Escalation
VALENTINO PARLATO
EUROPA
ALLA DERIVA di GIUSEPPE MAMMARELLA Pagine
di Difesa di Andrea Tani
La Dichiarazione franco tedesca contro la guerra in Iraq.
La vicenda è scaturita, come noto, da una solenne quanto
inaspettata presa di posizione del Presidente francese Chirac e del
Cancelliere tedesco Schroeder sulla questione irakena che ha avuto
luogo a Parigi e a Berlino, nel quadro delle magniloquenti
celebrazioni per le Nozze di Smeraldo fra il Gallo Francese e l'Aquila
teutonica - quaranta anni dell'alleanza franco tedesca voluta da De
Gaulle e Adenauer. La dichiarazione, ripetuta e ripresa più volte,
chiarisce senza ombra di dubbio che i due Paesi hanno assunto una
posizione concorde e coordinata contro l'ipotesi di una guerra contro
l'Iraq senza una esplicita autorizzazione in tal senso da parte
dell'ONU.
O addirittura, secondo l'interpretazione tedesca tacitamente
lasciata passare dai francesi, contro l'ipotesi di una guerra tout
court, considerata "sempre un'ammissione di fallimento e la
peggiore di tutte le soluzioni, anche per abbattere un
tiranno…" e "…deve essere evitata ad ogni modo",
secondo le dichiarazioni dello stesso Chirac. La posizione sarà
ribadita nel prossimo consiglio di Sicurezza, con l'autorevolezza che
le deriva dall'essere stata formulata da un Membro permanente, attuale
Presidente dello stesso Consiglio, e da un importante membro
provvisorio, che gli succederà in tale carica nel cruciale mese di
febbraio.
In sostanza, i due Governi hanno bocciato l'attuale energica linea
del governo americano sulla questione, esprimendo la loro
indisponibilità ad approvare un attacco preventivo all'Iraq anche nel
caso gli ispettori ONU trovino evidenza di armi biologiche e chimiche
o di un programma nucleare. La posizione, che conferma la tesi
tradizionale della Germania ma rappresenta una significativa variante
delle idee francesi, è stata resa nota con troppa enfasi per essere
un incidente di percorso, e ha generato negli Stati Uniti una serie di
recriminazioni che, in termini diplomatici, hanno sfiorato quasi
l'insulto.
Le ragioni della mossa in questo preciso momento, alla vigilia
della cruciale riunione del Consiglio di sicurezza dell'ONU del 27,
possono essere svariate. Necessità strategica, esplosione di retorica
da ancien regime, necessità di dare la massima solennità al
Quarantennale, oppure, come suggerisce il principe dei columnist
americani William Safire (International Herald Tribune, 24 gennaio),
una specie di baratto fra Chirac e Shroeder.
Una copertura antiamericana ai socialdemocratici tedeschi che ne
hanno bisogno per ragioni di politica interna (il 2 febbraio avranno
luogo due importanti e imminenti elezioni interne dalle quali dipende
il futuro e la stessa sopravvivenza politica di Schroeder) in cambio
del via libera a un Presidente del Consiglio della UE scaturito
dall'alchimia politica francofona (definito dallo stesso Safire il
futuro "Zar" della Unione Europea, nettamente prevalente su
un presidente della Commissione "toothless". Una soluzione
che assicurerà a Parigi una prevalenza istituzionale nella
costituenda Unione che sembrava tramontata dopo la riunificazione
tedesca.
Un'altra ragione si potrebbe trovare in un'osservazione del tutto
casuale che Sergio Romano ha fatto durante una conferenza al CASD,
tenuta il 20 gennaio a Palazzo Salviati, a Roma. Replicando a una
domanda sul perché gli USA si comportano in un modo con l'Iraq e in
modo completamente opposto con la Corea del Nord, l'Ambasciatore ha
osservato che se l'Europa volesse veramente solidificarsi si dovrebbe
procurare un nemico che catalizzi il processo, come prima di lei
Francia, Spagna, Olanda, Stati Uniti, Francia rivoluzionaria, Italia,
Germania, Norvegia, Israele. Insomma tutti coloro che l'hanno
preceduta e che sono riusciti a unificarsi. L'osservazione è stata
fatta un giorno prima dell'annuncio franco-tedesco e due prima delle
reazioni americane. Una coincidenza piuttosto curiosa e sintomatica
del fatto che forse i tempi erano maturi perché l'evidenza si
materializzasse.
Reazioni americane e britanniche.
La reazione anglo-americana è stata immediata e ha inondato le
cronache e i commenti dei principali media. Il Presidente Bush non è
sceso direttamente in campo, anche se ha dichiarato il giorno dopo
della dichiarazione franco tedesca: "Anch'io desidero la pace, ma
è in nome della pace che abbiamo il dovere morale di tenere fede agli
impegni; per questo gli Stati Uniti e i Paesi amici della libertà
terranno fede agli impegni insieme". I suoi consiglieri hanno
aggiunto che il Presidente "respinge la facile retorica di alcuni
Paesi europei e promuove l'etica della responsabilità e del rispetto
delle regole e delle risoluzioni dell'ONU". Sono invece scesi in
campo di persona e con irruente energia i suoi principali
collaboratori. Colin Powell, una colomba normalmente vicina alle
posizioni delle Cancellerie europee, sembrerebbe essere rimasto
particolarmente ferito da quella che ha giudicato una pugnalata alle
spalle dei suoi amici transatlantici che mette in notevole difficoltà
la complessiva strategia di pressione adottata dal Governo americano
nei confronti del regime iracheno.
Il Generale ha rivestito i suoi panni marziali, messo da parte la
diplomazia e reagito in modo esplicitamente adirato. Ha parlato di
Nazioni che "girano la testa dall'altra parte (del problema
iracheno) pretendendo che esso non esista", e ha aggiunto di
dubitare che la Francia "sia seria" a proposito della sfida
irachena alle Nazioni Unite. Ha accennato anche a una sua incoerenza,
considerato l'appoggio che Parigi ha dato alla prima risoluzione delle
Nazioni Unite, quella che ha dato il via alle ispezioni. Alcuni suoi
stretti collaboratori hanno parlato di una "vanità
francese", e del fatto che Parigi utilizza il suo seggio al
Consiglio di Sicurezza per enfatizzare l'effetto della sua posizione
contro la guerra". "I francesi non riescono normalmente a
influenzare il Consiglio più di tanto - ha detto un funzionario (The
Times, 24 gennaio) - quando ci riescono sono felici del loro momento
di celebrità". Sullo stesso giornale è comparsa anche una
dichiarazione dello stesso Powell secondo la quale gli USA non
avrebbero mire sul petrolio iracheno, il convitato di pietra
dell'intera questione. E questo forse è un po' troppo, anche per una
reazione a caldo.
