Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra
dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di
potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come
dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo.
Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo
godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa
imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del
tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso,
il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la
Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla
creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo
seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere
il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il
primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in
America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile
– dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel
conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa
decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della
cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che
privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del
‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII
secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite
imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una
volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della
regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei.
Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento
di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di
colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo
nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai
colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette
misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione
contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei
coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv
non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza
correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata
una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in
un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una
comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata
da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo
di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione
possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera
locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una
mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo
separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per
indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma
qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin
dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una
colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un
imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione
imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della
polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della
popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima
guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza
dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò
la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò
dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia
Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la
ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il
periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata
dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della
morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo
britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese,
aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono
mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e
madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal
cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri
casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali
di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a
Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che
il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse
puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di
dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione
ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda
guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del
sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e
forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una
volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina.
L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto
più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione
contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe
collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La
prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si
conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah
8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette
affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo
laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la
lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella
primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano
sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a
determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman
era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta –
presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata
dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa.
Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area;
agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato
ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi
praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun
ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura
immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza
decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente
dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe
potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che
i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla
resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu,
ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per
garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale.
Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno
Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i
palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze
britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo
intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di
Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di
uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti
all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il
vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la
risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita
di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in
cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le
parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita
a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran
Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando
iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda,
lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele
era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle
Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo
1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero
dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000
persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente
messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi
dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile
con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che
non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa,
i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la
colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle
uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi
sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano
strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione
colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione
di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da
allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht
und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo
XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non
riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità
e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947,
gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi
avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del
bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della
popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in
Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo
sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine
incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata
come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è
alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato
sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della
popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione
occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o
inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben
consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa
nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti
fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima
che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una
volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della
metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre
l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in
Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto
minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non
ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo
l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai
avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie
internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore
decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura
etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità.
Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali
semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di
disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la
maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio,
dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più
fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo
attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una
simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e
puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta
si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da
molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi
largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro
condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali
nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di
vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede;
criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i
potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di
provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La
Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva
queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati
palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni
Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi
sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del
diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o
di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo,
manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio,
mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme
di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto
della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del
mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando
rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo
iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così
tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di
vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49,
gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità
ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in
diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il
crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata
assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano
economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere
autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei
trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato
sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha
inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato
massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati
sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere
possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo
preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale
da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di
forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi
Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia
umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio
più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il
consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme
flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale
che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora
in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in
passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine.
In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di
quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del
periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre,
la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di
immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i
sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo.
Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il
sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle
leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si
è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i
coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a
uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa,
Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di
carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio.
Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è
triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli
anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto,
Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il
sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di
Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di
Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della
pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss,
e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine
all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo
la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò
il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la
Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il
contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte
aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle
truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi,
l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace
separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì
di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi
palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di
sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si
susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una
difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un
milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da
digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi
da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più
prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni
cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a
‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare
gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più
limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle
conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le
pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e
perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore
fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava
che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla
regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz
Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì
quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò
un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in
realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa
ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una
impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma
di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in
modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi,
stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più
definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla
fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel
dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza
civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che
seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro
fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori
occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale
di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non
fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado
di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella
guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e
la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare
Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha
avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di
instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati
l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa
orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da
un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il
rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere
più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel
persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È
stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è
rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il
primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti
israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità
migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati
disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e
del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro
limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione
di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di
Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo
doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in
futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose
donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i
suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato
Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese
indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così
unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul
prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di
commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo.
I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris
ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata
sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il
tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione,
l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo
di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato?
Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania,
e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate
agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue
enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno
il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è
praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è
diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da
allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la
tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da
Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele –
di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli
episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti
di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli
islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire
dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il
governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo
completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle
Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli
insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto
il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto
dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni
dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni
finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso
futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due
mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata
un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che
ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello
stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo
è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti
sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera
profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che
hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro
sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento
puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla
storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva
– l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua
organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma
attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a
delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla
fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio
internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il
proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la
resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli
israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione
morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva
delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità
dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra
la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del
Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata,
che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in
Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la
comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi
private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente
l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone
che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della
popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani
rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria
all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più
reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi
negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si
tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala
sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di
Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà
della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche
europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile
che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare
Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano
ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo
l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano
crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa
– egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta
‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli
stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a
soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di
‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando
si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma
i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una
prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione
conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del
genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o
pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le
reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa
sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma
quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare
sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si
possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora.
