In un'intervista alla Bbc il segretario di Stato
ribadisce
la posizione Usa. Ed esclude, per adesso, un ruolo dell'Onu
Powell:
"Armi di sterminio? Ci sono, e noi le troveremo"
Da Repubblica.it
E su Saddam: "Ci piacerebbe sapere se è vivo o
morto, l'importante
è che il suo regime sia crollato". Ennesimo avvertimento alla Siria
LONDRA
-
Questo, ha comunque sottolineato il segretario di Stato, "non è un ruolo
per la Francia, la Germania e la Russia. Noi saremo l'autorità liberatoria, noi
avremo le responsabilità dell'occupazione".
Cambiando argomento, il numero uno della diplomazia statunitense ha dichiarato
che l'intervento in Iraq potrà dirsi un successo solo quando il Paese abbraccerà
la democrazia, e non quando Saddam sarà catturato o ucciso. "Questa
campagna si concluderà con un successo quando ci sarà un nuovo governo eletto
dal popolo, quando gli iracheni avranno ritirato ogni appoggio ai terroristi e
quando non ci saranno più armi di sterminio. La chiuderemo con o senza Saddam
Hussein. Certo, ci piacerebbe sapere che fine ha fatto, ma ormai non comanda più
su nulla".
E riguardo all'ipotesi che il raìs o i suoi più stretti collaboratori possano
rifugiarsi in un paese mediorientale, Powell ha lanciato un ennesimo
"avvertimento" a Damasco: "Pensiamo che non sarebbe affatto
saggio se improvvisamente la Siria divenisse un rifugio per tutti coloro che
devono essere processati e che cercano di lasciare Baghdad", ha detto il
segretario di stato Usa.
Ma non basta: Powell ha rincarato la dose, verso un paese che - secondo alcuni
osservatori - potrebbe diventare il prossimo obiettivo numero uno degli Stati
Uniti. "La Siria è da molto tempo fonte d'inquietudine: l'abbiamo indicata
- ha aggiunto - come uno Stato che sostiene il terrorismo e ne abbiamo discusso
a più riprese con i siriani".
Nelle ultime settimane, Powell ha più volte messo in guardia le autorità di
Damasco dal fornire alcun tipo di appoggio al regime iracheno. La Siria si trova
davanti ad una "scelta cruciale", ha detto ripetutamente il segretario
di Stato Usa.
(13 aprile 2003)
Dal presidente americano nuove accuse a Damasco
"Abbiamo motivo di ritenere che abbiano armi chimiche"
Da Bush monito alla Siria "Non protegga il
regime"
Da Repubblica.it
E sui prigionieri liberati: "Sono felice, cercheremo
gli altri"
WASHINGTON - Ormai è un pressing quotidiano. Che si stringe intorno a Damasco e al
presidente siriano Assad. E che secondo alcuni potrebbe preludere a una
"fase 2" delle operazioni militari nella regione mediorientale. Dopo i
ripetuti attacchi di Donald Rumsfeld, dopo le parole severe di Colin Powell, ora
anche il presidente George W. Bush lancia un pesante monito alla Siria, accusata
di "non cooperare con la coalizione".
Nelle parole di Bush riecheggiano le accuse già rivolte a Damasco nei giorni
scorsi da altri esponenti dell'amministrazione, come quella di "proteggere
esponenti del regime di Saddam Hussein". Ma il presidente americano,
tornando alla Casa Bianca dopo aver trascorso il week-end a Camp David, ha fato
cenno anche alla presenza di armi chimiche in Siria: "Abbiamo motivo di
ritenere che vi siano, e anche su questo ci aspettiamo cooperazione".
Quindi, l'ennesimo avvertimento. "Quello che la Siria deve fare - ha detto
- è semplicemente di collaborare con gli Stati Uniti e i nostri alleati, non
dare rifugio a dirigenti del partito Baath , ad autorità militari, o a chiunque
debba rispondere delle sue azioni".
