Manifestazioni inattese alla vigilia dell'incontro
europeo
In cinquanta davanti alla sede romana di Forza Italia
Disobbedienti contro il vertice Ue: letame sotto casa di Berlusconi
La polizia è intervenuta, ma non ha trovato nessuno
"Serve a coprire il tanfo del regime"
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| La scena davanti casa di Berlusconi |
( 3 ottobre 2003 )
Da il manifesto del 4 ottobre
ORE 17, VIA DEL PLEBISCITO, ROMA
Mi emoziono nel pensare che
qualcuno abbia letto quel mio articoletto pubblicato nel 1978 su Il
Quotidiano dei Lavoratori. Credo sia interessante rileggerlo. Clicca qui. Da il manifesto del 4 ottobre
Dopo l'inchiesta di Repubblica, l'opposizione attacca
ROMA - (
3 ottobre 2003
)
Il presidente della Commissione Telekom Trantino
(
4 ottobre 2003
)
Chiamati a fare una classifica delle cose che non
sopportano più
(
5 ottobre 2003
)
Tutte le manovre dell'intelligence parallela. Nelle carte
Perché Sismi e Sisde non hanno fermato Volpe e gli altri?
ROMA - (
9 ottobre 2003
) Si chiarisce il doppio gioco del faccendiere
e la sua complicità con il deputato di Forza Italia membro della commissione
ROMA - (
10 ottobre 2003
)
Lettera di Del Mese, direttore del Cesis,
Raccomandazione a Sisde e Sismi:
ROMA - (
10 ottobre 2003
)
I presidenti di Camera e Senato rispondono alla richiesta
(
15 ottobre 2003
) Le sciocchezze dell' "epistemologo"
Pera che mostra quanto sia distante la sua persona dall'Università:
"Università, serve la riforma: basta con lo Stato-mamma"
(
16 ottobre 2003
) La fascia rossa dell'Unità del 04.10.2003 07.10.2003 Polemica finita? Neanche per sogno. Sandro Bondi, quello che ha provato a
tirare dentro Ciampi nell’affaire – inventato – di Telekom Serbia –
sbugiardato dai suoi stessi colleghi di maggioranza – stamane se n’è uscito
così: «Bisogna leggere ogni giorno l'Unità per capire l'odio, la calunnia,
l'aggressione personale, la menzogna che diffonde nella società civile la
sinistra italiana». Il coordinatore di Forza Italia, aggiunge e rilancia
l’avvertimento: «Sembra inutile intimare al direttore dell'Unità, Furio
Colombo, uno che gioca a fare il comunista senza avere neppure l'idea della
tragicità del comunismo, di mettere fine ad una campagna di odio che finirà
prima o poi per provocare, come sempre accaduto nella storia del nostro Paese,
lutti e violenze». Ancor più grave l’accostamento suggerito da Bondi e da Cicchitto, il suo
braccio destro, tra opposizione e terrorismo in una dichiarazione del
pomeriggio. «Le Brigate Rosse si fanno sentire con un comunicato che cavalca la
radicalizzazione dello scontro politico in atto nel Paese - commentano le
dichiarazioni lette dagli irriducibili nel processo per la strage di Prati di
Papa - È paradossale, ma meritevole di riflessione che siano proprio le Br a
parlare favorevolmente dell'iniziativa giudiziaria contro il Governo. La sortita
dei brigatisti è una conferma della nostra denuncia dell'irresponsabilità di
chi fa una campagna di odio e di delegittimazione politica e morale». Tra gli attacchi contro l’«Unità» è da registrare anche quello di
Francesco Giro, dirigente nazionale di “Forza Italia”. «Se gli onorevoli
Chiti, Giulietti e Folena alzano le barricate a difesa dell'«Unità» e del suo
direttore Furio Colombo vuol dire che Bondi coglie nel segno quando denuncia
pubblicamente la campagna di odio promossa dal quotidiano dei Ds. Sono settimane
che Furio Colombo sembra voler dismettere gli abiti del direttore per indossare
quelli del cattivo maestro, con attacchi personali di straordinaria violenza
contro chi non la pensa come lui. Ciò dovrebbe allarmare il maggiore partito
della sinistra. Non vorremmo dover assistere ancora una volta alla gara tardiva
ed ipocrita delle reciproche recriminazioni, quando i danni provocati sono ormai
lì a testimoniare il disastro». Da l'Unità del 10.10.2003 Poiché parlare solo di certi personaggi, immiserirsi nelle loro ansie di
protagonismo, addentrarsi nelle umide solidarietà di clan a buon rendere,
significa cacciarsi ancora di più nel trappolone un po’ psicopatico del:
vedete che siete voi i mandanti linguistici(cosa vorrà dire poi?) del mio
possibile assassinio? Siccome però il terrorismo sopravvive,e di morti ne
continua a fare senza che si cavi un ragno (e un brigatista) dal buco, come si
fa a non sentirsi inquieti davanti all’evocazione ossessiva e luttuosa di
sangue e cadaveri prossimi venturi? Turpi e oscuri sacerdoti della stella a
cinque punte che agirebbero eccitati nientemeno che dall’uso, nel corpo di un
articolo, della tremenda e immonda parola: strano. Viviamo nel paese delle confraternite e dell’inciucio. Si litiga sul
proscenio e ci si abbraccia dietro le quinte. Fateci caso, adesso i salotti
televisivi spengono le luci subito dopo la parola fine. Prima le immagini
sfumavano lentamente, però si vedevano giornalisti e politici che un attimo
prima se l’erano suonate di santa ragione, un attimo dopo conversare
amabilmente e scambiarsi pacche. Niente di male, per carità, ma il fatto è che
i telespettatori si sentivano presi in giro. E noi i nostri lettori non li
pigliamo in giro. A quelli che adesso ci accusano di «spacciare l’astio per pensiero critico»
e di «petulanza ideologica» (Francesco Merlo su Repubblica), ai frequentatori
del cerchiobottismo sbilenco (un dolce buffetto a Ferrara e un bel calcione a
Tabucchi), alle damine sempre intente a sfogliare il bon ton, vorremmo chiedere
cos’è che li turba tanto. La fama di un grande romanziere che a loro non sorride? L’articolo su Le
Monde che a loro non viene chiesto di scrivere? Il coraggio di battersi per un
principio, giusto o sbagliato, che loro non possiedono? Il regime ha fatto anche
questo. Ha scavato un fossato tra giornalisti della stessa generazione, che un
tempo sono stati amici e hanno condiviso molti pensieri. E che adesso si sparano
addosso proiettili di carta. Poi c’è il culto della divinità. I fedeli prostrati davanti al nume del
«Foglio». Il venite adoremus. Davanti al cinguettio del direttore del «Riformista»,
al caro Giuliano qua e al caro Giuliano la che la comare di Windsor alterna agli
insulti contro chi dirige questo giornale, viene persino voglia di rivalutare
Bondi e Cicchitto: manganellatori sì, ma che almeno agiscono a viso aperto. Anche Gad Lerner lancia il suo grido accorato («Giù le mani dal mio amico
Giuliano»), atto devoto a cui, ammette con onestà, non sono estranei «l’amicizia
e i buoni guadagni televisivi». Una venerazione davvero strana, sì strana
(chiamate la Digos) questa per il dio Ferrara. Qui c’è molto di più che la
semplice ammirazione per il talento del giornalista, per la sagacia del
consigliere politico che non esitiamo a sottoscrivere. Che cosa? Il fatto che
lui diriga il traffico all’incrocio tra un piccolo e acuminato quotidiano (Il
Foglio) e una piccola e autorevole emittente (La 7); e che da lì molti devono
passare e pagare pedaggio? O la lunga approfondita conoscenza degli uomini e
delle loro debolezze, da parte di chi ha vissuto tre intense vite: nel
comunismo, nel craxismo, nel berlusconismo? Oppure l’essere stato un agente
della Cia, quella improvvisa e non richiesta confessione che avrà fatto
rabbrividire tutti quelli che invece hanno qualcosa di serio da nascondere, e lo
nascondono? Naturalmente non è tutto qui, non è solo un’ordinaria storia di
giornali in competizione e di giornalisti che non si sopportano. C’è una
sequenza che va ricostruita pezzo dopo pezzo. L’Unità riporta una notizia d’agenzia e definisce «strana» la presenza
anche del giornalista Ferrara a un vertice di ministri in casa Berlusconi. Ferrara scrive: se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di
Antonio Tabucchi e Furio Colombo. Subito, Bondi e Cicchitto collegano i timori
di un ritorno del terrorismo che uccide alla linea politica dell’Unità. Su Le Monde, Tabucchi si difende dall’accusa di essere un mandante «linguistico»
di un omicidio. Sul Corriere della sera, Aldo Grasso scrive che Tabucchi col «cuore
traboccante d’ira non misura le parole, ed è proprio in quell’istante che
la parola diventa acuminata e contundente, si fa arma impropria». Ricordate
questa definizione: arma impropria. Polito, Merlo e Lerner intervengono a difesa di Ferrara, come se la sua vita
fosse messa in pericolo dagli articoli su l’Unità e Le Monde di Tabucchi,
mandante linguistico. Nel marzo del 2002 l’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati fu
indicato come mandante morale dell’assassinio del professor Marco Biagi, la
vittima di due killer di cui tuttora nulla si sa. Biagi è appena morto e
immediatamente parte la «campagna di odio». Le stesse persone che con un gesto
indimenticabile di volgarità e cinismo avevano definito «una lite interna alla
sinistra» il delitto D’Antona, indicano come responsabili del delitto Biagi,
nell’ordine: le famiglie che qualche settimana prima affollavano il Palavobis,
la decisione dei sindacati di non cedere sull’articolo 18 ( libertà di
licenziamento dei lavoratori), tutti coloro che scrivono senza accodarsi o
semplicemente partecipano a eventi di opposizione contro il governo. Per
difendersi dalle calunnie che gli vennero scagliate addosso, Cofferati dovette
rivolgersi alla magistratura. Più di un anno dopo la Procura di Bologna
definisce completamente infondate le accuse al leader sindacale. Ma senza che i
calunniatori paghino per il loro odioso reato. Adesso ci riprovano.
L’obiettivo è l’Unità. Aspettando il prossimo morto.
Da l'Unità del
10.10.2003
* * * * * * Ladri di Biciclette P.S. È in arrivo una nuova «carezza» per me. Stavolta su un settimanale
(ovviamente di Berlusconi) lo stile è quello che Giuliano Ferrara in un suo
memorabile articolo su Repubblica del 17 marzo 1979 chiamò «diritto di
delazione». Lo dico perché conosco chi sta dietro il «servizio»: purtroppo
per lui è abituato a brutte storie di delazioni. Questi stanno sempre a
sfruculiare da dietro, come sull’autobus. Naturalmente è tutto non
attendibile, perfino i complimenti. Però scusate, ora andrei La Vendetta degli ex Comunisti
Questo articolo è stato pubblicato sul sito www@libertaegiustizia.it Quanto segue è improprio sistemarlo nel
Banana's Republic, rappresenta una delle espressioni di una società moderna e
civile:
Da l'Unità del 17.10.2003 Raggiunto dalla notizia, Gianmarco Chiocci si è detto stupefatto: «Non
ho parole per quanto sta accadendo. Saremmo dunque noi i burattinai
della Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano di proprietà della
famiglia Berlusconi, ha ricevuto anche un avviso di garanzia. «So che
c'è una perquisizione in atto alla redazione romana e stamattina mi è
stato notificato un avviso di garanzia dalla Procura della Repubblica di
Perugia» ha dichiarato Belpietro. La testata diretta da Maurizio Belpietro da mesi è alla guida di una
campagna stampa di appoggio all’inchiesta TeleKom Serbia contro tre
leader della coalizione di Centro-sinistra indagati per corruzione:
Piero Fassino, Romano Prodi, e Lamberto Dini. Anche l’edizione di
venerdì 17 de “Il Giornale” apre la prima pagina con un articolo
sul caso, e titola: “Telekom, Tommasi: «informai il governo Prodi»”.