È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del
sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione
di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si
sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata
la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York
Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata
apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e
di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’,
costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in
cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più
simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di
vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi
fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il
Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le
privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti
maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto
dell’intercambiabilità – coesiste con profonde differenze nella base
elettorale e con profili ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al
capitalismo sono semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto
maggiore che in America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti
diventano le differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così
per il partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente
sproporzionato rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi
passioni, come per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente
fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del
mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di
‘centro-sinistra’. Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla
religione, la sua incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due
differenze continuano a distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un
sistema proporzionale garantisce alla pletora di sette giudaiche una
rappresentanza elettorale, rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella
Knesset. Il Likud è meno condizionato dai partiti religiosi del partito
repubblicano. Esso ha anche un elettorato molto meno benestante, poiché è
sostenuto principalmente dagli immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord
Africa e dal Medio Oriente, disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine
est-europea, che costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è
quindi nei due partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo
schema statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche
anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato
descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori
principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono
di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti –
chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista
delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del
futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati
nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella
revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha
sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a
correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione
è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di
maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno
flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che,
concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri
da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà
eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre
il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien
mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in
parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in
considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte
alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e
si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union
sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’
di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità
del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale
– raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch
Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le
costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la
ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro
indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono
poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono
agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato
seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato
per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo
di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente
all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso
equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa
tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine
tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di
Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante
Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta.
Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare
sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali
legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto
una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il
post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che
definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia
di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una
sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il
78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di
insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro
5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città
importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza:
nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna
riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120
miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di
pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la
solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e
tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di
riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione.
Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che
aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo
progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese
dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno
difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte
geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che
è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di
palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati
vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi
gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di
risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe
risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli
concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due
terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che
escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad
Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due
Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul
territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale
per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare
nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono
in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato
scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto
ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano
politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più
vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un
centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né
la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi
qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la
necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato
palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di
Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni
fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere
Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere
in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché
non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta
essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità
territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate
dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era
inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la
continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre
stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi
da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di
compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che
ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per
realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli
israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i
palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che
pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il
diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del
sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo
con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di
ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche
nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è
riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia
come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di
fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e
coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare
avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è
di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce
lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di
pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di
Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono
troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come
domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il
modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada
continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può
durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini,
potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una
pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari.
Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa
Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da
qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite
è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un
consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su
larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti
in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti
16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione
pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno
negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale
non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato
Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché
altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della
terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui
tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non
risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a
null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In
definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere,
dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera,
senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato
l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La
rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla
certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri.
Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero
a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere
in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli
anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe –
l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio –
rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio
sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele
nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino
dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre
enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente
disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la
plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti.
Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta
cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo
scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve
periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o
produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun
equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura
nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi
autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta
prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più
denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei
palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio
Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da
Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a
rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che
il sionismo verrà ridimensionato.
note:
1 An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della
insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la
formazione dello Stato di Israele (NdR).
2 Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale,
formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via
dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese
natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3 Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish
Zionism, London 1983 (NdA).
4 L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità
ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del
movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista
(Nuovo Yishuv) (NdR).
5 Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande
irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6 Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò
la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7 L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione
nazionalista armata (1937) (NdR).
8 L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata
clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni
’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque
l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9 Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato
dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10
Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict
1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime.
Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò
questo giudizio un mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11 Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica
superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare
un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne
non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del
1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di
destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per
il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177
(NdA).
12 La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente
l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13 L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela
(NdR).
14 Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata
(1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15 Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate
di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army
(Sla) (NdR).
16 Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù
che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un
lungo periodo (NdR).
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards
Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp.
5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come
(NdA), quelle della redazione con (NdR).
Il governo
di destra, ostaggio dei partiti religiosi ortodossi
In Israele,
l'irresistibile ascesa degli "uomini in nero"
di
Joseph Algazy*
Nell'accordo di coalizione del giugno 1996,
il primo ministro Benyamin Netanyahu si era impegnato a far
approvare dal parlamento una legge che stipulasse il monopolio
ortodosso in materia di conversioni, di matrimonio e di divorzio
e che escludesse i rappresentanti della corrente dell'ebraismo
riformato e di quello conservatore dai consigli religiosi locali.
