FISICA/MENTE

 

 

Manifestazioni inattese alla vigilia dell'incontro europeo
In cinquanta davanti alla sede romana di Forza Italia


Disobbedienti contro il vertice Ue: letame sotto casa di Berlusconi

La polizia è intervenuta, ma non ha trovato nessuno
"Serve a coprire il tanfo del regime"

 
La scena davanti casa di Berlusconi
ROMA -

Beffa dei disobbedienti di fronte alla residenza romana di Silvio Berlusconi. Questo pomeriggio una cinquantina di persone ha protestato davanti a Palazzo Grazioli, in via del Plebiscito a Roma, sede anche della presidenza di Forza Italia, gettando tre secchi di letame davanti all'ingresso.

Il gruppo è arrivato di fronte al palazzo gridando slogan e innalzando uno striscione con la scritta "Sfrattiamo Berlusconi dall'Europa". Gli agenti di guardia non hanno fatto in tempo a fermare il lancio di letame e solo quando il danno era fatto sono arrivati rinforzi in tenuta antisommossa.

I 'disobbedienti' hanno avuto però il tempo di allontanarsi senza troppa fretta verso Largo Argentina, mentre il traffico nella zona andava in tilt. Si temono altre sortite ed è aumentata la sorveglianza verso altri possibili obiettivi. In particolare, due volanti della polizia sono state subito mandate in piazza Colonna a difesa di Montecitorio.

Il gruppo ha spiegato le ragioni della protesta in una lettera inviata "alla signora società civile europea che domani contesterà la conferenza intergovenativa europea". Un volantino che si conclude con una richiesta di scuse alla "signora società civile europea" per "l'aria pesante che abbiamo provocato al centro della città. "Lo abbiamo fatto- spiegano- solo per coprire un pò quell'altro tanfo che emana dai palazzi del regime. Ed anche per fare capire a te, a noi, a tutti che niente è impossibile e che per Silvio è veramente nella m...".

Infine un post scrittum: "detto fra noi, è proprio la casa di uno s...". Firmato: "disobbedienti a caccia di nuovi profumi, dai dintorni della conferenza dei potenti, 3 0ttobre Roma pianeta terra"

La Digos di Roma avrebbe già identificato gli autori del gesto. A quanto si apprende tra questi figurano appartenenti a noti centri sociali della capitale, e soprattutto non mancherebbero persone che ricoprono incarichi istituzionali.

( 3 ottobre 2003 )


 

Da il manifesto del 4 ottobre

ORE 17, VIA DEL PLEBISCITO, ROMA


Cinquanta Disobbedienti romani hanno scaricato cento chili di «letame di vacca biologica» davanti a Palazzo Grazioli, residenza di Silvio Berlusconi. All'interno il premier incontrava Fini e Frattini in vista della Conferenza intergovernativa di oggi al Palazzo dei congressi dell'Eur. Erano tutti a volto scoperto, su uno striscione hanno scritto «Sfrattiamo Berlusconi dall'Europa». Distribuivano un volantino con una lettera «alla società civile europea». E in 25 saranno denunciati dalla polizia per manifestazione non preavvisata. Tra loro Nunzio D'Erme, consigliere comunale indipendente eletto nelle liste di Rifondazione.

 

Mi emoziono nel pensare che qualcuno abbia letto quel mio articoletto pubblicato nel 1978 su Il Quotidiano dei Lavoratori. Credo sia interessante rileggerlo. Clicca qui.


Da il manifesto del 4 ottobre

MUSSOLINI
«Dittatore benigno»

A. CO.


Evidentemente è proprio un vizietto. per i forzisti il richiamo del settimanale inglese The Spectator è irresistibile. Dopo la celebre intervista in due puntate del capo, adesso è il senatore e vicedirettore del Giornale Paolo Guzzanti a cimentarsi. E sempre sullo stesso argomento: la relativa mitezza di Benito Mussolini e del fascismo in genere. Il titolo dell'articolo firmato dal giornalista italiano è chiaro: «Quanto era cattivo Mussolini?». Il contenuto inequivocabile: «La storia ufficiale obbliga gli italiani a guardare al nazismo e al fascismo come se fossero la stessa cosa. Questo è falso». E' vero, c'erano le leggi razziali, ed erano odiosette. Però i fascisti «non ebbero mai intenzione di sterminare gli ebrei». Però «nessun ebreo è mai stato deportato dall'Italia prima della caduta di Mussolini, il 25 luglio del '43». Anche gli ebrei deportati furono solo «ottomila su un totale di 50mila», e comunque «furono arrestati su ordine dei tedeschi, non degli italiani». Nel sud della Francia, anzi, «gli italiani salvarono migliaia di ebrei dall'arresto e dalla deportazionealla quale erano stati destinati dai francesi».

«Non ho alcuna simpatia per il fascismo - conclude Guzzanti - ma ne ho piene le tasche, come moltissimi italiani, delle bugie sul periodo fascista». Bugie che si riducono tutte a una sola, in fondo: negare che i fascisti, proprio come gli italiani tutti, fossero brava gente. Che cacciava gli ebrei dalle scuole, che varava leggi razziali orrende, che spalleggiava i nazisti nel mondo, e dopo l'otto settembre gli dava anche una mano se non due a dar la caccia all'ebreo.

Ma cosa volete che sia: «Ha ragione Berlusconi. Mussolini è stato un dittatore benigno, se paragonato agli altri della sua epoca».





 

Dopo l'inchiesta di Repubblica, l'opposizione attacca
il presidente della commissione Telekom Serbia


Trantino nella bufera "Chiarezza o si dimetta"

 

ROMA -

"Trantino faccia chiarezza o si dimetta". E' un coro unanime quello che si leva dall'opposizione dopo la nuova ricostruzione della vicenda Telekom Serbia fatta da Repubblica. Una ricostruzione che chiama in causa il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta, Enzo Trantino. "Con la commissione Telekom Serbia non si è esitato a ricorrere a ogni genere di manovre e a trasformare un'istituzione in circolo maleodorante pieno di mafiosi, spioni, malavitosi e riciclatori di denaro" attacca il segretario dei Ds, Piero Fassino - Mi auguro che Casini e Pera abbiano la sensibilità di capire che è in gioco la credibilità del Parlamento".

Ma la ricostruzione manda su tutte le furie Trantino che prima annuncia una querela contro Repubblica e poi reagisce: "L'obiettivo di questo linciaggio e killeraggio giornalistico è quello di evitare la relazione della commissione, con le sue conclusioni politiche". E' furioso Trantino, tanto da avanzare ipotesi di complotto. Nel tentativo di spiegare come mai la lettera anonima che chiamava in causa l'avvocato Paoletti portasse il timbro postale dei primi di dicembre ma fosse arrivata in commissione soltanto l'8 gennaio, Trantino fa un'ipotesi: che la sua casella postale alla Camera dei deputati possa essere stata manomessa. Parole che non convincono Pierluigi Castagnetti della Margherita: "Trantino riconosca la responsabilità di avere, di fatto, alimentato o consentito una campagna diffamatoria mostruosa, la più grande del secolo contro i leader dell' opposizione fondata su una montagna di calunnie criminali e chieda pubblicamente scusa agli interessati ed all'opinione pubblica che è stata ingannata per mesi''.

Al contrattacco anche Carlo Taormina, pure tirato in ballo dalle rivelazioni di Repubblica. In una nota, il deputato di Forza Italia parte nuovamente all'assalto del diessino Luciano Violante: è lui, afferma, "il solo burattinaio esistito in Italia". Taormina indica in Violante il "capo delle operazioni" volte a "delegittimare" la commissione Telekom Serbia e il suo presidente, è lui che avrebbe "dato disposizioni al mondo giudiziario, a partire dalla toghe rosse di Torino perché colpiscano la commissione". Al ministro Castelli, in particolare, Taormina chiede di "disporre un'ispezione a Torino per capire come possa un magistrato indagato per violazione del segreto d'ufficio continuare a svolgere delicate funzioni come quelle relative all'inchiesta Telekom Serbia".

Ma Renzo Lusetti, vicepresidente dei deputati della Margherita e membro della commissione Telekom Serbia, chiede che la commissione sospenda tutte le audizioni, anche quelle già programmate, in attesa che si faccia presto piena luce, dal punto di vista politico e giudiziario "su tutti i torbidi contorni che sta assumendo la vicenda del faccendiere Igor Marini che, come si comprende ogni giorno di più, aveva l'unico obiettivo di gettare fango, calunnie e discredito sui leader del centrosinistra". Durissimo anche il diessino Guido Calvi, vicepresidente della commissione: ''La commissione è diventata ricettacolo di calunnie utilizzate per speculazioni politiche nei confronti dell'opposizione''.

( 3 ottobre 2003 )



Il presidente della Commissione Telekom Trantino
ha contestato le rivelazioni, ecco la replica di Repubblica


Quel muro di silenzio sul dossier del Sisde


ROMA -

Ieri, il presidente della Commissione Telekom, Enzo Trantino, in una conferenza stampa, ha risposto al dossier pubblicato da Repubblica venerdì. Qui di seguito le sue contestazioni e le nostre repliche.

Punto 1: Antonio Volpe.
"Volpe non ha avuto alcun seguito quando poteva essere una spalla preziosa per lo stesso Marini. Di fatti è apparso il 31 luglio scorso in commissione per consegnare un plico che gli era stato dato dal Romanazzi. Il dossier viene trasmesso in archivio senza che da parte nostra sia stato degnato di alcuna istruttoria. Poi Volpe sparisce e non ne so più niente".

Il dossier Volpe, che il presidente disdegna oggi, fu da lui considerato così influente che, il 31 luglio, con gran rumore mediatico, ne annunciò "l'immediata segretazione", prassi notoriamente riservata ad atti di rilievo. Va da sé che in quello stesso frangente fonti autorevoli della commissione "informarono" che nel dossier Volpe c'era il riscontro alle accuse di Marini.
Trantino spiega che il 31 luglio "Volpe sparisce". E' vero. Lascia San Macuto in compagnia dell'onorevole Alfredo Vito, commissario tangentista oggi fattosi inquisitore squisito. Riappare in piazza san Silvestro. Quando? Il 4 settembre. Con chi? Con Vito. Sorpresi dalla Guardia di Finanza a scambiarsi documenti. Se la collaborazione di Volpe non doveva avere alcun seguito, perché Vito incontrava Volpe? E Trantino era informato di quegli incontri?

Punti 2 e 7: Il dossier del Sisde.
"Il dossier dei servizi segreti è arrivato alla segreteria della commissione. Non a quella del presidente, il 13 maggio scorso dopo essere stato spedito l'8 maggio. Alla commissione viene comunicato l'arrivo del dossier il 14 maggio. E sulla base delle indicazioni contenute in quel dossier viene convocato Giovanni Garau (vice direttore di Telekom Serbia, ndr) per l'11 giugno. Tempi più celeri non li conosco. Forse dovevo dare notizia alla commissione del dossier prima ancora che arrivasse? Palazzo Chigi ha trattenuto il dossier? E a quale fine? Il depistaggio può essere condotto anche dal Vaticano! Dall'Onu. Mica Palazzo Chigi ha l'appalto delle poste. Garau viene ascoltato in una seduta molto tesa, durante la quale lo ammonisco a dire la verità. Garau non convince e perciò, noi che siamo Marini-dipendenti, si chiede ancora una volta soccorso al Sisde. Il Prefetto Mori, a questo punto, ci indica un ufficiale che viene ascoltato dalla commissione in settembre e ci invia nuovamente lo stesso dossier già acquisito. In seguito all'audizione del colonnello del Sisde viene riconvocato per l'8 ottobre prossimo Garau, questa volta come teste e non come semplice audito. Va così in fumo la trametta dei sette mesi di ritardo nel rendere noto il dossier".

Preoccupato di proteggere Palazzo Chigi, Trantino finge di non sapere che l'intelligence fornisce informazioni al Presidente del Consiglio non per uso privato e discrezionale (mi conviene diffondere questa notizia?), ma nell'interesse del Paese che, in febbraio, si chiede che cosa è accaduto nell'affare Telekom Serbia. Il documento del Sisde propone una prima possibile risposta. Il governo non ritiene utile trasmetterla alla Commissione che è alle prese con le frottole di un mestatore anonimo (Volpe). Lo fa tre mesi dopo la Guardia di Finanza (malaccorta). Tocca ora a Trantino. Dell'arrivo del dossier Sisde in Commissione Trantino dà notizia il 14 maggio, ma nella trascrizione agli atti del Parlamento in quella comunicazione cade qualsiasi riferimento alla provenienza dai servizi di intelligence civile. Perché? Trantino sembra non essere al corrente che quelle informazioni provengano dal Sisde. Se lo sa, non lo dice. Se lo ignora, appare inspiegabile che, dopo l'audizione di Garau, si rivolga proprio all'autore del dossier, il direttore del Sisde, prefetto Mori, chiedendo "ancora una volta soccorso" (in quale altra occasione Trantino è stato soccorso da Mori?). Il 12 settembre, nel ricevere l'ennesimo e identico dossier dal Sisde, Trantino tace alla Commissione che si tratta di un doppione. Perché? Perché Trantino, l'11 giugno, durante l'audizione di Garau, nonostante sia sollecitato dal commissario Maurizio Eufemi, "si riserva" di trasmettere le notizie di reato alla Procura di Torino per poi tenersele chiuse in un cassetto?
Ecco allora la "trametta".
a) Il rapporto Sisde fu inviato a Palazzo Chigi il 7 febbraio e di lì non si è mai mosso (avrebbe potuto raddrizzare i passi storti della Commissione).
b) Il rapporto Sisde non è mai approdato agli uffici della Procura di Torino (avrebbe potuto dare un'accelerazione alle indagini).
c) Il solito Alfredo Vito, due giorni prima che il Sisde trasmettesse il dossier a Palazzo Chigi e alla Finanza, già era in grado di contestare quegli stessi fatti contenuti nel documento al dirigente di Telecom, Miranda. Perché Trantino non ha detto che Vito è un mago?

