LA CACCIATA DI LAMA DALL'UNIVERSITA' DEL 17 FEBBRAIO 1977
Roberto Renzetti
(4 dicembre 2004)
Piazza Indipendenza: 2 febbraio 1977 Piazza Indipendenza: 2 febbraio 1977 (con un mitra
un poliziotto in borghese vicino ad un ferito) Piazza Indipendenza: 2 febbraio 1977 Piazza Indipendenza: 2 febbraio 1977 Piazza Indipendenza: 2 febbraio 1977 (si controllano
con una pistola le condizioni del ferito). Uno dei poliziotti in borghese armati di Cossiga
(questa foto è di altra occasione: quando fu assassinata Giorgiana Masi) Uno dei poliziotti in borghese armati di Cossiga. non perdona l'attacco al ritrovo degli amici. Questi borghesi spararono
contro il corteo e, mistero mai chiarito, alla fine risultarono feriti,
oltre a due studenti, anche un poliziotto. Alla fine della giornata due
nostri compagni risultarono arrestati: Paolo e Daddo. Occorre dire che
avevamo il piacere di avere a che fare con la polizia del bugiardo Cossiga
che, solo poco tempo dopo, ancora in borghese, giustiziò Giorgiana Masi a
Ponte Garibaldi. Tutti i partiti tentano l'operazione di individuare i buoni
e di dividerli dai cattivi. Per il PCI, impegnato nell'impresa della
pace sociale al fine del compromesso storico, movimento e fascisti sono una
cosa sola (e da queste carognesche posizioni seguirà il declino del PCI
oggi toccabile con mano: manca questa generazione di leader, in compenso
restano gli ex impiegati come D'Alema). Amendola (ma anche Pecchioli,
Ferrara padre, Trombadori, Chiaromonte, Napolitano, ...) parlerà di neosquadrismo
e di diciannovismo. Il movimento attaccato brutalmente da tutti
inizia a differenziarsi dalle posizioni del PCI, tanto più destre quanto
più staliniste. Il PCI ed il sindacato fanno un errore storico: non
capiscono che il movimento nasce come espressione della ristrutturazione del
capitalismo. In questo guado in cui si trovavano coloro che stavano per
entrare nel mondo del lavoro, il PCI non considerò studenti e precari come
forze produttive ma come forze irrazionali da togliere di mezzo. Questa
politica ottusa porterà a 40.000 denunciati, 15.000 arrestati, 4.000
condannati a migliaia di anni di galera: quando si gridava "Via, via
la nuova polizia!" non era una boutade. E tutto in nome di un
apparato politico comunista, al momento saldamente sostenuto, ad esempio,
anche da Giuliano Ferrara, che con i ferri vecchi del centralismo
democratico e della pretesa egemonia a sinistra pretendeva di accordarsi con
la DC contro gli interessi del movimento operaio (allora c'era!) e di coloro
che tentavano l'ingresso nel mondo del lavoro. La rincorsa al centro c'era
anche allora e D'Alema che di suo non ha MAI elaborato nulla, segue ancora
ottusamente su quella strada.
10 autonomi alla festa occorre rompere l'isolamento ed allora si apre l'università ad una
grande festa con persone che provengono da tutti i quartieri di Roma. Il
giorno 6 si gioca, si fa musica, si balla ... in Piazza della Minerva. Il 9
si riesce a fare una grande manifestazione che chiede la scarcerazione di
Paolo e Daddo
L'Università, che era stata occupata subito dopo il ferimento di
Bellachioma, continua chiusa ed occupata. Il giorno 13 arrivano dei
provocatori del PCI che forzano i picchetti e distribuiscono volantini nei
viali dell'università nei quali annunciano una grande manifestazione a
Piazza della Minerva per il giorno 17 (manifestazione dei precari). Il
movimento, in assemblea, decide due cose: la manifestazione sindacale
prevista è provocatoria; non occorre però rompere con la base sindacale,
pertanto sarà necessario trasformare il comizio in una grande assemblea.
A questo punto è bene dare la parola a Bruno Vettraino, all'epoca
Segretario della Camera del Lavoro di Roma ed organizzatore materiale del
comizio di Lama all'università che, nel 1997, raccontò a Luca Villoresi
di Repubblica cosa accadeva nel PCI e nel Sindacato in quei frenetici
giorni (l'intero articolo è riportato in fondo, insieme ad altre
testimonianze).
Dice Vettraino che il 12 ci fu una riunione della direzione del PCI di
Roma in Via dei Frentani per decidere una manifestazione dei precari
universitari (soprattutto Policlinico). A questo punto non conosco la
posizione di Asor Rosa che, all'epoca era segretario della sezione
universitaria del PCI, a parte il suo eccellente saggio sul le due
società. Il 14 i responsabili locali del PCI vengono convocati da
Pecchioli e Chiaromonte a Via delle Botteghe Oscure. La manifestazione
deve anche prevedere la cacciata degli occupanti e quindi deve avere una
valenza maggiore. Chi parlerà. Si pensa successivamente ad Ingrao ed
Occhetto. Ambedue rifiutano. Quindi si pensa a Lama che accetta (dirà
Rossanda: mal consigliato!).
Nel frattempo i delegati del movimento prendono contatti con il PCI
perché il giorno 17 si faccia una pubblica assemblea in piazza della
Minerva. Che almeno un rappresentante degli studenti possa parlare.
L'accordo sembra fatto. Lama parlerà dalle scale del Rettorato e,
subito dopo, parlerà uno studente del movimento. Ancora Vettraino.
Durante la notte tra il 16 e 17 il PCI decise la prova di forza.
Inoltre comunicò a Cossiga (che ha sempre lavorato d'amore e
d'accordo con Pecchioli) che l'ordine sarebbe stato mantenuto dal
servizio d'ordine sindacato/PCI, al comando di Paolo Ciofi, uno dei
burocrati più insulsi ed incapaci del PCI. La fine del comizio
avrebbe anche rappresentato la liberazione materiale dell'Università.
Tanto era dovuto al compromesso storico ed a Cossiga.
