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sito gestito da alcuni ebrei (come li chiamo? sionisti? israeliani? ... come?) che dicono cose aberranti, di un razzismo feroce, che meritano ogni disprezzo.
Leggete cosa riescono a dire questi spregevoli personaggi.
ATTUALITA'
I
morti sono tutti uguali?
Statistiche dei morti nel conflitto israelo - palestinese,
settembre 2000 - giugno 2002
a cura di Federico Steinhaus
(*)ANALISI E COMMENTI Da un numero di morti UNO a TRE si è oggi passati ad UNO a
QUATTRO. E' difficile fare i conti delle organizzazioni terroristiche
israeliane, anche perché da parte palestinese non esiste un esercito. Ricordo al lettore che un fiorire di azioni terroristiche
di gruppi ebraici "convinse" gli inglesi a perorare la causa
palestinese, originando quell'eterno focolaio di massacri cui gli israeliani si
dedicano con passione. Con uno spirito analogo a quello degli statunitensi che
esistono in quanto hanno letteralmente sterminato i nativi.
Qualche
volta sono i gentili al loro seguito, il cui ethos, se non la cui identità,
aspira all’ebraicità, a sobbarcarsi
questo compito. Per non sbilanciarsi troppo, si affrettano poi a ricordarci
che l’antisemitismo resta comunque qualcosa da prendere molto sul serio. Il
fatto che Israele, con l’approvazione di una nutrita maggioranza di ebrei,
stia combattendo una guerra – una guerra razziale, contro i Palestinesi –
è proprio la ragione principale per stare in guardia. Chi lo sa? Si potrebbe
sempre sollevare qualche ombra di risentimento! Io la penso
diversamente. Ritengo che non si dovrebbe quasi mai prendere sul serio
l’antisemitismo, e che qualche volta dovremmo perfino riderci sopra. Credo
che l’antisemitismo sia sostanzialmente irrilevante a proposito del
conflitto israelo-palestinese, se non forse come distrazione dai problemi
reali. Io sostengo che certe affermazioni siano vere; sostengo anche
la loro sensatezza. Non credo che farle sia una cattiveria gratuita come
strappare la coda alle lucertole. Antisemitismo,
tecnicamente e strettamente parlando, non significa odio per i semiti: questo
è confondere le definizioni con l’etimologia. Antisemitismo
significa odio per gli ebrei. Ma su questo punto, immediatamente, ci
troviamo a dover fare i conti con il secolare “gioco delle tre carte”
dell’identità ebraica: “Ecco: la nostra è una religione! No: un’etnia!
No: un’entità culturale! Cioè, scusate… una religione!” Appena ci
stanchiamo di questo gioco, veniamo subito risucchiati nell’altro:
“Antisionismo è antisemitismo!”, che prontamente si alterna con
quello di: “Non confondiamo sionismo con ebraismo! Come osi, antisemita?!” Bene,
cerchiamo di essere sportivi. Cerchiamo di dare dell’antisemitismo un
definizione tanto estesa quanto potrebbe mai desiderarlo un qualsiasi
sostenitore di Israele: antisemitismo può essere l’odio per la razza
ebraica, o per la cultura, o per la religione ebraica, oppure odio per il
sionismo. Odio, ma anche disapprovazione, o opposizione, o lieve antipatia.
Ma i sostenitori di Israele non troveranno questo gioco divertente come si
aspettano. Gonfiare il significato di antisemitismo fino a includere
qualunque cosa che possa danneggiare politicamente Israele è una spada a
doppio taglio. Può essere comodo per colpire i propri nemici, ma il problema
è che l’inflazione delle definizioni, come qualunque altra
inflazione, svaluta la moneta. Più cose si definiscono antisemite, meno
orribile suonerà il concetto di antisemitismo. Questo accade perché,
mentre nessuno può impedirci di gonfiare le definizioni, continuiamo a non
poter modificare i fatti. Nello specifico, nessuna definizione di
antisemitismo potrà cancellare la versione dei fatti, sostanzialmente dalla
parte dei palestinesi, che qui sostengo, come fanno la maggior parte degli
europei, molti israeliani, e un numero crescente di nordamericani. Che differenza fa
questo? Supponiamo, per esempio, che un israeliano di destra dica che le
colonie rappresentano la realizzazione di aspirazioni che sono fondamentali
per il popolo ebraico, e che opporsi ad esse è antisemitismo. Possiamo
accettare questa posizione, che certamente è difficile da confutare. Ma non
possiamo nemmeno abbandonare la convinzione, ben fondata, che gli insediamenti
israeliani stiano soffocando il popolo palestinese e spegnendo ogni speranza
di pace. Dunque, fare acrobazie
sulle definizioni non serve a niente: possiamo solo dire: al diavolo le
aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, le colonie sono inaccettabili.
Dobbiamo anche aggiungere che, dal momento che siamo moralmente obbligati a
opporci alle colonie, siamo obbligati a essere antisemiti. Grazie
all’inflazione delle definizioni, certe forme di “antisemitismo” sono
diventate un obbligo morale. Diventa ancora peggio quando è l’antisionismo
ad essere bollato come antisemita, perché le colonie, se anche non
rappresentano le aspirazioni fondamentali del popolo ebraico, sono
un’estensione del tutto plausibile del sionismo. Opporsi alle colonie vuol
dire quindi opporsi al sionismo, e dunque, secondo la definizione allargata,
è antisemita. Più il concetto di antisemitismo viene espanso fino a
includere l’opposizione alle politiche di Israele, più esso sembra una cosa
positiva. E, dati i crimini di cui deve rispondere il sionismo, c’è un
altro semplice passaggio logico da fare: l’antisionismo è un obbligo
morale, dunque se essere antisionisti è antisemitismo, l’antisemitismo
stesso diventa un obbligo morale. Quali sono questi crimini?
Perfino gli apologeti di Israele, in maggioranza, hanno smesso di negarli,
limitandosi a insinuare che farli notare è un po’ antisemita. Dopotutto,
Israele non è peggio di altri. Primo: e allora? Impariamo all’età di sei
anni che “lo fanno tutti” non è una scusa valida. Ce lo siamo
dimenticato? Secondo, i crimini non diventano peggiori solo perché
considerati indipendentemente dal loro scopo. È vero, altri popoli hanno
massacrato dei civili, li hanno lasciati morire per mancanza di cure mediche,
hanno demolito le loro case, distrutto i loro raccolti, e li hanno usati come
scudi umani. Ma Israele lo fa per validare l’affermazione inesatta di Israel
Zangwill del 1901, secondo cui “La Palestina è una terra senza un popolo;
gli Ebrei sono un popolo senza terra”. Spera di creare una terra totalmente
svuotata dai gentili, un’Arabia deserta in cui i bambini ebrei
possano ridere e giocare in mezzo a un deserto chiamato pace. Molto prima dell’era di Hitler, i sionisti arrivarono
da luoghi lontani migliaia di chilometri per spogliare dei loro beni persone
che non avevano mai fatto loro nulla di male, e di cui riuscirono a ignorare
la stessa esistenza. Le atrocità dei sionisti non facevano parte del piano
iniziale. Emersero man mano che il razzismo inconsapevole di un popolo
perseguitato sfociava nell’ideologia di superiorità razziale di un popolo
persecutore. Questa è la ragione per cui chi guidò le violenze, le
mutilazioni e le uccisioni di bambini a Deir Yassin sarebbe poi diventato
primo ministro di Israele. Ma questi omicidi non furono abbastanza. Oggi,
quando Israele potrebbe avere la pace senza pagare alcun prezzo, continua a
condurre un’altra campagna di spoliazione, rendendo lentamente,
deliberatamente, la Palestina un luogo invivibile per i palestinesi, e
vivibile per gli ebrei. Il suo obiettivo non è la difesa o l’ordine
pubblico, ma l’estinzione di un popolo. In verità, Israele ha abbastanza
abilità di pubbliche relazioni da farlo con un grado di violenza americano
piuttosto che hitleriano. Si tratta di un genocidio più delicato, più
gentile, che dipinge i suoi responsabili come vittime. Israele sta costruendo uno stato razziale, non
religioso. Io, come pure i miei genitori, sono sempre stato ateo. Eppure ho
diritto, per la mia nascita biologica, alla cittadinanza israeliana; magari
voi siete i più fervidi credenti nel Giudaismo, ma questo diritto non lo
avete. I palestinesi vengono vessati e uccisi per me, non per voi. Sono spinti
verso la Giordania, a morire in una guerra civile. E dunque no, sparare ai
civili palestinesi non è la stessa cosa che sparare ai civili vietnamiti o
ceceni. I palestinesi non sono un “danno collaterale” in una guerra contro
comunisti ben armati o forze separatiste: gli si spara perché Israele pensa
che tutti i palestinesi debbano dileguarsi o morire, così che le persone con
un nonno ebreo possano tracciarsi le suddivisioni di proprietà sulle macerie
delle loro case. Questo non è il tragico errore di una superpotenza arrogante
e pasticciona, ma un male emergente, la strategia deliberata di uno stato
concepito e impegnato in nome di un nazionalismo etnico sempre più
aggressivo. Ha al suo attivo relativamente pochi cadaveri, ma le sue armi
nucleari potrebbero uccidere probabilmente venticinque milioni di persone in
poche ore. Intendiamo dire che è
antisemitismo accusare non solo gli israeliani, ma gli ebrei in generale, di
complicità in questi crimini contro l’umanità? Di nuovo, forse no, perché
ci sono argomenti più che ragionevoli a sostegno di queste affermazioni.
Paragoniamole, ad esempio, con l’affermare che i tedeschi in generale
furono complici di certi crimini. Questo non ha mai voluto dire che tutti i
tedeschi, fino all’ultimo uomo, donna, bambino e ritardato mentale, fossero
colpevoli. Vuol dire che la maggior parte dei tedeschi lo fu. La loro colpa
non fu, ovviamente, quella di aver spinto prigionieri nudi dentro le camere a
gas. Fu quella di aver sostenuto gli individui che pianificarono quegli atti,
oppure – come molta letteratura ebraica moralistica, sopra le righe, ci
spiega – quella di aver negato l’orrore che si dispiegava attorno a loro,
quella di aver rinunciato a parlare e a resistere, quella del consenso
passivo. È da notare che, in questo caso, il fatto che ogni forma di
resistenza attiva potesse essere estremamente pericolosa non è valido come
scusante. Bene, non c’è praticamente
nessun ebreo che oggi possa correre dei rischi per il fatto di parlare chiaro.