La legge promessa da Netanyahu, oltre ad una
crisi giuridica, scatenerebbe una crisi senza precedenti nelle
relazioni fra Israele e la diaspora. La stragrande maggioranza
degli ebrei americani si riconosce infatti nelle corrente
religiosa riformata o in quella conservatrice, per le quali le
concessioni fatte da Netanyahu ai capi ortodossi rappresentano
una vera e propria dichiarazione di guerra. Per una buona
ragione: chiunque si fosse convertito all'ebraismo in Israele al
di fuori del quadro dell'ortodossia cesserebbe di essere ebreo...
Da qui l'annuncio di una sferzante ritorsione: le potenti comunità
ebraiche americane non solo non parteciperebbero più alle
attività della lobby filoisraeliana, ma interverrebbero presso
il Congresso e il governo di Washington affinché gli Stati uniti
facciano pressione su Israele boicottando anche le collette di
fondi a favore dello stato ebraico.
"Nessuna legge fuori dalla Torah"
Per valutare il peso di questa mobilitazione, basta sapere che,
durante il 33&oord Congresso sionista mondiale, tenutosi alla
fine del dicembre 1997, 107 dei 145 membri della delegazione
americana appartenevano alla corrente riformata e a quella
conservatrice.
Netanyahu è consapevole del pericolo che
questo rappresenterebbe per Israele, ma anche del fatto che, se
non mantiene le sue promesse, rischia che il blocco religioso
abbandoni un giorno o l'altro il governo, rendendo ineluttabili
le elezioni anticipate.
Il compromesso proposto alla fine di gennaio
dalla commissione parlamentare presieduta dal ministro delle
finanze Yaacov Neeman che prevede che ortodossi, riformati e
conservatori preparino insieme i candidati alla conversione sarà
mai accettato? Come sottolineava Haym Tsadok, ex ministro della
giustizia (1),
i partiti religiosi intendono preservare, per ragioni politiche e
ideologiche, il monopolio istituzionale del rabbinato ortodosso
nel campo del diritto di famiglia. Fatto questo che per i
cittadini israeliani rischia in ogni caso di tradursi nella
acutizzazione dei contrasti religiosi che dall'indipendenza a
oggi non hanno smesso di pesare sulla loro vita quotidiano. De
iure, in Israele esistono solo i matrimoni e i divorzi religiosi.
Un ebreo non può sposare una musulmana, e
un cristiano non può sposare un'ebrea, a meno di farlo
all'estero e di registrare in seguito il matrimonio in Israele...
Nello stesso modo, una donna ebrea, il cui divorzio non è stato
convalidato da una sentenza del tribunale rabbinico, non può
risposarsi, a maggior ragione se il marito è sparito all'estero
o è scomparso in guerra.
Inoltre, tutti gli organismi statali e i
servizi pubblici devono rispettare lo shabat (il riposo
settimanale del sabato) e la cacherut (un complesso di norme
alimentari). Concretamente, questo significa che ogni settimana,
dal venerdì pomeriggio fino al sabato sera e durante le
(numerose) feste ebraiche, i trasporti pubblici non funzionano.
Negli stessi giorni vengono chiuse molte strade che attraversano
i quartieri religiosi e vengono limitati al minimo gli scavi
archeologici nei luoghi considerati sacri dagli ortodossi.
L'influenza dei partiti religiosi sul
governo e sulla società non è un fenomeno nuovo. Dalla
fondazione di Israele a oggi questi partiti hanno partecipato a
quasi tutte le coalizioni governative. E il fatto che alcuni di
essi siano sionisti e altri no non ha mai rappresentato un
ostacolo, né per loro né per i loro alleati, le due grandi
formazioni politiche del paese oggi chiamate Partito laburista e
Likud. Fin dalle origini, nel 1948, il Mapai antenato
dell'attuale Partito laburista ha, per così dire, fatto entrare
il lupo nell'ovile imponendo un sistema in cui non esiste
separazione fra stato e religione.
Questa, peraltro, è la ragione per cui lo
stato di Israele, a tutt'oggi, non ha una Costituzione ma solo
una serie di parziali leggi costituzionali. "Una
Costituzione non può essere valida", dichiarava nel 1949
senza mezzi termini il rappresentante di Agudat Israel davanti
alla prima Knesset, "se essa non si identifica totalmente
con la Torah. Qualsiasi altra costituzione rappresenterebbe una
violazione della legge. Vi avverto che qualsiasi tentativo di
redigere una Costituzione scatenerebbe un conflitto ideologico
violento, senza possibilità di compromesso (2)".
