LE GERARCHIE VATICANE E
LA GUERRA
“Diario
di guerra gennaio-aprile 2003”.
Autore
Pietro De Marco
Il prima, il durante e il dopo del conflitto in Iraq nelle note inedite
di un grande analista cattolico. L’utopia pacifista, il ruolo della
Chiesa, la religione di Bush
di Sandro Magister
ROMA – Queste riportate sotto sono le pagine inedite
di un diario che Pietro De Marco ha scritto prima,
durante e dopo la guerra in Iraq. De Marco è sociologo
della religione e specialista in geopolitica religiosa,
insegna all’università di Firenze e allo Studio
teologico fiorentino, la facoltà di teologia
dell’Italia centrale. In questo sito ha già
pubblicato lo scorso 24 febbraio una nota sulla guerra,
il pacifismo e la Chiesa cattolica che ha avuto una
straordinaria eco.
Le tesi di De Marco sono agli antipodi del cattolicesimo
pacifista. Ma sono ben radicate nella Chiesa. Sono
dentro quel vasto orizzonte di “fides et ratio” che
il cardinale Joseph Ratzinger ha tracciato spiegando il
senso autentico della predicazione di pace di Giovanni
Paolo II.
«Il papa – ha detto Ratzinger in un’intervista a
“30 Giorni” di aprile – non ha imposto la
posizione [contro la guerra] come dottrina della Chiesa,
ma come appello di una coscienza illuminata dalla fede.
[...] Si tratta di una posizione di realismo cristiano
che, senza dottrinalismi, valuta i fattori della realtà
avendo presente la dignità della persona umana come
valore altissimo da rispettare».
Ed è in nome di questo «realismo cristiano» che De
Marco ha commentato, tra gennaio ed aprile, gli sviluppi
del conflitto in Iraq. Qui di seguito le pagine del suo
diario sono richiamate in ordine cronologico, con i link
ai testi integrali. Delle quattordici note, una è
riportata intera, in italiano e inglese, in questa
stessa pagina web: è quella che riguarda la discussa
fede cristiana di George W. Bush.
Un’avvertenza. Alcune di queste pagine hanno già
circolato come nuclei di lettere, mai però rese
pubbliche prima d’ora. E tutte mantengono la stesura
originale, senza correzioni ‘post eventum’.
4 gennaio 2003
BALDUCCI E CARDINI, LA STRANA COPPIA
Ormai la sete agonistica nel nostro mondo cattolico può
tollerare ogni incoerenza. Può coniugare padre Ernesto
Balducci con Franco Cardini, e Sergio Cofferati con
Meister Eckhart, e San Francesco con Saddam Hussein: non
scherzo troppo. Pur di riempire vuoti emozionali e
intellettuali...
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15 gennaio 2003
IL LUPO BUSH E L'AGNELLO SADDAM
Vedo sull'ultimo fascicolo di “Koinonia”, la vivace
e letta rivistina dei domenicani di Pistoia, l'infelice
ragazzata della vignetta col lupo e l’agnello della
favola di Esopo, riferita a George W. Bush e a Saddam
Hussein...
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28 febbraio 2003
LA CHIESA DI ROMA E L'IMPERO DEMOCRATICO MONDIALE
L'effetto di “balance” che la Chiesa cattolica, Roma
insomma, può esercitare rispetto all'impero democratico
mondiale è forse unico, non fungibile da altre istanze
o da altre chiese, in virtù proprio della sua natura
pubblica peculiare...
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7 marzo 2003
PRIMA DELLA GUERRA, SCENARI DI DOPOGUERRA
La rimozione e trasformazione del tassello iracheno nel
sistema mediorientale delle repubbliche autoritarie, e
delle monarchie sotto ricatto/tentazione jihadista vedrà
anche la risoluzione del problema israelo-palestinese,
perché l'autorità palestinese e le formazioni
terroristiche non avranno più supporti politici e
militari, dati finora per impedire la pace...
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9 marzo 2003
IL RELIGIOSO BUSH, VERO REALISTA
In linea di principio, raccomanderei cautela nel
ravvisare illusioni e sogni dove aleggia una tensione
religiosa, e senso di realtà ove si alleano prudenza e
calcolo concreto di interessi prossimi. Lo sguardo degli
Stati Uniti è, ora più che mai, di raggio mondiale. E
la volontà e il bisogno di invocare Dio non sono fatti,
certamente, per sottrarre globalità e precisione a
quello sguardo...
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17 marzo 2003
LETTERA DI SCOMUNICA PER L'ERETICO DE MARCO
«Oltre ad auspicare per il docente un improbabile
ravvedimento privato, reputo necessario invitare
credenti e non credenti a diffidare e ad opporsi con
ogni mezzo alla diffusione di un simile insegnamento che
disconosce qualsiasi connessione con il messaggio
evangelico...»
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21 marzo 2003
L'EUROPA TOTALE DEL XXI SECOLO, ISLAM INCLUSO
Il livello più profondo, e forse oscuro, di questo
sapere di realtà posseduto ancora dagli stati europei,
suggerisce che le Americhe sono l'Europa, non
nell'accezione di una propaggine o replicazione, ma di
un inveramento peculiare quanto inseparabile
dell'origine...
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25 marzo 2003
UNA RELIGIONE CIVILE PER LA TERZA EUROPA
L'idea che direi squisitamente francese, di eredità
gollista, ma diffusa a Bruxelles e capace di permeare i
quadri superiori dell’Unione, sembra quella di una
sprezzante competizione con gli americani nel governo
del mondo. Almeno sul terreno politico culturale, sui
cui l'Europa sarebbe superiore, anzi la sola dotata...
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30 marzo 2003
AZZARDI. LA PAURA PROFONDA DEI PACIFISTI
Domanda: qual è la cifra profonda dell'inedito
universale orrore per una guerra non inedita come
l'attuale? La paura, che nel triangolo di pietà,
risentimento, ansia in cui si dispongono le forme del
pacifismo diffuso, è di gran lunga la nota dominante...
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2 aprile 2003
ANTICHE E NUOVE LEGITTIMAZIONI DELLA GUERRA
La pretesa stessa per cui ogni difficoltà incontrata
dall'azione angloamericana varrebbe come argomento
contro di essa, mi conferma nella diagnosi della deriva
metastatica dell'ethos pubblico occidentale, per cui
l'azione buona e valida è quella che si sviluppa senza
ostacoli né di fatto né di principio...
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8 aprile 2003
I perché del disprezzo cattolico per
la “religio” di Bush e di Blair
Ha solo parzialmente ragione Ernesto Galli della Loggia
quando ricorda, nel suo eccellente fondo di domenica 6
aprile sul “Corriere della Sera”, che "è
diventato arduo per noi europei accogliere un qualunque
discorso pubblico di tipo religioso", mentre
"gli americani, lungi dall'aver espulso Dio dal
loro discorso pubblico, lo ritengono anzi una fonte
ispiratrice".
Questo è vero, ma ormai solo per quella parte
dell'Europa e per quelle generazioni e culture europee
liberal-democratiche e separatistiche (anche democratico
cattoliche) che restano attestate sui modelli classici
di laicità.
Altrove, nel protestantesimo come nel cattolicesimo e
oltre, nell'ortodossia greca ad esempio, e in molti
intellettuali e politici, e nelle giovani generazioni
non solo europee, la visione e la ricerca di una
pubblicità del religioso è pervasiva. Certo, in forme
diverse. Altra è la politicità capillare ‘more
americano’ della diffusione e pressione evangelicale;
altra è la politicità di impianto e modello wojtyliano,
dalla milizia di movimento e di evangelizzazione degli
anni Ottanta (emancipatrice del mondo comunista) fino
alla globale predicazione giubilare recente.
Ma proprio la deprecazione della politicità pubblica
del papa è scomparsa dalle considerazioni progressiste.