Tommasi è l’ex numero uno di TeleKom e nell’intervista al Giornale
dichiara di aver avvertito Prodi sulle tangenti intascate dal governo a
metà degli anni Novanta, per favorire un accordo commerciale nel campo
della telefonia con il regime di Milosevic. In realtà, è ormai venuto fuori da diverse inchieste come
l’accusa a Fassino, Prodi, e Dini, sia frutto di una montatura, su cui
vi è la responsabilità di una rete d’individui poco affidabili;
oltre al faccendiere Igor Marini, dalla cui rivelazione è scoppiato il
caso, ed è stata avviata una commissione parlamentare d’inchiesta
presieduta da Trantino, travolta dalle polemiche a causa della qualità
delle fonti, sono coinvolti personaggi contigui ai servizi segreti, e
alla massoneria. Sulla perquisizione al Giornale, si è espresso anche il
segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana,
Paolo Serventi Longhi: «Non entro nel merito delle motivazioni che
hanno spinto la Procura della Repubblica di Perugia a ordinare l'atto
giudiziario, anche perché queste motivazioni appaiono finora poco
chiare» ha detto Servanti, «mi sento però di respingere, ancora una
volta, iniziative che tendono a limitare la libertà di informazione di
un singolo giornalista oppure, come sembra anche in questo caso, di una
intera redazione» Roma, 16:57 del 22 ottobre 2003 La striscia rossa dell'Unità Ultime notizie dalla Casa delle Libertà: «L’on.
Follini ha mosso a Bossi obiezioni serie al suo no al mandato di arresto
europeo. Il modo in cui il Tg1 ha liquidato l’argomento costituisce un
monumento al servilismo».
Da l'Unità del
24.10.2003
Quale il motivo di questa intrusione? La Questura di Roma,
ufficiosamente, pur confermando l'identità dell'agente, non ha fornito
finora risposta a questa domanda, parlando, sempre ufficiosamente, di
un'operazione di routine. La redazione de «l'Unità» - nel comunicato del Cdr - ritiene
l'episodio allarmante ed ispirato ad «una sorta di maldestra censura
preventiva nei confronti del giornale dell'opposizione». Perchè
infatti sequestrare il quotidiano prima della sua uscita? Perchè
presentarsi senza esibire un mandato di perquisizione e senza avvertire
la direzione del giornale di una eventuale esigenza di indagine? Il Comitato di Redazione de l'Unità chiede ora alle istituzioni
responsabili di fornire le adeguate spiegazioni «su un atto che appare
di una gravità eccezionale, limitativo della libertà di stampa». Da l'Unità del 25 ottobre 2003: Se questa non è magia
La Cassazione ha giudicato ammissibile
l'istanza di remissione
MILANO -
MUSSOLINI
«Dittatore benigno»
A. CO.
Evidentemente è proprio un vizietto. per i forzisti il
richiamo del settimanale inglese The Spectator è irresistibile. Dopo la
celebre intervista in due puntate del capo, adesso è il senatore e
vicedirettore del Giornale Paolo Guzzanti a cimentarsi. E sempre sullo
stesso argomento: la relativa mitezza di Benito Mussolini e del fascismo in
genere. Il titolo dell'articolo firmato dal giornalista italiano è chiaro: «Quanto
era cattivo Mussolini?». Il contenuto inequivocabile: «La storia ufficiale
obbliga gli italiani a guardare al nazismo e al fascismo come se fossero la
stessa cosa. Questo è falso». E' vero, c'erano le leggi razziali, ed erano
odiosette. Però i fascisti «non ebbero mai intenzione di sterminare gli ebrei».
Però «nessun ebreo è mai stato deportato dall'Italia prima della caduta di
Mussolini, il 25 luglio del '43». Anche gli ebrei deportati furono solo «ottomila
su un totale di 50mila», e comunque «furono arrestati su ordine dei tedeschi,
non degli italiani». Nel sud della Francia, anzi, «gli italiani salvarono
migliaia di ebrei dall'arresto e dalla deportazionealla quale erano stati
destinati dai francesi».
«Non ho alcuna simpatia per il fascismo - conclude Guzzanti - ma ne ho piene le
tasche, come moltissimi italiani, delle bugie sul periodo fascista». Bugie che
si riducono tutte a una sola, in fondo: negare che i fascisti, proprio come gli
italiani tutti, fossero brava gente. Che cacciava gli ebrei dalle scuole, che
varava leggi razziali orrende, che spalleggiava i nazisti nel mondo, e dopo
l'otto settembre gli dava anche una mano se non due a dar la caccia all'ebreo.
Ma cosa volete che sia: «Ha ragione Berlusconi. Mussolini è stato un dittatore
benigno, se paragonato agli altri della sua epoca».
il presidente della commissione Telekom Serbia
Trantino nella bufera "Chiarezza o si dimetta"
Ma la ricostruzione manda su tutte le furie Trantino che prima annuncia una
querela contro Repubblica e poi reagisce: "L'obiettivo di questo
linciaggio e killeraggio giornalistico è quello di evitare la relazione della
commissione, con le sue conclusioni politiche". E' furioso Trantino,
tanto da avanzare ipotesi di complotto. Nel tentativo di spiegare come mai la
lettera anonima che chiamava in causa l'avvocato Paoletti portasse il timbro
postale dei primi di dicembre ma fosse arrivata in commissione soltanto l'8
gennaio, Trantino fa un'ipotesi: che la sua casella postale alla Camera dei
deputati possa essere stata manomessa. Parole che non convincono Pierluigi
Castagnetti della Margherita: "Trantino riconosca la responsabilità di
avere, di fatto, alimentato o consentito una campagna diffamatoria mostruosa,
la più grande del secolo contro i leader dell' opposizione fondata su una
montagna di calunnie criminali e chieda pubblicamente scusa agli interessati
ed all'opinione pubblica che è stata ingannata per mesi''.
Al contrattacco anche Carlo Taormina, pure tirato in ballo dalle rivelazioni
di Repubblica. In una nota, il deputato di Forza Italia parte
nuovamente all'assalto del diessino Luciano Violante: è lui, afferma,
"il solo burattinaio esistito in Italia". Taormina indica in
Violante il "capo delle operazioni" volte a
"delegittimare" la commissione Telekom Serbia e il suo presidente,
è lui che avrebbe "dato disposizioni al mondo giudiziario, a partire
dalla toghe rosse di Torino perché colpiscano la commissione". Al
ministro Castelli, in particolare, Taormina chiede di "disporre
un'ispezione a Torino per capire come possa un magistrato indagato per
violazione del segreto d'ufficio continuare a svolgere delicate funzioni come
quelle relative all'inchiesta Telekom Serbia".
Ma Renzo Lusetti, vicepresidente dei deputati della Margherita e membro della
commissione Telekom Serbia, chiede che la commissione sospenda tutte le
audizioni, anche quelle già programmate, in attesa che si faccia presto piena
luce, dal punto di vista politico e giudiziario "su tutti i torbidi
contorni che sta assumendo la vicenda del faccendiere Igor Marini che, come si
comprende ogni giorno di più, aveva l'unico obiettivo di gettare fango,
calunnie e discredito sui leader del centrosinistra". Durissimo anche il
diessino Guido Calvi, vicepresidente della commissione: ''La commissione è
diventata ricettacolo di calunnie utilizzate per speculazioni politiche nei
confronti dell'opposizione''.
ha contestato le rivelazioni, ecco la replica di Repubblica
Quel muro di silenzio sul dossier del Sisde
ROMA -
Punto 1: Antonio Volpe.
"Volpe non ha avuto alcun seguito quando poteva essere una spalla
preziosa per lo stesso Marini. Di fatti è apparso il 31 luglio scorso in
commissione per consegnare un plico che gli era stato dato dal Romanazzi. Il
dossier viene trasmesso in archivio senza che da parte nostra sia stato
degnato di alcuna istruttoria. Poi Volpe sparisce e non ne so più
niente".
Il dossier Volpe, che il presidente disdegna oggi, fu da lui considerato così
influente che, il 31 luglio, con gran rumore mediatico, ne annunciò
"l'immediata segretazione", prassi notoriamente riservata ad atti di
rilievo. Va da sé che in quello stesso frangente fonti autorevoli della
commissione "informarono" che nel dossier Volpe c'era il riscontro
alle accuse di Marini.
Trantino spiega che il 31 luglio "Volpe sparisce". E' vero. Lascia
San Macuto in compagnia dell'onorevole Alfredo Vito, commissario tangentista
oggi fattosi inquisitore squisito. Riappare in piazza san Silvestro. Quando?
Il 4 settembre. Con chi? Con Vito. Sorpresi dalla Guardia di Finanza a
scambiarsi documenti. Se la collaborazione di Volpe non doveva avere alcun
seguito, perché Vito incontrava Volpe? E Trantino era informato di quegli
incontri?
Punti 2 e 7: Il dossier del Sisde.
"Il dossier dei servizi segreti è arrivato alla segreteria della
commissione. Non a quella del presidente, il 13 maggio scorso dopo essere
stato spedito l'8 maggio. Alla commissione viene comunicato l'arrivo del
dossier il 14 maggio. E sulla base delle indicazioni contenute in quel dossier
viene convocato Giovanni Garau (vice direttore di Telekom Serbia, ndr) per
l'11 giugno. Tempi più celeri non li conosco. Forse dovevo dare notizia alla
commissione del dossier prima ancora che arrivasse? Palazzo Chigi ha
trattenuto il dossier? E a quale fine? Il depistaggio può essere condotto
anche dal Vaticano! Dall'Onu. Mica Palazzo Chigi ha l'appalto delle poste.
Garau viene ascoltato in una seduta molto tesa, durante la quale lo ammonisco
a dire la verità. Garau non convince e perciò, noi che siamo
Marini-dipendenti, si chiede ancora una volta soccorso al Sisde. Il Prefetto
Mori, a questo punto, ci indica un ufficiale che viene ascoltato dalla
commissione in settembre e ci invia nuovamente lo stesso dossier già
acquisito. In seguito all'audizione del colonnello del Sisde viene riconvocato
per l'8 ottobre prossimo Garau, questa volta come teste e non come semplice
audito. Va così in fumo la trametta dei sette mesi di ritardo nel rendere
noto il dossier".
Preoccupato di proteggere Palazzo Chigi, Trantino finge di non sapere che
l'intelligence fornisce informazioni al Presidente del Consiglio non per uso
privato e discrezionale (mi conviene diffondere questa notizia?), ma
nell'interesse del Paese che, in febbraio, si chiede che cosa è accaduto
nell'affare Telekom Serbia. Il documento del Sisde propone una prima possibile
risposta. Il governo non ritiene utile trasmetterla alla Commissione che è
alle prese con le frottole di un mestatore anonimo (Volpe). Lo fa tre mesi
dopo la Guardia di Finanza (malaccorta). Tocca ora a Trantino. Dell'arrivo del
dossier Sisde in Commissione Trantino dà notizia il 14 maggio, ma nella
trascrizione agli atti del Parlamento in quella comunicazione cade qualsiasi
riferimento alla provenienza dai servizi di intelligence civile. Perché?
Trantino sembra non essere al corrente che quelle informazioni provengano dal
Sisde. Se lo sa, non lo dice. Se lo ignora, appare inspiegabile che, dopo
l'audizione di Garau, si rivolga proprio all'autore del dossier, il direttore
del Sisde, prefetto Mori, chiedendo "ancora una volta soccorso" (in
quale altra occasione Trantino è stato soccorso da Mori?). Il 12 settembre,
nel ricevere l'ennesimo e identico dossier dal Sisde, Trantino tace alla
Commissione che si tratta di un doppione. Perché? Perché Trantino, l'11
giugno, durante l'audizione di Garau, nonostante sia sollecitato dal
commissario Maurizio Eufemi, "si riserva" di trasmettere le notizie
di reato alla Procura di Torino per poi tenersele chiuse in un cassetto?
Ecco allora la "trametta".
a) Il rapporto Sisde fu inviato a Palazzo Chigi il 7 febbraio e di lì non si
è mai mosso (avrebbe potuto raddrizzare i passi storti della Commissione).
b) Il rapporto Sisde non è mai approdato agli uffici della Procura di Torino
(avrebbe potuto dare un'accelerazione alle indagini).
c) Il solito Alfredo Vito, due giorni prima che il Sisde trasmettesse il
dossier a Palazzo Chigi e alla Finanza, già era in grado di contestare quegli
stessi fatti contenuti nel documento al dirigente di Telecom, Miranda. Perché
Trantino non ha detto che Vito è un mago?
Punto 3: l'anonimo su Paoletti.
"L'anonimo arrivò a San Macuto l'8 gennaio, nonostante la data di
affrancatura fosse dei primi di dicembre. Anche io non mi spiego i motivi di
questo ritardo. Pensavo che vi fosse un disguido, oppure che vi fossero
ritardi per la coincidenza delle festività natalizie. Se avessi voluto
congelare la consegna alla commissione di quella lettera, allora sarebbe stato
facile occultare la data dell'affrancatura dei primi di dicembre. Ma a quale
fine?".
Trantino conferma che l'anonimo è del 4 dicembre. E che ne diede
comunicazione soltanto l'8 gennaio. Dovrebbe dare conto del suo ritardo (o di
quello della sua segreteria?). E' possibile a San Macuto, è addirittura
"facile" occultare la data della corrispondenza? Davvero, presidente
Trantino?