I dirigenti del paese, a cominciare da David Ben Gurion, si
rifiutarono di entrare in conflitto con gli ortodossi su questo
punto cruciale. E spinti da questa stessa logica, hanno accettato
che le norme e i vincoli religiosi venissero imposti a tutti,
accordando ai religiosi molti privilegi (come l'esenzione dal
servizio militare per gli allievi delle scuole religiose (3)
e per le ragazze che si dichiarano praticanti) e, soprattutto,
permettendo, con la scusa di rafforzare la coscienza ebraica fra
i giovani, che i partiti religiosi avessero il diritto di
esercitare un certo controllo sull'insegnamento, compreso quello
laico.
Da questo deriva la centralità del
dibattito sulla natura dello stato. Le organizzazioni politiche e
le correnti ideologiche nazionaliste e religiose definiscono
Israele uno "stato ebraico".
Gli ambienti liberali, anche all'interno
della magistratura, lo definiscono uno "stato ebraico e
democratico". Gli ambienti arabi e di sinistra preferiscono
la definizione "stato di tutti i cittadini". Altri,
infine, accettano una formula di compromesso: "stato ebraico
e di tutti i cittadini". Tuttavia, secondo il professor
Baruch Kimmerling dell'Università di Gerusalemme (4),
gli aggettivi "ebraico" e "democratico" sono
contraddittori: in effetti, chi parla di stato
"democratico" ha in testa una concezione laica,
occidentale e universale dello stato, mentre chi parla di stato
"ebraico" dà a questo termine un'interpretazione
teologica e un contenuto di ortodossia che ha le sue radici nella
halakha. In Israele, conclude Kimmerling "una parte
importante della pratica dello stato non è sempre compatibile
con una concezione democratica, occidentale e liberale illuminata
dello stesso (5)".
Dopo la guerra del giugno 1967, fanatici
religiosi ultranazionalisti fra cui numerosi laici collaborarono
alla realizzazione di un comune obiettivo politico: la creazione
del Grande Israele, quindi la colonizzazione ebraica massiccia
dei territori occupati (6).
Tutto questo veniva fatto in nome della religione, dei sacri
testi e della storia. Anche se una corrente religiosa
minoritaria, della quale fanno parte alcuni rabbini, manifesta
una volontà di pace e di compromesso. Ad esempio il Grande
rabbino sefardita Bakshi Doron, per il quale: "secondo la
fede ebraica, la vita è più sacra di Eretz-Israel (7)".
Cinquant'anni dopo la creazione dello stato
di Israele, i partiti religiosi sono più forti che mai. Durante
le ultime elezioni legislative del maggio 1996 hanno ottenuto un
numero record di deputati (23 su un totale di 120), senza contare
i deputati religiosi eletti in altre liste. Questa rimonta gli
"uomini in nero" la devono principalmente al clima
sociale creato dal fenomeno del hazara betshuva (ritorno alla
fede) che ha assunto proporzioni considerevoli in Israele.
Secondo un recente sondaggio (8),
negli ultimi sei anni il 17% della popolazione ebrea del paese si
è riavvicinato alla religione. E più precisamente: 13.000 laici
sono diventati haredim (letteralmente: coloro che temono Dio),
24.000 religiosi praticanti e 130.000 tradizionalisti.
Contemporaneamente 150.000 laici si sono riavvicinati alla
tradizione, 175.000 tradizionalisti sono divenuti religiosi
praticanti e 24.000 religiosi praticanti sono divenuti haredim.
Perché mai questo ritorno alla religione?
Più di un quarto degli interessati (il 26%) dichiara di aver
subito l'influenza delle radio pirata e degli organismi religiosi
che inquadrano l'hazara betshuva; il 44% afferma che si è
trattato di una reazione a un avvenimento importante nella loro
vita (9).
Infine, per il 55% degli intervistati, l'hazara betshuva in
generale rappresenta un fenomeno positivo. Per trasformare in
vero e proprio monopolio lo statuto privilegiato di cui gode
rispetto alle altre correnti religiose ebraiche (riformata,
conservatrice, karaita e ebraica di origine etiopica) e alle
altre religioni (quella musulmana, drusa e cristiana) praticate
dai cittadini di Israele, l'establishment ortodosso conta
principalmente su un suo ruolo decisivo all'interno della
coalizione di destra e di estrema destra attualmente al potere.
Chi è ebreo?
Nel governo israeliano è sempre esistito un
ministero per gli affari religiosi dotato di un bilancio cospicuo
e di un potente apparato di funzionari. In passato due erano i
partiti che si spartivano il controllo di questo ministero: il
Partito religioso-nazionale (Mafdal), di obbedienza sionista, e
il Partito laburista -quando stava al governo. Oggi, il Mafdal
deve invece spartirselo col rivale Partito ultraortodosso
sefardita (Shas). La posta in gioco è considerevole, perché
questo ministero gestisce tutte le attività religiose (ebraiche
e non) e controlla il funzionamento dei consigli religiosi locali
che sono responsabili delle sinagoghe, dell'osservanza del riposo
obbligatorio del sabato (shabat) e delle norme alimentari
(cacherut), dei funerali, dei cimiteri delle abluzioni rituali,
etc... Infine, il ministero per gli affari religiosi controlla il
funzionamento delle istituzioni religiose non ebraiche.
