Dietro l’odio non c’è
solo Bin Laden
Bruno Etienne*
http://members.xoom.virgilio.it/micsu/micsu%20for%20peace/etienne.htm
*Islamista, docente all'Università di Aix-en-Provence
Si deve capire che se i mass media mettono
l’accento su Osama Bin Laden, figura perfetta per soddisfare la
tipologia manichea puritana dell’immagine del diavolo, il sistema
saudita, invece, funziona in maniera tribale. E che la scomparsa di quel
Bin Laden non cambierà nulla della nebulosa islamica. I quattro o
cinque ricercatori che, come me, studiano la questione religiosa da
almeno trent’anni hanno descritto tutti il processo della tassonomia,
cioè il potere di stabilire delle categorie: musulmano, islamista,
integralista, fanatico, terrorista, jihad, fatwa. Tuttavia, bisogna
evitare il nomadismo dei concetti e l’amalgama. Tutti avevamo spiegato
che l’islamismo radicale è l’uso politico dei temi musulmani
mobilitati in reazione alla «occidentalizzazione», considerata come
aggressiva nei confronti dell’identità arabo-musulmana. Beninteso, è
una protesta «anti-moderna». Ma su questo punto possiamo constatare
che il progetto di creare uno Stato islamico classico che si riferisse
ai quattro primi califfi e nel rispetto della sharia, la legge islamica,
è un fallimento completo nel mondo arabo e anche nella periferia
musulmana, con il caso dell’Iran. Certo, l’islamizzazione dal basso
è progredita ampiamente. Ma i movimenti islamici sono stati «nazionalizzati»
attraverso la loro lotta in ogni Paese e nessuno ha la possibilità di
combattere gli Stati Uniti, neanche i movimenti palestinesi, che
incontrano già parecchie difficoltà a battersi contro il potere
locale, accusato di tradire l’Islam. Così la jihad, la lotta
personale sulla strada di Dio, è diventata lotta contro i dittatori e i
cattivi musulmani. Oggi sono assai pochi i militanti islamici che
esigono di lanciarsi in un conflitto internazionale contro gli
americani, certo aborriti e detestati a causa del loro appoggio a
Israele e della loro presenza nei luoghi dell’Islam dopo la Guerra nel
Golfo. Ecco quindi il cambiamento che rappresenta la nuova strategia
della nebulosa Bin Laden: essa non è costituita da un’organizzazione
centralizzata, anche se il Pakistan serve da base logistica e culturale
per la formazione «teologica» degli studenti teo-paranoici, i talebani.
E non è composta da militanti di una stessa patria, di una stessa
regione musulmana, e nemmeno di uno stesso rito. Non recluta poveri e
diseredati, ma ingegneri e gente istruita. Coordina gruppi molto diversi
e servizi «statali» che non possono confessare il loro aiuto assiduo.
Non polarizziamo l’attenzione solo su Osama, perché significherebbe
ignorare il funzionamento dell’enorme holding della famiglia Bin Laden;
non capire nulla del sistema tribale «a segmenti» che caratterizza
l’alleanza della tribù dei Bani Sa’ud con la setta wahabita;
sottovalutare il finanziamento di tutti i movimenti «islamici». Ma è
bene smettere di contrapporre Occidente e Islam: gli arabi sono
occidentali, poiché il loro sistema di pensiero è greco-biblico e i
musulmani hanno recepito il sistema capitalistico come una sorta di
etica «protestante» islamica; il che è dimostrato dal loro modo di
gestire la rendita petrolifera. L’Oriente comincia con l’India.
Inoltre, in tutti i sistemi religiosi, in particolare monoteisti, c’è
sempre stato un dibattito fra i praticanti sociologici, occasionali,
indolenti e i chierici ortodossi, i fondamentalisti e, persino, gli
integralisti. Però, nel caso dell’attentato di New York non siamo più
nel contesto della religione musulmana, poiché le condizioni della
lotta sono state descritte chiaramente dalla Sunna e dalla
giurisprudenza e così anche la qualifica del nemico. Dice
con chiarezza il Corano: «Colui che uccide un uomo uccide tutta
l’umanità». Ora, i veri responsabili sono coloro che manipolano le
masse tradite, diseredate, frustrate e non gli attori del dramma, che
del resto donano la propria vita, mentre i loro sponsor investono il
denaro in affari capitalistici, compresi quelli americani, e spendono
ostentatamente il resto a Saint Tropez, a Parigi o a Londra. Le più
alte autorità religiose musulmane devono prendere le distanze da questo
processo. Cominciano a farlo timidamente, perché la potenza dei
puritani ipocriti della penisola arabica non è da trascurare:
addirittura, rubano i soldi dei milioni di pellegrini devoti che si
rendono nei Luoghi Santi dell’Islam! L’operazione della legge del
taglione preparata dai puritani americani era stata denominata
all’inizio «Giustizia infinita»: «Dio è con noi, poiché noi
sappiamo quello che è giusto e buono e lottiamo contro il Male. In God
we trust». Parlano come Bin Laden! Ma quale governo europeo avrà il
coraggio di rompere con i regimi poco democratici, antisemiti,
aggressivi verso le donne e gli emigrati del Medio Oriente, perché gli
Stati Uniti non possono farlo a causa del petrolio? Questo farebbe
supporre che noi accettiamo di consumare meno benzina? La Libia,
l’Iraq e l’Iran, così come le ex repubbliche sovietiche musulmane,
sono pronte a colmare il mercato. Intanto, i popoli d’Etiopia, Niger e
Cecenia, senza dimenticare Iraq e Palestina, possono crepare, senza che
il mondo si commuova. Possiamo scommettere che ancora una volta, con
l’équipe del Bush della Guerra del Golfo che consiglia George junior,
la Cnn arriverà prima dei boys!
La realtà ha ormai superato la finzione: è il vero cambia mento di
tutta questa storia.
dal Corriere della Sera, 26/09/2001
Gli Avventisti e la storia mondiale
Una risposta originale
http://www.avventisti.it/documenti/storiam.htm
Che scopo ha l'esistenza? È la domanda per eccellenza, quella
che ogni generazione si pone, cercando una risposta soddisfacente. Fino a
cinquant'anni fa, queste domande non si potevano eludere come spesso, invece,
avviene oggi, e le riposte andavano ricercate nella sfera religiosa e nella vita
collettiva quotidiana. La religione era il perno intorno al quale ruotavano
tutte le attività umane. Questa centralità della religione caratterizzava
l'occidente cristiano. Anche la Chiesa Avventista nasce dalla ricerca di una
risposta a queste domande esistenziali. Essa è sorta dalla riflessione, in
alcuni punti del tutto originale, di un gruppo di credenti provenienti da varie
denominazioni protestanti. Essi riscoprirono nella Bibbia le risposte di Dio
agli interrogativi impliciti nella domanda iniziale: Chi è l'uomo? Da dove
viene? Qual è il suo destino?
La Chiesa Avventista è una chiesa giovane. Come molte chiese evangeliche, non
è una chiesa tradizionale e nazionale. Non si identifica con la cultura di un
popolo o di una nazione come, ad esempio, la Chiesa Cattolica Romana, in Italia,
la Chiesa Cattolica Ortodossa, in Russia o la Chiesa Luterana, in Svezia e in
Germania. Tuttavia la sua nascita è legata alla mentalità e alla cultura di un
popolo e di una nazione: gli Stati Uniti d'America.
L'America puritana: il mito della Terra Promessa
Il mito americano è stato plasmato da una generazione di
uomini fortemente radicati nelle idee protestanti: erano calvinisti e puritani,
repubblicani e umanisti. L'appellativo «Nuovo Mondo» ne è la testimonianza più
evidente. Essi erano convinti di operare per la fondazione un mondo nuovo
secondo la volontà di Dio.
Quando nel 1620, i Padri Pellegrini sbarcarono sulle coste della Nuova
Inghilterra, avevano una convinzione e una speranza. Si sentivano «chiamati» a
essere il popolo di Dio ed erano convinti di dover collaborare a stabilire il
suo regno nel mondo. Un regno di libertà, di giustizia, fondato sui principi
intramontabili della Parola di Dio. Essi nutrivano la speranza di poter vivere
liberamente la propria fede e costruire, sul fondamento della Bibbia, una società
nuova, diversa dalle nazioni intolleranti della vecchia Europa, dalle quali
erano fuggiti.
Identificando la propria storia con quella del popolo d'Israele, essi erano
convinti che il continente che li ospitava fosse la Terra Promessa. In essa Dio
creava un Nuovo Mondo, una nuova società che sarebbe diventata una luce per le
altre nazioni, un esempio da seguire.
I risvegli
Con le generazioni successive, la tensione spirituale dei primi coloni del Nuovo Mondo si affievolì. Anzi, per fattori diversi, il fervore religioso e l'ottimismo si raffreddarono: l'arrivo di nuovi immigrati, la diffusione delle idee deiste ispirate dalla Rivoluzione francese e soprattutto le crisi politiche di una nazione in crescita (guerre di indipendenza e conseguenti difficoltà economiche). Per circa tre secoli in America si alternarono periodi di freddezza religiosa e grandi ritorni collettivi alla fede, definiti «Great Awakenings»: grandi risvegli. In particolare questi fenomeni collettivi caratterizzarono il XVIII e il XIX secolo con due grandi movimenti che vennero chiamati il «Primo Grande Risveglio» intorno al 1740 e il «Secondo Grande Risveglio» nel 1800. Diverse Chiese «evangelical» (evangeliche) vennero alla luce come conseguenza di questi risvegli.