A questo punto la mia personale testimonianza. Io insegnavo al Liceo
Scientifico Malpighi e facevo l'assistente presso l'Istituto di
Fisica, dove ero precario in attesa di una qualche legge che mi
permettesse di entrare stabilmente (la legge non è mai arrivata per
me. Nel 1980 me ne andai sbattendo la porta. Due mesi dopo passò
una legge che diceva: "Chi c'è, c'è"). Il lunedì
(il 17 febbraio del 1977 era di lunedì) era il mio giorno libero al
liceo e mi recavo di buon'ora (saranno state le 8) a discutere una
tesi con una giovane laureanda iraniana in istituto. A piazzale Aldo
Moro (allora, ovviamente, non si chiamava così) inizio a veder
strani movimenti. Vi erano alcuni camion carichi di materiale di
propaganda (bandiere, manifesti, vernici, ...) fermi davanti
all'ingresso principale dell'università. Vi era un movimento
concitato di una ventina di uomini massicci in tuta blu che con
secchi di vernice cancellavano le nostre scritte di lotta e di
protesta contro Alcune scritte che i solerti imbianchini
cancellarono Malfatti ed il governo della Dc con il
sostegno del PCI (ci avvicinavamo al governo delle astensioni).
Rimasi ad osservare cosa accadeva. Arrivò un camion con altri
operai in tuta. Seppi dopo che erano fabbri. Avevano delle
gigantesche tronchesi con le quali ruppero i lucchetti e le catene
che chiudevano i cancelli. Entrarono dei camion ed in particolare il
camion storico dei comizi volanti del sindacato, un Dodge
rosso. Entrarono anche un migliaio di altri duri, con dei notevoli
bastoni, che avevano facce non proprio da studenti. L'operazione di
cancellazione delle scritte proseguì dentro il recinto
universitario, con la provocazione verso compagni isolati che
contestavano questa pratica. Dai vari istituti iniziarono a venir
fuori gli occupanti che via via si raccoglievano davanti a Lettere.
Il movimento aveva una sua parte importante nel suo settore
creativo, quello degli Indiani Metropolitani. Furono loro
che iniziarono la prima contestazione a questa invasione o guerra
preventiva contro un movimento autonomo da tutti. Gli indiani
avevano preparato un palchetto con un fantoccio sopra, dalle
sembianze di Lama. Il palco degli indiani (sullo sfondo
l'Istituto di Chimica). Si faceva un falso comizio di Lama che
veniva fragorosamente applaudito. Il palco degli indiani (sullo sfondo
l'Istituto di Chimica). Da altra angolazione. Avevano poi vari palloncini ripieni d'acqua e
vernice (che successivamente caddero sui liberatori). Dietro di
loro migliaia di compagni del movimento, richiamati da un tam tam
incessante si andavano ammassando. Gli slogan erano inizialmente
ironici: "più sacrifici", "Lama nessun
l'ama", "vogliamo lavorare di più", quindi
si passò a "via, via la nuova polizia!". Lama
continuava ad urlare contro il movimento. L'inizio dei veri
scontri fu Un momento degli scontri Fine degli scontri. Il dodge rosso da cui
parlava Lama un poco distrutto. I liberatori sono fuggiti. Sullo
sfondo l'Istituto di Fisica. Fuori immagine, sulla destra del
camion, vi è Giurisprudenza. quando un personaggio del servizio d'ordine del
PCI si scagliò con un estintore in funzione contro i compagni. A
quel punto ed in poco tempo furono spazzati via i nuovi
poliziotti, con il rammarico di molti degli intervenuti per
liberare l'università che, sul posto, si resero conto di come
erano stai presi in giro dal loro partito. Molti gridavano di
fermarsi, che ci si stava picchiando tra compagni ... Il Dodge
andò in pezzi ...
Con i cocci della loro stupida spedizione, se ne andarono
dall'università coloro che davvero non c'entravano nulla. Il
PCI non era stato capace di mantenere la pace sociale
nell'Università. Fu Cossiga il giorno dopo che dimostrò chi
aveva il potere: con un vero esercito di polizia e carabinieri,
che si aprivano la strada con dei blindati, liberò
momentaneamente l'università. La vera polizia all'assalto. La vera polizia all'assalto. La vera polizia all'assalto.
Il 1977 era appena iniziato. Seguiranno giornate memorabili.
Molti di noi furono ammazzati. Francesco Lorusso a Bologna.
Quindi una manifestazione enorme a Roma il 12 marzo. La
repressione furibonda. Il PCI che credeva di avviarsi al governo
del Paese. Le BR si inserirono in tutto questo ed ammazzarono
carognescamente. Il movimento era strangolato da una tenaglia a
tre ganasce: da un lato lo Stato che reprimeva brutalmente;
dall'altro il PCI che ormai parlava di noi come dell'acqua
dentro cui le BR sguazzavano; dall'altra ancora le stesse BR che
più volte si scagliarono violentemente contro di noi. Non
poteva durare e non durò. La scena venne presa dalle BR che,
appena 13 mesi dopo dagli scontri all'Università, rapirono (per
poi ammazzare) Aldo Moro. Il PCI passò al governo della non
sfiducia, era fuori ma permetteva la vita del governo Andreotti
con Cossiga agli interni. Finché la DC non si scocciò di tutto
questo. Ricacciò il PCI all'opposizione preferendogli un suo
degno pari, il PSI che, nel frattempo, era diventato proprietà
di Craxi (dopo la cacciata del galantuomo De Martino). Craxi
spregiudicatamente cavalcò le ali più estreme del movimento,
quelle che, appunto, erano vicine al terrorismo. Questo
collateralismo è anche di oggi, con gli eredi del craxismo, se
un Lanfranco Pace (colui che trovò rifugio a Morucci e Faranda)
ci spiega il punto di vista dei padroni a lato del Ferrara.
Con l'inizio dell'era Craxi iniziò il declino del Paese,
iniziò a crescere paurosamente il debito pubblico in maniera
perfettamente proporzionale alla corruzione ed alle tangenti. Ed
anche il PCI, dopo l'exploit elettorale che seguì alla morte di
Berlinguer (1984), ha iniziato un lento ed inesorabile declino
che lo ha portato, tra l'altro, ad essere altra cosa. Ed oggi ?
