Corriere della Sera 15 febbraio 2003
"L'imbroglio dei barbari"
Charles Krauthammer (premio Pulitzer)
editorialista del Washington Post
La Corea del Nord riapre il suo stabilimento per il trattamento del plutonio e minaccia un attacco preventivo. La seconda guerra del Golfo sta per cominciare. Non è l'Apocalisse. Ma è un ottimo preparativo. Non vi si arriva da un momento all'altro. Ci sono almeno, diciamo un decennio. Stiamo ora pagando lo scotto per il decennio che ebbe inizio nel 1990, la nostra vacanza nel corso della storia. Allora, ogni grande sfida all'America fu rinviata. Lo scopo principale dell'amministrazione Clinton fu di assicurarsi che nulla di terribile avvenisse durante la veglia. Di conseguenza, mise da parte ogni ostacolo. Saddam Hussein seguitò a sfidare il mondo intero e a costruire il suo arsenale, persino mentre gli Stati Uniti acconsentivano all'allentamento delle sanzioni delle Nazioni Unite e poi all'espulsione di tutti gli ispettori di armi.
Quando la Corea del Nord minacciò di diventare una potenza nucleare nel 1993, Clinton riuscì a rinviare il conto tramite un accordo per bloccare il programma di Pyongyang. L'accordo era un imbroglio. Per tutto il tempo, i Coreani del Nord in clandestinità arricchirono l'uranio. Ora sono in piena offensiva nucleare. Il primo attacco al World Trade Center avvenne nel 1993, seguito da due ambasciate in Africa saltate in aria e dall'attacco alla "USS Cole". Considerando il terrorismo un problema di applicazione della legge, Clinton inviò l'Fbi e un occasionale missile Cruise ad alzare qualche nuvola di polvere. Bin Laden fu offerto dal Sudan nel 1996. Ma fu rifiutato per mancanza di giustificazioni legali.
Ecco come ci si comporta in vacanza: i nemici mortali non sono trattati come combattenti ma come imputati. Clinton si vantò di dare una visione transnazionale più imponente (l'agitazione globale, l'emigrazione, e cose simili) a tali problemi comuni, mentre inviava le forze militari americane a reprimere le guerre locali in luoghi come la Bosnia. Il 19 giugno 2000, l'amministrazione Clinton risolse il problema degli "Stati canaglia", abolendo il termine e rinominandoli "Stati d'ansia". Indifferenti, le canaglie fiorirono, armandosi e accingendosi a fare guerre imponenti.
Guerre che sono alle porte. L'11 settembre 2001, sia le illusioni che tanto facevano comodo sia le stupide pretese svanirono. Ora riconosciamo il problema focale del Ventunesimo secolo: la concomitanza di terrorismo, Stati-canaglia e armi per la distruzione di massa.
E' vero, le armi per la distruzione di massa non sono nuove. Ciò che è nuovo è che il know-how necessario per la loro fabbricazione non sia più un segreto. Qualsiasi persona avente una discreta istruzione in fisica moderna, chimica o biologia può fabbricarle. L'Apocalisse è stata democratizzata.
Non si può evitare il pericolo. L'anno scorso il discorso di Bush sull'asse del male fu accolto con grande disprezzo dai sofisti. Un anno dopo l'ammonimento si giustifica del tutto. Persino le Nazioni Unite dicono che l'Iraq deve essere disarmato. L'Agenzia internazionale per l'Energia nucleare ha appena proclamato (con garbo) la Corea del Nord un fuorilegge nucleare. L'Iran ha annunciato progetti per l'estrazione dell'uranio e per rilavorare il combustibile nucleare usato; abbiamo recentemente scoperto due complessi nucleari iraniani segreti. Stiamo partecipando a una corsa contro il tempo. Ogni volta che tali Stati ostili mettono insieme degli arsenali, noi ci scoraggiamo e loro diventano invulnerabili.
Che possiamo o non vincere la corsa è un vero e proprio interrogativo. L'Anno Primo della nuova era, il 2002, è stato abbastanza tranquillo. L'Anno Secondo non sarà così: il 2003 potrebbe essere tanto catastrofico quanto il 1914 o il 1939. La politica è diventata cosmica, in un battibaleno, proprio davanti ai nostri occhi. L'interrogativo è immenso e semplice può ñ e potrà ñ la parte civile dell'umanità disarmare i barbari che utilizzerebbero l'ultima conoscenza per l'ultima distruzione? Fra mesi, avremo ben chiaro se la risposta sarà affermativa o negativa.