Tornando al fronte iracheno, il presidente americano esprime il suo
"sollievo" per la liberazione di sette prigionieri Usa. "Che bel
modo di cominciare una giornata - ha detto - sapendo che questi soldati
torneranno presto in patria, dalle loro famiglie". Per aggiungere infine
una promessa su chi manca ancora all'appello: "Abbiamo altri militari
dispersi durante il combattimento, continueremo a cercarli e a pregare per un
loro ritorno sicuro".
(13 aprile 2003)
L'amministrazione Bush in pressing su Damasco
"Nascondono i dirigenti iracheni ed hanno armi chimiche"
La
Casa Bianca accusa "La Siria Stato terrorista"
Da Repubblica.it
Assad: "Siamo pronti ad ispezioni
internazionali"
Blair frena: "Non ci sono piani di invasione"
DAMASCO -
L'accusa americana d'altronde non è una cosa nuova ma oggi il dipartimento di
Stato ha espresso a chiare lettere le sue lamentele. Powell ha detto che negli
ultimi giorni molti dirigenti del regime di Saddam, compresi quelli inclusi
nella lista dei 52 più ricercati dagli Usa, hanno cercato di trovare rifugio in
Siria. "Spero che la Siria comprenda i suoi obblighi in questo nuovo
ambiente che si è creato", ha ammonito il segretario di Stato.
Powell ha anche sottolineato che la Siria, che gli Stati Uniti accusano di
possedere armi di sterminio (in particolare armi chimiche), deve "rivedere
le sue azioni e il suo comportamento, non solo nei confronti del problema delle
armi di sterminio ma anche nel sostegno al terrorismo".
Poi Fleischer ha ribadito i concetti definendo la Siria uno "Stato
terrorista" ed ha chiesto polemicamente: "Pensate che noi possiamo
fare finta di non vedere che i dirigenti del regime iracheno si sono rifugiati
in Siria? Pensate che dovremmo ignorarlo?". E la chiusura di Fleischer è,
se possibile, ancora più dura: "Abbiamo dei canali per parlare con la
Siria, io credo che la Siria comprenda il nostro messaggio".
La
Siria però non mostra chiusure anzi si dice pronta ad accettare ispezioni
internazionali. "Per noi da questo punto di vista non ci sono problemi -
aveva detto prima della nuova presa di posizione dell'amministrazione Usa il
portavoce del ministro degli Esteri Shabaan - ma credo che Israele invece ne
avrebbe di problemi ad accettare un'idea del genere, per quanto ci riguarda non
vediamo l'ora che il Medio Oriente venga liberato dalle armi di distruzione di
massa".
La sortita americana però non trova sponde. Secco il commento dell'alto
rappresentante Ue Xavier Solana: "Siamo preoccupati. La regione sta andando
verso un processo davvero difficile: penso che sarebbe meglio fare dichiarazioni
costruttive, per cercare di calmare la situazione".
E anche Londra, fedele alleata Usa, getta acqua sul fuoco. Mentre il
sottosegretario agli Esteri Mike O'Brien va a Damasco per colloqui con il
presidente Bashar Assad, il capo della diplomazia britannica Jack Straw avverte:
"Non diamo la caccia a nessun paese. La Siria deve rispondere a diverse
importanti domande e aprire un'agenda di discussioni". E, alla domanda se
la Siria stia sviluppando armi chimiche, Straw risponde: "La risposta è
che non sono sicuro e per questo è necessario sederci e parlare con loro di
questo". Secco Tony Blair: "Non ci sono progetti di invasione della
Siria".
(14 aprile 2003)
Per i
falchi di Washington Damasco è già nel mirino
Il conflitto può essere un afrodisiaco elettorale
e Bush pensa già al voto del 2004
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON -
Vedete, indicano lui e i "Rumsfeld boys" padroni della scena, la
dottrina funziona, la Corea del Nord s'è messa più tranquilla, l'Iran non s'è
mosso, Sharon da Gerusalemme ammette l'ipotesi di demolire qualche insediamento
in territori palestinesi. Resta l'imbarazzo dell'"amico Vladimir", che
faceva un po' di doppio gioco spionistico tra Blair, Bush e Berlusconi, ma la
Siria di Assad, che si trova sotto la spada di 350mila soldati americani sulle
soglie di casa, capirà "che deve collaborare con noi", dice Bush.