(La Repubblica 1977) Un
compagno del movimento:
"Della giornata in cui
Lama fu cacciato dall'universitá io ho un ricordo molto brutto.
Mi é rimasta nella mente un'immagine: un compagno del movimento
che durante il fuggi-fuggi del servizio d'ordine del Pci aveva
in mano un martello e ha cominciato a rincorrere uno di quelli
del servizio d'ordine del Pci, poi si é fermato, é tornato
indietro, si é messo a piangere e si é abbracciato con dei
compagni. É stato un momento di psicosi collettiva. Era la
prima volta che c'era stato uno scontro cosí duro, che non era
stato solo uno scontro ideologico, ma uno scontro fisico
pesante.
Effettivamente da parte del
Pci c'era stata una provocazione esplicita. Non ci sono dubbi
sul fatto che voleva a tutti i costi ristabilire l'ordine
nell'università, non fosse altro per il fatto che era venuto
lí con un servizio d'ordine molto ben strutturato e pronto sia
psicologicamente che fisicamente a affrontare una situazione di
scontro. Credo che tutti i compagni l'abbiano vissuta male
quella giornata. Il servizio d'ordine del Pci aveva una chiara
volontà di scontro, c'erano alcuni di loro che hanno subito
cominciato a provocare pesantemente. Praticamente ci siamo
trovati schierati su due fronti. Loro erano entrati in forze
giá la mattina presto e si sono messi dalla parte sinistra,
dove sta giurisprudenza, mentre i compagni stavano di fronte,
dall'altra parte.
Finché c'erano questi
schieramenti divisi e finché Lama ha cominciato a parlare non
é successo niente di grave. C'era solo una contestazione
verbale molto forte da parte dei compagni del movimento,
soprattutto da parte degli indiani metropolitani. Dopo c'é
stata una risposta molto violenta da parte del servizio d'ordine
del Pci, che ha cominciato a farsi avanti facendo provocazioni
piuttosto evidenti.
Io sono sicuro che c'era
qualche caso di padre e figlio che stavano uno da una parte e
l'altro dall'altra, schierati sui fronti diverse. Quello che é
successo lo puoi leggere anche in chiave di scontro
generazionale, di culture diverse che arrivavano allo scontro, e
c'é di mezzo anche un fatto umano pesante. Erano dei contrasti
che poi magari avevi anche a casa tua con tuo padre. Insomma
finalmente eri arrivato a prenderti a schiaffi con tuo padre,
finalmente e però anche drammaticamente.
L'impatto psicologico é
stato fortissimo, non si trattava di un semplice scontro di
linee politiche differenti, dietro c'erano dei problemi molto
più grossi, come per esempio la figura del Pci che é la figura
del padre dell'ideologia che ti dovrebbe coprire e che invece ti
tradisce.
Erano anni che ti stava
tradendo, ti ha tradito con la legge Reale, poi ti ha tradito
con progetti politici assurdi, che non poteva mai e poi mai
condividere: il governo delle astensioni, la filosofia
dell'austerità e dei sacrifici, il compromesso storico in una
parola, e non é che queste cose poi non avessero dei risvolti
pratici.
Poi c'é Lama che arriva lì
all'università con il suo megafono, anzi megamegafono, con il
suo impianto di amplificazione assordante e comincia a parlare
in questa roba roboante, con una potenza tale di suono, di
frastuono che nessuno, anche se avesse voluto, avrebbe potuto
ascoltare quello che stava dicendo.
Il movimento in quel mese non
si era sviluppato su un messaggio unidirezionale, ma su una rete
di cento comunicazioni diverse, che erano i cento linguaggi
diversi, che erano i cento messaggi diversi incrociati tra di
loro, come per esempio le scritte sui muri dell'università, che
loro del Pci hanno cancellato con prepotenza. All'università,
durante l'occupazione nessuno voleva affermare la sua volontà
sugli altri, perché tutti si confrontavano non solo nelle
assemblee ma anche facendo scritte di tutti i tipi e nessuno
diceva io qui sono egemone, anzi la prima cosa che ha fatto il
movimento é stata quella di affermare con molta chiarezza e
determinazione che non si volevano partiti guida o tentativi di
egemonia da parte di nessuno, né singolo né gruppo.
Invece Lama viene lì e
quello che fa é dire: io vengo qui, prendo un megafono grande
cosi e faccio il mio discorso che é un discorso che deve
coprire, che deve annullare tutti gli altri discorsi, perché
lui non é venuto lí a confrontarsi col movimento, é venuto
lí a imporsi. Ecco, questo é stato subito chiaro a tutti i
compagni del movimento, questo tutti quanti i compagni lo hanno
vissuto subito come un atto autoritario, illegittimo,
prepotente, violento, in linea con tutto quello che il Pci aveva
già detto e fatto fino a quel momento nei confronti del
movimento.
Non hanno voluto
assolutamente che ci fosse il confronto, infatti non hanno
accettato che i compagni del movimento potessero intervenire
dopo il comizio di Lama, non hanno accettato nemmeno questa
minima condizione. Lama é venuto lí dicendo: parlo io e basta.
Volevano, con quello che facevano, costringere quelli che
stavano lí a seguire un comportamento, una cultura che non
avevano piú nessuna logica.
Ricordo che Lama a un certo
punto del suo comizio disse una cosa tipo "gli operai nel
43 hanno salvato le fabbriche dai tedeschi e voi adesso dovete
salvare le università perché sono le vostre fabbriche".
É chiaro che quello che diceva non c'entrava niente con quello
che succedeva.
Allora io ho pensato, tutti
hanno pensato, ma perché tu devi venire qua e devi dirci queste
cose che con noi, che con questo movimento non c'entrano piú
niente? Perché la veritá é che tu non capisci piú niente e
pretendi di pormi l'ultimatum: o sei con me o sei contro di me.
Quella mattina io ero
arrivato all'universitá molto presto e c'erano giá lí quelli
del servizio d'ordine del Pci e del sindacato con i cartellini
rossi appuntati sul bavero della giacca che stavano cancellando
le scritte che avevamo fatto sui muri esterni delle facoltá.