Il risveglio del 1800
In questi movimenti largamente popolari, tramite lo studio della Bibbia gli americani riscoprivano il significato della loro missione e della storia condito da un notevole senso patriottico. La convinzione che la nazione americana fosse stata eletta da Dio per una missione mondiale era incrollabile. Dalla fine del 1700 fino a tutta la prima metà del 1800 per ben due generazioni il «Secondo Grande Risveglio» protestante percorse la nazione unendo negli sforzi per cristianizzare l'America credenti protestanti di varie estrazioni: battisti, congregazionalisti, metodisti, presbiteriani e quaccheri. Nei vari Stati fiorirono le leggi in favore della temperanza dei costumi, in particolare per quanto riguardava il rispetto del giorno di riposo e il divieto del consumo di alcol. Le riunioni su tematiche e riflessioni religiose raccoglievano migliaia di persone, anche per diversi, giorni in grandi accampamenti sotto le tende chiamati «Camp-meetings».
Il millenarismo
Il termine millenarismo definisce la fede di coloro che aspettano il secondo avvento del Signore in terra, studiando nelle profezie della Bibbia le epoche e i tempi di questa venuta. Le profezie relative al ritorno di Gesù sono sempre state al centro dell'attenzione dei credenti, e più o meno in ogni secolo dell'era cristiana il millenarismo ha avuto i suoi rappresentanti. Tuttavia, nel secolo a cavallo fra il 1700 e il 1800, un numero consistente di studiosi della Bibbia, nell'occidente cristiano, rivolse la propria attenzione alle profezie relative alla fine del mondo. Anche all'interno del Secondo Grande Risveglio americano si sviluppò una forte componente millenarista.
William Miller e il ritorno di Cristo
Un agricoltore del Massachussetts, William Miller, turbato
dalla violenza e dalla drammaticità della guerra contro gli inglesi
(1812-1814), nella quale aveva combattuto con i gradi di capitano, non si
ritenne soddisfatto delle convinzioni deiste fin lì sostenute e decise di
cercare nella Bibbia le risposte alle domande sul senso della vita umana. Si
prefisse quindi di trascorrere due anni a studiare la Sacra Scrittura e ad
approfondirne il messaggio.
Nel suo studio applica un principio semplice e razionale: la Bibbia si spiega
con la Bibbia. Cioè essa costituisce un'unità e contiene in se stessa tutto
quanto è necessario e sufficiente per comprenderla. Influenzato dalla
preoccupazione generale sul senso della storia e la fine del mondo, Miller
rivolse la sua attenzione ai libri del profeta Daniele e dell'Apocalisse. Dal
libro di Daniele in particolare dedusse, sulla base di calcoli cronologici
precisi, che il ritorno del Cristo e la conseguente fine del mondo si sarebbero
verificati fra il 1843 e il 1844.
Il risveglio millerita
A partire da quel momento si trovò al centro di un importante
movimento di risveglio, nella scia del «Second Great Awakening». L'annuncio
dell'imminenza del ritorno del Cristo era in sintonia con la sensibilità
spirituale dell'epoca e induceva gli ascoltatori a prepararsi in vista di
quell'evento. Miller fu invitato a predicare nelle chiese della maggior parte
delle denominazioni religiose.
Il numero delle persone che accolsero favorevolmente il suo messaggio aumentava
rapidamente e ben presto Miller fu affiancato nella predicazione da diversi
pastori provenienti dalle comunità battiste, metodiste e presbiteriane. Il
movimento adottò un minimo di organizzazione, soprattutto per gestire la
pubblicazione dei periodici con i quali diffondeva il suo messaggio. Nel
frattempo, approfondendo lo studio delle profezie, Miller e i suoi discepoli
fissarono una scadenza finale per l'evento da loro annunciato: il 22 ottobre
1844.
Nell'imminenza di questa scadenza le conferenze si moltiplicarono e in alcuni
incontri si radunarono fino a cinquemila ascoltatori. Il successo del movimento
però provocò una reazione di rigetto da parte delle chiese protestanti
tradizionali. Le posizioni di intolleranza reciproca si radicalizzarono e coloro
che avevano aderito al movimento dell'avvento, chiamati poi «milleriti»,
furono espulsi dalle chiese ufficiali. A loro volta i milleriti tacciarono le
chiese di essere cadute nell'apostasia. Secondo i calcoli degli storici
centomila persone attesero l'avvento il 22 ottobre 1844; circa un milione di
americani (su diciassette milioni) e mille pastori furono coinvolti nel
movimento (cfr. R. Lehmann, Les Adventistes du septième jour, Éditions Brépols,
1987, p. 14).
La delusione del mancato ritorno
Ma il 22 ottobre 1844 non successe nulla. La delusione dei
milleriti fu cocente. Con una dichiarazione pubblica Miller e i responsabili del
movimento ammisero il loro errore. William Miller non perse la fede e continuò
a nutrire la speranza dell'avvento senza fissare però altre date. Morì cieco,
il 20 dicembre 1849. Molti degli aderenti al movimento dell'avvento ritornarono
alle chiese di origine. Gli altri formarono vari gruppi: alcuni, persuasi che
Miller avesse commesso un errore nel computo profetico, continuarono a fissare
delle date per il possibile avvento. Altri, invece, giunsero alla convinzione
che Miller si fosse sbagliato nell'interpretare la natura dell'evento che si era
verificato nel 1844: il santuario da purificare non era la terra ma il santuario
celeste nel quale secondo la lettera agli Ebrei (capp. 8,9) Gesù si trovava fin
dalla sua ascensione.
All'interno di questo secondo gruppo maturarono anche altre convinzioni relative
all'etica cristiana: l'importanza della salute fisica come valore spirituale, il
rispetto integrale dei comandamenti di Dio - incluso il comandamento relativo al
giorno di riposo, la convinzione che la delusione di cui erano stati
protagonisti fosse un passaggio obbligato e Dio stesso guidasse la loro
esperienza di fede attraverso l'ispirazione di una giovane donna, Ellen G.
Harmon.
Nuove convinzioni tratte dalla Bibbia
Il gruppo di milleriti che si saldò intorno alla sintesi di
questi quattro elementi diede vita alla Chiesa Avventista del 7° Giorno. La
speranza dell'avvento era rimasta in tutti molto forte e nel 1848 riunì intorno
a un tavolo gli esponenti di queste correnti di pensiero. Erano: Joseph Bates,
fautore di una riforma nel campo della salute e del rispetto del quarto
comandamento nel quale era prescritto di osservare il settimo giorno; Hiram
Edson, sostenitore dell'idea che il santuario purificato alla fine dei 2.300
anni della profezia di Daniele non fosse la terra;James White ed Ellen G. Harmon
persuasi che l'esperienza millerita fosse stata guidata da Dio il quale
continuava a indicare il cammino da seguire attraverso il dono profetico
riconosciuto in Ellen; e diversi altri credenti.
Con grande umiltà confrontarono le proprie convinzioni, scoperte o riscoperte
tramite lo studio della Bibbia, e, tramite un'esperienza di conversione
reciproca alle verità scoperte nella Sacra Scrittura giunsero a formulare le
basi del «credo» della Chiesa Avventista del 7° Giorno.
La nascita della struttura organizzativa
Trascorsero ancora alcuni anni prima che questo gruppo
maturasse la decisione di darsi un nome e adottasse una struttura organizzativa.
Nel 1860 essi scelsero il nome di Chiesa Avventista del 7° giorno e nel 1863
posero le basi di una struttura ecclesiastica rappresentativa sul modello
presbiteriano. Nacque così una delle chiese più attive del mondo evangelico
sul piano dell'evangelizzazione e dell'impegno sociale.
Dagli Stati Uniti lo spirito missionario degli avventisti raggiungerà la
maggior parte delle nazioni del mondo, portando il messaggio di speranza
contenuto nella certezza che Dio guida la storia. In questo messaggio è
contenuto un invito a prepararsi per la seconda venuta del Signore attraverso
l'adozione di sane abitudini di vita e il rispetto della volontà di Dio
espressa nella sua Parola. Che senso ha la vita? La risposta degli avventisti è:
il senso che Dio le dà. Egli ha creato l'uomo, lo ha salvato e ora si prepara a
ridargli definitivamente la felicità iniziale che aveva perso. Quando? «Nell'ora
che non pensate il Figlio dell'uomo verrà» (Matteo 24:44).
IL
DARVINISMO SOCIALE
François Guéry
http://www.sagarana.net/rivista/numero10/saggio4.html
Se le "ideologie biologiche" occupano nella classe delle ideologie un
posto a parte, è senza dubbio a causa della sinistra illuminazione
retrospettiva che la vittoria dei nazisti, quei "socialisti"
imperialisti e razzisti, getta sulla preistoria delle dottrine del "Lebenstraum"
(spazio vitale) e della legge del più forte, fondata sulla superiorità della
razza.
Così il termine generico di "darvinismo sociale" appare innanzitutto
cambiato dalla responsabilità dei crimini razziali contro l'umanità: ne
sarebbe l'abbozzo nel pensiero sociale, accreditato da un riferimento alla
"scienza" biologica.
Il darvinismo propriamente detto, letteralmente definito come prolungamento
dello sforzo teorico di Darwin, non è sociale. Darwin tratta di tutto salvo
della società degli uomini: delle barriere coralline, degli animali e delle
piante, dell'addomesticamento della specie utili all'uomo, animali e vegetali,
dell'origine della specie nella natura per analogia con l'addomesticamento
(selezione artificiale) dell'eredità animale nella specie umana ("la
discendenza dell'uomo"). Arrivare ad una dottrina sociale (politica) è
prolungare o denaturare? Esaminiamo gli atti.