Improvvisamente il ‘papa politico’ appare ora
legittimato, oltre che celebrato. Ed è, naturalmente,
lo stesso papa della richiesta del nome di Dio nella
Costituzione europea, della difesa della vita, il papa
responsabile del tracollo del comunismo, il papa di
Fatima, il leader religioso fondamentalista e invasivo
delle coscienze e delle libertà laiche, per usare
stereotipi.
L'attuale latenza della deprecazione laica non è,
tuttavia, solo tattica. In effetti l'opinione e la
cultura politica ufficiale europea è attenta, in
maniera nuova, all'emergente rilevanza pubblica delle
religioni. E disposta a tollerarla sotto certe
condizioni.
Così, il quadro è da tempo più complesso rispetto a
quanto coglie Galli della Loggia. E ancor più appare
tale se si evita, con nuovo rigore storiografico, di
considerare la Chiesa cattolica come una vicenda
marginale o una eccezione entro la modernità europea. E
se, al contrario, si guarda alla Chiesa
moderno-contemporanea, nella sua peculiare 'complexio'
di modernità e antimodernità, come costitutiva
d'Europa.
Naturalmente, qui conta e ci ammaestra il fallimento
della prognosi della privatizzazione del religioso.
Sintomaticamente dominante, salvo eccezioni, nella
sociologia della religione, l'ha costretta a occuparsi
per decenni solo di quanto avveniva sull'incerto terreno
delle opinioni del credente come singolo - se ritenesse
più grave il non pagare il biglietto dell'autobus o
l'avere rapporti prematrimoniali - come se tutto questo
fosse veramente importante. Nel frattempo però, da
almeno un quarto di secolo e in misura macroscopica,
molte persone ed espressioni delle religioni mondiali
affermavano pubblicamente di ritenere un Dio, o una
Rivelazione, o una Scrittura, o un Magistero, o una
Guida religiosa, fonte ispiratrice non solo del cuore ma
dell'azione, e di un'azione 'affermativa'.
Ma, se i profili di pubblicità ‘sui generis’ delle
religioni non sono più estranei al nostro
apprezzamento, perché prevale in questo momento un
rifiuto delle culture cristiane a intendere come
autenticamente religiose (pur dissentendo,
eventualmente) le posizioni dei leader George W. Bush e
Tony Blair impegnati nella guerra? Mi viene di
sottolineare questa, tra le diverse possibili diagnosi.
La “revanche de Dieu” è avvenuta e si è riprodotta
culturalmente e generazionalmente, nelle aree delle
grandi Chiese (non così in quelle dell'universo
congregazionale), soprattutto sotto il segno del pathos
per l’’agàpe’ e la ‘diakonìa’, ovvero per
l’amore e il servizio dell'altro. Ma un tale pathos è
senza bussola se trasportato nella dimensione politica,
ed è insidiosamente senza difese rispetto alle
rappresentazioni dualiste dell'umanità: da un lato gli
uomini della carità e del servizio, dall'altro gli
uomini senza cuore del denaro e del dominio. Cosa vi può
essere di più semplice e più comodo da credere? Ho già
scritto che una tale metastasi religiosa dualista della
realtà umana è anche l'ultima spiaggia delle residue
ideologie radicali, variamente neomarxiste, degli anni
Sessanta e Settanta. Un magma temibile.
Non è, dunque, solo la difficoltà laica ad intendere
una dimensione pubblica della fede che conduce alla
sottovalutazione o al disprezzo per la ‘religio’ di
Bush o di Blair. Agisce in questo senso, ormai, anche
una competizione oggettiva tra diverse istanze e volontà
di qualificazione religiosa della sfera pubblica. In
altri termini: a fianco del disprezzo veteroeuropeo per
la elementare ‘piety’ americana vi è il disprezzo
diffuso nelle grandi Chiese europee, nutrito di teologia
moderna, ma anche di residuale ideologia
anticapitalistica (impasto più affine, però, alla
matrice dell'anticapitalismo di destra, e quindi anche
portatore di una inconfessata tensione anti-giudaica).
Non a caso i giudizi più impropri sulla devozione del
presidente degli Stati Uniti vengono da teologi
cattolici formati nella stagione conciliare: oscillanti
tra ragioni di critica democratica progressista
(distinzione degli ordini naturale e soprannaturale;
rifiuto laico di nominare il nome di Dio; adesione etico
politica ai valori della modernità emancipatrice) e
argomenti antifondamentalistici ‘ad hominem’. Si può
divenire, così, capaci anche di riutilizzi occasionali
della polemica antiprotestante, a dispetto di ogni
conclamato ecumenismo.
Di più: da parte di molta intelligencija si colpisce ad
alta voce in Bush quella fede pubblicamente espressa nel
proprio mandato che si è per anni condannata
copertamente nel Wojtyla evangelizzatore delle nazioni.
Dove sono ora quelli che disprezzavano la chiamata
wojtyliana ai giovani, e la loro “superficiale”
risposta, in occasione della Giornata della gioventù
giubilare? Poiché una parte di quei giovani riempie le
piazze e cementa l'opinione pacifista anche delle
generazioni adulte, l'ethos del papa appare ora solido e
promettente, e il suo magistero improvvisamente alto e
unico. E quella del papa diviene addirittura una visione
“laica” contro quella “apocalittica” di Bush,
nonostante il Wojtyla della proclamazione della pace sia
lo stesso Wojtyla teologo della storia che medita sul
mistero di Fatima.
Mi chiedo se, per l'opinione ecclesiale cattolica, la
possibilità di squalificare, senza cantraddirsi, la
‘religio’ di Bush persegua una rivalsa rispetto alla
frustrante e invasiva penetrazione evangelicale nelle
cattolicità latinoamericane, e non solo. Eppure,
proprio la capacità d'azione delle fedi evangeliche
portatrici di originarie istanze di risveglio e missione
dovrebbe imporre una riflessione più umile sui limiti
della dominante agapico-koinoniale in campo cattolico.
La costruzione personale dell'uomo di fede appare
fragile sulle sole fondamenta agapiche; il vangelo della
carità senza avvertenza della peculiarità della
elezione cristiana non basta. E, nella sfera pubblica,
una educazione al servizio dell'Altro senza orizzonte di
responsabilità politica rischia di confermare un
profilo del cristiano europeo capace, sì, di carità
interpersonale ma incapace (se non retoricamente) di
sollecitudine razionale per la giustizia e il diritto
come capacità di giudizio nelle crisi nazionali e
internazionali.
Aggiungo un'osservazione. Capiterà di notare che i due
fronti si rivolgono in apparenza una stessa accusa,
quella di avere una concezione dualista o manichea,
onirica e assoluta, della storia e dell'arena mondiale.
E, certamente, la componente etico religiosa della
politica americana può costantemente implicare una
connotazione radicale e salvifica della propria azione,
come aveva argomentato profondamente Carl Schmitt.
Ma Eric Voegelin ci aiuta a cogliere differenze
essenziali. La religione americana, proprio in quanto
incorpora (tratto ben colto da Robert N. Bellah) il
modello biblico dell'Esodo e della Terra promessa,
incorpora anche la costante del peccato e dell'infedeltà
al Patto. Include la finitezza e la capacità di errare
del popolo e dei suoi capi. Galli della Loggia ha
benissimo colto il significato discriminante della
giornata di preghiera negli Stati Uniti "per
impetrare l'aiuto e la guida di Dio al fine di meglio
comprendere i nostri errori". Il nucleo utopico
implicito nel pacifismo è invece caratterizzato
dall'attesa di una condizione dell'uomo e del mondo
riscattata dal peccato. E quindi, poiché le idee hanno
i loro automatismi, giustizia e diritto si validano solo
nell'affermarsi senza la forza, cioè senza il peccato.
Ma in realtà questo non è possibile. O lo è solo al
soggetto utopico, in quanto dotato del vero sapere sulla
realtà, gnosticamente già esente da peccato anche
quando eserciti necessaria violenza.