Powell parla di possibili "sanzioni". Ecco un un altro ingrediente
della ricotta.
La fretta d'incassare i dividendi dell'invasione dell'Iraq è evidente, ora che
l'euforia militare ha già lasciato il passo al tedio e ai rischi di
un'occupazione e diviene ogni giorni più difficile tener alta la tensione
all'interno con la grancassa del patriottismo e delle prodezze strategiche.
Non c'è mai gloria in un posto di blocco, come purtroppo sanno i soldati
d'Israele, e non ci saranno medaglie al valore per quegli stanchissimi marines e
fanti che sono stati mandati subito a far la guardia al Ministero del petrolio a
Bagdad, mentre al Comando centrale nessuno aveva pensato agli ospedali e ai
musei, nonostante il massimo studioso americano di civiltà mesopotamiche, il
professor McGuire Gibson dell'University of Chicago avesse più volte avvertito
il Pentagono che quel museo sarebbe stato il primo obbiettivo dei saccheggiatori
e dei contrabbandieri d'arte. La stentorea riscoperta del "rischio
Siria" è un'operazione di guerra psicologica, una intelligente e cinica
manovra per tenere viva l'ansia e canalizzarla su un altro bersaglio.
Nell'attesa che fioriscano la democrazia, la libertà e il benessere in Iraq, è
bene per quest'amministrazione che gli sguardi si volgano altrove, sulla via di
Damasco, che è l'obbiettivo più facile. In Iraq, la ricerca e la scoperta
delle armi biochimiche, come gli 8.500 litri di batterio antrace, sta andando a
rilento, nonostante i camion laboratorio trovati ieri che potrrebbero essere
almeno un indizio, se non una prova. I media danno segni di noia per una
"war story" che non vende più. I giornalisti non più embedded,
"a letto" coi reparti al fronte, minacciano di riscoprire che sotto i
trionfi del "boy soldier", come il biografo di Churchill, lo storico
John Lukacs chiama Bush per il suo vezzo di fare da civile il saluto militare
imitando Reagan e Clinton che non avevano mai indossato una divisa, ci sono
quegli interessi che la retorica della "libertà per l'Iraq" aveva
nascosto per un mese. Sulla "money tree", l'albero della cuccagna
iracheno, si stanno arrampicando le multinazionali Americane al seguito dei tank,
avverte il New York Times, tutte attratte da quel preventivo di 100 miliardi di
dollari stimati per la "ricostruzione" dell'Iraq. Corporations di
finanziatori elettorali che stanno ottenendo succulenti contratti dal genio
militare, senza bando d'asta, direttamente dalla Casa Bianca.
Occhi ben fissi sulla Siria, dunque, perché i riflettori comincino a spegnersi
sull'occupazione dell'Iraq e perché la mobilitazione interna, i sondaggi e il
patriottismo che hanno spinto Bush quasi ai livelli di suo padre dopo il Kuwait,
restino alti e non producano quel collasso postbellico che costò proprio a Bush
il vecchio la rielezione, contro Clinton. La guerra, quando è o sembra vinta,
è un formidabile afrodisiaco elettorale e l'effetto Iraq potrebbe non reggere
nei 18 mesi che mancano alle presidenziali del novembre 2004. Un altro
"mostro a Damasco", la replica della tragedia Iraq senza
necessariamente lo stesso finale cruento, potrebbe essere la soluzione ponte che
da Bagdad riporterà Bush alla Casa Bianca. Sempre che non rimanga intrappolato,
strada facendo, nelle sue stesse minacce.