E il parlare chiaro è l’unica forma di resistenza che si richiede. Se molti
ebrei parlassero chiaro, la cosa avrebbe un effetto enorme. Ma la stragrande
maggioranza degli ebrei non lo fa; e, nella maggior parte dei casi, non lo fa
perché sostiene Israele. A questo punto, la stessa nozione di responsabilità
collettiva dovrebbe forse essere abbandonata; forse, qualche persona
intelligente cercherà di convincerci che dobbiamo farlo. Ma al momento
presente, l’evidenza per la complicità ebraica sembra molto più forte di
quella per la responsabilità tedesca. Dunque, se non è razzista, ed
è ragionevole, affermare che i tedeschi sono stati complici di crimini contro
l’umanità, non è razzista, ed è ragionevole, dire lo stesso degli ebrei.
E se anche il concetto di responsabilità collettiva fosse da abbandonare, il
dire che la maggior parte delle persone ebree adulte sostiene uno Stato che
commette crimini di guerra sarebbe sempre ragionevole, perché è
semplicemente la verità. Quindi, se dire queste cose è
antisemitismo, può apparire ragionevole essere antisemiti. In altri termini, c’è da
fare una scelta. O si usa la parola antisemitismo adattandola alle
proprie intenzioni politiche, o la si usa come termine di condanna morale, ma
non si possono fare entrambe le cose. Se si vuole evitare che
l’antisemitismo finisca con il diventare qualcosa di ragionevole o di
eticamente accettabile, esso deve essere univocamente definito, senza
polemica. Saremmo al sicuro, se confinassimo l’idea di antisemitismo
all’odio esplicitamente etnico per gli ebrei, a chi attacca qualcuno solo
perché è nato ebreo. Ma saremmo inutilmente al sicuro: neppure i nazisti
affermavano di odiare la gente solo perché era nata ebrea. Sostenevano di
odiare gli ebrei perché essi aspiravano a dominare gli ariani. Chiaramente,
una visione simile deve essere considerata comunque antisemita, sia che
appartenga ai cinici razzisti che l’hanno concepita, sia agli stupidi che
l’hanno mandata giù. C’è un solo modo per
essere sicuri che il termine antisemitismo includa tutti (e soltanto)
le azioni o gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei. Dobbiamo cominciare da
quelli su cui siamo tutti d’accordo che lo siano, e assicurarci che il
termine indichi tutti e solo quelli. Probabilmente, tutti noi condividiamo un
senso morale comune abbastanza per poterlo fare. Per esempio, condividiamo
abbastanza senso morale per dire che tutti gli atti e le avversioni basate
sulla discriminazione etnica sono inaccettabili, e di conseguenza possiamo
classificarli senza dubbio come antisemiti. Ma non vuol dire che qualunque
forma di ostilità verso gli ebrei, nemmeno nel caso che significhi
ostilità verso una maggioranza schiacciante di ebrei, debba essere
considerata antisemita. Né dovrebbe esserlo qualunque forma
di ostilità verso la religione o la cultura ebraica. Io, per esempio, sono
cresciuto nella cultura ebraica, e come capita a molte persone che sono
cresciute in una determinata cultura, essa ha finito con il non piacermi. Ma
è insensato classificare il fatto che non mi piaccia come antisemita; e non
perché io sono ebreo, ma perché la mia antipatia è innocua. Forse non è
innocua in assoluto: potrebbe darsi che, in qualche debolissimo modo
indiretto, essa un giorno incoraggi qualcuno degli atti o degli atteggiamenti
pericolosi che abbiamo deciso di chiamare antisemiti. Ma allora? Il
filosemitismo esagerato, quello che considera tutti gli ebrei come dei santi,
brillanti, sensibili e intelligenti, potrebbe avere lo stesso effetto. I
pericoli prospettati dalla mia disapprovazione per la cultura ebraica sono
molto minori. Anche nei casi in cui è molto diffusa, l’antipatia collettiva
per una cultura è normalmente innocua. La cultura francese, per esempio,
sembra risultare largamente antipatica tra i nordamericani, ma nessuno,
nemmeno i francesi, considera questo una sorta di crimine razzista. Non è neppure vero che tutte le azioni o gli
atteggiamenti che possano recare un danno agli ebrei siano da considerare
antisemiti. Molte persone disapprovano la cultura americana; alcuni
boicottano i prodotti americani. Sia l’atteggiamento, sia l’azione
potrebbero in generale recare un danno agli americani, ma non c’è niente di
moralmente condannabile nell’una o nell’altra cosa. Definirli come atti di
antiamericanismo significherebbe solo affermare che alcune forme di
antiamericanismo sono perfettamente accettabili. Se l’opposizione alla
politica di Israele viene chiamata antisemita, in quanto potrebbe portare
qualche danno agli ebrei in generale, questo significherà solo dire che
alcune forme di antisemitismo sono ugualmente accettabili. Se si vuole che antisemitismo
rimanga un termine negativo, lo si può applicare anche al di là delle
azioni, delle idee e dei sentimenti esplicitamente razzisti. Ma non
lo si può applicare oltre gli esempi di ostilità grave e chiaramente
ingiustificata contro gli ebrei. I nazisti si costruirono fantasie storiche
per giustificare i propri attacchi; lo stesso fanno i moderni antisemiti che
credono nei Protocolli dei Savi di Sion. Lo stesso fanno i razzisti
striscianti, che si lamentano del dominio ebraico sull’economia. Questo è
antisemitismo nel senso stretto e negativo della parola. Si tratta di
azioni o di propaganda pianificate per fare del male agli ebrei, non per
qualcosa che hanno fatto, ma per quello che sono. Lo stesso discorso può
applicarsi agli atteggiamenti che questa propaganda punta a inculcare: benché
non sia sempre esplicitamente razzista, essa si porta dietro motivazioni
razziste, e l’intenzione di fare un danno reale. Un’opposizione
ragionevolmente fondata alle politiche di Israele, invece, non si adatta a
questa descrizione, nemmeno quando offende tutti gli ebrei. Né vi si adatta
la semplice e innocua antipatia per qualcosa di ebraico. In conclusione, quello che ho
suggerito è che sarebbe meglio restringere la definizione di antisemitismo,
in modo tale che nessun atto possa essere allo stesso tempo antisemita e
accettabile. Ma possiamo andare oltre. Ora che abbiamo giocato abbastanza,
poniamoci qualche domanda sul ruolo che ha il vero, deprecabile
antisemitismo, nel conflitto israelo-palestinese e nel mondo in generale. Indubbiamente esiste del genuino antisemitismo nel
mondo arabo: la diffusione dei Protocolli dei Savi di Sion, le leggende sugli
ebrei che nei loro rituali verserebbero il sangue dei bambini gentili. Questo
è oggettivamente ingiustificabile. Ma lo è anche il fatto che si siamo
dimenticati di nuovo di rispondere alla lettera della nonna. In altri termini,
c’è un punto importante: dobbiamo semplicemente accettare il principio che
l’antisemitismo è un male. Non farlo ci porrebbe al di fuori del consesso
civile. Ma è una cosa molto diversa dall’avere qualcuno che ci ossessiona
pretendendo che l’antisemitismo sia il Male di tutti i Mali. Non siamo
bambini che stanno imparando la moralità: è responsabilità nostra
stablire le nostre priorità morali. Non possiamo farlo fondandoci su
orribili immagini che risalgono al 1945, o sui lamenti angosciati di
giornalisti sofferenti. Dobbiamo chiederci quanto male fa o può fare
l’antisemitismo, non nel passato, ma oggi. E dobbiamo chiederci dove questo
male può manifestarsi, e perché. Si ritiene che vi siano gravi
pericoli nell’antisemitismo del mondo arabo. Ma l’antisemitismo arabo non
è la causa dell’ostilità araba verso Israele, o magari verso gli ebrei. Ne
è un effetto. Il progredire dell’antisemitismo arabo va di pari
passo con il progredire dell’avanzata territoriale ebraica, e delle atrocità
commesse da ebrei. Questo, non per giustificare il genuino
antisemitismo, semmai, per banalizzarlo: esso è arrivato nel Medio Oriente
con il sionismo, e scomparirà quando il sionismo cesserà di essere una
minaccia espansionistica. Di fatto, la sua causa principale non è la
propaganda antisemita, ma gli sforzi sistematici, decennali e senza posa che
fa Israele per coinvolgere tutti gli ebrei nei propri crimini. Se
l’antisemitismo arabo persistesse dopo il raggiungimento di un accordo di
pace, potremmo discuterne, e deprecarlo. Ma comunque, non farebbe
molto danno reale agli ebrei. I governi arabi avrebbero solo da perdere,
permettendo attacchi contro i propri cittadini ebrei: significherebbe un
invito per Israele a intervenire. E ci sono ben poche ragioni di aspettarsi
che tali attacchi si verifichino: se tutti gli orrori delle recenti campagne
israeliane non sono bastati a provocarli, è difficile immaginarsi cosa
potrebbe riuscirci. Ci vorrebbe probabilmente qualche azione israeliana così
orrenda e criminale da far scomparire gli attacchi stessi. Se è verosimile che l’antisemitismo possa avere
effetti terribili, è di gran lunga più probabile che li abbia nell’Europa
occidentale. Là, i risvegli neofascisti sono del tutto reali. Ma sono un
pericolo per gli ebrei? Non ci sono dubbi che Le Pen, per fare un esempio, sia
antisemita. Ma non esiste alcun indizio che abbia intenzione di fare qualcosa
a questo proposito. Al contrario, sta facendo ogni sforzo possibile per
pacificarsi gli ebrei, e forse addirittura per assicurarsi il loro aiuto
contro il suo vero obiettivo, gli “arabi”. Non sarebbe certo il primo
politico ad allearsi con qualcuno che non gli piace. Ma se avesse davvero dei
piani accuratamente dissimulati contro gli ebrei, allora sì che sarebbe
insolito: Hitler e i russi antisemiti che avrebbero scatenato i pogrom erano
straordinariamente trasparenti
sulle loro intenzioni, e non tentarono mai di accattivarsi il sostegno degli
ebrei. E che alcuni ebrei francesi vedano Le Pen come uno sviluppo positivo, o
addirittura un alleato, è un fatto (si veda, per esempio, Le Pen è un
bene per noi, dicono sostenitori ebrei, Ha’aretz, 4 maggio 2002, e il
commento di Goldenburg su France TV del 23 aprile). Certo, esistono ragioni
storiche per temere un orrendo assalto contro gli ebrei. E tutto è possibile:
potrebbe esserci un massacro di ebrei a Parigi domani stesso, oppure di
algerini. Quale dei due è pù probabile? Se si imparano lezioni dalla storia,
le si dovrebbe applicare a circostanze che si somiglino. L’Europa di
oggi assomiglia ben poco all’Europa del 1933. E ci sono anche
possibilità positive: per quale motivo la probabilità di un pogrom dovrebbe
essere maggiore di quella di vedere l’antisemitismo svanire in una
malevolenza inconcludente? Qualunque legittima preoccupazione dovrebbe basarsi
sul fatto che c’è effettivamente una minaccia. L’occorrenza di aggressioni antisemite potrebbe
dimostrare questa minaccia. Ma queste prove sono notevolmente confuse: non
viene fatta nessuna distinzione tra gli attacchi contro monumenti o simboli
ebraici e le effettive aggressioni contro ebrei. Inoltre, si mette l’accento
sull’aumentata frequenza degli attacchi, tanto da lasciar sfuggire
all’attenzione il fatto che il loro livello sia veramente molto basso. Gli
attacchi simbolici, in effetti, sono aumentati in assoluto, in modo
significativo. Quelli alle persone no (*). Ancora più importante, la maggior
parte di questi attacchi viene da residenti musulmani: in altre parole, da una
minoranza largamente odiata, perseguitata, e soggetta a severo controllo
poliziesco, che non ha la minima possibilità di intraprendere una seria
campagna di violenza contro gli ebrei. È certo molto spiacevole che una mezza dozzina di
ebrei siano finiti in ospedale – nessuno ucciso – a causa di recenti
aggressioni in vari luoghi d’Europa. Ma chiunque consideri questo come uno
dei problemi più importanti del mondo, semplicemente non ha dato
un’occhiata al mondo. Questi attacchi sono di competenza della polizia, non
sono una ragione per cui noi tutti dobbiamo farci poliziotti di noi stessi e
degli altri, per arginare qualche mortale malattia morale. Questo tipo di
reazione è appropriato solo quando gli assalti razzisti avvengono in società
ostili o indifferenti alla minoranza aggredita. Coloro che hanno
realmente paura di un ritorno del nazismo, per esempio, dovrebbero riservare
la loro angosciata preoccupazione alle aggressioni, di gran lunga più
sanguinose, e di gran lunga più facilmente perdonate, contro gli zingari, la
cui storia di persecuzioni è pienamente paragonabile al passato degli ebrei.