Stati uniti, in missione per conto di Dio
by Francesco Dragosei (da Il Manifesto) Tuesday August 19, 2003 at 12:45 PM
Sono storici, saggisti e giornalisti i nuovi profeti del neodarwinismo tra gli stati. Nei loro scritti annunciano l'avvento trionfale, in America e nel mondo, della legge del più forte. Da Robert Kagan a Charles Krauthammer, l'affermarsi di una euforia americocentrica che riesce persino a speculare sull'11 settembre
La «teoria» di Kagan è molto semplice. L'Europa, vecchia ed emasculata dopo i bagni di sangue delle guerre mondiali, nonché sempre più invidiosa della giovane e forte America, desidera ormai solo di castrarne la potenza militare imponendole subdolamente la sua molle cultura della negoziazione e della pace: cultura ereditata - l'autore non si stanca di ripetere per nobilitare la sua tesi (senza però sognarsi di citare direttamente una sola opera di Kant o Hobbes) - dall'ideale kantiano della pace perpetua, mentre a Hobbes si rifà viceversa la cultura americana della guerra. Dunque, l'unica via per l'America è di infischiarsene della subdola politica di pacificazione dell'Europa continuando a menare i colpi di clava del più forte, prosegue Kagan senza mai essere sfiorato dal dubbio che il rifiuto del mondo hobbesiano possa essere una scelta di civiltà, una questione di evoluzione dei rapporti tra le nazioni. Sentendosi tutt'al più in obbligo di rassicurarci che le ragioni dell'America non sono ciecamente egoistiche ma sollecite anche del bene dell'Europa e del mondo, in quanto volte sempre e comunque all'«avanzamento dei principi della civiltà e dell'ordine mondiale liberali». Secondo cioè una classica autoinvestitura dell'America quale unica interprete e garante del progresso, della giustizia planetaria e della pace. Quel sogno di stato perfetto, padrone e tutore del mondo, a suo tempo divinato - ci ricorda Kagan - da un Reinhold Niebuhr («la responsabilità americana di risolvere il problema del mondo»). O da un Benjamin Franklin («la causa dell'America è la causa di tutta l'umanità»). O anche - aggiungeremmo noi facendo un salto nella Russia degli anni Venti - dal «Benefattore», il bieco-mellifluo capo assoluto dello Stato che, nel romanzo di Zamjàtin Noi, paternalisticamente spiegava come fosse dovere dello stato perfetto «piegare al benefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano sugli altri pianeti...», anche «se essi non comprenderanno che noi portiamo loro la felicità matematicamente esatta...» [anche] «costringendoli ad essere felici».
In un lungo articolo apparso sul numero 70 di «The National Interest» (e ripreso in Italia da «Aspenia») il giornalista del Washington Post, e premio Pulitzer, Charles Krauthammer, dopo aver ricordato che già nel lontano 1990, in controtendenza con le previsioni sul declino degli Stati Uniti, egli aveva preconizzato un futuro unipolarismo americano, rileva orgoglioso che non solo oggi «la spesa militare americana supera quella dei successivi venti paesi messi insieme» senza alcun segno di declino, ma che il primato è, oltre che militare, economico, tecnologico, linguistico, culturale. Il suo trionfalismo, secondo una tipica capacità americana di trasformare una sconfitta in una contronarrazione ottimistica (una capacità che chiameremmo «elaborazione euforica del lutto»), si nutre persino della poco trionfale tragedia dell'11 settembre, trasformando con una magia alchemica la più grave ferita mai inferta al suolo americano in recuperata invulnerabilità dell'America. «Se non ci fosse stato l'11 settembre», egli osserva con un qualche cinismo, «il gigante sarebbe rimasto addormentato. [...] Grazie alla dimostrazione delle sue capacità di recupero [...] il senso di invulnerabilità della popolazione ha assunto una nuova dimensione». Ancora dal fatidico 11 settembre, Krauthammer si ricava inoltre l'alibi per dare legittimazione morale alla nuova non osservanza americana del diritto internazionale e alla guerra preventiva: «l'11 settembre ha catalizzato la consapevolezza [...] che il primo compito degli Usa è di garantirsi la protezione contro tali armi». Dopo avere quindi puntato il dito sul bieco disegno dei lillipuziani europei di legare il Gulliver America «con una miriade di lacci che riducano la sua potenza», Krauthammer conclude che, in fondo, gli Usa, perseguendo i propri interessi stanno perseguendo anche quelli degli ingrati europei, specialmente per quanto riguarda la pace nel mondo. Nel sostanzioso e documentato Carnage and Culture («Carneficina e cultura»), il noto storico militare Victor Davis Hanson la prende da lontano, partendo addirittura dalla battaglia di Salamina. Ma proprio per la sua serietà scientifica tale libro costituisce, rispetto al libretto di Kagan e al saggio di Krauthammer, una ben più insidiosa e affilata arma per lo schieramento neodarwinista. Analizzando battaglie epocali come Salamina (480 a.C.), Gaugamela (331 a.C.), Canne (216 a. C.), Poitiers (732), Tenochtitlàn (1520), Midway (1942), Tet (1968), Hanson dà corpo alla teoria che l'Occidente ha un lunghissimo, misconosciuto primato di micidialità bellica («brutal western lethality», per dirla con le sue parole) che si alimenta direttamente dal suo primato culturale. Sia i greci che i romani, i macedoni di Alessandro, gli spagnoli di Cortés, gli americani nel Pacifico, avrebbero ottenuto le loro schiaccianti vittorie sui non occidentali («non-westerners»: praticamente neri , gialli e tutti gli altri di pelle non perfettamente bianca) non tanto per superiorità organizzativa e tecnologica (ad esempio la polvere da sparo), quanto per un plusvalore civile, fatto di senso della disciplina, democrazia, libertà, spirito di iniziativa e individualismo. Quanto alle inevitabili pagine buie dell'Occidente, anche Hanson, giovandosi di quella capacità di elaborazione euforica del lutto che abbiamo già visto in Krauthammer, arriva a trasformare le sconfitte dell'Occidente (dalla battaglia di Canne a Wounded Knee, all'offensiva del Tet) in sostanziali vittorie, in quanto i non-westerners hanno vinto solo perché si sono appropriati delle armi, delle tecnologie, delle idee dell'Occidente. Il gioco è fatto. Prolungando e stiracchiando un poco la sua teoria sui trionfi dell'Occidente, Hanson arriva a farvi ricadere anche la sconfitta americana in Vietnam, trasformandola in vittoria.La battaglia di Khesanh, ad esempio, egli ci dice con malcelato orgoglio, vide una tale superiorità statunitense da registrare un incredibilmente basso numero di morti americani (uno ogni cinquanta nordvietnamiti): non lontano addirittura da quello degli spagnoli di Cortés con gli Aztechi. Peccato solo, si rammarica, che la vittoria americana sia stata poi autolesionisticamente trasformata in sconfitta dall'isterismo e dalle distorsioni dei giornali, della tv, dei liberal americani.