(15 aprile 2003)
Il presidente Usa dice che "ora il mondo è più
sicuro"
Ma in Iraq ci sono ancora elementi "disperati e
pericolosi"
Bush: la guerra al terrore
continua
L'esempio di Bagdad servirà a tutto il Medio Oriente
WASHINGTON - "
Che non è affatto finita, anzi. "Quando siamo stati
attaccati - dice il presidente - abbiamo inviato un messaggio
chiaro: gli Usa e la loro coalizione si difenderanno". E
ora che la parola è stata mantenuta - sono ancora parole di
Bush - "finiremo quello che abbiamo cominciato, perché
siamo ancora minacciati".
Nel discorso odierno, pronunciato nel giardino della Casa
Bianca, il presidente Usa non ha però fatto alcun riferimento
ad altri paesi, come invece era accaduto ieri, quando era
tornato a chiedere alla Siria di "cooperare con la
coalizione". E così nessun accenno, tranne l'espressione
di una generica fiducia nel popolo "iracheno", è
arrivato sul processo che dovrebbe condurre l'Iraq alla
democrazia.
Torna invece a parlare di economia, George W. Bush, dopo queste
settimane interamente dedicate alle operazioni militari nel
Golfo. E annuncia tagli fiscali "per almeno 550 miliardi di
dollari" in dieci anni, perché - dice - l'economia Usa ha
ancora "molte potenzialità non realizzate".
(15 aprile 2003)
Le informazioni fornite agli americani da
uno scienziato iracheno
avrebbero portato alla scoperta di sostanze sepolte sotto la sabbia
Primi indizi concreti su armi di sterminio
Da Repubblica.it
La fonte sostiene che Saddam fece
distruggere agenti chimici
e che da anni mandava armamenti e tecnologia in Siria
NEW YORK -
Lo scienziato iracheno, la cui attendibilità deve essere ancora verificata
appieno, ha raccontato che il regime ordinò la distruzione delle armi chimiche
e degli equipaggiamenti per la guerra batteriologica soltanto pochi giorni prima
dell'inizio del conflitto. E anche che l'Iraq ha inviato armi non convenzionali
e tecnologia in Siria a partire da metà degli anni '90 e più di recente aveva
cominciato a collaborare con al Qaeda.
Stando alle dichiarazioni dello scienziato, Saddam ordinò la distruzione di
parte dell'arsenale di sterminio e il trasferimento di una certa quantità di
armi proibite in Siria per concentrare gli sforzi della ricerca su progetti che
fossero impossibili da individuare durante le ispezioni dell'Onu e le
perquisizioni delle truppe americane nelle fabbriche di armi irachene.
La storia della collaborazione dello scienziato iracheno con le forze alleate è
avventurosa. L'uomo aveva avvicinato un soldato americano per consegnargli un
biglietto scritto in arabo, nel quale diceva di essere in possesso di
informazioni sull'arsenale di sterminio di Saddam. Ed è stato rintraciato solo
dopo la fine dei combattimenti. Mentre in quasi tutto il Paese erano ancora in
corso violenti scontri, il Pentagono non voleva far entrare in azione i due
costosissimi laboratori mobili oggi trasportati in elicottero nei luoghi
sospetti. Il chimico iracheno è stato trovato dagli uomini della Squadra mobile
di analisi (Met) Alpha, ai quali ha raccontato che quando Bush diede l'ultimatum
a Saddam per lasciare il Paese, gli ufficiali iracheni diedero ordine di dar
fuoco ai magazzini in cui erano custodite le armi proibite ed erano condotte le
ricerche. Ma ha anche detto che, mesi prima dello scoppio della guerra, i
ricercatori avevano nascosto, seppellendoli, i precursori degli agenti chimici,
in modo da poterli utilizzare in seguito.
(21 aprile 2003)
Per ventidue giorni sono state compiute operazioni
Iraq, la guerra segreta degli agenti del Sismi
Così 007 italiani, in missione nel paese
di Saddam, hanno aiutato sul campo l'esercito americano
di CARLO BONINI
Il filo che Pollari tira di fronte alla commissione parlamentare e che porta ad
Abbas ha dunque poco di casuale. E comprensibilmente generico è il contesto in
cui viene svelato. Il direttore del Sismi ha informazioni buone perché il Sismi
è in Iraq da almeno quattro mesi. Perché la "guerra" del nostro
servizio segreto militare è in realtà cominciata nelle ultime settimane del
dicembre scorso.