La posizione degli ebrei è molto più vicina a quella dei bianchi americani,
che sono anch’essi, ovviamente, vittime di aggressioni a sfondo etnico. Non c’è dubbio che molte persone rifiutino questa
sorta di ragionamento numerico a sangue freddo. Replicheranno che, con
l’ombra del passato che incombe su di noi, anche una sola ingiuria
antisemita è una cosa terribile, e che la bruttura non si può misurare dal
numero di cadaveri. Ma se assumiamo un punto di vista più ampio sulla
faccenda, l’antisemitismo diventa meno importante, non di più.
Considerare qualunque spargimento di sangue ebraico come una calamità
planetaria, che va al di là di ogni misura e paragone, è razzismo puro e
semplice: significa dare al sangue di una razza un valore maggiore che a
quello di tutte le altre. Il fatto che gli ebrei siano stati perseguitati per
secoli, e che abbiano sofferto terribilmente mezzo secolo fa, non cancella il
fatto che, nell’Europa di oggi, gli ebrei sono cittadini ben integrati, che
hanno di gran lunga meno ragioni di soffrire e di temere di quante ne abbiano
altri gruppi etnici. Certo, le aggressioni razziste contro una minoranza
benestante sono tanto spregevoli quanto gli attacchi razzisti contro una
minoranza povera e senza potere. Ma aggressori ugualmente spregevoli non vuol
dire attacchi altrettanto preoccupanti. Non sono gli ebrei, oggi, che vivono con l’incubo del
campo di concentramento. I
“campi di transito” proposti da Le Pen sono per gli arabi, non per gli
ebrei. E per quanto vi siano partiti politicamente rappresentativi che
contengono molti antisemiti, non uno solo di questi partiti mostra alcun segno
di articolare, e tanto meno di perseguire, un programma antisemita. Né esiste
alcuna ragione di sospettare che, una volta al potere, cambieranno tono.
L’Austria di Haider non è considerata pericolosa per gli ebrei; né lo era
la Croazia di Tudjman. E sa anche ci fosse un tale pericolo, be’, abbiamo
uno stato ebraico con tanto di armi nucleari pronto ad accogliere qualunque
rifugiato, come pure farebbero gli Stati Uniti o il Canada. E dire che non ci
sono pericoli reali adesso, non significa dire che bisogna ignorare ogni
pericolo che potrebbe sorgere in futuro. Se in Francia, per esempio, il Front
National cominciasse a invocare campi di transito per gli ebrei, dovremmo
preoccuparci. Ma non è il caso di preoccuparci per ogni cosa allarmante che
potrebbe appena ipoteticamente accadere: ci sono cose molto più allarmanti
che accadono già! Si potrebbe sempre replicare che, se le cose non sono
diventate più allarmanti, è solo perché gli ebrei – e altri – sono
sempre stati tanto vigili nel combattere l’antisemitismo. Ma questo non è
plausibile. Per prima cosa, la vigilanza contro l’antisemitismo è una
specie di visione a senso unico: come i neofascisti stanno ben imparando,
possono sempre evitare di farsi notare rimanendosene zitti a proposito degli
ebrei. Inoltre, non ci sono stati pericoli gravi per gli ebrei nemmeno in
paesi tradizionalmente antisemiti sui quali il mondo non tiene gli
occhi aperti, come l’Ucraina o la Croazia. Paesi ai quali si dedica
pochissima attenzione non sembrano più pericolosi di quelli che ne hanno
molta. Per quanto riguarda le vigorose reazioni contro Le Pen in Francia, esse
sembrano avere molto più a che fare con la repulsione francese verso il
neofascismo che con le rampogne della Anti-Defamation League. Supporre che le
organizzazioni ebraiche e i coscienziosi giornalisti che insistono sul
pericolo antisemita stiano salvando il mondo dalla catastrofe è come
affermare che siano stati Bertrand Russell e i pacifisti quaccheri a salvarci
da una guerra nucleare. A questo punto, si potrebbe dire: quali che siano i
reali pericoli, questi avvenimenti sono comunque atroci per gli ebrei, e si
portano dietro insopportabili ricordi dolorosi. Questo può essere vero per
quei pochi che ancora hanno questi ricordi, non per gli ebrei in generale. Io
sono un ebreo tedesco, e avrei un’ottima opportunità di rivendicare il mio
status di vittima di seconda o terza generazione. Invece, gli incidenti
antisemiti e un clima di crescente antisemitismo non mi preoccupano così
tanto. Ho molta più paura quando mi trovo in situazioni realmente pericolose,
per esempio quando guido. E comunque, anche i ricordi dolorosi e gli stati
d’ansia non rappresentano molto, paragonati alle reali sofferenze fisiche
inflitte dalle discriminazioni a tanti non ebrei. Tutto questo non vuole sminuire tutto
l’antisemitismo, ovunque. Si sente spesso parlare di malevoli antisemiti in
Polonia o in Russia, sia per le strade, sia al governo. Ma, per quanto ciò
possa essere preoccupante, è anche immune da ogni influenza da parte dei
conflitti israelo-palestinesi, ed è molto improbabile che quei conflitti
possano influenzarlo in un modo o nell’altro. Per di più, per quanto ne so,
in nessun luogo c’è tanta violenza contro gli ebrei quanta ce n’è contro
gli “arabi”. Quindi, se anche l’antisemitismo è, da qualche parte, una
questione catastroficamente seria, possiamo solo concluderne che il sentimento
antiarabo è qualcosa di ancora, molto più serio. E siccome qualunque gruppo
antisemita è anche, e in misura molto maggiore, contro l’immigrazione e
contro gli arabi, questi gruppi si potrebbero combattere non in nome
dell’antisemitismo, ma in difesa degli arabi e degli immigrati. In breve, il vero scandalo oggi non è
l’antisemitismo, ma l’importanza che gli si dà. Israele ha commesso dei
crimini di guerra. Ha coinvolto gli ebrei in generale in questi crimini, e in
generale gli ebrei si sono affrettati a lasciarvisi coinvolgere. Questo ha
provocato astio contro gli ebrei. Perché non avrebbe dovuto? In
qualche caso questo astio è razzista, in qualche altro caso no, ma cosa
importa? Perché dovremmo dedicarvi tanta attenzione? Il fatto che la guerra
etnica di Israele abbia provocato un’aspra rabbia è importante in confronto
alla guerra stessa? La remota possibilità che da qualche parte, in qualche
momento, in qualche modo, questo odio potrebbe forse, in teoria, uccidere
degli ebrei è importante rispetto alla brutale, reale persecuzione fisica dei
palestinesi, e rispetto alle centinaia di migliaia di voti a favore di chi
vorrebbe internare gli arabi nei campi di transito? Oh, ma… dimenticavo.
Come non detto, mi rimangio tutto: qualcuno con la bomboletta spray ha scritto
degli slogan antisemiti sul muro di una sinagoga.
(*) Nemmeno la ADL o il B’nai B’rith
includono gli attacchi palestinesi contro Israele nel conto; parlano piuttosto
di “Punti di vista insidiosi con cui viene visto il conflitto tra israeliani
e palestinesi, usati dagli antisemiti” (http://www.adl.org/presrele/ASInt_13/4084_13.asp)
E come molte altre persone, io non considero gli attacchi terroristici di
organizzazioni come Al Qaeda come esempi di antisemitismo, ma piuttosto come
una fallimentare campagna paramilitare contro gli USA e Israele. Perfino se li
si include nel conto, non appare particolarmente pericoloso essere ebreo al di
fuori di Israele. Le follie sioniste di una ebrea italiana, inviata de
La Stampa in Israele: Nella lotta al
terrorismo islamico l'Occidente chiede allo Stato ebraico di pagare il
prezzo del compromesso Una
soluzione inaccettabile di Fiamma Nirenstein Ma gli USA propongono un ordine
mondiale diverso, in cui il terrorismo venga lentamente ma sicuramente
espulso e sconfitto, e per farlo hanno anche intrapreso una politica molto
audace di avvicinamento, a momenti sorprendente, con quei Paesi che fino a
prima dell'attacco terroristico alle Twin Towers e al Pentagono erano
guardati con sospetto e severità. Ma ogni epoca ha regole nuove.
Soltanto, è davvero difficile accettare il fatto che da quando è in
corso la Guerra al Terrore con la T maiuscola, quello di Bin Laden, invece
il terrorismo (certo più piccolo quantitativamente) che ha colpito così
crudelmente Israele, che ha lasciato sul terreno quest'anno più di
duecento persone, sia diventato un Terrorismo con giustificazione.