Così facendo, oltre a riscattare e santificare il Vietnam (sempre, si badi, con termini deprecatori quali «horrendous slaughter», orrendo massacro, «blood bath», bagno di sangue, e simili), Hanson salda tacitamente il secolare primato bellico e civile dell'Occidente all'attuale superiorità militare (e civile) degli Stati Uniti. Inoltre, il suo libro si inscrive senza sembrarlo nel gran numero delle rinarrazioni che da tempo stanno portando fuori dal depressivo cono d'ombra del Vietnam questo paese che - nonostante le sue frequenti dichiarazioni contrarie - continua a patire ancora e sempre un'intolleranza genetica alla sconfitta, al fallimento, al lutto. Rinarrazioni, per capirci, come la celebre saga nazionalpopolare di Rambo, col suo mito del tradimento dell'eroico soldato americano pugnalato alle spalle dalle odiose burocrazie politico-militari-massmediologiche.
Chiudiamo con una voce che se certamente non appartiene a questo sussulto neodarwinista, provenendo da uno dei periodici più pensosi e autocritici d'America, in qualche modo però a tale sussulto contribuisce con la sua sotterranea adesione ai destini trionfali della Repubblica. Si tratta di un articolo apparso lo scorso maggio sull'«Atlantic Monthly» per la penna del suo correspondent David Brooks, autore, tra l'altro di una recente, esaurientissima cover story (12 fitte pagine) sulle differenze tra red and blue America. Nell'articolo Brooks, rifacendosi a Democratic Vistas di Walt Whitman (1871) onde ricordare come il grande poeta - diversamente dagli ottusi antiamericanisti di oggi - avesse ben capito che l'America è un paese differenziato e vario, fatto di uomini buoni e meno buoni, e che la sua forza consiste proprio nel non deflettere dalla sua «storica missione» di guida del mondo anche nei momenti di leadership mediocri (chiara l'allusione di Woods a Bush), si lascia sorprendentemente prendere da fremiti di consonanza con i noti ardori nazionalistici e messianici del poeta newyorkese. «Whitman», egli ricorda con nostalgia e biasimo agli americani, «aveva un sottile senso dell'unicità della storica missione ('America's unique historical mission') assegnata al Paese da Dio o dal destino onde diffondere la democrazia e promuovere la libertà umana nel mondo». Così facendo, Brooks non solo smentisce la appena enunciata differenziazione dell'America ma dà inavvertitamente una mano ai vari Kagan, Krauthammer, Haston. Porta forse, anche lui, un sia pur involontario contributo a quella rottura del «patto» e della parità democratica tra le nazioni in nome d'un resuscitato affidamento planetario americano legittimato dalla sua strapotenza militare e dal ritrovato senso messianico.
IL TERRORISMO DI STATO AMERICANO
http://www.lineaombra.it/archivio/JeanZiegler_0902.htm
Jean Ziegler
http://www.larivistadeilibri.com/2003/04/garton-ash.html
"Anche l'espressione "scimmie pappamolla mangiaformaggio" viene impiegata [a indicare i francesi] con la stessa frequenza con cui i francesi dicono "fotti gli ebrei". Ops, come non detto: questo è un altro modo di dire popolare francese" (Jonah Goldberg, National Review Online, 16 luglio 2002).
Oppure, da una diversa sponda: ""Volete sapere cosa penso veramente degli europei?", ha chiesto l'alto funzionario del Dipartimento di Stato. "Penso che abbiano affrontato nel modo sbagliato praticamente tutte le più importanti questioni internazionali degli ultimi vent'anni"" (Cit. da Martin Walker, UPI, 13 novembre 2002).
Sono state affermazioni di tal fatta a portarmi di recente negli Stati Uniti — Boston, New York, Washington e due stati bigotti della Bible-belt, Kansas e Missouri — per osservare da vicino l'evolversi dell'atteggiamento americano nei confronti dell'Europa alla luce di una possibile seconda guerra del Golfo. Praticamente tutte le persone con cui ho parlato, sulla East Coast, riconoscevano che il livello di irritazione verso l'Europa e gli europei ha superato per intensità addirittura l'ultimo picco storico, nei primi anni Ottanta.
Tutto un intingere penne nel cianuro, uno storcere la bocca per mettere alla berlina "gli europei", anche noti come euros, euroids, 'peens o Euroweenies. A dire di Richard Perle, attuale presidente del Consiglio nazionale alla difesa, l'Europa ha perduto la sua "bussola morale" e la Francia "la sua fibra etica". Tale irritazione investe anche le più alte cariche dell'amministrazione Bush. Parlando con alcuni alti funzionari, ho potuto notare che al sintagma "i nostri amici europei" faceva seguito come un'appendice d'obbligo "quei rompipalle".
Il luogo comune che oggi circola sull'Europa è presto detto. Gli europei sono gente inetta. Deboli, petulanti, ipocriti, divisi, in malafede, in qualche caso antisemiti e spesso pacifisti per antiamericanismo. In una parola: Euroweenies. I loro valori, la loro colonna vertebrale si sono dissolti in un tiepido semicupio di sciocchezzai multilaterali, transnazionali, secolari e postmoderni. Buttano via gli euro in vini, vacanze e stati assistenziali esorbitanti invece che investirli in opere di difesa. Dopodiché, standosene belli paciosi ai bordi del campo, si permettono parole di scherno mentre gli Stati Uniti fanno il lavoro sporco di proteggere il mondo per loro. Gli americani, viceversa, sono forti, incrollabili difensori della libertà, patrioti fedelmente al servizio dell'ultimo stato-nazione autenticamente sovrano del mondo.