Per questo le dualità simboliche tra bene e male
espresse da una democrazia a fondamento religioso (Voegelin
direbbe: intrinsecamente aperta alla trascendenza,
quindi certa della propria finitezza e colpabilità)
sono spinta all'azione giusta, non ontologia gnostica.
Mentre le dualità utopiche implicano intrinsecamente
l'impeccabilità dell'uomo futuro e di coloro che ne
anticipano l'avvento. Ma coniugare, ora per ora,
certezza della chiamata e senso del peccato è
equilibrio cristiano.
10 aprile 2003
DOPO LA PRESA DI BAGHDAD. IPOTESI SULLA "GOVERNANCE"
La vera materia del nuovo confronto tra gli stati
belligeranti e le Nazioni Unite e l'Europa comunitaria
è il nesso necessario tra la futura partecipazione
internazionale alla “governance” della complessità
irachena e il riconoscimento da parte di quegli stessi
soggetti della legittimità dell'operato americano e
inglese...
>
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12 aprile 2003
SULLA MANCATA PRIVATIZZAZIONE DEL RELIGIOSO
Riprendo, per un attimo, la questione degli errori
predittivi della sociologia della religione; dei nostri
vistosi errori. Avere inteso la “privatizzazione”
della religione come “invisibilizzazione” nella
modernità contemporanea risale ad una lettura tutta
europea delle analisi americane...
>
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17 aprile 2003
GUERRIGLIA ITALICA CONTRO POTENZA EGEMONE
Non sempre mi piace Altan. La coazione a dire qualcosa
di sinistra (quindi a farlo dire ai suoi personaggi)
riduce molto la capacità della sua satira. Ma la
vignetta di mercoledì 16 aprile su “la Repubblica”
è un piccolo capolavoro: "E se attaccano anche la
Siria?". "Ricorriamo al T.A.R. del
Lazio". La vignetta traccia in compendio una
perfetta immagine delle risorse, ma specialmente delle
culture, a confronto nella collisione tra Stati Uniti e
progressismo europeo, in particolare italiano. Il T.A.R.
del Lazio è la metafora stessa dell'efficacia della
guerriglia (a supporto sindacale) della nostra società
civile contro gli atti di governo di ogni ordine e
grado, improvvidi o provvidi che siano. Via facile e
successo spesso garantito, non importa con quali effetti
sociali e istituzionali. Ed è anche la nostra visione
del mondo. Geniale averla pensata come la spontanea
replica italica ai comportamenti della potenza egemone.
__________
In questo sito, altri testi di Pietro De Marco:
>
Dopo e oltre la marea pacifista. Un saggio di Pietro De
Marco (24.2.2003)
>
Inediti. La bozza De Marco per la pace tra Israele e
Palestina (30.10.2002)
__________
Sulla fede di George W. Bush:
>
Bush & Dio. Un rompicapo per la Chiesa d’Europa
(8.4.2003)
__________
Sulla guerra in Iraq:
>
Bollettino di guerra. Le bombe carta dei pacifisti
teologi (31.3.2003)
>
Il dopoguerra secondo il cardinale Camillo Ruini
(25.3.2003)
>
Guerra nel Golfo. Quello che il papa ha detto per
davvero (20.3.2003)
>
Europa provincia dell’islam? Il pericolo si chiama
dhimmitudine (17.3.2003)
>
Chiesa interventista. L’offensiva di pace di monsignor
Migliore (6.3.2003)
>
Prove di geopolitica cattolica. Come leggere il mondo
dopo l’11 settembre (3.3.2003)
>
“L'Osservatore Romano” e “Avvenire”. Le due voci
discordi della Chiesa di Roma (26.2.2003)
>
Da Assisi a Baghdad. Se questo è far pace
(17.2.2003)
>
Teoria e pratica della guerra giusta. Nove documenti per
capirne di più (12.2.2003)
>
Islam contro Stati Uniti. Ma i musulmani sciiti fanno
eccezione (5.2.2003)
>
Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della
Chiesa alla guerra (30.1.2003)
>
Intervista esclusiva con l’ambasciatore Nicholson:
“Ecco i punti di disaccordo tra Bush e il papa”
(27.1.2003)
>
I tre enigmi di Giovanni Paolo II. Risolti dal suo
cardinal vicario
(23.1.2003)
>
Guerra preventiva. I gesuiti del papa duellano con gli
strateghi di Bush (21.1.2003)
>
Iraq, Europa, Russia. I tre fronti caldi di Giovanni
Paolo II
(13.1.2003)
>
La Chiesa e l’Iraq. Come spazzar via Saddam Hussein
senza fargli guerra (7.1.2003)
>
Saddam Hussein fa strage dei musulmani sciiti. Ma il
Vaticano non vede (27.11.2002)
>
Iraq. Anche il papa dà l’ultimatum a Saddam
(18.9.2002)
Il
dopoguerra secondo il cardinale Camillo Ruini
Il presidente della conferenza episcopale italiana critica pacifismo e
antiamericanismo. Ed enuncia la sua visione di un mondo più libero,
giusto e solidale
di Sandro Magister
ROMA – Il cardinale Camillo Ruini ha dedicato
alla guerra in Iraq la prima parte del discorso con il
quale ha aperto, la sera di lunedì 24 marzo, la
riunione di primavera del direttivo della Conferenza
episcopale italiana.
Oltre che presidente della Cei, il cardinale Ruini è
vicario del papa per la città di Roma. È quindi anche
interprete autorevole del pensiero di Giovanni Paolo II.
Ebbene, le cose che ha detto sulla guerra in Iraq si
distanziano nettamente dal comune sentire pacifista che
domina tra i cattolici e gli ecclesiastici, anche di
alto rango.
PACIFISMO SENZA PACE
Sul pacifismo, Ruini richiama la necessità di un «costante
discernimento» – ossia di una valutazione critica –
«affinché l’impegno per la pace non sia confuso con
finalità e interessi assai diversi, o inquinato da
logiche che in realtà sono di scontro».
E a questo scopo loda «la pedagogia della pace messa in
atto da Giovanni Paolo II», perché, in quanto «incentrata
sulla necessità della conversione anzitutto dei cuori e
delle coscienze, e in ultima analisi sulla pace come
dono di Dio - che ha il suo segno supremo
nell’Eucaristia - prima che come opera nostra, libera
la pace stessa dalla presa delle ideologie e pone
ciascuno a diretto e responsabile confronto con essa,
aiutandoci a comprendere che preservare la pace è sì a
titolo speciale compito dei governanti ma è anche
impegno e missione di ognuno di noi».
PACE NELLA GIUSTIZIA
La pace che Ruini invoca non è semplice assenza o
interruzione della guerra, ma – sempre citando
Giovanni Paolo II – è «la strada per costruire una
società più giusta e solidale». Oggi che la guerra in
Iraq è in corso, questa strada punta a che «il
conflitto abbia termine al più presto, siano
risparmiate vite umane e siano ristabiliti costruttivi
rapporti internazionali». Di questi tre obiettivi, il
cardinale sviluppa il terzo.
NUOVO MONDO
Del quadro internazionale, egli dà una lettura
tutt’altro che condivisa, sia alla base che ai vertici
della Chiesa. All’opposto di chi ha una visione
statica del mondo, padroneggiabile con gli attuali
strumenti di diritto internazionale, Ruini crede che si
è invece aperta un’epoca che pone nuovissime sfide a
tutti: un’epoca «nella quale gli assetti mondiali
appaiono destinati a subire straordinari rivolgimenti,
forse ancora più profondi di quelli che hanno segnato
il secolo XX».
E quindi a queste sfide inedite le nazioni e gli
organismi internazionali devono rispondere in forme
anch’esse nuove.
ONU
Per le Nazioni Unite, il cui «deterioramento» ritiene
innegabile, Ruini auspica un deciso rifacimento: «nuovi
sviluppi che – senza mortificare le peculiarità di
ogni singola nazione – rendano questa organizzazione
meglio idonea ad affrontare con concreta efficacia e
sicura autorevolezza le sfide della nuova epoca».
