Nel
passaggio dal 2002
al 2003, malgrado il difficile periodo di transizione dell’economia mondiale,
74 nazioni hanno fatto registrare un punteggio migliore rispetto all'anno
precedente, mentre 49 paesi hanno peggiorato la loro valutazione (e 32 hanno lo
stesso "score"). In ultima analisi, 15 nazioni sono considerate
"libere", 56 "prevalentemente libere", 76
"prevalentemente non libere" e 11 "represse". La
macroregione più libera, naturalmente, resta quella composta da Nord-America ed
Europa, che raggruppa 6 delle 10 nazioni con il punteggio più alto. Mentre le
altre quattro (Hong Kong, Singapore, Nuova Zelanda e Australia) sono ex-colonie
britanniche anch'esse "baciate" dalla Rule of Law. Delle 26 nazioni
dell'area latino-americana e caraibica, invece, 11 hanno un risultato migliore
rispetto all'Index del 2002, mentre 10 sono peggiorate. Merita una citazione,
malgrado una lieve inversione di tendenza, l'economia cilena, che resta l'unica
"libera" del sub-continente. Vanno meglio le cose anche in Nord Africa
e Medio Oriente (11 paesi in crescita, 5 in calo), nella regione sub-sahariana
(19-13) e in quella che comprende Asia e Pacifico (15-9). Tra le nazioni che si
segnalano per la crescita maggiore rispetto allo scorso anno, spiccano
Madagascar, Libia, Islanda, Sud Africa, Slovenia e Croazia. Mentre peggiora
ancora una volta l'Argentina, che ha ottenuto un pesante 0.45 in meno rispetto
al 2002. Negli ultimi due anni, l'Argentina ha perso addirittuta 0.85 punti e si
trova ormai al "confine" con i paesi "prevalentemente non
liberi". E poi dicono che la colpa è del libero mercato...
15
gennaio 2003
mancia@ideazione.com
da "Le Monde Diplomatique - il
manifesto " del Settembre 1996
fondi e fondazioni
Come il
pensiero diventa unico
http://www.ilmanifesto.it/g8/archivio/neoliberismo_e_debito/3b334d5d3035d.html
Susan George*
Se i neoliberali (1)
e il pensiero unico (2)
sembrano oggi padroni del campo ideologico, non è sempre stato
così. Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale il
neoliberalismo era ovunque meno che minoritario. Negli Stati
uniti i suoi padri fondatori non disponevano, all'inizio, di
molte carte vincenti, ma in compenso avevano assimilato un
principio essenziale: le idee hanno conseguenze. Nel 1948
Richard Weaver aveva scelto questa massima come titolo di un
libro che avrebbe conosciuto una lunga carriera e suscitato una
vasta eco oltre Atlantico (3).
Non a caso, il libro era stato pubblicato dalla University Press
di Chicago: è infatti l'università di questa città (4)
che ha costituito il nocciolo duro del neoliberalismo nascente.
Di August Friedrich von Hayek, economista e filosofo austriaco
in esilio, quest'editrice aveva pubblicato nel 1944 un libro
molto influente, La via della schiavitù (5);
e ha inoltre fatto conoscere, accanto ai lavori di vari astri
nascenti del movimento, le opere di un altro giovane e brillante
economista, un certo Milton Friedman (6).
La scuola di Chicago, costituita da economisti familiarmente
chiamati Chicago Boys, è divenuta celebre, e i suoi membri ne
hanno portato l'influenza in tutto il mondo, e in particolare
nel Cile del generale Pinochet. La sua dottrina economica, oltre
che filosofica e sociale, è insegnata urbi et orbi. I libri di
Milton Friedman ad esempio Capitalismo e libertà sono divenuti
successi editoriali (7).
Per il neoliberale la libertà individuale non risulta affatto
dalla democrazia politica o dai diritti garantiti dallo stato:
libertà significa, al contrario, essere liberi dall'ingerenza
dello stato, che deve limitarsi a stabilire una cornice per
consentire il libero gioco del mercato. E' indispensabile la
proprietà privata di tutti i mezzi di produzione, e dunque la
privatizzazione di tutti quelli appartenenti allo stato. Il
mercato ripartisce nel migliore dei modi le risorse, gli
investimenti e il lavoro, mentre la beneficenza e il
volontariato privati devono sostituire la quasi totalità dei
programmi pubblici destinati ai gruppi socialmente meno
favoriti.