Poiché la legge non riconosce quelli
civili, i matrimoni, come i divorzi, sono di competenza dei
tribunali religiosi, ebraici e non. Questi tribunali, se le parti
interessate preferiscono sottomettersi alle decisioni di un
tribunale religioso invece che a quelle di uno civile laico,
dirimono anche le liti fra i coniugi ed emettono sentenze sulla
custodia dei minori e gli alimenti da versare in caso di
divorzio, sui problemi relativi alle adozioni, alle successioni
ereditarie e all'esecuzione dei testamenti. Gli ambienti
clericali e conservatori, ebraici e non, non sono per nulla
soddisfatti del fatto che i tribunali civili laici, e in
particolare la Corte suprema, abbiano la priorità sui tribunali
religiosi in tutti questi campi. Inoltre, i partiti religiosi
vorrebbero che il parlamento adottasse una legge che in molti
casi li autorizzasse ad aggirare le decisioni della Corte
suprema.
Il funzionamento del Consiglio del grande
rabbinato viene regolato dalla legge. A capo di questa
istituzione si trovano due Grandi rabbini, uno askenazita e
l'altro sefardita, che si avvicendano alla presidenza del
Consiglio e del Grande tribunale rabbinico. Il Grande rabbinato
ha poteri sovrani per quanto riguarda la halakha, è responsabile
dell'investitura dei rabbini e, al di là dei suoi poteri
formali, gode di una autorità eccezionale fra i praticanti e in
tutto lo stato.
La corrente degli ebrei ortodossi,
largamente maggioritaria in Israele, monopolizza queste
istituzioni religiose, anche se esse, come abbiamo visto,
svolgono importanti funzioni sociali e civili. Al punto che essa
riesce a dare una risposta esclusivamente teologica e non sul
piano del diritto civile all'interrogativo "chi è
ebreo?". Ciò che vogliono i partiti ortodossi è imporre il
loro monopolio: essi si oppongono categoricamente al
riconoscimento legale delle conversioni alla religione ebraica
sancite dai tribunali religiosi riformati o conservatori, al
diritto di questi ultimi di emettere sentenze relative ai
matrimoni e ai divorzi e, persino, di far parte dei consigli
religiosi locali. Alla fine, ogni cittadino ebreo di Israele
dipenderà, dalla nascita alla morte, dai rabbini ortodossi. Con
un'eccezione: in seguito all'intervento della Corte suprema,
l'establishment degli ebrei ortodossi ha dovuto almeno per il
momento rassegnarsi a riconoscere la validità di matrimoni,
divorzi e conversioni all'ebraismo avvenuti all'estero, anche se
sanciti da rabbini riformati e conservatori.
Nell'agosto del 1977, Eliyahu Suissa,
ministro per gli affari religiosi e membro dello Shas, ha
presentato le sue dimissioni pur di non ratificare una decisione
della Corte suprema relativa alla nomina di una donna della
corrente dell'ebraismo riformato come membro del Consiglio
religioso della città di Natanya. In quel caso fu Netanyahu
stesso, divenuto per l'occasione ministro per gli affari
religiosi, che finì per firmare il documento di nomina.
Tentazioni egemoniche Gli "uomini in
nero" non esitano a organizzare manifestazioni violente,
specialmente a Gerusalemme: blocco delle strade, lanci di pietra
contro i guidatori, i passanti e gli agenti di polizia, incendi
delle pattumiere... Tutto per costringere le autorità a fermare
la circolazione automobilistica e a sbarrare le strade nei giorni
dello shabat e in quelli di festa, a chiudere i grandi magazzini
e le sale da gioco, a vietare l'allevamento e la vendita di
maiale, etc. Quest'anno, nel giorno di lutto annuale (che cade il
9 del mese di Ab) per commemorare la distruzione del primo e del
secondo Tempio di Gerusalemme, essi hanno persino costretto la
polizia ad evacuare con la forza centinaia di ebrei appartenenti
alla corrente conservatrice, che stavano pregando davanti al Muro
del pianto.
Le prime vittime dell'egemonia ortodossa
sono in realtà i membri delle correnti che gli haredim, forti
del monopolio che essi detengono sulla halakha, accusano di aver
"deviato" o di essere "eretici". Negli anni
50 e 60 l'establishment ortodosso contestò l'identità ebraica
dei membri della comunità Bne Yisrael, venuti dall'India,
causando loro parecchie sofferenze. Dagli anni 80, gli ebrei
venuti dall'Etiopia subiscono una sorte analoga.