Il "darvinismo sociale" è un fenomeno collettivo, internazionale e
datato. Prende delle forme specifiche secondo i paesi e i momenti della storia.
Coincide in diversi casi con avvenimenti storici e sociali determinati dal XIX
secolo.
Gli Stati Uniti e la Germania hanno particolarmente sviluppato in circostanze
cruciali una riflessione storica esplicitamente ispirata a Darwin, dove conviene
dissociare qualche tema ideologico a volte sovrapposto. Gli Stati Uniti escono
dalla guerra di secessione. Il nord puritano e industrializzato ha avuto la
meglio sul sud rurale, schiavista, che viveva della proprietà fondiaria. La
Germania di Bismarck esce unificata dalla guerra contro la Francia e cerca di
giustificare la sua superiorità militare e le sue conquiste. Da lì si deducono
in parte, e negativamente, gli sviluppi più deboli del "darvinismo
sociale" in Inghilterra e Francia: la Francia, per reazione contro il
trionfalismo tedesco, rifiuta il riferimento darvinista. L'Inghilterra lo
utilizzerà solo più tardi, nel contesto delle guerre coloniali. Il
"darvinismo sociale" vale dunque come ideologia o apologia della
forza. Bisogna inoltre sapere chi è riconosciuto come "il più
forte", e come il darvinismo è ritenuto la spiegazione della
disuguaglianza delle forze.
Negli Stati Uniti, il darvinismo sociale coincide con un tema liberale
antistatista e propone la superiorità della libera impresa sul protezionismo di
Stato. Il tipo d'uomo forte, il più abile nella lotta per la sopravvivenza,
l'uomo del Nord industrializzato, economo, che conta solo su se stesso per
riuscire nella vita. Esempio: William Graham Sumner dopo la guerra di
secessione. Il suo motto: "Comprendiamo bene che non possiamo uscire da
questa alternativa: libertà, disuguaglianza, sopravvivenza del più abile;
assenza di libertà, uguaglianza, sopravvivenza del meno abile. La prima formula
fa avanzare la società e favorisce i suoi membri più dotati. La seconda fa
regredire la società e favorisce i membri più arretrati."
Il darvinismo di Sumner viene da letture economiche piuttosto che da
"L'Origine della specie": attraverso un'opera di volgarizzazione di
Hariet Martineau, scopre Malthus e Ricardo e si convince che "la carità
pubblica o privata non può ridurre il numero di indigenti, e non può che
incoraggiare l'imprevidenza. In questo spirito, pubblica un'opera polemica
contro il riformismo, lo statismo e il socialismo (quello di Lester Ward, in
particolare); utilizza un'amalgama di idee evoluzioniste che ispirano Haeckel,
Huxley e soprattutto Herbert Spencer ("statica sociale") piuttosto che
Darwin. Egli ritorna, riguardo a Darwin, alla fonte malthusiana: la proporzione
popolazione umana-terra arabile. Se la popolazione sorpassa in numero la quantità
disponibile di risorse alimentari e dunque di suolo, c'è "fame di
terra", emigrazione, militarismo e imperialismo, infine vittoria politica
di un'aristocrazia. Conviene dunque privilegiare la mentalità capitalista che
considera come una previdenza avuta riguardo alle difficoltà della vita: è la
detenzione di un capitale che favorisce gli economi nella lotta per la
sopravvivenza rispetto agli imprevisti.
Il darvinismo di Sumner è come "la cicala e la formica", un'apologia
della maggioranza silenziosa. Il successo del darvinismo nell'America puritana
si confonde d'altronde con il favore delle tesi evoluzioniste in generale, in
altri tempi rifiutate per ateismo, e introdotte sotto la forma della filosofia
positivista in generale, sociologica in particolare (Comte, Spencer) cosa che
complica il problema. Così Sumner il conservatore incastra il passo di quelli
che contestano la dipendenza degli uomini verso una provvidenza divina, un
disegno, che delle condizionali di creazionismo difendono contro ogni forma di
filosofia dell'evoluzione.
Così il darvinismo sociale si confonde nell'America della guerra di secessione
con lo sforzo di fondare una società scientifica di ispirazione spenceriana,
che precede l'opera di Darwin nel suo progetto e gli deve poco nei suoi
progressi. E' solo dal 1860 ("L'Origine della specie" non è ancora
arrivato agli Stati Uniti) che circola una lista di sottoscrizione per
pubblicare la filosofia sintetica di Spencer.
Autore popolare per eccellenza, Herbert Spencer presenta una sintesi
enciclopedica di tutte le scienze sotto ispirazione evoluzionista e sociale. Le
sue letture di gioventù fanno la sua filosofia: Lyell per i suoi "Principi
di geologia", Lamarck e Von Baer per la loro filosofia biologica, Malthus
per il suo "Saggio sul principio di popolazione" e Helmholtz per la
sua teoria della conservazione dell'energia. Il suo evoluzionismo è
un'applicazione del meccanismo alla varietà delle forme viventi: l'energia si
conserva; integra la materia e dissipa il movimento nell'evoluzione intanto che
disorganizza la materia e assorbe il movimento nella dissoluzione. La tendenza
generale del progresso è di andare dall'omogeneo (il semplice) all'eterogeneo
(il complesso). L'embriologista von Baer aveva trovato questa legge studiando la
genesi delle forme individuali, nel mentre che Lamarck l'applicava alla
successione gerarchizzata delle forme viventi, dal verme all'uomo. Quale
concezione sociologica corona l'edificio? Mentre che la vita dissolve senza
sosta le forme, la società tende ad un equilibrio, raggiunto con il più alto
degrado di eterogeneità o di complessità compatibili con l'armonia delle
parti. Quanto al cimento che le fa tenere insieme, è l'altruismo, in una
prospettiva religiosa che valorizza l'inconoscibile.
In comune con il darvinismo sociale di un Sumner, Spencer divide una concezione
liberale, antistatista dell'economia. Dopo Benthan, gli utilitaristi credevano
alla legislazione sociale e alle riforme. Spencer preferisce la dottrina del
diritto naturale agente della superiorità dei migliori e conforme all'ottimismo
evoluzionista (progresso dell'inferiore sul superiore). Egli è ostile alle
leggi sulla povertà, all'educazione pubblica, all'igiene pubblica, ai
regolamenti e protezioni di ogni sorta reprimenti la libera iniziativa
individuale.
E' dunque tutta l'ideologia americana della libertà e della riuscita
individuale che si avvolge nella bandiera darvinista - all'esatto opposto del
totalitarismo nazionalsocialista - e certamente anche con poche giustificazioni
sia in un caso che nell'altro. Ancora, bisogna includere nel quadro del
"darvinismo sociale" americano, e nella sua quasi confusione con una
sociologia fondata sull'iniziativa individuale come regolatore del fatto
sociale, la dottrina di Max Weber, esposta in "L'Etica protestante e lo
spirito del capitalismo", non perché scritta in America, ma perché questa
riflette le condizioni sociali realizzate per eccellenza in quel paese.
Max Weber stesso spiega la sua problematica in riferimento al darvinismo: non ci
sono similitudini o affinità predestinate tra il puritanesimo calvinista e il
capitalismo nascente con il XV secolo; esistono condizioni discriminanti in una
situazione di concorrenza acuta, di modo che i più intraprendenti, per loro
ideologia o loro etica, si trovano in una posizione migliore degli altri,
impacciati in una concezione del mondo medievale tale che il lavoro resta a
carattere essenzialmente rituale, quindi di routine. Max Weber sembra avere
capito meglio dei suoi contemporanei americani, il meccanismo della selezione
sociale, e la perfetta relatività del principio del "più abile".
Che ne è del darvinismo sociale in Germania? A crederci é una contemporanea
del pensiero post-darviniano in Germania, Lou Andreas Salomé, che, ben piazzata
per sapere quali erano le correnti di pensiero più in voga, credeva che il
darvinismo avrebbe soppiantato nell'intellighenzia le altre dottrine in voga
negli anni 1880. Lo psicologo Paul Ree ("Origine dei sentimenti
morali"), il sociologo Tonnies ("Comunità e società") e anche
Nietzsche seguirono questa moda filosofica.
Nietzche non amava il darvinismo per diverse ragioni, di cui alcune testimoni di
una diagnosi assai giusta sugli elementi metodologici e epistemologici della
teoria esplicativa nell'opera "L'Origine della specie". Egli ci vede
del materialismo (Marx per primo ci aveva riconosciuto "il fondamento della
sua concezione materialista della storia"). Ci vede anche una
"dottrina della massa o della media", lui che preferisce le eccezioni,
e in fondo è vero che il metodo darvinista, probabilistico, non considera il
vivente che come una massa, poiché la popolazione non si trasforma che in virtù
di una "legge dei grandi numeri" che rende più o meno probabile la o
le variazioni favorevoli.
Ciononostante Nietzsche è sensibile a diversi temi darvinisti poco
"sociali": lo sperimentalismo, che rivendica per il suo
"idealismo pratico" a titolo di conoscenza di se; l'idea di una
genealogia, compresa nell'ambito della morale , al seguito del suo amico Paul
Ree. Inoltre, riflette - come Ree e il suo riducimento all'inglese - sulla
genesi del sentimento della colpa problematica, anche della genealogia della
morale. Delle conversazioni con Paneth nel 1883 e 1884, egli evoca Galton.