Punto 4: Volpe, il quinto burattinaio.
"La commissione inizia i lavori nel 2002 mentre Volpe, quinto burattinaio
di serie, a me ignoto, è secondo Repubblica all'opera da maggio. Dovevo
prevederlo almeno due mesi prima?".
Non prevederlo, Trantino non è mica un mago come Vito. Ma prendere atto del
passato oscuro di Volpe quando gliene parla il consulente Guido Longo il 10
gennaio 2003 era una necessità. Tenere in considerazione l'allarme del
poliziotto consulente quando gli dice "Presidente, Volpe è
inattendibile", era un dovere.
Punto 5: I due croati Zoran Persen e Tom Tomic.
"I due croati entrano nel mirino della commissione a seguito di
informazioni provocate proprio da Repubblica che nel febbraio del 2001 (altri
tempi) scrisse delle tangenti di Milosevic. Era una pista da seguire. Guido
Longo ha fatto si che fossero portati a conoscenza del presidente questi due
nomi, così come la fonte li aveva riferiti, vale a dire non con il nome
dell'anagrafico, ma con nomi ricorrenti. Persen e Tomic risultano inoltre
collegati a 3 banche svizzere. Quando salta fuori il nome di Paoletti e la
pista del riciclaggio si ipotizzò un collegamento tra l'avvocato romano e la
pista serba. Ciò conferma quanto detto da Longo, considerato un inutile super
poliziotto per Repubblica. Attendiamo inoltre di conoscere la fine dei
documenti asseritamente scambiati tra Volpe e l'on. Vito a piazza San
Silvestro".
E' falso. Come si può agevolmente verificare dagli archivi di
"Repubblica", l'inchiesta del febbraio 2001 non ha mai evocato i
nomi di questi due sconosciuti croati. Cosa c'entrano le 3 banche svizzere di
cui Trantino parla e cui Persen e Tomic risultano collegati? Quando Trantino,
il 14 gennaio, fa quei due nomi non esiste un solo atto, una sola informazione
che colleghi Persen e Tomic a banche o tangenti. Trantino dice che
l'"equivoco" sul nome di Tomic è dovuto alla fonte che ne aveva
rivelato il nome. Il presidente vuole indicare quale è la fonte che lo ha
ingannato? Il presidente sa - come "Repubblica" - che due sole
persone chiamavano Tomic, "Tom": sono Antonio Volpe e Igor Marini.
Punto 6: Longo e Volpe.
"Il 31 luglio appare Volpe in commissione. Non c'è alcun incontro e
commento da parte del dottor Longo su Volpe perché partiamo tutti per le
ferie".
E' deliziosa l'abitudine di Trantino alla variazione obliqua. Buona per i
tribunali, appare pessima per rendere trasparente, come è doveroso, un affare
così opaco. Chi ha detto che Longo parla di Volpe il 31 luglio? A
"Repubblica" risulta (dovrebbe risultare anche a Trantino) che il
dottor Longo parla di Volpe 7 mesi prima, il 10 gennaio. Il 31 luglio tutti
partono per le ferie, dice Trantino. Devono essere state ferie brevi perché
il 7 agosto la commissione è a Torino, carcere delle Vallette. C'è
un'urgenza: sentire Marini e sulla base delle sue dichiarazioni chiedere
l'arresto di Prodi, Dini, Fassino (lo fa Carlo Taormina).
Punto 8: Deiana
"Una persona assolutamente sconosciuta invia in agosto 2 dossier. Però
nessuno se ne occupa. A settembre informo la commissione dell'arrivo di questi
due dossier e li invio agli archivi senza mai chiedere di assumere alcuna
iniziativa. Ma non era funzionale a Volpe quello che invece per noi era carta
straccia? Deiana che non conosco non mai visto in vita mia se la prendeva con
Prodi e Nomisma. Ho capito perciò che voleva usare la commissione e l'ho
ignorato con sdegno".
Senza lo sdegno che oggi le accompagna, le denunce farlocche di Deiana sono
state veicolate all'esterno della commissione. Sarebbe piaciuto a
"Repubblica" che con la stessa solerzia, la pubblicazione su un
quotidiano milanese di quei "veleni" fosse stata accompagnata
dall'intervento severo e chiarificatore di un presidente gentiluomo. Trantino,
ahinoi, tacque. In realtà, come sembra dimostrare il modus operandi della
commissione, tutti questi figuri che la assediavano dovevano essere "a
disposizione" per essere, secondo convenienza, accesi o spenti.
Punto 9 postscriptum: la buca delle lettere
"E' un'ipotesi teatrale. Ma la lettera anonima su Paoletti arrivò alla
mia casella postale di Montecitorio, e questa, così come le altre caselle, ha
la chiave appesa fuori perciò chiunque, parlamentari, segretari di
parlamentari, potrebbe aver sottratto la lettera per un periodo, per poi
rimetterla in un secondo momento. L'obiettivo potrebbe essere stato evitare
che l'anonimo arrivasse a me, con l'intento di danneggiarmi".
Per una volta, il presidente ha ragione. Siamo alla farsa.
(Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo)
P. S. Prendiamo atto che dal presidente non viene una parola sulla lettera
di Francesco Pazienza che annuncia con largo anticipo la Grande Trappola.
i telespettatori indicano il premier al primo posto
E a Domenica In gli italiani dicono "basta" a Berlusconi
Il giochetto, che avrebbe dovuto essere innocente e che invece potrebbe
innescare polemiche a non finire, è semplice. Il conduttore, a caccia di
nuove idee per rivitalizzare il contenitore domenicale della Rai, chiede ai
suoi spettatori di stilare una classifica dei "basta", ovvero una
lista di cose che gli italiani non riescono più a sopportare.
Il programma va avanti con il conduttore che la fa da mattatore e, alla fine
della prima puntata arriva la classifica provvisoria. Negli spot gli autori
avevano suggerito qualche argomento, dal traffico, all'effetto serra, ma gli
italiani hanno snobbato i suggerimenti è il basta più escalamato dai
telespettatori è stato quello a "Berlusconi e i politici che non fanno
ciò che dicono".
sull'agenzia di manipolazione anche i nomi di Previti e Dell'Utri
Telekom, il ruolo degli 007: così inquinarono l'inchiesta
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO
Gli 007 "atipici" che girano intorno e dentro la commissione Telekom
si sono mossi all'insaputa dei Servizi o c'era chi nei Servizi sapeva? E,
anche se questi "collaboratori" si sono mossi all'insaputa dei
Servizi, perché i Servizi quando li hanno visti pubblicamente al lavoro non
hanno battuto un colpo per proteggere le istituzioni dalla loro cospirazione?
Ci sono per lo meno tre nomi che avrebbero dovuto suonare come campanacci alle
orecchie sensibili dell'intelligence. Antonio Volpe, collaboratore del Sismi
almeno fino al 1993, è l'uomo chiave della calunnia che ha avuto in Igor
Marini il suo perno. Francesco Pazienza, il direttore occulto del Sismi
infiltrato dalla P2 di Licio Gelli, è il mandante di un falso dossier contro
Romano Prodi, approdato in commissione. Renato D'Andria, "fonte
confidenziale" del centro Sisde di Napoli almeno fino al 1993, è il
tessitore di un metodo che, già in funzione grazie all'imperizia del pubblico
ministero napoletano Salvatore Sbrizzi, si vede all'opera a San Macuto (è una
coincidenza che quel pubblico ministero sia anche consulente della
commissione).
Qui di seguito daremo conto di come i tre personaggi e le loro storie si
incrociano con l'attività dei servizi segreti. Fiorirà qualche sorpresa.
* * *
Antonio Volpe è l'uomo chiave della Grande Trappola. Fin dal maggio dello
scorso anno, con Igor Marini, prepara le condizioni dell'anonimo che farà
esplodere l'affaire. Nei primi giorni di dicembre indica con una telefonata
anonima la strada da percorrere al presidente Trantino. La conferma, qualche
giorno dopo, con una lettera anonima. Cerca altri documenti. Incontra il
deputato Alfredo Vito. Lo incontra ancora. Infine, giunge a testimoniare per
confermare le accuse di Igor Marini. Ora, c'è un elemento in più per
sostenere il ruolo di manovratore di Antonio Volpe. Ruolo che si è avvalso
della "faccia" del presidente della commissione Enzo Trantino.
Il 14 gennaio, a San Macuto, all'avvocato romano Fabrizio Paoletti, Trantino
rivolge una domanda di cui sin qui non si era riusciti a venire a capo. Chiede
il presidente: "Ha mai avuto rapporti lavorativi con tale Jacob Zaglina e
con Judel Gaddani, entrambe cittadine croate?". Paoletti ignora quei due
nomi. E come lui li ignorano o dovrebbero ignorarli quanti stanno prestando
attenzione alla deposizione. Chi sono le croate Jacob Zaglina e Judel Gaddani?
Che c'entrano con Telekom Serbia? Nulla a ben vedere. Ma c'entrano con Antonio
Volpe, l'uomo che Trantino continua a ripetere di "non sapere neppure chi
fosse".
Per tirare il filo che lega le due croate a Volpe, è necessario leggere il
rapporto che il Nucleo operativo carabinieri consegna il 23 aprile ?94 alla
magistratura di Salerno. E' un incarto ponderoso, di oltre duecento pagine,
svelato il 6 ottobre scorso dal Tg3. Vi si rintraccia la conferma della
"collaborazione con il Sismi" di Volpe. La notizia che scioglie il
senso della domanda di Trantino è a pagina 131 di quel rapporto. Scrivono gli
investigatori dell'Arma: "Volpe Antonio convive con tale cittadina croata
Ujdenica Zaklina, nata a Zagabria il 16 settembre ?64".
Ora, la "Zaglina" di san Macuto è la stessa "Zaklina" del
rapporto dell'Arma? La sovrapposizione fonetica dei due nomi sembra rendere la
circostanza molto verosimile. Se è così, come poteva Trantino che dice di
aver conosciuto Volpe solo il 31 luglio, conoscere il nome della sua
convivente il 14 di gennaio? Chi gli suggerisce quel nome? "Una fonte
anonima", rivela oggi Trantino. Un'altra fonte anonima per venir fuori da
un pasticcio.
Zaklina-Zaglina non è il solo passaggio di interesse nel rapporto dei
carabinieri. Ad Antonio Volpe, gli investigatori dell'Arma dedicano una
cinquantina almeno delle pagine del rapporto. Radicando questo nome ancor di
più e meglio in un contesto che rimanda in ogni suo tratto ai servizi di
intelligence. "Volpe - scrivono - viaggia a bordo di un'auto blindata ed
è scortato da agenti della polizia di Stato". "E' collegato al
famoso Anghessa, noto esponente della loggia massonica P2 di Licio Gelli (...)
è stato verosimilmente collaboratore del Sismi". Finanche i suoi
precedenti penali "sono stati ripuliti dall'archivio dati del Viminale".
* * *
"Carissimo Giulio...", scrive Francesco Pazienza dal carcere.
Finalmente si sa chi è quel Giulio, "carissimo". È Giulio Rocconi,
un fiorentino di 36 anni, interlocutore in libertà del direttore occulto del
Sismi della P2, più o meno il suo braccio operativo e in costante contatto
telefonico con Licio Gelli. Pazienza gli si appoggia e lo utilizza per i suoi
ricatti e inquinamenti. Dal carcere gli spiega come deve muoversi, a quale
porta deve bussare, quale argomento ricattatorio deve usare per ottenere lo
scopo. Abbiamo visto come funziona il "sistema" di Francesco
Pazienza con Pio Maria Deiana (vedi Repubblica, 3 ottobre). Deiana è un
malvissuto con un passato periglioso di trafficante di armi e di droga. L'uomo
vive ora pacifico sui Colli Romani ricco di 22 miliardi di vecchie lire
trafugati in Svizzera grazie a una truffa. Pazienza lo scova e gli manda
Rocconi. Ecco che cosa lo spione della P2 consiglia al suo braccio destro:
"Se una persona si presenta da quello stronzo (Deiana) e gli mostra
questo foglio (il curriculum del malvissuto) l'unica cosa che può fare è
quella di mettersi completamente a disposizione. Comunque, se dobbiamo mettere
insieme il dossier completo, io so come fare... D'altronde il solo fatto che
il Bolognese (Prodi, ndr) abbia avuto rapporti con un personaggio simile - se
esce fuori - è la fine per lui, basta pomparlo un po' sui giornali e il gioco
è bello che fatto...".
Come si sa, è quel che accade. Rocconi fa quel che deve. Deiana cede al
ricatto. Arriva in commissione Telekom. Consegna un falso dossier (finito
presto sui giornali) contro Romano Prodi.