Vengono obbligati a passare esami di
religione per provare di essere effettivamente ebrei; alcuni di
loro devono sottoporsi al rituale della conversione; l'autorità
dei loro rabbini non viene riconosciuta. Succede persino che le
autorità responsabili dei cimiteri rifiutino di seppellire i
loro morti con la scusa che la loro identità ebraica non è
stata accertata. Quanto poi ai karaiti, in maggioranza
provenienti dall'Egitto, essi devono affrontare queste stesse
difficoltà da decenni e, per reazione, si rinchiudono nelle loro
comunità. L'establishment ortodosso si spinge fino ad affermare
che un terzo degli immigranti originari dell'Unione sovietica non
è ebreo. E i soli a tenergli testa sono i membri della corrente
riformata e di quella conservatrice.
Peraltro, è pur vero che questi ultimi
provengono quasi tutti dagli Stati uniti, dove mantengono solidi
legami con le loro ricche e influenti comunità.
Dalla loro partecipazione alle coalizioni
governative, inoltre, tutti i partiti religiosi ricavano enormi
vantaggi materiali, in continuo aumento. Nel governo attuale, il
Mafdal detiene il portafoglio della pubblica istruzione che ha un
bilancio molto cospicuo, personale numeroso e una grande
influenza ideologica e quello dei trasporti. E' presente anche
nel ministero per gli affari religiosi, che divide con lo Shas.
Quest'ultimo oltre al ministero del lavoro e quello della
previdenza sociale (dotato di imponenti risorse) controlla il
ministero degli interni, che dispone di un bilancio enorme ed
esercita funzioni decisive, quali l'iscrizione della menzione
"ebreo" o "non ebreo" sulle carte di identità.
Per non parlare della sua enorme influenza su tutte le
municipalità. Un deputato di Agudat Israel è viceministro delle
costruzioni: una posizione dalla quale può promuovere con zelo
la crescita delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme-Est e
fare del suo meglio per favorire le comunità di haredim. E
dulcis in fundo, un deputato di Deghel Hatora presiede la
commissione per le finanze della Knesset: una commissione molto
influente, come si può immaginare.
I ministri membri dei partiti religiosi
sfruttano, non c'è dubbio, le loro posizioni di potere. Certo,
ogni tanto i loro metodi, a volte contrari alla legge o alle
norme in vigore, sollevano uno scandalo nei media. Questo non li
disturba più di tanto: quando un deputato dello Shas venne
condannato a una pena di prigione per corruzione, i suoi colleghi
e lui stesso si limitarono ad affermare che egli aveva agito in
nome di una buona causa. E che, d'altronde, se era stato
condannato lo si doveva al fatto che era un sefardita. Il partito
Shas gioca sempre sulla corda della discriminazione nei confronti
della comunità sefardita, un tema al quale il suo pubblico è
particolarmente sensibile.
Lavaggio del cervello nelle scuole Malgrado
tutti questi vantaggi, i partiti religiosi e, in particolare,
quelli ultraortodossi non avrebbero l'influenza che hanno se non
gestissero innumerevoli istituti scolastici e di beneficenza.
Questa attività consolida e allarga notevolmente la loro base
sociale e il loro ascendente ideologico. Nelle scuole, i giovani,
e attraverso di loro i genitori, subiscono un vero e proprio
lavaggio del cervello. Ma i partiti religiosi distribuiscono
anche degli aiuti. Il governo e le autorità locali riducono o
sopprimono i pasti caldi offerti agli studenti poveri delle
scuole pubbliche? Gli istituti scolastici dello Shas, invece, li
garantiscono. E offrono anche dei corsi supplementari, alla fine
dei quali gli studenti vengono riportati a casa. Non c'è da
stupirsi se, in queste condizioni, il numero delle scuole dei
partiti religiosi continua ad aumentare. Nella zona sud di Tel
Aviv, il numero dei bambini iscritti alle scuole materne dello
Shas è aumentato del 20% e fra i nuovi iscritti ci sono molti
bambini di famiglie laiche, i quali i primi giorni vanno a scuola
senza kippa (zucchetto) sulla testa e successivamente si abituano
a portarlo e finiscono per unirsi ai loro compagni religiosi
nella preghiera (10).
Come a dire che i partiti religiosi ebraici fanno ricorso alle
stesse tecniche del movimento islamista in Israele e di Hamas in
Cisgiordania e a Gaza. La somiglianza dei metodi di reclutamento
dei partiti religiosi, ebraici e musulmani, è straordinaria.