Punto 3: l'anonimo su Paoletti.
"L'anonimo arrivò a San Macuto l'8 gennaio, nonostante la data di affrancatura fosse dei primi di dicembre. Anche io non mi spiego i motivi di questo ritardo. Pensavo che vi fosse un disguido, oppure che vi fossero ritardi per la coincidenza delle festività natalizie. Se avessi voluto congelare la consegna alla commissione di quella lettera, allora sarebbe stato facile occultare la data dell'affrancatura dei primi di dicembre. Ma a quale fine?".

Trantino conferma che l'anonimo è del 4 dicembre. E che ne diede comunicazione soltanto l'8 gennaio. Dovrebbe dare conto del suo ritardo (o di quello della sua segreteria?). E' possibile a San Macuto, è addirittura "facile" occultare la data della corrispondenza? Davvero, presidente Trantino?

Punto 4: Volpe, il quinto burattinaio.
"La commissione inizia i lavori nel 2002 mentre Volpe, quinto burattinaio di serie, a me ignoto, è secondo Repubblica all'opera da maggio. Dovevo prevederlo almeno due mesi prima?".

Non prevederlo, Trantino non è mica un mago come Vito. Ma prendere atto del passato oscuro di Volpe quando gliene parla il consulente Guido Longo il 10 gennaio 2003 era una necessità. Tenere in considerazione l'allarme del poliziotto consulente quando gli dice "Presidente, Volpe è inattendibile", era un dovere.

Punto 5: I due croati Zoran Persen e Tom Tomic.
"I due croati entrano nel mirino della commissione a seguito di informazioni provocate proprio da Repubblica che nel febbraio del 2001 (altri tempi) scrisse delle tangenti di Milosevic. Era una pista da seguire. Guido Longo ha fatto si che fossero portati a conoscenza del presidente questi due nomi, così come la fonte li aveva riferiti, vale a dire non con il nome dell'anagrafico, ma con nomi ricorrenti. Persen e Tomic risultano inoltre collegati a 3 banche svizzere. Quando salta fuori il nome di Paoletti e la pista del riciclaggio si ipotizzò un collegamento tra l'avvocato romano e la pista serba. Ciò conferma quanto detto da Longo, considerato un inutile super poliziotto per Repubblica. Attendiamo inoltre di conoscere la fine dei documenti asseritamente scambiati tra Volpe e l'on. Vito a piazza San Silvestro".

E' falso. Come si può agevolmente verificare dagli archivi di "Repubblica", l'inchiesta del febbraio 2001 non ha mai evocato i nomi di questi due sconosciuti croati. Cosa c'entrano le 3 banche svizzere di cui Trantino parla e cui Persen e Tomic risultano collegati? Quando Trantino, il 14 gennaio, fa quei due nomi non esiste un solo atto, una sola informazione che colleghi Persen e Tomic a banche o tangenti. Trantino dice che l'"equivoco" sul nome di Tomic è dovuto alla fonte che ne aveva rivelato il nome. Il presidente vuole indicare quale è la fonte che lo ha ingannato? Il presidente sa - come "Repubblica" - che due sole persone chiamavano Tomic, "Tom": sono Antonio Volpe e Igor Marini.

Punto 6: Longo e Volpe.
"Il 31 luglio appare Volpe in commissione. Non c'è alcun incontro e commento da parte del dottor Longo su Volpe perché partiamo tutti per le ferie".

E' deliziosa l'abitudine di Trantino alla variazione obliqua. Buona per i tribunali, appare pessima per rendere trasparente, come è doveroso, un affare così opaco. Chi ha detto che Longo parla di Volpe il 31 luglio? A "Repubblica" risulta (dovrebbe risultare anche a Trantino) che il dottor Longo parla di Volpe 7 mesi prima, il 10 gennaio. Il 31 luglio tutti partono per le ferie, dice Trantino. Devono essere state ferie brevi perché il 7 agosto la commissione è a Torino, carcere delle Vallette. C'è un'urgenza: sentire Marini e sulla base delle sue dichiarazioni chiedere l'arresto di Prodi, Dini, Fassino (lo fa Carlo Taormina).

Punto 8: Deiana
"Una persona assolutamente sconosciuta invia in agosto 2 dossier. Però nessuno se ne occupa. A settembre informo la commissione dell'arrivo di questi due dossier e li invio agli archivi senza mai chiedere di assumere alcuna iniziativa. Ma non era funzionale a Volpe quello che invece per noi era carta straccia? Deiana che non conosco non mai visto in vita mia se la prendeva con Prodi e Nomisma. Ho capito perciò che voleva usare la commissione e l'ho ignorato con sdegno".

Senza lo sdegno che oggi le accompagna, le denunce farlocche di Deiana sono state veicolate all'esterno della commissione. Sarebbe piaciuto a "Repubblica" che con la stessa solerzia, la pubblicazione su un quotidiano milanese di quei "veleni" fosse stata accompagnata dall'intervento severo e chiarificatore di un presidente gentiluomo. Trantino, ahinoi, tacque. In realtà, come sembra dimostrare il modus operandi della commissione, tutti questi figuri che la assediavano dovevano essere "a disposizione" per essere, secondo convenienza, accesi o spenti.

Punto 9 postscriptum: la buca delle lettere
"E' un'ipotesi teatrale. Ma la lettera anonima su Paoletti arrivò alla mia casella postale di Montecitorio, e questa, così come le altre caselle, ha la chiave appesa fuori perciò chiunque, parlamentari, segretari di parlamentari, potrebbe aver sottratto la lettera per un periodo, per poi rimetterla in un secondo momento. L'obiettivo potrebbe essere stato evitare che l'anonimo arrivasse a me, con l'intento di danneggiarmi".

Per una volta, il presidente ha ragione. Siamo alla farsa.
(Carlo Bonini e Giuseppe D'Avanzo)


P. S. Prendiamo atto che dal presidente non viene una parola sulla lettera di Francesco Pazienza che annuncia con largo anticipo la Grande Trappola.

( 4 ottobre 2003 )



Chiamati a fare una classifica delle cose che non sopportano più
i telespettatori indicano il premier al primo posto


E a Domenica In gli italiani dicono "basta" a Berlusconi


 

ROMA -
"Basta a Berlusconi e ai politici che non fanno ciò che dicono". Parte con questo "voto" a sorpresa la domenica In di Paolo Bonolis, con gli italiani che bocciano in diretta televisiva il presidente del consiglio sotto gli occhi del direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce.

Il giochetto, che avrebbe dovuto essere innocente e che invece potrebbe innescare polemiche a non finire, è semplice. Il conduttore, a caccia di nuove idee per rivitalizzare il contenitore domenicale della Rai, chiede ai suoi spettatori di stilare una classifica dei "basta", ovvero una lista di cose che gli italiani non riescono più a sopportare.

Il programma va avanti con il conduttore che la fa da mattatore e, alla fine della prima puntata arriva la classifica provvisoria. Negli spot gli autori avevano suggerito qualche argomento, dal traffico, all'effetto serra, ma gli italiani hanno snobbato i suggerimenti è il basta più escalamato dai telespettatori è stato quello a "Berlusconi e i politici che non fanno ciò che dicono".

( 5 ottobre 2003 )



Tutte le manovre dell'intelligence parallela. Nelle carte
sull'agenzia di manipolazione anche i nomi di Previti e Dell'Utri


Telekom, il ruolo degli 007: così inquinarono l'inchiesta
 

Perché Sismi e Sisde non hanno fermato Volpe e gli altri?
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO

 

ROMA -

La commissione Telekom Serbia è stata la "chiamata alle armi" di una doppia struttura di intelligence parallela (illegale o semilegale, si vedrà con il tempo). La presenza di 007 "atipici" era già affiorata nelle ricostruzioni del lavoro della commissione (vedi Repubblica, 26 settembre e 3 ottobre), ma oggi si può cominciare a dar conto di come le due "agenzie", dirette ? a quanto ha accertato la magistratura ? da Francesco Pazienza e Renato D'Andria, sfiorino alcuni nomi dell'inner circle di Silvio Berlusconi. È una storia che può prendere avvio con una domanda: quale ruolo hanno avuto i collaboratori del Sisde e del Sismi nella Grande Trappola e quali rapporti hanno con la nostra intelligence? Ecco dunque il problema che sarà sul tavolo del Comitato parlamentare di controllo che affronterà giovedì 16 ottobre la Grande Trappola di Telekom Serbia.

Gli 007 "atipici" che girano intorno e dentro la commissione Telekom si sono mossi all'insaputa dei Servizi o c'era chi nei Servizi sapeva? E, anche se questi "collaboratori" si sono mossi all'insaputa dei Servizi, perché i Servizi quando li hanno visti pubblicamente al lavoro non hanno battuto un colpo per proteggere le istituzioni dalla loro cospirazione?
Ci sono per lo meno tre nomi che avrebbero dovuto suonare come campanacci alle orecchie sensibili dell'intelligence. Antonio Volpe, collaboratore del Sismi almeno fino al 1993, è l'uomo chiave della calunnia che ha avuto in Igor Marini il suo perno. Francesco Pazienza, il direttore occulto del Sismi infiltrato dalla P2 di Licio Gelli, è il mandante di un falso dossier contro Romano Prodi, approdato in commissione. Renato D'Andria, "fonte confidenziale" del centro Sisde di Napoli almeno fino al 1993, è il tessitore di un metodo che, già in funzione grazie all'imperizia del pubblico ministero napoletano Salvatore Sbrizzi, si vede all'opera a San Macuto (è una coincidenza che quel pubblico ministero sia anche consulente della commissione).

Qui di seguito daremo conto di come i tre personaggi e le loro storie si incrociano con l'attività dei servizi segreti. Fiorirà qualche sorpresa.

* * *
Antonio Volpe è l'uomo chiave della Grande Trappola. Fin dal maggio dello scorso anno, con Igor Marini, prepara le condizioni dell'anonimo che farà esplodere l'affaire. Nei primi giorni di dicembre indica con una telefonata anonima la strada da percorrere al presidente Trantino. La conferma, qualche giorno dopo, con una lettera anonima. Cerca altri documenti. Incontra il deputato Alfredo Vito. Lo incontra ancora. Infine, giunge a testimoniare per confermare le accuse di Igor Marini. Ora, c'è un elemento in più per sostenere il ruolo di manovratore di Antonio Volpe. Ruolo che si è avvalso della "faccia" del presidente della commissione Enzo Trantino.

Il 14 gennaio, a San Macuto, all'avvocato romano Fabrizio Paoletti, Trantino rivolge una domanda di cui sin qui non si era riusciti a venire a capo. Chiede il presidente: "Ha mai avuto rapporti lavorativi con tale Jacob Zaglina e con Judel Gaddani, entrambe cittadine croate?". Paoletti ignora quei due nomi. E come lui li ignorano o dovrebbero ignorarli quanti stanno prestando attenzione alla deposizione. Chi sono le croate Jacob Zaglina e Judel Gaddani? Che c'entrano con Telekom Serbia? Nulla a ben vedere. Ma c'entrano con Antonio Volpe, l'uomo che Trantino continua a ripetere di "non sapere neppure chi fosse".

Per tirare il filo che lega le due croate a Volpe, è necessario leggere il rapporto che il Nucleo operativo carabinieri consegna il 23 aprile ?94 alla magistratura di Salerno. E' un incarto ponderoso, di oltre duecento pagine, svelato il 6 ottobre scorso dal Tg3. Vi si rintraccia la conferma della "collaborazione con il Sismi" di Volpe. La notizia che scioglie il senso della domanda di Trantino è a pagina 131 di quel rapporto. Scrivono gli investigatori dell'Arma: "Volpe Antonio convive con tale cittadina croata Ujdenica Zaklina, nata a Zagabria il 16 settembre ?64".

Ora, la "Zaglina" di san Macuto è la stessa "Zaklina" del rapporto dell'Arma? La sovrapposizione fonetica dei due nomi sembra rendere la circostanza molto verosimile. Se è così, come poteva Trantino che dice di aver conosciuto Volpe solo il 31 luglio, conoscere il nome della sua convivente il 14 di gennaio? Chi gli suggerisce quel nome? "Una fonte anonima", rivela oggi Trantino. Un'altra fonte anonima per venir fuori da un pasticcio.

Zaklina-Zaglina non è il solo passaggio di interesse nel rapporto dei carabinieri. Ad Antonio Volpe, gli investigatori dell'Arma dedicano una cinquantina almeno delle pagine del rapporto. Radicando questo nome ancor di più e meglio in un contesto che rimanda in ogni suo tratto ai servizi di intelligence. "Volpe - scrivono - viaggia a bordo di un'auto blindata ed è scortato da agenti della polizia di Stato". "E' collegato al famoso Anghessa, noto esponente della loggia massonica P2 di Licio Gelli (...) è stato verosimilmente collaboratore del Sismi". Finanche i suoi precedenti penali "sono stati ripuliti dall'archivio dati del Viminale".

* * *
"Carissimo Giulio...", scrive Francesco Pazienza dal carcere.
Finalmente si sa chi è quel Giulio, "carissimo". È Giulio Rocconi, un fiorentino di 36 anni, interlocutore in libertà del direttore occulto del Sismi della P2, più o meno il suo braccio operativo e in costante contatto telefonico con Licio Gelli. Pazienza gli si appoggia e lo utilizza per i suoi ricatti e inquinamenti. Dal carcere gli spiega come deve muoversi, a quale porta deve bussare, quale argomento ricattatorio deve usare per ottenere lo scopo. Abbiamo visto come funziona il "sistema" di Francesco Pazienza con Pio Maria Deiana (vedi Repubblica, 3 ottobre). Deiana è un malvissuto con un passato periglioso di trafficante di armi e di droga. L'uomo vive ora pacifico sui Colli Romani ricco di 22 miliardi di vecchie lire trafugati in Svizzera grazie a una truffa. Pazienza lo scova e gli manda Rocconi. Ecco che cosa lo spione della P2 consiglia al suo braccio destro: "Se una persona si presenta da quello stronzo (Deiana) e gli mostra questo foglio (il curriculum del malvissuto) l'unica cosa che può fare è quella di mettersi completamente a disposizione. Comunque, se dobbiamo mettere insieme il dossier completo, io so come fare... D'altronde il solo fatto che il Bolognese (Prodi, ndr) abbia avuto rapporti con un personaggio simile - se esce fuori - è la fine per lui, basta pomparlo un po' sui giornali e il gioco è bello che fatto...".

