[Il Re
Vestito A Nuovo]
http://emperors-clothes.com/italian/indexi.htm
Voci che vogliono sciolto ogni legame tra BushLaden e la sua famiglia risultano infondate.
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Enormi falle nella storia "CIA contro bin Laden"
di Jared Israel
8 Novembre 2001
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Secondo "Le Figaro" un agente della CIA incontrò bin Laden lo scorso Luglio. "Figaro" afferma che l’incontro avvenne mentre bin Laden era ricoverato nell’ospedale Americano di Dubai, uno degli Emirati Arabi Uniti. (6)
Forse avrete letto l’articolo che abbiamo pubblicato alcune settimane fa contenente estratti di un’audizione al congresso [Americano N.d.T.] avvenuta lo scorso anno il cui tema era il terrorismo nell’area meridionale del continente Asiatico. Nel corso di tale audizione, il membro del Congresso Dana Rohrabacher accusò l’amministrazione Clinton di avere sabotato ogni tentativo d’arresto di bin Laden. (4)
La versione ufficiale di questa storia vede Osama bin Laden rompere con la classe dirigente Americana ed il suo partner minore, l’Arabia Saudita, una decina d’anni fa e da allora cercare di distruggere l’Impero Americano: man mano che i fatti vengono alla luce diventa sempre più evidente il fatto che tutto questo è pura invenzione. Le dichiarazioni delle amministrazioni Clinton e Bush secondo le quali fu tentato, sfortunatamente senza successo, di sconfiggere un astutissimo bin Laden sono piene di falle.
Queste sono solo alcune tra le più grosse.
LO SCENARIO DELLA GUERRA DEL GOLFO
Secondo la versione ufficiale bin Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della Guerra nel Golfo.
Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l’Iraq è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.
Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L’Arabia Saudita era, ed è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla "famiglia reale" Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L’Iraq, al contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.
Bin Laden passò gli anni ’80 combattendo un governo secolare (sorretto da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia Saudita, dove:
"In seguito all’invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". (dal "Pittsburgh Post-Gazette", Domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la Guerra Santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)
Ma per quale ragione Osama voleva "creare una forza di reazione … con lo scopo di combattere l’Iraq"?
Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione di attaccare l’Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine ritagliata dall’Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif )
Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale. Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l’Iraq fosse in realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non sarebbero intervenuti.
Il 22 di Settembre 1990, il "New York Times" ha pubblicato quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione tra Saddam Hussein e l’Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l’inizio dei combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel corso di tale conversazione l’Ambasciatrice afferma che l’amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio l’Ambasciatrice Glaspie afferma:
" …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait … capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq." (New York Times, 22 Settembre 1990)
È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre l’Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente. Per queste due semplici ragioni l’idea che l’Iraq abbia mai pensato di attaccare l’Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.
Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla "famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno"? O di "creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.
Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così provocatoria?
Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l’Iraq poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di tensione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, o magari addirittura di provocare l’Iraq in un attacco preventivo contro l’Arabia Saudita per dare quindi una scusa agli USA per attaccare l’Iraq.
Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso dall’idea di dover combattere contro l’Iraq. Per quale ragione dunque, ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così tanto?
La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di un’alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una dissacrazione dell’Arabia Saudita.
Questo è un po’ troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta collaborazione con l’esercito Americano – la CIA per essere precisi – come rappresentante della "famiglia reale" Saudita in Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe Sovietiche.
Non stiamo parlando di un idealista, di un sant’uomo. Lui e la sua famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in Afghanistan. (Vedasi più avanti)
Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva fatto come rappresentante del medesimo governo?
La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l’ingresso di decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di tale conflitto: questa massiccia invasione d’infedeli avrebbe dissacrato il sacro suolo Saudita.
Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la "famiglia reale" Saudita e gli USA.
BUON MATTONE NON MENTE
Storia affascinante! Il sacro suolo che truppe di infedeli soldati Americani hanno apparentemente dissacrato è quello di una serie di complessi mantenuti segreti, costruiti nel corso degli anni 80 dall’Esercito Americano alla modica cifra (pagata per lo più dall’Arabia Saudita) di – tenetevi stretto – oltre 200 MILIARDI di dollari [all’incirca 400 mila miliardi di lire, N.d.T.].
"Scott Armstrong: un programma da 200 miliardi di dollari che praticamente è stato portato avanti senza che nessuno vi rivolgesse alcuna attenzione. Classico esempio del procedere al di là delle regole del governo [Americano, N.d.T.].
"Scott Armstrong: i Sauditi sono stati i principali sostenitori e finanziatori del più grande sistema d’armamento che il mondo abbia mai visto, in qualsiasi regione del mondo, il quale include 95 miliardi di dollari in armi che loro stessi hanno acquistato, ai quali hanno aggiunto altri 65 miliardi di dollari per infrastrutture militari e porti. Siamo riusciti a mettere in piedi un sistema interconnesso che ha una base di controllo che funge da comando operativo, altre cinque basi, ognuna delle quali è in grado a sua volta di operare da comando operativo, le quali si trovano in bunker in cemento armato, così robusto da poter resistere a qualsiasi tipo d’esplosione, inclusa una nucleare. Hanno costruito nove porti di notevoli dimensioni dove prima non c’era nulla, dozzine di piste d’atterraggio sparse un po’ dovunque nel regno. Adesso hanno centinaia di moderni aerei da combattimento Americani e la capacità di aggiungerne ulteriori centinaia. I Sauditi da soli hanno speso 156 miliardi per i quali io posso fornire prova documentale, riga per riga, oggetto per oggetto, in sistemi d’armamento e nelle infrastrutture necessarie a sostenerli." (Dal programma televisivo "FRONTLINE" #1112 Messo in onda il 16 Febbraio 1993, "La corsa alle armi in Arabia Saudita". Scott Armstrong è uno tra i migliori reporter investigativi e lavora per il "Washington Post")
(Per la Webpage ufficiale in versione PBS di questo programma televisivo, connettetevi qui; per una trascrizione connettetevi qui)
I contratti per la costruzione di queste basi, porti e piste vennero in parte affidati a imprese edili Saudite. La compagnia della famiglia di Osama, il "Saudi Binladin Group" (non inganni la diversità nel modo in cui il cognome viene scritto, si tratta della stessa famiglia) è in intimi rapporti con la famiglia reale Saudita; inoltre si tratta della più grande impresa edile di questo paese (ed un gigante nel campo delle telecomunicazioni).
E così, sicuro come lo sono la morte e le tasse, il "Saudi Binladin Group" s’accaparrò una bella fetta di questi 200 miliardi di dollari. E mentre i bin Laden stavano costruendo queste basi per gli Americani, chi Osama pensava le avrebbe usate? I marziani?