Lo stesso argomento è stato sviluppato con ben altri toni in una
approfondita e interessante analisi di un gruppo di noti esperti
petroliferi comparsa sul Guardian del 23 gennaio. Nell'ambiente degli
addetti ai lavori sarebbe stranoto che l'intera questione irachena ha
una sola vera ragione: tutelare il sistema di estrazione e diffusione
internazionale del greggio da un possibile crollo saudita, dato per
molto probabile in tempi brevi, che si combina con altre perturbazioni
esistenti qua e là, come ad esempio nel Venezuela di Chavez e nella
Nigeria potenzialmente scissionista.. Le armi di sterminio di Saddam
costituirebbero la fortunata circostanza che avrebbero permesso di
prendere il toro per le corna. I temi espressi nell'analisi sono
completamente differenti dalle utopistiche e forse un po' ingenue
dichiarazioni di un Segretario di Stato, il quale forse è in buona
fede essendo un ex militare, e non un ex autorevole petroliere come
molti dei suoi colleghi di governo, come - tra l'altro - risulta nei
minimi dettagli dal citato articolo del Guardian.
Il Segretario alla Difesa Rumsfeld ha parlato di una Vecchia Europa
esplicitamente intesa nel senso del rimbambimento e dell'impotenza, più
che in quello della saggezza (pateticamente enfatizzata, quest'ultima
qualità, da un Romano Prodi che forse poteva assumere una posizione
più defilata, non essendo stata chiamata in causa né la Commissione,
né tantomeno l'Unione in quanto tale), aggiungendo che per fortuna c'è
un'altra Europa, quella dell'Est, che "sta con gli Stati
Uniti" e soggiungendo arditamente che l'intero continente
"sta spostandosi verso Oriente". Intendendo che la NATO ha
assorbito nuovi membri dell'ex Patto di Varsavia e dimenticandosi che
l'Alleanza Atlantica e l'Europa non sono sinonimi, contrariamente a
quanto può sembrare sulle rive del Potomac..
Ari Flesher, il portavoce della Casa Bianca, ha detto dal canto suo
che è chiaro che la posizione franco tedesca va rispettata ma che è
altrettanto chiaro che l'assenza delle due Nazioni europee dal campo
di battaglia iracheno non muterà l'esito dell'inevitabile scontro.
Muterà, invece, l'influenza e la presenza mediorientale delle
suddette Nazioni nel dopoguerra, soprattutto quella della Francia, che
ci tiene molto. Su questo tasto ha battuto senza interruzione anche
tutta la stampa americana, non si capisce se per piaggeria verso la
propria nomenclatura politica o per omaggio agli stereotipi
francofobi.
Anche il governo britannico ha manifestato la sua irritazione per
la presa di posizione di Chirac e Schroeder, che ha avuto luogo
proprio nel momento nel quale gli alleati anglosassoni stanno cercando
di esercitare la massima pressione su Saddam Hussein. I pragmatici
politici d'Oltremanica sono particolarmente seccati con i loro
colleghi francesi, dei quali conoscono e apprezzano il realismo e la
spregiudicatezza di consapevoli servitori di una Grande Potenza. La
posizione tedesca è più comprensibile, dato il forzato anelito verso
l'utopia e il buonismo assoluto ai quali i cugini sassoni sono stati
obbligati da due disastrose sconfitte militari in un quarto di secolo,
senza contare le ragioni elettorali.
Londra non crede all'improvvisa resipiscenza moralistica di Chirac
e sospetta ragioni più prosaiche. Esse sono giudicate del tutto
legittime ma al momento interferiscono pesantemente sulla citata
stretta alla nomenklatura irachena, nella quale il Regno Unito sta
impegnando un quarto del suo esercito e la sua reputazione. Si tratta
di una sbavatura realpolitica non degna di professionisti seri come i
francesi, secondo il Foreign Office. Blair ha comunque fatto sapere
che il Governo di Sua Maestà è intenzionato ad andare avanti con la
"coalizione dei volenterosi" verso la soluzione militare,
anche se si dovesse verificare un "blocco irragionevole" di
una nuova risoluzione ONU che autorizzi esplicitamente l'uso della
forza. Cosa che il leader britannico si augura comunque, differendo in
ciò dal suo omologo statunitense. Secondo il Los Angeles Times del 24
gennaio la citata soluzione militare dovrebbe verificarsi, secondo il
governo inglese, ove si raggiunga in sede ONU una credibile evidenza
su uno dei tre seguenti punti: smoking gun, fraudolenza sistematica
dei governanti iracheni, prova inequivocabile che Baghdad sta
bloccando il processo ispettivo.
Controreazioni europee e di altri.
Su questo lato dell'Atlantico, le reazioni alle reazioni sono state
risentite e altrettanto esplicite. Una per tutti, quella del ministro
delle Finanze francese, Francis Mer, che ha dichiarato: "Vorrei
ricordare a tutti che la Vecchia Europa è piuttosto coriacea e in
grado di rimandare al mittente gli sgarbi e le offese. Al momento
buono lo dimostrerà". Il Ministro dell'Ambiente, Roselyn
Bachelot, ha lasciato trapelare la celebre espressione di Cambronne a
Waterloo, che mal si attaglia a quella che sembra profilarsi come una
vittoria francese, anche se di misura, sia nei riguardi dei rivali
tedeschi che dei competitori anglosassoni. Volker Ruhe, Presidente
della Commissione Esteri del Bundestag, ex Ministro della Difesa e
amico degli americani, ha rimproverato Rumsfeld per le sue parole,
imputandogli una scarsa saggezza. Fisher ha suggerito a sua volta
(allo stesso Rumsfeld) di "calmarsi". Il Ministro degli
esteri francese de Villepin ha messo in evidenza la incompatibilità
fra la volontà del Governo americano ad agire in modo unilaterale
contro Saddam Hussein e il desiderio del medesimo di ricevere un
sostegno dalla comunità internazionale per fronteggiare il problema
nordcoreano. E' molto difficile che il secondo obiettivo possa essere
conseguito - ha concluso i responsabile del Quay d'Orsai - se
Washington non tiene nella dovuta considerazione le perplessità dei
suoi alleati sulla questione irakena.
La questione ha riverberato anche nelle sedi NATO. Il 22 scorso in
Consiglio Atlantico si è formato un blocco ostile alle richieste
americane di supporto dell'Alleanza a USA e Turchia in caso di guerra
all'Iraq (accesso alle basi, spazi aerei, dislocazione di velivoli
AWACS e caccia). Il blocco comprendeva, oltre a Francia e Germania,
anche Belgio, Norvegia e Lussemburgo ed è riuscito a sospendere
pro-tempore il processo decisionale dell'Alleanza sulla specifica
questione provocando uno scambio di accuse e clamori non consueti
dalle parti di Evère. La cosa non ha una grande rilevanza pratica,
dato che i diritti fondamentali di sorvolo e di utilizzo delle basi
sono comunque assicurati agli americani dal Trattato del Nord
Atlantico, ma una risonanza politica di non scarso rilievo sì, nel
caso tale sospensione si prolungasse. Soprattutto perché
rappresenterebbe una decisa inversione di tendenza rispetto alla
comprensione e solidarietà mostrata dalla NATO agli Stati Uniti dopo
l'11 settembre. Adesso la situazione si è invertita e se questo
smarrimento della NATO su una questione tanto cruciale dovesse
continuare e approfondirsi le conseguenze sarebbero di estrema gravità.
Si può persino ipotizzare un virtuale superamento dell'Alleanza,
oltre che l'allontanamento di buona parte degli attuali membri europei
dalle ragioni e dalle iniziative americane nella lotta al terrorismo
internazionale.