Le metafore sessuali di questi stereotipi meriterebbero uno studio specifico. Se l'antiamericanismo europeo vede negli "americani" cowboy spacconi e prepotenti, gli americani antieuropei considerano "gli europei" delle checche effeminate. L'americano è un maschio virile ed eterosessuale; l'europeo è femmina, un impotente, o gliele hanno tagliate. Militarmente parlando, agli europei non gli si alza. (In fin dei conti, non hanno neanche venti aerei da "trasporto pesante" di contro agli oltre duecento degli americani.) Alla fine di una conferenza che ho tenuto a Boston, un anziano signore è andato barcollando al microfono e ha chiesto come mai l'Europa "denoti così scarse energie vitali". La parola "eunuchi", ho scoperto, viene scandita in "EU-nuchi". Le metafore sessuali fanno capolino anche in resoconti più elaborati delle differenze tra America ed Europa: è il caso di un articolo, che fa già testo, apparso sulla Policy Review a firma di Robert Kagan, della Carnegie Endowment for Peace, dal titolo "Forza e debolezza". Rispolverando l'immagine di un famoso libro sui rapporti tra i sessi, Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, Kagan proclama: "Gli americani vengono da Marte, gli europei da Venere".
Ma non tutti gli europei sono ugualmente da buttare. Vi è la tendenza a considerare gli inglesi un po' diversi, a vederli in una luce migliore. Ai britannici i conservatori americani fanno spesso grazia dell'ignominiosa natura "europea" — opinione che certo incontrerebbe l'accorato plauso dei tory d'oltremanica, mentalmente ancora sotto l'egida di Margaret Thatcher. E di Tony Blair, come della Thatcher prima di lui, e di Churchill prima di lei, si parla a Washington come di una luminosa eccezione alla trista regola europea.
Trattamento peggiore è riservato ai francesi — che, ovviamente, ripagano quanto meno della stessa moneta. Non mi ero reso conto quanto fosse diffuso nella cultura popolare americana l'antico passatempo British del dagli-al-francese. "La Francia, capirai, a quelli gli abbiamo salvato il culo due volte e per noi non hanno mai fatto nulla", mi ha ragguagliato all'Ameristar Casino di Kansas City Verlin "Bud" Atkinson, veterano della seconda guerra mondiale. Parlando a studenti di licei e università del Missouri e del Kansas, mi sono imbattuto in uno strambo pregiudizio popolare: i francesi, pare, non si lavano. "Mi sentivo proprio lurido", diceva un ragazzo, ricordando il suo viaggio in Francia. "Ma eri sempre più pulito dei ragazzi francesi", aggiungeva un altro.
Due importanti giornalisti americani, Thomas Friedman del New York Times e Joe Klein del New Yorker, di ritorno da lunghi giri di presentazione dei propri libri negli Stati Uniti, mi hanno detto separatamente di essersi imbattuti ovunque in un palpabile antifrancesismo: una frecciata ai francesi e puoi contare su una risata sicura. Grazie al direttore della National Review Online nonché dichiarato "castigafranciosi", il conservatore Jonah Goldberg, visibile anche sugli schermi televisivi, il succitato epiteto di "scimmie pappamolla mangiaformaggio", originariamente apparso in un episodio dei Simpsons, è ora moneta corrente. Goldberg mi ha detto che, quando nel 1998 iniziò a scrivere pezzi antifrancesi per la National Review, scoprì che "avevano un mercato". Bacchiolare i transalpini, ha detto, è diventato "un tormentone".
1.
Ma mettere insieme le polemiche neoconservatrici, i pregiudizi dei liceali di Kansas City sull'uso del bagno in terra d'oltralpe, le osservazioni di un funzionario del Dipartimento di Stato e di altri funzionari governativi per poi etichettare il tutto come "antieuropeismo" è chiaramente fuor di luogo. Come scrittore europeo, mi guardo bene dal riservare all'"antieuropeismo" americano il medesimo trattamento spesso riservato dagli scrittori americani all'"antiamericanismo" europeo.
Come occorre distinguere una legittima e informata critica dell'UE e dell'attuale indirizzo europeo da un'ostilità più radicata e profonda verso l'Europa e gli europei in quanto tali, allo stesso modo gli scrittori americani farebbero bene a separare più spesso di quanto non facciano un'argomentata critica europea all'amministrazione Bush dal puro e semplice antiamericanismo, come una sua critica argomentata al governo Sharon dall'antisemitismo. Ciò su cui anche persone bene informate possono non trovarsi d'accordo è dove passi la linea di demarcazione.
Non bisogna perdere poi il senso dell'umorismo. Tra le ragioni che suscitano l'ilarità degli europei nei confronti di George W. Bush vi è la comicità involontaria di certe sue uscite, vere o presunte. A esempio: "Il problema dei francesi è di non avere una parola per dire entrepreneur". A suscitare l'ilarità degli americani nei riguardi dei francesi vi è, tra l'altro, un'antica tradizione anglosassone — risalente quanto meno a Shakespeare — di derisione dei cugini d'oltremanica. Ma c'è anche l'inghippo. Dei rilievi oltraggiosi di penne conservatrici come Jonah Goldberg e Mark Steyn alcuni sono palesemente scherzosi, altri semiseri, altri ancora serissimi. A risentirsi contro uno di questi ultimi, possono sempre dirti: "ma stavamo solo scherzando, è ovvio!". L'umorismo vive di esagerazione e gioca con gli stereotipi. Ma si prenderebbe sul ridere uno scrittore europeo che definisse gli ebrei "scimmie pappamolla mangiapaneazimo"? Il contesto, certo, è molto diverso: non c'è stato alcun genocidio di francesi negli Stati Uniti. Pure, formulare l'ipotesi potrebbe magari dar da pensare ai nostri umoristi.