Con la formula «concreta efficacia e sicura
autorevolezza» il cardinale allude all’esigenza di
coniugare diritto e forza, decisioni e sanzioni: tutto
l'opposto di quello che anche autorevoli dirigenti
vaticani sembrano sostenere, ogni volta che rivendicano
la forza del diritto "contro" il diritto della
forza.
OCCIDENTE
Circa i rapporti tra Europa e America, Ruini sostiene
che ogni contrapposizione tra le due sponde
dell’Atlantico non ha alcuna ragione d’essere. Anzi:
«i motivi di solidarietà che legano tra loro le
nazioni dell'Occidente conservano la loro profonda
validità anche dopo che è venuta meno la minaccia
della ‘guerra fredda’, affondando le proprie radici
in un patrimonio di valori che rimane comune, pur nelle
innegabili differenze, e trovando nuove ragioni nei
grandi cambiamenti che si profilano sull'orizzonte
mondiale e che richiederanno risposte costruttive e
solidali dall'Occidente».
Dell’antiamericanismo il cardinale non fa parola. Ma
inequivocalmente lo sconfessa.
EUROPA
Quanto all’Europa, il cardinale richiama le nazioni
del Vecchio Continente al dovere di ricavare dalle
attuali loro divisioni «una lucida e sincera
consapevolezza della necessità di superare le logiche
particolaristiche, per dotare invece l'Unione Europea
degli strumenti idonei ad esprimersi con una voce comune
sulla scena del mondo».
Non trapela da queste sue parole nessuna simpatia per la
politica internazionale della Francia. Né tantomeno per
il “partito francese” attivo in Vaticano, del quale
si sono fatti espressione, in queste settimane, il
ministro degli esteri Jean Louis Tauran, il cardinale
Roger Etchegaray e l’arcivescovo Renato Martino.
MEDIO ORIENTE
Infine il dopoguerra. Ruini richiama l’attenzione
sugli sviluppi positivi che la rimozione del regime di
Saddam Hussein potrebbe avviare in Terra Santa e nei
paesi islamici.
Della Terra Santa dice che «fa parte del medesimo
contesto di crisi, ed anzi è la fonte forse principale
di quegli odii e contrapposizioni che rendono tanto
temibili gli scenari di uno scontro di civiltà».
Mentre con i paesi islamici sollecita a «stabilire
nuovi e costruttivi rapporti, per aiutare lo sviluppo
dei popoli più poveri e per favorire, in maniera
pacifica ma non per questo meno stringente e concreta, i
processi di democratizzazione nelle nazioni ancora
oppresse da talvolta feroci dittature».
Si coglie un’affinità, in queste prospettive, con il
programma di diffusione della libertà e della
democrazia enunciato nella dottrina dell’attuale
amministrazione americana.
__________
Il link al testo integrale del discorso del cardinale
Ruini:
>
Consiglio episcopale permanente, Prolusione del
cardinale presidente, Roma, 24 marzo 2003
__________
La dottrina geopolitica dell’attuale amministrazione
americana:
>
The National Security Strategy of the United States of
America, The White House, September 2002
Un suo ampio riassunto in italiano è uscito su “Il
Foglio” di domenica 23 marzo 2003, a pagina 3:
> “Il Foglio”
Guerra
nel Golfo. Quello che il papa ha detto per davvero
“Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma
sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità...”. La vera
storia di una condanna che non c'è mai stata
di Sandro Magister
ROMA – In Iraq è guerra. Una guerra fortemente
contrastata fino all’ultimo dalla Chiesa cattolica.
Contrastata ma mai condannata, stando alle parole della
sua autorità suprema, il papa.
Sull’assenza di questa condanna, i media non hanno
fatto chiarezza. Quasi sempre hanno rilanciato le parole
di Giovanni Paolo II come fossero un anatema assoluto
contro questa guerra, se non addirittura contro tutte le
guerre.
Ma di questa condanna non c’è traccia in nessuno dei
frequenti, incalzanti discorsi nei quali il papa ha
invocato la pace in Iraq.
Per verificare, più sotto ci sono i discorsi originali
di Giovanni Paolo II sul tema: a partire dall’udienza
generale di mercoledì 19 marzo e risalendo a ritroso
fino al 1 gennaio di quest’anno, giornata
tradizionalmente dedicata dalla Chiesa alla pace nel
mondo.
In tutti i suoi interventi il papa predica la pace come
un imperativo assoluto, orizzonte ineludibile di ogni
decisione dei governi e dei singoli. Eppure mai si
spinge a definire la guerra in Iraq «un crimine contro
la pace», come invece, ad esempio, hanno fatto due suoi
collaboratori, gli arcivescovi Jean Louis Tauran e
Renato Martino.
Le parole del papa si distinguono per l’impronta
intensamente religiosa. Rari e misuratissimi sono i
passaggi da lui dedicati alle modalità con le quali
costruire concretamente la pace nel Golfo. E hanno la
forma del “discorso sul metodo”, non del precetto.
È di metodo, ad esempio, l’avvertimento che Giovanni
Paolo II ha dato agli ambasciatori di tutto il mondo il
13 gennaio:
«Non si può far ricorso alla guerra, anche se si
tratta di assicurare il bene comune, se non come estrema
possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni».
Ed è anch’esso un richiamo a decidere
responsabilmente il monito dell’Angelus del 16 marzo:
«Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni
costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa
responsabilità».
In questi come in altri passaggi, il papa non esclude
mai la guerra in Iraq dall’arco delle decisioni
praticabili e giuste.
Ma affida il giudizio alla coscienza e
all’intelligenza di ciascuno. Il papa si mostra
intransigente solo sull’orizzonte ultimo della pace,
non sulle vie per arrivarvi. E la pace da lui predicata
è essenzialmente quella «che viene da Dio».
Una conferma di questa linea papale è lo scontento che
essa ha prodotto tra i pacifisti cattolici.
Un buon numero di essi, in Italia, hanno indirizzato a
Giovanni Paolo II una lettera aperta per dirgli,
testualmente:
«Santità, le chiediamo un'affermazione semplice e
univoca, che non lasci scappatoie per gli incisi e i
distinguo».
Segno che a giudizio di questi pacifisti il no del papa
alla guerra non è radicale – senza se e senza ma –
come da loro voluto.
Tra i firmatari della lettera vi sono il priore
dell’abbazia benedettina camaldolese di Fonte
Avellana, Alessandro Barban, il presidente di “Beati i
costruttori di pace”, don Albino Bizzotto, il
vicedirettore di “Famiglia Cristiana”, Angelo
Bertani, il missionario Alex Zanotelli, i cultori della
nonviolenza Enrico Peyretti e Massimo Toschi, preti,
suore, teologi di fama.
Il testo della lettera è in Internet con la lista dei
firmatari. Ecco il link:
>
Appello al papa
Ed ecco qui di seguito una fedele antologia degli
interventi di Giovanni Paolo II sulla guerra del Golfo,
con i link ai discorsi integrali:
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Udienza generale del 19 marzo 2003
San Giuseppe, patrono universale della Chiesa, vegli
sull’intera comunità ecclesiale e, uomo di pace qual
era, ottenga per l’intera umanità, specialmente per i
popoli minacciati in queste ore dalla guerra, il
prezioso dono della concordia e della pace.
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Angelus del 16 marzo 2003
Desidero rinnovare un pressante appello a moltiplicare
l'impegno della preghiera e della penitenza, per
invocare da Cristo il dono della sua pace. Senza
conversione del cuore non c'è pace.
I prossimi giorni saranno decisivi per gli esiti della
crisi irakena. Preghiamo, perciò, il Signore perché
ispiri a tutte le parti in causa coraggio e
lungimiranza.
