CATO INSTITUTE
http://www.ideazione.com/Cyberpolitics/cyberpolitics_siti/Cato_Institute.htm
Klamm
http://klamm.splinder.it/1044227118
http://www.privacy.it/torres199511.html
Internet al rogo?
di
Asdrad Torres
Docente associato al dipartimento delle scienze dell'informazione e della comunicazione, università di Rennes-II, Francia.
Alcuni vedono in Internet un progetto portatore di speranze contro il re denaro, il potere dell'impresa e il controllo sociale. A titolo di esempio si cita volentieri l'uso che ne hanno fatto numerose associazioni progressiste (1): questa rete internazionale non è forse servita a denunciare l'esecuzione programmata del giornalista americano Mumia Abu-Jamal o i soprusi dell'esercito messicano nel Chiapas? Ma le holding multimediali, che minacciano di svuotare di ogni contenuto progressista le autostrade dell'informazione, stanno entrando in forze in Internet. Molti altri mercanti aspettano solo che sia resa più sicura la procedura relativa al pagamento elettronico per impegnarsi a fondo nella rete, come già hanno fatto i più temerari. Mentre alimenta presso alcuni il timore di un suo "snaturamento", la componente commerciale d'Internet cresce ormai più velocemente del nucleo originale. In quanto norma di comunicazione, Internet è decantato per il suo orientamento democratico e ugualitario. Non c'è distinzione alcuna fra un server che fornisce informazioni e un terminale a partire dal quale un utente le consulta, diversamente da quanto avviene per l'utente di Minitel dove la separazione è totale. Su Internet, ogni consumatore è un potenziale produttore (e viceversa). Tuttavia, la neutralità della norma è ben lontana dall'assicurare una qualunque uguaglianza sociale in materia di comunicazione, anzi. Statistiche alla mano, John Barlow, "internauta" avveduto, spiega : "Non c'è grande diversità umana nel ciberspazio, dove viaggiano uomini di meno di cinquant'anni, che dispongono di abbondante tempo di accesso ai computer, maneggiano con grande destrezza le tastiere, hanno opinioni solidamente radicate e soffrono di una tremenda timidezza nei contatti diretti, in particolare con persone dell'altro sesso (2)". Nelle nostre società sempre più frantumate, la verosimiglianza di un accesso universale a Internet non supera la cerchia dei "collegati". In un paese come la Francia, le diverse migliaia di franchi richiesti per l'acquisto del materiale informatico escludono tuttora milioni di persone. Il calo dei prezzi, spesso detto "vertiginoso", non risolve niente perché viene notevolmente attenuato dalle politiche commerciali ed editoriali: "Per essere interattivi e conviviali, ci vogliono infatti apparecchi sempre più potenti" spiegava un responsabile del settore di micro-informatica del grande magazzino Carrefour, al momento dell'uscita sul mercato di un computer multimedia "grande pubblico", al prezzo di 26.000 franchi [oltre 8 milioni di lire]! "L'apertura di un server Internet (Web) ammette un esperto che milita per la diffusione di Internet senza parlare dei privati, non è neanche alla portata della prima associazione che arriva". L'investimento in materiale informatico e telecom è un primo grosso ostacolo. Poi, molto presto, la bolletta del telefono per una linea permanente diventa gravosa per le borse modeste. Inoltre, si ha un bel dire, ma le competenze tecniche richieste rimangono alte e poco diffuse, il che limita il volontariato. Nel mondo dell'"associazionismo, una delle priorità è la formazione di chi deve formare". Superata questa barriera, la presenza su Internet originale o meno rimane, come su qualsiasi rete, inutile, senza un minimo di audience. La battaglia per la visibilità è già avviata fra proponitori di servizi commerciali. Alcuni si accordano per citarsi a vicenda sui rispettivi servers. Altri, forti di una audience iniziale, vendono il diritto di figurare nelle inserzioni pubblicitarie elettroniche. In mancanza di un annuario "ufficiale", il controllo dei repertori diventa un obbiettivo capitale. Lo dimostra alla perfezione l'assorbimento del Global Network Navigator, uno dei più noti repertori d'Internet, da parte di America Online, un venditore di teleservizi già solidamente affermato ma arrivato da poco sulla rete. Questa realtà mette a dura prova l'idea di un Internet democraticamente autoregolato, capace di garantire, al di fuori delle grandi potenze finanziarie, il successo dei servizi migliori. L'egualitarismo naturale d'Internet è un'idea che si fonda tanto sulla miopia quanto sulla fede in un determinismo tecnologico.