Ho
sentito il Ministro della Cultura, Urbani, che con voce molto accorata
diceva che per carità, non si confonda il terrorismo di Bin Laden con
quello antisraeliano, che è tutta un'altra cosa! Ora, la definizione generalmente
accettata parla chiaro, esistono biblioteche su di essa. Dopo la Guerra
Fredda in cui i comunisti avevano fatto del tuo terrorista il mio
combattente per la libertà, un generale consenso che nasce dalla
accettazione della primogenitura dei diritti umani definisce il terrorismo
come un attacco deliberato a civili, con lo scopo di uccidere. Il fine
politico viene ritenuto dagli studiosi completamente irrilevante: anche i
più appassionati della causa palestinese, anche quelli che ritengono che
Arafat abbia ragione su tutta la linea, non possono pensare, se il tema
della libertà e dei diritti civili non è per loro irrilevante, che Hamas
e la Jihad non compiano attentati terroristici, ma qualcos'altro. Che per
esempio facciano politica. Perché il terrorismo è la violazione
ultimativa dei diritti dell'uomo, il diritto di vivere tranquilli nelle
strade della propria città, quello di portare i bambini a scuola, di
mangiare al ristorante, di andare al concerto; alla fine, di vivere. Dunque Israele si aspettava di essere
finalmente compresa almeno per questo aspetto, per questo incredibile,
minuto attacco quotidiano, fra bombe, terroristi suicidi, agguati per le
strade. Non solo questo non è successo, ma proviamo a enumerare invece
quello che è accaduto: la Siria (che ospita undici organizzazioni
terroriste e dichiara ad ogni istante che Israele non ha nessun diritto a
proclamare gli attacchi di Hamas "terrorismo" in quanto sono
atti di giustizia) è entrata nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. L'ONU
stessa, dopo aver tenuto a Durban una conferenza contro il razzismo che
invece ha ospitato soprattutto i segni terrificanti di un antisemitismo
senza precedenti, ha avuto il premio Nobel per la Pace. Senza contare che
l'UNIFIL, la forza dell'ONU che dovrebbe sovrintendere alla legalità
internazionale fra Libano e Israele, ha consentito e velato di oscure
trame il rapimento di tre soldati israeliani di cui i genitori non sanno
neppure se sono vivi o morti. Arafat è stato invitato da Tony Blair con
tutti gli onori prima che si decidesse a mettere in prigione qualche
terrorista di Hamas o della Jihad; le due suddette organizzazioni che
hanno compiuto quasi tutti gli attentati in Israele nell'ultimo anno, non
sono state incluse nella lista delle organizzazioni indicate come nemico
pubblico in questa guerra. Israele ha dovuto andarsene dal quartiere di
Abu Sneina a Hevron e sollevare le sanzioni (la chiusura dei blocchi
militari fra Autonomia e Israele) senza ricevere un vero impegno di
fermare il terrorismo da parte di Arafat; Bush e Colin Powell hanno
annunciato un piano americano di pace per l'area che sarà certamente
ottimo, ma sempre prima che, secondo i piani Mitchell e Tenet, Arafat
abbia fatto osservare un vero cessate il fuoco e per il quale di certo gli
israeliani non sono stati consultati. Israele in sostanza viene zittito ad
ogni istante, perché non disturbi una dinamica che lo prescinde e
talvolta di sicuro lo scavalca. Come si dice ai bambini difficili:
"E' per il tuo bene". Mi ha particolarmente impressionato un
dibattito tenuto nell'apparentemente gelido salotto della BBC: un gruppo
di giornalisti, arabi, americani, inglesi, afgani, tutti concordavano su
un punto solo. Che questa crisi porterà finalmente a una svolta dei
rapporti degli USA con Israele. L'America, dicevano convinti tutti gli
intervenuti, abbandonerà Israele. Io non ci credo. Perché ritengo
l'America un Paese con un forte senso morale, anche se molto fiera e
determinata nella sua supremazia. Ad Israele infatti, non veniva più
attribuito nel corso di questo dibattito, ed era del tutto evidente, un
valore morale e vitale nel senso della continuità ebraica, del diritto
degli ebrei a un loro Stato, e tantomeno veniva dato valore al fatto che
si trattasse di uno Stato democratico nel Medio Oriente. Penso che invece
gli Stati Uniti abbiano sempre dato importanza a questi valori. Non sono
tanto certa che sia lo stesso per un'Europa che non ha mai amato Israele,
e che ne ha sempre temuto il valore perturbante. Ma se si vuole coltivare
l'illusione che davvero esista la possibilità di calmare il moloch
dell'integralismo islamico col sacrificio di Israele, questo è un
grandissimo errore. I motivi fondamentali dell'odio antisraeliano non
risiedono solo in una complessa questione territoriale, ma soprattutto
nella sua identificazione con l'Occidente. All'interno dello stesso mondo
arabo l'enfasi sulla questione israeliana viene posta soltanto quando si
fa politica di fronte al mondo occidentale, altrimenti il vero punto è il
senso di disprezzo, di invidia e di disgusto che l'integralismo islamico
prova verso un sistema di valori di cui Israele fa parte. Si chiama: sistema delle libertà. "Storia
ebraica e giudaismo - Il peso di tre millenni" Prefazione di Gore Vidal Israele
Stato razzista. (Inviato da D. l. N. in una
mailing list)
Il progressivo e talvolta caotico sommarsi di morti e feriti in
un conteggio macabro e tragico che affianca la cronaca degli
eventi si è tradotto in una semplificazione dei dati ad uso dei
mass media. Questa semplificazione, in particolare, è più di
altre ingannevole, perché si limita a riferire e mettere a
confronto i due totali dei morti - tanti morti israeliani, tanti
morti palestinesi - senza specificare le circostanze, i dati
personali, le scelte politiche o l' appartenenza a quella classe
indistinta che si classifica sotto il nome di
"civili", che in realtà sono essenziali. E, sempre
per i mass media, molti commentatori sottolineano nelle loro
cronache che "i morti sono tutti uguali, siano palestinesi
o israeliani".
L' International Policy Institute for Counter-Terrorism(*)
(organizzazione israeliana espressione del criminale Sharon. E'
istruttivo andare sul suo sito http://www.ict.org.il/, n.d.r.)
ha analizzato le cifre fornite dalle due parti, disaggregandole
e raggruppandole secondo una molteplicità di criteri oggettivi
che ne facilitano la comprensione ed il giudizio.
Cercherò di guidare il lettore attraverso queste cifre e queste
statistiche, indicandone solamente quelle maggiormente
significative, affinché gli risulti più agevole comprendere
alcuni aspetti del conflitto che non appaiono nelle cronache.
Cominciamo con i totali
Questa analisi si è sforzata di trovare dei parametri
raffrontabili in maniera sufficientemente omogenea, estrapolando
dai totali forniti dalle due parti in conflitto alcuni dati
quali il sesso, l' età, le modalità del decesso, che appaiono
come essenziali per valutare appropriatamente la natura di
questo scontro.
In un primo grafico possiamo constatare che sul totale dei 561
israeliani e 1499 palestinesi morti tra settembre 2000 e giugno
2002 in realtà, nei primi 4 mesi, e cioè fino alla fine del
2000, i palestinesi furono circa 300 contro i circa 100
israeliani.
Da questa iniziale sproporzione, dovuta al fatto che ancora non
era cominciata la strategia del terrore, è nata la visione del
conflitto come di una carneficina di palestinesi compiuta dagli
israeliani; questa iniziale sensazione in brevissimo tempo è
stata smentita dalle orrende sequenze di attentati contro i
civili commessi dalle varie organizzazioni armate palestinesi,
ma è sopravvissuta nella propaganda palestinese ed è stata
spesso recepita acriticamente dai media malgrado l' incalzare di
indicatori opposti.
Il grafico che illustra questa constatazione è eloquente nella
sua indistinta ed indistinguibile associazione di tutte le
categorie di morti, suddivisi solamente per appartenenza
nazionale.
(Grafico: Il totale dei morti, senza distinzione se non per
nazionalità. Linea rossa: i palestinesi; linea blu: gli
israeliani).
In realtà, questa statistica non distingue fra combattenti e
civili, fra terroristi suicidi e militari uccisi in
combattimento, e non tiene conto dei "collaboratori"
palestinesi linciati dai loro connazionali.
Una prima distinzione: i civili
Facendo un passo avanti per raffrontare i civili uccisi, vediamo
infatti che sono 433 i civili israeliani, e 579 i civili
palestinesi; il che significa che se gli israeliani morti sono
il 27% del totale dei morti senza distinzione fra civili e
combattenti, i civili israeliani sono il 43% di tutti i civili
morti.
(Grafico: civili uccisi dalla controparte, totali senza
distinzione. Linea rossa: palestinesi; linea blu:israeliani).
E così cominciamo a capire meglio la realtà di questo
conflitto.
Le vittime dei combattimenti
Una statistica dei palestinesi e degli israeliani uccisi in
combattimento conferma questo quadro d' insieme: i combattenti
palestinesi uccisi nel corso di scontri armati sono circa il 40%
(recentemente, salito al 55%) del totale dei palestinesi morti,
mentre gli israeliani uccisi in combattimento sono il 20% circa
del totale degli israeliani uccisi, contro un 80% di civili.
(Grafico: Le percentuali di combattenti sul totale degli uccisi.
Linea rossa: palestinesi; linea blu: israeliani).
Quante donne sono state uccise?
Una controprova viene dal conteggio delle donne morte nei due
campi: meno del 5% per i palestinesi, circa il 30% per gli
israeliani. Se poi vogliamo ulteriormente distinguere, in questo
totale, constatiamo che il 39% dei civili israeliani uccisi
erano donne (in termini assoluti: 170), mentre il 7% dei civili
palestinesi uccisi erano donne (in termini assoluti: 61).
(Grafico: Percentuale delle donne sul totale degli uccisi. Linea
rossa: palestinesi; linea blu: israeliani).
Giovani e meno giovani
In una statistica basata sull' età, vediamo che i civili
israeliani di 40 anni e oltre uccisi dai palestinesi sono 167,
mentre i civili palestinesi di 40 anni e oltre uccisi dagli
israeliani sono 70.
Ma più interessante, anzi sconvolgente rispetto ai luoghi
comuni che percepiamo leggendo i nostri giornali, è la
statistica dei morti non per mano nemica.
189 palestinesi sono morti perché hanno commesso attentati
suicidi, o per "incidenti sul lavoro" (questo
eufemismo sta ad indicare l' esplosione prima del tempo della
bomba in preparazione ) , o in quanto accusati di aver
collaborato con Israele: statisticamente, si tratta del 12% del
totale dei palestinesi morti in questo periodo!