Non è la sola operazione che vede protagonista Giulio Rocconi per conto di
Francesco Pazienza. L'"agenzia" dello spione di Gelli, rinchiuso nel
carcere di Livorno, non si attiva soltanto per costruire calunnie politiche,
ma si dà da fare anche per raccogliere notizie, informazioni riservate che
permettono altri ricatti o, manipolate, la costruzione di altri dossier. Al
centro delle operazioni, c'è sempre Giulio Rocconi che si presenta, secondo
alcuni testimoni ascoltati dalla procura di Roma, come "rappresentante
dei servizi militari". L'uomo va in giro scortato da due poliziotti
(autentici). È in grado di infiltrare la Polizia Criminale e la questura di
Roma. Riesce a raccogliere un dossier (falso) contro Luciano Violante e il
capo della polizia Gianni Di Gennaro. Mette le mani su documenti riservati
negli uffici di polizia e su verbali di interrogatorio nelle procure. È
quanto accade con l'ispettore della Criminalpol Davide Canzano, al servizio di
Rocconi. Storia utile da raccontare.
L'ispettore della Criminalpol Davide Canzano viene spedito a interrogare in
carcere il pentito Cosimo Cirfeta. Questo Cirfeta, un killer della Sacra
Corona Unita pugliese, è noto alla cronache, e qualcuno lo ricorderà.
Racconta ai pubblici ministeri che in carcere ha potuto assistere
all'organizzazione di un complotto di alcuni pentiti contro Marcello Dell'Utri.
"A Rebibbia, tre collaboratori mi hanno detto che dovevo costruire un
castello accusatorio contro Berlusconi e Dell'Utri...". Cosimo Cirfeta
spiega anche chi tira i fili della macchinazione: è Ilda Boccassini. "La
dottoressa Boccassini - dirà Cirfeta - aveva il compito di prendere le
informazioni tra i vari collaboratori delle accuse nei confronti di queste
persone (Berlusconi e Dell'Utri)".
La faccenda finisce male per Cirfeta e per Dell'Utri (sono attualmente a
giudizio per tentata estorsione e calunnia). Qui quel che conta dire è che
Pazienza, con il fido Rocconi, prova a inserirsi nel pasticcio che vuole
mandare per aria la credibilità dei pentiti che accusano a Palermo il
presidente di Publitalia coinvolgendo nell'affare anche Ilda Boccassini (pm
dei processi milanesi contro Berlusconi e Previti). L'ispettore Canzano,
scrivono i giudici di Roma, insieme al suo collega ispettore Massimiliano De
Cristofaro, "consegnano a Giulio Rocconi un floppy disk contenente copia
digitale delle dichiarazioni rese dal pentito Cirfeta sulle sue accuse a Dell'Utri".
Che uso ha fatto di quel floppy Rocconi? Lo ha consegnato ai Servizi di cui si
diceva "rappresentante"? Lo ha fatto pervenire a Marcello Dell'Utri?
Lo ha utilizzato per condizionare Marcello Dell'Utri?
* * *
Via Ludovisi 35 è una delle tappe obbligate delle passeggiate romane di
Antonio Volpe, è il luogo dove gli uomini di Francesco Pazienza incontrano
gli uomini di un'altra agenzia di inquinamento. In via Ludovisi, 35 ha il suo
studio Renato D'Andria. Cinquantasette anni, napoletano, D'Andria espone la
targa di dottore commercialista. In realtà - a leggere quel che di lui
scrivono i magistrati napoletani - è qualcosa di più e di diverso.
"Imprenditore di rilievo nazionale, ha un capitale nascosto di circa 1000
miliardi (di lire ndr.)". "Ha conoscenze in settori vitali dello
Stato". Per battere la concorrenza pulita, "ricatta" gli
antagonisti. Per "spolpare imprese vitali, utilizza notizie riservate,
ostacolando gli accertamenti e le investigazioni nei suoi confronti,
indirizzandole sui concorrenti". Una "avventura birichina"
(dice D'Andria), a cui associa il colonnello dei carabinieri Pietro Sica.
"Insieme - scrivono ancora i magistrati napoletani - decidono di dare
vita a una stabile struttura di intelligence dislocata in diverse zone del
territorio nazionale".
Nell'intelligence di via Ludovisi 35, vengono reclutati "uomini delle
forze dell'ordine, tutti appartenenti all'Arma dei carabinieri". È una
"struttura deviata" che "intercetta abusivamente le
conversazioni e pedina illegalmente" le sue vittime. Pronta "ad
aggressioni fisiche", come il pestaggio (per fortuna, solo progettato)
del presidente delle camere penali Giuseppe Frigo. ("Dobbiamo stroppiare
Frigo. Fuori il palazzo di giustizia e quando esce lo stroppeano, lo
sfregiano...").
A D'Andria vengono consegnate "notizie riservate, contenute negli archivi
dell'Arma" e del "ministero dell'Interno", destinate a
"formare fascicoli personali ad hoc al fine di ricattare". Quando la
Dia di Napoli entra negli uffici di via Ludovisi ne trova 300. Ed è legittimo
chiedersi chi, oltre D'Andria, ha o può aver accesso a quei fascicoli
personali, alle informazioni (manipolate) che vi sono raccolte.
Si può ragionevolmente ipotizzare che l'agenzia di inquinamento e
disinformazione si metta al servizio di committenti vari. Sicuramente del
Sisde, di cui Renato D'Andria è fonte e collaboratore. A documentarlo, del
resto, sono ancora una volta gli atti della Procura di Napoli, anno 1993.
Vediamo.
D'Andria ha urgenza di liberarsi di un brillante ufficiale dell'Arma (Vittorio
Tomasone) che, a Napoli, sta ficcando il naso nelle sue faccende. E con lui di
un gruppo di "magistrati di sinistra" addetti alle indagini che lo
interessano. Lo fa in due mosse. Confeziona sul carabiniere da eliminare uno
dei suoi dossier manipolati che consegna al capocentro dell'intelligence
civile a Napoli, il tenente colonnello Navarra della Guardia di Finanza. Che a
sua volta gira le informazioni alla Finanza. La calunnia diventa così un atto
di indagine e, quindi, una notizia di reato per la Procura, che apre
l'inchiesta sul carabiniere di cui liberarsi.
La routine di D'Andria dice di un metodo e di un legame con il Sisde. Che lo
stesso capocentro Sisde - interrogato dai pm napoletani - non riuscirà a
smentire. Ammettendo che D'Andria era "fonte utile per il servizio".
Ma c'è qualche cosa di più: la routine racconta anche come l'agenzia di
manipolazione di via Ludovisi contasse su un'attenzione della magistratura. Ne
parla lo stesso D'Andria al colonnello Sica, il 4 gennaio 2001. I due sono
intercettati. Dice D'Andria: "Io al maggiore Vittorio Tomasone gli ho
sparato addosso Sbrizzi... Bisogna fotterlo... E, se hai elementi, li dò a
Sbrizzi, hai capito?".
Il magistrato Salvatore Sbrizzi non è un nome neutro nella Grande Trappola.
Già sostituto procuratore a Napoli, lo si ritrova curiosamente a san Macuto,
nell'intelligence personale del presidente Enzo Trantino. E lo si individua -
è Trantino a indicarlo - come il consulente che, alla vigilia dell'audizione
del 14 gennaio dell'avvocato Fabrizio Paoletti, redige l'ormai noto elenco dei
18 nomi che delineano la tela pronta ad avvolgere Romano Prodi, Lamberto Dini
e Piero Fassino.
La sequenza di nessi che collocano D'Andria al centro di un sistema di
inquinamento potrebbe già bastare. Se non fosse che, proprio sciogliendo
questo garbuglio, imprevedibilmente si arriva - al crocevia tra indagini
giudiziarie, servizi segreti e inquinamenti - a qualche nome eccellente. E'
ancora una volta una conversazione intercettata tra D'Andria e il colonnello
Sica a fornire la traccia. Scrivono i magistrati napoletani: "Alle 22.49
del 31 ottobre 2000, Sica chiede a D'Andria dei suoi rapporti con Cesare
Previti. D'Andria riferisce che lo ha incontrato. Che "glielo ha
presentato Giancarlo Paoletti, del Sisde"". Perché, grazie alla
mediazione di una barba finta (oggi dimessosi dal Servizio), Previti e D'Andria
si incontrano?
* * *
Volpe, D'Andria, Pazienza. Si può tirare a questo punto qualche filo. Intorno
a questi nomi si sono mosse, nel passato, delle macchine cospirative che
volevano manipolare la vita politica e istituzionale del Paese. Queste agenzie
di inquinamento, gli stessi metodi, gli stessi personaggi sostenuti da alcune
coincidenze (Taormina difensore di Pazienza e D'Andria; Sbrizzi pubblico
ministero e consulente della commissione; Alfredo Vito conoscente di Antonio
Volpe da un decennio) si sono messi in moto per coinvolgere nell'affare
Telekom, come corrotti, Prodi, Fassino e Dini. Questo è solo un aspetto della
questione. Forse neppure il più grave. Perché appare gravissimo che questi
personaggi abbiano avuto nel passato rapporti con gli apparati
dell'intelligence e che non siano stati dagli apparati della sicurezza oggi
tempestivamente fermati.
Forse il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti riuscirà a
dirci il perché.
(Hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)
Volpe: ero al servizio di Vito il manovratore incastrato dai pm
di ALBERTO CUSTODERO ETTORE BOFFANO
Eccola, dunque, la "prova regina" dell'inquinamento dei lavori della
Commissione. Antonio "Fox" Volpe, già burattinaio nel gennaio
scorso della "Grande Trappola" e autore dell'anonimo che, attraverso
l'indicazione di Fabrizio Paoletti, aveva favorito l'entrata in scena di Igor
Marini, non ha mai interrotto il proprio lavoro di "intossicazione".
Adesso resta solo da chiarire il suo effettivo ruolo rispetto alla Commissione
parlamentare.
Il depistatore aveva un incarico occulto di "consulente"? Che cosa
sapeva di lui il presidente Enzo Trantino? E, infine, che rapporto c'era tra
Volpe e Vito: di complicità? Per rispondere, basta rileggere le tappe del
depistaggio, mentre il commissario dei Ds, Giovanni Kessler, ha già chiesto
un'audizione del suo collega Vito, "in contatto palese con chi fabbricava
dossier falsi...".
La prima mossa di "Fox" risale al 7 gennaio scorso, quando dalla
e-mail della sua sedicente associazione umanitaria, "Caschi
Bianchi", scrive in Thailandia a Giovanni Romanazzi e gli chiede carte
per rimpolpare la "pista intossicata" del suo ex socio Marini. Pista
che è già indicata nell'anonimo in arrivo alla Commissione 24 ore dopo.
Volpe lo ha spedito a dicembre e ora si prepara a fornire a chi di dovere
nuovi elementi.
Chi attende, allora, i preziosi suggerimenti del presidente dei "Caschi
Bianchi"? In quei giorni il mistero resta ancora fitto, sino al 31
luglio: quando Vito lo accompagna da Trantino proprio con delle carte di
Romanazzi, ma falsificate inserendo i soprannomi di Ranocchio (Dini) e
Mortadella (Prodi). Il presidente sostiene adesso di averlo allontanato con
sdegno.
Chi persevera nelle frequentazioni, invece, è proprio Vito che si fa
sorprendere con Volpe il 4 settembre. Si sta preparando la "Seconda
Trappola": il percorso sanmarinese dei 14 miliardi di Vitali. Il compito
di Volpe, a questo punto, non ha più misteri: è lui l'inquinatore di Telekom
Serbia.
Tutto da capire, invece, quello di "mister 100mila preferenze": che
frequentava chi costruiva prove false e gli forniva addirittura denunce
anonime da verificare. Ieri, il commissario tangentista ha offerto la sua
ennesima versione: "È tutta una bufala. I pm mi hanno sentito subito
dopo Volpe, il 5 settembre. L'anonimo parlava della Finbroker e di 25 miliardi
di lire. Gli chiesi aiuto perché conosceva San Marino. Invece, non gli ho mai
detto di fare il consulente e lo stesso Volpe lo ha smentito il 30 settembre
con una lettera a Trantino. Quanto alla storia di Vitali, ci sono persino due
inchieste: una a Forlì e una a Torino...".
L'istruttoria di Forlì sulla Finbroker era già stata acquisita un anno fa
dalla Procura torinese: Vitali aveva denunciato la sparizione dei 14 miliardi
affidati alla Finbroker gestita da Loris Bassini, che aveva replicato di aver
versato tutto alla moglie del mediatore, Miriam Tedeschi (una circostanza
confernata il 6 agosto, alla Commissione, dall'Ufficio Italiano Cambi,
"senza alcun riferimento però a Telekom Serbia"). E dopo le due
versioni di Volpe e Vito, nei giorni scorsi anche il pm torinese Tinti è
andato a Forlì per nuove indagini.