DEMOLIZIONE E COSTRUZIONE
Tornando ai contratti d’appalto, pensate a cosa successe dopo l’attacco terroristico al complesso delle torri Khobar in Bahrein il 25 di Giugno 1996. Osama bin Laden fu accusato dagli Americani di avere ideato quell’attacco, che uccise 19 aviatori Americani e ne ferì altri 500.
Successivamente venne costruito un nuovo complesso "super-sicuro":
"Il complesso è molto probabilmente l’installazione operativa usata dall’esercito Americano con il maggior numero di guardie al mondo. Questo è chiaramente ciò che il generale dell’esercito Wayne A. Downing, ora in pensione, aveva in mente quando nel 1996 rilasciò un rapporto che criticava il sistema di sicurezza alle torri Khobar e raccomandava il rafforzamento delle misure di protezione.
"… Per ironia del caso il complesso fu costruito dal gigante dell’edilizia "Saudi Binladin Group" – posseduto dalla stessa famiglia che produsse il terrorista internazionale Osama bin Laden, reietto nella sua stessa patria" (Dalla rivista "Air Force Magazine", Febbraio 1999).
"Ironia" non è esattamente la parola che userei io, ma va bene lo stesso.
CAVERNE AFFITTATE A CARO PREZZO
Osama completò alcune costruzioni per gli infedeli anche in Afghanistan. Questo avvenne alla fine degli anni 80. Sotto contratto della CIA, Osama e la sua famiglia costruirono le "caverne" (1), del valore di diversi miliardi di dollari, nelle quali si narra adesso si stia nascondendo, costringendo di conseguenza America e Gran Bretagna a bombardare la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, ed altre analoghe strategiche installazioni militari:
"Portò con sé personale che lavorava per la ditta di suo padre, così come macchinario pesante per la costruzione di strade e magazzini per i Mujaheddin. Nel 1986 aiutò a costruire un complesso di gallerie finanziato dalla CIA, il cui scopo era fungere da polveriera, campo d’addestramento e centro medico per i Mujaheddin, il tutto in profondità al di sotto di montagne in prossimità del confine Pachistano."
(dal quotidiano "Pittsburgh Post Gazette" di domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la guerra santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)
PER FAVORE NON MANDATECI QUELL’UOMO ORRIBILE!
Dopo aver apparentemente rotto con i regnanti Sauditi – anche se dubitiamo fortemente della veridicità di tale storia – bin Laden si recò in Sudan. Il governo Sudanese si stancò presto della sua presenza. In Marzo 1996, il Generale Maggiore Elfatih Erwa, allora Ministro della Difesa Sudanese, offrì di estradare bin Laden in Arabia Saudita o negli Stati Uniti.
"Il controspionaggio Sudanese, affermò, avrebbe volentieri tenuto d’occhio bin Laden per conto degli Stati Uniti. Se ciò non fosse stato sufficiente, il governo era pronto a metterlo sotto custodia ed a consegnarlo, anche se a chi non era molto chiaro. In una comunicazione, Erwa sostenne che il Sudan avrebbe preso in considerazione ogni incriminazione formulata legittimamente contro questo terrorista." (da "The Washigton Post", 3 di Ottobre 2001)
Funzionari Americani rifiutarono l’offerta d’estradizione. L’articolo del "Washigton Post" che riporta questa notizia si dilunga nel citare funzionari Americani che tentano di spiegare esattamente perché rifiutarono tale offerta. I funzionari vengono citati spiegare che i Sauditi avevano timore di un contraccolpo fondamentalista se avessero imprigionato e condannato a morte bin Laden, che loro si sentivano offesi dal Sudan, così come gli USA si sentivano offesi dal Sudan, che gli Americani non avevano prove a sufficienza per poterlo processare. Tutto, in verità, a parte la spiegazione più semplice e logica: bin Laden era un bene degli Stati Uniti – magari un membro della CIA, o semplicemente qualcuno che la CIA aveva usato. Probabilmente i giornalisti del "Washington Post" stavano suggerendo questo tipo di spiegazione quando hanno scritto:
"Incominciò un dibattito, che s’intensificò più avanti, sulla questione se gli Stati Uniti dovessero incriminare e processare bin Laden o se dovessero trattarlo come il combattente di una guerra clandestina". (da "The Washingon Post", 3 Ottobre 2001)
L’enfasi va sulla parola "trattare", col significato di "fingere che fosse".
In ogni caso l’offerta d’estradizione Sudanese fu rifiutata.
"[Funzionari Americani] dissero, "Chiedetegli semplicemente di lasciare il paese. Non fatelo solo andare in Somalia". Erwa, il generale Sudanese, affermò nel corso di un’intervista: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".
"Il 15 di Maggio 1996, il Ministro degli Esteri Taha mandò un fax a Carney, che si trovava a Nairobi, nel quale abbandonava la richiesta di trasferimento di custodia. Il suo governo aveva chiesto a bin Laden di lasciare il paese, Taha scrisse, e lui sarebbe quindi stato libero di recarsi dove voleva". ("The Washington Post", 3 Ottobre 2001)
Notate: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".
Questo è semplicemente agghiacciante.
QUESTO SAREBBE ILLEGALE
È incredibile che funzionari del governo Americano cerchino di giustificare il rifiuto all’offerta d’estradizione Sudanese con la ragione che l’amministrazione Clinton "non sarebbe stata in grado di incriminarlo ufficialmente dinanzi ad una corte Americana" ("Washington Post", 3 Ottobre 2001). Pensano forse che gli Americani non siano in grado di ricordare ciò che è successo l’altroieri? Ricordate ad esempio che lo stesso governo non esitò a bombardare il Sudan, l’Iraq e la Iugoslavia, e che tutti questi bombardamenti rappresentano il più grave caso di violazione del diritto internazionale? Per non parlare dell’Afghanistan.
O della Croce Rossa. (5)
Inoltre, secondo la rispettabilissima rivista "Jane’s Intelligence Review:"
"In Febbraio 1995 le autorità Americane indicarono bin Laden e suo cognato Mohammed Jamal Khalifa come appartenenti ad un gruppo di 172 cospiratori, che non furono incriminati, che aiutò gli 11 Musulmani accusati per l’attentato al World Trade Center e progettava di far crollare questo monumento a New York. ("Jane’s Intelligence Review", 1 Ottobre 1995).
Quindi bin Laden veniva indicato come cospiratore, anche se non incriminato come tale, già un anno prima che il Sudan offrisse di estradarlo.