Per quanto riguarda specificatamente la Turchia, essa è molto
combattuta sull'atteggiamento da prendere sull'imminente conflitto,
dato che ha contemporaneamente un governo islamico, il controllo delle
sorgenti del Tigri e dell'Eufrate, due alleati strategici del calibro
e della collocazione di USA e Israele (che hanno una decisiva
influenza sul Fondo Monetario e sulla Banca Mondiale dai quali dipende
il presente e l'immediato futuro del Paese) e un problema curdo alle
frontiere che rischia di deflagrare e tracimare verso l'Anatolia in
caso di un collasso iracheno. I turchi paventano un milione di
rifugiati in caso di guerra. Nella stessa settimana nella quale si
sviluppava la polemica euro-americana, Ankara ha coordinato un gruppo
regionale dei Paesi confinanti con l'Iraq (Egitto, Giordania, Arabia
Saudita, Siria) che ha discusso il modo di evitare un conflitto deciso
da altri che non farebbe gli interessi di nessuno di essi. Risultato:
parole vuote che nascondono soprattutto una grande preoccupazione: che
un crollo dell'Iraq, ma ancora di più l'auspicata democratizzazione
postbellica promessa (o minacciata) dagli americani senza molta
considerazione che le specificità locali destabilizzino completamente
la regione facendo il gioco del fondamentalismo militante. Per
contrastare il quale dovrebbe essere scatenata questa nuova Tempesta
nel Deserto, almeno così è stato detto da qualcuno.
Anche la Russia sta partecipando al dibattito, seppure con un
profilo più basso. I suoi dirigenti sostengono la posizione
franco-tedesca anche se non ne accentuano le valenze antiamericane.
Putin ne ha parlato esplicitamente con Schroeder. Non vede nessuna
ragione per iniziare operazioni militari contro l'Iraq in questo
momento, augurandosi una soluzione politica del problema. Ivanov, il
Ministro degli Esteri di Putin, ha aggiunto: "Ci auguriamo che
nessun Paese intraprenderà azioni individuali fuori dal contesto
decisionale delle Nazioni Unite". Tutto sommato la Dottrina
Primakov potrebbe avere acquisito due altri adepti, oltre ai tre soci
fondatori, Cina , Russia e India (quest'ultima ormai è passata al
"nemico"). E Primakov era un illustre russo.
La Cina ha discretamente sposato le posizioni franco tedesche nel
Consiglio di Sicurezza ed è presumibile che le sostenga senza portare
all'esasperazione il gigante americano, della cui buona disposizione
ha bisogno. Tutto sommato da punto di vista dei futuri rifornimenti
energetici è con questi che ha le maggiori affinità: Cina e Stati
Uniti saranno i principali utenti mondiali del petrolio mediorientale
prossimo venturo insieme al Giappone e condividono lo stesso tipo di
preoccupazioni relative alla possibilità alquanto verosimile - a
detta dei ben informati - di un'implosione saudita che porterebbe ad
un'apnea petrolifera su scala planetaria. Tutta la vicenda irakena
sarebbe fortemente condizionata da questa prospettiva, che non può
essere utilizzata per giustificare Desert Storm II presso le masse
geopoliticamente incolte, ma sembra sia alla base di tutte le
questioni che stiamo esaminando. Inoltre, la Dottrina preventiva di
Bush e la sua pratica applicazione fra il Tigri e l'Eufrate potrebbe
trovare qualche imitazione altrove, ad esempio nel Mar della Cina, nei
confronti di Taiwan o di qualche concorrente al petrolio delle
Spratleys. Paragrafando Amitav Acharya, che ne ha scritto sull'International
Herald Tribune del 23 gennaio, la Cina è ancora "una seguace di
Hobbes", come gli Stati Uniti; non è ancora Kantiana come
l'Europa, ed è difficile che lo diventi nel corso di questo secolo.
Infine, più gli americani rimangono impegolati in qualche lontano
teatro operativo eccentrico rispetto all'Impero di Mezzo, più la Cina
può proseguire indisturbata nelle sue modernizzazione a accorciare la
distanza con il pivot, mettendosi al riparo dai suoi scatti di umore.
Queste sono le ragioni per le quali non è presumibile che i dirigenti
di Pechino si straccino le vesti né per il dittatore di Baghdad né
per i grandi principi del multilateralismo che essi condividono solo
quando sono in accordo con i loro interessi. D'altra parte
l'egemonismo americano di oggi è talmente straripante che non può
essere assecondato da chi non ne condivide gli oneri e soprattutto gli
onori. E certamente la Cina non è fra questi. Si spiega così quello
che alle nostre latitudini verrebbe definito il suo cerchiobottismo.
Discorso diverso per il Giappone, che comunque non fa parte del
Consiglio di Sicurezza e cerca di rimanere defilato il più possibile
da tutte le questioni che mettono in evidenza la sua minorità
strategica. Non c'è dubbio che un Paese che non riesce a riconoscere
la guerra neanche come sostantivo non possa che condividere, dal punto
di vista filosofico, le utopie franco-tedesche. D'altra parte la
politica è solo parzialmente filosofia e quasi per niente utopia, e
quindi Tokio deve fare i conti con la realtà e con le esigenze del
suo alleato americano, che vicaria le sue Forze Armate in termini di
difesa in profondità e sicurezza preventiva dell'ex Impero, oltre a
fornire la copertura strategica della quale il Giappone ha bisogno, in
un'Asia nella quale è ormai la sola grande potenza non nucleare. Il
Generale Mayer, Chairman of the Joint Chiefs of Staff del Pentagono,
è anche il virtuale Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate del
Tenno e quindi i sudditi nipponici lo stanno a sentire con attenzione
prendendo appunti.
Reazioni interne negli Stati Uniti
Oltre alle reazioni dei Governi si sono avuti molti commenti non
ufficiali presso le sedi e gli ambienti più disparati, come accade
sempre per questioni di questa importanza, e anche per altro. Alcuni
di essi meritano una menzione speciale per la loro autorevolezza e
anche per l'influenza che possono avere sui decisori, in prospettiva.
Provengono dalla coscienza critica americana di questa politica, che
comprende i tradizionali avversari dell'Amministrazione in carica -
nonché dei sostenitori della linea scelta dall'America del dopo 11
settembre - oltre a frange dell'idealismo più utopico dell'American
Dream e della sinistra extraparlamentare.
Molti senatori democratici hanno preso posizione contro la
determinazione dell'Amministrazione a perseguire a tutti i costi la
guerra, invitando il Presidente Bush a dare maggior tempo agli
ispettori. L'acritico patriottismo bipartsan del dopo 11 settembre sta
svanendo. Strobe Talbott, già Sottosegretario di Stato con
l'Amministrazione Clinton e oggi influente presidente della Brooking
Institution, ha criticato con molta energia e un'indubitabile
eloquenza (International Herald Tribune, 24 gennaio) la politica della
Amministrazione. Questa avrebbe raggiunto il suo Rubicone - secondo
Talbott - e dovrebbe essere consapevole che saranno le conseguenze
della sua decisione di andare alla guerra, non le motivazioni che ne
stanno alla base, che determineranno il modo con il quale la sua
politica - il suo gamble, come ironizza lo stesso Talbott - sarà
giudicata (dalla Storia ma anche dall'elettorato delle prossime
elezioni presidenziali del 2004, si intuisce). Tali conseguenze
potrebbero essere devastanti, soprattutto in Asia meridionale,
qualunque sia l'esito del conflitto.