Come si sa, è quel che accade. Rocconi fa quel che deve. Deiana cede al ricatto. Arriva in commissione Telekom. Consegna un falso dossier (finito presto sui giornali) contro Romano Prodi.

Non è la sola operazione che vede protagonista Giulio Rocconi per conto di Francesco Pazienza. L'"agenzia" dello spione di Gelli, rinchiuso nel carcere di Livorno, non si attiva soltanto per costruire calunnie politiche, ma si dà da fare anche per raccogliere notizie, informazioni riservate che permettono altri ricatti o, manipolate, la costruzione di altri dossier. Al centro delle operazioni, c'è sempre Giulio Rocconi che si presenta, secondo alcuni testimoni ascoltati dalla procura di Roma, come "rappresentante dei servizi militari". L'uomo va in giro scortato da due poliziotti (autentici). È in grado di infiltrare la Polizia Criminale e la questura di Roma. Riesce a raccogliere un dossier (falso) contro Luciano Violante e il capo della polizia Gianni Di Gennaro. Mette le mani su documenti riservati negli uffici di polizia e su verbali di interrogatorio nelle procure. È quanto accade con l'ispettore della Criminalpol Davide Canzano, al servizio di Rocconi. Storia utile da raccontare.
L'ispettore della Criminalpol Davide Canzano viene spedito a interrogare in carcere il pentito Cosimo Cirfeta. Questo Cirfeta, un killer della Sacra Corona Unita pugliese, è noto alla cronache, e qualcuno lo ricorderà. Racconta ai pubblici ministeri che in carcere ha potuto assistere all'organizzazione di un complotto di alcuni pentiti contro Marcello Dell'Utri. "A Rebibbia, tre collaboratori mi hanno detto che dovevo costruire un castello accusatorio contro Berlusconi e Dell'Utri...". Cosimo Cirfeta spiega anche chi tira i fili della macchinazione: è Ilda Boccassini. "La dottoressa Boccassini - dirà Cirfeta - aveva il compito di prendere le informazioni tra i vari collaboratori delle accuse nei confronti di queste persone (Berlusconi e Dell'Utri)".

La faccenda finisce male per Cirfeta e per Dell'Utri (sono attualmente a giudizio per tentata estorsione e calunnia). Qui quel che conta dire è che Pazienza, con il fido Rocconi, prova a inserirsi nel pasticcio che vuole mandare per aria la credibilità dei pentiti che accusano a Palermo il presidente di Publitalia coinvolgendo nell'affare anche Ilda Boccassini (pm dei processi milanesi contro Berlusconi e Previti). L'ispettore Canzano, scrivono i giudici di Roma, insieme al suo collega ispettore Massimiliano De Cristofaro, "consegnano a Giulio Rocconi un floppy disk contenente copia digitale delle dichiarazioni rese dal pentito Cirfeta sulle sue accuse a Dell'Utri". Che uso ha fatto di quel floppy Rocconi? Lo ha consegnato ai Servizi di cui si diceva "rappresentante"? Lo ha fatto pervenire a Marcello Dell'Utri? Lo ha utilizzato per condizionare Marcello Dell'Utri?

* * *
Via Ludovisi 35 è una delle tappe obbligate delle passeggiate romane di Antonio Volpe, è il luogo dove gli uomini di Francesco Pazienza incontrano gli uomini di un'altra agenzia di inquinamento. In via Ludovisi, 35 ha il suo studio Renato D'Andria. Cinquantasette anni, napoletano, D'Andria espone la targa di dottore commercialista. In realtà - a leggere quel che di lui scrivono i magistrati napoletani - è qualcosa di più e di diverso. "Imprenditore di rilievo nazionale, ha un capitale nascosto di circa 1000 miliardi (di lire ndr.)". "Ha conoscenze in settori vitali dello Stato". Per battere la concorrenza pulita, "ricatta" gli antagonisti. Per "spolpare imprese vitali, utilizza notizie riservate, ostacolando gli accertamenti e le investigazioni nei suoi confronti, indirizzandole sui concorrenti". Una "avventura birichina" (dice D'Andria), a cui associa il colonnello dei carabinieri Pietro Sica. "Insieme - scrivono ancora i magistrati napoletani - decidono di dare vita a una stabile struttura di intelligence dislocata in diverse zone del territorio nazionale".
Nell'intelligence di via Ludovisi 35, vengono reclutati "uomini delle forze dell'ordine, tutti appartenenti all'Arma dei carabinieri". È una "struttura deviata" che "intercetta abusivamente le conversazioni e pedina illegalmente" le sue vittime. Pronta "ad aggressioni fisiche", come il pestaggio (per fortuna, solo progettato) del presidente delle camere penali Giuseppe Frigo. ("Dobbiamo stroppiare Frigo. Fuori il palazzo di giustizia e quando esce lo stroppeano, lo sfregiano...").

A D'Andria vengono consegnate "notizie riservate, contenute negli archivi dell'Arma" e del "ministero dell'Interno", destinate a "formare fascicoli personali ad hoc al fine di ricattare". Quando la Dia di Napoli entra negli uffici di via Ludovisi ne trova 300. Ed è legittimo chiedersi chi, oltre D'Andria, ha o può aver accesso a quei fascicoli personali, alle informazioni (manipolate) che vi sono raccolte.

Si può ragionevolmente ipotizzare che l'agenzia di inquinamento e disinformazione si metta al servizio di committenti vari. Sicuramente del Sisde, di cui Renato D'Andria è fonte e collaboratore. A documentarlo, del resto, sono ancora una volta gli atti della Procura di Napoli, anno 1993. Vediamo.

D'Andria ha urgenza di liberarsi di un brillante ufficiale dell'Arma (Vittorio Tomasone) che, a Napoli, sta ficcando il naso nelle sue faccende. E con lui di un gruppo di "magistrati di sinistra" addetti alle indagini che lo interessano. Lo fa in due mosse. Confeziona sul carabiniere da eliminare uno dei suoi dossier manipolati che consegna al capocentro dell'intelligence civile a Napoli, il tenente colonnello Navarra della Guardia di Finanza. Che a sua volta gira le informazioni alla Finanza. La calunnia diventa così un atto di indagine e, quindi, una notizia di reato per la Procura, che apre l'inchiesta sul carabiniere di cui liberarsi.

La routine di D'Andria dice di un metodo e di un legame con il Sisde. Che lo stesso capocentro Sisde - interrogato dai pm napoletani - non riuscirà a smentire. Ammettendo che D'Andria era "fonte utile per il servizio". Ma c'è qualche cosa di più: la routine racconta anche come l'agenzia di manipolazione di via Ludovisi contasse su un'attenzione della magistratura. Ne parla lo stesso D'Andria al colonnello Sica, il 4 gennaio 2001. I due sono intercettati. Dice D'Andria: "Io al maggiore Vittorio Tomasone gli ho sparato addosso Sbrizzi... Bisogna fotterlo... E, se hai elementi, li dò a Sbrizzi, hai capito?".

Il magistrato Salvatore Sbrizzi non è un nome neutro nella Grande Trappola. Già sostituto procuratore a Napoli, lo si ritrova curiosamente a san Macuto, nell'intelligence personale del presidente Enzo Trantino. E lo si individua - è Trantino a indicarlo - come il consulente che, alla vigilia dell'audizione del 14 gennaio dell'avvocato Fabrizio Paoletti, redige l'ormai noto elenco dei 18 nomi che delineano la tela pronta ad avvolgere Romano Prodi, Lamberto Dini e Piero Fassino.

La sequenza di nessi che collocano D'Andria al centro di un sistema di inquinamento potrebbe già bastare. Se non fosse che, proprio sciogliendo questo garbuglio, imprevedibilmente si arriva - al crocevia tra indagini giudiziarie, servizi segreti e inquinamenti - a qualche nome eccellente. E' ancora una volta una conversazione intercettata tra D'Andria e il colonnello Sica a fornire la traccia. Scrivono i magistrati napoletani: "Alle 22.49 del 31 ottobre 2000, Sica chiede a D'Andria dei suoi rapporti con Cesare Previti. D'Andria riferisce che lo ha incontrato. Che "glielo ha presentato Giancarlo Paoletti, del Sisde"". Perché, grazie alla mediazione di una barba finta (oggi dimessosi dal Servizio), Previti e D'Andria si incontrano?

* * *
Volpe, D'Andria, Pazienza. Si può tirare a questo punto qualche filo. Intorno a questi nomi si sono mosse, nel passato, delle macchine cospirative che volevano manipolare la vita politica e istituzionale del Paese. Queste agenzie di inquinamento, gli stessi metodi, gli stessi personaggi sostenuti da alcune coincidenze (Taormina difensore di Pazienza e D'Andria; Sbrizzi pubblico ministero e consulente della commissione; Alfredo Vito conoscente di Antonio Volpe da un decennio) si sono messi in moto per coinvolgere nell'affare Telekom, come corrotti, Prodi, Fassino e Dini. Questo è solo un aspetto della questione. Forse neppure il più grave. Perché appare gravissimo che questi personaggi abbiano avuto nel passato rapporti con gli apparati dell'intelligence e che non siano stati dagli apparati della sicurezza oggi tempestivamente fermati.

Forse il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti riuscirà a dirci il perché.
(Hanno collaborato Ettore Boffano e Alberto Custodero)

( 9 ottobre 2003 )


 

Si chiarisce il doppio gioco del faccendiere e la sua complicità con il deputato di Forza Italia membro della commissione


Volpe: ero al servizio di Vito il manovratore incastrato dai pm
di ALBERTO CUSTODERO ETTORE BOFFANO

 

ROMA -

Per chi lavora Antonio Volpe, il collaboratore del Sismi e grande depistatore della trappola di Telekom Serbia? È lui stesso a spiegarlo: "Dovevo fornire ad Alfredo Vito ricerche sui 14 miliardi di lire del conte Vitali (uno dei mediatori dell'affaire col governo di Belgrado, ndr) arrivati a San Marino e passati per la Finbroker, una società di Forlì vicina ai Ds...". Il manovratore parla davanti ai pm torinesi Furlan e Storari, in una caserma di Roma. Quel giorno, il 4 settembre scorso, 25 finanzieri lo hanno appena placcato in piazza San Silvestro, mentre stava per porgere un plico all'onorevole Vito, di Forza Italia, membro della Commissione d'inchiesta. In uno dei tre verbali, spiega così l'episodio: "Dovevo consegnare quelle ricerche a Vito, me lo aveva suggerito lui ad agosto, dopo che aveva ricevuto una lettera anonima che mi consegnò. Ci eravamo visti altre due volte e mi aveva chiesto di diventare suo consulente ufficiale".

Eccola, dunque, la "prova regina" dell'inquinamento dei lavori della Commissione. Antonio "Fox" Volpe, già burattinaio nel gennaio scorso della "Grande Trappola" e autore dell'anonimo che, attraverso l'indicazione di Fabrizio Paoletti, aveva favorito l'entrata in scena di Igor Marini, non ha mai interrotto il proprio lavoro di "intossicazione". Adesso resta solo da chiarire il suo effettivo ruolo rispetto alla Commissione parlamentare.
Il depistatore aveva un incarico occulto di "consulente"? Che cosa sapeva di lui il presidente Enzo Trantino? E, infine, che rapporto c'era tra Volpe e Vito: di complicità? Per rispondere, basta rileggere le tappe del depistaggio, mentre il commissario dei Ds, Giovanni Kessler, ha già chiesto un'audizione del suo collega Vito, "in contatto palese con chi fabbricava dossier falsi...".

La prima mossa di "Fox" risale al 7 gennaio scorso, quando dalla e-mail della sua sedicente associazione umanitaria, "Caschi Bianchi", scrive in Thailandia a Giovanni Romanazzi e gli chiede carte per rimpolpare la "pista intossicata" del suo ex socio Marini. Pista che è già indicata nell'anonimo in arrivo alla Commissione 24 ore dopo. Volpe lo ha spedito a dicembre e ora si prepara a fornire a chi di dovere nuovi elementi.
Chi attende, allora, i preziosi suggerimenti del presidente dei "Caschi Bianchi"? In quei giorni il mistero resta ancora fitto, sino al 31 luglio: quando Vito lo accompagna da Trantino proprio con delle carte di Romanazzi, ma falsificate inserendo i soprannomi di Ranocchio (Dini) e Mortadella (Prodi). Il presidente sostiene adesso di averlo allontanato con sdegno.
Chi persevera nelle frequentazioni, invece, è proprio Vito che si fa sorprendere con Volpe il 4 settembre. Si sta preparando la "Seconda Trappola": il percorso sanmarinese dei 14 miliardi di Vitali. Il compito di Volpe, a questo punto, non ha più misteri: è lui l'inquinatore di Telekom Serbia.

Tutto da capire, invece, quello di "mister 100mila preferenze": che frequentava chi costruiva prove false e gli forniva addirittura denunce anonime da verificare. Ieri, il commissario tangentista ha offerto la sua ennesima versione: "È tutta una bufala. I pm mi hanno sentito subito dopo Volpe, il 5 settembre. L'anonimo parlava della Finbroker e di 25 miliardi di lire. Gli chiesi aiuto perché conosceva San Marino. Invece, non gli ho mai detto di fare il consulente e lo stesso Volpe lo ha smentito il 30 settembre con una lettera a Trantino. Quanto alla storia di Vitali, ci sono persino due inchieste: una a Forlì e una a Torino...".

L'istruttoria di Forlì sulla Finbroker era già stata acquisita un anno fa dalla Procura torinese: Vitali aveva denunciato la sparizione dei 14 miliardi affidati alla Finbroker gestita da Loris Bassini, che aveva replicato di aver versato tutto alla moglie del mediatore, Miriam Tedeschi (una circostanza confernata il 6 agosto, alla Commissione, dall'Ufficio Italiano Cambi, "senza alcun riferimento però a Telekom Serbia"). E dopo le due versioni di Volpe e Vito, nei giorni scorsi anche il pm torinese Tinti è andato a Forlì per nuove indagini.