Perché il governo Americano non poté accettare l’offerta Sudanese di estradare bin Laden? Perché non lo incarcerarono, non si organizzarono al meglio e non lo misero sotto processo? Cos’aveva esattamente il governo Americano da perdere? Nel peggiore dei casi non sarebbero riusciti a farlo condannare e sarebbero stati obbligati a lasciarlo andare …
FATELO SOLO ANDARE VIA, NON IMPORTA DOVE. MAGARI … IN AFGHANISTAN
Instead, the U.S. asked Sudan to expel bin Laden, knowing full well that he would go to Afghanistan - and Kosovo and Macedonia. (2)
Invece gli USA chiesero al Sudan di espellere bin Laden, sapendo perfettamente che sarebbe andato in Afghanistan – e Kossovo, e Macedonia. (2)
Per inciso due anni dopo l’esercito Americano bombardò il Sudan, per la ragione che il governo Sudanese era alleato a bin Laden. Sembra in realtà che i migliori amici di bin Laden non si trovassero in Sudan (questa la ragione del Presidente Clinton per usare missili Cruise per bombardare e distruggere una fabbrica di medicinali Sudanese), ma sedessero all’interno del Dipartimento di Stato Americano.
Ci sono moltissimi segnali che suggeriscono che bin Laden sia ancora in qualche modo collegato alla CIA:
* Le sue attività in Afghanistan precedenti al 1990;
* Le sue attività "dalla parte degli Americani" in Bosnia, Kossovo e, recentemente, in Macedonia; (2)
* Il fatto che l’Amministrazione Clinton impedì al Sudan di estradarlo nel 1996;
* Le convincenti argomentazioni del membro del Congresso Rohrabacher sul sabotaggio operato dall’Amministrazione Clinton contro ogni tentativo d’arrestarlo; (4)
* La sua funzione da parafulmine per i dissidenti – nel senso di spingere coloro che si oppongono alla politica Americana ad appoggiare la sua visione Islamista ultra repressiva. Questo viene discusso nell’articolo "Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!", che potete leggere in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm ;
* La sua incredibile trasformazione nei confronti dell’attentato al World Trade Center. Inizialmente negò ogni coinvolgimento, affermando che "dozzine di organizzazioni terroristiche provenienti da paesi come Israele, Russia, India e Serbia potrebbero essere responsabili" (il che significa che era opera di Satana in persona) ed affermò che "al Qaeda non considera gli Stati Uniti un nemico". Ma solamente una settimana dopo rilasciò un nastro in cui sosteneva che "Dio Onnipotente ha colpito Gli Stati Uniti d’America nel suo punto più vulnerabile … quando il Signore Onnipotente rese vittoriosa una congrega di Musulmani, l’avanguardia dell’Islam, permettendo loro di distruggere gli Stati Uniti. Io chiedo a Dio di elevarne il prestigio e di garantire loro il Paradiso". Quest’ultima dichiarazione fu pre-registrata e rilasciata immediatamente dopo l’inizio dei bombardamenti Americani in Afghanistan: proprio quando, guarda caso, Bush aveva bisogno dell’onda d’emozioni che tale tipo di dichiarazione avrebbe provocato per poter "giustificare" ancora un’altra guerra illegale; (3)
* Ed adesso questo servizio della BBC secondo cui l’amministrazione Bush soppresse indagini riguardanti legami tra membri della famiglia bin Laden e gruppi terroristici.
Non vi sembra che tutto questo indichi una collaborazione lavorativa tra i servizi segreti Americani e Mister bin Laden?
"SIAMO NEMICI MORTALI, PERCIO’ ACCETTA QUESTI 400 FUORI STRADA, TU, MALEDETTO!"
Ho già illustrato i dubbi che nutro nei confronti della veridicità della "rottura" tra bin Laden ed i Reali Sauditi. Sul libro "Talebani: Islam militante, petrolio e fondamentalismo in Asia Centrale", di Ahmed Rashid, corrispondente dall’Afghanistan, Pakistan ed Asia centrale per il "Far Eastern Economic Review", leggiamo:
"Sorprendentemente, solo poche settimane prima gli attentati alle Ambasciate Americane in Africa, il libro ci racconta … "Nel Luglio 1998 il Principe Turki visitò Kandahar e poche settimane dopo 400 nuovi fuori strada destinati ai Talebani arrivarono nella città, ancora con le targhe di Dubai"" (Citato in "La creazione chiamata Osama", di Shamsul Islam. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/analysis/creat.htm
Mi hanno detto che erano tutte Toyota.
FAIDE FAMILIARI?
Il punto finale. Parte della storia ufficiale di Osama racconta che l’elusivo bin Laden ruppe ogni rapporto con la sua famiglia a causa della sua visione politico-religiosa estremista e Fondamentalista.
Veramente?
Prendiamo in considerazione gli spezzoni di alcuni articoli i quali suggeriscono che magari dovremmo adottare un atteggiamento estremamente scettico:
1) "… quando Osama bin Laden prese la decisione di unirsi ai guerriglieri non-Afgani che combattevano con i Mujaheddin la sua famiglia rispose entusiasticamente". (da il "Pittsburgh Post-Gazzette" del 23 Settembre 2001)
2) L’intera famiglia è nota per la sua posizione Islamista estremamente conservatrice (Wahhabi): "Suo padre viene riconosciuto in queste regioni come un uomo di idee religiose e politiche profondamente conservatrici ed è altresì noto per il suo profondo disgusto per le influenze non Islamiche che sono visibili negli angoli più remoti dell’antica Arabia". UPI citato in http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml
3) È vero che le faide familiari esistono. Anche all’interno di tipiche famiglie Americane possono scoppiare delle guerre. La gente litiga. E la gente fa pace.
Ma Osama non appartiene ad una "tipica famiglia Americana". Proviene da un clan rurale Yemenita profondamente conservatore. Queste famiglie non cadono in stupidi litigi. E non evitano di parlarsi per dieci anni e poi fanno pace ed è come non fosse successo niente:
"Anche se crebbe in Arabia Saudita, nella città di Jiddah, all’incirca mille chilometri all’interno della penisola Arabica, quelli che lo conoscono dicono che abbia conservato le caratteristiche proprie del proprio popolo, nel remoto Yemen: estremamente selettivo ed intensamente conservatore nella sua adesione alle interpretazioni più rigorose dell’Isalm". http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml
4) Se in questi clan ci sono faide, possono essere estremamente violente. Per cui sembra essere estremamente improbabile che Osama sia stato disconosciuto dal suo clan familiare (come i racconta la storia ufficiale) ma nel contempo mantenga rapporti cordiali con i membri della stessa. Considerate quest'articolo:
"Funzionari dell'Ufficio [di sicurezza nazionale] in certe occasioni hanno mostrato delle registrazioni di bin Laden che parla con la propria madre per impressionare alcuni membri del Congresso o ospiti selezionati". (citato nel "Baltimore Sun", 24 Aprile 2001)
E questo:
"Costruzioni bin Laden per l'esercito Americano"
di Sig Christenson; articolista per l'"Express-News""Membri della famiglia bin Laden hanno affermato di aver perso contatto con il loro fratello, il quale si rivoltò contro il governo Saudita dopo essersi unito ai guerriglieri Islamici nel corso dell'invasione Sovietica dell'Afghanistan nel 1979.