Certo, i responsabili politici di Baghdad hanno
l'urgente dovere di collaborare pienamente con la
comunità internazionale, per eliminare ogni motivo
d'intervento armato. A loro è rivolto il mio pressante
appello: le sorti dei loro concittadini abbiano sempre
la priorità!
Ma vorrei pure ricordare ai paesi membri delle Nazioni
Unite, ed in particolare a quelli che compongono il
consiglio di sicurezza, che l’uso della forza
rappresenta l'ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni
altra soluzione pacifica, secondo i ben noti principi
della stessa Carta dell’Onu.
Ecco perché - di fronte alle tremende conseguenze che
un'operazione militare internazionale avrebbe per le
popolazioni dell’Iraq e per l'equilibrio dell’intera
regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché
per gli estremismi che potrebbero derivarne - dico a
tutti: c’è ancora tempo per negoziare; c'è ancora
spazio per la pace; non è mai troppo tardi per
comprendersi e per continuare a trattare.
Riflettere sui propri doveri, impegnarsi in fattivi
negoziati non significa umiliarsi, ma lavorare con
responsabilità per la pace [...].
Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la
seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il
dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani
di me, che non hanno avuto quest’esperienza: "Mai
più la guerra!", come disse Paolo VI nella sua
prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il
possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad
ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa
responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!
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Angelus del 9 marzo 2003
Come suggerisce il Vangelo odierno (Mc 1,12-15), durante
i quaranta giorni della Quaresima i credenti sono
chiamati a seguire Cristo nel "deserto", per
affrontare e vincere con Lui lo spirito del male. Si
tratta di una lotta interiore, da cui dipende la
concreta impostazione della vita. E' infatti dal cuore
dell'uomo che scaturiscono le sue intenzioni e le sue
azioni (cfr Mc 7,21); è pertanto solo purificando la
coscienza che si prepara la via della giustizia e della
pace, sia sul piano personale che in ambito sociale.
Nell'attuale contesto internazionale, si avverte più
forte l'esigenza di purificare la coscienza e convertire
il cuore alla pace vera. Al riguardo, è quanto mai
eloquente l'icona di Cristo che smaschera e vince le
menzogne di Satana con la forza della verità, contenuta
nella Parola di Dio. Nell'intimo di ogni persona
risuonano la voce di Dio e quella insidiosa del maligno.
Quest'ultima cerca di ingannare l'uomo seducendolo con
la prospettiva di falsi beni, per distoglierlo dal vero
bene, che consiste proprio nel compiere la volontà
divina. Ma la preghiera umile e fiduciosa, rafforzata
dal digiuno, permette di superare anche le prove più
dure, e infonde il coraggio necessario per combattere il
male con il bene. La Quaresima diviene così un tempo di
proficuo allenamento dello spirito.
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Angelus del 2 marzo 2003
Quest'anno, intraprenderemo l'itinerario penitenziale
verso la Pasqua con un più forte impegno di preghiera e
di digiuno per la pace, messa in forse da crescenti
minacce di guerra. Già domenica scorsa ho avuto modo di
annunciare quest'iniziativa, che intende coinvolgere i
fedeli in una fervorosa preghiera a Cristo, Principe
della Pace. La pace, infatti, è dono di Dio da invocare
con umile e insistente fiducia. Senza arrendersi dinanzi
alle difficoltà, occorre poi ricercare e percorrere
ogni strada possibile per evitare la guerra, che sempre
porta con sé lutti e gravi conseguenze per tutti.
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Angelus del 23 febbraio 2003
Da mesi la comunità internazionale vive in grande
apprensione per il pericolo di una guerra, che potrebbe
turbare l'intera regione del Medio Oriente e aggravare
le tensioni purtroppo già presenti in quest'inizio del
terzo millennio. È doveroso per i credenti, a qualunque
religione appartengano, proclamare che mai potremo
essere felici gli uni contro gli altri; mai il futuro
dell'umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e
dalla logica della guerra.
Noi cristiani, in particolare, siamo chiamati ad essere
come delle sentinelle della pace, nei luoghi in cui
viviamo e lavoriamo. Ci è chiesto, cioè, di vigilare,
affinché le coscienze non cedano alla tentazione
dell'egoismo, della menzogna e della violenza.
Invito, pertanto, tutti i cattolici a dedicare con
particolare intensità la giornata del prossimo 5 marzo,
Mercoledì delle Ceneri, alla preghiera e al digiuno per
la causa della pace, specialmente nel Medio Oriente.
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Angelus del 9 febbraio 2003
In quest'ora di preoccupazione internazionale, tutti
sentiamo il bisogno di rivolgerci al Signore per
implorare il grande dono della pace. Come ho rilevato
nella Lettera apostolica ‘Rosarium Virginis Mariae’,
"le difficoltà che l'orizzonte mondiale presenta
in questo avvio di nuovo millennio ci inducono a pensare
che solo un intervento dall'Alto [...] può far sperare
in un futuro meno oscuro" (n. 40). Numerose
iniziative di preghiera si svolgono in questi giorni in
varie parti del mondo. Mentre le incoraggio di cuore,
invito tutti a prendere in mano la corona per invocare
l'intercessione della Vergine Santissima.
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Discorso al corpo diplomatico del 13 gennaio 2003
No alla guerra! La guerra non è mai una fatalità; essa
è sempre una sconfitta dell’umanità. Il diritto
internazionale, il dialogo leale, la solidarietà fra
Stati, l’esercizio nobile della diplomazia, sono mezzi
degni dell’uomo e delle Nazioni per risolvere i loro
contenziosi. Dico questo pensando a coloro che ripongono
ancora la loro fiducia nell’arma nucleare e ai troppi
conflitti che tengono ancora in ostaggio nostri fratelli
in umanità. A Natale, Betlemme ci ha richiamato la
crisi non risolta del Medio Oriente dove due popoli,
quello israeliano e quello palestinese, sono chiamati a
vivere fianco a fianco, ugualmente liberi e sovrani,
rispettosi l’uno dell’altro. Senza dover ripetere ciò
che dicevo l’anno scorso in questa stessa circostanza,
mi accontenterò oggi di aggiungere, davanti al costante
aggravarsi della crisi mediorientale, che la sua
soluzione non potrà mai essere imposta ricorrendo al
terrorismo o ai conflitti armati, ritenendo addirittura
che vittorie militari possano essere la soluzione. E che
dire delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi
sulle popolazioni dell’Iraq, terra dei profeti,
popolazioni già estenuate da più di dodici anni di
embargo? Mai la guerra può essere considerata un mezzo
come un altro, da utilizzare per regolare i contenziosi
fra le nazioni. Come ricordano la Carta
dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e il Diritto
internazionale, non si può far ricorso alla guerra,
anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non
come estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose
condizioni, nè vanno trascurate le conseguenze che essa
comporta per le popolazioni civili durante e dopo le
operazioni militari.
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Angelus del 1 gennaio 2003
Come non esprimere ancora una volta l'auspicio che, da
parte dei responsabili, si faccia tutto il possibile per
trovare soluzioni pacifiche alle molte tensioni in atto
nel mondo, in particolare nel Medio Oriente, evitando
ulteriori sofferenze a quelle popolazioni già tanto
provate? Prevalgano la solidarietà umana e il diritto!
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Omelia del 1 gennaio 2003
Il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di
quest'anno rievoca l'enciclica ‘Pacem in Terris’,
nel quarantennio della sua pubblicazione. [...] Quando
fu scritta nubi minacciose si profilavano all'orizzonte
mondiale, e sull'umanità pesava l'incubo di una guerra
atomica. Il mio venerato predecessore [...] indicò con
forza "la verità, la giustizia, l'amore e la
libertà" come i "quattro pilastri" su
cui costruire una pace durevole. Il suo insegnamento
rimane attuale. [...] Di fronte agli odierni conflitti
ed alle minacciose tensioni del momento, ancora una
volta invito a pregare affinché siano ricercati
"mezzi pacifici" di composizione ispirati da
una "volontà di intesa leale e costruttiva",
in armonia con i principi del diritto internazionale.