La duttilità delle tecnologie dell'informazione dovrebbe invitare alla prudenza. I modi di comunicazione fra gli individui non si riducono mai alla trasposizione meccanica delle proprietà tecniche degli strumenti di mediazione. A esempio, il sistema telematico francese, sebbene costruito secondo un modello gerarchico, ha scatenato una forma di comunicazione trasversale, le chatlines erotiche. E, nello stesso ordine di "contro-impiego", l'impostazione egualitaria d'Internet non impedisce lo sviluppo di comportamenti asimmetrici di puro consumo, che accelerano la banalizzazione della rete. "Comunità virtuali" I gruppi informali di dibattito (o news) nati con Internet vengono frequentemente assimilati a una forma estrema di democrazia. Essi costituiscono centinaia di "luoghi" di dibattito ai quali ogni individuo che abbia accesso alla rete può partecipare senza alcuna formalità. La varietà dei temi trattati rispecchia la straordinaria diversità dei poli d'interesse. Sarebbero quindi effettivamente realizzate le condizioni del pluralismo e della libertà di espressione. Ma i gruppi di news non sono dei forum dove si esprime liberamente il contraddittorio. Funzionano come spazi privati aperti, in cui la partecipazione implica l'adesione alle regole che si è dato il gruppo fondatore. Così, un gruppo di dibattito sulla penalizzazione dell'aborto sarà implicitamente vietato ai fautori del diritto di scelta. D'altra parte, molti gruppi di dibattito vengono "scremati" degli interventi ritenuti inopportuni da un "moderatore" spesso bene intenzionato ma onnipotente. Le limitazioni dell'espressione contraddittoria suscitano una proliferazione di spazi compartimentati che dimostrano ampiamente che la moltiplicazione non è il toccasana del pluralismo (3). Pur non costituendo un modello di democrazia, le news esplorerebbero nuove dimensioni della comunicazione suscettibili di estendere domani il campo della libertà d'espressione a delle "comunità virtuali". Certo, le news consentono a gruppi comunitari che condividono gli stessi riferimenti di affrancarsi dai vincoli di tempo e di spazio che rendevano improbabile il loro incontro. Ma la creazione di cyber-comunità in uno spazio scorrelato dal mondo reale rimane un'illusione. John Barlow rileva: "Nel 1987, ho sentito parlare di un luogo che avrei potuto visitare senza lasciare il Wyoming. Mi sembrava che, dentro il Well (Whole Earth Lectronic Link), ci fosse quasi tutto quanto uno possa trovare recandosi in una piccola città . In seguito il mio entusiasmo per la virtualità si è raffreddato. In realtà, a parte il rapporto interattivo con la gente con cui scambio la posta elettronica, non dedico più molto tempo alle comunità virtuali. Mi sembra che gran parte degli esiti a breve scadenza che mi prefiguravo siano rimasti altrettanto lontani nel futuro di quanto lo erano quando mi sono collegato per la prima volta". Noam Chomsky ritiene che il funzionamento dell'istituzione Internet abbia conservato l'impronta delle origini della rete: "Essenzialmente un monopolio di settori relativamente privilegiati, di persone che hanno accesso ai computer nelle università". Forse si potrebbe aggiungere quello che Christian Huitema, presidente dell'Internet Architecture Board (Lab) chiama "lo spirito Internet, ereditato dalle idee libertarie dei ricercatori che, negli anni sessanta, hanno sviluppato questa rete di reti (4)". Ammesso che questo spirito esista, esso sembra ingabbiato nella contemplazione di sé stesso, al punto da occultare le condizioni che hanno presieduto alla sua genesi e al suo sviluppo. Tutto funziona infatti come se "il pensiero Internet" fosse refrattario all'idea che la rete costituisce un bene comune alla società nel suo insieme, che ha lavorato per finanziarlo, e non soltanto proprietà dell'élite che lo ha elaborato. Il "pensiero Internet" si mostra altrettanto refrattario all'idea che la folla dei nuovi arrivati possa influire sulle norme stabilite dal nucleo originale. "C'è un numero infinito di regole di buona condotta più o meno formali nei news groups. Un utente che non le rispetti rischia di ricevere migliaia di lettere di internauti' che cercheranno di rieducarlo (5)". I guardiani dell'ortodossia "Rieducarlo": questa formula esprime la mentalità dei guardiani di una certa ortodossia. Una volta avvenuta l'integrazione nella comunità, "si ritiene che tutti gli utenti abbiano gli stessi diritti", afferma Christian Huitema. Eppure, quando si tratta di decidere, alcuni sembrano più uguali di altri. "Come ogni società di tipo anarchico precisa Huitema Internet ha espresso un'aristocrazia composta da chi ha dato di più alla rete. Ma respingiamo i monarchi, i presidenti e anche i voti perché rischieremmo di produrre decisioni arbitrarie". Questi principi di riproduzione e di legittimazione di un sistema di baronato ricordano quanto certi concetti di base d'Internet siano estranei ai valori democratici. L'ambiguità ideologica non riguarda solo le istanze ufficiali.
Nella nebulosa Internet, l'Electronic Frontier Foundation (Eff) (6) si è battuta per l'estensione alle reti elettroniche delle garanzie costituzionali americane previste per lo scritto (primo emendamento); inoltre la Eff si è fatta notare per aver denunciato certe pratiche federali e per aver difeso le vittime di restrizioni alla libertà di comunicare. Tuttavia questa associazione, che sbandiera posizioni piuttosto radicali, si avvale per gran parte dei suoi lavori dei finanziamenti di società quali At&t, Mci, Bell Atlantic, Ibm, Sun Microsystems, Apple o Microsoft. La spiegazione corrente sottolinea una convergenza d'interessi: ogni ostacolo alla libertà di comunicare intralcerebbe anche lo sviluppo dei mercati di queste società. Ma se certe ditte, non particolarmente note per la loro battaglia in favore della libertà di espressione sia in generale che al loro interno , possono appoggiare la lotta di Eff, è perché questa fondazione difende una "libertà di comunicare" che non valica la soglia dell'azienda.
D'altra parte, nel chiedere ai paesi del G7 di adottare come principio fondamentale la tutela della libera circolazione delle informazioni sulle reti elettroniche, la Eff non fa alcuna distinzione fra aziende e individui. Mancanza di immaginazione, ingenuità oppure autocensura? Poco importa per le lobby industriali. La dichiarazione che tre di esse che finanziano la Eff rivolgono allo stesso G7, è priva di falsi pudori; "Le leggi di certi paesi relative alla protezione dei dati vietano o restringono la trasmissione d'informazioni personali oltre le frontiere. Tuttavia, a patto che siano stati predisposti i necessari limiti, le restrizioni in nome della tutela della vita privata non devono costituire un ostacolo al diritto degli affari (legitimate business) di svolgersi mediante gli strumenti elettronici sia all'interno che oltre le frontiere (7)". Il campo rimane quindi libero per un'offensiva ideologica volta ad attribuire alle aziende il fascino di una cittadinanza finora riservata alle persone. Del resto, di fronte a uno stato dalle mire liberticide, aziende e cittadini non condividono forse obbiettivi comuni? Di questo passo, si arriva a sfiorare un discorso anarco-liberale. E molte delle idee che fluttuano nello "spirito Internet" sono sufficientemente vaghe da essere perfettamente reversibili. La destra americana, che ha perfettamente capito, si dice sicura di cementarle. "Meno stato, più libertà", questa la parola d'ordine del Cato Institute, uno dei laboratori di idee (think tank) che alimentano la riflessione politica negli Stati uniti (8). Questo istituto di ricerca, che coniuga posizioni aperte sulle questioni sociali con un ultraliberalismo devastante sulle questioni economiche, naviga agevolmente nelle acque dello spirito Internet. Esso fa sua la rivendicazione della Eff di estendere il primo emendamento a tutti i mezzi di comunicazione, ma ricollocandolo nella prospettiva di una deregolamentazione totale. Quanto a garantire "l'accesso a tutti", la miopia di alcuni "internauti" lascia qui il posto a un discorso elaborato.