I palestinesi uccisi presentano una distribuzione molto regolare
nelle fasce di età, ed una quasi totalità di uomini rispetto
alle donne: questo sta a significare che molti palestinesi
maschi, di ogni età, hanno scelto di affrontare gli israeliani
con le armi o con il terrorismo. Speculare è invece l' analisi
dei morti israeliani, per i quali non esiste una distribuzione
regolare nelle varie fasce di età, né fra i due sessi: ciò
prova scientificamente quanto già si sapeva, che la
schiacciante maggioranza degli israeliani uccisi erano civili, e
sono caduti vittime degli attacchi terroristici.
(Grafico: Gli uccisi dalla controparte. Linea blu a tratti
rettilinei: uccisi dagli israeliani; linea blu curva: tendenza
per gli uccisi da israeliani; linea rossa a tratti rettilinei:
uccisi dai palestinesi; linea rossa curva: tendenza per gli
uccisi dai palestinesi).
Per avvicinarci ad una migliore visione d ' insieme della
"conta dei morti" può essere utile questo grafico, la
cui apparente difficoltà di lettura non deve spaventare. In
esso sono raffrontate sulla medesima scala le cifre relative
agli israeliani uccisi da palestinesi e quelle riferite ai
palestinesi uccisi da israeliani, senza tener conto delle cause
di morte né del loro status di combattenti o civili.
Con l' avvertenza che per gli studiosi che hanno realizzato
questo grafico l' Intifada Al Aqsa è cominciata il 27
settembre, e che di conseguenza i palestinesi uccisi negli
ultimi 4 giorni di quel mese sono stati rapportati
proporzionalmente al mese intero, si constata che le due linee
di tendenza sono in realtà abbastanza simili nell'arco di tempo
fra gennaio 2001 e gennaio 2002, e che nel corso del 2002 la
linea di tendenza relativa agli israeliani uccisi da palestinesi
tende a superare quella dei palestinesi uccisi da israeliani.
I morti "non combattenti"
Un ulteriore passo in avanti consegue alla selezione dei morti
non combattenti, ottenuta applicando il concetto di combattenti
a quanti sono morti in azioni belliche attive, quali i militari
in attività di servizio (anche passiva: postazioni militari
israeliane ad esempio), terroristi suicidi, e simili. Non
combattenti sono stati considerati coloro i quali si limitavano
a gettare sassi. Specularmente, un attacco portato da gruppi non
inquadrati in forze legali contro civili è considerato un atto
di terrorismo, mentre è considerato azione di guerriglia se
aveva per obiettivi gruppi combattenti avversari. Queste
definizioni sono essenziali per comprendere l' oggettività di
una analisi che ha un profondo significato politico ed etico,
dal momento che le vittime civili sono sempre considerate degne
di simpatia, e dunque sulla definizione di queste si basa il
conteggio "qualificato" dei morti e la battaglia per
conquistare l' opinione pubblica.
Ecco dunque il grafico che raffronta i "non
palestinesi" civili uccisi da palestinesi, ed i "non
israeliani" civili uccisi da israeliani (dove "non
palestinesi" e "non israeliani" tende
semplicemente ad evitare una definizione della nazionalità
degli uccisi, che complicherebbe il quadro: quanti civili non
israeliani, ma americani, italiani, tedeschi, ecc. sono stati
uccisi ?).
(Grafico: I "non combattenti" uccisi. Linea blu a
tratti rettilinei: non combattenti non israeliani uccisi dagli
israeliani; linea blu curva: tendenza per i non combattenti
uccisi dagli israeliani; linea rossa a tratti rettilinei: non
combattenti non palestinesi uccisi dai palestinesi; linea rossa
curva: tendenza per i non combattenti non palestinesi uccisi dai
palestinesi).
La linea di tendenza dei civili uccisi dai palestinesi (linea
sottile rossa), in questo caso, sale costantemente e rapidamente
nel 2002, contro una tendenza opposta riferita all' uccisione di
civili palestinesi uccisi da israeliani (linea sottile blu) , in
visibile calo.
Le fette della torta
Facciamo la controprova. Nel grafico 2.8 possiamo trovare la
qualificazione dei morti palestinesi, in quello 2.9 la
qualificazione dei morti israeliani.
Il 42,9% dei morti palestinesi erano "combattenti a pieno
titolo" ed il 13,6% erano i civili; fra questi due totali
esiste una vasta zona grigia, con definizioni di probabilità
per l' appartenenza a gruppi combattenti o per le circostanze
della morte; la spiegazione di queste incertezze risiede nella
difficoltà di avere da fonti palestinesi qualificate cifre e
dati sufficientemente attendibili. In realtà, se superiamo
questo handicap anche psicologico, vediamo che è del 13,7% il
numero dei probabili "combattenti" palestinesi da
aggiungere a quel 42,9%, incluso un 1,7% di palestinesi uccisi
(da altri palestinesi) in quanto ritenuti collaboratori di
Israele.
Fra gli israeliani, la proporzione si ribalta con un 69% di
civili ed un 20,1% di "combattenti a pieno titolo". In
questo grafico sono molto bassi i livelli di incertezza sullo
status degli uccisi, perché le informazioni di fonte
israeliana, ivi incluse quelle dei mass media, sono in genere
accurate e ricche di dettagli, consentendo una classificazione
attendibile.
Riflessioni conclusive
Tra i palestinesi non combattenti (ricordiamo che i
"lanciatori di pietre" sono considerati da questa
statistica come non combattenti) uccisi da israeliani il 37%
aveva un' età di 20 anni o meno, ma fra i palestinesi
combattenti questa percentuale scende al 18%; nel complesso, l'
età dei palestinesi (combattenti e civili) uccisi - quasi tutti
di sesso maschile - si concentra fra 15 e 35 anni, con
pochissimi casi sopra e sotto queste età - limite. Questa
statistica smentisce indirettamente l' accusa rivolta all'
esercito israeliano di aver ucciso indiscriminatamente, e
fornisce la dimostrazione di interventi selettivi basati sulla
effettiva pericolosità delle persone uccise.
Profondamente diversa è la distribuzione per età e sesso dei
civili israeliani uccisi, con un' ampia distribuzione in fasce
di età fra i 10 ed i 64 anni ed un numero di donne non molto
inferiore a quello degli uomini (sono in pari quantità sotto i
20 e sopra i 59 anni di età).
Se suddividiamo il conflitto in tre fasi, la prima dal 27
settembre alla fine di dicembre 2000, la seconda dal 22 dicembre
2000 all' 11 settembre 2001, la terza dal 12 settembre 2001 ad
oggi, constatiamo che i civili israeliani uccisi da palestinesi
si collocano in diverse fasce di distribuzione per età. Nella
prima fase la fascia di età era inclusa fra 15 e 44 anni, nella
seconda si è ampliata da 0 a 64 anni con un picco fra i 15 ed i
24 anni, nella terza pur rimanendo il picco tra 15 e 34 anni non
abbiamo più fasce di età escluse a priori, ed anche quelle da
0 a 14 anni, da 70 a 94 anni, presentano dati visibili di
vittime.
Fra i civili israeliani uccisi da palestinesi i giovani fra 15 e
25 anni sono quasi 150 (più di 80 fra 15 e 19 anni). Nell' età
matura, da 40 ad 89 anni, i civili israeliani uccisi da
palestinesi sono più del doppio dei civili palestinesi di pari
età uccisi da israeliani.
Questa sommatoria di dati statistici segnala sempre con molta
evidenza una forte casualità nell' insieme dei morti
israeliani, ed una più visibile concentrazione in determinate
fasce di età di quelli palestinesi. Il primo indice è tipico
delle conseguenze del terrorismo, che colpisce deliberatamente i
luoghi in cui si riuniscono le fasce più indifese dei cittadini
- mercati, autobus, discoteche, festività familiari - mentre il
secondo corrisponde più facilmente a situazioni di conflitto
armato. Nel loro drammatico differenziarsi, questi due indici
testimoniano scientificamente che gli israeliani hanno colpito
civili palestinesi solamente nel contesto di scontri armati o
situazioni conflittuali, mai con la deliberata volontà di
uccidere persone inermi.
A questo punto, possiamo rispondere alla domanda iniziale: no, i
morti non sono tutti uguali. I morti di Auschwitz non sono
uguali alle SS uccise in Unione Sovietica, i morti delle Torri
Gemelle non sono uguali ai talebani uccisi in Afghanistan.
Indipendentemente dalle opinioni politiche su torti e ragioni,
se è indiscutibilmente vero che ognuno ha il diritto di
piangere i propri morti, e tutti hanno il dovere di operare
affinché non vi siano più guerre, è altrettanto vero che chi
ha il compito di esprimere giudizi non si può sottrarre alla
valutazione della componente "qualitativa" che
distingue fra le cause della morte, e che impone di non
mescolare le vittime accuratamente selezionate in base alla loro
vulnerabilità con i loro assassini.
Likud, Shinui, PNR e Unione Nazionale nella nuova coalizione
di governo israeliana
26 febbraio 2003
La coalizione potra' contare su una maggioranza di 68 seggi su 120 e sara'
formata da: Likud (40 seggi), il partito del primo ministro che ha
assorbito i due seggi dell'Yisrael B'Aliyah di Natan Sharansky; Shinui
(15 seggi), il partito laico di centro guidato da Tommy Lapid; il Partito
Nazionale Religioso (6 seggi);
il cartello della destra radicale Unione Nazionale (7 seggi), guidato da
Avigdor Lieberman. Unione Nazionale ha accettato martedi' sera di entrare nel
nuovo governo sulla base dell'impegno che qualunque sostanziale negoziato
politico con i palestinesi sia preceduto da una decisione del governo.
Il programma del nuovo governo contiene un riferimento al "discorso di Herzliya"
del dicembre scorso, nel quale Sharon esprimeva il proprio sostegno a un
processo politico fondato sulle linee indicate nel discorso sul Medio Oriente
tenuto dal presidente degli Stati Uniti George Bush il 24 giugno 2002. Il
discorso di Bush faceva riferimento a una soluzione in due fasi che comporti la
fine dell'occupazione israeliana di territori in Cisgiordania e striscia di
Gaza. Tuttavia sia il Partito Nazionale Religioso che Unione Nazionale si
dichiarano contrari alla prospettiva di uno futuro stato palestinese
indipendente.
Il programma del nuovo governo israeliano, abbastanza simile a quello del
governo uscente, oltre al riferimento al "discorso di Herzliya",
fa anche riferimento a una intesa fra Likud e Partito Nazionale Religioso sulla
questione dei rapporti stato-religione, l'impegno a elevare il quorum elettorale
da 1,5 a 2% e l'impegno a promuovere le Leggi Fondamentali (una sorta di corpus
di leggi costituzionali israeliane).