Ieri sera, infine, l'ultimo colpo di scena. A Telelombardia, Carlo Taormina ha rivelato di aver appena ricevuto un altro plico da Volpe: "Lo darò, chiuso, alla Commissione". Un'ulteriore conferma delle intossicazioni di "Fox", sulle quali la verità potrebbe arrivare già martedì, quando i pm Maddalena e Tinti sentiranno nella nostra ambasciata di Bangkok Romanazzi, indagato da ieri per gli stessi reati contestati a Marini.

( 10 ottobre 2003 )



Lettera di Del Mese, direttore del Cesis,
al Comitato parlamentare di controllo sui Servizi


La denuncia del capo degli 007 "Fonti deviate usate ancora oggi"
 

Raccomandazione a Sisde e Sismi:
"massima prudenza" con questi informatori
di CARLO BONINI

ROMA -

Ancora oggi Sisde e Sismi hanno rapporti con professionisti della manipolazione che hanno dato prova di inquinare la vita pubblica. Lo scrive il segretario generale del Cesis, Emilio Del Mese, in una lettera trasmessa al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti che, non più tardi del 24 settembre scorso, lo aveva sollecitato a verificare se la nostra intelligence fosse ancora impicciata con manovali della disinformazione a uso politico, già indagati dall'autorità giudiziaria.

I "rapporti" dunque ci sono e si tratta - si legge nella lettera di Del Mese - di fonti "già entrate in contatto con l'area dell'intelligence, con la finalità di porre in essere attività devianti rispetto alle funzioni istituzionali dei Servizi". La presa d'atto è così nitida e asciutta nella sua formulazione che, aggiunge per iscritto lo stesso segretario generale del Cesis, la circostanza lo ha spinto a raccomandare ai direttori dei due servizi, Mario Mori (Sisde) e Niccolò Pollari (Sismi) di fare di questi "contatti deviati" un uso "estremamente prudente" e solo se le circostanze lo rendano "indispensabile".

Le rivelazioni delle inchieste di Repubblica sulla Grande Trappola di Telekom Serbia e le interferenze che nei lavori della commissione parlamentare hanno avuto "contatti deviati" di Sismi e Sisde trovano dunque una loro prima e documentata conferma dagli apparati della sicurezza. Ricorderete quali figure si muovono nell'operazione di intossicazione: Antonio Volpe, collaboratore del Sismi, manovratore di Igor Marini e consulente occulto della commissione Telekom (ora è lui stesso ad ammetterlo in un verbale alla Procura di Torino di cui si dà conto in queste pagine); Renato D'Andria, titolare di un'agenzia privata di disinformazione e fonte del Sisde evocata tra i 18 nomi spesi a San Macuto per delineare il canovaccio della calunnia che avrebbe colpito Prodi, Fassino e Dini; Francesco Pazienza, già direttore occulto del Sismi della P2, che, con il ricatto mosso attraverso Giulio Rocconi a Pio Maria Deiana, pianifica l'introduzione nei lavori della commissione Telekom di due dossier manipolati su Romano Prodi.

Bene, alla luce di quello che il Cesis ora comunica al Parlamento, nessuno di questi professionisti della disinformazione può più essere liquidato come una coincidenza o un inciampo. Perché oggi questi nomi, le loro biografie, i loro rapporti con l'intelligence, appaiono, al contrario, la conferma dell'esistenza di macchine cospirative (l'inchiesta di Repubblica ne ha individuate almeno due al lavoro nell'affare Telekom) all'opera per manipolare la vita politica del Paese e comunque disposte a mobilitarsi quando il committente lo richieda.

La lettera di Del Mese, del resto, non sembra prestarsi ad equivoci di formula o sintassi. E la sua raccomandazione ai vertici di Sisde e Sismi a un uso accorto nella gestione del rapporto con "contatti deviati", squaderna ora un secondo e importante capitolo dell'affare Telekom. Che può ben essere riassunto in una semplice domanda: perché gli apparati dell'intelligence che pure conoscevano perfettamente qualità e intenzioni dei loro "contatti deviati" non li hanno tempestivamente fermati?
E' una domanda la cui risposta sembra spaventare a morte il centro-destra. Al punto da sollecitare, nella Casa delle libertà, una chiamata a raccolta per impedire che gli interrogativi posti dalla Grande Trappola e ora confermati dalla comunicazione del Cesis trovino un qualche sbocco in una sede istituzionale come il Comitato parlamentare di controllo sui Servizi (convocato giovedì prossimo per l'audizione di Mori, direttore del Sisde).

Su tutte, si leva la voce di Fabrizio Cicchitto, vicecordinatore di Forza Italia, ma, quel che più conta membro del Comitato parlamentare di controllo dei servizi. Sfidando il suo passato che lo ha visto iscritto alle liste della loggia P2 e l'affettuoso ricordo che gli ha dedicato Licio Gelli in una recente intervista a Repubblica ("È uomo serio, persona affidabile") - circostanze entrambe che pure dovrebbero sollevare dubbi sulla sua compatibilità con il ruolo di controllore dei Servizi - Cicchitto batte il pugno sul tavolo. Grida che no, "il Comitato di controllo non può sentire il direttore del Sisde su circostanze che riguardano Telekom Serbia". Che "il Comitato di controllo non può trasformarsi in una supercommissione di inchiesta che indaga sulla commissione Telekom".

Un agitarsi, quello di Cicchitto, che l'interessato torce in chiave "politica" ("Le sinistre vogliono deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle domande che pone l'affare Telekom"). Ma che se ha un effetto è quello di radicare almeno in una parte del centro-sinistra una qualche consapevolezza della posta politica ora in gioco. Non più il destino (che appare irrimediabilmente segnato) della commissione Telekom Serbia. Quanto lo svelamento dei mandanti e dei protagonisti della costruzione di una calunnia. Il senatore dei ds e componente del Comitato di controllo sui Servizi Massimo Brutti, lo va ripetendo da qualche giorno: "Il Comitato deve accertare chi nel centro-destra, utilizzando le dichiarazioni di faccendieri e mascalzoni e i loro legami, ha montato una ripugnante calunnia. Ne va della dignità del Parlamento e della stessa credibilità dei Servizi e di tanti loro funzionari onesti".

( 10 ottobre 2003 )


 

I presidenti di Camera e Senato rispondono alla richiesta
delle opposizioni. "Condanniamo ogni strumentalizzazione"


Telekom, Pera e Casini all'Ulivo "Non possiamo intervenire"


 

ROMA -
"Non possiamo interferire nelle determinazioni adottate dalle commissioni", questo il succo di una lettera che i presidenti di Camera e Senato Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera hanno inviato ai capigruppo dell'opposizione riferendosi alla richiesta di intervenire sulla vicenda della Commissione d'inchiesta Telekom Serbia.

"Cari colleghi - scrivono i presidenti di Camera e Senato - rispondiamo alla vostra lettera del 30 settembre concernente l'attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'affare Telekom Serbia e, in particolare, alla richiesta di intervento da Voi rivolta ai Presidenti delle Camere".

"Tale richiesta - scrivono Pera e Casini - va evidentemente considerata alla luce del quadro costituzionale relativo alle Commissioni parlamentari d'inchiesta. Come abbiamo già rilevato in una lettera del luglio scorso indirizzata ai Presidenti delle Commissioni d'inchiesta, alla stregua dell'articolo 82 della Costituzione tali organi godono di peculiari forme di autonomia messe in rilievo anche dalla sentenza n. 231 del 1975 della Corte Costituzionale, la quale riconosce la legittimazione delle suddette Commissioni ad essere parte nei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato".

"In virtù di tale autonomia - osservano Pera e Casini - né le Camere che le hanno istituite, né i loro presidenti possono in alcun modo interferire nelle determinazioni adottate dalle Commissioni medesime. In questo contesto, non spetta ai Presidenti delle Camere esprimersi sui giudizi da voi formulati in ordine alla conduzione dell'inchiesta, che confidiamo possa condurre a un pieno accertamento dei fatti oggetto di esame, e in ordine all'operato della presidenza della Commissione, la quale peraltro ha correttamente promosso un opportuno chiarimento nell'ambito della Commissione stessa nella seduta dell'8 ottobre scorso".

"Questo non significa - concludono Pera e Casini - che i Presidenti delle Camere non condannino ogni tentativo, da qualunque parte posto in essere, di strumentalizzare l'attività delle Commissioni d'inchiesta. Al contrario riteniamo necessario che in queste Commissioni si mantenga un clima sereno, ancorché dialettico, richiamando nel contempo l'attenzione di tutti sulla necessità di distinguere l'attività istituzionale posta in essere da un organo parlamentare dalle finalità di parte eventualmente perseguite da esponenti delle diverse forze politiche".
( 15 ottobre 2003 )


Il complice di Marini interrogato in Thailandia dal procuratore Maddalena. "Impunità, lavoro e soldi in cambio dei documenti"


"Così Volpe costruì la trappola". Telekom, j'accuse di Romanazzi
dal nostro inviato ALBERTO CUSTODERO


BANGKOK -

Così Antonio Volpe ha costruito la "grande trappola" che ha trasformato la Commissione Telekom Serbia come cassa di risonanza per le false accuse di Igor Marini ai politici dell'Ulivo. Ecco come ha confezionato l'anonimo di San Macuto, ha recuperato i documenti necessari per supportare le bugie del Conte Igor, si è spacciato per uomo dei servizi segreti e "consulente" della commissione Telekom Serbia.

Antonio Romanazzi, 53 anni, intermediatore finanziario, al procuratore di Torino Marcello Maddalena che lo ha interrogato ieri a Bangkok negli uffici dell'ambasciata italiana, ha consegnato documenti e rivelato come Volpe gli promise soldi, lo ricattò, lo persuase anche con l'inganno per farsi consegnare un dossier che gli sarebbe servito per architettare la "grande trappola" .

L'intricata storia ha inizio il 7 gennaio di quest'anno con una telefonata. "Pronto - è il racconto di Romanazzi - ciao Gianni, sono Volpe. Ma che c'entri tu (e i tuoi amici), con la società Lanox? Sai, è sotto inchiesta per traffico d'armi e riciclaggio". L'anonimo che indicava nell'avvocato Fabrizio Paoletti il testimone delle tangenti serbe non era ancora giunto a destinazione che Volpe già indagava su un documento allegato a quella misteriosa missiva: un prospetto di pagamento con conti correnti di una certa società Lanox, sui cui conti avrebbero dovuto confluire le tangenti destinate a Ranoc (Dini) e Mortad (Prodi).

Ma come ha risposto Romanazzi a quella strana telefonata del 7 gennaio? "Antonio, cosa c'entriamo noi con la Lanok? Lui rispose, "lo hanno saputo, non ti pensare che i servizi parlano a vanvera'". Dal giorno di quella telefonata, Volpe ha frequentato Romanazzi e De Simone in modo assiduo, di nascosto, "con modalità da servizi segreti".

"Il primo incontro - ha raccontato da Bangkok l'intermediario finanziario - lo abbiamo avuto qualche giorno dopo". Era il 10 gennaio, il giorno della pubblicazione su "il Giornale" del primo articolo sull'anonimo giunto alla commissione, 4 giorni prima dell'interrogatorio di Paoletti. "Appuntamento Volpe, De Simone e io, come nei film, a Cinecittà Due, batterie dei cellulari staccate, le schiene appoggiate uno all'altro come insegnano le tecniche antipedinamento. Volpe ci tranquillizzò. Poi mi stupì spiegandomi, per la prima volta, che Paoletti, nostro amico comune, sarebbe stato interrogato perché coinvolto nelle tangenti Telekom Serbia".

Gli incontri sono proseguiti per un mese, una volta alla settimana. "Un giorno Volpe mi disse, tutto gongolante, che gli avevano promesso un posto come consulente della commissione. Quindi aggiunse: 'Gianni, so che hai altri documenti sull'operazione dei pay order dello Ior, quella di cui parla la lettera anonima. Dammene un elenco". Rassicurava, Volpe, blandiva, prometteva, ma ricattava, minacciava, ingannava: aveva messo gli occhi sul dossier di Romanazzi e lo voleva a ogni costo. Gli servivano per costruire la "grande trappola", per rendere credibili le accuse di Marini contro Prodi, Fassino e Dini.

Iniziò allora una lunga, estenuante trattativa. "Volpe fece a me e ai miei amici proposte davvero allettanti: arrivò a prometterci impunità, lavoro e soldi, purché gli mollassi quei documenti. All'improvviso spuntò dal nulla uno strano personaggio, un certo Tiziano, che spacciandosi per un informatore dei carabinieri ci offrì 300 mila euro per quelle carte. Volpe, che informavo regolarmente, mi suggerì: 'accetta, poi, al momento dello scambio, noi prendiamo il dossier, e tu ti prendi i soldi'".

Tiziano svanì da dove è venuto, nel nulla. Ma Volpe non demordeva. Fu a marzo che apostrofò Romanazzi: "Gianni, dammi quel dossier, serve alla commissione Telekom Serbia". Volpe, racconta ancora Romanazzi, "iniziò a premere sull'acceleratore, a mettermi sotto pressione, a spaventarmi". "Un giorno convocò me e De Simone alla stazione ferroviaria di Pomezia: 'là è sicuro, venite, è urgente?'. Lo raggiunsi, 'è successa una cosa grave', mi disse, si finse preoccupato per il mio bene, e mi mostrò l'Sms che aveva ricevuto, a suo dire, da un certo Mario dei servizi". Mentre mi mostrava il messaggio ("Antonio, cerca di fare cambiare idea a Gianni e Maurizio"), mi spiegò che "la commissione aveva cambiato rotta, che voleva interrogarci, così avrebbe avuto il dossier gratis, che in caso contrario avremmo rischiato l'arresto che lui, fino a quel momento, era riuscito a scongiurare".

Conclusa la diplomazia, tuttavia, iniziarono le minacce. "Il giorno dopo quel colloquio - dice ancora Romanazzi - mi trovai le ruote dell'auto forate, poi un foglio sul parabrezza con il disegno di un gatto nero impiccato, quindi mi affiancò una moto rossa con due tipi in sella che mi hanno fatto il gesto di spararmi con la pistola. Quando informai Volpe, commentò: "la Commissione si sta accanendo contro di te. Mi sa tanto che dobbiate consegnare quei documenti. Gianni, organizziamoci: trovo i soldi per fare andare via te e i tuoi amici in Thailandia, e tu lascia le carte a uno di tua fiducia. Fossi in te mi rivolgerei a monsignor Costantino Loke". Marini, nel frattempo, era stato ascoltato dalla commissione.