All'amministrazione democratica, che invoca la necessità di una regolamentazione volta a garantire un minimo di uguaglianza, il Cato Institute replica: "Il vice presidente Gore reclama un accesso garantito ai servizi, il che significa che i fornitori saranno costretti a offrire servizi gratuiti a certi clienti.
Nei fatti, gli individui hanno già un accesso garantito a qualunque servizio disponibile sul mercato, fin che essi pagano per ottenerlo (9)". Secondo il Cato Institute, converrebbe sostituire il diritto commerciale comune a tutte le disposizioni che regolano la comunicazione. Un'idea che è stata ripresa al volo da un altro think tank, la Progress and Freedom Foundation (Pff) vicina a Newton Gingrich, presidente della Camera dei rappresentanti che reclama lo scioglimento della Federal Communications Commission (un organismo che corrisponderebbe in Francia a una combinazione tra il Consiglio superiore dell'audiovisivo e la direzione generale delle poste e telecomunicazioni). "Un po' di materiale informatico e molta deregolamentazione": alle generazioni future non resterebbe che ispirarsi all'eroe del cyber-western celebrato dai teorici della Pff: "Il pirata informatico (hacker) ha ignorato tutte le pressioni sociali e violato tutte le regole per sviluppare competenze grazie al suo rapporto intenso e precoce con un'informatica onnipresente e a buon mercato (10)". Gli stessi autori ultraliberali definiscono le scuole delle "istituzioni di massa" ereditate da un'era industriale ormai superata. La glorificazione del pirata, "vitale per la crescita economica e la supremazia commerciale" non annuncia quindi un appello generale all'insubordinazione, bensì delle opzioni piuttosto preoccupanti di politica educativa.
In queste condizioni, dobbiamo spedire Internet al rogo? Questa domanda sembrerà fuori posto alle migliaia di utenti che difendono, su Internet e ovunque, le libertà democratiche quotidiane. Come riassume l'universitario Jon Wiener: "Internet rende disponibili immense risorse di informazioni su una scala che non ha precedenti. Agevola le comunicazioni dirette, e questo potrebbe rafforzare la democrazia. Ed è anche un piacere. Ma non è un nuovo mondo di libertà, sostanzialmente diverso dal nostro in termini di libertà di parola e di censura, di calunnia e di diffamazione, di gerarchia sociale e sessuale, per non parlare della pubblicità e del commercio [...]. La realtà virtuale non si è affrancata dai limiti della vita reale (11)". Possiamo dispiacerci che Internet sia lo specchio delle nostre società non egualitarie, deplorare che i dibattiti di questo fine secolo lascino la loro impronta sulle idee che li attraversano ben più che non viceversa. Ma possiamo anche rallegrarcene, perché l'immersione di Internet nel mondo reale significa che il corpo sociale ha presa su di esso.
________________________________
(1) Carlos Alberto Afonso, "Al servizio della società civile", e Roberto Bissio, "Ciberspazio e democrazia", le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1994.
(2) John Perry Barlow, "Howdy Neighbours", The Guardian, 25 luglio 1995.
(3) Si legga Andrew L. Shapiro, "Street Corners in Cyberspace", The Nation, New York, 3 luglio 1995.
(4) Christian Huitema, "Un Français à la tâte d'Internet", Internet Reporter, maggio 1995.
(5) Ibidem.
(6) Creata da J.P. Barlow e Mitch Kapor, cofondatore multimilionario della societa di sviluppo del software Lotus. Si legga Yves Eudes, "L'odissea dei pirati nella giungla Internet", le Monde diplomatique/Il manifesto, giugno 1995.
(7) Eurobit-ITT-Jeida, Global Information Infrastructure. Tripartite Preparatory Meeting, 26/27 gennaio 1995.
(8) Si legga Serge Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1995.
(9) The Cato Handbook for Congress, Cato Institute, Washington, 1995.
(10) Esther Dyson, George Gilder, George Keyworth e Alvin Toffler, The Cyberspace and the American Dream: A Magna Carta for the Knowledge, Progress for Freedom Foundation, Washington, 22 agosto 1994.
(11) Jon Wiener, "Free Speech on the Internet", The Nation, 13 giugno 1994.
(Traduzione di M.G.G.)
(Ndr: Ripreso nel novembre 1995 dal Manifesto)
Per saperne di più
http://members.tripod.com/~Corneliu/settembre6.htm
I siti
Sono incalcolabili i siti sul web che trattano di problematiche religiose, socio-politiche, geostrategiche, economico-finanziarie. Per quanto concerne il dibattito “interno” alla società statunitense e quello sul sostegno o meno alle scelte dell’Amministrazione di Bush junior, sono utili i siti di area “conservative”: Conservative HQ Richard Viguerie's political news & commentary site, Cybercast News Service CNSNews.com "The right news. Right now.", Pat Buchanan's group The American Cause. Da non trascurare quelli dei mass media: http://www.nationalreview.com/september11/sept11-index.asp, CNN All Politics, Washington Times The conservative daily newspaper in Washington D.C. http://www.washtimes.com/ - "Daybook" of news events in Washington D.C. at Washington Times: Scheduled news conferences, Congressional action, White House events, rallies, and more!, World Net Daily On-line conservative daily newspaper!,
http://www.chroniclesmagazine.org/ di Thomas J. Fleming animatore del Rockford Institute, la Washington Post soprannominata dagli avversari "Pravda-on-the-Potomac".