Sul "discorso di Herzliya"
di Sharon, si veda:
La strada di Sharon
verso lo stato palestinese .
Sul discorso di Bush sul Medio Oriente, si veda:
Bush: "I
palestinesi hanno bisogno di una nuova leadership che non sia compromessa con il
terrorismo",
Le prime
reazioni
Commenti dalla
stampa israeliana
(Ha'aretz, israele.net, 26.02.03)
DA ISRAELE.net, Giovedi' 10 Aprile
2003
da http://www.kelebekler.com/indexit.htm
Un articolo interessante e divertente di Michael
Neumann, professore di filosofia alla Trent University, Ontario, Canada,
uscito per la prima volta su Counterpunch
il 4 giugno 2002.
pp. 258 - euro 15,50
Centro Librario Sodalitium, 1997
di Israel Shahak
atteggiamento ebraico nei confronti dei non ebrei, non
è dato capire neppure il concetto stesso di "stato
israeliano" (Jewish State), come Israele preferisce
definirsi. La generalizzata mistificazione che, senza
considerare il regime apartheid dei territori
occupati, definisce Israele come una vera democrazia,
nasce dal rifiuto di vedere cosa significa per i non
ebrei lo "stato israeliano". Sono convinto che Israele
in quanto Jewish State è un pericolo non solo per sè
stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e
per gli altri popoli e stati del Medio Oriente che si
proclamano "arabi" o "musulmani", definizioni analoghe
a quella di "stato israeliano", rappresentano
anch'essi un pericolo. Comunque, mentre di
quest'ultimo pericolo tutti ne parlano, quello
implicito nel carattere ebraico dello Stato d'Israele
è sempre taciuto e ignorato. Fin dalla sua fondazione,
il concetto che il nuovo Stato d'Israele era uno
"stato israeliano" fu ribadito da tutta la classe
politica e inculcato nella popolazione con ogni mezzo.
Nel 1985, quando una piccola minoranza di ebrei
cittadini d'Israele contestò questo concetto, il
Knesset, approvò a stragrande maggioranza una legge
costituzionale che annulla tutte le altre leggi che
non possono essere revocate se non con procedura
eccezionale. Si stabilì che i partiti che si oppongono
al principio dello "Stato Israeliano", o propongono di
modificarlo per via democratica, non possono
presentare candidati da eleggere al Parlamento, il
Knesset. Personalmente, io mi sono sempre opposto a
questo principio costituzionale e quindi, in uno stato
in cui sono cittadino, non posso appartenere ad un
partito di cui condivido il programma a cui è vietato
eleggere rappresentanti al Knesset.
Basterebbe questo esempio per dimostrare che
Israele non è una democrazia, visto che si fonda
sull'ideologia israeliana ad esclusione non solo di
tutti i non-ebrei ma anche di noi ebrei, cittadini
d'Israele, che non siamo disposti a condividerlo.
Comunque il pericolo rappresentato da questa
ideologia dominante non si limita agli affari interni,
ma permea di sè tutta la politica estera di Israele. E
tale pericolo sarà sempre maggiore via via che il
carattere israelitico d'Israele si accentuerà sempre
più e crescerà il suo potere, particolarmente quello
nucleare. Un'altra ragione per preoccuparsi è
l'aumentata influenza d'Israele sulla classe politica
degli Stati Uniti e per questi motivi oggi non è solo
importante ma, addirittura politicamente vitale,
documentare gli sviluppi del giudaismo e specialmente
il modo di trattare i non ebrei da parte d'Israele.
Consideriamo la definizione ufficiale del termine
"israeliano", che chiarisce la differenza di fondo tra
Israele come "stato israeliano" e la maggioranza degli
altri stati. Dunque, secondo la definizione ufficiale,
Israele "appartiene" solo a quelle persone che le
autorità israeliane definiscono appunto "israeliane",
indipendentemente da dove vivono. Al contrario,
Israele non "appartiene" giuridicamente ai suoi
cittadini non ebrei, la cui condizione è ufficialmente
considerata inferiore.
In realtà, questo vuol dire che se i membri di una
tribù peruviana si convertono al giudaismo e così sono
definiti e considerati, come ebrei hanno
immediatamente diritto alla cittadinanza israeliana e
a sistemarsi in circa il 70% delle terre occupate del
West Bank, e nel 92% dell'area vera e propria di
Israele, destinate all'uso dei cittadini ebrei. A
tutti i non ebrei, e quindi non soltanto ai
palestinesi, è proibito usufruire di queste terre, e
il divieto riguarda persino i cittadini arabi
d'Israele che hanno combattuto nell'esercito
israeliano e raggiunto gradi assai elevati.
Alcuni anni fa, scoppiò il caso dei peruviani
convertiti al giudaismo. Ad essi furono assegnate
terre nel West Bank vicino a Nablus, zona da cui sono
esclusi i non ebrei. Tutti i governi d'Israele sono
stati e sono pronti ad affrontare qualsiasi rischio
politico, tra cui la guerra, perchè gli insediamenti
del West Bank restino sotto la giurisdizione
"israeliana" come è affermato continuamente nei media,
che sanno perfettamente di diffondere una menzogna,
decisiva a coprire l'ambiguità dei termini "ebreo" e
"israeliano".
Sono sicuro che gli ebrei americani o britannici
accuserebbero subito di antisemitismo i governi degli
Stati Uniti, o dell'Inghilterra, se qusti decidessero
di definirsi "stati cristiani", cioè stati che
"appartengono" solo a cittadini definiti ufficialmente
"cristiani". Conseguenza di una simile dottrina
sarebbe che, solo se si convertissero al
cristianesimo, gli ebrei diventerebbero cittadini a
pieno diritto e, non dimentichiamo mai, proprio gli
ebrei, forti dell'esperienza di tutta la loro storia,
sanno quanto grandi fossero i benefici per chi si
convertiva al cristianesimo.
In passato, quando gli stati cristiani, e
islamici, discriminavano quelle persone, compresi gli
ebrei, che non seguivano la religione dello stato,
bastava convertirsi per essere accettati come tutti
gli altri. La discriminazione che lo Stato d'Israele
sanziona nei confronti di tutti i non ebrei cessa nel
momento in cui quelle persone si convertono al
giudaismo, e sono riconosciute come tali. Ciò vuol
dire che lo stesso genere di esclusivismo che gli
ebrei della diaspora denunciano come antisemitismo è
fatto proprio dalla maggioranza di tutti gli ebrei,
come principio ebraico. Chi, tra di noi, si oppone sia
all'antisemitismo che allo sciovinismo ebraico è
accusato di essere affetto dall'odio di sè, concetto
che ritengo assolutamente privo di senso.
Nel contesto della politica israeliana il
significato del termine "ebraico" (Jewish) e dei suoi
derivati ha la stessa importanza del termine
"islamico" così com'è ufficialmente usato in Iran o
anche al termine "comunista" com'era stato
uficializzato nell'URSS. Comunque, il significato di
Jewish non è chiaro nè nella lingua ebraica nè nella
traduzione in altre lingue, per cui il termine ha
dovuto esser definito ufficialmente.
Secondo la legge dello Stato d'Israele è da
considerarsi "ebreo" chi ha avuto una madre, una
nonna, una bisnonna e una trisavola ebrea, di
religione ebraica, oppure perchè si è convertito al
giudaismo da un'altra religione, secondo i criteri
riconosciuti e accettati come legittimi dalle autorità
d'Israele. Chi si sia convertito dal giudaismo a
un'altra religione non è più considerato "ebreo".
La prima di queste tre condizioni non è altro che
la definizione talmudica di "chi è ebreo", fondamento
di tutta la tradizione ortodossa ebraica. Anche il
Talmùd e la legge rabbinica post-talmudica riconoscono
la conversione di un non ebreo al giudaismo, come pure
l'acquisto di uno schiavo non ebreo da parte di un
ebreo cui segue una forma diversa di conversione, come
un modo per diventare ebreo, purchè la conversione sia
avallata da rabbini autorevoli e autorizzati e si
svolga secondo modalità per essi accettabili.
Per quanto riguarda le donne, una di queste
"modalità accettabili" è il rito del "bagno di
purificazione", durante il quale tre rabbini
ispezionano accuratamente la donna nuda. La cosa è ben
nota ai lettori delle pubblicazioni in lingua ebraica
ma i media in inglese non ne parlano, anche se
sicuramente susciterebbe un certo interesse. Mi auguro
che questo mio libro, le cui fonti sono tutte in
lingua ebraica, possa essere utile a correggere il
divario tra l'informazione che viene data in lingua
ebraica e quella che è tradotta in inglese e destinata
all'esterno d'Israele.
Ufficialmente, lo Stato d'Israele ha una
legislazione discriminatoria nei confronti dei non
ebrei, che favorisce esclusivamente gli ebrei in molti
aspetti della vita come, tra i più importanti, il
diritto di residenza, il diritto al lavoro e il
diritto all'eguaglianza di fronte alla legge.
Per quanto riguarda la discriminazione del diritto
di residenza, si fonda sul fatto che, in Israele, il
92% della terra è proprietà dello Stato ed è
amministrato dalla Israel Land Authority secondo i
criteri del Jewish National Fund (JNF), affiliato
all'Organizzazione Sionista Mondiale (World Zionist
Organization). Sono regole fondamntali del JNF la
proibizione a chi non è "ebreo" di stabilire la
propria residenza, di esercitare attività commerciali,
di rivendicare il proprio diritto al lavoro e questo
soltanto perchè non è ebreo. Al contrario, agli ebrei
non è in nessun caso proibito stabilire la propria
residenza o aprire attività commerciali in qualsiasi
località d'Israele. Se discriminazioni simili fossero
imposte in altri stati agli ebrei, si parlerebbe
subito, e a ragione, di antisemitismo e ci sarebbero
massicce proteste.
Quando invece quelle discriminazioni sono
normalmente applicate come logica conseguenza della
cosidetta "ideologia ebraica", sono volutamente
ignorate o, le rare volte che se ne parla,
giustificate.
Secondo le regole del JNF, ai non ebrei si
proibisce ufficialmente di lavorare le terre
amministrate dalla Israel Land Authority. È vero che
queste regole non sono sempre applicate nè globalmente
imposte, però esistono e vengono tirate fuori tutte le
volte che servono. Di tanto in tanto Israele ne impone
l'applicazione, come quando, per es., il Ministero
dell'Agricoltura si scaglia contro la pestilenza di
permettere che negli orti che appartengono a ebrei
sulla National Land, la terra dello Stato d'Israele,
la raccolta sia affidata a coltivatori arabi, anche se
questi sono cittadini d'Israele. È severamente
proibito agli ebrei insediati sulla National Land
subafittare anche una parte delle loro terre agli
arabi, persino per tempi brevissimi e chi lo fa
incorre in pesantissime multe.