C'erano degli uomini in tuta con dei pennelli e dei secchi di
vernice bianca che coprivano le scritte. Lavoravano a squadre,
c'era un silenzio allucinante.
Quello che ho immediatamente
realizzato é stato che quello che copriva le scritte era uno
che mi rompeva i coglioni. Su Lama, sul '77 poteva succedere di
tutto, io la pensavo in un modo, altri in altri modi ma non
tolleravo uno che mi rompeva i coglioni, uno che di prepotenza
veniva lí e cancellava le scritte, anche se su quelle scritte
io magari non ero d'accordo. Il fatto é che in quella cosa, in
quello che stava facendo, lui non era diverso dal primo
poliziotto che ti capita di incontrare. Quello che stava facendo
cancellando le scritte era un atto di violenza incredibile. E
poi quelli li identificavi subito come gente che con
l'occupazione non c'entravano niente, potevano essere tuo padre,
era proprio tuo padre che veniva lí a riportare l'ordine, i
papá con le panze. C'era una scritta che diceva: "I Lama
stanno nel Tibet" e uno di questi del Pci gridava incazzato:
ma che cosa vuol dire? ma questi che cosa vogliono dire? Allora
un compagno del movimento che era lí gli ha detto: vuol dire
tutto e vuol dire niente, vai a chiederlo a chi l'ha scritto
invece di cancellare senza neanche sapere perché, ma tu perché
cancelli? ma chi sei?
Quelli del servizio d'ordine
del Pci li vedevamo come persone adulte, come persone grosse,
manovali, edili, gente che non c'entrava un cazzo. Mi ricordo
che molti avevano gli impermeabili scuri e gli ombrelli, e mi ha
colpito il fatto che nessuno di noi aveva gli ombrelli anche se
piovigginava. L'ombrello era come la pipa. Li sentivi estranei,
non c'era niente da fare. Quando sono scoppiati gli scontri ho
visto lí in mezzo teste spaccate. Ma prima giá questi del Pci
dicevano: "sti figli di mignotta, in Siberia li dobbiamo
mandare". Uno di questi io lo conoscevo, allora gli ho
detto: ma abitiamo a cento metri, ma dove vuoi mandarmi?
Il palco di Lama era montato
su un camion parcheggiato nel piazzale. In prima fila, di fronte
al servizio d'ordine del Pci, ci sono gli indiani metropolitani
che hanno innalzato su una scaletta un palchetto tipo carroccio
con un fantoccio in polistirolo e dei cartelli a forma di cuore
con su scritto: "Vogliamo parlare" e "Lama o non
Lama, non Lama nessuno". Hanno visi dipinti, asce di gomma,
stelle filanti, coriandoli, palloncini e qualche busta d'acqua
che gettano sui componenti del servizio d'ordine del Pci
scandendo slogan ironici: "Sa-cri-fi-ci-sa-cri-fi-ci",
"Piú lavoro, meno salario", "Il capitalismo non
ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú
baracche, meno case", . "É ora, é ora, miseria a chi
lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama
non andare via, vogliamo ancora tanta polizia",. A un certo
punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si é
vista alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio
d'ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la
nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che
ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi
gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d'ordine del
Pci é venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono
cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del
Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana.
Ho visto i primi compagni del
movimento che venivano portati via per le gambe e per le
braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate.
É stato scioccante per tutti
vedere quei compagni conciati cosí, e quando il servizio
d'ordine del Pci é tornato indietro verso il palco c'é stata
la controcarica dei compagni del movimento che si erano armati
con quello che avevano trovato lí sul momento. C'é stato il contrattacco,
eravamo davvero incazzati, c'era la nostra gente con la testa
spaccata. Il camion su cui stava Lama é stato capovolto,
distrutto. In quel momento c'é stata la sensazione che qualcosa
si era rotto, poteva essere la testa delle persone che
conoscevi, io avevo la fidanzata che era della Fgci e in quel
momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i
miei affetti. Quello che stava succedendo in quel momento era
chiaro: il sindacato e il Pci ti venivano addosso come la
polizia, come i fascisti. In quel momento era chiaro che c'era
una rottura insanabile tra noi e loro. Era chiaro che da quel
momento quelli del Pci non avrebbero piú avuto diritto di
parola dentro il movimento.
Avevano cercato, avevano
voluto lo scontro per giustificare la teoria secondo la quale
col movimento non si poteva dialogare. Quel giorno per loro
vincere o perdere era la stessa cosa, non avevano piú niente da
perdere perché ormai l'universitá occupata l'avevano giá
persa, l'universitá era ormai un fortino del movimento che loro
dovevano espugnare in qualsiasi modo, ogni modo di
"liberarlo" per loro era buono.
Dovevano salvarsi la faccia
rispetto alle istituzioni democratiche affermando che noi non
solo non eravamo loro figli legittimi, ma addirittura eravamo
dei fascisti. Dovevano ribadire la loro capacitá di gestire la
situazione e che loro erano il partito della classe operaia e
dei proletari, gli unici garanti e mediatori, gli unici
rappresentanti ufficiali in ogni conflitto. La loro logica era:
se scoppia un casino lo gestisco io sennó é merda." Una
militante della Fgci:
"Noi della Fgci prima
della giornata di Lama avevamo fatto una riunione in cui si era
discusso su come intendevamo quella scadenza. Noi vivevamo
l'occupazione dell'universitá, e piú in generale 1'esistenza
stessa del movimento come una grande provocazione a cui dovevamo
dare una risposta. Noi all'universitá non avevamo mai avuto
vita facile perché aggregavamo pochissima gente e perché c'era
sempre stata una grande conflittualitá, con i militanti dei
gruppi in una prima fase e con la gente del movimento poi.
Indubbiamente consideravamo il movimento come il nemico.
All'interno del Pci questa storia del movimento la vivevamo, il
partito ce la faceva vivere come una cosa che metteva in
discussione la democrazia, la responsabilitá delle masse ecc.
Il movimento noi lo
intendevamo come un aggregato confuso di giovani fatto un po'
sull'onda delle mode estremiste, impregnato di cultura
estremista e anticomunista. Un movimento di giovani in cui
quello che spiccava era l'irrazionalitá. All'interno del Pci si
credeva alla distinzione tra autonomia operaia come componente
specifica di gruppi piú o meno organizzati e il resto del
movimento. Questa é una cosa che abbiamo capito dopo, ed é
stato un grave errore perché questa incomprensione ha permesso
di regalare quasi tutto il movimento alle frange dell'autonomia.