L'individuo ridiventa così interamente responsabile della
propria sorte. Per mettere in pratica un programma del genere
che è l'esatto contrario del New Deal o della dottrina dello
stato sociale i neoliberali hanno sempre saputo che bisognava
incominciare dalla trasformazione del paesaggio intellettuale.
Prima di avere conseguenza per la vita dei cittadini e della
società, occorre infatti che le idee vengano propagate. Bisogna
permettere a chi le produce, le pubblica, le insegna e le
diffonde di farlo in condizioni favorevoli. Per questo, fin dal
1945 il movimento neoliberale non ha mai cessato di reclutare
pensatori e finanziatori, e di dotarsi di importanti mezzi
finanziari e istituzionali. Il suo arsenale si compone in parte
da "think-tanks", i più influenti dei quali hanno
sede negli Stati uniti. Non è superfluo ricordare qui ancora
una volta (8) le attività di
alcuni di essi.
La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è stata
fondata nel 1919 dal futuro presidente Herbert Hoover, e ha la
sua sede nel campus dell'università di Stanford. E' celebre per
le sue raccolte di documenti sulle rivoluzioni russa e cinese.
Alla sua vocazione iniziale di combattente nella guerra fredda
(in particolare attraverso il suo annuario International
Communist Affairs) ha affiancato, a partire dal 1960, un settore
economico. Grazie al suo budget annuo di circa 17 milioni di
dollari, quest'istituzione ha finanziato, accanto a molti altri,
anche i lavori di Edward Teller (uno dei padri della bomba
atomica, generalmente considerato come l'ispiratore del
personaggio del dottor Stranamore) e quelli di economisti quali
George Stigler e Milton Friedman, che fanno la spola tra
Stanford e Chicago.
Anche l'American Enterprise Institute (Aei) è un'istituzione di
vecchia data: è stata infatti fondata nel 1943 da alcuni uomini
d'affari, in contrapposizione a vari aspetti del New Deal. L'Aei,
che ha la sua sede a Washington, si distingue per il suo senso
delle pubbliche relazioni intellettuali e del marketing delle
idee, e lavora a diretto contatto con i membri del Congresso, la
burocrazia federale e i media. Negli anni 80 l'Istituto aveva
alle sue dipendenze circa 150 persone, delle quali una
cinquantina esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione
di libri e di rapporti e all'elaborazione di analisi e
raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo,
che riflette il declino relativo della sua influenza, era di
12,8 milioni di dollari nel 1993, un po' inferiore a quello
raggiunto dieci anni prima. La Heritage Foundation è la più
nota, in quanto più strettamente associata alla presidenza di
Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo
che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente
circa 200 documenti. Particolarmente attiva presso i media, è
la più citata tra tutte le istituzioni, e pubblica tra l'altro
un annuario degli esperti in materia di politica pubblica
(public policy), contenente i nomi di 1500 ricercatori ed
esperti neoliberali, repertoriati sotto settanta voci. Una vera
pacchia per i giornalisti frettolosi, che possono ricorrere al
loro avallo "scientifico" citandone le enunciazioni a
sostegno dei loro articoli. Vanno menzionati inoltre due centri
intellettuali: il Cato Institute, in piena ascesa, sostenitore
del "governo minimalista" e specializzato in studi
sulla privatizzazione, e il Manhattan Institute for Policy
Research, fondato nel 1978 da William Casey, futuro direttore
della Cia, che ha esercitato una grande influenza con le sue
critiche ai programmi governativi di redistribuzione dei
redditi. Questi due "think-tanks" raccomandano
invariabilmente il mercato come soluzione di tutti i problemi
sociali. Tra i "think tanks" e il governo esiste un
sistema di vasi comunicanti che ha permesso agli ex combattenti
della presidenza Nixon di trovare rifugio durante l'interregno
di James Carter; e lo stesso avviene per quelli del periodo
Reagan-Bush sotto l'attuale presidenza Clinton. Fuori dagli
Stati uniti, la rete delle istituzioni intellettuali neoliberali
è meno fitta. Nel Regno unito, i "commandos di Mrs.