Estremamente importanti quelli delle fondazioni, definite in inglese “think tank” (serbatoi di pensiero) che forniscono alla Presidenza ed alle istituzioni sia federali che degli stati e locali, consulenze, progetti, personale qualificato, analisi e tracciano scenari. La più vicina oggi all’Amministrazione repubblicana è la The Heritage Foundation www.heritage.org/ , ma anche la ben nota, sin dagli anni 1960 Rand Corporation http://www.rand.org/ (i suoi scienziati sono all’origine del progenitore militare di quello che poi sarà internet) benché con un approccio più “tecnologico-militare” che non politico-culturale; poche settimane fa un suo rapporto segreto sulle responsabilità saudite nel sostegno agli islamisti ed a bin laden (arrivato alla stampa) ha rivelato che gli USA ormai non guardano in faccia più nessuno. Anche l’American Enterprise Institute - http://www.theamericanenterprise.org/ è di area conservative; mentre la Brookings Institution http://www.brookings.org/dybdocroot/ e la Hoover Institution - http://www.hoover.org/, sono di impostazione liberal ; il J. T. Olin Institute - http://www.wcfia.harvard.edu/olin/homepage.htm è famoso per esser quello in cui tiene i corsi Samuel Huntington. Ma vi sono numerosi ed influenti ambienti che criticano le decisioni di Bush jr e del suo staff pur non essendo “di sinistra” come il Cato Institute http://www.cato.org/, Americans Against World Empire Opposing U.S. war with Iraq, Kosovo e AntiWar.com Committee Against U.S. Intervention, gruppi detti negli USA “Libertarian” (più o meno ultraliberali), che contrastano l’interventismo esterno e l’aumento del controllo statale. Due dei più forti elementi di disaccordo sono il progettato attacco all’Irak e la recente nascita, per la prima volta nella storia della nazione, di un “ministero degli Interni” (homeland security) che lederebbe le autonomie locali e limiterebbe i diritti del singolo cittadino: mentre la Heritage e la Rand sono impegnati direttamente in questi programmi, oltre alle tre sigle “libertarian” citate, anche elementi conservatori come quelli di Chronicles e di American Cause, avversano fortemente tali decisioni. Oltre a un sito che è una miniera di dati e commenti sulla politica internazionale, www.stratfor.com/, va citato il più importante strumento disponibile in italiano per comprendere le questioni geopolitiche, la rivista Limes http://www.limesonline.com/ e la gemella “italo-cinese” in lingua inglese Heartland.
Articolo uscito su IL QUOTIDIANO della Calabria e Basilicata Speciale 11 settembre Dossier Pagina VIII “ La storia” Anno 8 n° 249 mercoledì 11 settembre 2002 con lo stesso titolo
http://utenti.lycos.it/ArchivEurasia/concetti.html
1.
E' nel campo dell'internazionalismo trionfante che
si collocano le opzioni dottrinarie caratterizzate da
un'istanza di continuità con la politica estera degli
anni 1945-1989; una continuità che peraltro, almeno in
alcune posizioni, è corretta dall'urgenza di
"cogliere il momento favorevole", di
avvantaggiarsi al massimo della posizione di unica
superpotenza mondiale.
Un concetto chiave di questa corrente è quello
celebre di nuovo ordine mondiale (New World Order),
coniato dal presidente Bush nel 1990 in occasione della
prima campagna di aggressione contro l'Irak e in seguito
passato a definire il nuovo ruolo e le nuove
"responsabilità" degli USA. Il concetto in sé
non esprime novità sostanziali rispetto alla fase
precedente: preoccupazione per la stabilità,
mantenimento dello statu quo, riconoscimento della
"leadership globale" degli USA. Più
interessante è la riflessione sull'applicazione pratica
del concetto, avvenuta con l'operazione Desert Storm e
il suo proseguimento nel Golfo Persico. Affiora la
giustificazione della guerra preventiva come strumento
di preservazione dell'ordine mondiale, ma allo stesso
tempo - con il divario evidente fra potenza militare
dispiegata e risultati conseguiti in termini di
condizioni per una pace duratura - una scissione fra
potenza militare e responsabilità politica; scissione
che secondo alcuni le successive scelte operate in
Somalia e Bosnia confermerebbero.
Ma se i vertici politici mostrano tutta la loro
carenza nel dare sostanza al concetto di nuovo ordine
mondiale, i vertici militari suppliscono con entusiasmo.
Nel 1992 uno dei tanti "scoop pilotati"
porta alla pubblicazione sulle pagine del New York Times
di un rapporto "segreto" del Pentagono (Defense
Planning Guidance, redatto sotto la direzione del
sottosegretario alla Difesa per gli affari politici,
Paul Wolfowitz) interpreta esplicitamente il nuovo
ordine mondiale come volontà degli USA di mantenere il
proprio status di superpotenza unica facendo leva
soprattutto sulla potenza militare, da impiegarsi - se
del caso - anche unilateralmente. La NATO, in questa
prospettiva, è il veicolo degli interessi americani in
Europa e il massimo garante della sicurezza europea.
E' un giornalista (Charles Krauthammer) a coniare
il significativo concetto di momento unipolare per
descrivere il carattere al tempo stesso assoluto e
temporaneo della supremazia USA; fra due, tre decenni
nuovi rivali potranno essere abbastanza forti per
sfidarla. Ma unipolarità implica anche concentricità
attorno ad un polo: quindi, al centro dell'ordine
mondiale, una confederazione occidentale di cui il
Gruppo dei Sette è una specie di prefigurazione), e al
centro di questa gli USA. Cerchi concentrici dove la
distanza dal centro si misura in perdita di sovranità.
Obiettivo finale, la formazione di quel mercato comune
mondiale preconizzato da Fukuyama nella sua Fine
della storia. Ma l'obiettivo primo, e il primo
compito da realizzare, è l'unificazione dell'Occidente
economicamente avanzato.
Precursore in questa direzione era stato Robert
Strausz- Hupé, che sin dal 1957 aveva agitato la
necessità di unificare il mondo sotto la bandiera a
stelle e strisce "nell'arco di una
generazione" (!) e - campione del mondialismo ante
litteram - bollato l'idea di Stato-nazione come
un'odiosa invenzione ideologica francese e come "la
forza più retrograda del XX secolo". Il sogno
federalista mondiale di Strausz-Hupé (nel quale la NATO
era il nucleo fondante) investiva gli USA del ruolo di
"architetti di un impero senza imperialismo",
con la cultura anglosassone a fare da tramite fra le
culture antiche e la nuova cultura mondiale emergente.
La miseria di tale concezione non le impedisce di
continuare a fare adepti, fra cui Strobe Talbott,
attuale numero due del Dipartimento di Stato di Clinton.