"Ma Yossef Bodansky, direttore della "Task Force contro il Terrorismo e Guerra non Convenzionale", affermò che "Osama mantenne contatti" con qualcuno delle sue due dozzine di fratelli. Non scese nello specifico". (dal "San Antonio Express-News", 14 Settembre 1998)
Ed in ultimo, da "Le Figaró":
"Mentre era ricoverato in ospedale [l'ospedale Americano di Dubai, nel Luglio 2001] bin Laden ricevette diversi visitatori, tra cui alcuni membri della sua famiglia e prominenti rappresentanti della famiglia Saudi e delle famiglie regnanti negli Emirati" (6)
Segue l'articolo del "Times of India".
Jared Israel
Bush impedì ad agenti dell’FBI di investigare la famiglia Laden.
"Times of India", 7 Novembre 2001
di RASHMEE Z AHMED
TIMES NEWS NETWORK
© "Times of India", 2001 Pubblicato per puro uso equo.
Storia originale: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1030259305
Altre storie collegate al resoconto di "Newsnight" sulla BBC:
http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4293682,00.html
http://www.hindustantimes.com/nonfram/071101/dlame43.asp
***
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
(La completa trascrizione dell’audizione
può essere ascoltata in
http://emperors-clothes.com/misc/rohrfull.htm)
[Traduzione in Italiano di Stefano Marzola]
Aderite alla nostra lista email in http://emperor.vwh.net/MailList/index.php Riceverete circa un articolo al giorno.
[Il Re Vestito A Nuovo]
http://www.google.it/search?q=cache:aqIeLGFqKYgJ:www.vallecchi.it/chi_siamo/rassegna_stampa/2003/artI1402.html+%22Saddam+e+la+CIA%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8
L'INGANNO DEL GOLFO.
Dietro le quinte della guerra senza fine.
Giuseppe Giaccio
italy2.peacelink.org/mediawatch/articles/art_141.html
Saddam e gli Usa, alleati a tutto gas
Il regime iracheno ha usato armi chimiche contro i nemici interni ed
esterni per dieci anni, ma solo dopo l'invasione del Kuwait questo è
diventato un problema per i media
Fabrizio Tonello
Fonte: Il Manifesto
17 marzo 2003
Note:
http://www.ilmanifesto.it
Elisabetta Rosaspina, Corriere della sera, 26 febbraio 2003
[ancora a questa data un bandito israeliano sostiene che l'Iraq procede a dotarsi di armamento nucleare. n.d.r.]
Osirak 1981, i jet d’Israele non attesero l’Onu
Il generale Ivry guidò l’attacco: «Ogni anno festeggio la distruzione del reattore iracheno»
http://www.peacelink.it/editorl/edit_13.html
"Gli Stati Uniti non vogliono vedere gli iracheni soffrire ancora di
piu'. Il nostro problema e il problema di tutto il mondo riguarda i dirigenti
iracheni. E oggi questi dirigenti hanno una scelta. Possono acconsentire a che
le ispezioni dell'Onu vadano avanti come stabilito o possono causare interventi
militari da parte nostra". Il segretario di stato Madeleine Albright cosi'
sintetizzava fino a pochi giorni fa la posizione del governo statunitense. E
William Cohen, segretario alla difesa, aggiungeva: "Saddam Hussein ha
sviluppato un arsenale di armi chimiche e biologiche mortali. Le ha usate
ripetutamente contro la sua gente cosi' come contro l'Iran."
Il governo statunitense non nasconde che il suo obiettivo rimane l'uscita di
scena di Saddam Hussein e quindi - nell'ipotesi presa in considerazione -
perseguirebbe lo strangolamento economico dell'Iraq prolungando l'embargo e
giustificandolo con una prosecuzione delle ispezioni. La similitudine con Cuba
sarebbe evidente. Tuttavia monsignor Giuseppe Lazzarotto, Nunzio Apostolico
vaticano in Iraq e Giordania, punta su una terza ipotesi esplicativa: "Le
scelte degli Stati Uniti hanno una spiegazione piuttosto evidente: il prezzo del
petrolio e' sceso a 17 dollari al barile; di conseguenza qualsiasi compagnia
perde milioni di dollari al giorno. Si aumentano quindi i barili da vendere, ma
contestualmente e' necessario impedire ad altri di immettere sul mercato il
proprio petrolio. E' questa la ragione per cui l'Iraq viene estromesso dal
gioco. In Iraq c'e' petrolio per i prossimi duecento anni." E aggiunge:
"Non dicano i responsabili che vengono qui per difendere i diritti umani.
E' ora che l'opinione pubblica mondiale, soprattutto americana ed europea, si
renda conto che i sistemi adottati finora sono contro i diritti umani e
nascondono in realta' enormi interessi economici, che risultano poi quelli
decisivi."
("Il Regno, 1998, n.4) E' una voce che non si leva nel deserto. Il
Consiglio ecumenico delle chiese di Ginevra si e' espresso contro l'intervento
militare, dopo una recente visita in Iraq; vi facevano parte delegazioni di
chiese cristiane quali: patriarcato siriano ortodosso di Antiochia, chiesa
d'Inghilterra, chiesa anglicana del Kenya e del Pakistan, chiesa episcopale
degli Stati Uniti, chiesa luterana della Norvegia, chiesa armena ortodossa di
Cipro, chiesa ortodossa greca di Antiochia del Libano e chiesa presbiteriana
degli Stati Uniti.
L'applicazione della risoluzione Onu 687 (ispezioni per il disarmo iracheno)
non prevede infatti l'uso della forza militare ma l'embargo come mezzo
coercitivo, segnando con cio' una differenza rispetto alla precedente
risoluzione 678 che autorizzava a "usare tutti i mezzi necessari" per
liberare il Kuwait. L'articolo 2 della Carta dell'Onu prevede che le nazioni
"devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o
dall'uso della forza" e che "devono risolvere le loro controversie
internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza
internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo". Come si puo'
notare la condotta degli Stati Uniti non rispetta questi principi anche quando
"minaccia" l'uso della forza senza usarla. Puo' essere tutto questo
giustificato in nome dell'applicazione di una risoluzione dell'Onu che non
prevede l'uso della forza? "La pretesa - osserva il magistrato Domenico
Gallo - e' altrettanto assurda e ingiustificata quanto sarebbe assurda e
ingiustificata la pretesa della Libia di bombardare Israele per non avere
adempiuto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 22.1.'67 che
richiedeva a Israele di ritirarsi dai territori occupati durante la guerra dei
sei giorni."