Thatcher", come volentieri si definiscono, hanno tuttavia
segnato importanti punti a proprio vantaggio nella lotta
ideologica. Vanno menzionati il Centre for Policy Studies, l'Institute
of Economic Affairs, l'elenco delle cui pubblicazioni si legge
come un Whos Who degli economisti conservatori, e soprattutto
l'Adam Smith Institute di Londra che, a detta di Brandon Martin,
esperto in materia, (9)
"ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione in
seno alla nuova destra per promuovere nel mondo intero la
dottrina della privatizzazione".
La palma dell'anzianità e dell'influenza a lungo termine spetta
però alla Société du Mont Pèlerin. Nell'aprile 1947, una
quarantina di personalità americane ed europee si sono
incontrate, su invito del professor Friedrich von Hayek, per un
colloquio di dieci giorni nel villaggio svizzero di Mont Pèlerin,
nei pressi di Montreux. Dopo aver sottolineato la gravità del
momento "i valori fondamentali della civiltà sono in
pericolo" , il gruppo dichiarò che la libertà era
minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà
privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la
diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni
consentono, è difficile immaginare una società in cui la
libertà possa essere effettivamente preservata (10)".
Tra il 1947 e il 1994, la Società di Mont Pèlerin ha svolto 26
colloqui, tutti della durata di una settimana, in città sempre
diverse. Nel 1994 è stata la volta di Cannes. Nel settembre
prossimo i suoi membri, il cui numero è passato da 40 a oltre
450, torneranno alle origini austriache di Hayek riunendosi a
Vienna. La società vanta volentieri i sei premi Nobel per
l'economia usciti dai suoi ranghi, ma è più reticente per
quanto riguarda l'elenco dei suoi membri, tutti aderenti a
titolo personale: preferisce evitare "la pubblicità e la
mediatizzazione". (11)
Da molti anni, centinaia di milioni di dollari vengono spesi per
la produzione e la diffusione dell'ideologia neoliberale. Da
dove viene questo denaro? Nella fase iniziale, negli anni tra il
1940 e il 1950, il William Volker Fund ha giocato un ruolo
centrale. Al suo intervento si deve il salvataggio di riviste
traballanti, il finanziamento di numerosi libri pubblicati a
Chicago, il pagamento delle cambiali scoperte dell'influente
Foundation for Economic Education, o l'organizzazione di
colloqui in varie università americane. Sempre il Volker Fund
ha finanziato la partecipazione degli esponenti americani alla
prima riunione della Società di Mont Pèlerin.
Già negli anni 60 i neoliberali non erano più del tutto
marginali. Numerose fondazioni di grandi famiglie americane
hanno iniziato allora a sostenerli, e non hanno mai cessato di
finanziare le loro istituzioni. La Fondazione Ford, vero e
proprio "elefante" della munificenza, aveva dischiuso
le porte di molte altre fonti di centro-destra e di centro
concedendo 300.
000 dollari di sovvenzioni all'American Enterprise Institute. La
Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994)
finanzia tra l'altro la Heritage Foundation, l'American
Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni (12).
Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le
più importanti (The National Interest, The Public Interest, New
Criterion, American Spectator) hanno ricevuto da varie fonti 27
milioni di dollari. A titolo comparativo, le sole quattro
riviste progressiste americane di diffusione nazionale (The
Nation, The Progressive, In These Times, Mother Jones) hanno
beneficiato collettivamente, durante lo stesso periodo, di un
totale di contributi volontari di soli 269.000 dollari (13).
Alcune fondazioni che poggiano su grandi e antichi patrimoni
industriali americani, quali la Coors (birra), la Scaife e la
Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici)
finanziano anche alcune cattedre presso le più prestigiose
università statunitensi. Si tratta di "rafforzare le
istituzioni economiche, politiche e culturali sulle quali si
basa l'impresa privata", secondo l'opuscolo della
Fondazione Olin, che già nel 1988 aveva stanziato per questo
obiettivo 55 milioni di dollari. E' ovvio che con importi simili
il generoso donatore ha il diritto di nominare i professori che
occuperanno le cattedre, e di dirigere i centri studi (14).
Esistono ormai cattedre Olin di diritto e di economia presso le
università di Harvard, Yale, Stanford e in numerose altre, tra
cui ovviamente quella di Chicago (15).
Lo storico francese François Furet, che ha ricevuto 470.000
dollari in quanto direttore del programma John M. Olin di storia
della cultura politica all'università di Chicago, è uno degli
illustri beneficiari di queste liberalità.