I laici, sentendosi braccati dalle
costrizioni e dai vincoli religiosi in continuo aumento,
abbandonano Gerusalemme in numero sempre maggiore. Dopo le
elezioni del 29 maggio 1996, molti intellettuali parlano di una
"guerra di civiltà" che opporrebbe i laici ai
religiosi. Secondo Baruch Kimmerling, se è vero che le ultime
elezioni hanno riportato al potere la coalizione del "campo
nazionale per la salvaguardia del Grande Israele",
all'interno di questa esiste però, in nuce, un serio conflitto
fra il nazionalismo haredim e il nazionalismo laico il quale
presenta elementi di liberalismo. Certi religiosi si sforzano di
rassicurare i laici con la promessa di non "guardare cosa
hanno nel piatto". Ma la battaglia della civiltà è una
battaglia che riguarda il carattere e l'immagine dello stato più
di quanto riguardi i singoli individui.
Lo scrittore Yael Hadaya ha recentemente
pubblicato un racconto che descrive Israele dopo le elezioni
legislative del maggio 2004. I partiti religiosi tradizionali e
quello degli amuleti e dei borbottii avranno allora vinto le
elezioni e imporranno le loro leggi e i loro costumi. E perché i
non religiosi possano continuare a vivere in Israele si pensa
alla creazione di una "autonomia"... laica (11).
In fin dei conti, perché non immaginare due
stati non lo stato di Israele e quello palestinese, ma uno stato
religioso e uno laico? Alcuni sorridono quando si evoca questa
eventualità, ma altri la prendono molto sul serio: l'acutizzarsi
delle contraddizioni fra religiosi (in genere dei militanti) e
laici (spesso depressi) rende la coesistenza sempre più
difficile.
note:
* Giornalista del quotidano Haaretz, Tel Aviv
(1)
Yediot Aharonot, 19 ottobre 1997
(2)
Citato da Dominique Vidal, Des facteurs politiques de l'emprise
de la religion en Israel, Actes, Parigi, aprile 1992.
(3)
La percentuale di giovani dispensati dal servizio militare a
causa dei loro studi religiosi è raddoppiata in tre anni per
arrivare, nel 1997, al 7,5% (Haaretz, 23 novembre 1997)
(4)
Cfr. Dominique Vidal, L'inquietante normalizzazione della società
israeliana, le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1996.
(5)
Haaretz, 27 dicembre 1996
(6)
Cfr. "In nome del Grande Israele", le Monde
diplomatique/il manifesto, dicembre 1995
(7)
Dichiarazione trasmessa sul primo canale della televisione
israeliana, 19 ottobre 1997.
(8)
Yedioth Aharonot, 15 ottobre 1997.
(9)
D'altronde, secondo lo stesso sondaggio, il 44% afferma di
sentirsi più vicino alla religione di quanto lo fossero i suoi
genitori, il 33% vicino quanto i suoi genitori e il 22% meno
vicino dei suoi genitori. Le donne (l'8,2%) tornano alla fede più
degli uomini (il 6,7%); i giovani di 18-30 anni (il 20%) più di
chi ha più di 30 anni (il 12%); gli orientali (il 12%) più
degli occidentali (il 4%) vengono chiamati orientali gli ebrei
originari dell'Asia e dell'Africa, occidentali coloro che vengono
dall'Europa o dagli Stati uniti; coloro che hanno finito il liceo
(il 10%) più di chi ha fatto degli studi superiori (il 5%).
Quanto poi all'educazione religiosa all'ebraismo dei figli, il
16% degli intervistati ha dichiarato di averla intensificata.
(10)
Hair, Tel Aviv, 1&oord ottobre 1997
(11)
Haaretz, 10 ottobre 1997, supplemento.
(Traduzione P. R.)
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
pp. 274
Introduzione
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile, dal
suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana e
una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano
poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di problemi
mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981 gli Stati Uniti ed
Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica. Vi sono clausole
segrete e clausole segretissime di questo trattato. La parte segretissima
impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata
nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al Sharq Al Awsit,
pubblicato a Londra. Quanto alla parte che è soltanto segreta, questa viene
citata sistematicamente dalla stampa israeliana. Per usare le parole del
Jerusalem Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di
"preservare la superiorità di Israele nei confronti della coalizione
araba". In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere
lo Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli
eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi messi insieme
non dovrà mai superare, in particolare dal punto di vista qualitativo, quella
di Israele. Questo accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza ed il
ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se stessa la
bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque sussistere giacché
sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale
Ariel Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi della politica
militare israeliana: "La sfera di interesse strategico di Israele deve
essere allargata fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran
e Pakistan e aree come il Golfo Persico e l'Africa".
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana per
il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola, poiché
finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema
centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione, il dominio
strategico del Medio Oriente e la "vigilanza" sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale. In senso
ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è un problema
palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal
problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico, dal
problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione dell'estrazione
del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal problema della potenza
militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi vengono attaccati da
Israele perché gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio, il
nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede la guerra santa, gli
arabi sotto la spinta delle masse brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad
armarsi e la potenza militare israeliana tende a distruggere l'armamento arabo.