Al contrario, non c'è nessuna proibizione se si
tratta di non ebrei che affittano le loro terre ad
altri ebrei. nel mio caso, per esempio, io che sono
ebreo ho il diritto di affittare un orto per il tempo
della raccolta ad un altro ebreo, ma a un non ebreo,
sia esso cittadino d'Israele o residente non
naturalizzato, non è consentito.
Israele è uno stato fondato sull'apartheid. Questo
è il principio primo di tutto il suo sistema legale,
oltre che la dimensione evidente e verificabile ad
ogni livello sociale, residenziale, del viver
quotidiano. Tuttavia, la maggior parte delle leggi
approvate dal Knesset, il parlamento israeliano, non
sembrano discriminatorie, almeno nella forma. Se si
analizzano con un po' di attenzione, si vede subito
che, alla base di tutte c'è la discriminazione tra
"ebrei" e "non ebrei".
La Legge dell'Ingresso del 1952 aveva
apparentemente la funzione di regolare l'accesso al
paese ma, senza specificare tra "ebrei" e "non ebrei",
recitava che "chi non è in possesso di un visto o di
un certificato d'immigrazione sarà immediatamente
deportato e non potrà più chiedere il rilascio del
visto". La definizione di chi ha le qualifiche per
ottenere il visto d'immigrazione si trova nella
parallela Legge di Ritorno: solo "gli ebrei".
Infatti, la clausola della deportazione degli
"stranieri" è applicabile solo ai "non ebrei". Il
Ministero dell'Interno non ha l'autorità d'impedire a
un ebreo, anche se ha precedenti penali e può
costituire un pericolo per la società, di esercitare
il suo diritto a stabilirsi in Israele. Solo un
cittadino straniero non ebreo ha bisogno del permesso,
ma agli ebrei che giungono da altre nazioni vengono
subito concessi tutti i diritti e i privilegi previsti
per i cittadini d'Israele: il "certificato
d'immigrazione" conferisce automaticamente la
cittadinanza, il diritto di votare e di essere eletti
anche se non conoscono una sola parola di ebraico. Il
certificato d'immigrazione dà diritto immediato alla
cittadinanza in virtù del ritorno nella "terra madre
d'Israele" e a molti benefici finanziari che variano a
seconda della nazione da cui provengono gli "ebrei".
Per esempio, quelli che vengono dall'ex URSS ricevono
subito una "gratifica complessiva" di $ 20.000 per
famiglia.
Agli stranieri, cioè ai "non ebrei", può essere
revocata la residenza anche se hanno vissuto in
Israele anni ed anni, mentre nessuno può espellere gli
indesiderabili se ebrei, com'è stato in moltissimi
casi di trafficanti e comuni malfattori che sono
persino riusciti a farsi eleggere nel Knesset. E ciò
grazie alle leggi sulla cittadinanza del 1952 che,
senza mai menzionare "ebrei" e "non ebrei", sono il
fondamento primo dell'apartheid, insieme alle leggi
sull'istruzione pubblica, alle norme della Israel Land
Authority, che garantiscono la segregazione delle
terre e le leggi matrimoniali religiose che sono
mantenute separate dal codice matrimoniale civile.
I "non ebrei" debbono risiedere molti anni in
Israele prima di ottenere la cittadinanza, possono
essere espulsi dall'oggi al domani e debbono
ufficialmente rinunciare alla loro cittadinanza
originaria. Per esempio, i cosidetti "diritti dei
residenti che rientrano in patria" (doganali, sussidi
per le abitazioni e l'istruzione) valgono solo per gli
"ebrei", gli yored. La discriminazione più plateale è
quella che appare nei documenti d'identità che tutti
sono tenuti a portare con sè e ad esibire in qualsiasi
momento. Sotto la dicitura "nzionalità" figurano le
seguenti categorie: "ebreo", "arabo", "druso",
"circasso", "samarita", "caraita" o
"straniero". Dal
documento d'identità i funzionari dello stato sanno
subito a quale categoria appartiene la persona.
Malgrado innumerevoli pressioni, il Ministero
dell'Interno si è sempre rifiutato di accettare la
dicitura "nazionalità israeliana". A quelli che
l'hanno richiesta, viene risposto su carta intestata
"Stato d'Israele" che "si è deciso di non riconoscere
una nazionalità israeliana", mentre si ricorda che si
ha il diritto a lasciare in bianco la voce
"nazionalità", previa richiesta al ministero di
competenza. Nella lettera non si specifica chi ha
preso tale decisione nè quando.
La legge sulla coscrizione militare del 1986 non
sembra discriminatoria perchè usa l'espressione
"giovani di leva arruolati" come termine universale e
riferibile a tutti i cittadini d'Israele. In realtà
contiene un semplice marchingegno che ne fa una delle
leggi più discriminatorie, un vero e proprio pilastro
dell'apartheid: è la figura dell'enumerator,
autorizzato a chiamare i giovani ad iscriversi nelle
liste di leva, a convocarli al distretto con uno
specifico richiamo alle armi. Nella legge si fa uso
del termine "autorizzato", il che implicitamente
lascia all'enumerator la facoltà di chiamare, o di non
chiamare alle armi, i giovani in età di leva. Quelli
che non ricevono la chiamata sono automaticamente
esentati dal servizio militare. È semplicissimo:
quelli che dai documenti d'identità risultano
appartenenti al "settore arabo" non vengono chiamati.
Di solito vengono addotte due giustificazioni
all'esenzione dal servizio militare dei giovani arabi,
cittadini d'Israele. Quella "morale": come si può
chiedere a un arabo di uccidere i suoi fratelli?
Assistiamo in continuazione alle lotte intestine tra
arabi che si uccidono tra loro sul campo di battaglia
o con attentati terroristici giustificandosi con
motivazioni ideologiche. Lo stesso varrebbe per i
giovani arabi, cittadini d'Israele, o altri non ebrei
se sapessero che il loro arruolamento è giustificato,
cioè se fossero trattati come tutti gli altri
cittadini e i loro diritti rispettati e protetti dallo
Stato d'Israele.
Inutile dilungarsi sulla seconda giustificazione:
quella della sicurezza. Una lunga catena di episodi di
spionaggio e tradimento riguarda sia gli ebrei che i
non ebrei e ci sono buone ragioni per affermare che,
in questo contesto, i più pericolosi sono stati finora
gli ebrei.
Invece, l'esonero invisibile porta con sè
discriminazione e persecuzione. Chi non fa il servizio
militare, perchè non chiamato dall'enumerator, è
automaticamente escluso da molti posti di lavoro, zone
residenziali, possibilità di affittare case e terreni
riservati ai "giovani di leva arruolati". Con questo
sistema, per esempio, sono stati scacciati dai loro
appartamenti molti giovani arabi residenti nella città
vecchia di Gerusalemme. Il termine "giovani di leva
arruolati" vale anche per gli studenti delle scuole
religiose ebraiche, Yeshiva, che non fanno il servizio
militare.
L'enumerator li chiama e tanto basta per
conservare tutti i privilegi di quelli che
effettivamente sono arruolati nelle forze armate.
Questo marchingegno burocratico riflette puntualmente
la dottrina, ora parte della legge fondamentale del
paese, secondo cui Israele è lo stato degli ebrei,
israeliani e della diaspora, ma non dei cittadini
d'Israele.
Israele non si può considerare uno stato democratico, visto il
razzismo presente nei pensieri dei suoi stessi leader, nell'esistenza
di leggi chiaramente discriminatorie e nelle azioni che vengono
portate avanti sul terreno israeliano.
Prendiamo come primo esempio di legge discriminatoria quella del
Ritorno...La legge del Ritorno stabilisce che ogni ebreo è
un "nazionale" ed ha automaticamente diritto alla cittadinanza.
Invece ai profughi palestinesi non è consentito di tornare nelle loro
terre e sono state create delle leggi proprio per impedire tale
Diritto di Ritorno (stabilito dal diritto internazionale, ma sappiamo
bene che Israele, nonostante le innumerevoli risoluzioni dell'ONU, se
ne sta altamente infischiando di tutto ciò che potrebbe
comprometterne lo spirito ebraico ).
Una di queste leggi si chiama "Legge dell'Assenza" e stabilisce che
tutti i non ebrei considerati assenti vedono trasferite le loro
proprietà alla Nazione Ebraica e possono essere affittate solo ad
ebrei. Non bisogna dimenticare che un quarto della popolazione
palestinese è considerata dallo stato "presente assente" anche se in
possesso della cittadinanza israeliana.
Ma vediamo un documento in cui vengono elencate tutte le leggi
israeliane utilizzate per confiscare i beni dei palestinesi...
1- La legge sulla proprietà degli assenti del 1950: il governo
israeliano ha nominato un custode per le proprietà dei palestinesi
(quelli che erano fuggiti dalla guerra sia fuori della Palestina o
quelli che si sono spostati in un altro villaggio dentro la
Palestina, soltanto per questi ultimi quasi 300.000 ettari sono stati
confiscati).
2- La legge della normativa: ogni palestinese che pretende la
proprietà di terra sarà obbligato a mostrare certificati di
proprietà, altrimenti deve dimostrare che la terra è stato utilizzata
da lui per almeno 50 anni. Questo fatto e' molto complicato in
Palestina perchèi la terra non era censita; con questa legge i
beduini della zona del Negev hanno perso la maggior parte dei loro
terreni.
3- La legge dell'utilizzo del 1953: il governo ha la facoltà di
confiscare la terra che non è coltivata e lavorata, senza
l'intervento del tribunale; con tale legge e' stato confiscato quasi
il 26% della terra di Gerusalemme.
4- La legge dell'emergenza e della difesa: emessa durante il mandato
Inglese, tale legge fornisce al governatore un enorme potere che gli
permette di sequestrare terreni senza l'obbligo di mostrare il
motivo. Questa legge e' stata usata per impedire ai palestinesi di
tornare alle loro case dopo le guerre del 1948 e 1967 come i casi di
Yalo, Immuas, Beit Nuba.
5- La legge della difesa- Zone di Sicurezze- del 1919 : l'ottavo
articolo di questa legge afferma che l'autorità ha potere di
espellere un cittadino o tanti cittadini fuori della loro terre e
case perchè la zona è dichiarata zona di sicurezza. Con questa legge
Israele continua ad impedire da 40 anni ai contadini di 2 villaggi
(Eqret e Kufur Bur'um) di tornare a casa.
6- La legge della terra desolata del 1948: tale legge ha permesso al
Ministro dell'Agricoltura di confiscare la terra che era rimasta
senza coltivazione per un anno; con questa legge la maggior parte
della terra della Galilea e della zona del Triangolo è passata dai
palestinesi ai Kibbutz israeliani.