La "grande trappola" era scattata. Servivano urgentemente documenti sui quali appoggiare le menzogne del Conte Igor. Romanazzi (siamo arrivati a luglio) alla fine ha ceduto. Si è recato da padre Costantino al quale ha lasciato, durante una confessione, il famoso dossier. Quindi, è partito per Bangkok da dove, a metà luglio, ha autorizzato Volpe a ritirarli, ma solo dopo aver firmato una ricevuta. Quei documenti, il 31 luglio, sono stati finalmente consegnati alla commissione Telekom Serbia, da Volpe in persona, accompagnato da uno dei commissari, Alfredo Vito.

( 15 ottobre 2003 )


 

Le sciocchezze dell' "epistemologo" Pera che mostra quanto sia distante la sua persona dall'Università:


Marcello Pera sollecita l'autonomia degli istituti di ricerca
"In Italia un sistema rassicurante, mortifica la competitività"

"Università, serve la riforma: basta con lo Stato-mamma"

 

ROMA -
Nel campo dell'università e della ricerca bisogna superare la concezione "protettiva e materna" dello Stato, che mortifica la competitività. Così il presidente del Senato, Marcello Pera, questa mattina a Roma, nell'intervento d'apertura di un convegno dal titolo Competitività e innovazione, promosso da "Il circolo giovani", associazione che fa capo al senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri. Indispensabile, secondo Pera, la riforma dell'università e degli istituti di ricerca, in Italia ed in Europa, affinché "l'istruzione superiore sia adeguata alla nuova figura del produttore di ricerca".

Il problema dell'Italia, ha spiegato Pera, è "un'abitudine culturale, per la quale l'istruzione è un diritto dei cittadini e un dovere dello Stato. La ragione, è che l'istruzione vuol dire anche cittadinanza. Ma questa concezione pedagogica, protettiva e materna dello Stato - ha proseguito il presidente del Senato - ora riguarda non solo l'istruzione elementare e media, ma anche quella superiore e universitaria. Da qui vengono le resistenze a che l'università non sia competitiva". Secondo il presidente del Senato, è proprio questa "impostazione rassicurante" che dev'essere modificata, per non perdere "la sfida dell'innovazione".

Una riforma universitaria e della ricerca resa ancora più necessaria, secondo Pera, dalla "rivoluzione digitale", che pone sfide nuove al sistema dell'istruzione. La nuova figura del ricercatore, ha detto il presidente del Senato, deve vantare creatività "come un poeta", ma anche di doti affini all'imprenditore "che assemblea uomini e mezzi per l'utilizzo delle nuove tecnologie". Una sfida "per tutti i Paesi occidentali, perché sappiamo che se non si investe in innovazione e tecnologia non, teniamo il passo con la produzione e la ricchezza". Bisogna dunque "insistere sulla strada di consentire all'università quella autonomia che genera competizione", con "maggiore flessibilità e responsabilità" nel gestire le risorse e rispondere gli investimenti.

A questo scopo, ha insistito Pera, bisogna superare resistenze "di carattere culturale", quell'abitudine a pensare che "l'istruzione sia un diritto del cittadino e un dovere dello Stato". Concezione "assai pedagogica e protettiva che è andata espandendosi fino a toccare l'istruzione universitaria": di qui le resistenze ad estendere l'autonomia universitaria o al pagamento di tasse elevate". "Se non modifichiamo questa impostazione- ha concluso Pera - questa sfida sul nuovo modo di produrre ricchezza potrebbe essere perduta".

( 16 ottobre 2003 )


 

La fascia rossa dell'Unità del 04.10.2003

Giuliano Ferrara risponde a un titolo de l'Unità che definiva "strana" la sua partecipazione a un vertice di governo: «Se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo».


07.10.2003


Bondi spalleggia Ferrara e attacca l'Unità. «Semina odio, ci saranno lutti...»

di red



 La polemica era iniziata senza preavviso. L’altro giorno sul Foglio era apparso un articolo di Giuliano Ferrara – a mo’ di editoriale – dove fra l’altro era scritto così: «Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo». Tutto prendeva spunto da un altro articolo, apparso il 3 ottobre sul quotidiano diretto da Furio Colombo, nel quale si dava conto di uno «strano» vertice a Palazzo Grazioli, dove assieme al premier, a Fini e a Frattini, c‘era anche Giuliano Ferrara. Quell’articolo è bastato all’elefantino (il loco con cui il direttore usa firmare i suoi corsivi) per pubblicare l’editoriale dai toni così esasperati. La controreplica, stamane sul giornale, del direttore de l’Unità. Che nel suo “fogliettone” - (29490) “uno strano clima di vigilia”, in conclusione scrive così: «Perché si moltiplica questo tipo di accusa solenne e inventata, drammatica e finta, motivata dall’intento di marchiare il dissenso? Si vede che, per qualche ragione, adesso hanno fretta. Che stia per accadere qualcosa?».

Polemica finita? Neanche per sogno. Sandro Bondi, quello che ha provato a tirare dentro Ciampi nell’affaire – inventato – di Telekom Serbia – sbugiardato dai suoi stessi colleghi di maggioranza – stamane se n’è uscito così: «Bisogna leggere ogni giorno l'Unità per capire l'odio, la calunnia, l'aggressione personale, la menzogna che diffonde nella società civile la sinistra italiana». Il coordinatore di Forza Italia, aggiunge e rilancia l’avvertimento: «Sembra inutile intimare al direttore dell'Unità, Furio Colombo, uno che gioca a fare il comunista senza avere neppure l'idea della tragicità del comunismo, di mettere fine ad una campagna di odio che finirà prima o poi per provocare, come sempre accaduto nella storia del nostro Paese, lutti e violenze».

Ancor più grave l’accostamento suggerito da Bondi e da Cicchitto, il suo braccio destro, tra opposizione e terrorismo in una dichiarazione del pomeriggio. «Le Brigate Rosse si fanno sentire con un comunicato che cavalca la radicalizzazione dello scontro politico in atto nel Paese - commentano le dichiarazioni lette dagli irriducibili nel processo per la strage di Prati di Papa - È paradossale, ma meritevole di riflessione che siano proprio le Br a parlare favorevolmente dell'iniziativa giudiziaria contro il Governo. La sortita dei brigatisti è una conferma della nostra denuncia dell'irresponsabilità di chi fa una campagna di odio e di delegittimazione politica e morale».

Tra gli attacchi contro l’«Unità» è da registrare anche quello di Francesco Giro, dirigente nazionale di “Forza Italia”. «Se gli onorevoli Chiti, Giulietti e Folena alzano le barricate a difesa dell'«Unità» e del suo direttore Furio Colombo vuol dire che Bondi coglie nel segno quando denuncia pubblicamente la campagna di odio promossa dal quotidiano dei Ds. Sono settimane che Furio Colombo sembra voler dismettere gli abiti del direttore per indossare quelli del cattivo maestro, con attacchi personali di straordinaria violenza contro chi non la pensa come lui. Ciò dovrebbe allarmare il maggiore partito della sinistra. Non vorremmo dover assistere ancora una volta alla gara tardiva ed ipocrita delle reciproche recriminazioni, quando i danni provocati sono ormai lì a testimoniare il disastro».



07.10.2003


Uno strano clima di vigilia
di Furio Colombo

Il giorno 3 ottobre l'Unità ha appreso con meraviglia da una agenzia Ansa che a Palazzo Grazioli - residenza privata da cui Berlusconi governa l’Italia - era in corso un vertice: il presidente del Consiglio, il vicepresidente del Consiglio, il ministro degli Esteri. Dunque un super vertice. Con essi, per ragioni tuttora mai spiegate, era presente il direttore del quotidiano Il Foglio, Giuliano Ferrara.
Non risulta che nei normali Paesi democratici vi siano vertici, non annunciati e non spiegati, (e dunque misteriosi) fra i vertici di uno Stato e il direttore di un giornale.
L’Unità ha dato l'annuncio dello strano evento esattamente con le parole che troviamo naturale usare adesso: strano evento. Il direttore de Il Foglio, insolito e improprio (strano) partecipante del Summit di governo, ha denunciato il nostro ovvio titolo giornalistico (ovvio cioè inevitabile perché descrittivo di una azione insolita, tipo «strano, è uscito lasciando accesa la luce»), con queste parole: «Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. (...) Perciò se un disgraziato comunista combattente mi dovesse un giorno ammazzare, ricordate che non è «strano», è solo normale, normale come quel tizio che al semaforo mi ha detto con aria truce “ma non sei ancora morto?». Dunque una notizia insolita (strana) è stata seguita da una reazione parossistica e (usiamo di nuovo un termine descrittivo, da intendersi in senso letterale) squilibrata. Perché?
Silvio Berlusconi ci ha insegnato che le scenate non sono mai scatti di nervi o guizzi di anfetamine. Nella strana vita del più strano Presidente del Consiglio del mondo, tutto ha un senso secondo un calcolo. Si dice spesso (e di questo l’interessato non si adombra) che Giuliano Ferrara sia il mentore, consigliere e guida ascoltata del presidente del Consiglio.
Infatti anche il suo giornale segue questo schema. Ha inventato il mobbing giornalistico. «Mobbing» è il teppismo d’ufficio o d’azienda. Chi può, o per autorità o perché ne ha i mezzi, o perché dispone di una gang, tormenta una persona per indurla ad andarsene.Il Foglio, sia pure ripagato da scarsa attenzione e rare risposte da l'Unità, ha iniziato subito un mobbing costante basato sulla tecnica dell’insulto sistematico, finto spiritoso e profondamente volgare verso l’Unità e il suo direttore. Ora al mobbing si aggiunge la tranquilla calunnia. La trovata è più nazista che fascista. Suggerisco (almeno ai nostri avversari non privi di interessi letterari) una scorsa dei seguenti testi che narrano la Germania negli anni 1930-1933:
I proscritti, di Ernst von Salomon, Baldini&Castoldi, 1997:
«La tecnica seguita era questa. Un nostro delitto non veniva mai rivendicato. Ma facevamo in modo che essi ne fossero accusati e che la gente li credesse colpevoli».
Senza ritorno di Kresman Taylor, Rizzoli 2003:
«Noi non esistevamo più. La stampa aveva abolito ogni notizia di noi. Tranne quando decidevano una esecuzione. Allora noi eravamo i colpevoli».
Il nemico tedesco di Sebastian Hensen, Garzanti 2003:
«Il potere si esercitava decidendo in anticipo chi è innocente e chi è colpevole di certi delitti odiosi. Da queste sentenze non c’era scampo».
Il metodo richiede una finta scanzonatura goliardica e un disprezzo sincero. Richiede anche mezzi. Non importa che il tormentone piaccia e faccia vendere un giornale, che comunque non campa di vendite. Si fa perché si può e perché, debitamente intimiditi, tutti gli altri che hanno a che fare con il giornalismo, si diano una regolata e stiano alla larga da certi argomenti. Governare con rabbia, protervia e volgarità è un tratto strano di questo governo che, infatti, nel tempo libero, si dedica alle calunnie di Telekom Serbia. L’idea guida sembra essere: noi facciamo quel che vogliamo, inventiamo insulti, facciamo «mobbing» come ci pare. Se non ti inchini, se non stai zitto, se non ti sottometti al mobbing, tu sei il terrorista. O un mandante di terrorismo. Strano che la frase di Ferrara suoni identica a quella di Bondi, a quella di Cicchitto, a un pensierino di Ombretta Colli («Fra girotondi e terrorismo il passo è breve») data la nota differenza tra Ferrara e le persone citate. Strano che decidano tutti insieme (la lista delle citazioni sarebbe lunghissima) di fare uso di una accusa che neppure il vicepresidente americano Cheney, sospettato di arricchirsi personalmente sulle sciagure dell’Iraq, ha mai pensato di lanciare contro i suoi avversari, pur in piena stagione di lotta al terrorismo.
Ma forse siamo stati superficiali a usare soltanto la parola «strano» per un vertice di governo pubblico e privato, annunciato e segreto, un misto di politica, responsabilità pubblica e potere mediatico. E questo spiegherebbe il tipo di reazione. In un Paese come questo, con un governo come questo e ispiratori morali come questi, non si può che restare col fiato sospeso e il cuore in gola. Sia detto senza alcuna ironia. Bisognerebbe essere ciechi per non sapere che questi fanno sul serio.
Dichiarare assassino qualcuno che ti dà torto non è una cosa da poco. Significa dichiararsi in grave e imminente pericolo e indicare il colpevole. Perché lo fai, in un mondo in cui sappiamo tutti di vivere in pericolo? Per indurre qualcuno al silenzio. Come abbiamo visto, è già accaduto altre volte. Perché si moltiplica questo tipo di accusa solenne e inventata, drammatica e finta, motivata dall’intento di marchiare il dissenso? Si vede che, per qualche ragione, adesso hanno fretta. Che stia per accadere qualcosa?


 

Da l'Unità del 10.10.2003


Strano ma vero
di Antonio Padellaro



 La prima volta che Giuliano Ferrara ha scritto che noi lo volevamo morto, sarebbe bastato mandargli una gigantesca torta, l’unico attentato alla sua persona da cui dovrebbe guardarsi. E chiuderla lì. Uno sberleffo (o una carineria) che il giorno dopo, davanti alle infamie dell’accoppiata Bondi-Cicchitto, sarebbe, tuttavia, apparso un grave errore di sottovalutazione. Con qualcosa di ambiguo. Infatti, una storia di piccoli uomini che giocano con tragedie grandi è difficile da raccontare.