Il Presidente Pakistano Musharraf, in particolare, potrebbe essere
spazzato via dalla piazza fondamentalista aizzata dalle passioni
antiamericane scatenate dall'ennesima umiliazione dei
"crociati" contro l'Islam. Sarebbe ipotizzabile a quel punto
una pressoché certa reazione indiana dalle connotazioni
"preventive", (secondo la dottrine imperanti presso
l'alleato-maestro statunitense), e naturalmente nucleari. Analoghe
jatture sono prevedibili per l'Indonesia e le Filippine.
Anche l'ipotesi migliore (un conflitto in Iraq vittorioso e rapido
quanto si vuole) comporterebbe un dopo guerra confuso, protratto e
estremamente oneroso, impegnando un'armata di occupazione per chissà
quanti anni e uno sforzo di ricostruzione materiale e amministrativa
su una scala mai vista nei tempi recenti. E anche se gli Stati Uniti
dovessero avere successo in questa difficile impresa, si
ritroverebbero con molto orgoglio e pochissimi amici e un'eccessiva
propensione a cercarsi altri guai e altri nemici. E' anche vero che
niente ha più successo del successo, e che quello che diceva
Longanesi per gli italiani, che "corrono in soccorso del
vincitore", è estendibile a tutti i cortigiani di questo
volubile pianeta.
A queste posizioni delle élite corrisponde un analogo sentire
dell'opinione pubblica americana. Secondo un sondaggio del Post/ABC il
58% degli statunitensi vorrebbero vedere una maggiore evidenza nelle
menzogne o nelle armi degli iracheni prima di andare alla guerra. E
l'81% vorrebbe comunque farlo nel quadro di una chiara ed esplicita
risoluzione ONU. Questi sondaggi sono forse l'arma segreta di Chirac e
di Schroeder e la ragione della reazione così stizzita dei governanti
di Washington.
E' vero che Bush non è stato eletto per farsi condizionare dai
sondaggi, ma è altresì vero che sarebbe stupido ("foolish"
come recita il citato Christian Science Monitor del 23 gennaio)
lanciarsi in una guerra in presenza di un calo così evidente di
consensi. Senza contare che l'elezione discussa e di misura di tre
anni fa dovrebbe consigliare maggiore cautela e minore arroganza. A
meno che l'arroganza non sia segno di debolezza, e questa potrebbe
essere un'altra intuizione dei "vecchi europei" delle due
rive del Reno. Per rimanere in controllo della situazione Bush
dovrebbe quindi riuscire a mantenere credibile la minaccia (il bluff)
nei confronti degli iracheni e nel contempo persuadere gli americani
della immanenza e veridicità del pericolo della dittatura Saddamita.
Sul fronte opposto dei critici, Condoleza Rice ha scritto un
appassionato articolo su Herald Tribune del 24 gennaio con un titolo
che riassume gli argomenti esposti: "We know Baghdad is lying".
Sarebbe il caso che "all know", tutti sapessero che
"Baghdad is lying" e che fossero fornite prove convincenti.
In fondo, gran parte del problema è qui, come ha lasciato capire
Berlusconi nell'indiscrezione di Palazzo Chigi sui suoi argomenti
telefonici con Bush. Se anche Germania e Francia approfittassero
dell'ambiguità della situazione per dare una spallata all'egemonia
dell'Impero americano, per loro ambizione o per sviluppare l'Europa,
questo sarebbe nel loro diritto geopolitico: l'unico modo per svelare
il loro eventuale bluff è quello della trasparenza di una grande
democrazia sicura di sé e dei suoi argomenti.
Non sarà qualche rivelazione sulle prestazioni dei mezzi della DIA
o della CIA o su qualche fonte della cerchia di Saddam a mettere in
crisi l'intelligence americana. Mentre il sospetto che gli americani
stiano perseguendo un loro scopo nazionale alle spalle della comunità
internazionale, gonfiando a dismisura un modesto pericolo - tale
almeno a paragone delle altri catastrofi incombenti che minacciano il
Pianeta - e deliberatamente ingannandola anche in vista di un (loro)
nobile scopo superiore, questo sì potrebbe mettere in crisi il
modello americano di correttezza e lealtà istituzionale che
nonostante tutto è ancora una delle maggiori patrimoni di seduzione
della Repubblica Stellata. Il suo maggior Soft Power, per dirla con
Joseph Nye. Il quale ha anche aggiunto: "Noi siamo la sola
Superpotenza, ma non fino al punto da poter fare tutto da soli ".
Se gli Usa dovessero intraprendere un'iniziativa unilaterale, con i
pochi fedelissimi che li seguiranno (fra i quali non ci sarebbe il
Canada, che ha sorprendentemente sposato giovedì scorso, il 23
gennaio, le tesi franco-tedesche, con una inequivocabile dichiarazione
del Ministro degli Esteri Graham alla CBS Newsworld, mentre ci sarà
l'Australia) non è chiaro quali saranno i costi materiali e
diplomatici di qualsiasi risultato dovessero essere conseguito e
soprattutto la solidità politica della più che certa vittoria
militare sul campo. E non è chiaro quanto l'unilateralismo americano
influirà sulla disponibilità della comunità internazionale a
sostenere le priorità geopolitiche degli USA, in primis la lotta al
terrorismo.
Prospettive.
Vediamo di riassumere le prospettive dell'immediato futuro. Oggi
viene presentato il rapporto degli ispettori al Consiglio di Sicurezza
e domani si avvierà la discussione sul "che fare". Quello
che è successo nei giorni scorsi non ha precedenti. La Francia e la
Germana hanno concordato di mettere a fattor comune la loro politica
estera, coordinandola strettamente e amalgamandola progressivamente.
Il primo banco di prova di questa strategia è stato la decisione di
mettersi di traverso rispetto alla locomotiva americana lanciata in
piena corsa verso un obiettivo cruciale e di rimanerci fino alla sua
frenata, o finché la stessa locomotiva non sia rientrata nei binari
dai quali sta deragliando, secondo il punto di vista franco-tedesco.
Si tratta di una sfida ai governi e alle opinioni pubbliche di
tutte le parti in causa, oltre che al mondo, ed è in gioco la
credibilità di antiche, nobili e orgogliose Nazioni. Non è del tutto
verosimile che un impegno così pregnante, preso in una circostanza
così solenni, si squagli al primo canto delle sirene anglosassoni che
promettano un ottimo posto al sole (naturalmente dopo che la famiglia
principale si sarà accomodata) alla vanagloria gollista. Tutto è
possibile, ma potrebbe essere la credibilità della corsa di
Washington e Londra a soffrire maggiormente.
D'altra parte l'Amministrazione americana, per superare la crisi in
corso nello schieramento che dovrebbe appoggiarla, punta molto sulle
tradizionali divisioni dei Paesi europei e sulle velleità da grande
potenza mondiale della Francia. Questa ha bisogno del consenso
angloamericano al suo citato posto al sole più di quanto gli
angloamericani abbiano bisogno del via libera francese per l'Iraq.