7- La legge per la confisca nei casi d'emergenza: lo stato ha diritto
di confiscare terra per difendere gli interessi dello stato, per
servire i cittadini, per trovare posto ai nuovi immigrati ebrei o per
soldati che hanno terminato il loro servizio militare.
8- La legge per suddividere la terra del 1953: una legge che mira
alla distribuzione della terra(anti feudalesimo ). Con questa legge
migliaia di ettari delle grandi proprieta' palestinesi sono stati
distribuiti ai Kibbutz.
9- La legge per le zone verdi: una legge che permette allo stato di
dichiarare una zona come zona di riserva naturale e dove e' proibito
costruire. Con questa legge i palestinesi hanno assistito ad un furto
quasi legale della loro terra. L'esempio di Shufat al nord di
Gerusalemme e' il più vivo; negli anni 70 lo stato d'Israele aveva
dichiarato decine di ettari del villaggio di Shufat come zona verde e
la corte ha respinto il reclamo dei contadini palestinesi. Negli anni
90 la stessa terra e' trasformata in area per edilizia, non per i
veri proprietari, ma per i coloni ebrei che hanno costruito decine di
case.
10- La legge delle foreste: tale legge ha permesso allo stato
d'Israele di prendere sotto
controllo i boschi in Palestina.
Oltre a questi leggi sono stati emessi decine di ordini militari che
hanno causato la confisca di decine di migliaia di ettari ai
Palestinesi.
Per esempio l'ordine militare 1025 del 4/10/82 , attraverso
quest'ordine tutto quello che era illegittimo per quanto riguarda il
passaggio di proprietà dei terreni prima di tale data diventa
legittimo (a favor quindi dei coloni).
L'ordine militare 841 del 15/5/80 che permette alle corti militari
israeliane di chiudere qualsiasi fascicolo di aggressioni contro
proprietà di palestinesi ed infine l'ordine 451 che ha nominato un
militare israeliano come direttore del dipartimento dei terreni in
Palestina.
Attraverso queste leggi e ordini militari, il 70 % della superficie
della West Bank e della Striscia di Gaza sono stati confiscati.
Queste norme sono state adottate per impedire ai Palestinesi
d'acquistare o di possedere terreni, specialmente con la legge degli
assenti e quella della terra desolata.
Nello statuto dell'Agenzia Nazionale Ebraica che affitta la terra ai
contadini e precisamente l'articolo n.23 impone che l'israeliano che
prende terra in affitto non permetterà ad arabi di lavorarla.
Per meglio chiarire la situazioni dei palestinesi, bisogna dividere i
palestinesi in 3 fasce o gruppi;
Il primo gruppo sono i palestinesi che stanno in Israele e sono
muniti di passaporto israeliano.
La legge permette loro di comprare e di vendere perchè sono
cittadini, ma in pratica la
situazione non e' cosi; nel caso del Sig. Tawfiq Jabbarin, un
avvocato (arabo-israeliano) che ha comprato una casa all'interno d'un
Kibbutz attraverso un suo amico ebreo, gli ebrei del Kibbutz hanno
protestato ed hanno minacciato il sig. Tawfiq. Lo stato non ha fatto
niente ed alla fine il sig. Tawfiq e' stato costretto a rivendere la
casa. Adesso nel Kibbutz ci sono altre famiglie palestinesi che sono
riuscite a possedere una casa, ma proprio in questi giorni gli ebrei
del Kibbutz chiedono alle forze dell'ordine di applicare misure
strette contro questi palestinesi (anche se sono cittadini
israeliani) e con i loro ospiti.
Questo resta soltanto un caso tra tanti. Inoltre basta andare e
vedere la situazione in Nazaret Ellit, una città israeliana
costruita su terra palestinese vicino Nazaret.
Il secondo gruppo sono i palestinesi della West Bank e Gaza che non
possono acquistare e registrare terreni o edifici a Gerusalemme e in
Israele a proprio nome perché non sono cittadini e tutto quello già
registrato a loro nome e' confiscato da parte del custode della
proprietà degli assenti.
Il Terzo Gruppo sono i palestinesi di Gerusalemme. Sono considerati
residenti ma non cittadini, pertanto davanti a loro sono messi
tantissimi ostacoli per rendere la loro vita più difficile
specialmente quando si tratta di acquisto e/o registrazione di
proprietà oltre ai numerosi casi di demolizioni; nel seguito sono
indicati alcuni fatti che mostrano la discriminazione applicata
contro i palestinesi di Gerusalemme;
Il caso del sig. Mohammed Burqan : questo palestinese aveva perso con
la confisca la sua casa che si trova nel quartiere ebraico della
città vecchia. Quando la casa e' stata messa in vendita con un'asta
pubblica , lui si e' presentato per acquistarla ma la sua
domanda e' stata respinta anche dalla corte suprema israeliana perché
la casa si trova nel quartiere ebraico. Ma nello stesso tempo decine
di famiglie ebrei si trovano a vivere sia nel quartiere islamico che
in quello cristiano.
Il caso del sig. Hijazi: questo palestinese si e' presentato
chiedendo il permesso di costruire un albergo a Gerusalemme sulla sua
terra. La sua domanda e' ancora sotto valutazione da quasi venti
anni. Nello stesso tempo un'azienda israeliana ha costruito
un albergo nella stessa zona, anche se la domanda e' stata presentata
dopo il sig.Hijazi.
Un altro caso riguarda lo stesso sig. Hijazi: quando si e' rivolto
alla corte suprema israeliana chiedendo di impedire al comune di
Gerusalemme di costruire una scuola sulla sua terra perché il comune
non ha pubblicato o informato gli interessati della sua decisione ,
la corte suprema ha respinto il suo appello giustificando l'errore
del comune come una cosa banale. Un anno dopo un albergo israeliano
che si trova nella zona si e' rivolto alla corte suprema per impedire
la costruzione della scuola giustificandosi con le stesse motivazioni
presentati in precedenza dal sig. Hijazi. Questa volta la corte
suprema ha accolto il reclamo.
Sono migliaia le domande di palestinesi che chiedono permessi per
costruire una nuova casa a Gerusalemme. I palestinesi sono costretti
ad aspettare da 10-20 anni per avere una risposta che spesso non e'
positiva. In caso che la risposta e' positiva le tasse per
rilasciare la licenza raggiungono i 20.000 US$. Nello stesso tempo
migliaia di appartamenti sono stati costruiti per gli ebrei
specialmente a Gerusalemme Est.
I palestinesi quando ottengono la licenza per costruire non possono
costruire più di 3 piani e con una superficie che non supera il 75%
della superficie della terra, mentre gli israeliani possono costruire
fino all' ottavo piano e con una superficie che arriva a 300% della
superficie della terra come il caso del nuovo insediamento di Ras Al-
Amoud nel cuore di Gerusalemme Est
Il caso del sig. Khairi Askar di Hizma vicino Gerusalemme: questo
palestinese aveva comprato nel 1973 un pezzo di terra sempre in area
considerata WB ed ha ottenuto una licenza per costruire la sua casa.
Successivamente Israele ha allargato i confini di Gerusalemme e la
terra e' diventata parte di Gerusalemme. Il comune di Gerusalemme
allora si e' presentato con il custode per la proprietà degli assenti
pretendendo la terra dove e' stata costruita la casa come appartenente
al dipartimento custode per la proprietà degli assenti, essendo il
proprietario sig.Askar residente in WB.
I casi di demolizioni di case: i palestinesi che sono costretti a
costruire senza permesso si vedono demolire la casa mentre ci sono
tanti casi di costruzioni senza permesso dagli israeliani (un ebreo
costruisce senza permesso o per risparmiare o perché usa terra
comunale). Ma la dichiarazione dell'ex vice sindaco Davide Cassuto
(ebreo con origine di Firenze) e' eloquente. Aveva affermato che non
avrebbe firmato alcun ordine per demolire una casa di un ebreo ma
soltanto le case degli arabi.
L'autorità israeliana ha demolito un edificio di una società
caritatevole nella zona di Burj Al-Laqlaq (proprietà del Waqf
Islamico) nella città vecchia con la scusa dell'assenza
della licenza. L'edificio doveva servire gli handicappati della zona
con un finanziamento del Governo Canadese. Dopodiché il governo ha
lasciato il permesso ai coloni di costruire nello stesso posto dopo
avere confiscato la terra. Da ricordare anche che nella stessa zona e
qualche anno prima la casa della famiglia palestinese Al Qaljawi e'
stata demolita per mancanza di licenza.
Inoltre, non bisogna dimenticare che ai palestinesi sono negati
diversi benefici di Welfare...
Il governo israeliano emette carte d'identità e targhe
automobilistiche con codici colorati che restringono la possibilità
di spostamento ai non-ebrei. Ai palestinesi della West Bank è
impossibile spostarsi fino a Gaza perché dovrebbero passare per il
territorio 'israeliano'. A nessuna attività industriale significativa
è stato permesso di svilupparsi in West Bank e Gaza di conseguenza i
palestinesi possono esercitare solo i lavori peggio pagati e formano
una forza lavoro super sfruttata per il capitale israeliano. I
territori Occupati importano il 93% delle merci ma esportano solo il
7% di ciò che producono. Le esportazioni palestinesi nell'Europa
occidentale sono bandite per impedire che competano con quelle
israeliane.
In materia di servizio militare, Israele compie discriminazioni tra
uomini e donne e tra persone di diverso credo. Le donne ebree
ortodosse possono essere esentate dal servizio militare se compiono
una dichiarazione ufficiale di fronte a un giudice e gli uomini che
studiano in alcuni istituti religiosi possono ottenere un rinvio. Ad
ogni modo, per molti altri il diritto all'obiezione di coscienza non
e' riconosciuto. (Amnesty International)
Per quanto riguarda la rappresentanza degli arabi israeliani nella
Knesset non conosco le percentuali, ma so che ci sono delle
manifestazioni perché venga concessa una più ampia rappresentanza
degli arabi-israeliani nella Knesset...Chi manifesta, ovviamente,
viene processato...
Dimenticavo la legge che ha appena superato la prima lettura alla
Knesset...impedisce la cittadinanza israeliana ai palestinesi dei
territori occupati che sposano un israeliano o un cittadino arabo-
israeliano ed è volta anche a prevenire la concessione automatica
della cittadinanza a bambini con un genitore nei territori occupati.
Per quanto riguarda il signor Brambilla io so che i diritti in
Israele provengono dall' identità etnica (dovrebbe discendere per
almeno quattro generazioni da ebrei, in senso matrilineare) o
religiosa...