Antieuropeismo e antiamericanismo non sono fenomeni simmetrici. Il secondo ha il proprio basso continuo emotivo in una miscela di risentimento e di invidia; il primo in un mix di irritazione e disprezzo. L'antiamericanismo costituisce un'autentica ossessione per certi paesi — per la Francia in particolare, come ha di recente rilevato Jean-François Revel. L'antieuropeismo, viceversa, è ben lungi dall'essere un'ossessione americana. Negli USA, in realtà, l'atteggiamento verso l'Europa prevalente tra la popolazione è forse quello di un'indifferenza blandamente benevola, mista a un'ignoranza impressionante. Ho girato due giorni per il Kansas chiedendo alla gente che incontravo: "A che cosa pensa se dico "Europa"?". Molti rispondevano con un lungo, meravigliato silenzio, talora accompagnato da una risatina nervosa. Dopodiché rispondevano cose del tipo: "Be', credo che non vadano molto a caccia da quelle parti" (Vernon Masqua, falegname a McLouth); "Che è un sacco lontano" (Richard Souza, figlio di emigrati francesi e portoghesi); o, dopo una lunga pausa di riflessione, "Be', che è un bel viaggio dall'altra parte dello stagno" (Jack Weishaar, un vecchio contadino di origine tedesca). Si può star certi che sull'America un falegname o un contadino anche del più sperduto villaggio dell'Andalusia o della Rutenia avrebbe molte più cose da dire.
A Boston, New York e Washington — il "corridoio Bos-Wash" — mi è stato detto ripetutamente che dalla fine della guerra fredda l'indifferenza verso l'Europa è andata assestandosi anche tra quanti conoscono bene il Continente. L'Europa non è considerata né un alleato potente né un possibile serio rivale come la Cina. "Un posto di vecchi!", mi diceva un amico americano che ha fatto scuola e università in Inghilterra. Come ha osservato un tuttologo conservatore, Tucker Carlson, nella trasmissione della CNN Crossfire: "A chi importa cosa pensano gli europei? L'UE passa il tempo ad accertarsi che la mortadella inglese venga venduta a chili e non a libbre. L'intero continente sta diventando sempre più estraneo agli interessi americani".
Quando ho chiesto a un alto funzionario del governo che cosa accadrebbe se gli europei continuassero a criticare gli USA da una posizione di debolezza militare, la sostanza della sua risposta è stata: "Perché, ha importanza?".
Pure, mi è sembrato che una tale ostentazione di indifferenza avesse un che di forzato. Certo è che i miei interlocutori ci mettevano non poco tempo e passione per dirmi quanto poco gliene importava. Riguardo poi agli americani che criticano apertamente l'Europa, il meno che si possa dire è che sono tutt'altro che ignari o indifferenti al vecchio continente: gente che conosce l'Europa — una buona metà, a quel che pare, ha studiato a Parigi o a Oxford — ed è ben lieta di nominare alla prima occasione i rispettivi amici europei. Allo stesso modo in cui i critici europei degli Stati Uniti tendono a negare sdegnati l'etichetta di antiamericanismo ("intendiamoci, ho il massimo rispetto per il paese e per il suo popolo"), essi rivendicano invariabilmente di non essere affatto antieuropei.
Antiamericanismo e antieuropeismo si trovano alle due estremità opposte dello spettro politico. L'antiamericanismo europeo si situa prevalentemente a sinistra, l'antieuropeismo americano a destra. I più ferventi eurocastigatori USA sono neoconservatori che fanno ricorso a quella stessa retorica battagliera abitualmente impiegata contro i progressisti americani. E di fatto, come ha riconosciuto lo stesso Jonah Goldberg, "gli europei" sono anche la maschera dei progressisti. Allora, gli ho chiesto, Bill Clinton era un europeo? "Sì", ha risposto Goldberg, "o, quanto meno, pensa come un europeo".
Da quel che risulta, questo spartiacque destra/sinistra vale anche per la gente comune. Ai primi di dicembre dell'anno scorso, l'istituto di sondaggi Ipsos-Reid ha inserito nei propri regolari rilevamenti sull'opinione pubblica americana alcune domande agli effetti del presente articolo. Di quattro affermazioni relative al diverso approccio americano ed europeo alla via diplomatica e alla guerra, solo il 6% degli elettori repubblicani, contro il 30% dei democratici, ha scelto: "Gli europei tendono a preferire la soluzione diplomatica, valore positivo a cui gli americani farebbero bene a ispirarsi". Viceversa, solo il 13% dei democratici, contro il 35% dei repubblicani (il più consistente tra i singoli raggruppamenti), ha indicato: "Gli europei sono troppo inclini al compromesso e poco propensi a difendere la libertà se necessario anche fino alla guerra, e questo è male".