Sulla Germania e le vulnerabilità dell'attuale Governo si è già
detto. Gli altri staranno sostanzialmente a guardare, anche se con
educata contrarietà, preparandosi ad accodarsi al carro del
vincitore.
E' possibile che in seguito all'esito di questa crisi il sistema di
relazioni internazionali in vigore dalla fine della Seconda guerra
Mondiale, basato sulla gestione della forza da parte della legge,
mutuata da quanto succede nella società civile, venga superato da
nuove regole che devono essere ancora formalizzate, derivate
probabilmente da qualcosa di analogo alla Dottrina della Sicurezza
Nazionale degli Stati Uniti applicata su scala globale. Una vittoria
rapida e decisiva contro l'Iraq spianerebbe la strada a questo
processo che vedrebbe una nuova Pax Americana (o Texana) imposta con
la forza delle armi in virtù di una superiorità etica innata nella
civiltà occidentale, che si coniuga con una incolmabile supremazia
tecnologica, e trova la sua più completa applicazione nel Nuovo
Mondo, Emisfero Boreale.
D'altra parte la Francia e la Germania hanno espresso educatamente
le motivazioni etiche che stanno alla base della loro posizione, che
poi coincidono con quelle di un movimento di resistenza globale in
solidificazione contro l'egemonia statunitense. Non si tratta di voci
isolate e sparpagliate. Quasi tutti gli antichi alleati, coreani,
giapponesi, ASEAN, latino-americani, europei continentali - non
menzionando gli ex nemici russi e cinesi e la galassia islamica -
condividono una crescente estraneità ai valori che l'America di oggi
esprime. E anche la comunità transnazionale degli affari e del
commercio, che rappresenta da sempre uno dei punti di forza della
leadership americana, comincia a innervosirsi, come si è visto a
Davos, per certi comportamenti americani - protezionismo commerciale e
indifferenza per i problemi globali del pianeta che non li riguardano
direttamente - e per questa recessione alimentata dai venti di una
guerra che non viene mai.
La tentazione di distinguersi dal clan di petrolieri al potere a
Washington deve essere molto forte. Se tutto ciò sia causato dalla
grossolanità texana di questi ultimi, dalle difficoltà di
comunicazione dell'America del post 11 settembre o perché
effettivamente quello che esprime non viene più accettato, non ha
molta importanza. Forse la vera ragione è che i sudditi (come gli
alleati si sentono, a torto o a ragione) hanno acquistato
consapevolezza della loro condizione e il "soft Power"
americano, il fascino della modernità realizzata nel Nuovo Mondo, non
basta più a compensare le crescenti durezze che l'egemonia stellata
impone a se stessa ma anche agli altri, nonché le sue insensibilità
ai guai altrui.
La risposta degli Stati Uniti a queste estraneità potrebbe essere
di venire incontro allo smarrimento dei suoi antichi e fedeli clienti
oppure di scegliere la linea dura, ricondurre i riottosi all'ordine e
imporre alla Francia e alla Germania di sostenerli nella guerra contro
l'Iraq, facendo balenare, in alternativa, una crisi dell'ONU che si
rivelerebbe esiziale per la fragile e stentata organizzazione
newyorkese, che tutto sommato protegge più gli interessi dei Paesi
non egemonici che quelli degli Stati Uniti. Senza contare le
ritorsioni commerciali e finanziarie, nei confronti delle quali, però,
sia i tedeschi che i francesi sono abbastanza difesi.
Nella settimana che è iniziata, l'Amministrazione Bush sta
preparandosi a sciogliere questi e altri nodi. Il primo passo è un
cruciale confronto con i quattordici membri del Consiglio di
Sicurezza. Le asperità che si sono evidenziate la settimana che si è
chiusa potrebbero anche spiegarsi come una lotta per la cattura delle
posizioni dominanti dalle quali condurre il suddetto confronto, come
è successo in misura più ridotta prima della 1441. L'argomento
fondamentale degli americani potrebbe consistere nell'evidenziare il
pericolo già citato. Un fallimento nel gestire la questione irakena
rischierebbe di distruggere definitivamente l'autorità delle Nazioni
Unite, spingendo gli Stati Uniti verso quell'unilateralismo da
Iperpotenza solitaria che paventano soprattutto i loro critici.
D'altra parte non è detto che il rapporto degli ispettori porti
acqua al mulino americano. Al Baradei, forse non appropriatamente un
arabo, data la circostanza, ha dichiarato ieri che la sua Agenzia non
ha alcuna prova in mano che inchiodi Saddam alle sue responsabilità
nucleari. Oltre alla credibilità dei carolingi europei e delle
Nazioni Unite è quindi in gioco anche la credibilità della attuale
Amministrazione. Con il rafforzamento del dispositivo militare nel
Golfo non preceduto dalla raccolta di prove inoppugnabili sulle armi
irakene, essa potrebbe aver lanciato, secondo il Christian Science
Monitor del 23 gennaio, un gigantesco, incauto e costoso bluff diretto
a Saddam ma che viene chiamato, nel momento più cruciale e delicato
del gioco, proprio dai più stretti alleati.
Il Segretario Powell ha comunque confermato che il processo di
negoziazione all'interno del Consiglio di Sicurezza non si è affatto
esaurito, ma è appena cominciato: "Questo è l'inizio, non la
fine del dibattito". Durante una conferenza stampa congiunta
seguita al loro incontro del 23 scorso, lo stesso Powell e il collega
britannico Straw hanno lasciato intendere che ci potrebbe essere una
seconda risoluzione dopo il 27 purché vengano salvaguardati tre punti
principali: credibilità del Consiglio e delle sue decisioni,
identificazione delle violazioni irachene rispetto alla risoluzione
1441, riconoscimento delle suddette violazioni da parte del Consiglio
nella sua collegialità. Solo allora gli Stati Uniti comunicheranno le
notizie certe sulle violazioni irachene in loro esclusivo possesso,
nonché le modalità e i dettagli delle operazioni che intendono
sviluppare per dare concretezza alle serie conseguenze per l'Iraq
delle quali parla già la 1441. Esternamente o sempre più
auspicabilmente nel contesto di una nuova risoluzione o di un seguito
della suddetta 1441.
Secondo il Los Angeles Times del 24 gennaio ancora Powell, e
Rumsfeld, avrebbero dichiarato a porte chiuse, in una audizione al
Foreign Relation Committee del Senato di questa settimana, che
l'Amministrazione sarebbe disponibile a "far lavorare gli
ispettori dell'ONU un po' più a lungo". Un mese o poco più ,
secondo indiscrezioni del Congresso e degli inglesi. In cambio di
queste concessioni probabili, la delegazione americana al Consiglio di
Sicurezza potrebbe cercare di conseguire un risultato minimo, quello
del riconoscimento da parte di tutti i membri, compresi i critici
francesi, tedeschi e russi, che l'Irak non ha ottemperato alla
risoluzione riguardante le sue armi di distruzioni di massa.
Parzialmente o totalmente, è relativamente secondario. In tal modo si
eviterebbe di allentare la pressione sul Rais e di fornire erronee e
fuorvianti segnali sulla determinazione della comunità internazionale
ad avere ragione delle sue armi di sterminio. Comunque vada la
polemica euro-americana, questa determinazione è ormai un fatto
acquisito dal quale nessuno si sogna di tornare indietro.