Poiché parlare solo di certi personaggi, immiserirsi nelle loro ansie di protagonismo, addentrarsi nelle umide solidarietà di clan a buon rendere, significa cacciarsi ancora di più nel trappolone un po’ psicopatico del: vedete che siete voi i mandanti linguistici(cosa vorrà dire poi?) del mio possibile assassinio? Siccome però il terrorismo sopravvive,e di morti ne continua a fare senza che si cavi un ragno (e un brigatista) dal buco, come si fa a non sentirsi inquieti davanti all’evocazione ossessiva e luttuosa di sangue e cadaveri prossimi venturi? Turpi e oscuri sacerdoti della stella a cinque punte che agirebbero eccitati nientemeno che dall’uso, nel corpo di un articolo, della tremenda e immonda parola: strano.
Potevamo risolvere tutto con una torta e saremmo finalmente ritornati, figlioli prodighi, nella grande famiglia della informazione unica dove tutti si vogliono bene e dove cane non morde cane. Chissà le feste: uccidete il vitello grasso (nessuna allusione, per carità) che quei matti dell’Unità sono di nuovo tra noi.

Viviamo nel paese delle confraternite e dell’inciucio. Si litiga sul proscenio e ci si abbraccia dietro le quinte. Fateci caso, adesso i salotti televisivi spengono le luci subito dopo la parola fine. Prima le immagini sfumavano lentamente, però si vedevano giornalisti e politici che un attimo prima se l’erano suonate di santa ragione, un attimo dopo conversare amabilmente e scambiarsi pacche. Niente di male, per carità, ma il fatto è che i telespettatori si sentivano presi in giro. E noi i nostri lettori non li pigliamo in giro.

A quelli che adesso ci accusano di «spacciare l’astio per pensiero critico» e di «petulanza ideologica» (Francesco Merlo su Repubblica), ai frequentatori del cerchiobottismo sbilenco (un dolce buffetto a Ferrara e un bel calcione a Tabucchi), alle damine sempre intente a sfogliare il bon ton, vorremmo chiedere cos’è che li turba tanto.

La fama di un grande romanziere che a loro non sorride? L’articolo su Le Monde che a loro non viene chiesto di scrivere? Il coraggio di battersi per un principio, giusto o sbagliato, che loro non possiedono? Il regime ha fatto anche questo. Ha scavato un fossato tra giornalisti della stessa generazione, che un tempo sono stati amici e hanno condiviso molti pensieri. E che adesso si sparano addosso proiettili di carta.

Poi c’è il culto della divinità. I fedeli prostrati davanti al nume del «Foglio». Il venite adoremus. Davanti al cinguettio del direttore del «Riformista», al caro Giuliano qua e al caro Giuliano la che la comare di Windsor alterna agli insulti contro chi dirige questo giornale, viene persino voglia di rivalutare Bondi e Cicchitto: manganellatori sì, ma che almeno agiscono a viso aperto.

Anche Gad Lerner lancia il suo grido accorato («Giù le mani dal mio amico Giuliano»), atto devoto a cui, ammette con onestà, non sono estranei «l’amicizia e i buoni guadagni televisivi». Una venerazione davvero strana, sì strana (chiamate la Digos) questa per il dio Ferrara. Qui c’è molto di più che la semplice ammirazione per il talento del giornalista, per la sagacia del consigliere politico che non esitiamo a sottoscrivere. Che cosa? Il fatto che lui diriga il traffico all’incrocio tra un piccolo e acuminato quotidiano (Il Foglio) e una piccola e autorevole emittente (La 7); e che da lì molti devono passare e pagare pedaggio? O la lunga approfondita conoscenza degli uomini e delle loro debolezze, da parte di chi ha vissuto tre intense vite: nel comunismo, nel craxismo, nel berlusconismo? Oppure l’essere stato un agente della Cia, quella improvvisa e non richiesta confessione che avrà fatto rabbrividire tutti quelli che invece hanno qualcosa di serio da nascondere, e lo nascondono? Naturalmente non è tutto qui, non è solo un’ordinaria storia di giornali in competizione e di giornalisti che non si sopportano. C’è una sequenza che va ricostruita pezzo dopo pezzo.

L’Unità riporta una notizia d’agenzia e definisce «strana» la presenza anche del giornalista Ferrara a un vertice di ministri in casa Berlusconi.

Ferrara scrive: se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo. Subito, Bondi e Cicchitto collegano i timori di un ritorno del terrorismo che uccide alla linea politica dell’Unità.

Su Le Monde, Tabucchi si difende dall’accusa di essere un mandante «linguistico» di un omicidio.

Sul Corriere della sera, Aldo Grasso scrive che Tabucchi col «cuore traboccante d’ira non misura le parole, ed è proprio in quell’istante che la parola diventa acuminata e contundente, si fa arma impropria». Ricordate questa definizione: arma impropria.

Polito, Merlo e Lerner intervengono a difesa di Ferrara, come se la sua vita fosse messa in pericolo dagli articoli su l’Unità e Le Monde di Tabucchi, mandante linguistico.

Nel marzo del 2002 l’allora segretario della Cgil Sergio Cofferati fu indicato come mandante morale dell’assassinio del professor Marco Biagi, la vittima di due killer di cui tuttora nulla si sa. Biagi è appena morto e immediatamente parte la «campagna di odio». Le stesse persone che con un gesto indimenticabile di volgarità e cinismo avevano definito «una lite interna alla sinistra» il delitto D’Antona, indicano come responsabili del delitto Biagi, nell’ordine: le famiglie che qualche settimana prima affollavano il Palavobis, la decisione dei sindacati di non cedere sull’articolo 18 ( libertà di licenziamento dei lavoratori), tutti coloro che scrivono senza accodarsi o semplicemente partecipano a eventi di opposizione contro il governo. Per difendersi dalle calunnie che gli vennero scagliate addosso, Cofferati dovette rivolgersi alla magistratura. Più di un anno dopo la Procura di Bologna definisce completamente infondate le accuse al leader sindacale. Ma senza che i calunniatori paghino per il loro odioso reato. Adesso ci riprovano. L’obiettivo è l’Unità. Aspettando il prossimo morto.


 

  Da l'Unità del 10.10.2003


Delitti/1 - La strategia del ragno
di Antonio Tabucchi



Giuliano Ferrara ha indicato Furio Colombo e Antonio Tabucchi quali «mandanti linguistici» di un possibile omicidio di Giuliano Ferrara. Lo ha proclamato con tale convinzione in quest’Italia dominata dal marito della sua datrice di lavoro (al 38%) che pare già cosa fatta. La tecnica ricorda le denunce di certi «pentiti». Solo che Ferrara si è «pentito» in anticipo, denunciando un delitto che non c’è. Ma la realtà, si sa, per i mitomani è un fatto trascurabile. Ovviamente mancano anche le prove concrete e oggettive alla mia cosiddetta «istigazione». E infatti Ferrara specifica astutamente che il nostro è «un invito a uccidere senza rilevanza penale». E insiste: «ma di decisiva importanza linguistica». E come potrebbe trovare nei miei confronti «rilevanze penali», visto che lui stesso si è autodenunciato quale spia di un servizio segreto straniero operante in Italia, la Cia, vantandosi spavaldamente di avere intascato molti soldi?
Perché lo fece non lo so. Posso fare un’ipotesi: la Cia ha recentemente aperto molti archivi, e il Ferrara, sapendo che il suo nome figurava in quegli archivi, ha giocato d’anticipo sull’eventuale storico che vi potesse ficcare il naso, facendo così apparire come «bravata» qualcosa che avrebbe potuto inguaiarlo (se l’ipotesi è esatta è auspicabile la ricerca in loco di uno storico curioso).
Quando Ferrara sbandierò la sua autodenuncia (era prima dell’estate) in Italia non reagì nessuno, neppure l’ordine dei giornalisti. Ma come lui stesso dichiara, cominciando il suo articolo dove mi muove la sua accusa infamante, «l’Italia non è un Paese normale». Bravo Ferrara, dieci babà, come diceva Renzo Arbore. Io osai stupirmi su «l’Unità». Anche perché la Cia, come sappiamo, non paga profumatamente per avere informazioni turistiche, e il nostro Paese è segnato da una serie di tragiche vicende recenti (terrorismi, bombe, omicidi, stragi). E su queste vicende misteriose la «Commissione Parlamentare Stragi», da anni al lavoro, ha prodotto migliaia di pagine (in parte anche pubblicate) dalle quali risulta che in questi tragici fatti c’è lo zampino di vari servizi segreti stranieri, fra cui la Cia, in combutta con i servizi italiani «deviati» (per la cronaca: alcuni di quei personaggi riaffiorano curiosamente oggi, legati alla Commissione Telekom Serbia).
Ferrara, nell’articolo del «Foglio» in cui mi infama, si definisce «la persona più trasparente del mondo». O meglio, dice, io offrirei «della persona più trasparente del mondo la versione onirica di un mestatore che lavora nell’ombra». Non ho mai definito Ferrara un «mestatore». E neppure un «prezzolato». Forse un tizio che lavora in segreto per dei servizi segreti stranieri che operano nel suo paese è un missionario? Allora chiamiamolo così. E a questo punto mi piacerebbe sapere se il missionario i soldi della Cia li riceveva non nell’ombra, ma alla luce del sole, come l’onesto stipendio di un padre di famiglia che a fine anno compila il suo modello 740 per il fisco.
Nell’indicarmi quale «mandante linguistico», Ferrara usa un’espressione popolaresca, oscura ma non per questo meno inquietante: invita qualcuno «a metterci una pezza». Espressione che tradotta in un italiano meno volgare significa «prendere provvedimenti». In tempo. Perché tutta questa storia è giocata sul tempo. Su un fatto «preventivo». Io sarei infatti il mandante di un assassinio «preventivo». E Ferrara invita qualcuno a metterci preventivamente «una pezza». Si tratta di una fatwa obliqua basata sulla logica della favola del lupo e l’agnello, dove il lupo considera l’agnello responsabile di intorbidare l’acqua del fiume alla quale si abbevera alcuni metri dopo che l’acqua è già passata dalle fauci del lupo. La «preventività» di Ferrara, come si può capire, non costituisce per me motivo di eccessiva allegria in un paese dove la manovalanza terroristica, la mafia e i servizi segreti «deviati» sono cose all’ordine del giorno. E poi, questa «persona più trasparente del mondo» avrà pure conservato delle amicizie nella Cia per la quale lavorava. Magari per salvare la Repubblica. Non si può mai dire. Ma sono già successe cose così inquietanti in Italia «per salvare la Repubblica».

 

* * *
Questo Ferrara, «l’uomo più trasparente del mondo» è talmente «preventivo» che sul «Foglio» di ieri mattina pubblica con anticipo il mio articolo che esce su «Le Monde» nello stesso giorno, ma alle due del pomeriggio («Le Monde» è un giornale pomeridiano). La tecnica è la stessa con cui si autodenunciò di essere una spia della Cia. Il mio è un articolo in cui ritengo utile spiegare ai lettori francesi il clima di pesante intimidazione in cui vive in Italia chi osa dissentire dal Cav. Berlusconi, dai suoi giornali e dai suoi collaboratori. E anche dai dipendenti della sua consorte, seppure dipendenti al 38%. Tanto perché l’Europa se ne faccia un’idea. E per far sapere che «profilatticamente» ho sporto denuncia per diffamazione contro Ferrara. Per quanto possa valere una denuncia per uno come Ferrara, dietro al quale c’è il 38% della signora Berlusconi per il cui marito la magistratura italiana è «un cancro che deve essere estirpato» (Ferrara è già stato condannato da un tribunale italiano per una mia precedente denuncia per diffamazione). L’articolo del «Foglio» è ovviamente rubato, perché non reca il copyright del giornale francese. La traduzione dal francese è dello stesso Ferrara (neanche male, bravo Ferrara) ed è seguita da un suo commento. Si noti che il mio articolo è stato dettato per telefono (l’Italia è proprio un Paese in cui si sta sicuri). Suppongo che «Le Monde» chiederà i danni per questa iniziativa giornalistica tra le più trasparenti del mondo. E suppongo anche che il 38% della datrice di lavoro del dottor Ferrara, la signora Lario Berlusconi, possa risarcire gli eventuali danni. Ma questo non mi riguarda.

* * *
Ritorniamo piuttosto alla «cronaca di una morte annunciata» e restiamo nelle ipotesi. Cioè nel «preventivo» che piace tanto a Ferrara.
La prima ipotesi è che egli sia gravemente malato: il medico gli ha fatto una radiografia rendendolo più trasparente del solito, e gli ha dato pochi mesi di vita. E lui ha pensato di non andarsene senza almeno lasciare un buon ricordo di sé (ci sono persone così: dispettose). In un Paese con una malasanità come l’Italia qualcuno che certifichi che all’origine di un sarcoma o di uno scoppio delle arterie c’era un fattore psicosomatico causato dal turbamento che le parole di Antonio Tabucchi hanno provocato in un giovane spensierato e tenero come Ferrara si trova facilmente: i fattori «linguistici» scatenanti di una malattia terminale sono «documentati» in quattro e quattr’otto. Ma c’è un racconto di Borges che può venirci in soccorso per un’altra ipotesi. Si intitola «Tema del traditore e dell’eroe», da cui Bertolucci trasse un bellissimo film, «La strategia del ragno». Il racconto di Borges è la storia di un nazionalista irlandese che ha tradito i propri compagni dell’organizzazione terroristica dell’Ira. Ma sia nel racconto che nel film il traditore, ormai scoperto, deve essere ucciso da coloro che ha tradito. Ed ecco la grande trovata del traditore: egli va incontro al suo destino, ma non prima di aver fatto ricadere la colpa, per una forma di riscatto finale, sui suoi avversari. Così i suoi compagni traditi ne ricaveranno un grande vantaggio politico. Perché gli avversari devono sempre e comunque apparire come assassini.
Sia come sia, la vita di Ferrara mi sta a cuore, come è comprensibile, perché una sua eventuale scomparsa, sotto qualsiasi forma, significherebbe per me andare in giro meno tranquillo, in questo Paese dove già non si va in giro molto tranquilli. Lunga vita a Ferrara, dunque. Vita sua, vita mea. A volte per certe circostanze della vita è più ragionevole seguire il pensiero buonista. Tutti zitti e buoni. E tutti giù per terra. Secondo me, Ferrara ha però equivocato in virtù del potere che possiede in Italia. Perché l’opera omnia del suo alto pensiero finora consiste in qualche ora di video dei suoi programmi televisivi, con la sua voce roboante che intimidisce i suoi già timidi ospiti. Vediamo di far conoscere la sua «filosofia» in giro per il mondo.
Per non dire «chi vivrà vedrà» - che ormai, nell’Italia di Ferrara e Berlusconi, può sembrare una minaccia - diciamo «vedrà chi vivrà».