Ieri sera, infine, l'ultimo colpo di scena. A Telelombardia, Carlo Taormina ha
rivelato di aver appena ricevuto un altro plico da Volpe: "Lo darò,
chiuso, alla Commissione". Un'ulteriore conferma delle intossicazioni di
"Fox", sulle quali la verità potrebbe arrivare già martedì,
quando i pm Maddalena e Tinti sentiranno nella nostra ambasciata di Bangkok
Romanazzi, indagato da ieri per gli stessi reati contestati a Marini.
al Comitato parlamentare di controllo sui Servizi
La denuncia del capo degli 007 "Fonti deviate usate ancora oggi"
"massima prudenza" con questi informatori
di CARLO BONINI
I "rapporti" dunque ci sono e si tratta - si legge nella lettera di
Del Mese - di fonti "già entrate in contatto con l'area
dell'intelligence, con la finalità di porre in essere attività devianti
rispetto alle funzioni istituzionali dei Servizi". La presa d'atto è così
nitida e asciutta nella sua formulazione che, aggiunge per iscritto lo stesso
segretario generale del Cesis, la circostanza lo ha spinto a raccomandare ai
direttori dei due servizi, Mario Mori (Sisde) e Niccolò Pollari (Sismi) di
fare di questi "contatti deviati" un uso "estremamente
prudente" e solo se le circostanze lo rendano "indispensabile".
Le rivelazioni delle inchieste di Repubblica sulla Grande Trappola di Telekom
Serbia e le interferenze che nei lavori della commissione parlamentare hanno
avuto "contatti deviati" di Sismi e Sisde trovano dunque una loro
prima e documentata conferma dagli apparati della sicurezza. Ricorderete quali
figure si muovono nell'operazione di intossicazione: Antonio Volpe,
collaboratore del Sismi, manovratore di Igor Marini e consulente occulto della
commissione Telekom (ora è lui stesso ad ammetterlo in un verbale alla
Procura di Torino di cui si dà conto in queste pagine); Renato D'Andria,
titolare di un'agenzia privata di disinformazione e fonte del Sisde evocata
tra i 18 nomi spesi a San Macuto per delineare il canovaccio della calunnia
che avrebbe colpito Prodi, Fassino e Dini; Francesco Pazienza, già direttore
occulto del Sismi della P2, che, con il ricatto mosso attraverso Giulio
Rocconi a Pio Maria Deiana, pianifica l'introduzione nei lavori della
commissione Telekom di due dossier manipolati su Romano Prodi.
Bene, alla luce di quello che il Cesis ora comunica al Parlamento, nessuno di
questi professionisti della disinformazione può più essere liquidato come
una coincidenza o un inciampo. Perché oggi questi nomi, le loro biografie, i
loro rapporti con l'intelligence, appaiono, al contrario, la conferma
dell'esistenza di macchine cospirative (l'inchiesta di Repubblica ne ha
individuate almeno due al lavoro nell'affare Telekom) all'opera per manipolare
la vita politica del Paese e comunque disposte a mobilitarsi quando il
committente lo richieda.
La lettera di Del Mese, del resto, non sembra prestarsi ad equivoci di formula
o sintassi. E la sua raccomandazione ai vertici di Sisde e Sismi a un uso
accorto nella gestione del rapporto con "contatti deviati",
squaderna ora un secondo e importante capitolo dell'affare Telekom. Che può
ben essere riassunto in una semplice domanda: perché gli apparati
dell'intelligence che pure conoscevano perfettamente qualità e intenzioni dei
loro "contatti deviati" non li hanno tempestivamente fermati?
E' una domanda la cui risposta sembra spaventare a morte il centro-destra. Al
punto da sollecitare, nella Casa delle libertà, una chiamata a raccolta per
impedire che gli interrogativi posti dalla Grande Trappola e ora confermati
dalla comunicazione del Cesis trovino un qualche sbocco in una sede
istituzionale come il Comitato parlamentare di controllo sui Servizi
(convocato giovedì prossimo per l'audizione di Mori, direttore del Sisde).
Su tutte, si leva la voce di Fabrizio Cicchitto, vicecordinatore di Forza
Italia, ma, quel che più conta membro del Comitato parlamentare di controllo
dei servizi. Sfidando il suo passato che lo ha visto iscritto alle liste della
loggia P2 e l'affettuoso ricordo che gli ha dedicato Licio Gelli in una
recente intervista a Repubblica ("È uomo serio, persona
affidabile") - circostanze entrambe che pure dovrebbero sollevare dubbi
sulla sua compatibilità con il ruolo di controllore dei Servizi - Cicchitto
batte il pugno sul tavolo. Grida che no, "il Comitato di controllo non può
sentire il direttore del Sisde su circostanze che riguardano Telekom
Serbia". Che "il Comitato di controllo non può trasformarsi in una
supercommissione di inchiesta che indaga sulla commissione Telekom".
Un agitarsi, quello di Cicchitto, che l'interessato torce in chiave
"politica" ("Le sinistre vogliono deviare l'attenzione
dell'opinione pubblica dalle domande che pone l'affare Telekom"). Ma che
se ha un effetto è quello di radicare almeno in una parte del centro-sinistra
una qualche consapevolezza della posta politica ora in gioco. Non più il
destino (che appare irrimediabilmente segnato) della commissione Telekom
Serbia. Quanto lo svelamento dei mandanti e dei protagonisti della costruzione
di una calunnia. Il senatore dei ds e componente del Comitato di controllo sui
Servizi Massimo Brutti, lo va ripetendo da qualche giorno: "Il Comitato
deve accertare chi nel centro-destra, utilizzando le dichiarazioni di
faccendieri e mascalzoni e i loro legami, ha montato una ripugnante calunnia.
Ne va della dignità del Parlamento e della stessa credibilità dei Servizi e
di tanti loro funzionari onesti".
delle opposizioni. "Condanniamo ogni
strumentalizzazione"
Telekom, Pera e Casini all'Ulivo "Non possiamo
intervenire"
"Cari colleghi - scrivono i presidenti di Camera e Senato
- rispondiamo alla vostra lettera del 30 settembre concernente
l'attività della Commissione parlamentare d'inchiesta
sull'affare Telekom Serbia e, in particolare, alla richiesta
di intervento da Voi rivolta ai Presidenti delle Camere".
"Tale richiesta - scrivono Pera e Casini - va
evidentemente considerata alla luce del quadro costituzionale
relativo alle Commissioni parlamentari d'inchiesta. Come
abbiamo già rilevato in una lettera del luglio scorso
indirizzata ai Presidenti delle Commissioni d'inchiesta, alla
stregua dell'articolo 82 della Costituzione tali organi godono
di peculiari forme di autonomia messe in rilievo anche dalla
sentenza n. 231 del 1975 della Corte Costituzionale, la quale
riconosce la legittimazione delle suddette Commissioni ad
essere parte nei conflitti di attribuzione tra poteri dello
Stato".
"In virtù di tale autonomia - osservano Pera e Casini -
né le Camere che le hanno istituite, né i loro presidenti
possono in alcun modo interferire nelle determinazioni
adottate dalle Commissioni medesime. In questo contesto, non
spetta ai Presidenti delle Camere esprimersi sui giudizi da
voi formulati in ordine alla conduzione dell'inchiesta, che
confidiamo possa condurre a un pieno accertamento dei fatti
oggetto di esame, e in ordine all'operato della presidenza
della Commissione, la quale peraltro ha correttamente promosso
un opportuno chiarimento nell'ambito della Commissione stessa
nella seduta dell'8 ottobre scorso".
"Questo non significa - concludono Pera e Casini - che i
Presidenti delle Camere non condannino ogni tentativo, da
qualunque parte posto in essere, di strumentalizzare l'attività
delle Commissioni d'inchiesta. Al contrario riteniamo
necessario che in queste Commissioni si mantenga un clima
sereno, ancorché dialettico, richiamando nel contempo
l'attenzione di tutti sulla necessità di distinguere
l'attività istituzionale posta in essere da un organo
parlamentare dalle finalità di parte eventualmente perseguite
da esponenti delle diverse forze politiche".
"Così Volpe costruì la trappola". Telekom, j'accuse di Romanazzi
dal nostro inviato ALBERTO CUSTODERO
BANGKOK -
Antonio Romanazzi, 53 anni, intermediatore finanziario, al procuratore di
Torino Marcello Maddalena che lo ha interrogato ieri a Bangkok negli uffici
dell'ambasciata italiana, ha consegnato documenti e rivelato come Volpe gli
promise soldi, lo ricattò, lo persuase anche con l'inganno per farsi
consegnare un dossier che gli sarebbe servito per architettare la "grande
trappola" .
L'intricata storia ha inizio il 7 gennaio di quest'anno con una telefonata.
"Pronto - è il racconto di Romanazzi - ciao Gianni, sono Volpe. Ma che
c'entri tu (e i tuoi amici), con la società Lanox? Sai, è sotto inchiesta
per traffico d'armi e riciclaggio". L'anonimo che indicava nell'avvocato
Fabrizio Paoletti il testimone delle tangenti serbe non era ancora giunto a
destinazione che Volpe già indagava su un documento allegato a quella
misteriosa missiva: un prospetto di pagamento con conti correnti di una certa
società Lanox, sui cui conti avrebbero dovuto confluire le tangenti destinate
a Ranoc (Dini) e Mortad (Prodi).
Ma come ha risposto Romanazzi a quella strana telefonata del 7 gennaio?
"Antonio, cosa c'entriamo noi con la Lanok? Lui rispose, "lo hanno
saputo, non ti pensare che i servizi parlano a vanvera'". Dal giorno di
quella telefonata, Volpe ha frequentato Romanazzi e De Simone in modo assiduo,
di nascosto, "con modalità da servizi segreti".
"Il primo incontro - ha raccontato da Bangkok l'intermediario finanziario
- lo abbiamo avuto qualche giorno dopo". Era il 10 gennaio, il giorno
della pubblicazione su "il Giornale" del primo articolo sull'anonimo
giunto alla commissione, 4 giorni prima dell'interrogatorio di Paoletti.
"Appuntamento Volpe, De Simone e io, come nei film, a Cinecittà Due,
batterie dei cellulari staccate, le schiene appoggiate uno all'altro come
insegnano le tecniche antipedinamento. Volpe ci tranquillizzò. Poi mi stupì
spiegandomi, per la prima volta, che Paoletti, nostro amico comune, sarebbe
stato interrogato perché coinvolto nelle tangenti Telekom Serbia".
Gli incontri sono proseguiti per un mese, una volta alla settimana. "Un
giorno Volpe mi disse, tutto gongolante, che gli avevano promesso un posto
come consulente della commissione. Quindi aggiunse: 'Gianni, so che hai altri
documenti sull'operazione dei pay order dello Ior, quella di cui parla la
lettera anonima. Dammene un elenco". Rassicurava, Volpe, blandiva,
prometteva, ma ricattava, minacciava, ingannava: aveva messo gli occhi sul
dossier di Romanazzi e lo voleva a ogni costo. Gli servivano per costruire la
"grande trappola", per rendere credibili le accuse di Marini contro
Prodi, Fassino e Dini.
Iniziò allora una lunga, estenuante trattativa. "Volpe fece a me e ai
miei amici proposte davvero allettanti: arrivò a prometterci impunità,
lavoro e soldi, purché gli mollassi quei documenti. All'improvviso spuntò
dal nulla uno strano personaggio, un certo Tiziano, che spacciandosi per un
informatore dei carabinieri ci offrì 300 mila euro per quelle carte. Volpe,
che informavo regolarmente, mi suggerì: 'accetta, poi, al momento dello
scambio, noi prendiamo il dossier, e tu ti prendi i soldi'".
Tiziano svanì da dove è venuto, nel nulla. Ma Volpe non demordeva. Fu a
marzo che apostrofò Romanazzi: "Gianni, dammi quel dossier, serve alla
commissione Telekom Serbia". Volpe, racconta ancora Romanazzi,
"iniziò a premere sull'acceleratore, a mettermi sotto pressione, a
spaventarmi". "Un giorno convocò me e De Simone alla stazione
ferroviaria di Pomezia: 'là è sicuro, venite, è urgente?'. Lo raggiunsi, 'è
successa una cosa grave', mi disse, si finse preoccupato per il mio bene, e mi
mostrò l'Sms che aveva ricevuto, a suo dire, da un certo Mario dei
servizi". Mentre mi mostrava il messaggio ("Antonio, cerca di fare
cambiare idea a Gianni e Maurizio"), mi spiegò che "la commissione
aveva cambiato rotta, che voleva interrogarci, così avrebbe avuto il dossier
gratis, che in caso contrario avremmo rischiato l'arresto che lui, fino a quel
momento, era riuscito a scongiurare".