Galton cerca l'origine degli istinti gregari e delle attitudini servili in un
passato dove questi erano utili alla specie, Nietsche conserva l'idea di scarto
tra l'attuale e la sua reminiscenza incosciente, fonte di dubbio e di cattiva
coscienza. Allo stesso modo lo trattiene l'idea di una selezione umana calcata
sul modello dell'addomesticamento degli animali; ci si vedono tre maggiori
ostacoli: la Chiesa, che predica la solidarietà verso i deboli; la pietà:
"I deboli e i malati vivono del tempo e delle forze degli uomini in buona
salute" (idea di Calliclès, ma anche del romano Rolland nel "Giovanni
Cristoforo" scrittore poco sospetto di simpatie di destra); infine, la
guerra moderna che Nietzsche condanna perché questa sacrifica i migliori.
Quali ragioni a Nietzsche di approvare la selezione cosciente nell'uomo? Lo fa a
titolo di sperimentazione su noi stessi, di miglior conoscenza di se; contro
"la dominazione dell'assurdo, e del caso che abbiamo chiamato fino ad oggi
"storia". I Greci praticavano il "diritto del più forte",
gli Indù erigevano quattro razze distinte. Quanto alla sofferenza non è vista
come miseria, ma come una "prova di forza" generatrice di salute.
Il quadro della Germania "darvinista" non sarebbe completo senza
un'evocazione della corrente più importante su tutti gli aspetti del socialismo
darvinista. Non che tutti i socialisti fossero stati darvinisti: Haeckel
("Libro scienza e libro insegnamento", 1878), Emmanuel Wurm ("La
conoscenza della natura alla luce del darwinismo"), Ludwig Büchner
("Darvinismo e socialismo", 1894) sottolineano l'opposizione del
socialismo alla dottrina di disuguaglianza della "lotta per la vita",
riassunto così infedele della lezione in "L'Origine della specie".
Ma come accettare la lotta di un Gobineau, che in "Amadis", nel 1876,
combatte l'evoluzionismo perché nega la nobiltà dalla nascita, contro Darwin?
Darwin non continua forse la lotta del terzo Stato al XVIII secolo contro i
diritti della "nascita" contro tutto il feudalesimo che pretende di
essere fondato in natura?
Denunciare lo Stato, è anche denunciare il rappresentante di un cristianesimo
ufficiale. Dal 1855, Liebig, Büchner, Carl Vogt portano questa lotta. La scuola
storica difende una teoria dell'obbedienza senza riserve all'autorità, conforme
all'insegnamento come alla pratica di Lutero. La socialdemocrazia tedesca rompe
dunque con tutte le religioni, compresa la "Santa Simonia", e
contratta un'alleanza con il materialismo darviniano. Lassalle rappresenta bene
questa corrente. Strauss, nel 1873, in "L'Antica e la nuova legge", si
dice darviniano nel suo rifiuto radicale del cristianesimo conservatore. Carl
Vogt progetta di ridurre ogni psicologia alla scienza naturale. Nel
"Darvinismo e socialismo" Ludiwig Büchner adotta il darvinismo come
"verifica scientifica dell'irreligione"; Marx stesso trattiene la
lezione metodologica di Darwin che "getta alla base tutti i fini nello
studio della natura". Così, tutto ciò che si muove nella Germania del
1870 trova in Darwin delle ragioni di lotta contro il mondo antico. L'amalgama
Darwin-Gobineau, se corrente oggi, contraddice l'essenziale del successo storico
del darvinismo nei socialisti tedeschi.
(Tratto dal n. 218 del Magazine littéraire - Aprile 1985, traduzione
dal Francese di Simona Cappellini)
http://www.manitese.it/mensile/998/islam.htm
Ecco l’interessante riflessione della agenzia missionaria italiana MISNA sui bombardamenti americani contro il Sudan e l’Afghanistan.
"I raid aerei statunitensi in Afghanistan e Sudan hanno fatto versare fiumi d'inchiostro. Una scelta "manu militari" quella di Bill Clinton, che ha voluto colpire le basi del terrorismo islamico. Nel mirino i campi di addestramento legati allo sceicco Ossama Bin Laden, che si è salvato, e un polo chimico a Khartoum. Non è la prima volta che gli Stati Uniti scelgono la rappresaglia. Già nel 1986 Ronald Reagan ordino’ il bombardamento di Tripoli e Bengasi, dopo che i servizi gli confermarono il coinvolgimento diretto del governo libico nell'attentato contro una discoteca americana a Berlino. Qualche tempo dopo l'abbattimento di un Boeing della compagnia Pan Am sui cieli di Lockerbie, in Scozia, fu considerato dalla maggioranza degli osservatori, come un atto di rappresaglia contro Washington. Il rischio che ora i terroristi islamici si vendichino è già stato preso in considerazione dallo stesso segretario americano alla Difesa, William Cohen. E allora viene spontaneo chiedersi fino a che punto sia legittima una simile iniziativa militare sul piano del diritto internazionale. Se ogni governo occidentale si arrogasse il diritto di risolvere la "vexata questio" del terroristo filo-islamico, bombardando a destra e a manca, il rischio di sprofondare l'intera comunità internazionale nel baratro della violenza sarebbe altissimo. L'esperienza insegna che gli estremismi che lievitano sotto la "mezza luna" hanno in gran parte radici legate alla miseria e al sottosviluppo. In ogni modo il terrorismo non si sconfigge certo con azioni impudenti come quelle dei giorni scorsi che hanno, alla prova dei fatti, solo il risultato di rinfocolare l'odio antioccidentale che sta montando in tutto il sud del mondo, e in particolare in quello di cultura islamica. Noi occidentali, forse troppo sicuri del modello di vita che intendiamo imporre per ogni dove, non ci rendiamo conto che le popolazioni del sud del mondo sono ridotte a condizioni pietose da un globalismo economico che le strema e che noi continuiamo imperterriti ad imporre. Con queste masse di disperati, che pullulano soprattutto nell'Islam praticante, l'Occidente dovrebbe essere meno arrogante e più comprensivo invece di lanciare bombe come se fosse, Stati Uniti in testa, detentore dell'unica verità. Qualche cronista americano rampante ha attribuito l'interventismo della Casa Bianca al tentativo estremo di salvare l'immagine del presidente Clinton offuscata dal "Sex Gate" che lo vede coinvolto con Monica Lewinsky. Un diversivo, dunque, per rialzare il suo indice di gradimento di fronte all'America puritana. E' difficile, ammettiamolo, cogliere la linea di demarcazione tra fantapolitica e realtà in circostanze come queste. Una cosa è pero’ certa: non saranno certo le bombe a fermare i soldati di Allah! A nulla serve gettare benzina sul fuoco quando tutti sanno che il terrorismo puo’ essere isolato e sconfitto con una politica più accorta e ragionevole nei confronti di popolazioni e culture che hanno una "way of life" a noi forse incomprensibile ma che - come noi - desiderano solo vivere in pace e in condizioni dignitose. Non dimentichiamo poi che se c'è qualcuno che non ha mai condiviso certe logiche di violenza è proprio Giovanni Paolo II. Sia in occasione della Guerra del Golfo, come in altre circostanze, il Papa ha sempre auspicato il ricorso al dialogo come vero deterrente ad ogni forma di conflitto. Non sappiamo dove e quando, ma è prevedibile che i fautori della "Jihad", la guerra santa, preparino nuovi attentati. Con quale risultato? Esistono ben altri strumenti di negoziazione che potrebbero indurre i belligeranti al "buonsenso". Quando il 23 febbraio scorso il Segretario Generale dell'ONU, Kofi Annan, riusci’ a scongiurare un nuovo conflitto in Iraq fu perché la comunità internazionale seppe uscire allo scoperto. Ad essa spetta il supremo ruolo di mediazione e di giudizio "super partes". Tutti sanno che Ossama Bin Laden, come anche i sudanesi Hassan El Tourabi o Omar El Beshir sono pazzi scatenati. Hanno sulla loro coscienza migliaia di morti. Ma è anche vero che non saranno certo i missili "Cruise" lanciati a casaccio ad arrestare la loro megalomania. Esistono ben altri strumenti di pressione internazionale, forse meno plateali, che andrebbero messi in atto. Non dimentichiamo, ad esempio, che molte delle armi in possesso dei terroristi provengono dalle rimesse occidentali. All'Occidente non resta che fare un serio esame di coscienza."
Scultura coperta a Palazzo di Giustizia
http://www.tgcom.it/ArticoloTgCom/articoli/articolo40337.shtml
C'è tutta l'America puritana nella decisione presa dal ministro della Giustizia John Ashcroft: per tutelare il comune senso del pudore la statua posta all'ingresso del palazzo ministeriale dovrà essere coperta. Il motivo? La scultura in questione ritrae una donna (la giustizia, appunto) col seno di fuori. Un'operazione che è costata ai contribuenti 8mila dollari.
Fa pensare che si sia dovuto attendere il nuovo millennio per questa operazione moralista. La statua in questione è infatti posta all'ingresso del palazzo sin dal 1935. Fu quello l'anno dell'inaugurazione della sede del ministero della Giustizia e in quegli anni andava molto di moda lo stile Art Deco. Nello stabile ci sono anche altre statue che hanno lo stesso "problema". A pochi metri dalla statua scandalosa ve ne è un'altra che però raffigura un corpo maschile. In questo caso, però, le parti intime non sono in mostra ma ricoperte da una toga.
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/22/22A20011101.html
La rivista de il manifesto numero 22 novembre 2001
Sinistra, movimenti, guerra
Rossana Rossanda
Si dice che dopo l’11 settembre tutto è cambiato. Lo pensi anche tu?
Pietro Ingrao
L’accaduto è enorme. Nelle sue due facce: la fine dell’‘isola’
americana, la violabilità di quel territorio, che non era avvenuta nemmeno a
Pearl Harbor; e la ‘guerra santa’ che si consuma in un altopiano desolato
dell’Asia centrale.