A Taranto PeaceLink si e' fatta promotrice di un appello al Presidente della
Repubblica a cui hanno aderito: Associazione per la pace (TA), Caritas Diocesana
(TA), Casa per la Pace (Grottaglie), Chiesa Valdese (TA), Coop.Owen (S.Giorgio),
Le Sentinelle (TA), Missionari Saceriani (TA), Movimento S.Francesco Saverio
(TA), Oltre le barriere (TA), Osservatorio contro la criminalita' (TA), Pax
Christi (TA), PeaceLink , Punto Pace presso Parrocchia S.Pasquale (TA), Taranto
Solidale. Vi si affermava: Affermiamo inoltre la nostra condanna contro le ambizioni di riarmo di Saddam
Hussein, gia' peraltro in passato abbondantemente armato e finanziato
dall'Occidente, ma riteniamo che un'azione militare non farebbe altro che
rafforzarne il potere dispotico su un popolo, gia' vittima di un embargo civile
condannato dallo stesso Pontefice. Confidiamo in una Sua ferma posizione contro
questa guerra." Un ordine del giorno contro la guerra con contenuti
similari e' stato approvato all'unanimita' dal consiglio comunale di Palagiano
(TA).
Se queste prese di posizione appariranno superate dalla svolta di pace
impressa dal viaggio a Baghdad del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan,
come sembra e come si spera, non sara' inutile ricordare lo sforzo di quanti
hanno chiesto, assieme a tanti uomini e donne di buona volonta', che le armi
della diplomazia vincessero sulla diplomazia delle armi.
Ritornano alla mente le parole di un uomo di pace, lo scrittore Hermann Hesse,
che scrisse: "Il nostro compito quali esseri umani consiste nel compiere,
all'interno della nostra propria, unica, personale esistenza, un passo avanti
sulla strada che dalla bestia porta all'uomo."
Alessandro Marescotti c/o PeaceLink, c.p. 2009, 74100 Taranto
(Italy)
Elisabetta Rizzo http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=783 Superfalchi
a colazione (primo
articolo di due) di Angela
Pascucci
(il
manifesto del 31/03/2003) Chi sono e da dove vengono (secondo articolo) di Angela Pascucci
(il
manifesto del 31/03/2003) http://www.panorama.it/mondo/asiaafrica/articolo/ ix1-A020001019632+%22Michael+Leeden%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8 La scintilla non si spegnerà da
Panorama del 19 giugno 2003 di Micharl Leeden Presto conosceremo
i leader del nuovo corso iranianoLe armi segrete di Saddam Hussein
Di quelle armi si ricorda molto bene il giornalista inglese Robert Fisk, inviato
del Times negli anni Ottanta, quando infuriava la guerra Iran-Iraq: "Su un
treno di notte da Ahwaz a Teheran non facevano che tossire, sputando i veleni di
Saddam Hussein dai polmoni nell'ovatta e nelle bende che diventavano rosso
sangue. Era il gas mostarda che li stava uccidendo. Fui costretto a spalancare
il finestrino per evitare di vomitare." Quei soldati iraniani erano allora
i nemici dell'occidente e Saddan Hussein riceveva ogni genere di aiuto, come
ricorda Robert Fisk. "I francesi avevano venduto a Saddam i loro Mirage. I
tedeschi gli avevano fornito il gas che mi aveva fatto quasi vomitare sul treno
da Ahwaz. Gli americani gli avevano venduto elicotteri per irrorare di pesticidi
i raccolti (che, naturalmente, non erano "raccolti" ma esseri umani).
Gli inglesi gli avevano venduto ponti. In seguito ho persino conosciuto il
trafficante d'armi di Colonia che era andato in aereo dal Pentagono a Baghdad
con certe foto delle linee del fronte iraniano, scattate da un satellite
americano, per aiutare Saddam a uccidere piu' iraniani. Un diplomatico inglese,
pranzando a Londra con uno dei miei caporedattori, osservava: "Mi sembra
che Robert non abbia capito la situazione". Certo, diceva il diplomatico,
il gas era un'arma terribile. Ma Saddam stava combattendo la guerra
dell'Occidente contro il fondamentalismo iraniano."
Le complicita'
Era il decennio in cui i pacifisti che protestavano per la guerra Iran-Irak
venivano definiti "amici di Komehini". Erano i tempi in cui Saddan
Hussein non riceveva sui grandi giornali italiani l'accusa di
"dittatore" o di "macellaio" - come avviene comunemente oggi
- ma riceveva invece ben altro: 20 elicotteri, 6 corvette, 4 fregate, 1 nave per
rifornimento, 1 sommergibile e sistemi missilistici di vario tipo, come
documenta l'Archivio Disarmo di Roma. Saddam Hussein era un buon cliente per gli
industriali che possedevano giornali e vendevano armi. Nel marzo 1981, in piena
guerra Iran-Iraq, un elicottero irakeno di fabbricazione sovietica precipita in
Veneto e (come emerge dalle indagini) si scopre che doveva essere equipaggiato
con nuovi sistemi avionici da due aziende italiane. Un passato cosi' torbido ha
riempito gli arsenali militari iracheni di insidie di ogni genere, fabbricate in
Occidente e nell'ex Urss, e passate sottobanco con con la complicita' delle
diplomazie che oggi lavorano febbrilmente per scovare quelle stesse insidie.
Sette anni di controlli: perche'?
Sull'esistenza o meno di armi di distruzione di massa nei "siti
presidenziali" si discute molto. Ci sono? Non ci sono? Dopo oltre 700
ispezioni (di cui 119 gia' avvenute nei siti presidenziali) in sette anni di
controlli da parte degli ispettori dell'Onu si sa che sono state distrutte tutte
le strutture per il nucleare bellico, 38 mila armi chimiche, 690 tonnellate di
agenti attivi, centinaia di apparecchiature, 48 missili e 60 rampe di lancio. Un
sistema di controllo audiovisivo permamente (con centinaia di telecamere e
sensori Onu che verrebbe distrutta dai bombardamenti Usa) rileva a distanza cio'
che si fabbrica nei laboratori e negli stabilimenti iracheni trasmettendo
informazioni in tempo reale. Dopo sette anni di simili controlli sarebbe
ragionavole chiedersi: come mai c'e' ancora da controllare? La risposta
americana e': il lavoro degli ispettori del'Onu viene sistematicamente
ostacolato dai veti iracheni e Saddam Hussein ha nascosto nei suoi palazzi
residenziali armi e segreti. Una diversa risposta prende le mosse dalla
risoluzione 687 dell'Onu che - se da una parte impone all'Iraq un programma di
disarmo che prevede la distruzione delle armi nucleari, chimiche e
batteriologiche - dall'altra contempla la fine dell'embargo quando gli ispettori
Onu avranno finito i controlli.
