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IN BIBLIOTECA -
"Il delitto Matteotti", di Mauro Canali:
quando il deputato socialista si accinse a rivelare truffe e affarismi del
partito fascista…
IL
DUCE ORDINÒ'
AI SUOI:
"FATELO TACERE"
di FRANCO GIANOLA
Salvo
qualche eccezione, la strada della ricerca scientifica, della rigorosa
indagine condotta negli archivi storici non è stata molto frequentata anche a
causa, in tempi passati, dell'irreperibilità dei documenti decisivi. Il lavoro
di Canali chiude questo "buco nero" e mette a disposizione degli
specialisti e degli appassionati di storia uno studio di eccezionale ampiezza e
documentazione. Diciamo subito che la ricerca stabilisce indiscutibilmente una
verità, almeno per ora: non c'è la prova provata che il "pericoloso"
Matteotti, il quale si preparava a rivelare uno scandalo che avrebbe fatto
saltare all'aria il duce, tutti i suoi ras e i suoi "colletti neri",
sia stato fatto trucidare su ordine diretto di Mussolini. Tuttavia il metodo
investigativo di Canali, basato sull'analisi incrociata di una miriade di fatti
più o meno clamorosi, di una lunga serie di elementi interdipendenti, innesca
la reazione a catena di un procedimento logico, indiscutibile come una formula
matematica, alla conclusione del quale è impossibile sottrarsi: fu Mussolini
che diede ordine alla Ceka (la sua polizia politica personale, un gruppo di
killers da lui organizzato per "mettere a posto" chi tentava di
fermare la marcia verso la dittatura) di chiudere per sempre la bocca di Giacomo
Matteotti.
Il deputato socialista venne rapito il 10 giugno 1924 nelle vicinanze di
casa mentre, percorrendo il Lungotevere, stava andando verso il Parlamento. Dopo
averlo picchiato mortalmente gli uomini del commando della Ceka lo caricarono in
macchina e partirono a tutta velocità verso la periferia di Roma. Circa due
mesi dopo il cadavere venne trovato, malamente sepolto, in un'area seminascosta
da una fitta boscaglia. Nessuna traccia, accanto ai resti, della borsa piena di
documenti che Matteotti aveva con sé al momento del sequestro. In quella borsa
c'era la batteria di prove che avrebbe dovuto disgregare il sistema fascista, un
sistema ancora gracile che si reggeva sui fragili pilastri degli imbonimenti
mussoliniani. C'erano
le prove che il regime fascista stava in piedi anche e soprattutto con l'aiuto
della corruzione, che i suoi uomini si arricchivano truffando lo Stato,
incassando jugulatorie tangenti.
Il Pnf, il partito nazionale fascista, esigeva parte dei proventi
("succhiati" ai big della finanza e dell'industria che in cambio
ricevevano favori e appalti), per finanziare le federazioni che stavano sorgendo
in tutta Italia, i quotidiani fiancheggiatori, e, ultime ma vicinissime al cuore
del duce, le clientele di fedelissimi che avevano ben meritato prima, durante e
dopo la marcia su Roma e tuttora meritavano per ragioni che erano ai limiti o
fuori della legalità. Tipico esempio la Ceka, un manipolo di criminali
superpagati. Gli
scandali ad alto potenziale distruttivo che minacciavano il regime erano
soprattutto due: la sistematica truffa ai danni dello Stato rappresentata dal
traffico dei residuati bellici e l'operazione
Sinclair Oil con la quale Mussolini tentò di dare in concessione esclusiva i
diritti per la ricerca petrolifera in Italia al gigante Usa Standard Oil.
Il che, come appare ovvio, rappresentava un danno incalcolabile per il nostro
Paese. Brevemente vediamo i particolari di queste due vicende, una delle tante,
dell'affarismo e della corruzione fascista. Quello dei residuati bellici era un
business enorme: dopo la fine della guerra nei magazzini militari si erano
accumulati ingenti quantità di armamenti, vestiario, scorte alimentari che lo
Stato vendeva in stock ai privati a prezzi di "saldo". Sistema
incriticabile se non fosse che molti dei blocchi più importanti venivano
assegnati a prezzi irrisori, ulteriormente e benevolmente tagliati, a fascisti
di provata fede che agivano o come teste di turco del regime o per sé.
Un esempio per tutti, l'affare Amerigo Dumini, braccio destro di Cesare Rossi,
capo ufficio stampa della Presidenza del consiglio e fidatissimo complice e
collaboratore di Mussolini. Dumini, che poi diventerà il capo della Ceka e
parteciperà all'assassinio di Matteotti, aveva messo in piedi un inghippo che
gli aveva permesso di acquistare, per rivenderla alla Jugoslavia, una partita di
alcune centinaia di migliaia di fucili, proiettili ed altre armi, avuti in
assegnazione dalla Direzione d'artiglieria. Come aveva potuto un piccolo
squadrista con quattro soldi in tasca comprare uno stock di armi che stava a
malapena nella stiva di una nave da trasporto? Semplice. Era stato finanziato da
Alessandro Rossini, amministratore delegato della Banca adriatica di Trieste.
"Dal contratto veniamo a conoscere - scrive Mauro Canali - che si trattava
del solito sistema a trucco. Dumini si accaparrava il contratto che poi cedeva a
Rossini e costui si impegnava a versare a Dumini la cospicua somma di un milione
e mezzo (per quei tempi cifra astronomica, n.d.r.). L'affare appariva abbastanza
grosso per credere che Dumini stesse lavorando in proprio. Stabilire tuttavia
per chi Dumini stesse agendo non è impresa facile anche se tutti gli indizi
conducono agli alti livelli del regime fascista".
Ancora più
grave e indicativo il
caso della Standard Oil, il trust che puntava, nascondendosi dietro la
controllata Sinclair Oil, alla conquista totale del mercato italiano nel periodo
in cui, nel Paese, la necessità di benzina e di derivati del petrolio diventava
sempre più pressante. Come aveva fatto negli Usa, finanziando nel 1920 la
campagna presidenziale dei repubblicani in cambio di previlegi specifici per la
compagnia, la S.O. puntò alla conquista dell'esclusiva italiana a suon di
"percentuali" passate sottobanco ai big della nomenklatura fascista.
In un primo momento l'operazione riuscì, grazie alla decisissima e imperativa
azione di Mussolini. Che per non avere ostacoli spazzò via dal dicastero
dell'Agricoltura il ministro De' Capitani e Arnaldo Petretti, capo della
direzione generale per i combustibili, entrambi forti sostenitori della
costituzione di un Ente petrolifero nazionale che avrebbe permesso all'Italia si
sottrarsi alla dipendenza del monopolio Standard Oil-Sinclair. Anche nello
specifico caso, considerata la dura offensiva scatenata dal capo del governo
contro i due "avversari", appariva chiaro il motivo dell'interesse di
Mussolini. In questo quadro l'intervento di Matteotti in Parlamento, annunciato
proprio per il 10 giugno 1924, alla riapertura della Camera, rappresentava una
carica di dinamite con la miccia già accesa. Quella miccia andava spenta prima
dell'esplosione. E i killers di Dumini entrarono in azione.