La linea di demarcazione si profilava ancora più netta, poi, riguardo "al modo più auspicabile di muovere guerra all'Iraq". Il 59% dei repubblicani di contro al 33% dei democratici ha scelto: "Gli Stati Uniti devono mantenere il controllo di tutte le operazioni e impedire che gli alleati europei possano limitarne in qualche misura i margini di manovra". Viceversa, per il 55% dei democratici e solo per il 34% dei repubblicani, "è fondamentale che gli Stati Uniti agiscano in collaborazione coi paesi europei, anche qualora ciò dovesse implicare una restrizione dell'autonomia decisionale americana".
Pare ipotesi meritevole di attenzione che siano in realtà i repubblicani a venire da Marte e i democratici da Venere.
Alcuni conservatori, poi, vedono un avamposto venusiano anche nel Dipartimento di Stato. William Kristol, uno dei neoconservatori americani, parla di "un asse pacifista che congiunge Rijadh, Bruxelles e il Foggy Bottom [quartiere di Washington dove si trova appunto il Dipartimento di Stato]". Lungo il corridoio Bos-Wash, ho sentito parlare a più riprese dell'esistenza di due gruppi antagonisti in lotta per avere l'attenzione del presidente Bush riguardo all'Iraq: il gruppo "Cheney-Rumsfeld" e quello "Powell-Blair". È abbastanza curioso, per un cittadino britannico, scoprire che il primo ministro inglese è diventato membro del Dipartimento di Stato americano.
Gli europei "atlanticisti" non hanno di che confortarsi troppo, se si pensa che anche tra gli europeisti di un organismo di tradizione progressista come il Dipartimento di Stato il disinganno verso l'Europa ha toccato punte preoccupanti. Ruolo cruciale ha giocato a riguardo la sconcertante incapacità europea di impedire il genocidio di duecentocinquantamila musulmani bosniaci proprio sotto casa. Da allora, l'Europa si è dimostrata regolarmente incapace di "trovare una linea comune" in politica estera e nell'indirizzo di sicurezza internazionale, al punto che perfino una controversia tra Spagna e Marocco riguardo a un isolotto disabitato al largo della costa marocchina ha dovuto essere risolto da Colin Powell.
"Non sono gente seria": questo il lapidario verdetto datomi da George F. Will sugli europei durante una colazione ufficiale in un albergo di Washington. E se anche Mr. Will è ben lungi dal potersi definire un progressista del Dipartimento di Stato, molti al suo interno sarebbero d'accordo con lui. Storicamente, i tavoli si sono invertiti. Charles de Gaulle non aveva forse pronunciato la medesima sentenza sugli americani? "Ils ne sont pas sérieux."
2.
In ampi settori della società americana, allignano disinganno e irritazione nei riguardi dell'Europa, un crescente disprezzo e finanche ostilità verso "gli europei", che, nelle sue ipostasi estreme, si merita il marchio di "antieuropeismo". Come si è giunti a questo punto?
Di alcune possibili spiegazioni si è già fatto cenno. Esplorarle tutte richiederebbe un libro: qui posso solo indicare qualche ipotesi. Per cominciare, negli Stati Uniti c'è sempre stata una forte tensione antieuropeista. "L'America è nata come antidoto all'Europa", faceva notare Michael Kelly, ex direttore dell'Atlantic Monthly. "Perché mai", chiedeva George Washington nel suo Discorso d'Addio, "intrecciando il nostro destino con quello di qualsivoglia parte d'Europa, aggrovigliare la nostra pace e la nostra prosperità nei lacci dell'ambizione, della rivalità, degli interessi, degli umori o del capriccio europei?". Per milioni di americani, nel XIX e XX secolo, l'Europa era il posto da cui si fuggiva.
E tuttavia il vecchio continente esercitava anche un persistente fascino, di cui fu celebre ipostasi Henry James; un desiderio per molti aspetti di emulare, e quindi sopravanzare soprattutto due paesi europei, l'Inghilterra e la Francia. Arthur Schlesinger Jr. mi ricordava il vecchio adagio "quando gli americani muoiono, vanno a Parigi". "Ogni uomo ha due patrie", diceva Thomas Jefferson, "la propria e la Francia". A quando far risalire l'inversione di rotta? Forse al 1940, l'anno della "strana disfatta" francese e dell'"ora più bella" dell'Inghilterra? Dopodiché, de Gaulle ristabilì l'amor proprio della Francia di contro agli americani, mentre Churchill creò un "rapporto speciale" tra le due nazioni dei genitori. (Per comprendere l'attuale approccio di Chirac e Blair agli USA, i nomi di riferimento sono ancora quelli di de Gaulle e di Churchill.)
Per cinquant'anni, dal 1941 al 1991, gli Stati Uniti e una sempre più nutrita schiera di europei hanno mosso guerra contro un nemico comune: il nazismo prima, il comunismo sovietico poi. L'"Occidente" geopolitico toccava allora il suo apogeo.
Per tutta la guerra fredda, ovviamente, tra le due sponde dell'Atlantico non mancarono le tensioni. Alcuni degli odierni stereotipi erano già perfettamente ravvisabili nelle controversie dei primi anni Ottanta sull'impiego dei missili cruise e Pershing, e riguardo all'indirizzo americano di politica estera con il Centramerica e con Israele; e formati nelle menti di alcune delle stesse persone, come Richard Perle, all'epoca rinomato "principe delle tenebre" per la sua linea dura. Simili polemiche intercontinentali vertevano in molti casi sulla maniera di porsi nei riguardi dell'Unione Sovietica, ma erano altresì arginate, in ultima analisi, dall'evidente nemico comune.