Ricordo la grossissima
manifestazione del 12 marzo, che noi del partito abbiamo visto
dai marciapiedi: era una cosa impressionante, era un corteo
enorme, erano davvero tanti. Le manifestazioni del movimento,
indipendentemente da quello che si diceva in sezione, mi
suggestionavano molto perché vedevo tutti quei giovani come me,
soltanto ideologicamente diversi, che sfilavano a migliaia e
migliaia gridando slogan bellissimi, riusciti, pieni di carica.
Tutto questo ti faceva un grosso effetto.
Nella sezione del partito che
frequentavo si discuteva del movimento, ma non é che lí i
giovani fossero molti, la maggior parte erano funzionari o
insegnanti, qualche operaio, peró non erano giovani, erano
gente con i figli, gente sposata, con un lavoro regolare, con
una vita regolare. Nelle discussioni noi dovevamo farci carico
della difesa di un patrimonio storico che il movimento in quel
momento stava attaccando, per cui non poteva che vivere quel
rapporto in termini di conflitto, loro erano il nostro nemico e
c'era l'odio, ma questo ovviamente da tutte due le parti.
C'era all'interno del partito
un continuo ribadire l'irresponsabilitá del movimento. La
nostra posizione era che la politica la fa chi ha il senso della
storia, chi ha il senso critico, chi ha il patrimonio delle
masse. Il movimento per noi non faceva parte della sinistra, e
non abbiamo minimamente capito quello che sarebbe successo dopo.
Non abbiamo capito che quel movimento poneva delle questioni di
fondo mentre noi lo consideravamo come un fenomeno
giovanilistico tipico di chi approccia la politica in modo
irrazionale e passionale. Comunque noi avevamo la certezza che
le masse erano con noi, le masse organizzate che parlavano del
contratto, che facevano il discorso del lavoro, che avevano
vissuto dei momenti difficili rispetto ai quali avevano difeso
il terreno della democrazia.
Noi della Fgci facevamo dei
corsi in sezione per la formazione dei quadri politici, una
grossa parte dello studio era concentrata sui testi classici
contro 1'estremismo. Questo perché i dirigenti del partito si
rendevano conto della suggestione, del fascino che 1'estremismo,
diffuso un po' ovunque e soprattutto nelle scuole, esercitava
sui giovani. Tra noi e il movimento é nato un rapporto di odio,
di odio profondo causato dall'accrescersi e dall'accumularsi di
incomprensioni dovute a culture diverse, ma anche a
comportamenti e a forme di vita diverse.
La mattina di Lama all'universitá
mi ricordo che quelli del movimento ci tiravano le cinque lire,
questa cosa mi ha fatto malissimo, me la ricordo come una cosa
molto brutta. Ci tiravano le cinque lire addosso, era una cosa
micidiale per chi la subiva, é stata una cosa pesantissima.
Siamo arrivati e ci siamo messi sotto il camion attrezzato come
palco. C'era il muro del nostro servizio d'ordine e quelli del
movimento che premevano. A un certo punto sono cominciate a
volare le cose, le botte, le bastonate, ma io la cosa che
ricordo di piú é che mi deridevano, mi sputavano addosso e mi
tiravano le cinque lire. Sono rimasta annichilita e mi sono resa
conto del livello di odio che il movimento aveva contro di noi. Non sono scappata mentre
c'erano gli scontri e ho anche preso delle botte, una sassata
qui nella schiena. Mi sono incazzata con i miei compagni che
scappavano perché pensavo che se avevamo deciso di andare all'universitá
era per restarci. Se era un momento di lotta allora bisognava
lottare fino in fondo, non scappare. Invece a un certo punto
c'é stato il fuggi fuggi generale.
Poi nei giorni successivi,
dentro il partito, ce la siamo presa con i compagni della
cellula universitaria che ci avevano riferito la situazione
interna all'universitá in modo sbagliato. Erano venuti in
federazione a dire che all'universitá non c'era un movimento ma
dei gruppi provocatori, una situazione che andava assolutamente
normalizzata, che la cosa era possibilissima. Ufficialmente noi
del Pci siamo andati all'universitá per evitare l'irreparabile,
questo abbiamo detto e ci siamo detti, cioé per evitare
l'intervento della polizia per lo sgombero, e gli inevitabili
scontri che ne sarebbero seguiti. Non avevamo capito che su
quella situazione non avevamo non dico 1'egemonia ma nemmeno un
briciolo di prestigio, che non avevamo in sostanza la minima
legittimitá." L'ama
o non Lama non Lama nessuno Carlo
Rivolta La
Repubblica, 19 febbraio 1977 Le otto del mattino, sotto un
cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti
nell'Universitá erano giá formati, anche se la tensione era
ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine
del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul
bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone
un po' attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del
comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti
cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani"
(l'ala "creativa" del movimento composta
essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato
giovanile) Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai
cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet
".
Gli "indiani" dal
canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da
biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano
piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che
doveva rappresentare il leader dei sindacati.
Circondato da palloncini
portava appesi tanti grandi cuori. C'era scritto: "L'ama o
non Lama". "Non Lama nessuno" e altri giochi di
parole del genere. I sindacalisti e il servizio d'ordine del Pci
erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: "Sono
goliardi, non bisogna farci caso" Qualcun altro invece giá
alla vista del fantoccio si era innervosito: "É una
provocazione inammissibile, Lama é un leader dei
lavoratori". (...)
Il clima intanto si andava
surriscaldando. Intorno al "carroccio degli indiani"
(ma c'erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti
dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio
d'ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava
una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire,
erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale
dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú lavoro,
meno salario", "Andreotti é rosso, Fanfani lo sará",
"Lama é mio e lo gestisco io", "Il capitalismo
non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione",
"Piú baracche, meno case", "É ora, é ora,
miseria a chi lavora", "Potere padronale",
"Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta
polizia", erano gli slogan piú scanditi (...) Luciano Lama
é entrato nell'Universitá con una grande puntualitá.
Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi
invisibile, é passato rapido tra la folla nel viale che porta a
piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco
lasciato libero dai servizi d'ordine ed é arrivato al palco, un
camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le aiuole
della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le
note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare
gli slogan ironici degli "indiani".
Il clima a quel momento era
arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due
mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e
dell'ortodossia comunista e quello della creativitá
obbligatoria, non avevano trovato neanche un punto di incontro,
neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due
blocchi contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un
paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare. (...)
Alle 10 del mattino Lama ha
iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli
slogan si facevano piú violenti. "Il Corriere della Sera
ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si é
sbagliato, noi siamo qui ... ".
Dal carroccio degli indiani a
questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua
colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato un
attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si
trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati
quando la vernice é piovuta sulla testa della gente. É partita
allora una carica per espugnare il carroccio degli indiani.
Travolta "l'ala creativa" del movimento, il servizio
d'ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di
Lama, é entrato in contatto con l'ala "militante".
Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é tornato
in mano agli occupanti dell'Universitá che lo hanno usato come
ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del
servizio d'ordine della federazione romana del Pci ha usato un
estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di
schiuma é stata il segnale di partenza della rissa piú
selvaggia.
Mentre Luciano Lama
continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due
schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni
e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro il
servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e
qualche pezzo d'asfalto.
Lama ha concluso il suo
discorso alle 10,30, mentre nella piazza in tumulto molti
fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare
attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti,
qualcuno giá piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si
picchia fra compagni". Dopo Lama saliva sul palco Vettraino,
della Camera del lavoro di Roma. "Compagni" ha
tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non accettiamo
provocazioni". L'ultima parola é stata quasi un segnale.
Un'ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio
d'ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei
suoi militanti. Il camion é stato capovolto, distrutto, poi si
sono scatenate le risse. (...)
Testimonianza
di Enzo Modugno At/traverso del marzo 1987 (.....) Lama si presentó con due altoparlanti da 10000
watt. La sventura cresceva nella piazza mentre si diffondeva la
sua voce. Assordante, incomprensibile. Il vero messaggio erano
quegli altoparlanti che controllavano e plasmavano
irrimediabilmente le proporzioni e la forma di quell'incontro.
Mostrandosi con una comunicazione unidirezionale, Lama rivela la
sua vera natura, perché le ragioni profonde di quel movimento
toccavano proprio la piú generale questione del potere che si
presentava ormai, col passaggio dalla societá industriale alla
societá informatica, sempre piú come questione della
comunicazione. Dunque autonomia del movimento significava, prima
di tutto, comunicazione bidirezionale ed immediata, cioé
rapporti non mediati dai partiti o da altre istituzioni,
comunicazione spontanea, esplosiva, orizzontale, senza ritegno.
(....)
Il potere si presentava sempre piú come sistema di
comunicazione unidirezionale, verticale, centrico, che seleziona
omologa gerarchizza i messaggi. Interrompere questo flusso
diventava sempre piú la condizione essenziale di esistenza di
un movimento, la piú preziosa.
Lama invece non conosceva che la grazia di chi sa
ascoltare, i saggi-maturi-consapevoli della prima societá.
Quel giorno gli apparve la differenza tra quella grazia e
questa degli indiani metropolitani, fatta di volontá di
comunicare, di ironia, di fragilitá, di presenza instabile -
quindici giorni prima non esistevano - (....)
Lama scopriva che in questa loro diffidenza assoluta a
confondersi con un potere a cui delegarsi, in questa
instabilitá, in questa dispersione imminente, in questa loro
inoperositá, si fondava la sua rovina. In questo dunque stava
la loro forza, che neanche la nuova sinistra era stata capace di
immaginare.
(....)
Che dire di un ceto politico che risolve una situazione
come questa a bastonate? Eppure fu quello che avvenne. Il
servizio d'ordine di Lama, diretto da Paolo Ciofi della
Federazione romana del PCI, attaccó gli indiani
improvvisamente, ferendone moltissimi. Furono trasportati nella
facoltá di lettere e scomparvero lasciando una scia di sangue
sulla scalinata. Non ritornarono mai. C'é da meditare su questa
sparizione.
(.....)
Subito dopo, da quella facoltá dove erano scomparsi gli
indiani, apparvero molti passamontagna assai piú motivati del
servizio d'ordine del PCI, che fu fatto sgomberare in pochi
minuti.
Il compromesso storico finí quella mattina, nel momento
in cui il PCI si riveló incapace di mantenere l'unico vero
impegno che importasse alla DC, quello di assicurare il consenso
e la pace sociale. Inutilmente si cercherá di salvarlo
adoperando la palindroma teoria delle due societá, che si
prestava al tentativo di convincere la DC che il PCI doveva
considerarsi impegnato a garantire solo il consenso della prima
societá, e che in questo senso aveva mantenuto gli impegni.
Quello stesso pomeriggio la mano passó ai blindati di Cossiga,
che occupó l'universitá e pote' dire al PCI: i miei uomini li
hanno fatti scappare come lepri.
Ebbe fine cosí la breve esistenza degli indiani
metropolitani. Ma in dieci anni, cambiando aspetto, sono tornati
mille volte.