Iraq.
Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla guerra
Poco idealismo e molto pragmatismo nelle posizioni antiguerra del
cardinale Sodano e dei vescovi italiani, tedeschi, canadesi. Questi
ultimi addirittura le sottopongono a un sondaggio
di Sandro Magister
ROMA – La Chiesa cattolica continua a dire forte il
suo “no” alla guerra all’Iraq. Ma non come fosse
un veto religioso, assoluto. Il “no” lo argomenta
con ragioni politiche, e quindi per loro natura
discutibili, affidate all’intelligenza dei fedeli. È
ciò che si ricava da quanto hanno detto negli ultimi
giorni il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato,
e le conferenze espiscopali dell’Italia, del Canada e
della Germania.
1. IL CARDINALE SODANO
Il cardinale Sodano è tornato a dire il suo pensiero
sull’Iraq il 29 gennaio, a un pool di giornalisti
invitati a un pranzo in suo onore. Ecco le sue frasi
salienti, riportate il giorno dopo sulla stampa:
«Al di fuori qualcuno pensa che gli esponenti della
Chiesa siano degli ‘idealisti’. E lo siamo, ma siamo
anche realisti».
«Vale la pena irritare un miliardo di islamici? È la
domanda che faccio a qualche amico americano: vi
conviene? Non avrete poi per decenni l’ostilità di
tutto quel mondo?».
«Senza entrare troppo nel problema se la guerra sia
morale o no, credo che abbia una sua efficacia la
domanda sulla convenienza».
«Con le guerre si sa come si comincia ma non come si
finisce. Agli americani chiedo: siete sicuri di uscirne
bene? L’esperienza del Vietnam non vi invita alla
prudenza? Anche in Afghanistan vediamo che non è ancora
finita. Le cose non vanno bene per niente. Ma proprio
per questo bisogna insistere sulla convenienza o no
della guerra».
«Noi siamo contro la guerra. Non c’è tanto da
discutere sul fatto se sia preventiva o non preventiva:
sono termini ambigui. Certo non è difensiva. Ai fini
della concordia con il mondo islamico, occorre chiedersi
quale sia il mezzo migliore per affrontare la crisi
irachena».
2. LA CEI DI BETORI E “AVVENIRE”
Per la Cei hanno parlato il segretario generale
monsignor Giuseppe Betori e il quotidiano
“Avvenire”.
In una conferenza stampa del 28 gennaio monsignor Betori
ha detto che «se una guerra è preventiva non è giusta
in ogni caso» perché «la minaccia deve essere attuale
e non futura». Ma ha aggiunto:
«Perché la guerra sia giustificata occorre che ci sia
una aggressione in atto e questo non è stato ancora
compiutamente dimostrato. Lo decideranno gli esperti.
Non sta a noi giudicare il grado in cui il possesso da
parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa è
tale da poter costituire una minaccia concreta».
“Avvenire” – che è di proprietà della Cei – ha
invece dedicato il suo editoriale di prima pagina del 30
gennaio proprio alle «parole informali» dette il
giorno prima dal cardinale Sodano. Per subito
sottolineare che le obiezioni alla guerra espresse dal
segretario di Stato «sono di carattere puramente
politico».
E tra le obiezioni di Sodano alla guerra, l’editoriale
ne ha sviluppata in particolare una: quella sui
contraccolpi negativi in campo musulmano.
L’autore dell’editoriale fa parte del think tank del
cardinale Camillo Ruini: è Vittorio E. Parsi, docente
di relazioni internazionali all’Università Cattolica
di Milano.
Ha scritto Parsi:
«Una rapida e umiliante vittoria sull’Iraq finirebbe
col rendere incolmabile quel fossato di risentimento che
per tutto il Novecento si è venuto allargando tra
Occidente e mondo islamico (cui afferisce un miliardo
circa di persone). La stessa idea di procedere a
un'occupazione - temporanea ma prolungata - dell'Iraq,
allo scopo di favorirne una transizione democratica, si
direbbe una soluzione un po' troppo semplicistica e
sbrigativa. Se la presenza militare occidentale nella
Penisola Arabica ha prodotto Bin Laden, Al Qayda, e gli
attentati dell'11 settembre, quale infernale reazione
potrebbe generare l'occupazione dell'Iraq?».
Ma interessante è stata anche la conclusione
dell’editoriale. Che da un lato ha riconosciuto «in
linea di principio agli Stati Uniti e all'Occidente il
diritto e il dovere di difendersi, anche con le armi,
quando le vite dei suoi cittadini e la sicurezza della
democrazia sono sotto attacco».
E dall’altro lato ha criticato severamente le
posizioni di Francia e Germania, ritenute un ostacolo
proprio alla ricerca di un’alternativa alla guerra:
«Non molto proficue appaiono certe puntute e rigide
prese di posizione, che potrebbero essere interpretate
come assunte più in un'ottica di supremazia
continentale che non in quella di una genuina sicurezza
europea e collettiva. Meglio piuttosto il tentativo di
riavvicinare le due sponde dell'Atlantico - che è poi
il solo modo di mantenere il bene prezioso dell'unità
europea - cercando proposte concrete, realistiche e
audaci in grado di scongiurare una guerra che in realtà
nessuno, tranne Saddam, vuole».
3. I VESCOVI TEDESCHI
La conferenza episcopale tedesca ha emesso una
dichiarazione sull’Iraq il 20 gennaio, dopo una
riunione a Wurzburg del suo direttivo. Per dire che «la
questione centrale non è la guerra preventiva, ma la
prevenzione della guerra».
Gran parte del documento muove obiezioni alle
conseguenze pratiche di una guerra contro l’Iraq e
prima ancora alla teoria della guerra preventiva, che «in
quanto rappresenta un’aggressione non può essere
definita come una giusta guerra d’autodifesa» e
quindi «è in contraddizione con l’insegnamento
cattolico e le leggi internazionali».
Ma in alternativa alla guerra, i vescovi tedeschi non
invocano di restare «inattivi». «È necessario che la
comunità internazionale continui a esercitare pressioni
sul regime del dittatore Saddam Hussein e pratichi una
politica di ferma restrizione della sua libertà
d’azione militare».
Anche, eventualmente, con la minaccia dell’uso della
forza: «Nel contesto di una strategia politica
finalizzata a prevenire la guerra, l’uso di minacce può
essere eticamente giustificato in certi casi».
4. I VESCOVI CANADESI
I vescovi canadesi, infine, si sono espressi sull’Iraq
il 17 gennaio con un’iniziativa insolita. Hanno
rilanciato come proprio documento una sorta di manifesto
antiguerra prodotto dalla Commissione per la pace del
Consiglio canadese delle Chiese, e offerto alla
sottoscrizione di chi desidera.
Il manifesto è fortissimamente critico nei confronti
della politica presente e passata degli Stati Uniti e
dell’Occidente nell’area. La stessa dittatura di
Saddam Hussein è giudicata un prodotto di questa
politica. E il fatto che il regime di Baghdad si sia
dotato di armi distruzione di massa è messo in rapporto
con l’analogo armarsi di Israele: fintanto che
quest’ultimo non disarma – vi si legge – anche il
primo ha i suoi motivi per fare altrettanto.
Il documento termina con sette indicazioni operative, in
alternativa alla guerra. La più importante è quella
che invita ad «accompagnare» l’autonomo cammino del
popolo irakeno verso la democrazia. Perché «una volta
che gli irakeni saranno liberi di scegliere è
improbabile che daranno sostegno a un programma
d’armamento nucleare».
Un altra indicazione operativa è quella di «esplorare
i modi legali e giudiziari» per processare Saddam
Hussein per crimini contro l’umanità, «come si è
provato contro il generale Augusto Pinochet».
Nell’intero documento non una sola riga rimanda a
principi etici né tantomeno cristiani. Gli argomenti
sono tutti e solo politici.
