Le
macellerie cattoliche nella "Grande Croazia"
27-02-2003 Storia Karlheinz
Deschner
Il
testo che segue è la traduzione letterale di quello presentato da Karlheinz
Deschner il 26/12/1993 in occasione dell'ultima puntata della sua serie
televisiva sulla politica dei Papi nel XX secolo. Questa serie è stata
trasmessa in Germania da Kanal 4.
Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso la guerra e l'inganno, attraverso
la guerra e l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel XX secolo il sorgere
di tutti gli Stati fascisti con determinazione, ma più degli altri ha favorito
proprio il peggior regime criminale: quello di Ante Pavelic in
Jugoslavia.
Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni '30 addestrò le sue bande
soprattutto in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia il re Alessandro di
Jugoslavia in un attentato che costò la vita anche al ministro degli Esteri
francese. Due anni più tardi celebrò con un libello le glorie di Hitler,
"il più grande ed il migliore dei figli della Germania", e ritornò
in Jugoslavia nel 1941, rifornito da Mussolini con armi e denari, al seguito
dell'occupante tedesco. Da despota assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta
Croazia Indipendente a capo di tre milioni di Croati cattolici, due milioni di
Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonché numerosi gruppi
etnici minori. Nel mese di maggio cedette quasi la metà del suo paese con
annessi e connessi ai suoi vicini, soprattutto all'Italia, dove con particolare
calore fu accolto e benedetto da Pio XII in udienza privata (benché già
condannato a morte in contumacia per il doppio omicidio di Marsiglia sia dalla
Francia che dalla Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti si accommiatò da
lui e dalla sua suite in modo amichevole e con i migliori auguri, letteralmente,
di "buon lavoro".
Così ebbe inizio una crociata cattolica che non ha nulla da invidiare ai
peggiori massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera. Duecentonovantanove
chiese serbo-ortodosse della "Croazia Indipendente" furono
saccheggiate, annientate, molte trasformate persino in magazzini, gabinetti
pubblici, stalle.
Duecentoquarantamila Serbi ortodossi furono costretti a convertirsi al
cattolicesimo e circa settecentocinquantamila furono assassinati. Furono
fucilati a mucchi, colpiti con la scure, gettati nei fiumi, nelle foibe, nel
mare. Venivano massacrati nelle cosiddette "Case del Signore", ad
esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da vivi venivano loro
strappati gli occhi, oppure si tagliavano le orecchie ed il naso, da vivi li si
seppelliva, erano sgozzati, decapitati o crocifissi. Gli Italiani fotografarono
un sicario di Pavelic che portava al collo due collane fatte con lingue ed occhi
di esseri umani.
Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei Serbi furono macellati, taluni
in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono
strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre
il suo figlioletto era fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L'ottantenne
Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato. Ciononostante l'arcivescovo
cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, "il duce
adorato", e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari,
"al servizio della Verità, della Giustizia e dell'Onore".
Le macellerie cattoliche nella "Grande Croazia" furono così
terribili che scioccarono persino gli stessi fascisti italiani; anche alti
comandi tedeschi protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di
sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista Von Ribbentrop. A più
riprese, di fronte alle "macellazioni" di Serbi, truppe tedesche
intervennero contro i loro stessi alleati croati.
E questo regime - che ebbe per simboli e strumenti di guerra "la Bibbia e
la bomba" - fu un regime assolutamente cattolico, strettamente legato alla
Chiesa Cattolica Romana, dal primo momento e sino alla fine. Il suo dittatore
Ante Pavelic, che era tanto spesso in viaggio tra il quartier generale del Führer
e la Berghof hitleriana quanto in Vaticano, fu definito dal primate croato
Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943!) "un
cattolico praticante".
In centinaia di foto egli appare fra vescovi, preti, suore, frati. Fu un
religioso ad educare i suoi figli. Aveva un suo confessore e nel suo palazzo
c'era una cappella privata. Tanti religiosi appartenevano al suo partito, quello
degli ustasa, che usava termini come dio, religione, papa, chiesa,
continuamente. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustasa.
Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic. I
cappellani ustasa giuravano ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un
pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano
bande armate ed organizzavano massacri: "Abbasso i Serbi!". Essi
dichiaravano giunta "l'ora del revolver e del fucile"; affermavano
"non essere più peccato uccidere un bambino di sette anni, se questo
infrange la legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i Serbi nel tempo più
breve possibile": questo fu indicato più volte come "il nostro
programma" dal francescano Simic, un vicario militare degli ustasa.
Francescani erano anche i boia dei campi di concentramento. Essi sparavano,
nella "Croazia Indipendente", in quello "Stato cristiano e
cattolico", la "Croazia di Dio e di Maria", "Regno di
Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del paese, che encomiava
anche Adolf Hitler definendolo "crociato di Dio".
Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo il francescano
Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare 40.000 esseri umani
in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella
notte del 29 agosto 1942, 1360 persone con una mannaia.
Non per caso il primate del paradiso dei gangsters cattolici, arcivescovo
Stepinac, ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i Francescani"
quando nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste degli ustasa. E
naturalmente il primate, entusiasta degli ustasa, vicario militare degli ustasa,
membro del parlamento degli ustasa, era bene informato di tutto quanto accadeva
in questo criminale eldorado di preti, come d'altronde Sua Santità lo stesso
Pio XII, che in quel tempo concedeva una udienza dopo l'altra ai Croati, a
ministri ustasa, a diplomatici ustasa, e che alla fine del 1942 si rivolse alla
Gioventù Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava la grande "U" con la
bomba che esplode all'interno) con un: "Viva i Croati!". I Serbi
morirono allora, circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture
atroci, in misura del 10-15% della popolazione della Grande Croazia - tutto ciò
esaurientemente documentato e descritto nel mio libro La politica dei papi nel
XX secolo [Die Politik der Pëpste im XX Jahrhundert, Rohwohl 1993 - non ancora
tradotto in italiano].
E se non si sa nulla su questo bagno di sangue da incubo non si può comprendere
ciò che laggiù avviene oggi, avvenimenti per i quali lo stesso ministro degli
Esteri dei nostri alleati Stati Uniti attribuisce una responsabilità specifica
ai tedeschi, ovvero al governo Kohl-Genscher. Più coinvolto ancora è solo il
Vaticano, che già a suo tempo attraverso papa Pio XII non solo c'entrava, ma
era così impigliato nel peggiore degli orrori dell'era fascista che, come già
scrissi trent'anni fa, "non ci sarebbe da stupirsi, conoscendo la tattica
della Chiesa romana, se lo facesse santo".
Comunque sia: il Vaticano ha contribuito in maniera determinante alla
instaurazione di interi regimi fascisti degli anni venti, trenta e quaranta. Con
i suoi vescovi ha sostenuto tutti gli Stati fascisti sistematicamente sin dal
loro inizio. E' stato il decisivo sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco,
Pavelic; in tal modo la Chiesa romano-cattolica si è resa anche corresponsabile
della morte di circa sessanta milioni di persone, e nondimeno della morte di
milioni di cattolici. Non è un qualche secolo del Medioevo, bensì è il
ventesimo, per lo meno dal punto di vista quantitativo, il più efferato nella
storia della chiesa.
POSTILLA: In occasione del viaggio in Croazia di Giovanni Paolo II, il
quotidiano italiano la Repubblica ha scritto: "...Ma il contatto con la
folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie
quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti
con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore dei Croati come
un'icona del nazionalismo. Woityla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba,
gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro..". (la
Repubblica, 12/9/1994).
Fonte: www.ecn.org/est/balcani/jugo/jugo03.htm
Torna alla pagina principale