(....) Dice
Cossiga: "Sappiano
questi signori che non permetteremo che l'università diventi un
covo di indiani metropolitani, freaks, hippies…." Dice
la Federazione romana del Pci: "La Federazione
romana del Pci denuncia la gravità del fatto che gruppi di
provocatori - ripetutamente isolati nei giorni scorsi dentro
l'università dalle grandi masse studentesche e dai lavoratori
docenti e non-docenti - siano ricorsi ai metodi tipici dello
squadrismo fascista non essendo riusciti a impedire lo
svolgimento della manifestazione sindacale cui hanno partecipato
migliaia di lavoratori e di studenti…." Dice
il movimento:
La responsabilità degli scontri odierni all'università
ricade sull'iniziativa provocatoria ed estranea al movimento
presa dal Pci, sotto una copertura sindacale unitaria, con il
comizio di Luciano Lama. A questa iniziativa il movimento aveva risposto con una
proposta di confronto politico che consisteva in un'assemblea
con la partecipazione dei collettivi d'occupazione. Questa
proposta è stata respinta da uno schieramento di servizio
d'ordine che ha occupato il piazzale dell'Università,
cancellando scritte di lotta e provocando in vario modo I
compagni del movimento. Gli scontri sono cominciati con una prima carica del
servizio d'ordine del Pci contro compagni che, in modo
esplicitamente ironico e pacifico, manifestavano il loro
dissenso nei confronti della politica dei sacrifici proposta da
Lama. Dopo il primo assalto la situazione è degenerata in
scontri violenti che si sono protratti fino all'uscita del
servizio d'ordine del Pci dall'università. Il bilancio è di
circa 70 feriti, di cui due gravi. Il movimento considera
gravissimo quanto è accaduto. Scontri del genere, originati
dalla chiara volontà di soffocare le lotte degli studenti e dei
giovani disoccupati, non hanno precedenti di questa ampiezza
nella storia del movimento operaio degli ultimi anni.
Consideriamo positivo che a questa provocazione il movimento
abbia saputo dare un'immediata risposta. Contro queste degenerazioni il movimento si impegna a
continuare le lotte sui suoi obiettivi nelle forme più
appropriate e sin da ora diffida la polizia dal prendere
pretesto da questa incursione esterna per rientrare di forza
nell'Ateneo. (COMUNICATO DELL'ASSEMBLEA DI MOVIMENTO DOPO GLI
SCONTRI DI LAMA - 17 febbraio 1977) 















Così andò quella
mattina del 1977, quando Lama...
Per la prima volta dopo 20 anni l'organizzatore della
manifestazione a Roma ricostruisce gli scontri all'Università.
Con molti aspetti inediti
di LUCA VILLORESI
"Quando qualcuno mi chiedeva come erano andate veramente
le cose rispondevo sempre: non chiedete a me, chiedete a Lama.
Ora Lama è morto. Sono passati vent'anni. E forse, ormai, anche
io posso raccontare la mia..." Bruno Vettraino nel 1977 era
segretario della Camera del lavoro di Roma. Era stato lui ad
organizzare la manifestazione che il 17 febbraio aveva portato
il segretario della Cgil nell'università occupata di Roma. Ed
era lui che, presiedendo quel comizio, davanti al montare delle
contestazioni, prese la decisione di abbandonare il campo
lanciando dal microfono quel "Compagni, la manifestazione
è sciolta" che gli verrà poi rinfacciato come una sorta
di vergogna. "Il primo, appena arrivato in federazione, a
botta calda, fu Giancarlo Pajetta: 'Quando ho saputo che un
sindacalista dal palco aveva dato l'ordine della ritirata ho
subito pensato che fosse qualcuno della Cisl. E invece Bruno eri
stato proprio tu'".
La croce di quella ritirata Bruno Vettraino se l'è portata
appresso in tutti questi anni senza discutere, accettando di
caricarsi tutto intero sulle spalle, anche per conto di altri -
"Ci fossero stati tutti quelli che poi hanno detto di
esserci stati saremmo stati migliaia, non poche centinaia"
- il peso di una sconfitta che bruciava. "E non solo per
tutto quello che ha significato sul piano politico o,
chiamiamolo così, militare. Non potete immaginare cosa abbia
rappresentato la perdita di quel camion distrutto dagli
autonomi..." Vettraino misura il suo racconto con il passo
del testimone, non del protagonista. E con un occhio attento a
certi piccoli particolari, trascurati dalle grandi rievocazioni
ma non per questo meno importanti per cogliere il clima e il
senso di quegli avvenimenti.
Prendi, ad esempio, proprio la storia di quel camion; che non
sarà stato proprio come l'incrociatore Aurora per i
bolscevichi, ma, insomma, per i comunisti romani era un simbolo
importante. "Sono stato l'ultimo a scendere prima che
venisse distrutto. Era un vecchio scassone. Dal Dopoguerra in
poi, però, non c'era stata manifestazione importante, da Porta
San Paolo a San Giovanni, in cui il Dodge rosso non fosse in
testa al corteo. Difficile spiegare a chi non è stato militante
del Pci in quegli anni. Ma, alla fine degli scontri, più che le
teste rotte, quello che sembrava bruciare di più era proprio la
perdita di quella bandiera".
Vettraino, in questi giorni di ventennale, prima di prendere la
decisione di dire la sua, ha letto molte ricostruzioni dei fatti
del '77. Ai particolari ci tiene. Estrae da una cartella tutti i
documenti che servono a illustrare, con i retroscena di quegli
avvenimenti, la decisione di un così lungo silenzio. E procede
con ordine verso una conclusione ancora amara, nonostante il
tempo trascorso. "Io mi assumo tutte le mie
responsabilità. Ma francamente, a riveder oggi le posizioni di
tanti protagonisti dell'epoca, sembra davvero che quella
manifestazione fosse figlia di nessuno. Mentre invece,
diciamolo, la situazione precipitò perché qualcuno scelse,
anche consapevolmente, la strada dell'atto di forza".
Ecco la foto, sottobraccio a Lama , all'entrata
dell'università. Ecco l'agenda di vent'anni fa, con tutto
appuntato e ordinato ("Una vecchia abitudine di noi
comunisti, dai tempi di Gramsci") . Ed ecco - "Per
questo ho perso i capelli" - un opuscolo rosso e nero:
"Cronaca di una lotta al Policlinico... ciclostilato in
proprio via dei Volsci". Bruno Vettraino, sindacalista
della Cgil iscritto al Pci, all'epoca non era proprio un duro;
ma certo le sue posizioni su certi fenomeni non erano morbide. E
proprio per questo era stato inviato in prima linea, sul fronte
caldo della contestazione. "Ero stato nominato membro del
consiglio di amministrazione dell' Umberto I e del comitato di
gestione dell'ufficio di collocamento. Come dire che avevo a che
fare quotidianamente con gli autonomi del collettivo del
Policlinico e con quelli dei disoccupati organizzati". Un
impegno duro. Ma qualcuno doveva farlo.