Seimila bambini al mese
L'Organizzazione Mondiale della Sanita' parla di almeno seimila bambini che
muoiono ogni mese per le conseguenze dell'embargo: mancanza di vitamine,
anestetici, medicine, disinfettanti, farina. Robert Fisk - attualmente
giornalista del The Independent inviato nel Golfo - testimonia: "Migliaia
di persone sono morte di denutrizione e per mancanza di medicine: forse
addirittura un milione, a prestare fede a certi funzionari dell'Onu. Baghdad e'
stata attraversata in lungo e in largo dai cortei funebri di bambini (l'ultima
volta ne ho contati settanta uno dietro l'altro). Tutta propaganda dell'odiato
Saddam, certo; pero' sono stati in pochi a insinuare che le bare fossero
vuote."
Gli Stati Uniti e il diritto internazionale
Infine e' lecito porsi un'ultima questione. E' conforme alle norme del diritto
internazionale l'attacco minacciato dagli Stati Uniti per imporre al governo
Iracheno l'apertura dei siti presidenziali alle ispezioni Onu? La risposta
fornita da un giurista come il magistrato Domenico Gallo e' negativa:
"L'uso della forza e' consentito soltanto per contrastare un atto di
aggressione che derivi da un attacco armato altrui, ai sensi dell'articolo 51
della Carta dell'Onu, oppure per attuare le azioni coercitive che il Consiglio
di sicurezza decidesse di intraprendere per ristabilire la pace e la sicurezza
internazionale, ai sensi degli articoli 42 e seguenti."
L'opposizione alla guerra
La minaccia di una nuova guerra ha visto mobilitate in questi giorni diverse
associazioni. Nell'appello di Pax Christi si afferma che "l'attacco sarebbe
sproporzionato rispetto ai fini". Vi si legge: "Chiediamo con tutta la
forza che e' in nostro potere che si fermi il rullare dei motori da guerra e
riprenda il dialogo della pace (...) Condanniamo decisamente la preparazione di
ogni guerra e la detenzione di armi di distruzione di massa perche' offendono la
dignita' dell'uomo e calpestano la vita (...) Ogni trattativa torni nella sede
istituzionale piu' idonea, le Nazioni Unite".
"Ci rivolgiamo a Lei, uomo di pace e garante della Costituzione,
affinche' l'Italia ripudi una guerra concepita come "mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali", secondo quanto sancito nell'articolo 11
della Costituzione stessa. Riteniamo conseguente che l'Italia non metta a
disposizione alcuna base militare presente sul proprio territorio, affermando
non solo un principio di pace ma anche un principio di sovranita' nazionale.
http://www.1ceas.org/interviste/parvapolis/Presentaz.%20Intervista%20Leeden.htm
Priverno. Come uscire dalla violenza terroristica. Michael
Leeden, il consigliere di Bush: «È stata una guerra di
"liberazione". Tutto il mondo ha visto la gioia del popolo iracheno.
La guerra ora si sposterà in Siria e Iran»
Richard Perle. La mia impressione è che questa guerra stia
andando bene e che la resistenza irachena sia minima
William Kristol. Questa sarà una vera guerra di liberazione,
combattuta come una guerra di liberazione
RICHARD PERLE «La mia impressione è la stessa della maggioranza
di voi, immagino: che questa guerra sta andando bene, che la
resistenza è stata minima. Ciò non mi sorprende. E non
sorprende i nostri strateghi. Lo diciamo da molto tempo che ci
sono poche persone pronte a combattere per Saddam e tanto meno a
morire per lui. Ed è piuttosto ironico che, guardando la
televisione, vi siano più manifestanti a San Francisco che
persone pronte a combattere per Saddam in Iraq. (...) Questa è
una guerra per liberare un paese. (...)Queste considerazioni
possono sembrare un po' incaute. La guerra continua, e sarebbe da
folli assumere che andrà avanti liscia come sembra essere andata
finora. E, tristemente, abbiamo avuto già alcune perdite. Ma
sembra chiaro che questo regime è stato condotto alla fine da
una coalizione di più di 40 paesi - e il numero è in aumento,
naturalmente. (...) Il che dimostra quanto sia menzognero
l'argomento dell'unilateralismo, che noi stiamo procedendo da
soli. In Europa, ad esempio, ci sono più paesi dalla nostra
parte di quanti non siano quelli che si oppongono (...)».
MICHAEL LEDEEN «Questa è una battaglia in una lunga guerra
(...) e non possiamo vincere, se ci limitiamo al solo Iraq. Penso
che i paesi del terrorismo che confinano con l'Iraq, vale a dire
Iran e Siria, lo sappiano. Penso che il piano di Saddam fosse di
sparire in Siria, come Osama bin Laden è scomparso in Iran alla
fine - o a metà - della guerra in Afghanistan. Penso che gli
iraniani e i siriani intendano fare tutto quello che è in loro
potere per destabilizzare i nostri sforzi in Iraq, quando la
guerra sarà finita e ci saremo insediati sul territorio. Ci sono
due modelli per la loro azione. Uno è il Libano degli anni `80 e
l'altro è l'Afghanistan oggi (...)». RADEK SIKORSKI «Prima di
tutto voglio portare ai miei colleghi gli auguri di un paese, la
Polonia, che sta combattendo a fianco delle truppe americane.
(...)L'Europa paga già un alto prezzo per questo conflitto. Si
è spaccata grosso modo in due metà (...) e penso che per gli
Stati uniti sia meglio questo, piuttosto che un'Europa unita su
una base anti-americana. Ma ciò non è buono nel lungo periodo.