E sembrano mutare anche le istituzioni occidentali deputate alla guerra. Forse
sbaglio: ma in questo conflitto anche la Nato in qualche modo è messa in
disparte. Alla testa della guerra riparatrice e risanatrice sta – prima di
tutto – l’anglicità, l’ antico ceppo dei Padri Pellegrini che nel
pericolo si ricompone. Poi vengono – ma a una certa distanza – gli amici
europei di rango: la Francia e la Germania (pentita e ormai riabilitata). Infine
la riconciliazione, prudente e graduata, con la Russia.
L’Italia viene palesemente dopo: potenza minore, in qualche modo macchiata,
infetta di mediterraneità. C’è una sorprendente marginalizzazione
dell’Europa. Senza dichiararlo, la costellazione del potere nel globo si
sposta e flette attorno al Principe americano. Dieci anni dopo l’America torna
a sistemare i conti con il mondo arabo, e stavolta s’affaccia sull’Asia dal
lato europeo: in quella zona caucasico–mesopotamica, cruciale per la civiltà
giudeo-cristiana come per l’Islam (qualcuno dice per uno ‘scontro di civiltà’).
E c’è un attore sinora muto, la Cina, con cui Bush è andato a firmare patti;
ma quanto presente, nel rimescolamento del conflitto che questo caldo settembre
– un’estate che non vuole morire – reca con sé.
Vedo meno di te uno scontro tra America puritana e Islam, alla Huntington, se
mai un conflitto del ‘modello globale’ che stavolta si gioca sul terreno del
mondo islamico e arabo. E certo un ulteriore impallidimento della fisionomia
europea. Ti raggiungo quando concludi: la costellazione del potere si
ridefinisce. Nel quale tutto quel che succede va avanti condizionato, si direbbe
riproporzionato. Prendi il congresso dei Ds: si farà tra qualche giorno; pareva
un appuntamento decisivo per la scena politica e invece è quasi scomparso. Come
se il già famoso partito della sinistra italiana contasse meno, e ancora meno
appassionasse chi sarà a dirigerlo, D’Alema-Fassino o Berlinguer-Cofferati.
Questa non è già una risultanza congressuale?
Sì, buona parte del congresso diessino si è fatta nel fuoco dei giorni scorsi,
quando è tornata in campo la questione della guerra al livello del ventunesimo
secolo: la sua riabilitazione come strumento essenziale e legittimo della
politica. E con essa le forme della primazia americana (o in certo modo
anglo-americana) in una fase di qualche incertezza degli Usa. Non so, ma mi
sembra che l’urto subito dagli Usa ha impattato con una stretta che già stava
mettendo in discussione forme e livelli della new economy, dei modi con
cui l’America in espansione ha gestito fasi e tempi del boom e della
globalizzazione. Sino, oggi, al rispuntare della parola ‘recessione’.
Il congresso diessino? È ridicolo pensare che esso si possa tenere al di fuori
e al di là di questa trama. Buona parte delle sue risposte sono già state
date: in Parlamento i Ds hanno detto sì alla guerra di Bush, e senza troppi
fronzoli. Se non vado errato, nell’aula di Montecitorio, da quegli scanni in
cui ho trascorso molte ore, tra i diessini una sola parlamentare, Fulvia
Bandoli, si è alzata a dire ‘no’; un’altra dozzina di parlamentari l’ha
sussurrato copertamente nelle urne. In Senato non c’è stata neppure questa
dissidenza. Quel voto in Parlamento è venuto prima del congresso e lo
determina: e – del resto – su che definire una identità politica, il
sentire e il pensare la società, se non discutendo nel foro pubblico sulla pace
e sulla guerra?
A meno che nelle prossime settimane non ci sia nei Ds una rivolta di base. Al
momento non la vedo. Sento qualche sospiro.
I Ds sembrano presi sempre di contropiede dagli eventi. Le elezioni
regionali, e poi il 13 maggio, avevano prodotto un sussulto, una domanda sui
guasti. Alla reazione di D’Alema – non c’è nulla da cambiare – la
sinistra obiettava che no, che andava riformulato il problema del conflitto
capitale-lavoro che era stato offuscato, e con esso l’afflato ugualitario e
partecipativo, la dimensione della ‘politica’ e del ‘pubblico’ rispetto
a quello dell’‘economia’ e del ‘privato’. Così a luglio. Ma arriva
Genova, prende i Ds alla sprovvista, pare dare argomenti alla sinistra, perché
poi la critica al liberismo era questo, investiva la globalizzazione. Ma la
discussione è appena partita che precipita l’11 settembre, e invece di
riqualificare lo scontro interno, la guerra lo azzittisce. Anzi si delinea prima
la tentazione di una ‘union sacrée’ col governo, poi un riflesso unitario
dentro al partito – basta criticare il passato, non dividiamoci – che va in
direzione di D’Alema. O no?
Il mondo di Genova si differenziava aspramente dai Ds (anche dalla sinistra dei
Ds): per i temi che evocava, per la distanza da tutte le mozioni congressuali
diessine, per la storia delle sue avanguardie e dei suoi capi. Credo che una
parte della sinistra diessina fu presente, a suo modo, nei giorni genovesi. So
che alla manifestazione romana di solidarietà con i no-global ci fu una
notevole partecipazione del popolo diessino: con rabbia e speranza. Ma la grande
parte della folla a Genova veniva da altre storie e da altre sponde. E dopo i
due giorni insanguinati buona parte della dirigenza diessina si limitò a
chiedere garanzie contro la persecuzione e le violenze degli apparati di
governo. Non volle, non seppe o non riuscì a raccogliere la speranza e lo
spazio di azione che il movimento no-global recava con sé. Non ne cavò uno
scatto, e nemmeno una riclassificazione della sua analisi.
Nelle rivendicazioni dei no-global c’erano acerbità e sovente anche sommarietà
di analisi e di linguaggi. Anche Rifondazione a volte cade in settarismi. Ma
sicuramente erano in campo sia una nuova presenza operaia – quella della Fiom
–, sia una nuova generazione di militanti di sinistra, sia una nuova cultura
(e pratica) di critica al capitalismo: esperienze, ripeto, forse ancora acerbe,
per nulla omogenee, con storie plurime alle spalle. Che doveva fare mai una
sinistra appena uscita da una dura sconfitta nelle elezioni, se non curvarsi su
queste nuove figure? Che per giunta si dichiarano aperte, e si definiscono ‘movimento’,
(anzi c’è chi le legge come ‘un movimento dei movimenti’)? Qualche volta
– da vecchio comunista – borbotto di fronte a un uso debordante della parola
‘movimento’, nonostante io stesso abbia civettato con questo vocabolo, così
eccitante e liberatorio, così vagamente fantasioso. Però, che stiano venendo
avanti nuovi attori politici, che guardano per quanto possono – ecco
l’essenziale – a una lotta sociale a livello internazionale, mi sembra
certo. Ed è una grande speranza. E allora dico, non a D’Alema (che è altro e
lo dichiara), ma alla sinistra dei Ds: non doveva spingersi di più, e almeno
interrogarsi su che significano questi ‘movimenti’? Non fosse che per
verificare se sono sempre i vecchi (voglio dire: già noti) ‘centri sociali’,
o anche altro, come a me sembra?...
Fa riflettere che proprio l’affacciarsi in altre figure di una critica al
modello sociale, che era lo specifico dei socialisti e comunisti, lasci
interdetti e contrariati gli epigoni di quei partiti.
Siamo tutti incapaci di uscire dalla nostra scatola e rimescolarci. Incapaci di
azzardare un processo unitario, proclamarlo e verificarlo in cammino, con
iniziative dichiarate, con un’agenda precisa. Di provarci in atti di rottura e
di invenzione: unirsi non è una sommatoria dell’esistente. La sinistra
diessina è anch’essa troppo autoreferenziale, stretta al suo sito.
Stretta, forse, alle compatibilità della lotta interna. La guerra è stata
sempre per le sinistre un crudele rivelatore. Stavolta dalle sinistre europee
non è venuto neppure un tentativo di interpretazione autonoma dei fatti e tanto
meno una reazione diversa da quella del presidente Bush. Anzi, paradossalmente,
l’amministrazione americana è parsa interrogarsi di più sia sulla
provenienza dell’attacco sia sulla risposta. Bin Laden e Al Qaeda non sono un
gruppetto criminale, sono una frazione della jihad, nascondono i loro uomini ma
non l’intenzione, sono insediati in Afghanistan fra quei Taleban che avevano
avuto sostegno dagli Usa in chiave anti-Urss, traversano ricattandole tutte le
dittature arabe, si sono alimentati nel giro d’affari finanziario mondiale,
puntano al rimescolamento del potere saudita, hanno mezzi ingenti, hanno
frequentato e conoscono tecniche di intelligence americane. Il mondo arabo è
adiacente all’Europa, si è intrecciato con la sua storia: non siamo quelli
che dovrebbero saperne di più?
Se intendo bene, tu ritieni che la sinistra italiana ed europea poteva avanzare
un’analisi, forse prevedere come volgeva un certo fondamentalismo degli ultimi
dieci o quindici anni, capirne il pericolo e avanzare una proposta sua...
Sì, stava nella nostra collocazione, persino nella nostra esperienza.