 

Ladri di Biciclette
di Antonio Tabucchi



Cari Lettori, tempi duri per i dissidenti. In Italia si amano molto quelli esteri. Per quelli interni, invece, la stampa italiana usa argomenti assai convincenti per indurli a essere «ragionevoli». Rivolto al convincimento è ad esempio l’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio del 6 ottobre scorso: «Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo in concorso tra di loro». Avrete notato l’aggettivo «linguistico», piuttosto singolare. Ma che rivolto a un direttore di giornale e a uno scrittore, cioè a chi usa la parola, suona sinistro. E il messaggio risulta chiaro: nel dichiarare di trovarsi in grave e imminente pericolo di vita, e indicando me e Colombo come colpevoli, Ferrara persegue lo scopo di indurre al silenzio chi ha espresso e continua a esprimere giudizi negativi nei suoi confronti.
Gli estremi della minaccia diretta a me si rinvengono in particolare nel secondo paragrafo dell’articolo, laddove Ferrara si rivolge a sconosciuti interlocutori affinché ricordino che il sottoscritto è uno dei mandanti del suo probabile omicidio, e per «metterci una pezza». Che in buon italiano vuol dire trovare un rimedio o una soluzione. E i Lettori capiranno che in un paese come l’Italia, dove la malavita non manca, i giudici saltano per aria, la magistratura è definita «un cancro che deve essere estirpato» e i terroristi mettono a tacere i «rompicoglioni», la pezza che il Ferrara addita non si sa a chi, non fa molto piacere. Cominciano a fischiare le orecchie.
Mi è parso così il caso (visto inoltre che, esclusi l’Unità e il Manifesto, anche certi giornali italiani non ancora di Berlusconi gradiscono, come vedremo, che Ferrara mi indichi quale «mandante linguistico») di far conoscere questa storiella all’estero. Mi sono rivolto a Le Monde, quotidiano francese che da certi giornalisti italiani non è stimato come il Foglio, ma che si spera migliorerà. Su Le Monde scrivo ogni tanto come su El Paìs o il Frankfurter Allgemein Zeitung, e ciò in Italia dà fastidio perché si vorrebbe, come sappiamo, che tutto restasse fra noi. Ma ora succede una cosa interessante. Cari Lettori, fate attenzione. La sera del mercoledì 8 ottobre detto per telefono il mio articolo per Le Monde. Che lo pubblica il giorno dopo, giovedì 9 ottobre alle 2 del pomeriggio (Le Monde è un giornale pomeridiano). Ma quello stesso giorno, 9 ottobre, l’articolo appare anche sul Foglio di Ferrara, tradotto dallo stesso Ferrara. Come lo abbia intercettato è un problemino che lascio alla vostra considerazione. Ma Ferrara, con il passato che ha, di informatori se ne intende. Quello che invece è sorprendente, è che quello stesso giorno (9 ottobre) sul Corriere della Sera appare un articolo in prima pagina di Aldo Grasso, che di solito, per mestiere, tiene una rubrica di critica televisiva, e che prende la penna per redarguirmi severamente. «L’articolo di Antonio Tabucchi che appare oggi su Le Monde non gli fa certo onore. È solo uno scomposto attacco contro Giuliano Ferrara, un fiume di rancorosi epiteti, una descrizione paranoica dell’Italia: non ce la passiamo tanto bene, ma non siamo ancora allo stato libero di Bananas» (A. Grasso, «Il fiume dell’ira», Corriere della Sera, 9 ottobre 2003).
Secondo me Grasso se la passa benissimo, ma questa è un’opinione personale. E può pure darsi che l’Italia non sia lo Stato di Bananas. Ma mi piacerebbe sapere come Grasso è riuscito a confezionare il suo ananasso giornalistico rimproverandomi su un mio articolo francese che uscirà il giorno dopo. Perché, come Ferrara, anche il Grasso (scusate il bisticcio involontario) per far uscire il suo articolo il 9 ottobre lo ha scritto la sera prima, cioè l’8 ottobre. Ma questo il giornalista lo spiegherà eventualmente, se sarà chiamato quale testimone, alla magistratura francese cui Le Monde ha denunciato Ferrara per furto e violazione delle regole giornalistiche europee. Forse che anche a via Solferino c’è una sfera di cristallo come al Foglio? E allora si deve dar ragione a Francesco Merlo che su Repubblica, dove è appena arrivato dal Corriere, il giovedì 10 ottobre, prendendo di petto la questione tra Ferrara e me (per la verità più me che Ferrara, che è difficile a prendersi di petto) in un suo pezzo di colore dove si capisce che l’onore di Ferrara gli sta proprio a cuore, scrive: «Il Foglio è il giornale dei giornalisti, perché è intelligente, perché è fazioso, perché ce n’è sempre per qualcuno, è vitale, è sanguigno... sta sempre al limite dell’irresponsabilità pericolosa e contundente. Ospitasse pure Tabucchi, il Foglio sarebbe perfetto». Ringrazio Merlo, ma ho già un impegno con Le Monde. Mi auguro tuttavia che per raggiungere la perfezione il Foglio possa ospitare presto Merlo. E credo che i lettori mi capiranno se dato che il Foglio è il giornale dei giornalisti italiani, compreso il giornale su cui scrive Merlo, io abbia voglia di scrivere altrove. Quello che trovo preoccupante è che il Merlo affermi che Tabucchi «si sia magistralmente esibito in quell’antichissimo genere che è l’Italia vista fuori dall’Italia, o sindrome dell’esule». Perché probabilmente egli pensa che per scrivere su un giornale straniero bisogna stare altrove. E invece io sto qui, nel mio paese della Toscana, e giro in bicicletta. Mezzo di locomozione pericoloso in Italia, ora che comincio a pensarci, perché capita che un rompiscatole lasci la bici appoggiata al muro e poi non la possa più recuperare per motivi indipendenti dalla sua volontà.
Cari Lettori, arrivo a conclusione. Che poi consiste in un ringraziamento. Grazie per la solidarietà che mi avete espresso in questa losca storia in cui mi ha coinvolto il «giornale dei giornalisti». E a cui segue un commiato, anche se solo geografico. Perché Merlo mi ha fatto venire un’idea: come si possono scrivere dall’Italia degli articoli per un giornale estero, si possono scrivere dall’estero articoli per un giornale italiano, prendendo ovviamente le necessarie precauzioni di trasmissione. E ci sono momenti in cui si ha bisogno di respirare un’altra aria, lo capirete. Per ora lascio la mia bicicletta appoggiata al muro. Ma vorrei passare a riprenderla. Me la terreste d’occhio voi? Un caro saluto.

 

P.S. È in arrivo una nuova «carezza» per me. Stavolta su un settimanale (ovviamente di Berlusconi) lo stile è quello che Giuliano Ferrara in un suo memorabile articolo su Repubblica del 17 marzo 1979 chiamò «diritto di delazione». Lo dico perché conosco chi sta dietro il «servizio»: purtroppo per lui è abituato a brutte storie di delazioni. Questi stanno sempre a sfruculiare da dietro, come sull’autobus. Naturalmente è tutto non attendibile, perfino i complimenti. Però scusate, ora andrei


 

La Vendetta degli ex Comunisti
di Giovanni Ferrara



Che succede in un Paese democratico, se le critiche e gli attacchi al governo da parte dell’opposizione vengono intese e denunciati dal governo e dai suoi giornalisti e portavoce come pura propaganda di odio e addirittura come preparazione di violenze, terrorismo, assassinii politici, di cui il governo stesso, la sua maggioranza e i suoi portaborse potrebbero essere vittime? Che succede, se in Italia ogni critica al governo della destra attuale viene da questa destra denunciata come preparazione di attentati, collegamenti col terrorismo, incitamenti all’odio omicida, facendo gli esempi dei tragici casi di D’Antona e Biagi? Ebbene, succede questo: è partito un chiaro segnale che la libertà politica e civile è in grave pericolo.
Per il semplice fatto che fare l'opposizione diventa non solo difficile ma pericoloso, poiché ogni parola, ogni critica, ogni attacco politico o personale può essere indicato all'opinione pubblica che s'informa sui mass media, tutti o quasi in mano al governo e ai suoi imprenditori, quale un incitamento alla violenza. La conseguenza di una simile pratica è che per l'opposizione, i suoi uomini e i suoi giornali può diventare prudente, o addirittura saggio, tacere il più possibile e tutt'al più parlare blandamente e genericamente, per evitare d'essere linciati al primo grave episodio di violenza. Ebbene, oggi in Italia questo appunto sta succedendo: vedi l'Unità di questi giorni e gli spaventosi attacchi diretti a essa e al suo direttore, in chiave minatoria e ricattatoria, da esponenti dell'alto establishment di Forza Italia, tra i quali, in prima fila, vale la pena di notarlo, alcuni ex comunisti, cioè, per usare il loro linguaggio, semplificatorio ma efficace, ex stalinisti. Ma perché poi ex?
In realtà, proprio questi erano i metodi della peggiore pratica comunista e stalinista: le vittime erano violentemente accusate d'aver favorito, con la propaganda più maligna, un clima terroristico, o addirittura d'aver tramato attentati. Singolare è che questi ex stalinisti, così evidentemente coerenti con il loro passato, sotto specie di reagire a inauditi attacchi mettono in guardia, che non diventi bolscevica promotrice di omicidi, proprio l'Unità, un giornale d'opposizione diretto da un giornalista che è un vero liberaldemocratico, formato alla scuola del "Mondo" di Mario Pannunzio e della "Stampa": si indignano, accorati, che Furio Colombo indulga a campagne d'odio e di promozione della violenza: si direbbe che parlino guardandosi allo specchio. A ogni modo, pare curioso che il vertice intellettual-propagandistico, diciamo così goebbelsiano, di Forza Italia sia costituito quasi per intero da personaggi ex comunisti (del Pci) ed ex socialisti della sinistra che si disse lombardiana (mi chiedo talvolta che cosa penserebbero oggi Riccardo Lombardi e Ugo La Malfa di certi loro allievi e seguaci, come giudicherebbero le loro nuove compagnie e lo zelo con cui le servono): ma curioso, in fondo, non è, poiché la parabola del rivoluzionario di sinistra che diventa reazionario di destra è ben nota e antica, la storia europea, dalle rivoluzioni di Francia in poi, ne ha fatto abbondante esperimento.
D'altronde, è anche vero che la polemica contro la destra assume, talvolta, toni un po' troppo apocalittici; forse, una dose maggiore di disprezzo potrebbe temperarne i toni. Ma anche in questo si manifesta l'astuzia (goebbelsiana, appunto) di quei propagandisti di destra: la tenacia e pertinacia della loro denigrazione di tutto ciò che non sia bolso neo conservatorismo pseudoliberale finisce, a lungo andare, con il renderli francamente odiosi (anche quando sarebbero, in effetti, soltanto ridicoli e spregevoli), traendo così nella trappola d'una verbale faziosità le persone più miti e i critici più disposti, per natura e cultura, a ragionare. Essendo, quei propagandisti di destra, i più forti e i più ricchi di risorse nel campo della comunicazione di massa e d'élite, può esser facile, per loro, sembrar poi d'avere l'ultima parola.
Ma questi sono, brevemente tratteggiati, soltanto gli aspetti esteriori di un'odierna infelice situazione di degradazione politica. L'effetto concreto, cui si deve badare con attenzione, è quello cui si accennava all'inizio, il clima di timore che si sta creando, il restringersi degli spazi di libertà di critica e di parola, già praticamente ristretti dall'espropriazione quasi completa dei mezzi di comunicazione da parte della maggioranza di destra e del suo gruppo dominante, la lobby berlusconiana. Diventa pericoloso criticare aspramente la maggioranza (un esercizio ovvio in qualsiasi democrazia liberale) e per di più le critiche rischiano di restare chiuse nel silenzio dei media. Un vero progresso del liberalismo, non c'è che dire. Ma qui, forse, una spiegazione dei comportamenti di quei propagandisti berlusconiani, c'è: costretti dalle circostanze a professarsi liberali, nessuno, o quasi, tra di loro è mai stato liberale, e del liberalismo vero non sa nulla, e per la lotta politica democratica ha il tipico odio di chi crede che il liberalismo consista essenzialmente in qualche varietà aggiornata di maccartismo. Alexis de Tocqueville, il grande storico cui è capitata la disgrazia di esser citato continuamente e a sproposito da reazionari vestiti da liberali, scrisse del popolo francese prerivoluzionario: “essi non amavano la libertà, odiavano il padrone”. Ebbene, alla doverosa ricerca di qualche attenuante morale per nostri preoccupati pensatori berlusconiani, si potrebbe forse dire di loro, rovesciando quella splendida frase: “essi non odiano la libertà, amano il padrone”.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito www@libertaegiustizia.it


 

 

Quanto segue è improprio sistemarlo nel Banana's Republic, rappresenta una delle espressioni di una società moderna e civile:

 

Da l'Unità del 17.10.2003


Telekom: perquisizione e avvisi di garanzia al «Giornale»
di red


 

 I carabinieri si sono presentati giovedì mattina nella redazione romana de Il Giornale, in via Due Macelli, per una perquisizione alla ricerca di documenti e atti relativi all’inchiesta Telekom Serbia. Secondo l’agenzia Adnkronos, il decreto di perquisizione sarebbe stato emesso dalla procura della Repubblica di Perugia. Presenti due legali di fiducia del quotidiano al momento della perquisizione. L'indagato principale è Gianmarco Chiocci, il giornalista del Giornale che intervistò Igor Marini lo scorso gennaio nello studio dell'avvocato Luciano Randazzo, e che attualmente è a Belgrado per seguire l'inchiesta su Telekom Serbia. L'ipotesi di reato è violazione del segreto istruttorio.

Raggiunto dalla notizia, Gianmarco Chiocci si è detto stupefatto: «Non ho parole per quanto sta accadendo. Saremmo dunque noi i burattinai della
calunnia? Sono stato sentito dalla procura di Torino che indaga sulla vicenda» ha aggiunto Chiocci «ed ai magistrati ho già detto di aver incontrato Igor Marini nello studio del suo legale. L'ho risentito anche successivamente, ma a quel tempo non era il Marini di oggi, era un teste della Procura».