La concatenazione può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne anche uno
soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria infallibile
che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce "equilibrio". Il difetto
del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste nel contenimento forzoso della
potenzialità esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede
inevitabilmente l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di
costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione. Assomiglia al
processo che si compie in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente
acceso un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è
acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce grande calore e
minaccia di provocare una deflagrazione generale di tutte le pentole, per
simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio di come è stata
"costruita" la guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e
nella quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente
cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può condurre
alla "soluzione finale" del problema palestinese com'è prospettata da
Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio Oriente,
poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di
fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente
provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia dotati di grande
esperienza di combattimento e nel complesso più forti di quando avevano
iniziato la guerra. In particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700
aerei, 5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario
tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non più
soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati Uniti, i quali nel corso
degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con
stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico
Khomeini, che, in termini più vicini alla realtà politica, è come dire che
avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire l'integralismo
islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma per un
diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta all'interno
dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono la strada a una
nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta
possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i vecchi piani di espansione
demografica (portare gli abitanti dello Stato ebraico a 7 milioni entro il
duemila) che erano rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso
gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare
cronologicamente i fatti che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva
corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare
l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano
Itzhak Shamir disse: "Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica.
Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare in
America. Quindi verranno in Israele". Già da mesi l'arrivo di una grande
ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS era causa di un acceso confronto
politico all'interno di Israele. I movimenti estremisti invitavano
incessantemente nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla
Cisgiordania manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo
doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e
di capo dell'esecutivo, contenute in una serie di interviste pubblicate con
grande rilievo dalla stampa israeliana, sono la traccia più significativa per
seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale
dichiarando: "Un grande Israele è necessario per installarvi tutti gli
ebrei sovietici". "Grande" è un'espressione ambigua, che può
essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore apprenderà
leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre l'interesse del mondo era concentrato
sull'ipotesi di trattative in vista di una soluzione del problema dei territori
occupati, Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per
rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta
lapidaria fu mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: "L'unica
cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato
palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele". A ben
riflettere, con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto
ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità di pace
consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce
loro come un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza equivale a
ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte araba per conseguire la
realizzazione del diritto, e da parte israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema
degli ebrei sovietici: "Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi
sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica.
Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro la
fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e
sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leaders di Israele si occupino
esclusivamente dell'immigrazione sovietica". Infine anticipava più
precisamente l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico:
"(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato forte". Il
portato ovvio di questa politica era che Israele doveva far conto soprattutto,
se non esclusivamente, sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto
difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne, Shamir
sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione di massa di ebrei
sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto: "Alcuni credono che
il deterioramento della situazione ci porterà a una guerra". "Dopo un
intervallo di relativa tranquillità voci di guerra si ricominciano a sentire
nel mondo arabo (...) Questa volta è l'Irak", rispose Shamir. "Alcuni
paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa
che crea il pericolo di guerra (...)" "Allora gli arabi sono
giustificati nella loro paura dell'immigrazione", aveva insistito il
giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo
messaggio finale: "Hanno ragione, dal loro punto di vista, perché questa
immigrazione è la vera vittoria del sionismo e di tutto ciò che Israele
significa". Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere
"tutto ciò che Israele significa", e rimando il lettore al contenuto
del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno agli
orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente vicino
nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la
resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai,
comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò che la soluzione
militare contro l'Intifada era ormai, più che una possibilità, una certezza,
affermando senza condizionali: "La rivolta sarà schiacciata da una
posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane". L'ipotesi
di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto
arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie riguardanti
l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi
segreti americani e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari
diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò che la campagna di
stampa scatenata contro l'Irak sulla base di questo episodio aveva lo scopo di
fornire una giustificazione ad un attacco "chirurgico" da parte di
Israele contro le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva
lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare "Osirak". Lo stesso 2
aprile Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia
"Shavit", il satellite "Ofek-2" con capacità militari.
Contemporaneamente nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio
della "Voice of America" (la voce dell'America) per trasmissioni in
lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato agli
occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio 1990, sul
Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna del colonnello
Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di
strategia militare americana applicata al teatro di operazioni
israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo "US
War College", per definire, a uso del Dipartimento di Stato, i limiti
territoriali minimi per la sicurezza dello Stato ebraico. Pertanto è un'autorità
indiscutibile nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero
ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di 100 generali e
ammiragli americani che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina
del Washington Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in
alcun caso i territori occupati, sulla base della considerazione che "(...)
Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte deve
conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale. Premere