E discutibili in tutta libertà. Al punto che il
manifesto è offerto in pubblica sottoscrizione, e
quindi vale solo per chi ha deciso o deciderà di
firmarlo.
__________
Questo è il link al documento canadese (accompagnato
punto per punto dal relativo background documentario),
nel sito deputato alla raccolta delle firme:
>
“Prepare for Peace in Iraq”. Statement background
document
Mentre questo è il link alla versione inglese del
documento dei vescovi tedeschi, nel sito dell’agenzia
“Zenit”:
>
Statement of the German Bishops Conference on the Iraq
Conflict
E questo è l’editoriale di Vittorio E. Parsi su
“Avvenire” del 30 gennaio 2003:
>
Guerra all’Iraq. Ma davvero ne vale la pena?
__________
In questo sito, sullo stesso tema:
>
Intervista esclusiva con l’ambasciatore Nicholson:
“Ecco i punti di disaccordo tra Bush e il papa”
(27.1.2003)
>
Guerra preventiva. I gesuiti del papa duellano con gli
strateghi di Bush (21.1.2003)
>
La Chiesa e l’Iraq. Come spazzar via Saddam Hussein
senza fargli guerra (7.1.2003)
La Rivista de il manifesto
numero
41
luglio-agosto 2003
Una discussione: i papi e la pace
UNA LUNGA STORIA
Filippo Di Giacomo
Il
pacifismo cristiano contemporaneo è nato protestante tra i quaccheri americani
e i mennoniti inglesi degli inizi del 1900. E fino alla seconda guerra irachena,
quando i cattolici pronunciano la parola `pace', molti di loro continuano a fare
una certa fatica a respingere per principio ogni genere di guerra. Per i fedeli
della Chiesa di Roma, la violenza belligerante certamente non è legata a quella
pulsione distruttiva di freudiana memoria (attribuita volentieri a questa o a
quella religione, secondo le mode e le contingenze: ora tocca all'islam) che
spesso sentiamo ancora spacciare come radice profonda dei conflitti in corso.
Come se la pace fosse solo significata dall'assenza di guerre oppure
dall'omissione dell'uso collettivo della violenza. E questo va premesso, se non
altro, per rispondere all'accusa di `teologia ondivaga' che il cattolico George
Weigel, il solito intellettuale con il successo editoriale garantito in salsa
opusdeista, ha rivolto a Papa Wojtyla (lo ha fatto in tutte le capitali europee
e in conferenze organizzate e pagate dal Dipartimento di Stato Usa) tra febbraio
e aprile di quest'anno.
La Chiesa di Roma diventa pacifista a ridosso del 1915, grazie a Benedetto XV.
Dopo Versailles, Papa Dalla Chiesa sottrae la Chiesa Cattolica dalle angustie
teoriche della cosiddetta dottrina della `guerra giusta' di Tommaso d'Aquino e
inizia a proporre a tutte le nazioni una riforma moderna del diritto
internazionale e del diritto diplomatico sulla soluzione delle controversie. Nel
1939 il domenicano Mariano Cordovani, teologo della Casa Pontificia (cioè il
consulente personale del Papa), scriveva: «le condizioni precisate dalla
teologia per la guerra giusta oggi non si verificano quasi mai. Se anche una
guerra giusta è conclusa con una vittoria, non riparerà più il danno che
nasce dall'averla combattuta». Negli anni Cinquanta viene pubblicato il
trattato di Istituzioni di diritto ecclesiastico pubblico del cardinale Alfredo
Ottaviani: lo scomunicatore dei comunisti, l'uomo che da Prefetto del
Sant'Ufficio si meritò il soprannome di `carabiniere della Chiesa'. La sera
dell'inaugurazione del Concilio Vaticano II, sul suo diario si limitò ad
annotare : «Speriamo che Dio mi faccia morire presto, così morirò cattolico».
Anche per quei tempi, il trattato di Ottaviani imbarazzava persino i
tradizionalisti. Infatti, il sillogismo giuridico con il quale il porporato
liquidava il diritto alla libertà religiosa per i non cattolici era questo:
solo la verità ha dei diritti; il cattolicesimo è la sola religione vera;
dunque... Il personaggio era questo. Eppure, in materia di pace e di pacifismo
Ottaviani insegnava: «La guerra va assolutamente proibita perché ogni
distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta deve essere ritenuta
definitivamente superata. Di conseguenza, anche la leva militare obbligatoria
deve essere vietata». È proprio necessario ricordare che fino al 1945, la
cultura politica dell'Occidente era unanime nel considerare del tutto `normale'
il ricorso alla guerra? E che la tentazione di far bilanciare (oppure
sbilanciare) i rapporti statuali con i trattati, con il commercio, con le flotte
e con gli eserciti circola tuttora dentro alcune cancellerie?
Non è quindi per nulla strano se i due pontefici antitetici del secolo scorso,
Pio XII e Giovanni XXIII, non hanno mai avuto tentennamenti nello sposare la
causa pacifista. Papa Pacelli si meritò anche una lettera di insulti da parte
del presidente Truman (che lo apostrofava come «distinto signor Pacelli») per
il suo rifiuto di avallare la politica americana nei confronti della Cina e
della Corea. E ai tempi dell'Algeria, Pio XII fu il primo a intuire l'importanza
di porre la diplomazia al servizio delle istanze etiche che la decolonizzazione
avrebbe ben presto posto al dialogo multilaterale. Di Giovanni XXIII, del suo
ruolo nella soluzione della crisi di Cuba e della dottrina della `politica
dialogante' tra i due blocchi sappiamo quasi tutto.
Oggi consideriamo `normale' parlare di pace usando come punti di riferimento del
diritto internazionale sia il dialogo paritario sia l'adesione a uno statuto
giuridico composto da diritti inviolabili. Ma se questi punti di riferimento,
fondati su una umanità condivisa e condivisibile, sono stati radicati in una
memoria collettiva, molto lo dobbiamo allo sviluppo che degli insegnamenti di
Pacelli e Roncalli hanno saputo fare Papa Montini e Papa Woytila. Nel Catechismo
della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II l'insegnamento sulla
guerra è posto nel commento al quinto comandamento: «non uccidere». E nel
numero 2306, lo stesso Catechismo ha definitivamente sdoganato anche la
posizione di coloro che tendono a un pacifismo radicale, che esclude l'uso della
violenza anche in caso di aggressione: per la morale cattolica, questo
comportamento è una «testimonianza della carità evangelica».
Dal 1968, da quando Paolo VI con una felice intuizione dedicò ogni primo
gennaio alla riflessione sui contenuti della parola pace, per i cattolici di
tutto il mondo è diventato chiaro che il pacifismo della loro Chiesa non può
essere disgiunto dalla realizzazione di altri valori quali la giustizia, la
libertà politica e religiosa, l'equa ripartizione delle risorse, un dignitoso
accesso al lavoro, il benessere sociale, la ricerca della propria felicità e
quanto d'altro. Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, lo ha detto
chiaro e forte: «La pace non è la semplice assenza della guerra, né può
ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse».
Certo, quando la pace è così fortemente orientata verso situazioni che
l'esperienza storica fa ritenere solo ideali esiste anche il pericolo di perdere
molte possibilità di bene a vantaggio di una esagerata, e utopica, fissazione
sul meglio. E a questo poco ideale `realismo dei fatti' va, forse, imputata la
strana fronda che, nell'imminenza dell'ultimo conflitto, una parte del mondo
cattolico italiano ha messo in opera contro Giovanni Paolo II e la sua azione
pacifista. Ma è stato, tutto sommato, solo qualche sussulto di alcune frange
della Chiesa italiana di fronte a un presunto antiamericanismo cattolico che ha
spaventato solo una manciata di monsignori più abituati a frequentare gli
inquilini di Palazzo Chigi e del Parlamento, magari per distribuire nullità di
matrimonio facilitate, che il popolo di Dio.