In quei giorni, nonostante il mondo guardi ancora a Blix e al Consiglio di
Sicurezza dell'Onu come possibile argine al conflitto, la macchina bellica
anglo-americana ha già raggiunto nel Golfo Persico un grado di mobilitazione
prossimo alla "prontezza". Saddam Hussein è già affare dei generali.
I Paesi della "coalizione" che pure non invieranno fanti, aerei o
navi, e dunque anche l'Italia, vengono chiamati ad uno sforzo logistico,
militare e informativo.
Il 17 gennaio, il capo di stato maggiore della difesa statunitense, il generale
Richard B. Myers, è a Roma. Incontra il ministro della difesa Antonio Martino
e, con lui, il capo di stato maggiore della difesa italiano Rolando Mosca
Moschini, il generale Filiberto Cecchi, capo del Comando operativo di vertice
interforze, la struttura che coordina le missioni militari degli italiani
all'estero. I piani operativi del Pentagono prevedono che le attività belliche
sul terreno siano "orientate" delle informazioni che le intelligence
militari di tutti i paesi della "coalizione" saranno in grado di
rubare in Iraq, oltre la linea del fronte. Informazioni che verranno raccolte
dal Comando unificato anglo-americano in tempo reale, incrociate, elaborate e
quindi trasformate in istruzioni alle unità combattenti.
L'idea è a suo modo semplice. Illuminare, per tempo e dall'interno del Paese,
gli obiettivi, le mosse a sorpresa di un nemico di cui si ignora l'esatta
dislocazione delle forze militari e che ha scelto di confondere le proprie armi
e le proprie milizie tra la popolazione civile.
In Iraq, l'Italia ha una sua "tradizione informativa" risalente nel
tempo. Bagdad è piazza tutt'altro che sconosciuta al nostro controspionaggio
militare. Come Bassora, nel sud del Paese, dove nessuna mossa del regime sfugge
al silenzioso network informativo sciita, sulle cui fonti i nostri servizi sanno
di poter contare. Nicolò Pollari, direttore del Sismi, ottiene dunque il via
libera dal governo e avvia in Iraq la più imponente operazione di intelligence
e coinvolgimento militare sul terreno che il servizio abbia conosciuto nella sua
storia recente.
Le "coperture" con cui tra la fine di gennaio e febbraio gli uomini
del Sismi entrano in Iraq sono le più diverse. Per dirla con una fonte
qualificata interpellata da Repubblica, sono "coperture che hanno richiesto
uno sforzo di fantasia". Perché Bagdad, ormai, diffida di tutto e tutti.
Ciascuna unità ignora dunque l'identità e il lavoro affidato alle altre. Nelle
zone di Kirkuk (a nord), Bagdad (al centro) e Bassora (a sud), a ciascuna unità
è ritagliato un fazzoletto di territorio iracheno e il rapporto esclusivo con
"fonti dirette" che presto si dimostrano di una certa generosità.
Racconta una fonte militare: "Abbiamo vinto questa guerra prima ancora che
venisse sparato un solo colpo. Quando abbiamo cominciato ad avvicinare generali
e alti ufficiali dell'esercito regolare, e con loro funzionari del Baath, per
invitarli alla diserzione, ci siamo trovati di fronte uomini disperati. Pronti a
barattare il loro patrimonio di informazioni in cambio della promessa di una
sopravvivenza fisica e in qualche caso politica nel dopoguerra".
La rapidità con cui il Sismi penetra la struttura militare irachena e il suo
partito Stato, la qualità delle informazioni che ne ottiene, sorprendono gli
stessi americani. Allo scoppio della guerra, il nostro servizio segreto militare
è in grado di comunicare in tempo reale informazioni che diventano decisive nel
teatro delle operazioni.