Perché credo che fondamentalmente ciò che ci unisce è più di
quel che ci divide. Vi sono almeno due importanti compiti che
l'Europa e l'America devono portare a termine insieme. Uno è
cancellare il debito lasciato dall'impero sovietico, per
stabilizzare lo spazio post- sovietico e, secondo, agire insieme
per democratizzare il Medioriente allargato. Ma l'Europa in
questo non è stata utile agli Stati uniti (...). Tuttavia spero
che vi sia una via d'uscita a questa crisi (...). Perché
dovrebbe essere assolutamente chiaro che gli Usa hanno ancora
abbastanza potere e amici in Europa da impedire che il continente
si unisca contro di loro (...)». RICHARD PERLE «Stiamo
assistendo, e assisteremo, all'impatto straordinario di
tecnologia militare avanzata sviluppata in questo paese (...). Ciò
significa un notevole risparmio di forze - forze applicate con
grande precisione solo dove e quando è necessario. Ciò ha molte
implicazioni, anche umanitarie. Non è più necessario
distruggere vaste infrastrutture per difendersi con efficacia da
un nemico che vuole danneggiarci.(...)». WILLIAM KRISTOL «
Suppongo che questa sarà chiamata dagli storici la Seconda
guerra del Golfo, ma non credo sia corretto nel senso che per
molti aspetti è diversa e quasi l'opposto della prima guerra. Io
ero allora alla Casa bianca di Bush e vi fu una grossa campagna
di bombardamenti. E' quello che dovevamo fare. Non avevamo altra
scelta tecnologica allora. (...) Ma non sarebbe scorretto dire
che nel 1991 siamo andati per riportare sul trono l'emiro del
Kuwait, salvare la famiglia saudita del petrolio. Come era
necessario. Non potevamo lasciare in mano a Saddam metà delle
risorse petrolifere del mondo, con tutte le implicazioni
conseguenti per l'economia mondiale, per la stabilità
geostrategica, per la sua ricchezza e abilità di ottenere ancor
più armi di distruzione di massa, anche più in fretta. Così è
stata una guerra giusta. Abbiamo assicurato i rifornimenti di
petrolio, stabilizzato la regione ma di fatto non abbiamo aiutato
il popolo arabo (...). Questa sarà una vera guerra di
liberazione, combattuta come una guerra di liberazione. Penso che
le implicazioni nel mondo arabo saranno molto significative,
stupefacenti. (...)». M. LEDEEN « Io penso che la storia avanzi
per paradossi. Uno dei paradossi è che più grande è il potere
che hai e più grande il tuo vantaggio sugli altri, meno
probabile è che tu debba combattere guerre davvero sanguinose,
perché la tua superiorità è evidente. Il secondo paradosso è
che quando si ha la missione giusta, è più facile avere grandi
risultati. Quel che è andato male nel `91 è che la nostra
missione non era quella di rimuovere Saddam Hussein, e questo ha
ristretto le nostre possibilità(...)». R: PERLE «E' azzardato
fare previsioni all'inizio della campagna, ma credo che questa
guerra farà risparmiare vite umane, e che i dimostranti che in
buona fede protestano perché hanno orrore della perdita di vite
umane dovrebbero guardare alla matematica. Vite saranno salvate
con l'abbattimento di Saddam, se facciamo il calcolo della gente
che perde la vita per mano sua in quel suo paese (...)». MR.
BAXTER (Domanda dal pubblico), del quotidiano economico tedesco
Handelsblatt.
« Si è detto che questa guerra contro l'Iraq è solo il primo
passo in una più vasta guerra regionale, che paesi come la Siria
e l'Iran potrebbero essere i prossimi nel mirino. Cosa intende
fare l'amministrazione per convincere paesi che criticano la
guerra, come Francia e Germania? Non c'è la possibilità che il
fossato si approfondisca e che alla fine si avranno vasti danni
collaterali sul versante diplomatico?» M. LEDEEN «Sì, forse.
Ma è perché paesi come Francia e Germania insistono a
puntellare regimi oppressivi e tirannici come Iran e Iraq. Se si
unissero al campo democratico, non ci sarebbero queste dispute.E
poi, nel caso dell'Iran, non sarebbe una guerra. Non richiede
l'uso del potere militare. L'Iran è un paese dove, secondo loro
sondaggi interni, più del 70% del popolo iraniano odia questo
regime e vuole che finisca - e sono pronti per la democrazia.
(...) E così spero che l'Iraq sia solo una battaglia di una più
vasta guerra. Il presidente aveva ragione - il 12 settembre 2001
- quando ha detto che non avremmo fatto distinzioni tra il
terrorismo e i paesi che lo sostengono. E ad essere seri,
rovesciare il regime iraniano è l'azione centrale perché l'Iran
è la nazione terrorista più pericolosa del mondo. E' la madre
del moderno terrorismo (...)». MR DEGTER (dal pubblico): «
Parliamo del senso di vendetta che avverto contro la vecchia
Europa. E' giustificato? La Germania, che voi ponete nel campo
avverso, sta facendo molto più di tanti alleati degli Usa che
voi citateche voi citate. Nel sostegno logistico, ad esempio. E'
terribile che voi parliate contro un paese che ha preso una
posizione differente in legittimo disaccordo con gli Stati uniti.
E inoltre, la questione della Onu e la ricostruzione dell'Iraq...»
W. KRISTOL «Io distinguerei - ai fini del discorso - Germania e
Francia. (...) Io penso che una diplomazia brillante e
intelligente, che può essere troppo sperare dal Dipartimento di
stato, dovrebbe puntare a dividere la Germania dalla Francia. La
Francia non è interessata al mondo che l'America, a mio avviso,
dovrebbe cercare di forgiare. (...) Non voglio punire Francia e
Germania. Ma non voglio neppure insistere sul fatto che tutto
debba essere fatto con tutti 19 o 25 paesi, o quanti sono ora,
dell'Ue.(...) Essere vendicativi sarebbe folle, ma anche essere
codardi lo sarebbe. Quanto all'Onu, ho firmato una lettera,
insieme ad altri amici dell'Aei. Una lettera bipartisan,
repubblicani e democratici, nella quale si afferma che abbiamo
bisogno di ricostruire l'Iraq. Abbiamo bisogno di restare lì. E'
un vero impegno, militare e civile. Abbiamo bisogno di lavorare
con le istituzioni internazionali e gli alleati per farlo. (...)
ma agire attraverso le istituzioni non significa lavorare con l'Onu.
Una delle grandi conquiste dell'amministrazione Bush degli ultimi
sei mesi, passata forse inavvertita, è stato di dimostrare che
si possono costituire alleanze e coalizioni senza passare
necessariamente attraverso l'Onu (...). Mi si deve dimostrare nei
fatti (...) che l'Onu è migliore di tutte le strutture di
alleanza regionale immaginabili. (...) Non dobbiamo presumere che
tutte le istituzioni ereditate dal passato siano inutili, ma
neppure che siano sacrosante. (...) L'amministrazione Bush è
andata all'Onu, ha cercato di ottenerne l'appoggio. Non c'è
riuscita. Ha detto, bene, avete scelto di non sostenerci, andiamo
avanti con gli alleati che abbiamo per fare ciò che riteniamo
necessario. Non c'è niente di vendicativo in questo. E penso che
nessuno statista responsabile degli Stati uniti abbia detto una
singola cosa sgradevole sulla Germania. La Francia è un po'
diversa (risate). (...) Quel che Schroeder ha detto è stato
assolutamente senza precedenti nel dopo-guerra e la risposta
americana è stata piuttosto blanda. La Francia è un'altra
storia, perché di fatto ha condotto una campagna per indebolire
la capacità Usa di intraprendere ciò che ritenevamo necessario
per la nostra sicurezza e i nostri interessi. Un comportamento
senza precedenti da parte di una nazione che afferma di essere
alleata(...)». R. PERLE «La questione non è la vendetta
americana. La questione della ricostruzione (...) sarà decisa
dagli iracheni. E perdonerete se in questa circostanza gli
iracheni saranno vendicativi. Per come la vedo io, la Francia ha
resistito fino alla fine, e resiste ancora oggi, alla liberazione
del loro paese. Così non è probabile che saranno grati o ben
disposti verso la Francia e. in misura minore, non credo che
sentiranno di dovere alcunché alla Germania. (...)Infine, l'Onu:
è stata progettata per impedire invasioni nel futuro. Non era
destinata a proteggere noi o altri contro le minacce che dobbiamo
fronteggiare ora, minacce che possono venire dall'interno di un
paese che si può pensare sia contenuto ma tuttavia capace di
diventare sempre più minaccioso. (...) Così non abbiamo
obiezioni nei confronti dell'Onu. Semplicemente il tempo è
passato per la struttura Onu come istituzione che garantisca la
sicurezza. Oggi va bene per la sanità, l'agricoltura mondiali, e
per il mantenimento della pace. Per questi scopi penso che ne
abbiamo bisogno. Ma non possiamo aspettarci che faccia cose che
non è nata per fare e non è in grado di fare. Così abbiamo
bisogno o di nuove istituzioni o di una riforma radicale delle
Nazioni unite (...). Penso che dovremmo iniziare un dibattito per
rivedere la Carta dell'Onu. Oggi questa Carta non è all'altezza
del compito di difendere i popoli in un mondo di terrore».