La perquisizione, infatti, sarebbe legata all'inchiesta condotta dal pm della Procura di Roma, nei riguardi di Igor Marini per calunnia, sull'avvocato civilista Fabrizio Paoletti, su Francesco Giannandrea e Antonio Lanciano per i reati di estorsione e riciclaggio nell'inchiesta che oppone Marini a Paoletti, entrambi coinvolti nell'affaire Telekom Serbia. Il primo ha querelato il legale il quale a sua volta è stato querelato da Marini per una vicenda che ruota intorno ad un credito di 50 milioni di dollari.

Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi, ha ricevuto anche un avviso di garanzia. «So che c'è una perquisizione in atto alla redazione romana e stamattina mi è stato notificato un avviso di garanzia dalla Procura della Repubblica di Perugia» ha dichiarato Belpietro.

La testata diretta da Maurizio Belpietro da mesi è alla guida di una campagna stampa di appoggio all’inchiesta TeleKom Serbia contro tre leader della coalizione di Centro-sinistra indagati per corruzione: Piero Fassino, Romano Prodi, e Lamberto Dini. Anche l’edizione di venerdì 17 de “Il Giornale” apre la prima pagina con un articolo sul caso, e titola: “Telekom, Tommasi: «informai il governo Prodi»”. Tommasi è l’ex numero uno di TeleKom e nell’intervista al Giornale dichiara di aver avvertito Prodi sulle tangenti intascate dal governo a metà degli anni Novanta, per favorire un accordo commerciale nel campo della telefonia con il regime di Milosevic.

In realtà, è ormai venuto fuori da diverse inchieste come l’accusa a Fassino, Prodi, e Dini, sia frutto di una montatura, su cui vi è la responsabilità di una rete d’individui poco affidabili; oltre al faccendiere Igor Marini, dalla cui rivelazione è scoppiato il caso, ed è stata avviata una commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Trantino, travolta dalle polemiche a causa della qualità delle fonti, sono coinvolti personaggi contigui ai servizi segreti, e alla massoneria.

Sulla perquisizione al Giornale, si è espresso anche il segretario generale della Federazione nazionale della stampa italiana, Paolo Serventi Longhi: «Non entro nel merito delle motivazioni che hanno spinto la Procura della Repubblica di Perugia a ordinare l'atto giudiziario, anche perché queste motivazioni appaiono finora poco chiare» ha detto Servanti, «mi sento però di respingere, ancora una volta, iniziative che tendono a limitare la libertà di informazione di un singolo giornalista oppure, come sembra anche in questo caso, di una intera redazione»



Roma, 16:57 del 22 ottobre 2003
Enea, Camera boccia nomina Rubbia proposta da governo

La commissione Attività Produttive della Camera ha bocciato con undici voti a favore e dodici contrari la proposta del governo di nominare Carlo Rubbia al comando dell'Enea. (red)

 

La striscia rossa dell'Unità

Ultime notizie dalla Casa delle Libertà: «L’on. Follini ha mosso a Bossi obiezioni serie al suo no al mandato di arresto europeo. Il modo in cui il Tg1 ha liquidato l’argomento costituisce un monumento al servilismo».

Nota dell’Ufficio Stampa Udc, Ansa 22 ottobre


  Da l'Unità del 24.10.2003


La Digos nella redazione de l'Unità. Il Cdr deuncia: «maldestra censura preventiva»
di red.



 Nella notte tra mercoledì e giovedì un agente in borghese della Digos di Roma si è presentato intorno all'una di notte nella sede de «l'Unità», mostrando il tesserino. È andato in tipografia e da lì ha direttamente prelevato le fotocopie delle bozze del giornale che di lì a poco sarebbe stato in edicola.

 

Quale il motivo di questa intrusione? La Questura di Roma, ufficiosamente, pur confermando l'identità dell'agente, non ha fornito finora risposta a questa domanda, parlando, sempre ufficiosamente, di un'operazione di routine.

La redazione de «l'Unità» - nel comunicato del Cdr - ritiene l'episodio allarmante ed ispirato ad «una sorta di maldestra censura preventiva nei confronti del giornale dell'opposizione». Perchè infatti sequestrare il quotidiano prima della sua uscita? Perchè presentarsi senza esibire un mandato di perquisizione e senza avvertire la direzione del giornale di una eventuale esigenza di indagine?

Il Comitato di Redazione de l'Unità chiede ora alle istituzioni responsabili di fornire le adeguate spiegazioni «su un atto che appare di una gravità eccezionale, limitativo della libertà di stampa».



Da l'Unità del 25 ottobre 2003:

Se questa non è magia
di Antonio Tabucchi


A volte il giornalismo italiano sembra ispirarsi alle imprese dei compianti Franco e Ciccio, soprattutto al capolavoro Ultimo tango a Zagarolo. L’inizio di questo cult movie risale al maggio scorso, quando un giornalista di peso dell’Italia della nuova era, il signor Giuliano Ferrara, si vanta sul suo giornale (Il Foglio 16.5.2003) di essere stato un «analista dell’intelligence americana». Che poi è la Cia (chi chiama spia una spia, come dice Travaglio, si vergogni: oggi si dice «analista per l’intelligence»). Un comunicato ufficiale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia del 24.6.2003 intitolato «Giuliano Ferrara spia della Cia: l’azione disciplinare è ormai prescritta», fa sapere a pochi che «dopo aver esaminato gli articoli e la cassetta della trasmissione televisiva L’Infedele in cui G. Ferrara rivelava e quindi ribadiva di aver svolto a metà degli anni Ottanta attività di spia a pagamento per la Cia», arriva alla conclusione che «l’attività di spia pur non essendo deontologicamente compatibile, l’ordine ha dovuto constatare che al momento della rivelazione erano ampiamente decorsi i cinque anni oltre i quali interviene la prescrizione». Che benedizione, in Italia la prescrizione: se non ci fosse bisognerebbe inventarla.
A parte il comunicato dell’Ordine regionale della Lombardia, tutto il resto del giornalismo italiano ha taciuto. Evidentemente non sono più i tempi di Piazza Fontana, quando il Corriere della Sera fu costretto a liquidare il povero Zicari che faceva «l’analista» per conto dei servizi segreti dei Giannettini e compagnia, che per quanto «deviati» almeno erano italiani. Allora faceva indignare il saltare dalla finestra. Oggi si mangiano le minestre che passa il convento. La Storia italiana, che meraviglia.
Che allora nessuno si stupisse, mi indusse a stupirmi. E lo scrissi su l’Unità. Grave ingenuità, per chi ha letto quel romanzo di Eveling Waugh, dove un personaggio dice all’altro: «Ho saputo che tua madre faceva la prostituta a Chelsea», e l’altro risponde compassato: «Mio caro avrà avuto le sue ragioni».
Forse mi stupii più che per la sostanza, per la forma (la sostanza in Italia è diventata un optional: uno può anche essere un ladro, purché lo sappia fare bene). Rievocando gli incontri con l’individuo che gli passava i denari, quel «giovane sveglio e simpaticissimo agente americano» l’Analista dice di sé stesso: i dollari erano avvolti in uno busta giallina fantastica del peso giusto, e perdere l’innocenza era meraviglioso... qualche conversazione avveniva al Pincio vicino alla fontana luminosa... il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico» (Il Foglio 16.5.2003).
E noi che avevamo tutt’altra idea dell’erotismo: che antiquati. È pur vero che il maschio italico, dicono, non se la passa tanto bene. Ma non lo avevo mai visto così in basso. Tinto Brass avrebbe potuto fargli causa per concorrenza sleale. I francesi, polverizzati: quei francesi continuano a dire «cherchez la femme», che ingenui. Macché: «cherchez la buste».
Inaspettatamente questo tipo di erotismo ebbe un certo successo tanto che il Foglio dove esso veniva sbandierato è stato eletto «il giornale dei giornalisti», come ho letto recentemente: «Il Foglio è il giornale dei giornalisti perché è intelligente, perché è fazioso, perché ce n’è sempre per qualcuno, è vitale, sanguigno, si fonda sulla goliardia... sta sempre al limite dell’irresponsabilità pericolosa e contundente».
Passa il tempo e Betta seguendo il proverbio, non si marita. Finché un bel giorno, sempre sul «giornale dei giornalisti», l’Analista se ne esce con questa trovata: «se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. Ricordatelo per metterci una pezza». G. Ferrara, il Foglio 6 Ottobre 2003.
Chissà cosa vorrà dire, nel complicato immaginario erotico di Ferrara, l’aggettivo «linguista». Però qui è sicuramente associato a un'idea necrofila, a un cadavere anticipato. E oltre tutto invita qualche sconosciuto «a metterci una pezza», in tempo.
Non so se vi sareste allarmati anche voi, con tutta la brutta gente che c’è in giro in Italia. Io mi sono allarmato. E ho aspettato che il direttore di un giornale perbene si allarmasse quanto me e mi offrisse uno spazio di replica sul suo giornale (che non può essere l’Unità, visto che il direttore di quel giornale è stato definito l’altro «mandante linguistico»). Nessuno si fa vivo. Decido di replicare su uno stimato giornale francese dove scrivo da tempo. Il giornalista che mi ha definito «mandante linguistico» intercetta chissà come il mio articolo, lo scippa, se lo traduce, e se lo pubblica sul suo giornale prima che esca il mio. Non solo, lo fa scivolare nottetempo (alla fontana del Pincio?) al Corriere della Sera che mi prepara una lavata di capo puntuale sul mio articolo francese, che esce lo stesso giorno in cui esce il mio articolo. Chi lo fa non può avere letto il mio articolo, lo ha preso dietro la siepe da Ferrara. Non contento di tutto ciò, l’Analista, comincia ad agitarsi perché il giornale francese non gli concede «diritto di replica». All’estero lo censurano, dice il poveretto. E in questa sua disperazione trova la comprensione dei colleghi. Ad esempio di Paolo Mieli, che sul Corriere della Sera, che poi è il giornale al quale lo ha passato nottetempo l’Analista, dichiara che l’ultima parola in questo caso l’ha scritta proprio Aldo Grasso. Il quale Grasso è poi colui che ricevendo dietro la siepe l’articolo scippato da Giuliano Ferrara si è incaricato di redarguirmi aspramente, prima che uscisse il mio articolo, di aver osato risentirmi su un giornale straniero contro l’infamia di Giuliano Ferrara. Signori, se questa non è magia. Se vi fosse capitato dato che è tornato alla ribalta, di rileggere sui giornali le affermazioni che nel 1980 il venerabile maestro della Loggia P2 Licio Gelli pubblicò sul Corriere della Sera (erano i tempi di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din) capirete come me che la modernizzazione avanza. Stavo recentemente rileggendo Karl Kraus, che dedicò almeno un paio di libri (Tramonto del mondo per magie nere del 1922 e gli Invisibili del 1928) su quel giornalismo tedesco che ai suoi brutti tempi dette una mano a chi poi si prese tutto il braccio. E c’è una storiella che vi racconto per inciso, quella del tizio che per professione faceva il delatore e che a un certo punto, preso da gelosia per quelli che denunciava, visto che lui non lo denunciava nessuno, si denunciò da solo. E tutti i giornalisti dissero: geniale. E a scanso di equivoci presero a insultare quelli che lui aveva denunciato. Ma chiudiamo l’inciso e ritorniamo in argomento. Altra logica da Franco e Ciccio è che tu scrivi su un grande giornale francese e ti chiamano «provinciale» (Merlo). Poi scalpitano se non riescono a scriverci loro. Chiedo: ma che gliene frega della provincia, a chi sta nel centro del mondo? E poi si sa come sono all’estero. Per aprirti a un loro giornale devi averti conquistato un po’ di stima, che so, avere pubblicato alcuni libri nella loro lingua, aver insegnato nelle loro università, magari sempre nella loro lingua (mandati linguistici di diversa natura). Perché i francesi ci tengono al dialetto francese, per non parlare degli spagnoli, che ci tengono al dialetto spagnolo, e degli inglesi, che ci tengono al dialetto inglese: più della Lega con il Padano. In provincia sono chiusi, mica come da noi: uno arriva convinto di avere tanto potere, e quei provinciali lo trattano come in Italia sono trattati gli extracomunitari.
Però dispiace sentirli lamentare così, questi nostri connazionali che chiedono il diritto di replica. Se non glielo danno glielo diamo noi. Magari accettando la proposta di alcuni editori (e non solo francesi, così allarghiamo la provincia), che si sono incuriositi, e che desiderano dedicare al «caso» un libricino. Che poi non è neppure troppo difficile da fare: basta tradurre tutti gli articoli, a partire da quello che incrimina me e Furio Colombo e sistemarli uno dietro l’altro, in ordine cronologico. In fila. In fila per sei col resto di due, come i quarantaquattro gatti della canzoncina. E soprattutto senza commento, con delle essenziali note biografiche di tutti gli autori dell’articolo. Seguendo il saggio insegnamento che Ortega y Gassett dette a un suo discepolo che non sapeva come replicare a un polemista eccessivamente intemperante: «Si limiti a citarlo, si replicherà da solo».


 

La Cassazione ha giudicato ammissibile l'istanza di remissione
avanzata dalla difesa Previti per incompatibilità dei pm


Milano, sospeso il processo Sme

 

MILANO -

Sospeso il processo contro Cesare Previti. La sesta sezione della Cassazione, competente per i reati di corruzione, ha giudicando ammissibile l'istanza di remissione del procedimento avanzata dai difensori di Cesare Previti per incompatibilità dei pubblici ministeri.

In base alla legge Cirami, il processo è stato dunque sospeso in attesa che la Suprema Corte si pronunci sul merito della questione e, quindi, sull'eventuale trasferimento da Milano ad altra sede. Occorreranno settimane per il pronunciamento della Cassazione e a gennaio scadranno i termini di assegnazione di uno dei giudici. La decisione non significa che il deputato di Forza Italia abbia ragione nel chiedere la remissione, vuol dire che la Cassazione ritiene che la questione vada approfondita e non sia da respingere immediatamente.

Intanto martedì prossimo sia i legal