Accade subito. Il 20 marzo. Alle 5.35 del mattino, Bagdad è stata investita dal
raid aereo che segna l'inizio della guerra. Sul reticolo della capitale irachena
sono piovute bombe di precisione e missili Tomahawk lanciati da incrociatori e
sottomarini Usa al largo del Mar Rosso e del Golfo Persico. Il Comando alleato
immagina una reazione irachena ed è il Sismi a indicarne luogo, tempo e modalità.
Il nostro servizio segnala l'attivazione di batterie missilistiche irachene
nell'area di Bassora. Informa dell'ordine di lancio e dell'obiettivo: Kuwait
City. La controffensiva irachena è spenta dalle forze anglo-americane
all'origine. Non un missile raggiungerà i suoi bersagli.
A contatto con il terreno, le "fonti" e gli occhi del Sismi fanno per
una volta il lavoro delle altre intelligence alleate, inglese, americana. Vedono
quello che le colonne corazzate non riescono a vedere. Anche perché, lì dove
non arrivano le informazioni rubate agli stati maggiori iracheni, riesce ad
arrivare la rete informativa sciita di cui gli italiani sembrano aver guadagnato
la fiducia.
Il 4 aprile, in un sobborgo di Bassora, muore sepolto nella sua villa-fortino
"Alì il chimico", il paranoico generale cui Saddam ha consegnato la
resistenza di Bassora e dell'Iraq meridionale. Le informazioni che guidano i
caccia inglesi sono anche farina del sacco italiano. Per due settimane, grazie
agli sciiti, gli spostamenti di Alì vengono quotidianamente individuati e
comunicati al comando alleato. Fino alla fine.
La fonte militare sorride: "È stata una guerra di notizie. E questa volta
noi le avevamo. Buone. Perché c'eravamo. Notizie importanti, come quella che ci
assicurava che i ponti minati di Bagdad non sarebbero saltati. Ma anche notizie
minute, come la consistenza numerica delle colonne corazzate irachene arretrate
dal fronte di Kirkuk verso Bagdad. Molte di queste notizie sono servite ieri.
Altre serviranno domani".
Notizie - va aggiunto - che spiegano le ragioni della richiesta americana di una
prosecuzione dell'impegno militare italiano in Iraq e l'insistita gratitudine al
governo, manifestata privatamente e pubblicamente dall'ambasciatore americano in
Italia Mel Sembler.
(23 aprile 2003)
Washington pensa ad una "punizione" per Parigi
che si era opposta alla linea degli Usa sul conflitto
Powell: "Adesso la Francia pagherà le conseguenze"
De Villepin: "Continueremo a difendere la legalità
internazionale"
Intanto Bush assicura: "Non ho in mente un'altra guerra"
ROMA -
Parigi, dunque, dovrà subire "conseguenze". Nel corso di una
intervista alla televisione americana Pbs, Colin Powell ha fatto presente
che "tutti gli aspetti delle relazioni con la Francia dovranno essere
rivisti, alla luce dell'opposizione francese agli Stati Uniti in sede di
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite". Opposizione che, secondo
Powell, avrebbe di fatto impedito agli Usa, di fronte alla minaccia del ricorso
al diritto di veto, di ottenere il consenso necessario all'approvazione di una
seconda risoluzione che desse il via libera alla guerra. Ed ora che è finita,
ha aggiunto il segretario di Stato americano, "dobbiamo valutare i
rapporti". Secondo fonti dell'amministrazione Usa, sarebbero in particolare
il vice presidente Dick Cheney ed il suo staff a premere per "punire"
Parigi.
Il monito di Powell ha suscitato la reazione del ministro degli Esteri francese,
Dominique de Villepin, che ha sottolineato come la Francia, "con una larga
maggioranza della comunità internazionale", abbia agito durante tutta la
crisi irachena "conformemente alle sue convinzioni e ai suoi principi per
difendere la legalità internazionale", e continuerà a farlo "in ogni
circostanza".