In conclusione. E' ormai pressoché certo - lo ha ripetuto ieri
Powell a Davos - che gli USA andranno in guerra, con o senza ONU. A
meno di un crollo iracheno, nel qual caso avanzeranno lo stesso su
Baghdad, pur senza combattere. Dovranno riempire un vuoto di potere
senza il quale si scatenerebbero faide terribili contro gli scherani
di Saddam. I tempi dell'attesa, secondo il Guardian del 24 gennaio, si
misurano ormai in settimane, non più mesi: "mesi è una parola
bandita dagli americani - ha dichiarato un diplomatico europeo -
almeno a proposito della guerra".
Secondo le previsioni più accreditate questa durerà poco, meno di
una trentina di giorni, e servirà anche a provare le nuove tecniche
di guerra cibernetica anticipate in Afghanistan. Con in più qualche
primizia inedita, come la "E-bomb" che dovrebbe
neutralizzare tutta l'elettronica e l'elettrotecnica del nemico nel
raggio di chilometri, generando un impulso elettromagnetico che una
volta era generato dalle sole armi nucleari e costituiva una delle
loro più verosimili applicazioni militari. La sola sperimentazione di
quest'arma - se sono autentiche le indiscrezioni che circolano -
potrebbe giustificare una campagna veloce e relativamente incruenta,
almeno agli occhi del Pentagono.
A parte queste sperimentazioni, i motivi veri sono quelli già
sottolineati. Anche se non quelli che sembrano o vengono dichiarati
ufficialmente, si tratta comunque di argomenti seri e credibili. Fosse
pure il petrolio che rischia di scarseggiare drammaticamente proprio
quando enormi conglomerati sociali si affacciano alla modernità - si
pensi solo alla Cina e all'India - non è un'inezia. Tutto il sistema
di vita dell'Occidente e del mondo ne sarebbe sconvolto. Il progresso
dei non abbienti che tanto sta a cuore degli anti-americani di Porto
Alegre si bloccherebbe indefinitamente.
Tedeschi e francesi, russi e cinesi lo sanno benissimo. Quello che
pretendono, è che gli Stati Uniti agiscano per fare la cosa giusta
nel modo giusto. Su mandato della comunità internazionale e in suo
nome, non in virtù di un diritto divino che li ha nominati
contemporaneamente carabinieri, investigatori, giudici e guardie
carcerarie. Lasciando anche gli spazi del caso agli interessi e alle
visibilità di chi ha legittime aspirazioni e storia per sostenerle.
Non sembra una pretesa irragionevole. Se non dovessero accoglierla -
cosa che sembra assai improbabile, al di là di come e quanto i vari
attori perderanno o manterranno la rispettiva faccia - gli Stati Uniti
potrebbero finire per vincere la guerra in Iraq ma perdere, in tempi
non così lunghi come si può credere, quella egemonia mondiale alla
quale sono così comprensibilmente affezionati.
di
Bruno Colson
La strategia nazionale di sicurezza
La national security strategy è dunque chiamata anche grand strategy.
Il Department of Defense Dictionary of Military Terms la definisce come
«l’arte e la scienza di sviluppare, di mettere in opera e di
coordinare gli strumenti della potenza nazionale (diplomatici,
economici, militari e dell’informazione) per raggiungere degli
obiettivi che contribuiscono alla sicurezza nazionale»2. La
“strategia nazionale di sicurezza” indica gli obiettivi generali e
la “spinta” (thrust) degli Stati Uniti, piuttosto che una lista
esaustiva delle loro politiche e dei loro interessi3. «Essa riflette
decisioni politiche del più alto livello coprendo tutte le attività
dello Stato. Gestisce, coordina e, se è necessario, crea strumenti
appropriati per attuare la politica dello Stato, drenando tutti gli
elementi della potenza nazionale, includendo la pressione diplomatica,
la forza militare, le risorse industriali, la posizione commerciale, la
base tecnologica, i dati dell’informazione, l’attrattiva ideologica
e la coesione politica. Mentre la strategia militare si occupa in primo
luogo dell’utilizzazione della potenza militare, la grande strategia
guida l’impiego di tutta la gamma degli strumenti della politica in
pace come in guerra. La “grande strategia” fa dunque riferimento
allo sviluppo e all’applicazione coordinata degli strumenti politici,
economici e militari della potenza per difendere gli interessi e gli
obiettivi nazionali in tutte le circostanze.»4 L’Europa e la Nato
Nella visione globale degli Stati Uniti, l’Europa, alla quale è
associata l’Eurasia, è fatta oggetto di un “approccio regionale
integrato”, prima ma allo stesso titolo di altre quattro regioni del
mondo: l’Asia orientale-Pacifico, l’emisfero occidentale, il Medio
oriente/Asia del sud e del sud-ovest, l’Africa. Un Keynesismo militare?
Per Melvyn P. Leffler, Christopher Layne e Benjamin Schwarz, il
rapporto NSC-68 del National Security Council aiuta sempre a capire la
grande strategia degli Stati Uniti all’alba del XXI secolo,
soprattutto in ciò che concerne l’Europa37. Questo rapporto ha
definito tutto il comportamento degli Stati Uniti durante la Guerra
fredda. È accessibile dal 1975. Redatto principalmente da Paul Nitze,
rifletteva le idee del segretario di Stato Dean Acheson38. Vi si
affermava che la politica americana di sviluppo di “una comunità
internazionale sana” sarebbe proseguita «anche se non c’era la
minaccia sovietica»39. Una comunità internazionale sana significava la
restaurazione di un’economia mondiale aperta in cui i beni e i
capitali potessero circolare al di sopra delle frontiere nazionali, per
rispondere alle forze del mercato. I redattori del NSC-68, nel 1950,
collegavano tuttavia l’ordine economico internazionale alla rivalità
con l’Unione sovietica. Per prima cosa le nazioni che fossero dovute
cadere sotto l’influenza sovietica non avrebbero certamente
contribuito ad edificare quest’ordine economico internazionale. In
secondo luogo l’insuccesso della sistemazione di quest’ultimo
avrebbe potuto portare al potere in Europa dei regimi di sinistra che
avrebbero guardato all’Unione sovietica con maggior simpatia. Una
politica di riarmo presentava il vantaggio di rispondere alle due sfide.