Joseph Nye sottolinea invece gli aspetti
"morbidi" del pensiero internazionalista. Dopo
la guerra del Golfo Persico, è chiaro che la potenza
economica non ha mandato in soffitta la potenza
militare. Gli USA sono al primo posto perché egemoni
sul piano del hard power (potere di coercizione) come
del soft power (potere di persuasione). Questo secondo
aspetto rinvia agli istituti transnazionali nei quali
gli USA devono assicurarsi il controllo in ultima
istanza: il World Trade Organization (ex GATT), il FMI,
il Trattato per la non-proliferazione nucleare, e via
dicendo. In questo delirio di onnipotenza, il ruolo
possibile dell’America è stato descritto come quello
di "grande organizzatore" mondiale,
paragonabile a quello svolto dalla Gran Bretagna nei
secoli XVIII e XIX, all’Austria fra il 1812 e il 1818,
al Papato nei secoli XII e XIII, fino all’Atene prima
della guerra del Peloponneso.
Si arriva a rigurgiti "spengleriani"
(con tante scuse a Oswald Spengler) nell’appello di
Ben Wattenberg, direttore di Radio Free Europe, affinché
il popolo Americano riconosca il suo "nuovo destino
manifesto" (new manifest destiny) nel compito di
promuovere nel mondo la "democrazia di tipo
americano". Qui è la cultura ad assumere una
funzione primaria, e gli USA dispongono delle migliori
armi anche su questo terreno: il mondo dello spettacolo,
i media, la lingua inglese, il turismo, l’istruzione
universitaria (sic) e i sistemi informatici – senza
dimenticare il business dell’entertainment. Insomma,
Coca Cola, Bill Gates e Pamela Anderson al servizio del
mondo unipolare a dominanza USA.
Altri non esitano a riciclare con disinvoltura
termini oggigiorno messi al bando dall’ossessione
puritana del politically correct. Il conservatore
d’assalto Irving Kristol dalle pagine del Wall Street
Journal (agosto 1997) celebra "il giorno non
lontano .. in cui il popolo Americano prenderà
coscienza di essere una nazionale imperiale… una
grande potenza può essere insensibilmente condotta ad
assumersi delle responsabilità senza esservisi
esplicitamente impegnata".
2.
Ad una maggiore sobrietà è improntato – almeno in
apparenza – il pensiero neo-isolazionista. I suoi
esponenti riconoscono l’impossibilità per l’America
di gestire efficacemente una politica estera
internazionalista, economicamente e militarmente: lo
vieta, fra l’altro, un bilancio della difesa che negli
anni ’90 è prossimo a 300 miliardi di dollari annui,
a fronte del gonfiarsi del debito interno, di un tasso
di risparmio fra i più bassi del mondo, di un sistema
dell’istruzione fallimentare (evviva la sincerità) e
di una scarsa propensione a reinvestire capitali nella
sfera della produzione invece che nella sfera
finanziaria.
Isolazionismo non significa – né ha mai
significato, nella storia degli USA – volontà di
isolamento. E’ una dottrina politica che non preclude
lo sviluppo crescente di relazioni economiche con
l’esterno, esprimendo tuttavia un desiderio di
disimpegno finalizzato, in ultima analisi, a non legare
in alcun modo le mani all’azione politica Americana.
Tradizionale cavallo di battaglia del pensiero
repubblicano, accentuato dalla sconfitta nel Vietnam, il
neo-isolazionismo ha la sua tendenza "nazional-populista"
in Patrick Buchanan. L’ex collaboratore di Nixon e
Reagan auspica il totale ritiro delle forze USA
dall’Europa e dall’Asia, ma senza disarmare. Il
primato Americano deve essere mantenuto in mare,
nell’aria e nello spazio; l’interventismo non viene
escluso, a patto che non sia di terra (evidente la
natura del compromesso raggiunto con Clinton in
occasione dell’aggressione contro la Jugoslavia).
Questa specie di riedizione della "dottrina
Monroe" è condivisa e radicalizzata da Ted
Carpenter, direttore del Cato Institute. Carpenter si
batte per una strategia indipendente, libera da impegni
onerosi ed obsoleti; gli "interessi vitali"
degli USA vanno rigorosamente definiti,
l’interventismo a tutto campo va rigettato; i
conflitti locali (Europa inclusa) non devono essere
considerati una minaccia ai suddetti "interessi
vitali". "Quali sono gli interessi
vitali dell’America?" si domanda Edwin Feulner,
presidente della Heritage Foundation, ed elenca cinque
punti: salvaguardare la sicurezza nazionale (territorio,
confini, spazio aereo americani); prevenire la minaccia
da parte di una potenza antagonista in Europa,
nell’Estremo Oriente e nel Golfo Persico (il
riferimento è rispettivamente a Russia, Corea del Nord,
Iran e Irak); mantenere la capacità di accesso degli
USA ai mercati esteri; proteggere gli Americani da
"terrorismo e criminalità internazionale";
preservare la possibilità di accesso alle risorse
strategiche.
Corollario della tesi di Carpenter è il giudizio
netto sulle alleanze attuali e sulla NATO –
un’eredità del passato di cui disfarsi. Il tutto in
un contesto di "pessimismo della ragione":
l’istante unipolare non durerà.
E’ ancora il Cato Institute, per voce di Barbara
Conray, a negare che nel perseguimento della leadership
politica e militare possa consistere il fondamento della
politica estera Americana. Essere il "Gendarme del
Mondo" presenta costi superiori ai benefici.
Attorno a questo assunto, un ampio ventaglio di
posizioni non crede nella possibilità che l’egemonia
USA sopravviva alla guerra fredda. Non nasceranno nuove
superpotenze, anzi le crisi regionali condurranno ad una
crescente frammentazione del potere. Gli USA devono
quindi adoprarsi per "compartimentare" questa
instabilità regionale, senza intervenirvi attivamente.
I 40 anni della guerra fredda hanno conferito eccessiva
preminenza alla politica estera, lamenta l’ex
ambasciatore all’ONU Jeane Kirkpatrick: è ora che
l’America affronti questioni di ordine inferiore.
Perché il potere oggi è essenzialmente
economico, ed è su questo terreno che si svilupperà la
vera competizione. L’opzione mondialista non avrà
come premio un mondo costituito attorno ai valori
americani. E la difficile situazione socioculturale
dell’America rende urgente un profondo rinnovamento
all’interno.
4.