Se dunque l'amministrazione Usa pensa alla "punizione" per Parigi,
Bush prova a smentire le voci che vorrebbero in preparazione un nuovo conflitto
contro la Siria o l'Iran. "Non ho piani per fare un'altra guerra", ha
dichiarato ai giornalisti il presidente americano nel corso di una tavola
rotonda a Washington, organizzata in realtà per discutere il piano di rilancio
dell'economia. Inevitabili le domande sul conflitto, e sui conflitti possibili,
alle quali Bush ha risposto dicendo di non avere in mente "specifiche
operazioni", o "uno specifico incidente, che richiederebbe un
intervento militare in questo momento".
(23 aprile 2003)
Sassari, 17:36
Iraq, Berlusconi: Sismi ha collaborato con alleati
"Siamo stati certamente utili alle democrazie occidentali. La nostra
posizione nella coalizione non è mai stata in dubbio e quindi la nostra
intelligence ha collaborato con gli alleati, avendo rapporti con i paesi arabi.
Tutto questo - ha aggiunto - in piena coerenza con le direttrici della nostra
politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in
Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione
per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello
scacchiere mediorientale". (red)
23 aprile 2003
Iraq, Berlusconi ammette "Difendo l'operato del Sismi"
La nostra intelligence ha collaborato con gli alleati
PORTO ROTONDO -
Chiamato in parlamento a chiarire il ruolo svolto dall'intelligence militare,
Berlusconi fuga ogni dubbio, chiarendo che l'intervento del Sismi rientra a
pieno titolo nelle scelte di politica estera del governo. "Tutto questo -
ha spiegato il premier - è in piena coerenza con le direttrici della nostra
politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in
Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione
per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello
scacchiere mediorientale".
Che agenti del Sismi avessero operato in Iraq d'altra parte lo aveva ammesso
poco prima lo stesso direttore del Servizio Nicolò Pollari in una lunga
telefonata con il presidente del Copaco, Enzo Bianco, presidente del Comitato
parlamentare di controllo sui servizi segreti. E' stato lo stesso Bianco a
chiamare Pollari dopo aver letto le indiscrezioni di stampa. Pollari ha
confermato che le attività svolte dal Sismi in Iraq sono state solo ed
esclusivamente di intelligence - non attività militari. Bianco, che
precedentemente avava dichiarato di considerare gravissime eventuali attività
militari, ha preso atto delle rassicurazioni fornite da Pollari.
Sulla giornata del 25 aprile il premier attacca invece l'opposizione. "La
sinistra italiana ha troppe cose da farsi perdonare, e ora cercano di trovare
argomenti come la Resistenza per cercare di metter in un angolo il problema di
oggi, cioè il fatto che abbia perso la fiducia degli italiani..".
(23 aprile 2003)
Washington, 23:59
Iraq, Bush ammette:
forse distrutte le armi proibite
Il presidente americano George W. Bush ha riconosciuto oggi la possibilità che
l'Iraq abbia distrutto le sue armi di distruzione di massa prima della guerra.
Da giorni i media americani citano non meglio identificati 'esperti' e 'scienziati' secondo cui le armi non convenzionali di Saddam Hussein erano state distrutte o nascoste prima della guerra, alcune mentre si trovavano in Iraq gli ispettori dell'Onu (dal gennaio a marzo).
Ora anche Bush ammette tale possibilità. In un discorso pronunciato a Lima, nello Ohio, agli operai dello stabilimento dove vengono costruiti i carri armati Bradley, usati nella guerra in Iraq, il presidente ha detto che "occorrerà tempo per trovare" le armi proibite.
"Sappiamo che Saddam Hussein era in possesso di armi chimiche e biologiche. Se le ha distrutte, spostate o nascote, lo verremo a sapere. C'è comunque una certezza: che Saddam non minaccia più l'America con le armi di distruzione di massa", ha detto Bush.
E' la prima volta che la Casa Bianca ammette la possibilità che le armi di sterminio, che rappresentavano la giustificazione per invadere l'Iraq, potrebbero essere state distrutte. (Red)
24 aprile 2003