A breve termine, i redattori del NSC-68 alimentavano la confusione tra
le motivazioni politico-militari e le motivazioni economiche, alfine di
ottenere il sì del Congresso. Essi tenevano però a ricordare la
distinzione «per degli obiettivi strategici a lungo termine»40. Critiche e alternative
Per Christopher Layne la strategia di preponderanza è forse
sostenibile fino al 2010 circa, ma non potrà essere mantenuta oltre
questo termine45. La necessità di fare affidamento su una
“dissuasione estesa” per mantenere le condizioni di interdipendenza
conduce inesorabilmente alla “sovraestensione strategica”. È un
circolo vizioso: l’incertezza porta all’estensione, che a sua volta
produce nuove incertezze e un’estensione supplementare46. Questa
logica può portare gli Stati Uniti a intervenire non importa dove. La
tendenza ad esagerare le minacce è strettamente legata alla strategia
della preponderanza e alla preoccupazione di mantenere la “credibilità”
americana47. Anche se la dissuasione estesa ha “funzionato” in
Europa durante la guerra fredda, niente assicura che “funzionerà”
altrettanto bene all’inizio del XXI secolo. Conclusione
Gli Stati Uniti sono di fronte a un dilemma. La strategia della
preponderanza, rassicurante a prima vista perché praticata dal 1950, li
spinge a proteggere gli interessi di tutte, di fatto, le grandi potenze
affinché non acquisiscano le capacità di proteggersi da sole, vale a
dire affinché non agiscano come grandi potenze, perché questo
ostacolerebbe l’egemonia americana, cruciale per la stabilità del
mondo55. Il commentatore Walter Russell Mead si è fatto il portavoce di
questo grande dilemma della politica di sicurezza. Perché ha spesso
raccomandato una riduzione degli impegni americani all’estero e una
relazione più cooperativa che dominatrice con gli alleati. Ciò non gli
impedisce, però, di essere spaventato dalle conseguenze che avrebbe per
gli Stati Uniti un abbandono della loro leadership. A suo parere, gli
Stati Uniti non possono nemmeno permettere ai loro “partner” di
assumere la responsabilità primaria per le questioni di instabilità
che colpiscono, tuttavia, in primo luogo questi partner. Egli afferma
che un’Europa chiusa economicamente sarebbe «una pistola puntata al
cuore dell’America»: «In uno sforzo ben intenzionato per
stabilizzare l’Europa orientale, l’Europa occidentale, guidata dalla
Germania, potrebbe dar vita a qualcosa di simile al sistema continentale
previsto da Napoleone. L’Europa dell’est e l’Africa del nord
fornirebbero le materie prime, alcuni prodotti agricoli e una manodopera
industriale a buon mercato. L’Europa dell’ovest fornirebbe il
capitale e ospiterebbe le industrie di punta e ad alto valore aggiunto
[…]. Una simile Europa investirebbe inevitabilmente la maggior parte
del suo capitale nel proprio “cortile di casa” e chiuderebbe i
propri mercati ai suoi competitori del resto del mondo. Produrrebbe i
suoi magnetoscopi in Polonia piuttosto che in Cina; comprerebbe il suo
grano in Ucraina piuttosto che nei Dakota.»56 Traduzione a cura di Francesca Bucci Margheri
1 Edward N. Luttwak, Why we need Incoherent Foreign Policy?, The
Washington Quaterly, inverno 1998, pp. 21-31. Una profezia americana
Il filo sottile
fra conflitto e convivenza
di
Gianni Riotta,
Corriere della Sera 24.10.2002
_____________________________ NOTA A MARGINE Del futuro del dopoguerra per l'Iraq potrebbe non fare parte il GSM. Un
deputato americano, Darrell Issa, ha infatti presentato una richiesta formale al
Dipartimento della Difesa USA affinché dopo la guerra si imponga la creazione
di un network basato sul CDMA. Questa richiesta da parte di Issa è motivata dal
fatto che il GSM è uno standard creato in Europa e i cui maggiori produttori di
infrastrutture e terminali sono europei, anche francesi e tedeschi. Per questo
motivo non sembra giusto ad Issa che chi adesso si batte contro la guerra in
futuro debba ottenere dei benefici dalla sua soluzione. (Fonte : telefonino.net).
Tutti gli osservatori, anche americani, affermano che mai una guerra era stata
tanto a lungo studiata e progettata come questa, appunto, preventiva. Alle
spalle di questa guerra c'è almeno una decina d'anni di preparazione. Il
risultato è inequivocabilmente disastroso: isolamento sul piano internazionale,
mobilitazione della più grande opposizione pacifista della storia,
destabilizzazione degli stati arabi moderati e poi sul fronte il totale
fallimento della guerra lampo annunciata, delle bombe intelligenti e di tutto il
resto. Ci vogliono altre truppe (anche dei paracadutisti di Vicenza), ci
vogliono altri aerei e, a questo punto, come per altro annunciano i macelli
quotidiani, bombardamenti sempre più massicci e indiscriminati e bombe sempre
più grosse e meno intelligenti. Le informazioni dicono che al Pentagono c'è
rissa: uno se ne è dovuto andare per conflitto di interessi, ma anche altri
hanno mani in affari petroliferi e bellici.
Grande è il disordine nel cervello dell'impero e la situazione non è affatto
eccellente, anzi massimamente pericolosa: i massacri di questi giorni lo
confermano e ci sono molte ragioni per temere che annuncino il peggio. Sui
giornali è riemersa la parola «escalation».
Da Il Messaggero on line
Martedì
11 Febbraio 2003
CHE Saddam Hussein esca di scena scegliendo l’esilio, come è nelle speranze
di molti, o che venga spazzato via "manu militari", come è nelle
intenzioni di Washington, potrà vantarsi di aver messo in discussione mezzo
secolo di politica europea e di aver creato un trauma che sarà difficile sanare
all’interno del cosiddetto mondo occidentale. In realtà la crisi che sta
investendo le grandi istituzioni su cui quel mondo si è costruito nel secondo
dopoguerra ha origini lontane e la questione irachena ha solo contribuito a
farla esplodere. Charles Kupchan, il politologo americano che con sofisticate
argomentazioni in un saggio apparso di recente ha indicato nell’Unione europea
il vero e più pericoloso concorrente degli Stati Uniti, avrà motivo di
ricredersi davanti alla situazione che si sta creando in questi giorni. Nessuno
si illudeva sull’esistenza di una politica estera europea, ma fino ad ora, pur
con qualche funambolismo, si era sempre riusciti a nascondere le crepe più
evidenti ed a recuperare un minimo di concordanza, se non di unità. Ma questa
volta la rottura è clamorosa, attraversa tutto il corpo dell’Unione
dividendolo nettamente e quel piano franco-tedesco, fantomatico e comunque
tardivo che avrebbe voluto essere la voce indipendente dell’Europa, ha
contribuito a rendere più evidente la spaccatura e ad approfondirla. La
mancanza di una politica estera europea che stiamo rincorrendo invano da quella
conferenza dell’Aja che nel 1969 chiuse il decennio gollista e sembrò aprire
una nuova fase, nasce primariamente dalla debolezza delle soluzioni
istituzionali, ma soprattutto dall’incapacità di fare chiarezza su due
fondamentali questioni: quella delle sovranità statuali nel rapporto con
l’Unione e l’altra delle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti. Chi si
è accorto in questi giorni, in cui i ritmi del dibattito si stavano facendo
sempre più serrati, dell’esistenza di quel mister Pesc al quale il trattato
di Maastricht ha affidato il compito di esprimere una politica estera e di
sicurezza comune? E come si poteva pensare che un solo personaggio, per quanto
prestigioso ma privo di ogni strumento di azione concreta, potesse farsi carico
di elaborare una politica estera che fosse accettabile a tutti i quindici
governi dell’Unione riassumendone e accordandone interessi e posizioni?