D'altronde, non è un segreto per nessuno che i rappresentanti dell'episcopato
dello Stivale negli ultimi tre lustri, da quando è entrato a regime il sistema
dell'otto per mille, hanno fatto molti sforzi per far credere a tutti di avere
lo stesso programma della Confindustria: stare d'istinto dalla parte di chi
comanda. Quando, invece, si osserva l'impatto delle parole pacifiste del Papa
sulla massa dei cattolici italiani (parole spesso mediate da quelle
organizzazioni cattoliche che del pensiero unico del liberismo di Bush e dei
suoi chierichetti hanno un'esperienza diretta e molto diversa da quella
gabellata dai filoamericani di professione) la realtà è già ben differente.
Lo osservava anche Ilvo Diamanti, la domenica precedente la grande
manifestazione pacifista di aprile: «In Italia si affaccia all'orizzonte una
nuova domanda di felicità pubblica che finora è stata solo inseguita dai
partiti di centro-sinistra, solo per tentare di essere le comparse di una
rappresentazione ancora alla ricerca di autori e di attori. E questo movimento
ha anche una forte anima cattolica».
Giovanni Paolo II è Papa da venticinque anni. Nell'ultimo decennio, i conflitti
che hanno (magari solo indirettamente) coinvolto anche le comunità cattoliche
sono stati 111. Sette di questi sono stati combattuti tra nazioni, mentre negli
altri casi si è trattato di guerre interne agli Stati e alle comunità.
L'Occidente, quindi i paesi dello `spazio spirituale' del papato romano, ha
affrontato, con giustificazioni più o meno condivisibili, almeno cinque grandi
interventi armati internazionali: in Somalia (1993), in Bosnia (1995), in Kosovo
e nei Balcani (1999), in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Erano anche
occidentali gli Stati che nel 1991 hanno combattuto la prima guerra del Golfo.
È ormai noto, grazie anche al noto saggio di Huntington, che sullo scenario
disegnato dai conflitti che stiamo ricordando qualcuno ama agitare da anni le
tesi volgarizzate da un certo pensiero americano. Però `scontro di civiltà' e
`guerra di religioni' sono due tesi fortemente contestate dai vertici vaticani
nei convulsi mesi che hanno preceduto la seconda crisi irachena. Il 20 settembre
del 2001, proprio a ridosso della immane tragedia dell'11 settembre, Bush
dichiara testualmente che «gli islamici vogliono cacciare fuori cristiani ed
ebrei da vaste regioni dell'Africa e dell'Asia». E nell'annunciare la `guerra
al terrorismo', nella stessa occasione, Bush si produce in una parafrasi del
Vangelo dicendo che «Ogni nazione, ogni regione deve decidersi: o siete con
noi, o siete con i terroristi». La parafrasi riguarda un passo di Matteo
(12,30), dove Cristo ammonisce «Chi non è con me, è contro di me». Lo strano
messianismo di Bush è stato reiterato (non per caso) anche nel radiomessaggio
indirizzato alla nazione il sabato santo di quest'anno.
Neanche durante il suo viaggio in Croazia nello scorso giugno, davanti alle
chiese distrutte e alle immagini religiose profanate, il Papa è caduto nella
tentazione di dare una motivazione religiosa ai conflitti che hanno opposto
cristiani e musulmani. Chi ha occhi per vedere (e nessuno dubita che, in campo
diplomatico, il Vaticano li abbia) inizia a paventare i rischi delle
contraddizioni di un mondo islamico che è arabo solo in minima parte. E che al
suo interno cova una serie di rivendicazioni contro la supremazia del
panarabismo, fino alla seconda guerra contro l'Iraq sostenuto soprattutto da un
patto di ferro con gli anglosassoni, che la stragrande maggioranza degli
islamici del mondo non vuole più accettare. Nei paesi arabi è dal VII secolo
che i cristiani sono impediti di predicare il Vangelo. Ancora oggi, in terra
araba, chi annunzia Gesù Cristo mette in serio pericolo la sua vita. In molti
altri paesi islamici non arabi, africani e asiatici, dove la storia e
l'equilibrio demografico hanno stabilito una equipollenza tra le due comunità,
un altro modello di coesistenza e di collaborazione sta man mano nascendo. Ed è
quindi dentro il cristianesimo che lo strano messianismo usato da Bush è
foriero di preoccupazioni. Perché, in primo luogo, rimanda a un certo
protestantesimo fondamentalista americano che dalla lotta all'islam sembra voler
trarre forza e identità mentre, in realtà, è speculare solo all'islamismo
panarabo. E in secondo luogo perché mette in campo quelle forze pseudoreligiose
(stranamente legate alle lobbies anticristiane, alle multinazionali e ai servizi
segreti) che, dagli anni Sessanta in poi, hanno aggredito il cattolicesimo
latino americano con una dovizia di mezzi, di risorse e di iniziative quasi mai
sincere e limpide.
Ragionare, non terrorizzare, dice dunque al mondo Giovanni Paolo II mutuando
dalla sua Chiesa due `valori cristiani' del magistero del secolo appena
terminato: il superamento delle categorie con le quali si pretende di
classificare come `giusta' una guerra («Non lo è mai stato e mai lo sarà»,
ha detto il 18 gennaio 1991); l'impegno morale contro la guerra non può
limitarsi a stabilire le condizioni per limitare gli effetti disumani di eventi
bellici ritenuti inevitabili. Il vero dovere morale contro la guerra consiste
nel rafforzare la coscienza e la pratica dei diritti umani. Ed è su questi che
bisogna fondare la pace. Anche l'ingerenza umanitaria ricordata da George Weigel
e dai suoi padroni (in Kosovo sì e in Iraq no?) è pensata da Karol Wojtyla (lo
ha detto al corpo diplomatico nel gennaio del 1994) innanzitutto in forma
disarmata: «Non in primo luogo un intervento di tipo militare, ma ogni tipo di
azione che miri a un disarmo dell'aggressore». Non in primo luogo: solo come
extrema ratio e solo se a nulla sono valsi gli sforzi della politica e gli
strumenti di difesa non violenta.
E se questa cultura della pace urta contro il suo ostacolo principale, contro
una Onu nata per garantire la pace e la stabilità e che è invece bloccata,
svilita (se non proprio umiliata) da quell'organo verticistico e discriminatorio
chiamato Consiglio di Sicurezza? Mentre il Papa subiva l'ostracismo dei
`cattolici' al potere in Italia e in Spagna, sin dagli inizi del secondo
conflitto iracheno, la Santa Sede ha chiamato a raccolta tutte le organizzazioni
caritative cattoliche e le ha schierate (e non era mai successo prima) sotto le
bandiere dell'Onu. E con le agenzie internazionali - per lungo tempo bloccate ad
Amman in Giordania in attesa di quel `via libera' che una maestrina chiamata
Condoleeza Rice ha a lungo negato agli uomini delle Nazioni Unite - le
organizzazioni cattoliche hanno disciplinatamente atteso che l'azione umanitaria
fosse permessa proprio come segno della presenza dell'organizzazione
internazionale e non di quella confessionale. Per difendere questa inedita
alleanza, non è certamente un caso se i vecchi `saggi' della diplomazia
pontificia hanno ripreso a parlare (con forza) a favore del primato del diritto
internazionale anche quando esso contrasti con gli interessi Usa.
Proprio per questo, nei prossimi anni, il pacifismo cattolico è destinato a
diventare una cosa molto più seria di quanto abbia dimostrato di essere in
questi mesi. È Giovanni Paolo II stesso che lo vuole (lo ha detto di nuovo ai
giovani anche la domenica delle palme) come «una sentinella» sulla frontiera
della verità e della giustizia. E se poi lo Spirito Santo dovesse decidere che
il prossimo papa deve essere latinoamericano, allora nessun cattolico impegnato
in politica avrà più l'alibi di credere che, quando si parla di pace e di
giustizia, una cosa sono i principi e un'altra i comportamenti.
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