Abbiamo voluto dedicare un paragrafo a parte a Samuel
Huntington. Il saggio dal titolo The Clash of
Civilizations? - con tanto di punto interrogativo -
apparve nel bimestrale Foreign Affairs nell'estate del
1993. L'approfondimento della questione - e la scomparsa
del punto interrogativo - viene tre anni dopo con il
volume The Clash of Civilizations and the New World
Order. Il nucleo dell'argomentazione, rispetto al
tema che qui ci interessa, è esposto all'inizio del
settimo capitolo:
"L'ordine instaurato all'epoca della guerra
fredda fu il prodotto del dominio delle due superpotenze
sui rispettivi blocchi e dell'influenza da essi
esercitata sul Terzo Mondo. Nel mondo emergente, il
concetto di potenza globale è ormai obsoleto, il
villaggio globale un sogno. Nessun Paese, neanche gli
Stati Uniti, vanta significativi interessi di sicurezza
su scala globale. Gli elementi costitutivi dell'ordine
internazionale in un mondo più complesso ed eterogeneo
quale quello odierno, vanno individuati all'interno
delle singole civiltà e nelle interazioni fra queste.
Il mondo sarà ordinato in base alle civiltà o non lo
sarà affatto. Al suo interno, gli stati guida delle
diverse civiltà prendono il posto delle superpotenze,
si ergono a tutori dell'ordine all'interno delle
rispettive civiltà e, tramite il negoziato con gli
altri stati guida, nei rapporti fra esse. ... Uno stato
guida può svolgere la sua funzione di tutore
dell'ordine perché gli stati membri lo considerano
culturalmente affine. ... Laddove sono presenti, gli
stati guida rappresentano l'elemento cardine del nuovo
ordine internazionale fondato sulle civiltà".
E qui il discorso ci riguarda da vicino. Qual è
infatti la "nostra" civiltà secondo
Huntington?
"Durante la guerra fredda gli Stati Uniti
erano al centro di un ampio e variegato gruppo di Paesi
accomunato dall'obiettivo di impedire l'ulteriore
espansione dell'URSS. Questo gruppo, variamente
denominato Mondo libero, Occidente o Alleati,
comprendeva molte ma non tutte le società occidentali,
Turchia, Grecia, Giappone, Corea, Filippine, Israele ...
Con la fine della guerra fredda ... l'Occidente
multiculturale della guerra fredda si riconfigura in un
nuovo raggruppamento più o meno coincidente con la
civiltà occidentale".
La violenza alla geopolitica operata da Huntington
è strumentale all'azzeramento di ogni differenza fra il
mondo anglosassone e la civiltà europea in un concetto
di civiltà occidentale che assorbe la seconda nel
primo.
Fin qui, l'esito dell'analisi è sconcertante, ma
efficace sul piano della teorizzazione del ruolo egemone
degli USA e dell'alleato britannico sull'Europa.
E' quando l'autore cerca di forzare la realtà nei
suoi schemi che emergono le incongruenze più evidenti
ma anche più interessanti.
Definiti i conflitti di faglia (fault-line
conflicts) come "conflitti fra stati limitrofi
appartenenti a gruppi di civiltà diverse che vivono in
seno ad una stessa nazione" - in opposizione ai
conflitti fra stati guida che coinvolgono gli stati
principali delle diverse civiltà - Huntington passa ad
esaminare in questa chiave i principali scontri degli
anni '80 e '90.
Vediamo il caso di maggiore interesse. Qui -
ricordiamolo, siamo nel 1996 - Huntington si riferisce
alla guerra di Bosnia, ma l'argomentazione è
perfettamente applicabile al conflitto del Kosovo.
In una guerra di faglia agirebbero attori di primo
livello (nel caso bosniaco, i contendenti serbi e
croati, oltre ai bosniaci stessi), di secondo livello (i
governi delle tre popolazioni coinvolte), e di terzo
livello, per lo più i rappresentanti delle rispettive
civiltà- - in questo caso Germania, Austria, Vaticano,
stati e gruppi cattolici europei al fianco della
Croazia, Russia, Grecia e altri Paesi e gruppi ortodossi
al fianco della Serbia, e - al fianco dei bosniaci -
diversi stati Islamici e... gli Stati Uniti d'America!
Si tratta di una "parziale eccezione",
ammette Huntington, di "un'anomalia", che
potrebbe essere spiegata come un errore
dell'amministrazione Clinton, troppo condiscendente
verso le "forti pressioni dei suoi amici nel mondo
musulmano".
Un'anomalia tanto poco anomala da ripetersi, come
un perfetto copione, nel caso dell'aggressione
angloamericana alla Jugoslavia che ha avuto come
pretesto la questione del Kosovo.
Curiosamente, questa raffinata concezione teorica
finisce per demolire gli stessi presupposti sui cui
vorrebbe fondarsi... oppure?
Oppure, ancora una volta, c'è qualcosa che non si
voleva ancora dichiarare apertamente - forse quella
concezione di "Third American empire" avente i
Balcani come territorio conteso, pubblicizzata da
Michael Lind e Jacob Heilbrunn nel gennaio 1996
(Washington Post). Allora sì, diviene comprensibile
come gli USA possano presentarsi come "attori di
terzo livello" - o come padrini mafiosi, fuor di
metafora - di uno "pseudo Islam" cui è
affidato il ruolo di cuneo, a vietare la ricomposizione
di un grande spazio europeo.
5.
Due parole a mo' di conclusione. E' tempo di
rimettere la realtà sui piedi. Come l'isolazionismo
degli USA in politica estera non è mai esistito,
riducendosi alla preferenza - nel periodo fra le due
guerre - per i metodi indiretti basati sulla coercizione
economica e sulla manipolazione diplomatica - e quindi
è una finzione l'appello ad un supposto
neo-isolazionismo - allo stesso modo l'urgenza di
contrastare un declino che si annuncia irreversibile,
sul piano politico, diplomatico, economico, militare,
svuota di ogni contenuto di "disimpegno"
l'interventismo pratico e selettivo: dietro la maschera
dell'America garante della "sicurezza
multilaterale" e degli equilibri regionali, sta
l'organizzazione sistematica della destabilizzazione
diplomatica, politica, finanziaria e militare a livello
mondiale - a partire dal "cuore del mondo",
dal continente eurasiatico.