Conclusa la diplomazia, tuttavia, iniziarono le minacce. "Il giorno dopo
quel colloquio - dice ancora Romanazzi - mi trovai le ruote dell'auto forate,
poi un foglio sul parabrezza con il disegno di un gatto nero impiccato, quindi
mi affiancò una moto rossa con due tipi in sella che mi hanno fatto il gesto
di spararmi con la pistola. Quando informai Volpe, commentò: "la
Commissione si sta accanendo contro di te. Mi sa tanto che dobbiate consegnare
quei documenti. Gianni, organizziamoci: trovo i soldi per fare andare via te e
i tuoi amici in Thailandia, e tu lascia le carte a uno di tua fiducia. Fossi
in te mi rivolgerei a monsignor Costantino Loke". Marini, nel frattempo,
era stato ascoltato dalla commissione.
La "grande trappola" era scattata. Servivano urgentemente documenti
sui quali appoggiare le menzogne del Conte Igor. Romanazzi (siamo arrivati a
luglio) alla fine ha ceduto. Si è recato da padre Costantino al quale ha
lasciato, durante una confessione, il famoso dossier. Quindi, è partito per
Bangkok da dove, a metà luglio, ha autorizzato Volpe a ritirarli, ma solo
dopo aver firmato una ricevuta. Quei documenti, il 31 luglio, sono stati
finalmente consegnati alla commissione Telekom Serbia, da Volpe in persona,
accompagnato da uno dei commissari, Alfredo Vito.
Marcello Pera sollecita l'autonomia degli istituti di
ricerca
"In Italia un sistema rassicurante, mortifica la competitività"
Il problema dell'Italia, ha spiegato Pera, è "un'abitudine culturale,
per la quale l'istruzione è un diritto dei cittadini e un dovere dello Stato.
La ragione, è che l'istruzione vuol dire anche cittadinanza. Ma questa
concezione pedagogica, protettiva e materna dello Stato - ha proseguito il
presidente del Senato - ora riguarda non solo l'istruzione elementare e media,
ma anche quella superiore e universitaria. Da qui vengono le resistenze a che
l'università non sia competitiva". Secondo il presidente del Senato, è
proprio questa "impostazione rassicurante" che dev'essere
modificata, per non perdere "la sfida dell'innovazione".
Una riforma universitaria e della ricerca resa ancora più necessaria, secondo
Pera, dalla "rivoluzione digitale", che pone sfide nuove al sistema
dell'istruzione. La nuova figura del ricercatore, ha detto il presidente del
Senato, deve vantare creatività "come un poeta", ma anche di doti
affini all'imprenditore "che assemblea uomini e mezzi per l'utilizzo
delle nuove tecnologie". Una sfida "per tutti i Paesi occidentali,
perché sappiamo che se non si investe in innovazione e tecnologia non,
teniamo il passo con la produzione e la ricchezza". Bisogna dunque
"insistere sulla strada di consentire all'università quella autonomia
che genera competizione", con "maggiore flessibilità e
responsabilità" nel gestire le risorse e rispondere gli investimenti.
A questo scopo, ha insistito Pera, bisogna superare resistenze "di
carattere culturale", quell'abitudine a pensare che "l'istruzione
sia un diritto del cittadino e un dovere dello Stato". Concezione
"assai pedagogica e protettiva che è andata espandendosi fino a toccare
l'istruzione universitaria": di qui le resistenze ad estendere
l'autonomia universitaria o al pagamento di tasse elevate". "Se non
modifichiamo questa impostazione- ha concluso Pera - questa sfida sul nuovo
modo di produrre ricchezza potrebbe essere perduta".
Bondi spalleggia Ferrara e attacca l'Unità. «Semina
odio, ci saranno lutti...»
di red
07.10.2003
Uno strano clima di vigilia
di Furio
Colombo
Non risulta che nei normali Paesi democratici vi siano vertici, non annunciati e
non spiegati, (e dunque misteriosi) fra i vertici di uno Stato e il direttore di
un giornale.
L’Unità ha dato l'annuncio dello strano evento esattamente con le
parole che troviamo naturale usare adesso: strano evento. Il direttore de Il
Foglio, insolito e improprio (strano) partecipante del Summit di governo, ha
denunciato il nostro ovvio titolo giornalistico (ovvio cioè inevitabile perché
descrittivo di una azione insolita, tipo «strano, è uscito lasciando accesa la
luce»), con queste parole: «Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato
linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. (...)
Perciò se un disgraziato comunista combattente mi dovesse un giorno ammazzare,
ricordate che non è «strano», è solo normale, normale come quel tizio che al
semaforo mi ha detto con aria truce “ma non sei ancora morto?». Dunque una
notizia insolita (strana) è stata seguita da una reazione parossistica e
(usiamo di nuovo un termine descrittivo, da intendersi in senso letterale)
squilibrata. Perché?
Silvio Berlusconi ci ha insegnato che le scenate non sono mai scatti di nervi o
guizzi di anfetamine. Nella strana vita del più strano Presidente del Consiglio
del mondo, tutto ha un senso secondo un calcolo. Si dice spesso (e di questo
l’interessato non si adombra) che Giuliano Ferrara sia il mentore, consigliere
e guida ascoltata del presidente del Consiglio.
Infatti anche il suo giornale segue questo schema. Ha inventato il mobbing
giornalistico. «Mobbing» è il teppismo d’ufficio o d’azienda. Chi può, o
per autorità o perché ne ha i mezzi, o perché dispone di una gang, tormenta
una persona per indurla ad andarsene.Il Foglio, sia pure ripagato da
scarsa attenzione e rare risposte da l'Unità, ha iniziato subito un
mobbing costante basato sulla tecnica dell’insulto sistematico, finto
spiritoso e profondamente volgare verso l’Unità e il suo direttore.
Ora al mobbing si aggiunge la tranquilla calunnia. La trovata è più nazista
che fascista. Suggerisco (almeno ai nostri avversari non privi di interessi
letterari) una scorsa dei seguenti testi che narrano la Germania negli anni
1930-1933:
I proscritti, di Ernst von Salomon, Baldini&Castoldi, 1997:
«La tecnica seguita era questa. Un nostro delitto non veniva mai rivendicato.
Ma facevamo in modo che essi ne fossero accusati e che la gente li credesse
colpevoli».
Senza ritorno di Kresman Taylor, Rizzoli 2003:
«Noi non esistevamo più. La stampa aveva abolito ogni notizia di noi. Tranne
quando decidevano una esecuzione. Allora noi eravamo i colpevoli».
Il nemico tedesco di Sebastian Hensen, Garzanti 2003:
«Il potere si esercitava decidendo in anticipo chi è innocente e chi è
colpevole di certi delitti odiosi. Da queste sentenze non c’era scampo».
Il metodo richiede una finta scanzonatura goliardica e un disprezzo sincero.
Richiede anche mezzi. Non importa che il tormentone piaccia e faccia vendere un
giornale, che comunque non campa di vendite. Si fa perché si può e perché,
debitamente intimiditi, tutti gli altri che hanno a che fare con il giornalismo,
si diano una regolata e stiano alla larga da certi argomenti. Governare con
rabbia, protervia e volgarità è un tratto strano di questo governo che,
infatti, nel tempo libero, si dedica alle calunnie di Telekom Serbia. L’idea
guida sembra essere: noi facciamo quel che vogliamo, inventiamo insulti,
facciamo «mobbing» come ci pare. Se non ti inchini, se non stai zitto, se non
ti sottometti al mobbing, tu sei il terrorista. O un mandante di terrorismo.
Strano che la frase di Ferrara suoni identica a quella di Bondi, a quella di
Cicchitto, a un pensierino di Ombretta Colli («Fra girotondi e terrorismo il
passo è breve») data la nota differenza tra Ferrara e le persone citate.
Strano che decidano tutti insieme (la lista delle citazioni sarebbe lunghissima)
di fare uso di una accusa che neppure il vicepresidente americano Cheney,
sospettato di arricchirsi personalmente sulle sciagure dell’Iraq, ha mai
pensato di lanciare contro i suoi avversari, pur in piena stagione di lotta al
terrorismo.
Ma forse siamo stati superficiali a usare soltanto la parola «strano» per un
vertice di governo pubblico e privato, annunciato e segreto, un misto di
politica, responsabilità pubblica e potere mediatico. E questo spiegherebbe il
tipo di reazione. In un Paese come questo, con un governo come questo e
ispiratori morali come questi, non si può che restare col fiato sospeso e il
cuore in gola. Sia detto senza alcuna ironia. Bisognerebbe essere ciechi per non
sapere che questi fanno sul serio.
Dichiarare assassino qualcuno che ti dà torto non è una cosa da poco.
Significa dichiararsi in grave e imminente pericolo e indicare il colpevole.
Perché lo fai, in un mondo in cui sappiamo tutti di vivere in pericolo? Per
indurre qualcuno al silenzio. Come abbiamo visto, è già accaduto altre volte.
Perché si moltiplica questo tipo di accusa solenne e inventata, drammatica e
finta, motivata dall’intento di marchiare il dissenso? Si vede che, per
qualche ragione, adesso hanno fretta. Che stia per accadere qualcosa?
Strano ma vero
di Antonio
Padellaro
Potevamo risolvere tutto con una torta e saremmo finalmente ritornati, figlioli
prodighi, nella grande famiglia della informazione unica dove tutti si vogliono
bene e dove cane non morde cane. Chissà le feste: uccidete il vitello grasso
(nessuna allusione, per carità) che quei matti dell’Unità sono di nuovo tra
noi.
Delitti/1 - La strategia del ragno
di Antonio
Tabucchi
Perché lo fece non lo so. Posso fare un’ipotesi: la Cia ha
recentemente aperto molti archivi, e il Ferrara, sapendo che il suo nome
figurava in quegli archivi, ha giocato d’anticipo sull’eventuale
storico che vi potesse ficcare il naso, facendo così apparire come «bravata»
qualcosa che avrebbe potuto inguaiarlo (se l’ipotesi è esatta è
auspicabile la ricerca in loco di uno storico curioso).
Quando Ferrara sbandierò la sua autodenuncia (era prima dell’estate)
in Italia non reagì nessuno, neppure l’ordine dei giornalisti. Ma
come lui stesso dichiara, cominciando il suo articolo dove mi muove la
sua accusa infamante, «l’Italia non è un Paese normale». Bravo
Ferrara, dieci babà, come diceva Renzo Arbore. Io osai stupirmi su «l’Unità».
Anche perché la Cia, come sappiamo, non paga profumatamente per avere
informazioni turistiche, e il nostro Paese è segnato da una serie di
tragiche vicende recenti (terrorismi, bombe, omicidi, stragi). E su
queste vicende misteriose la «Commissione Parlamentare Stragi», da
anni al lavoro, ha prodotto migliaia di pagine (in parte anche
pubblicate) dalle quali risulta che in questi tragici fatti c’è lo
zampino di vari servizi segreti stranieri, fra cui la Cia, in combutta
con i servizi italiani «deviati» (per la cronaca: alcuni di quei
personaggi riaffiorano curiosamente oggi, legati alla Commissione
Telekom Serbia).
Ferrara, nell’articolo del «Foglio» in cui mi infama, si definisce
«la persona più trasparente del mondo». O meglio, dice, io offrirei
«della persona più trasparente del mondo la versione onirica di un
mestatore che lavora nell’ombra». Non ho mai definito Ferrara un «mestatore».
E neppure un «prezzolato». Forse un tizio che lavora in segreto per
dei servizi segreti stranieri che operano nel suo paese è un
missionario? Allora chiamiamolo così. E a questo punto mi piacerebbe
sapere se il missionario i soldi della Cia li riceveva non nell’ombra,
ma alla luce del sole, come l’onesto stipendio di un padre di famiglia
che a fine anno compila il suo modello 740 per il fisco.
Nell’indicarmi quale «mandante linguistico», Ferrara usa
un’espressione popolaresca, oscura ma non per questo meno inquietante:
invita qualcuno «a metterci una pezza». Espressione che tradotta in un
italiano meno volgare significa «prendere provvedimenti». In tempo.
Perché tutta questa storia è giocata sul tempo. Su un fatto «preventivo».