C’era stata in passato una qualche presenza nel Mediterraneo; c’era la
questione Israele-Palestina che ci interpella ancora più direttamente degli
americani; c’era la tremenda vicenda dell’Algeria. È un mondo lacerato,
antico, modernissimo e arretrato – insomma un vulcano. Non dovevamo avanzare
almeno qualche proposta di disinnesco? Lavorare sul serio per il ritiro degli
Usa dal Medio Oriente e per la fine delle sanzioni contro l’Iraq, per sanare
almeno in parte la ferita della Guerra del Golfo. Insistere per il rientro di
Israele nei confini del 1967, rispettando le risoluzioni dell’Onu invece che
guardare da spettatori al prolungarsi di negoziati sempre più avari e
all’insediarsi delle colonie, con il risultato che Arafat si è indebolito e
la destra israeliana rafforzata; abbiamo delegato agli Usa di premere su Israele
e ci siamo chiamati fuori, e adesso la situazione s’è aggravata al punto di
essere fuori controllo; neanche gli Usa sono in grado di sanare facilmente lo
sbrego, anche se oggi preferirebbero rattopparlo in fretta. Promuovere una
politica verso i paesi arabi che desse loro un interlocutore diverso dagli
accordi leonini fra dittature e interessi petroliferi, e poi strategici,
militari americani... Non facendo nulla di questo, neppure tentando, siamo ormai
alla terza guerra ai bordi dell’Europa in dieci anni.
Quelli che dici sono obiettivi difficili: tutti. Aggiungo una considerazione. La
risposta Usa allude a una rilettura e a un’attualizzazione del progetto di
governo mondiale. Le cronache e le immagini del paese afgano che abbiamo dinanzi
in questi giorni sembrano frutto di allucinazione: tale è la desolazione di
quei luoghi, la nudità delle esistenze, l’immagine di fame, di precarietà
degli abitanti, che si stenta a credere che questo sarebbe l’antagonista, il
nemico del possente universo capitalistico. No, questa guerra va oltre e fuori
da quel misero altipiano d’Asia. Mi pare che l’imperatore d’America, nel
momento in cui è provocato a reagire all’offesa, lavora a ridefinire il
mondo. Gli hanno fatto crollare le Due Torri, la new economy ansima e il
capitalismo, che era trionfatore, fatica non solo a controllare, ma persino a
misurare le contraddizioni che evoca.
È su questo scenario che si iscrive quella che si annuncia come una lunga
guerra. Pensa all’Asia, alla Cina. Si avverte negli Usa una domanda, una
inquietudine, non solo sugli esiti e i tempi della cattura di bin Laden e dello
spegnimento della rivolta che il suo terrorismo sembra alimentare, ma sulla
ristrutturazione della bilancia di governo mondiale. Che sicuramente si riflette
anche nel rapporto con l’Europa. L’America ridimensiona persino il ruolo
della Nato. Mette avanti altri interlocutori, cerca la già infida Russia. Di
certo guarda alla Cina.
Anche per queste ragioni, ma non solo per esse, dire no alla guerra resta una
rivendicazione ineludibile. C’è stato in questi anni un appannamento del
senso che gli avevamo dato nell’era dell’atomica e di altri strumenti di
sterminio di massa. Leggo i giornali italiani. Ascolto i discorsi. Non usano mai
la parola ‘guerra’. C’è un’ipocrisia, un inganno.
Dovremmo sforzarci di leggere anche cosa è il terrorismo di bin Laden in uno
scacchiere dove l’attentato è stato sempre di casa, per la acuta
conflittualità e il mancare o venir meno di una sua espressione e
razionalizzazione politica. Che il fondamentalismo, più o meno o per niente
terrorista, sia diventata nel decennio della globalizzazione l’ideologia della
protesta non solo contro le dirigenze che chiamiamo con un eufemismo
‘moderate’ ma contro gli Stati Uniti, sfidandoli crudelmente in casa, è un
problema. Non stava nella tradizione dell’Islam, che è stato una grande
cultura e più tollerante della nostra quando conquistò il Mediterraneo. Nasce
forse anche dal fallimento dei tentativi di politicizzazione laica degli anni
cinquanta e sessanta; c’è una responsabilità anche dell’Urss, che non
abbiamo mai esaminato.
Sì. E non ci si è resi conto abbastanza di che cosa poteva diventare
un’organizzazione terrorista in presenza d’una tecnologia e di una
comunicazione che rendono possibile l’accesso alle armi più sofisticate.
L’attacco alle Due Torri è impressionante anche per questo. È stato
sconvolgente non solo per il numero dei morti, la funebre grandiosità della
rovina, l’aver colpito il cuore di New York, l’avere fatto migliaia di morti
– è impallidito anche il volto di quel che ho chiamato ‘guerra celeste’,
mirata, che prometteva di lasciare le retrovie al loro vissuto quotidiano –;
sono state varcate insomma molte soglie che sembravano inviolabili. Ma sconvolge
anche perché ha usato tutti i mezzi della modernità: armi, tecnologia,
intelligence. Insomma bin Laden e i suoi sono un intreccio pauroso di interessi
e fanatismo, di modernità e di arretratezza. Rifiutare la guerra per
combatterlo domanda non solo un livello di convinzioni pacifiste difficile a
reggere, ma anche un ardimento, una convinzione, una volontà di tentare il tema
arduo di una risposta ‘non violenta’ – un’alta consapevolezza sul punto
cui sono arrivate le armi, la scienza dell’uccidere, dello sterminio.
Bisogna avere paura, una paura matta, delle armi iscritte oggi nella cognizione
dell’uomo. E bisogna cercare ostinatamente: altri modi di regolazione dei
conflitti e delle disuguaglianze feroci che il capitalismo così sofisticato del
terzo Millennio reca con sé. Qui non ci soccorre neppure Marx. E forse (dico:
forse) devono essere messi in campo valori ed esperienze che so soltanto evocare
con il linguaggio impolverato dei sentimenti: la tutela, il rispetto della vita
altrui quale essa sia, la mitezza, la debolezza.
Che cos’è il congresso diessino se non si ‘compromette’ su questo? Se no,
che intendiamo per politica?
Lo scenario mondiale era già assente in tutte e tre le mozioni congressuali.
È un cambiamento di cultura che forse si è verificata durante la Guerra del
Golfo, dopo la tua uscita, con l’adesione alla nuova Nato e alla guerra del
Kosovo. Certo adesso anche i Ds vanno senza una obiezione a quella che chiamano
un’azione di polizia internazionale, alla quale parteciperemo, ma non sapremo
nulla salvo che non ci sarà misericordia e si indennizzeranno gli afgani con
700 milioni di dollari. Che sinistra è questa che non si alza in piedi urlando?
Tu chiedi: che sinistra è questa... E hai in mente i diessini. Ma la prima
risposta che mi sale alla labbra è: ma questa formazione politica – i Ds –
da tempo non è sinistra. È una forza di centro.
Non voglio fare giri di parole. Nei cruciali anni tra l’’89 e il ’90 –
ai tempi della Bolognina per intenderci – non avvenne solo un mutamento di
nome, ma la fine di un soggetto politico. Io faticai parecchio a persuadermene.
Ed esitai a lungo a uscire da quel partito, proprio perché non mi rassegnavo. E
speravo ci fosse ancora uno spazio di discussione. Me ne andai quando mi resi
conto che non c’era e che quel Pds non era più un partito di sinistra, ma una
formazione politica di centro – per stare alla geometria politica in uso.
Rimbrottarla perché non si comporta come un partito di sinistra mi sembra
francamente un nominalismo, un non guardare le cose in faccia.
Beh, si definiscono socialismo europeo, e così sono definiti.
Bisognerà pure che ci intendiamo sul vocabolario. Tra loro e alcuni loro
alleati è molto in uso la parola socialismo. Socialismo europeo, di cui sarebbe
alfiere Tony Blair. Che abbia a che fare Blair con il socialismo passato e
venturo, confesso di non comprenderlo. Mi sgomenta il vocabolario in uso nella
nostra platea politica. Quanti si dichiarano socialisti in Italia? Giuliano
Amato, Valdo Spini, Ugo Intini, Gianni de Michelis! E Massimo D’Alema, Giorgio
Ruffolo.
Ma la parola ‘socialismo’ evoca almeno una lettura di classe: che si creda
non dico alla socializzazione dei mezzi di produzione, ma all’esistenza di un
conflitto tra capitale e lavoro. E si programmi di suscitarlo e orientare –
anche in un processo lungo, lunghissimo, gradualissimo quanto volete – questo
conflitto e il suo esito a favore degli operai contro i padroni, per ricorrere
al vocabolario di una volta.
Quanti fra i dirigenti e quadri dei Ds, da Morando a Veltroni a D’Alema a
Giovanni Berlinguer accettano questo schema di lettura? E se non l’accettano,
perché si rivendicano socialisti? E se Cesare Salvi o Marco Fumagalli pensano
che D’Alema non lo sia, non dico lo ‘smascherino’, come si diceva una
volta, ma spieghino, chiariscano se per loro invece dirsi socialista ha questo
significato di classe oppure no, ha a che fare con lo specifico rapporto di
produzione oppure no. Uscendo dalla rappresentazione della politica in termini
di floricoltura: tra querce e ulivi, margherite e biancofiori, e cespuglietti
vari.
Resta da chiedersi perché questa formazione di centro chiamata ‘Democratici
di sinistra’ ha approvato la scelta americana della guerra in Afghanistan. E
non soltanto i leader, compreso purtroppo Giovanni Berlinguer, ma quegli strati
popolari (operai, intellettuali, ceto medio borghese ecc.) che ancora oggi sono
il corpo e l’elettorato dei Ds. Qui però io sono meno sorpreso di te.