Qui sta il significato storico della guerra di
Jugoslavia.
Ma, se in ogni menzogna si nasconde un briciolo di
verità, allora siamo debitori a Huntington di una
lezione preziosa. In un mondo nel quale saranno sempre
più le civiltà, nel loro reciproco rispettarsi,
comprendersi e coesistere, a produrre senso, di fronte
all'assenza di senso della globalizzazione, gli USA e i
loro omologhi in terra d'Albione sono davvero
un'anomalia che deve scomparire.
Loic Wacquant,
http://www.comune.bologna.it/iperbole/assminsto/Sche_2000wacquant.htm
Parola d’ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale
Milano,
Feltrinelli,
2000, p. 143
“Tolleranza zero” è lo slogan coniato dal sindaco di New York Rudolph
Giuliani per sintetizzare il suo programma politico con cui ha governato per
anni la metropoli statunitense. Lo slogan si è non solo diffuso man mano in
tutti gli Stati Uniti, trovando applicazione anche a livello federale, ma ha
anche attraversato l’Atlantico per approdare prima in Gran Bretagna, poi
nell’Europa continentale (sullo stesso tema si veda anche il volume di A. De
Giorgi, Zero
Tolleranza. Strategie e pratiche della società di controllo).
Wacquant analizza l’estendersi dello “stato penale” in
parallelo al declino dello “stato assistenziale”, leggendo la “tolleranza
zero” come la risposta autoritaria alla crescente pauperizzazione provocata
dal ridursi dell’intervento pubblico nella sfera economica. Gli stati, secondo
Wacquant, hanno rinunciato all’integrazione delle classi subalterne perché
troppo costosa, preferendo la criminalizzazione e la punizione dura dei
comportamenti “devianti” come il traffico di droga (la maggior parte dei
carcerati sono in prigione per reati inerenti allo spaccio di sostanze
stupefacenti) ma anche come il vagabondaggio o l’accattonaggio.
Wacquant ripercorre la nascita e la diffusione della
strategia della “tolleranza zero”, preparata dai think
thank
neoconservatori come l’American Entrepise Institute, il Cato Institute, la
Foundation Heritage ed il Manhattan Institute. Tra la fine degli anni settanta e
l’inizio degli anni ottanta questi prepararono i programmi politici che Reagan
e la Tatcher avrebbero fatto propri, programmi basati sul “meno stato” in
campo economico, e paradossalmente sul “più stato” per sanzionare i
comportamenti criminali. Il Manhattan Institute ebbe un ruolo chiave nel
diffondere programmi conservatori in materia di sicurezza, tramite conferenze,
convegni, agganci col mondo accademico. Il Manhattan Institute offrì trentamila
dollari a Charles Murray, “un politologo disoccupato di reputazione
mediocre” per scrivere un saggio sulla necessità di favorire le politiche
repressive e di diminuire la spesa sociale perché “individuava
nell’eccessiva generosità delle politiche di sostegno ai gruppi svantaggiati
la causa dell’incremento della povertà negli Stati Uniti. In tal modo,
infatti, si ricompensava l’inattività provocando la degenerazione morale
delle classi popolari, in particolare le unioni “illegittime”, causa ultima
di tutti i mali della società. Diretta conseguenza di tutto ciò sarebbe stata
la violenza urbana”. Questo saggio fu poi lanciato con un grande battage
pubblicitario e fu da quel momento che si articolò l’offensiva culturale
neoconservatrice in materia di sicurezza.
Già in quel saggio erano esposte le idee fondamentali della
riscossa politica e culturale neoconservatrice: il darwinismo sociale, principio
in base al quale lo stato non deve fornire aiuti pubblici per non favorire
comportamenti parassitari, il ritorno ai valori familiari tradizionali ed il
loro supposto abbandono come causa di disgregazione sociale, le norme penali per
contenere ribellioni o comportamenti devianti delle classi povere, non più
assistite dai programmi di intervento pubblico.
Wacquant riassume la rivoluzione neoconservatrice degli
ultimi venti anni nella formula “declino dello stato economico, diminuzione
dello stato sociale e glorificazione dello stato penale”. Il preteso
liberalismo neoconservatore vuole una società “libera, ossia liberale e non
interventista “in alto”, in particolare in materia fiscale e per quanto
riguarda l’uso della forza lavoro, intrusiva e intollerante “in basso”,
cioè nei confronti dei comportamenti pubblici degli appartenenti alle classi
subalterne presi nella morsa della disoccupazione e della precarietà da un
lato, del declino della protezione sociale e dei servizi pubblici
dall’altro”.
Il ruolo attuale del sistema penale ricorda quello
dell’Europa e degli Stati Uniti agli albori della rivoluzione industriale,
quando “l’imprigionamento si presentava in primo luogo come un metodo di
controllo delle popolazioni devianti e dipendenti”. L’autore si richiama
esplicitamente ad una visione
foucaultiana, nel senso di considerare le norme penali come norme di
controllo sociale dei ceti marginali. Wacquant in questa direzione si spinge
forse un po’ troppo in là, deplorando anche l’introduzione di norme più
severe nei confronti di gravi infrazioni al codice della strada; pensando alla
situazione italiana, caratterizzata da un notevole grado di inciviltà stradale,
questo esempio non è certo opportuno. Questo probabilmente dipende dall’idea
foucaultiana dell’impossibilità di definire il concetto di crimine e di
devianza, pena la trasformazione della sociologia in una sorta di “morale
laica” asservita ad interessi di potere. Ma, a parte questa accettazione in
toto del pensiero foucaultiano fino alle sue più discutibili applicazioni, il
libro è pregevole perché analizza la costruizione delle politiche di
“tolleranza zero” mettendo in rapporto la “devianza criminale” con le
forme di legittimazione del potere, applicando le più felici intuizioni
foucaultiane dell’analisi della “microfisica del potere” e del
disvelamento degli interessi (di legittimazione del potere, appunto) che stanno
dietro ai luoghi comuni della “repressione della criminalità”.
Secondo Wacquant, le normative penali e la repressione
carceraria hanno un vero e proprio carattere classista: nelle carceri della
California, per esempio, “sei “ospiti” su dieci sono neri o latinos; meno
della metà al momento dell’arresto aveva un impiego a tempo pieno, mentre i
due terzi proveniva da famiglie con reddito inferiore alla metà della soglia di
povertà”. Addirittura, negli Stati Uniti, da una ricerca risulta che la
condizione di disoccupato è addirittura più pregiudizievole di quella
razziale, riguardo alla probabilità di finire in prigione.