Il denaro permette così di organizzare la notorietà e il
"campo" nel quale si svolgeranno i dibattiti,
costruiti di sana pianta.
Nel 1988 Allan Bloom, direttore del centro Olin per lo studio
della teoria e della prassi della democrazia all'università di
Chicago (che percepisce annualmente dalla Fondazione Olin 36
milioni di dollari) invita un oscuro funzionario del
dipartimento di stato a pronunciare una conferenza. L'oratore si
esibisce proclamando la vittoria totale dell'Occidente e dei
valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La sua
conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da
The National Interest (rivista che riceve un milione di dollari
di sovvenzioni Olin) il cui direttore è un notissimo
neoliberale, Irving Kristol, finanziato all'epoca a un livello
di 326.000 dollari dalla Fondazione Olin in quanto professore
alla Business School della New York University. Irving Kristol
invita Bloom, insieme a un altro rinomato intellettuale di
destra, Samuel Huntington (direttore dell'Istituto Olin di studi
strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di
14 milioni di dollari) a "commentare" quest'articolo
sullo stesso numero della rivista. A sua volta, Kristol
interviene con un suo "commento".
Il "dibattito", così lanciato da quattro beneficiari
di fondi Olin, a proposito di una conferenza Olin su una rivista
Olin, è riprodotto subito dopo sulle pagine del New York Times,
del Washington Post e del Time. Oggi, tutti hanno sentito
parlare di Francis Fukuyama e della Fine della storia, divenuto
un bestseller in varie lingue! Il cerchio ideologico si chiude
quando si arriva a occupare le pagine dedicate ai dibattiti sui
grandi quotidiani, la radiodiffusione e gli schermi. Questo
trionfo è stato ottenuto praticamente senza colpo ferire. Se
non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per
subirle.
note:
* Direttore associato, Transnational Institute, Amsterdam;
autrice, tra l'altro (con Fabrizio Sabelli) di Crediti senza
frontiere, Ediz. Gruppo Abele, 1994.
(1) La terminologia può prestarsi a
confusione. Negli Stati uniti i neoliberal si definiscono
neoconservatori (o neocon), dato che qui essere liberal vuol
dire essere piuttosto di sinistra, e comunque votare per i
democratici.
(2) Il "pensiero unico" è
stato identificato, definito e denunciato per la prima volta da
Ignacio Ramonet nel suo editoriale de le Monde diplomatique del
gennaio 1995.
(3) Richard Weaver, Ideas Have
Consequences, University of Chicago Press, Chicago, 1948.
(4) Leggere Serge Halimi, "L'universita
di Chicago, un angolo di paradiso ben difeso", le Monde
diplomatique/il manifesto, aprile 1994.
(5) August Friedrich von Hayek, La
via della schiavitù, Rusconi, 1995.
(6) Ad esempio, Russel Kirk (The
Conservative Mind, 1953), Leo Strauss, (Natural Right and
History, 1953).
(7) Milton Friedman, Capitalismo e
libertà. Studio Tesi, 1995.
Il testo originale, Capitalism and Freedom, era stato pubblicato
nel 1962.
(8) Leggere l'inchiesta di Serge
Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana",
le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1995. Sullo stesso
tema, James Allen Smith, The Idea Brokers: Think-Tanks and the
Rise of the New Policy Elites, The Free Press, New York, 1991; e
George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement since
1945, Basic Books, New York 1976.
(9) Brandan Martin, In the Public
Interest?, Zed Books, Londra, 1993, p. 49.
(10) Statement of Aims, Mont Pèlerin
Society, adottato l'8 aprile 1947, citato da George Nash, op.
cit., p. 26.
(11) Queste indicazioni sulle
attività intellettuali della Société du Mont Pèlerin ci sono
state cortesemente fornite dal suo attuale presidente, Pascal
Salin, docente all'università Paris-Dauphine e consulente molto
vicino a Alain Madelin.
(12) Leggere Beth Schulman, "Foundations
for a Movement: How the Right Wing Subsidises its Press",
Extra!, Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) New York,
marzo-aprile 1995.
(13) Leggere David Callahan, "Liberal
Policy's Weak Foundations", The Nation, 13 novembre 1995.
(14) Jon Weiner, "Dollars for
Neocon Scholars", The Nation, 1 gennaio 1990.
(15) Jon Weiner, ibid.
(Traduzione di P.M.)
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