La mia tesi è che sia largamente avvenuta una americanizzazione della base
della sinistra, Ds inclusi. Che questo sia l’esito della svolta, combinato coi
mutamenti sociali d’un ‘popolo’ per due terzi affluente e consumista e per
un terzo superprecarizzato ed escluso. C’è ‘crisi della politica’,
astensione dal voto, calo del bisogno di ‘un partito’, ritiro nel privato
quando si smette di credere che è da scelte collettive che ne va anche della
vita e delle libertà del singolo. La politica è un optional quando ci si è
convinti che siamo in una società ‘aperta’ ai percorsi individuali, fra
proprietà, consumi, sesso e famiglia.
Circa dieci anni fa abbiamo ragionato insieme sulla mutazione che il capitalismo
del computer aveva apportato nel processo produttivo su scala ‘globale’. Non
sapendo dargli un nome (almeno questa è la mia convinzione) lo chiamammo ‘post-fordismo’.
Tu lo chiami ‘americanizzazione’, e a me può star bene, perché sottolinea
la pellicola ideologica che avvolge la mutazione produttiva, e ne indica per
nome il capofila.
La riflessione del decennio su scala mondiale e il vissuto, l’esperienza
pratica, di questi ultimi anni permettono di definire caratteri e articolazioni
di questa sconvolgente mutazione compiutasi nel tramonto del secolo con la
stessa fredda enfasi con cui l’abbiamo letta nelle pagine di Marx (si
licet...). È questa novità che ha spezzato e ricomposto in altre dimensioni e
dislocazioni il soggetto operaio (uso il termine più semplice), che era per noi
il protagonista della rivoluzione.
Penso che la innovazione capitalistica avviata negli anni settanta abbia dato
nell’ultimo decennio del secolo il colpo definitivo nella sfida con l’Urss,
e abbia inciso sul punto chiave della lettura marxiana: sulla figura del
proletario collocato stabilmente nel territorio e partecipe (nei suoi modi e per
quanto poteva) della dimensione statale, quale era venuta definendosi
nell’Occidente, con una dilatazione della politica a livello di massa.
Altri hanno ragionato più e meglio di me sulla trasformazione dell’atto
produttivo che ha condotto alla frantumazione e dispersione della soggettività
proletaria e dei suoi sistemi di alleanza. Sia pure mantenendosi forte la
dimensione nazionale – intreccio che non bisogna oscurare – il capitalismo
di fine secolo si è ristrutturato e diramato nel pianeta, utilizzando al
massimo la libertà d’azione cui attingeva, e con un ‘disordine’ che non
sa bene come controllare.
Anche io penso che alla base c’è un mutare della produzione e perfino di
certi rapporti classici di proprietà, più concreta ai vertici e frammentata
alla base, sia nella pratica del lavoratore ‘autonomo’ che in quello
possessore di qualche azione, per non dire di quel che diventeranno come figure
sociali i detentori di fondi pensione. Ma pensando all’ex invaso di iscritti
ed elettori del Pci, per americanizzazione intendevo una mutazione culturale,
una idea di sé e della società. Alle variazioni della soggettività, su cui
non serve un giudizio morale, ma è utile un giudizio politico. Ti provoco sul
tuo terreno: mi accusi sempre di economicismo.
Davvero. E sai bene che io ostinatamente continuo a non credere
nell’economicismo, e penso che il soggetto capitalistico sia intriso di
politica e di ideologia. Dici americanizzazione? Non so. Da noi c’è ancora
una partecipazione alla politica, e articolata, che negli Stati Uniti mi pare
scomparsa, puramente professionale. C’è una forte partecipazione al voto in
rapporto agli Usa. C’è il restare dei partiti come un soggetto permanente,
per quanto quelli di massa si siano logorati. C’è un sindacato generalista e
non riducibile a struttura corporativa. C’è, perfino nei moduli della contesa
politica, l’uso dell’ideologia classista. C’è un forte solidarismo
sociale contro uno spietato individualismo. C’è perfino un certo ateismo, in
politica non si invoca Dio a ogni passo.
Sì, ma temo che siano forme residuali, sia pur consistenti, di fronte
all’avanzare d’un senso comune che nega in radice le ragioni della
tradizione di sinistra italiana. Il punto è che quando questa viene meno,
precipitiamo a destra. Siamo diventati di colpo, mancando un pugno di voti, il
governo europeo più a destra. Non sarà casuale. Manca la sinistra e non ci si
assesta affatto in una democrazia centrista, vanno al governo Berlusconi, Fini e
Bossi. Non si può più elucubrare sul fattore K, bisognerà chiedersi qualcosa
anche sulla fragilità della nazione italiana.
Di questa fragilità, scarsa consistenza democratica i comunisti erano stati
sempre timorosi, e anche eccessivamente: a ogni passo più a sinistra, Amendola
ci ricordava il tintinnar di sciabole. Anche il compromesso storico ha questa
radice. Resta la domanda perché in Italia non è mai classe dirigente una
borghesia illuminata. Fa impressione che Agnelli e perfino la Banca d’Italia,
già famosa per la sua autonomia, siano saltati in braccio alla Casa delle
libertà. Nondimeno restiamo un paese contraddittorio. Anzi penso che oggi si
comincia a vedere i segni di una risposta, di un’inversione di tendenza, di
una riscossa.
Lo annoto con tutta la trepidazione della speranza e l’incertezza che segue
sempre alla catastrofe politica:
a. le minoranze che resistono alla mutazione capitalistica stanno dandosi una
dimensione e una convergenza internazionali. Esse sono uscite dalle caserme o
casematte nazionali in cui resistevano. E hanno iniziato a incontrarsi, a
ragionare insieme, e anche – questo è forse il punto più interessante – a
costruire appuntamenti di lotta comune.
Cerco di spiegarmi. Prima c’era nella sinistra europea e italiana il rimando
ai guerriglieri del Chiapas; mi sembrava soprattutto un rimando sentimentale.
Restavano la desolante separazione fra le varie sinistre, il ripiegamento quasi
puerile di esse nelle caselle dei vari Stati europei, salvo scarsi momenti di
scambio intellettuale. (Tra parentesi: io non ho mai creduto che Cuba fosse un
punto di riferimento salvo il simbolo indistruttibile del volto del Che.) Da
Seattle invece è partito uno scatto, s’è delineato l’incontro
internazionale di forze antiliberiste, ma anche anticapitalistiche: sia pure con
gli squilibri, gli scarti di pensiero (le retoriche anche) che conosciamo. In
ogni modo è cominciato a germinare uno schieramento internazionale; con
elementi persino intercontinentali. Certo, sono varie e a volte dubbie, o
confuse, le culture, e diversi i livelli di iniziativa e di lotta. Però siamo
usciti dagli antichi confini nazionali. Ed è tornato in campo un
internazionalismo concreto, che sarà difficile per l’avversario di classe
scongiurare e cancellare. No-global è uno scarno slogan, ma indica un orizzonte
e una prima pratica di lotta ‘globale’, o mondiale. Torna un
internazionalismo attivo, combattivo. Non voglio illudermi. Ma è un fatto nuovo
dopo la frantumazione e la passività prodotte dalla sconfitta storica fra gli
anni ’80 e’ 90.
b. In questa lotta è scesa in campo una nuova generazione, forse con un suo
volto. Voglio dire che nelle pieghe della sconfitta si è perduta una parte: o
delusa, o trascinata da altre scelte e modelli di vita. E tuttavia ora,
visibilmente, giovani o giovanissimi stanno con militanti già maturi. Non si
tratta di impercettibili minoranze. Dico di più: al di là della quantità,
comincia un nuovo incontro di generazioni nella lotta. Negli ultimi due decenni
del secolo erano rimasti visibili, e solo in certi paesi, gracilissime minoranze
studentesche abbastanza corporative. Oggi il quadro giovanile a me sembra
qualitativamente diverso: per l’orizzonte che si dà questa gioventù, e per
la scelta di militanza che compie. Esagero forse; ma in una parte di queste
minoranze giovanili torna quella scelta e passione per la politica, che
sicuramente segnarono – nel bene e nel male – la fine dell’Ottocento e
tutto il terribile Novecento.
Ora siamo nuovamente dinanzi alla grande crisi della guerra, e il messaggio
americano è fortissimo. Ad altissima dose di simbolo.
Appunto. Tu stesso hai osservato che sul Kosovo «non c’è stato un
movimento per la pace adeguato» o «la parola disarmo l’avete dimenticata».
Non è un deficit di cultura, è un mutamento dell’idea di sé e del mondo ora
che l’egemonia è del capitale e una sola superpotenza detiene le redini del
pianeta. Certo le abbiamo consegnato le nostre. Come se il declino dello Stato
nazionale, salvo quello degli States, fosse ‘oggettivo’. Non è da questo
che viene la cruda indifferenza al mondo non nostro? Che vuol dire che ci siamo
sentiti attaccati tutti dall’attacco alle Due Torri? Non abbiamo creduto che
eravamo protetti dalla democrazia ma anche dall’ombrello atlantico di
Berlinguer, dio gli perdoni? Non ci pareva questa la normalità, tale da poter e
da dover essere protetta anche da una o più forme di guerra?
No. Non c’è oggi nella gente l’agghiacciante indifferenza che ci fu, almeno
che io sentii, di fronte alla guerra del Kosovo. Nel nostro paese, per esempio,
c’è un’emozione. Persino la stupefacente controversia e la corsa un po’
ridicola per partecipare alla Perugia-Assisi sono degli indicatori. È stato un
evento europeo, ha visto tornare una peculiarità italiana.
Riguarda solo ristrette minoranze? Non lo so. È da verificare. Ma l’emozione
è grande. L’hanno attizzata gli americani stessi, bruciati dall’attacco di
bin Laden e reagendo con la guerra.