Il basso tasso di criminalità e di carcerazione dei paesi
che non hanno ancora completamente ceduto alla politica della “tolleranza
zero”, come i paesi scandinavi, l’Austria e la Germania, si spiegherebbe
invece con la solidità dello stato sociale di quei paesi, ancora non troppo
intaccato dalle politiche neoliberiste.
Il libro smentisce, citando numerose ricerche, tutte le tesi
dei sostenitori della “tolleranza zero”: non è mai stato rilevato alcun
nesso tra politiche repressive e diminuzione del tasso di criminalità. La
“tolleranza zero” si risolverebbe perciò non in un rimedio al problema
della criminalità, ma in una ben precisa politica di gestione dei conflitti
sociali e di legittimazione del potere.
Fabrizio Billi
Le idee hanno un peso
di Roberto Bosio
http://digilander.libero.it/giovaniemissione/appideepeso.htm
Da allora molte cose sono cambiate, perché i neo-liberali hanno compreso la lezione di Gramsci sull’egemonia culturale: se occupate la testa delle persone, i loro cuori e le loro mani li seguiranno. E così, partendo da un nucleo all’Università di Chicago, formato dal filosofo economista Friedrich von Hayek e dai suoi studenti – come Milton Friedman -, i neo-liberali hanno creato una rete internazionale di fondazioni, istituti, centri di ricerca, pubblicazioni, che ha costruito un efficiente quadro ideologico, che si è imposto in tutto il mondo. Non importa quanti milioni di dollari hanno speso, perché il risultato ottenuto è straordinario: il sistema neo-liberale è diventato la condizione naturale e normale dell’umanità, anche se provoca enormi disastri. Queste che vi presentiamo sono solo alcune armi del loro arsenale.
La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è nata nel 1919 - grazie all’opera del futuro presidente USA Herbert Hoover -, nell'università di Stanford. Ha pubblicato rapporti sulle rivoluzioni russa e cinese, e annuari sugli affari comunisti. Ha un budget annuo di circa 17 milioni di dollari, utilizzato anche per finanziare i lavori di Edward Teller – che avrebbe ispirato il personaggio del Dottor Stranamore -, e di celebri economisti liberali come George Stigler e Milton Friedman.
L'American
Enterprise Institute è stata creata nel 1943, e opera gomito a
gomito con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media.
Ha alle sue dipendenze un centinaio di persone, la metà dei quali
esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di
rapporti, contenenti analisi e raccomandazioni politiche ed
economiche. Il suo budget annuo, supera i 10 milioni di dollari, ma
è in calo - come l’influenza che esercita.
La Heritage Foundation è
la più nota, perché legata alla figura di Ronald Reagan. In
attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25
milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti.
Infine citiamo il Cato Institute, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato da William Casey – poi direttore della Cia -, che si caratterizzano per le critiche ai programmi governativi di ridistribuzione dei redditi, e raccomandano in ogni occasione il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali.
In Inghilterra, bisogna ricordare il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, e soprattutto l’Adam Smith Institute – che ha sede a Londra -: secondo Brandon Martin, esperto in materia, "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione (…) per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".
Da molti anni, centinaia di milioni di dollari sono stati spesi per divulgare l'ideologia neoliberale. Da dove vengono tutti questi soldi? Negli anni Cinquanta ha avuto un ruolo centrale il William Volker Found, salvando riviste traballanti, e finanziando numerosi libri e colloqui in varie università americane. In seguito, numerose fondazioni di ricche famiglie americane hanno contribuito alla causa: la Fondazione Ford, la Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994), che ha finanziato tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni. Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti hanno ricevuto diverse decine di milioni di dollari, mentre le sole quattro riviste progressiste americane a diffusione nazionale, hanno beneficiato negli stessi anni, di contributi per 269.000 dollari.
Grandi e antichi patrimoni industriali americani, - solo per fare qualche nome la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) - finanziano le cattedre di diritto e economia nei migliori atenei degli USA, come Harvard, Yale, Stanford, e ovviamente Chicago. Il “generoso” donatore, che offre montagne di soldi, può condizionare le nomine dei professori, e indirizzare la ricerca.
Il
denaro permette di inventarsi i dibattiti di sana pianta. Nel 1988,
Allan Bloom, direttore del centro per lo studio della teoria e della
prassi della democrazia all'università di Chicago – creato con
diverse decine di milioni di dollari dalla Olin – organizza una
conferenza. L'oratore proclama la vittoria totale dell'Occidente e
dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La
conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The
National Interest – che riceve un milione di dollari di
sovvenzioni Olin. Il direttore di questa rivista è un altro
neoliberale, Irving Bristol – che riceve altri soldi dalla Olin
come professore alla Business School della New York University. Un
altro intellettuale di destra, Samuel Huntington – che dirige
guarda caso l'istituto di studi strategici a Harvard, creato grazie
a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari -, vine chiamato a
"commentare" questo intervento nello stesso numero della
rivista. Questo “dibattito” viene infine ripreso dalle pagine
del New York Times, del Washington Post e del Time. Così il
cerchio ideologico si chiude. Se
non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle
[1] Cf. George S., Fondi e Fondazioni. Come il pensiero diventa unico, in “Le Monde diplomatique”, Edizione italiana, settembre 1996; George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “'Economic Sovereignity in a Globalising World”,
[2] Questi esempi provengono dal rapporto 1996 del British Child Poverty Action Group.
[3] George S., A short history of neo-liberalism twenty years of elite economics and emerging opportunities for structural change, Conferenza su “Economic Sovereignty in a Globalising World”, Bangkok, 24-26 marzo 1999, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/
[4] Bologna G., Italia capace di futuro, Emi, Bologna, 2000, p. 10
[5] Per quanto contenuto nel paragrafo (eccetto dove è indicato diversamente) Cf. George S., Lezione di chiusura al Corso dell’UNICEF Italia, La Sapienza, Roma, 5 maggio 1994, scaricato dal sito http://www.tni.org/george/ .