"Ora, a raccontare certe cose vent'anni dopo, la gente
quasi non ci crede. Ma il clima di quegli anni era davvero
terribile. Specie per noi che cercavamo di riportare un po'
d'ordine in mezzo a quella confusione, certo anche facendo da
cuscinetto con le forze dell'ordine, chè il rettore Ruberti,
quando gli occupavano gli uffici, chiamava noi, mica la polizia.
Inutile che dica quanta rabbia provo quando nelle rievocazioni
di questi giorni ho rivisto certi personaggi raccontare la loro
versione dei fatti senza un minimo di autocritica. La violenza e
le intimidazioni erano davvero quotidiane. Tre volte mi hanno
bersagliato la casa a colpi di molotov. Ho dovuto far cambiare
facoltà a mia figlia. E tutto andava in crescendo. Il 1977 per
me è cominciato, proprio il primo gennaio, con una bomba carta
che ha distrutto tutte le vetrate della mia abitazione".
Dunque, questo era il panorama. Come si è giunti a quella
famosa manifestazione? "Eravamo in procinto di chiudere una
vertenza che riguardava tutti i precari dell'ateneo. La
situazione nell'università occupata era già incendiaria. Ma su
alcuni obbiettivi concreti, come per l'appunto la lotta dei
precari, sembrava poterci essere un'intesa con il movimento.
Così il 10 febbraio decidemmo di convocare una manifestazione
alla Sapienza per la settimana seguente. Il 12 ci fu una
riunione alla federazione romana con i socialisti e con i vari
responsabili delle strutture interessate. C'erano Asor Rosa,
allora segretario della sezione universitaria, Valter Veltroni,
che era segretario della Federazione giovanile, Luigi Petroselli
, nella sua qualità di segretario regionale... Prendemmo in
considerazione, questo sì, la possibilità che si verificasse
qualche tensione. Ma la nostra, lo ripeto, doveva essere una
manifestazione strettamente centrata sulle rivendicazioni dei
precari. Così decidemmo di andare avanti, senza troppe
preoccupazioni. Fino a quando, il 14, non fummo tutti convocati
a Botteghe oscure".
"Alla riunione c'erano Ugo Pecchioli e Nicola Chiaromonte.
Ci spiegarono che ormai il partito doveva dare un segnale e che
il nostro comizio su una vertenza sindacale si sarebbe dovuto
trasformare in una manifestazione di più ampio respiro. Io e
gli altri provammo a esprimere qualche dubbio. Ma allora, quando
salivi al secondo piano delle Botteghe oscure c'era poco da
discutere. Tanto più che, a farci capire quale fosse
l'atteggiamento del partito, ci fu, proprio alla fine della
riunione, un incontro con Paietta. Era furioso. E ci fece una
scenata perchè, ci disse, era intollerabile che l'unico
giornalista al quale veniva regolarmente impedito l'ingresso
nell'ateneo occupato fosse proprio il cronista
dell'Unità".
"Comunque sia , proprio per far capire che stavamo dando un
segno, si cominciò a discutere su chi avrebbe dovuto parlare.
Si fecero vari nomi. Ricordo quelli di Ingrao e di Occhetto.
Qualcuno propose addirittura di coinvolgere Pertini. Alla fine
la scelta cadde sul segretario della Cgil. Il 16 andammo con
Asor Rosa da Lama per spiegargli la vertenza dei precari . Lui
non aveva per nulla presente quello che stava accadendo
all'università. Ed era convinto di dover venire a fare un
discorso strettamente sindacale. Molti pensavano che sarebbe
bastato il suo carisma per reggere la situazione. E anche noi ,
in fondo, speravamo di poter portare in porto la
manifestazione".
"Il 16 sera ci riunimmo alla Camera del lavoro con i
rappresentanti del movimento. Assieme a loro si decise che Lama
avrebbe parlato dalle scalinate del Rettorato. E che, dopo il
suo intervento, avrebbe preso la parola anche un esponente degli
studenti. Insomma, sembrava che tutto potesse filare via liscio.
Senonché, durante la notte, qualcuno cambiò tutte le carte in
tavola. Da una parte il movimento decise di non prendere la
parola. Dall'altra dal vertice del partito arrivarono nuove
disposizioni sull'organizzazione della manifestazione. Si
decise, ad esempio, che Lama non avrebbe parlato dalle scalinate
del Rettorato, ma dal palco del famoso camion. Che comunque il
servizio d'ordine non sarebbe stato garantito dalla polizia, ma
dalla nostra organizzazione. E che, alla fine del comizio,
avremmo dovuto far togliere l'occupazione
dell'università".
"Intendiamoci. Io ho sempre rivendicato come positivo e
necessario l'intervento contro il terrorismo e l'illegalità
diffusa. E sono ancora convinto che il Pci in molte circostanze
ha fatto bene a sostituirsi alla polizia e alla magistratura. Ma
in quel caso resto convinto che presentarsi in quel modo
all'università fu un grave errore. Arrivammo con in testa i
fabbri, buttati giù dal letto per togliere i lucchetti con i
quali gli studenti avevano bloccato i cancelli dell'ateneo. E
con un servizio d'ordine leggerissimo fatto da statali,
parastatali e studenti. Non più di cinquecento persone,
incapaci di fronteggiare l'assalto di una massa di giovani che
ci trattavano come fossimo davvero la polizia. Insomma creedo
che qualcuno spinse per una drammatizzazione. Compiendo, tra
l'altro, un errore di valutazione. Se non altro perché,
sconfitta militare a parte, quel nostro corteo, in testa al
quale marciavano dei fabbri armati di tronchesi, finì per
spingere verso posizioni estreme anche la parte di quel
movimento che forse poteva essere recuperata". Comunque
sia, le cose andarono come andarono. E Bruno Vettraino indicato
come l'unico responsabile della disfatta di quella
manifestazione "figlia di nessuno", se ne è rimasto
in silenzio per vent'anni. Ha ancora in tasca la tessera del Pds.
E, dopo quattro infarti e una discreta carriera nel sindacato
(dal quale ha dato le dimissioni quando, ormai segretario dei
tessili, ha scoperto che le operaie gli davano del lei) oggi
lavora come libero imprenditore.