Infine oggi discutiamo e combattiamo sull’Asia. Trovo amarissima, persino
assurda questa guerra a confronto con la nudità di quel paese, la sofferenza
dell’Afghanistan. E tuttavia si rompe il silenzio ipocrita dell’Occidente
sul Terzo e Quarto mondo, che tornano sulla scena in termini di confronto sui
grandi fini.
Sono bolle che presto si sgonfieranno? Non lo so.
Odio questa guerra. Ma essa dice anche che quella del Golfo, non andò proprio a
meraviglia per l’arroganza americana. E tutti veniamo richiamati a una
riflessione su temi enormi e inquietanti come il rapporto con l’Islam. C’è
come una mano oscura che ci riconduce in quella controversia mondiale, che sorse
– ti ricordi? – negli anni cinquanta: Nasser, il campo dei ‘non
allineati’, l’India di Nerhu, l’Algeria, l’America Latina, Castro. Con
tutte le differenze che conosciamo.
Io sono convinto che nel movimento dei no-global si sta costruendo
dolorosamente, faticosamente, un filo che lo lega agli afgani di quella lontana
terra d’Asia, quelli che subiscono e i Taleban e le bombe. È un ragionamento
ingenuo, arcaico? Eppure gli oppressi dalla società capitalistica,
disarticolati dalla mutazione di fine secolo nelle metropoli, avevano perduto
quel contatto con il Terzo e Quarto mondo, che a metà del Novecento fu fertile
e portò persino all’incredibile vittoria nel Vietnam; davanti a questa guerra
sono come obbligati a ritrovarne la percezione.
Intendo dire: certo, è stata sconfitta l’ipotesi di una rivolta
antimperialista che significasse liberazione di masse. E non possiamo essere
nemmeno sorpresi dall’handicap che ha pesato nella sinistra novecentesca nel
venire a un confronto col capitalismo al di fuori delle casematte nazionali,
nella dimensione globale. È molto più grande il potere degli Usa. E tuttavia
l’americanizzazione di cui parli sta rivelando le sue contraddizioni.
Sono, ripeto, segnali effimeri destinati a consumarsi rapidamente? In ogni modo
vedo uno stacco, una differenza rispetto all’ultimo decennio del Novecento.
Tu osservavi che i Ds sono una formazione di centro, ma che in Italia è
ancora viva una politicità e restano strumenti importanti di conflitto sociale.
Alcuni, e anche parte della Cgil, hanno pensato che nel congresso Ds prendesse
espressione almeno una forte minoranza in grado di flettere la
‘modernizzazione’ preconizzata dal governo e dal centro,di intervenire sulle
ineguaglianze crescenti, sulla deregulation dei mercati finanziari in crisi
ricorrente, a difesa della quota dei profitti devoluta al lavoro, riformulando
un intervento regolatore pubblico su produzione e mercato, invertendo
l’attuale tendenza dalla natura pubblica a quella di merce dei beni-valore
(scuola, sanità, ricerca, cultura, assistenza, previdenza, cura…). E, per
conseguenza, rafforzare il ruolo delle istituzioni elettive e/o di autogestione
sociale rispetto a quello dei privati – abolire insomma il concetto di
sussidiarietà. Queste sono discriminanti che ogni giorno passano sulla vita
della gente e la modificano.
Lo schieramento sulla guerra, che di fatto funziona non solo come trincea contro
il terrorismo ma come opzione per tutta la politica degli Stati Uniti e per il
loro ‘modello di civiltà’, sembra aver abbattuto forza e persuasione della
mozione che si presentava ‘di sinistra’. Che cosa resta a un’area non
ancora omologata? Se dovessi ritessere una ragion d’essere degli ex comunisti
da dove ricominceresti?
Comincerei dalla piaga che brucia: e come brucia. Non so se fra qualche
settimana la guerra afgana sarà finita. Certo non ne saranno dispiegate tutte
le conseguenze. La conclusione non riguarderà solo il mondo arabo, ma anche la
gerarchia mondiale. Nello schema di Bush (non so se Colin Powell abbia gli
stessi pensieri) c’è un nuovo direttorio mondiale, che vede sul trono gli
americano-inglesi, gli eredi dei Padri Pellegrini. Quindi tutta la partita
dell’Europa (con l’euro in atto) sarà aperta. È da vedere se la sinistra
sociale, i no-global, riusciranno a definire uno schieramento pacifista che
profili una presenza d’una sinistra europea autentica, e in grado di
rivolgersi anche sul Terzo e Quarto mondo, nel Medio Oriente e in Africa. C’è
un pezzo di sinistra istituzionale italiana in grado di prendervi parte?
Purtroppo i rapporti che aveva con le altre sponde del Mediterraneo sono
consumati, e per giunta il Sud, che vi era più aperto, è pesantemente in mano
della destra. Si può riprendere un dialogo con quei mondi?
E c’è la scadenza sociale. Destra politica e Confindustria vanno
all’attacco di ciò che resta del Welfare e del potere del sindacato. Il
conflitto sarà reso più pesante dalla caduta dell’unità sindacale e
dall’incertezza in Cgil. Qui si tratta di tener fermo, contrattaccare. Come?
Con quale schieramento? Qui conteranno la consapevolezza delle ferite, la
prudenza e l’attenzione reciproca.
Un ruolo essenziale in questo possibile cammino unitario spetta a Rifondazione
comunista, per ciò che essa è nella lotta e per il rapporto che ha con le
nuove leve in campo. E non penso solo a un’intesa sull’azione, ma alla
riflessione su un patrimonio di pensiero che ha bisogno di verifica e di
arricchimento, e di molto coraggio nel leggere il capitalismo che ci ha
sconfitto e tenta oggi strade violente.
Dei Ds, ho detto con franchezza che non credo a una loro vocazione di sinistra,
con tutti gli auguri che posso fare a Giovanni Berlinguer. Ma se vorranno
battere la destra di Berlusconi, e difendersi dalla nuova Santa Alleanza a
direzione americana, dovranno pure costruire un legame alla loro sinistra: con
accortezza e capacità di mutuo riconoscimento e ascolto. Spero che sinistra
alternativa e centrismo diessino e (anche) sindacato confederale si impegnino
nelle mediazioni necessarie. Direi: a ciascuno il suo, con la consapevolezza
delle differenze ma anche della minaccia di una destra che mira a dilagare.
Sono in dura salita tutti. Sia il centro ulivista-diessino sia Rifondazione, sia
la sinistra alternativa, sia il mondo dei no-global. Sono una singolare varietà
di culture, di vocazioni, di sensibilità. Si stanno appena profilando dal mare
grande dei nuovi bisogni i punti di raccolta e di difesa per riprendere
un’offensiva sociale, a un livello inesplorato.
E c’è un’avvio, almeno una minaccia, di recessione. La destra al comando è
feroce e rozza. Bisogna fermarla, batterla. Vengo da una generazione che per
salvarsi dal nazismo e poi nella guerra fredda si è dovuta affidare a
compromessi pesanti, persino con la monarchia dei Savoia. Fino – lo so bene
– a fare dell’appello all’unità un rito, quasi una nenia. Sono segnato da
questa storia, e ne conosco gli errori. Ma differenza e unità, ancora una
volta, mi sembrano necessarie.
Le divaricazioni sono diventate così grandi che non è semplice individuare
i punti sui quali fare una qualche unità. Tu quali vedi? Fra sinistre critiche
e centro diessino, intendo?
Ma sono squadernati sul tappeto! Ripeto: la guerra e quel che trascina e
trascinerà. Già tra Israele e Palestina c’è un’altra rottura sanguinosa
di una tregua fragile e impari, un’altra tragedia: che sarà domani? Affidiamo
solo agli interessi di Bush di fermarla? Una mobilitazione unitaria mi pare
perfino tardiva tanto è drammaticamente stringente.
E poi, se una linea antiliberista coerente non riesce a unificare, ci sono
alcuni nodi almeno che la rendono obbligatoria: la difesa della contrattualità
del sindacato, l’Articolo 18, l’attacco che verrà fatto alla previdenza. E
una politica del Mezzogiorno. E una certa pulizia istituzionale che in queste
settimane si è compromessa. La questione delle libertà politiche sulle quali
si va a una stretta. Il federalismo. Può un partito di centro sopravvivere se
non si batte su questo, alleandosi alla sua sinistra? I risultati dei Ds alle
elezioni sono parlanti.
Qui facciamo lezione agli altri, ma guardiamo un momento a quelli che mi sono più
vicini. Gracili minoranze noi stessi, non rinunciamo alle separazioni, alle
risse, alla boria, alle indifferenze dell’uno verso l’altro. Ognuno di noi
si sente autosufficiente, o al massimo si raccoglie nella sua cerchia di amici,
o nella nicchia dei più prossimi: sempre con un tratto di orgoglio e di
spocchia. Siamo minoranze difficili. È così. Ma non è tempo almeno di
combattere questa dissipazione?
Io conosco il mio limite. So che ho in testa, inchiodata, la forma ‘partito’.
E torno ad essa, che pure è vecchia di un secolo: forse vetusta. Bisogna vedere
se le contraddizioni che ci stanno portando ancora a guerre e rovesciamenti, e
stanno rinverdendo – per me non c’è dubbio – il ruolo della politica,
chiedano forme inedite. Che ci dice l’avanzare dei no-global, così
ostinatamente differenziati, e qualche volta caotici?
In ogni modo il cielo di piombo dell’ultimo decennio si sta rompendo. Partorirà
nuove luci, spalancherà sentieri che io non so vedere?