Io sarei infatti il mandante di un assassinio «preventivo». E Ferrara
invita qualcuno a metterci preventivamente «una pezza». Si tratta di
una fatwa obliqua basata sulla logica della favola del lupo e
l’agnello, dove il lupo considera l’agnello responsabile di
intorbidare l’acqua del fiume alla quale si abbevera alcuni metri dopo
che l’acqua è già passata dalle fauci del lupo. La «preventività»
di Ferrara, come si può capire, non costituisce per me motivo di
eccessiva allegria in un paese dove la manovalanza terroristica, la
mafia e i servizi segreti «deviati» sono cose all’ordine del giorno.
E poi, questa «persona più trasparente del mondo» avrà pure
conservato delle amicizie nella Cia per la quale lavorava. Magari per
salvare la Repubblica. Non si può mai dire. Ma sono già successe cose
così inquietanti in Italia «per salvare la Repubblica».
Questo Ferrara, «l’uomo più trasparente del mondo» è talmente «preventivo»
che sul «Foglio» di ieri mattina pubblica con anticipo il mio articolo
che esce su «Le Monde» nello stesso giorno, ma alle due del pomeriggio
(«Le Monde» è un giornale pomeridiano). La tecnica è la stessa con
cui si autodenunciò di essere una spia della Cia. Il mio è un articolo
in cui ritengo utile spiegare ai lettori francesi il clima di pesante
intimidazione in cui vive in Italia chi osa dissentire dal Cav.
Berlusconi, dai suoi giornali e dai suoi collaboratori. E anche dai
dipendenti della sua consorte, seppure dipendenti al 38%. Tanto perché
l’Europa se ne faccia un’idea. E per far sapere che «profilatticamente»
ho sporto denuncia per diffamazione contro Ferrara. Per quanto possa
valere una denuncia per uno come Ferrara, dietro al quale c’è il 38%
della signora Berlusconi per il cui marito la magistratura italiana è
«un cancro che deve essere estirpato» (Ferrara è già stato
condannato da un tribunale italiano per una mia precedente denuncia per
diffamazione). L’articolo del «Foglio» è ovviamente rubato, perché
non reca il copyright del giornale francese. La traduzione dal francese
è dello stesso Ferrara (neanche male, bravo Ferrara) ed è seguita da
un suo commento. Si noti che il mio articolo è stato dettato per
telefono (l’Italia è proprio un Paese in cui si sta sicuri). Suppongo
che «Le Monde» chiederà i danni per questa iniziativa giornalistica
tra le più trasparenti del mondo. E suppongo anche che il 38% della
datrice di lavoro del dottor Ferrara, la signora Lario Berlusconi, possa
risarcire gli eventuali danni. Ma questo non mi riguarda.
Ritorniamo piuttosto alla «cronaca di una morte annunciata» e restiamo
nelle ipotesi. Cioè nel «preventivo» che piace tanto a Ferrara.
La prima ipotesi è che egli sia gravemente malato: il medico gli ha
fatto una radiografia rendendolo più trasparente del solito, e gli ha
dato pochi mesi di vita. E lui ha pensato di non andarsene senza almeno
lasciare un buon ricordo di sé (ci sono persone così: dispettose). In
un Paese con una malasanità come l’Italia qualcuno che certifichi che
all’origine di un sarcoma o di uno scoppio delle arterie c’era un
fattore psicosomatico causato dal turbamento che le parole di Antonio
Tabucchi hanno provocato in un giovane spensierato e tenero come Ferrara
si trova facilmente: i fattori «linguistici» scatenanti di una
malattia terminale sono «documentati» in quattro e quattr’otto. Ma
c’è un racconto di Borges che può venirci in soccorso per un’altra
ipotesi. Si intitola «Tema del traditore e dell’eroe», da cui
Bertolucci trasse un bellissimo film, «La strategia del ragno». Il
racconto di Borges è la storia di un nazionalista irlandese che ha
tradito i propri compagni dell’organizzazione terroristica dell’Ira.
Ma sia nel racconto che nel film il traditore, ormai scoperto, deve
essere ucciso da coloro che ha tradito. Ed ecco la grande trovata del
traditore: egli va incontro al suo destino, ma non prima di aver fatto
ricadere la colpa, per una forma di riscatto finale, sui suoi avversari.
Così i suoi compagni traditi ne ricaveranno un grande vantaggio
politico. Perché gli avversari devono sempre e comunque apparire come
assassini.
Sia come sia, la vita di Ferrara mi sta a cuore, come è comprensibile,
perché una sua eventuale scomparsa, sotto qualsiasi forma,
significherebbe per me andare in giro meno tranquillo, in questo Paese
dove già non si va in giro molto tranquilli. Lunga vita a Ferrara,
dunque. Vita sua, vita mea. A volte per certe circostanze della vita è
più ragionevole seguire il pensiero buonista. Tutti zitti e buoni. E
tutti giù per terra. Secondo me, Ferrara ha però equivocato in virtù
del potere che possiede in Italia. Perché l’opera omnia del suo alto
pensiero finora consiste in qualche ora di video dei suoi programmi
televisivi, con la sua voce roboante che intimidisce i suoi già timidi
ospiti. Vediamo di far conoscere la sua «filosofia» in giro per il
mondo.
Per non dire «chi vivrà vedrà» - che ormai, nell’Italia di Ferrara
e Berlusconi, può sembrare una minaccia - diciamo «vedrà chi vivrà».
di Antonio
Tabucchi
Gli estremi della minaccia diretta a me si rinvengono in particolare nel secondo
paragrafo dell’articolo, laddove Ferrara si rivolge a sconosciuti
interlocutori affinché ricordino che il sottoscritto è uno dei mandanti del
suo probabile omicidio, e per «metterci una pezza». Che in buon italiano vuol
dire trovare un rimedio o una soluzione. E i Lettori capiranno che in un paese
come l’Italia, dove la malavita non manca, i giudici saltano per aria, la
magistratura è definita «un cancro che deve essere estirpato» e i terroristi
mettono a tacere i «rompicoglioni», la pezza che il Ferrara addita non si sa a
chi, non fa molto piacere. Cominciano a fischiare le orecchie.
Mi è parso così il caso (visto inoltre che, esclusi l’Unità e il Manifesto,
anche certi giornali italiani non ancora di Berlusconi gradiscono, come vedremo,
che Ferrara mi indichi quale «mandante linguistico») di far conoscere questa
storiella all’estero. Mi sono rivolto a Le Monde, quotidiano francese
che da certi giornalisti italiani non è stimato come il Foglio, ma che si spera
migliorerà. Su Le Monde scrivo ogni tanto come su El Paìs o il Frankfurter
Allgemein Zeitung, e ciò in Italia dà fastidio perché si vorrebbe, come
sappiamo, che tutto restasse fra noi. Ma ora succede una cosa interessante. Cari
Lettori, fate attenzione. La sera del mercoledì 8 ottobre detto per telefono il
mio articolo per Le Monde. Che lo pubblica il giorno dopo, giovedì 9
ottobre alle 2 del pomeriggio (Le Monde è un giornale pomeridiano). Ma
quello stesso giorno, 9 ottobre, l’articolo appare anche sul Foglio di
Ferrara, tradotto dallo stesso Ferrara. Come lo abbia intercettato è un
problemino che lascio alla vostra considerazione. Ma Ferrara, con il passato che
ha, di informatori se ne intende. Quello che invece è sorprendente, è che
quello stesso giorno (9 ottobre) sul Corriere della Sera appare un
articolo in prima pagina di Aldo Grasso, che di solito, per mestiere, tiene una
rubrica di critica televisiva, e che prende la penna per redarguirmi
severamente. «L’articolo di Antonio Tabucchi che appare oggi su Le Monde non
gli fa certo onore. È solo uno scomposto attacco contro Giuliano Ferrara, un
fiume di rancorosi epiteti, una descrizione paranoica dell’Italia: non ce la
passiamo tanto bene, ma non siamo ancora allo stato libero di Bananas» (A.
Grasso, «Il fiume dell’ira», Corriere della Sera, 9 ottobre 2003).
Secondo me Grasso se la passa benissimo, ma questa è un’opinione personale. E
può pure darsi che l’Italia non sia lo Stato di Bananas. Ma mi piacerebbe
sapere come Grasso è riuscito a confezionare il suo ananasso giornalistico
rimproverandomi su un mio articolo francese che uscirà il giorno dopo. Perché,
come Ferrara, anche il Grasso (scusate il bisticcio involontario) per far uscire
il suo articolo il 9 ottobre lo ha scritto la sera prima, cioè l’8 ottobre.
Ma questo il giornalista lo spiegherà eventualmente, se sarà chiamato quale
testimone, alla magistratura francese cui Le Monde ha denunciato Ferrara
per furto e violazione delle regole giornalistiche europee. Forse che anche a
via Solferino c’è una sfera di cristallo come al Foglio? E allora si
deve dar ragione a Francesco Merlo che su Repubblica, dove è appena
arrivato dal Corriere, il giovedì 10 ottobre, prendendo di petto la
questione tra Ferrara e me (per la verità più me che Ferrara, che è difficile
a prendersi di petto) in un suo pezzo di colore dove si capisce che l’onore di
Ferrara gli sta proprio a cuore, scrive: «Il Foglio è il giornale dei
giornalisti, perché è intelligente, perché è fazioso, perché ce n’è
sempre per qualcuno, è vitale, è sanguigno... sta sempre al limite
dell’irresponsabilità pericolosa e contundente. Ospitasse pure Tabucchi, il Foglio
sarebbe perfetto». Ringrazio Merlo, ma ho già un impegno con Le Monde.
Mi auguro tuttavia che per raggiungere la perfezione il Foglio possa
ospitare presto Merlo. E credo che i lettori mi capiranno se dato che il Foglio
è il giornale dei giornalisti italiani, compreso il giornale su cui scrive
Merlo, io abbia voglia di scrivere altrove. Quello che trovo preoccupante è che
il Merlo affermi che Tabucchi «si sia magistralmente esibito in
quell’antichissimo genere che è l’Italia vista fuori dall’Italia, o
sindrome dell’esule». Perché probabilmente egli pensa che per scrivere su un
giornale straniero bisogna stare altrove. E invece io sto qui, nel mio paese
della Toscana, e giro in bicicletta. Mezzo di locomozione pericoloso in Italia,
ora che comincio a pensarci, perché capita che un rompiscatole lasci la bici
appoggiata al muro e poi non la possa più recuperare per motivi indipendenti
dalla sua volontà.
Cari Lettori, arrivo a conclusione. Che poi consiste in un ringraziamento.
Grazie per la solidarietà che mi avete espresso in questa losca storia in cui
mi ha coinvolto il «giornale dei giornalisti». E a cui segue un commiato,
anche se solo geografico. Perché Merlo mi ha fatto venire un’idea: come si
possono scrivere dall’Italia degli articoli per un giornale estero, si possono
scrivere dall’estero articoli per un giornale italiano, prendendo ovviamente
le necessarie precauzioni di trasmissione. E ci sono momenti in cui si ha
bisogno di respirare un’altra aria, lo capirete. Per ora lascio la mia
bicicletta appoggiata al muro. Ma vorrei passare a riprenderla. Me la terreste
d’occhio voi? Un caro saluto.
di Giovanni
Ferrara
Per il semplice fatto che fare l'opposizione diventa non solo difficile ma
pericoloso, poiché ogni parola, ogni critica, ogni attacco politico o personale
può essere indicato all'opinione pubblica che s'informa sui mass media, tutti o
quasi in mano al governo e ai suoi imprenditori, quale un incitamento alla
violenza. La conseguenza di una simile pratica è che per l'opposizione, i suoi
uomini e i suoi giornali può diventare prudente, o addirittura saggio, tacere
il più possibile e tutt'al più parlare blandamente e genericamente, per
evitare d'essere linciati al primo grave episodio di violenza. Ebbene, oggi in
Italia questo appunto sta succedendo: vedi l'Unità di questi giorni e gli
spaventosi attacchi diretti a essa e al suo direttore, in chiave minatoria e
ricattatoria, da esponenti dell'alto establishment di Forza Italia, tra i quali,
in prima fila, vale la pena di notarlo, alcuni ex comunisti, cioè, per usare il
loro linguaggio, semplificatorio ma efficace, ex stalinisti. Ma perché poi ex?