Oggi non più. E così, stiamo forse assistendo a ciò che lo scrittore australiano Owen Harries aveva preannunciato dieci anni fa in un articolo apparso su Foreign Affairs: il declino dell'"Occidente" come solido asse geopolitico a causa della scomparsa di quell'evidente nemico comune. L'Europa, che fu il principale teatro della seconda guerra mondiale e della guerra fredda, non è il centro della "guerra al terrorismo". Il divario di potenza si è allargato. Gli Stati Uniti non sono soltanto l'unica superpotenza del mondo, ma un'iperpotenza la cui spesa militare uguaglierà in breve quella delle successive quindici massime potenze del mondo messe insieme. L'UE non ha tradotto la sua comparabile forza economica — che si sta dirigendo a grandi passi vero i 10 trilioni di dollari dell'economia americana — in un livello equivalente di potenza militare e di ascendente diplomatico. Ma le differenze vertono altresì sull'impiego di questa potenza.
Secondo Robert Kagan, l'Europa si è evoluta in un mondo kantiano "all'insegna di leggi, di regole, e di negoziati e cooperazione transnazionali", mentre gli Stati Uniti sono fermi a una dimensione hobbesiana, in cui la potenza militare costituisce ancora la chiave di volta per conseguire obiettivi in campo internazionale (compresi quelli di stampo progressista). Per prima cosa viene da chiedersi: ma è proprio vero? A mio parere, Kagan — che per altro riconosce la natura "caricaturale" di questa distinzione — è troppo buono con l'Europa, nel senso che fa assurgere a indirizzo deliberato e coerente ciò che, in realtà, è solo una storia di girovagamenti alla cieca e di differenze tra una nazione e l'altra. Ma in seconda battuta, sorge anche un altro interrogativo: europei e americani gradirebbero che così fosse? Sì, verrebbe da dire. A un bel po' di politici americani piace molto l'idea di venire da Marte — inteso che ciò li renda marziali più che marziani — mentre i corrispettivi europei si riconoscono davvero, su un piano programmatico, in creature venusiane. Così, la ricezione della tesi di Kagan è parte della sua storia.
Nel quadro della ricerca d'identità di un'Unione Europea in corso di allargamento, va crescendo la tentazione dell'Europa di definire se stessa in opposizione agli Stati Uniti. L'Europa tende a costruire un'immagine di sé attraverso l'elenco delle proprie differenze rispetto all'America. Nell'augusto gergo degli studi d'identità, l'America diventa l'Altro. E agli americani non piace per nulla essere alterizzati (a chi piace, del resto?). Gli attacchi terroristici dell'11 settembre li hanno resi ancor più inclini a suffragare un'immagine marziale e missionaria del ruolo dell'America nel mondo.
Stanley Hoffmann ha osservato che tanto la Francia che gli Stati Uniti si considerano depositari di una missione universale e civilizzatrice. Oggi di quella missione, già prerogativa della Francia, esiste una versione europea, una "EU-topia" di integrazione transnazionale e giuridica in aperto contrasto con l'ultima ipostasi conservatrice della missione americana. Di qui l'irritazione di Jonah Goldberg nel ricordare quanto rivendicava il tedesco Karl Kaiser, veterano fautore della collaborazione USA-Europa: "gli europei sono riusciti in un'impresa mai realizzata prima: creare una zona di pace da cui la guerra è assolutamente esclusa. Gli europei sono convinti che questo modello sia valido anche per le altre parti del mondo".
Tutti sono convinti di avere il sistema migliore. Il che vale non solo per la condotta internazionale degli avversari, ma anche per i vari modelli di capitalismo democratico: la variabile miscela di libero mercato e stato assistenziale, di libertà individuale e di solidarietà sociale, e via dicendo. A dire di Charles A. Kupchan, politologo autore del recente The End of the American Era, ciò lascia presagire un imminente "scontro di civiltà" tra Europa e America. Se Kagan vede nella debolezza il persistente tratto distintivo dell'Europa, per Kupchan il prossimo grande rivale degli USA sarà proprio il vecchio continente e non la Cina. Molti europei sarebbero lieti di crederci, ma da quel che ho potuto vedere, negli Stati Uniti Kupchan è una voce pressoché isolata.
A mio parere, tuttavia, gli USA presentano anche un'altra tendenza, più riposta. Già si è detto che negli ultimi due secoli la diffidenza americana per le cose europee era commista di ammirazione e di fascino. L'America soffriva, in parole povere, di un complesso d'inferiorità culturale. Che piano piano si è dissolto. La sua scomparsa è stata accelerata, con modalità che sarebbe arduo definire, dalla fine della guerra fredda e dalla conseguente ascesa degli Stati Uniti a superpotenza unica. La nuova Roma si è liberata dal senso di reverenza verso l'antica Grecia. "Al tempo del mio primo soggiorno in Europa, negli anni Quaranta e Cinquanta, l'Europa ci era superiore", mi ha scritto di recente un ex diplomatico americano con una lunga esperienza europea alle spalle. "Questa superiorità non era individuale — non mi sono mai sentito svilito dalla condiscendenza altrui — ma di civiltà." Le cose sono cambiate. L'America, concludeva, "non si sente più in imbarazzo".
3.