M.LEEDEN «Questo è il minimo. Noi dovremo far uscire la Francia
dal Consiglio di sicurezza.(...) In realtà lo ha già dimostrato
Clinton con la Bosnia che non abbiamo bisogno delle Nazioni uniti
per procedere a serie operazioni internazionali. Giusto?»
Comunque Richard Perle resta nel Board dei consiglieri, come restano in
posizioni di preminenza ai vertici politici e militari americani i suoi
compagni del Project for New American Century (Pnac), la creatura di
William Kristol e Robert Kagan strettamente legata all'Aei, tenuta a
battesimo nel 1997 dal vicepresidente Dick Cheney, da Donald Rumsfeld,
capo del Pentagono, da Paul Wolfowitz, vice-segretario alla difesa, da
Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.
Il credo ufficiale del Project, un peana al reaganismo, si riassume nella
convinzione del «ruolo unico dell'America nel preservare ed estendere un
ordine internazionale favorevole alla nostra sicurezza, alla nostra
prosperità, ai nostri principi», con quel che ne discende. Nel `97
sembravano ancora deliri. In definitiva, i neo-cons non ce l'avevano fatta
con Bush padre, nel `92, quando Wolfowitz aveva sottoposto all'allora
segretario alla difesa Cheney una bozza di Defense Policy Guidance
centrata su tre punti: prevenire ogni «potere ostile» dal dominare
regioni con risorse tali da consentirgli di diventare un grande potere;
dissuadere ogni paese industrializzato dal tentativo di sfidare la
leadership Usa; impedire l'emergere di un concorrente globale. Progetto
mai accantonato e riemerso nel 2000, con Bush figlio, in un rapporto del
Project che sarà interamente assunto dalla National Security Strategy che
Bush annuncia nel settembre 2002, scardinando la dottrina di deterrenza in
vigore nel dopo-guerra. Le macerie del World Trade Center sono la breccia
attraverso cui passerà l'armamentario unilateralista, guerrafondaio,
coperto da messianismo internazionalista, dei neo-cons.
Aspetto non secondario della grande avanzata, i forti legami tra l'Aei e
il Likud israeliano. E' nel 1996 che Richard Perle e Douglas Feith, oggi
potentissimo vice-segretario alla difesa per gli affari politici scrivono
il programma per Benjamin Netanyahu, prossimo premier. In cui si
raccomandava di archiviare gli accordi di Oslo e il concetto «terra in
cambio di pace», e di annettere definitivamente la striscia di Gaza e la
Cisgiordania. Il Financial Times del 6/3/2003 rileva che, se molti della
prima generazione di neo-cons erano ebrei, oggi lo sono praticamente
tutti. Il 26 febbraio Bush dichiarava che l'imminente guerra all'Iraq era
parte di una più vasta battaglia per portare al potere in Medioriente
governi più filo-occidentali.
Qualche nota biografica, infine, dei partecipanti al «dibattito»:
Michael Leeden è uno studioso dell'Aei che gli italiani possono leggere
su Panorama. Radek Sikorski, ex-vice-ministro degli difesa (1992) e degli
esteri (1998-2001) in Polonia, è oggi è direttore esecutivo all'Aei
della New Atlantic Initiative. William Kristol dirige anche la rivista
Weekly Standard, punta di lancia del pensiero neo-con e perciò chiamata
Hawk Central, finanziata da Rupert Murdoch.
Questi sentori stanno cominciando a riempire l’aria delle piazze centrali
nelle principali città iraniane e hanno spronato la gente ad assumere un
atteggiamento di sfida sempre più sfrontato nei confronti dei mullah regnanti.
Il regime è in una situazione di impasse effettiva. I mullah sanno che il
popolo li odia (il 90 per cento degli iraniani desidera una svolta democratica,
mentre il 70 per cento auspica un cambiamento drastico) e sono anche consapevoli
del fatto che gli strumenti di repressione sono insufficienti per gestire
un’insurrezione di massa. Molti leader delle forze armate hanno dichiarato
apertamente che si schiererebbero con il popolo, se dovesse scoppiare un
conflitto civile aperto. I membri di alcune fra le più potenti istituzioni del
paese hanno affermato di essere convinti che oltre metà delle guardie
rivoluzionarie sosterranno la popolazione in caso di scontro frontale. Dunque i
mullah sono stati costretti a importare criminali stranieri, descritti come «afghani»
dalla stampa popolare, per soffocare le dimostrazioni.
Sull’altro lato delle barricate, le forze favorevoli alla democrazia
sembrano aver superato il punto di non ritorno. Sanno che, se si fermassero
ora, molti di loro verrebbero sottoposti a terribili torture e a esecuzione
sommaria.
Come al solito, il presidente George W. Bush è stato impeccabile nei suoi
elogi a coloro che lottano per la libertà e nella condanna della repressione in
Iran. Sarebbe davvero meglio che, nei prossimi giorni, il segretario di
Stato Colin Powell e il suo vice, Richard Armitage, mettessero decisamente da
parte il proprio prestigio a favore della causa della democrazia (quindi di un
cambiamento di regime). Il motivo della mancata esplicita ratifica della
democrazia iraniana è da ricercare in parte nella carenza di valide
informazioni dall’Iran e, di conseguenza, nell’assenza di un’analisi
accurata. A questo punto non è più possibile rimediare alla mancata analisi,
da parte dell’intelligence, delle forze in gioco in Iran.
Le spie e gli ottusi credono che una rivoluzione democratica in Iran sia
improbabile, poiché le forze sovversive non hanno un leader carismatico e senza