In realtà, proprio questi erano i metodi della peggiore pratica comunista e
stalinista: le vittime erano violentemente accusate d'aver favorito, con la
propaganda più maligna, un clima terroristico, o addirittura d'aver tramato
attentati. Singolare è che questi ex stalinisti, così evidentemente coerenti
con il loro passato, sotto specie di reagire a inauditi attacchi mettono in
guardia, che non diventi bolscevica promotrice di omicidi, proprio l'Unità, un
giornale d'opposizione diretto da un giornalista che è un vero
liberaldemocratico, formato alla scuola del "Mondo" di Mario Pannunzio
e della "Stampa": si indignano, accorati, che Furio Colombo indulga a
campagne d'odio e di promozione della violenza: si direbbe che parlino
guardandosi allo specchio. A ogni modo, pare curioso che il vertice
intellettual-propagandistico, diciamo così goebbelsiano, di Forza Italia sia
costituito quasi per intero da personaggi ex comunisti (del Pci) ed ex
socialisti della sinistra che si disse lombardiana (mi chiedo talvolta che cosa
penserebbero oggi Riccardo Lombardi e Ugo La Malfa di certi loro allievi e
seguaci, come giudicherebbero le loro nuove compagnie e lo zelo con cui le
servono): ma curioso, in fondo, non è, poiché la parabola del rivoluzionario
di sinistra che diventa reazionario di destra è ben nota e antica, la storia
europea, dalle rivoluzioni di Francia in poi, ne ha fatto abbondante
esperimento.
D'altronde, è anche vero che la polemica contro la destra assume, talvolta,
toni un po' troppo apocalittici; forse, una dose maggiore di disprezzo potrebbe
temperarne i toni. Ma anche in questo si manifesta l'astuzia (goebbelsiana,
appunto) di quei propagandisti di destra: la tenacia e pertinacia della loro
denigrazione di tutto ciò che non sia bolso neo conservatorismo pseudoliberale
finisce, a lungo andare, con il renderli francamente odiosi (anche quando
sarebbero, in effetti, soltanto ridicoli e spregevoli), traendo così nella
trappola d'una verbale faziosità le persone più miti e i critici più
disposti, per natura e cultura, a ragionare. Essendo, quei propagandisti di
destra, i più forti e i più ricchi di risorse nel campo della comunicazione di
massa e d'élite, può esser facile, per loro, sembrar poi d'avere l'ultima
parola.
Ma questi sono, brevemente tratteggiati, soltanto gli aspetti esteriori di
un'odierna infelice situazione di degradazione politica. L'effetto concreto, cui
si deve badare con attenzione, è quello cui si accennava all'inizio, il clima
di timore che si sta creando, il restringersi degli spazi di libertà di critica
e di parola, già praticamente ristretti dall'espropriazione quasi completa dei
mezzi di comunicazione da parte della maggioranza di destra e del suo gruppo
dominante, la lobby berlusconiana. Diventa pericoloso criticare aspramente la
maggioranza (un esercizio ovvio in qualsiasi democrazia liberale) e per di più
le critiche rischiano di restare chiuse nel silenzio dei media. Un vero
progresso del liberalismo, non c'è che dire. Ma qui, forse, una spiegazione dei
comportamenti di quei propagandisti berlusconiani, c'è: costretti dalle
circostanze a professarsi liberali, nessuno, o quasi, tra di loro è mai stato
liberale, e del liberalismo vero non sa nulla, e per la lotta politica
democratica ha il tipico odio di chi crede che il liberalismo consista
essenzialmente in qualche varietà aggiornata di maccartismo. Alexis de
Tocqueville, il grande storico cui è capitata la disgrazia di esser citato
continuamente e a sproposito da reazionari vestiti da liberali, scrisse del
popolo francese prerivoluzionario: “essi non amavano la libertà, odiavano il
padrone”. Ebbene, alla doverosa ricerca di qualche attenuante morale per
nostri preoccupati pensatori berlusconiani, si potrebbe forse dire di loro,
rovesciando quella splendida frase: “essi non odiano la libertà, amano il
padrone”.
Telekom: perquisizione e avvisi di
garanzia al «Giornale»
di red
calunnia? Sono stato sentito dalla procura di Torino che indaga sulla
vicenda» ha aggiunto Chiocci «ed ai magistrati ho già detto di aver
incontrato Igor Marini nello studio del suo legale. L'ho risentito anche
successivamente, ma a quel tempo non era il Marini di oggi, era un teste
della Procura».
La perquisizione, infatti, sarebbe legata all'inchiesta condotta dal pm
della Procura di Roma, nei riguardi di Igor Marini per calunnia,
sull'avvocato civilista Fabrizio Paoletti, su Francesco Giannandrea e
Antonio Lanciano per i reati di estorsione e riciclaggio nell'inchiesta
che oppone Marini a Paoletti, entrambi coinvolti nell'affaire Telekom
Serbia. Il primo ha querelato il legale il quale a sua volta è stato
querelato da Marini per una vicenda che ruota intorno ad un credito di
50 milioni di dollari.
Enea, Camera boccia nomina Rubbia proposta da governo
La Digos nella redazione de l'Unità. Il Cdr
deuncia: «maldestra censura preventiva»
di red.
di Antonio Tabucchi
A parte il comunicato dell’Ordine regionale della Lombardia, tutto il resto
del giornalismo italiano ha taciuto. Evidentemente non sono più i tempi di
Piazza Fontana, quando il Corriere della Sera fu costretto a liquidare il
povero Zicari che faceva «l’analista» per conto dei servizi segreti dei
Giannettini e compagnia, che per quanto «deviati» almeno erano italiani.
Allora faceva indignare il saltare dalla finestra. Oggi si mangiano le minestre
che passa il convento. La Storia italiana, che meraviglia.
Che allora nessuno si stupisse, mi indusse a stupirmi. E lo scrissi su l’Unità.
Grave ingenuità, per chi ha letto quel romanzo di Eveling Waugh, dove un
personaggio dice all’altro: «Ho saputo che tua madre faceva la prostituta a
Chelsea», e l’altro risponde compassato: «Mio caro avrà avuto le sue
ragioni».
Forse mi stupii più che per la sostanza, per la forma (la sostanza in Italia è
diventata un optional: uno può anche essere un ladro, purché lo sappia fare
bene). Rievocando gli incontri con l’individuo che gli passava i denari, quel
«giovane sveglio e simpaticissimo agente americano» l’Analista dice di sé
stesso: i dollari erano avvolti in uno busta giallina fantastica del peso
giusto, e perdere l’innocenza era meraviglioso... qualche conversazione
avveniva al Pincio vicino alla fontana luminosa... il passaggio di mano della
busta aveva qualcosa di erotico» (Il Foglio 16.5.2003).
E noi che avevamo tutt’altra idea dell’erotismo: che antiquati. È pur vero
che il maschio italico, dicono, non se la passa tanto bene. Ma non lo avevo mai
visto così in basso. Tinto Brass avrebbe potuto fargli causa per concorrenza
sleale. I francesi, polverizzati: quei francesi continuano a dire «cherchez la
femme», che ingenui. Macché: «cherchez la buste».
Inaspettatamente questo tipo di erotismo ebbe un certo successo tanto che il
Foglio dove esso veniva sbandierato è stato eletto «il giornale dei
giornalisti», come ho letto recentemente: «Il Foglio è il giornale dei
giornalisti perché è intelligente, perché è fazioso, perché ce n’è
sempre per qualcuno, è vitale, sanguigno, si fonda sulla goliardia... sta
sempre al limite dell’irresponsabilità pericolosa e contundente».
Passa il tempo e Betta seguendo il proverbio, non si marita. Finché un bel
giorno, sempre sul «giornale dei giornalisti», l’Analista se ne esce con
questa trovata: «se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di
Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. Ricordatelo per metterci
una pezza». G. Ferrara, il Foglio 6 Ottobre 2003.
Chissà cosa vorrà dire, nel complicato immaginario erotico di Ferrara,
l’aggettivo «linguista». Però qui è sicuramente associato a un'idea
necrofila, a un cadavere anticipato. E oltre tutto invita qualche sconosciuto «a
metterci una pezza», in tempo.
Non so se vi sareste allarmati anche voi, con tutta la brutta gente che c’è
in giro in Italia. Io mi sono allarmato. E ho aspettato che il direttore di un
giornale perbene si allarmasse quanto me e mi offrisse uno spazio di replica sul
suo giornale (che non può essere l’Unità, visto che il direttore di
quel giornale è stato definito l’altro «mandante linguistico»). Nessuno si
fa vivo. Decido di replicare su uno stimato giornale francese dove scrivo da
tempo. Il giornalista che mi ha definito «mandante linguistico» intercetta
chissà come il mio articolo, lo scippa, se lo traduce, e se lo pubblica sul suo
giornale prima che esca il mio. Non solo, lo fa scivolare nottetempo (alla
fontana del Pincio?) al Corriere della Sera che mi prepara una lavata di
capo puntuale sul mio articolo francese, che esce lo stesso giorno in cui esce
il mio articolo. Chi lo fa non può avere letto il mio articolo, lo ha preso
dietro la siepe da Ferrara. Non contento di tutto ciò, l’Analista, comincia
ad agitarsi perché il giornale francese non gli concede «diritto di replica».
All’estero lo censurano, dice il poveretto. E in questa sua disperazione trova
la comprensione dei colleghi. Ad esempio di Paolo Mieli, che sul Corriere
della Sera, che poi è il giornale al quale lo ha passato nottetempo
l’Analista, dichiara che l’ultima parola in questo caso l’ha scritta
proprio Aldo Grasso. Il quale Grasso è poi colui che ricevendo dietro la siepe
l’articolo scippato da Giuliano Ferrara si è incaricato di redarguirmi
aspramente, prima che uscisse il mio articolo, di aver osato risentirmi su un
giornale straniero contro l’infamia di Giuliano Ferrara. Signori, se questa
non è magia. Se vi fosse capitato dato che è tornato alla ribalta, di
rileggere sui giornali le affermazioni che nel 1980 il venerabile maestro della
Loggia P2 Licio Gelli pubblicò sul Corriere della Sera (erano i tempi di
Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din) capirete come me che la modernizzazione
avanza. Stavo recentemente rileggendo Karl Kraus, che dedicò almeno un paio di
libri (Tramonto del mondo per magie nere del 1922 e gli Invisibili del
1928) su quel giornalismo tedesco che ai suoi brutti tempi dette una mano a chi
poi si prese tutto il braccio. E c’è una storiella che vi racconto per
inciso, quella del tizio che per professione faceva il delatore e che a un certo
punto, preso da gelosia per quelli che denunciava, visto che lui non lo
denunciava nessuno, si denunciò da solo. E tutti i giornalisti dissero:
geniale. E a scanso di equivoci presero a insultare quelli che lui aveva
denunciato. Ma chiudiamo l’inciso e ritorniamo in argomento. Altra logica da
Franco e Ciccio è che tu scrivi su un grande giornale francese e ti chiamano «provinciale»
(Merlo). Poi scalpitano se non riescono a scriverci loro. Chiedo: ma che gliene
frega della provincia, a chi sta nel centro del mondo? E poi si sa come sono
all’estero. Per aprirti a un loro giornale devi averti conquistato un po’ di
stima, che so, avere pubblicato alcuni libri nella loro lingua, aver insegnato
nelle loro università, magari sempre nella loro lingua (mandati linguistici di
diversa natura). Perché i francesi ci tengono al dialetto francese, per non
parlare degli spagnoli, che ci tengono al dialetto spagnolo, e degli inglesi,
che ci tengono al dialetto inglese: più della Lega con il Padano. In provincia
sono chiusi, mica come da noi: uno arriva convinto di avere tanto potere, e quei
provinciali lo trattano come in Italia sono trattati gli extracomunitari.
Però dispiace sentirli lamentare così, questi nostri connazionali che chiedono
il diritto di replica. Se non glielo danno glielo diamo noi. Magari accettando
la proposta di alcuni editori (e non solo francesi, così allarghiamo la
provincia), che si sono incuriositi, e che desiderano dedicare al «caso» un
libricino. Che poi non è neppure troppo difficile da fare: basta tradurre tutti
gli articoli, a partire da quello che incrimina me e Furio Colombo e sistemarli
uno dietro l’altro, in ordine cronologico. In fila. In fila per sei col resto
di due, come i quarantaquattro gatti della canzoncina. E soprattutto senza
commento, con delle essenziali note biografiche di tutti gli autori
dell’articolo. Seguendo il saggio insegnamento che Ortega y Gassett dette a un
suo discepolo che non sapeva come replicare a un polemista eccessivamente
intemperante: «Si limiti a citarlo, si replicherà da solo».
avanzata dalla difesa Previti per incompatibilità dei pm
Milano, sospeso il processo Sme
In base alla legge Cirami, il processo è stato dunque sospeso in attesa che
la Suprema Corte si pronunci sul merito della questione e, quindi,
sull'eventuale trasferimento da Milano ad altra sede. Occorreranno settimane
per il pronunciamento della Cassazione e a gennaio scadranno i termini di
assegnazione di uno dei giudici. La decisione non significa che il deputato di
Forza Italia abbia ragione nel chiedere la remissione, vuol dire che la
Cassazione ritiene che la questione vada approfondita e non sia da respingere
immediatamente.
Intanto martedì prossimo sia i legal