Dopo la fine della guerra fredda, tutte queste tendenze sono state per certi versi offuscate dalla presenza alla Casa Bianca di un europeo onorario, Bill Clinton. Nel 2001, George W. Bush, manna ambulante per ogni caricaturista europeo proclive all'antiamericanismo, ha fatto il suo ingresso alla Casa Bianca con un'agenda unilaterale, pronto a disfarsi di svariati accordi internazionali. Dopo l'11 settembre, la sua presidenza ha assunto i contorni di una presidenza di guerra. Il senso di un'America in stato di belligeranza, ho scoperto, persiste assai più ostinato a Washington che in ogni altra parte del paese, compresa New York. E persiste, soprattutto, nel cuore dell'amministrazione Bush. La "guerra al terrorismo" ha rafforzato una preesistente tendenza nell'élite repubblicana a credere in quella che Robert Kaplan ha definito "politica guerriera", condita da una generosa spruzzata di fondamentalismo cristiano — aspetto vistosamente assente nella secolarizzatissima Europa. Come ha rilevato Walter Russell Mead del Council on Foreign Relations nel suo libro Il serpente e la colomba, essa ha riportato in auge nella politica estera USA la tendenza "jacksoniana". I terroristi di Al-Qaeda come i nuovi indiani Creek.
La domanda americana agli europei è diventata allora quella che mi ha rivolto di recente l'editorialista conservatore Charles Krauthammer: "Siete in trincea con noi o no?". In un primo tempo, la risposta è stata un sonoro sì. Tutti ricordano una prima pagina di Le Monde dal titolo: Nous sommes tous des Américains. Ma un anno e mezzo dopo, l'unico leader europeo visto dagli americani come compagno di trincea è Tony Blair. A Washington sono in molti a pensare che i francesi abbiano fatto ritorno al loro tradizionale antiamericanismo, e che il cancelliere tedesco Gerhard Schröder abbia ottenuto il suo secondo mandato, alle elezioni dello scorso settembre, sfruttando cinicamente i sentimenti anti-USA.
Quando e dove gli atteggiamenti di Europa e America hanno ripreso a divergere? All'inizio del 2002, con l'escalation del conflitto arabo-israeliano. Il Medio Oriente è fonte e al tempo stesso catalizzatore di quella che rischia di diventare una vertiginosa spirale di fiorente antiamericanismo europeo e di nascente antieuropeismo americano, destinati a rafforzarsi reciprocamente. L'antisemitismo europeo, e i suoi presunti legami con le critiche che dal vecchio continente si muovono al governo Sharon, sono stati oggetto dei più aspri commenti antieuropei di editorialisti e politici americani di parte conservatrice. Alcuni di essi, mi ha spiegato un commentatore progressista ebreo, non sono solo profondamente filoisraeliani ma anche "likuditi naturali. Costoro, ha scritto Stanley Hoffmann in un recente articolo, sembrano credere in "un'identità di interessi tra lo stato ebraico e gli USA"". Gli europei propalestinesi, furibondi all'idea di vedersi affibbiare l'etichetta di antisemiti per il fatto di criticare il governo Sharon, parlano della potenza della "lobby ebraica" negli Stati Uniti, andando a confermare i peggiori sospetti dei likuditi americani sull'antisemitismo europeo, e via incrudelendo.
Accanto a questo disperante groviglio di pregiudizi che si rafforzano reciprocamente — e di cui uno scrittore europeo di religione non ebraica difficilmente può parlare senza contribuire a sua volta al malessere che cerca di analizzare — America ed Europa presentano naturalmente autentiche differenze d'approccio al problema mediorientale. I politici europei, a esempio, sono inclini a ritenere che una soluzione negoziale del conflitto arabo-israeliano contribuirebbe al successo finale nella "guerra al terrorismo" in misura ben più incisiva di una guerra contro l'Iraq. La considerazione più generale, ai nostri fini, è che se la guerra fredda contro il comunismo centreuropeo aveva visto America ed Europa schierate sullo stesso fronte, la "guerra al terrorismo" li sta allontanando. Se l'Unione Sovietica aveva unito l'Occidente, il Medio Oriente lo separa.
A esaminarla freddamente, questa divisione è estremamente stupida. L'Europa, geograficamente vicina e con una sempre più massiccia presenza islamica, ha un enorme e, rispetto agli Stati Uniti, ancor più diretto interesse ad avere un Medio Oriente pacificato, fiorente e democratico. Mi sono inoltre imbattuto in due alti funzionari governativi di Washington alquanto ricettivi all'idea — che alcuni commentatori americani stanno cominciando a ventilare — di una democratizzazione del Medio Oriente allargato come grande nuovo progetto transatlantico per un rivitalizzato Occidente. Ma oggi le cose non si presentano affatto così.
Al momento, ci sono buoni motivi per credere che una seconda guerra del Golfo servirebbe solo ad allargare ulteriormente il divario tra Europa e America. Ma anche in assenza di un conflitto con l'Iraq, il Medio Oriente è sempre in grado di ammannire il turbine in cui il vero o presunto antiamericanismo europeo alimenti un vero o presunto antieuropeismo USA, buono a sua volta a incrementare il risentimento antiamericano, il tutto aggravato da impetuose accuse di antisemitismo contro l'Europa. Solo un grande sforzo consapevole su entrambe le sponde dell'Atlantico, o un cambio al vertice a Washington nel 2005 o nel 2009, potranno cambiare le cose. Ma nel frattempo gran danno può essere fatto, e l'attuale discordia transatlantica è anch'essa espressione di quelle più profonde tendenze storiche ricordate in precedenza.
Si dirà forse che dare risalto all'"antieuropeismo americano" come ho appena fatto può solo contribuire a questa vertiginosa spirale di reciproca sfiducia. Ma gli scrittori non sono diplomatici. L'antieuropeismo americano è una realtà, e i suoi corrieri rischiano di essere le prime rondini di una brutta estate.
15 gennaio 2003
TIMOTHY GARTON ASH è direttore dello European Studies Center del St. Antony's College di Oxford ed è noto al lettore italiano come autore di: Le rovine dell'impero (1992); In nome dell'Europa (1994); e Storia del presente (2001), tutti editi da Mondadori.