La sovranità dei governi è l’altro ostacolo, il più arduo, che da sempre si
è opposto a tutti i tentativi di dar vita ad una politica estera europea. E’
il vizio di origine di tutta la storia comunitaria e va detto che non ci potrà
essere una politica estera europea fino a quando i governi nazionali non
riconosceranno che l’interesse, non quello contingente ma quello storico, dei
rispettivi Paesi richiede una politica comune nei confronti del mondo esterno,
così come è successo per il settore economico-commerciale e per tutti quei
settori ai quali vanno estendendosi le politiche comunitarie. E
all’istituzione cui verrà affidata la funzione di rappresentanza esterna
dell’Unione dovranno essere dati gli strumenti necessari ad esercitarla con
pienezza di dignità e di poteri, cioè una diplomazia e una forza armata. Fino
ad allora ogni tentativo di dar vita ad una politica comune rimarrà illusorio e
contribuirà al logoramento dell’idea e delle istituzioni comunitarie. Infine
il rapporto con gli Stati Uniti, in crisi da troppo tempo senza che si sia
intervenuti a chiarirlo e a correggerlo. L’America ha voluto e sostenuto
realmente almeno per un ventennio dopo la fine della seconda guerra mondiale, la
causa dell’integrazione europea; poi si è accorta di aver creato un temibile
concorrente sul piano economico e commerciale (su questo punto Kupchan ha
ragione) ma al tempo stesso un partner non sempre affidabile sul piano politico
e militare. Ne è nata tra le due sponde dell’Atlantico una specie di guerra
fredda in formato ridotto che si è manifestata soprattutto dopo la fine della
guerra fredda vera prima con l’ostilità nei confronti della moneta comune e
oggi con il tentativo di influenzare la politica estera europea attraverso i
Paesi dell’Est già entrati nella Nato e candidati all’ingresso
nell’Unione.
I Paesi della nuova Europa che Rumsfeld ha contrapposto a quelli della vecchia
Europa, che ha le sue colpe, nei confronti degli Stati Uniti, per avere
approfittato troppo spesso dell’ombrello statunitense senza concedere le
necessarie contropartite, ma soprattutto per rifiutarsi di prendere atto dei
drammatici mutamenti avvenuti nel mondo del dopo guerra fredda che sono alla
base della nuova filosofia politica americana e della sua nuova politica estera.
Una revisione dei rapporti tra Unione europea e Stati Uniti che tenga conto dei
cambiamenti intervenuti nelle politiche degli obiettivi ma anche nei modelli
sociali dei due partner non è più rinviabile ed è sperabile che proprio
attraverso di essa l’Europa acquisti coscienza dei suoi interessi non più
come singoli governi ma come comunità di nazioni. Nella storia
dell’integrazione europea non sono mancati momenti di crisi anche profonda;
pur con tempi lunghi sono stati superati. La crisi attuale è forse la più
grave e non permette attese prolungate venendo alla vigilia di due importanti
appuntamenti, quello dei lavori della convenzione che dovrà varare la nuova
Costituzione e quelli dell’allargamento ai Paesi dell’Est.
C’è da augurarsi che proprio di fronte a queste difficili scadenze l’Europa
trovi le energie e lo scatto d’orgoglio necessari per quelle decisioni
storiche che, sopravvenute due o tre volte nell’ultimo mezzo secolo, hanno
fatto l’Unione europea come è oggi.
Documenti/Dagli
Usa
La
grande strategia dell’aquila
Numerosi specialisti americani amano diffondere quest’idea, che gli
Stati Uniti non hanno una visione a lungo termine e nemmeno coerenza
nella loro politica estera.
Ciò nonostante molti documenti ufficiali, diffusi in cerchie non
ristrette, descrivono una “strategia” americana in cui non è
impossibile notare una certa coerenza. Gli americani distinguono una
National Security Strategy, definita dalla Casa Bianca, una Defense
Strategy organizzata dal segretario alla Difesa e una Military Strategy
sviluppata dal presidente dei capi di stato maggiore interforze. Le
intersezioni tra queste tre elaborazioni sono evidentemente numerose,
essendo la strategia per sua definizione all’interfaccia del politico
e del militare.
La gerarchia è evidente, tuttavia. La strategia di difesa e la
strategia militare sono elaborate proprio per attuare le linee
d’azione stabilite dalla Casa Bianca. Qui saranno esaminati gli
aspetti più politici della strategia americana, la “grande
strategia”.
In una prima parte sarà presentata la strategia ufficialmente
proclamata, la National Security Strategy. Per dare maggior rilievo e
sapore al testo ufficiale, l’accento sarà messo sugli aspetti più
politici nel senso del criterio di Carl Schmitt: la distinzione
amico-nemico. La preoccupazione particolare per ciò che riguarda
l’Europa giustificherà il trattamento privilegiato assegnato al ruolo
della NATO. Seguirà una spiegazione globale dei fondamenti della grande
strategia americana, qual è formulata da alcuni analisti americani che
la chiamano “strategia della preponderanza” e che non esitano a
scorgervi un “keynesismo militare”.
Una quarta ed ultima parte fornirà un’idea delle alternative
proposte, in modo sempre più ricorrente,da alcuni specialisti
americani; fatto questo, che annuncia una possibile rimessa in questione
della strategia nazionale di sicurezza.
La grande strategia riflette anche la percezione collettiva delle
condizioni che dovrebbero esistere affinché la nazione conosca la
sicurezza e la prosperità5. Gli americani fanno forse un uso smodato
del concetto di strategia per designare la loro politica. Capita che
usino concetti di strategia militare operativa come la manovra o il
logoramento per designare opzioni di politica estera6. Servirsi di
metafore in materia è perfettamente legittimo e non è, in se stesso,
proprio degli americani, ma, secondo Stanley Hoffmann, c’è qualcosa
di più. A suo parere la riduzione della politica estera alla strategia
è dovuta a un approccio manageriale e tecnico tipicamente americano che
egli chiama skill thinking. L’uso del concetto di strategia darebbe
l’illusione dell’oggettività e della razionalità in una società
affascinata dalla tecnica e poco incline alla riflessione filosofica7.
La strategia è considerata allora come «un metodo di pensiero che
permette di classificare e gerarchizzare gli avvenimenti e poi di
scegliere i procedimenti più efficaci»8. Per gli americani il concetto
di strategia evoca inoltre una visione a lungo termine, un quadro di
analisi che permette di guidare la politica, implicando quest’ultima,
quando si traduce con policy, una gestione giorno per giorno in risposta
agli avvenimenti9.
L’ultima versione della strategia nazionale di sicurezza è stata
esposta dal presidente Clinton nell’ottobre del 1998. Le versioni
precedenti erano state date da Bill Clinton nel maggio del 1997 e nel
febbraio del 1995, da George Bush nell’agosto del 1991 e da Ronald
Reagan nel gennaio del 1988. Si può costatare dunque un’accelerazione
del ritmo di elaborazione di questo documento, come se la nostra epoca
necessitasse di un adeguamento costante dei grandi obiettivi degli Stati
Uniti. Dopo che Bill Clinton è arrivato alla Casa Bianca, tuttavia, la
strategia americana di sicurezza si prefigge sempre i tre stessi
obiettivi: rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti grazie ad una
diplomazia efficace e ad una forza militare pronta a combattere e a
vincere, promuovere la prosperità interna e incoraggiare la democrazia
nel mondo. Per Bill Clinton, gli Stati Uniti possono e devono utilizzare
la loro leadership per «promuovere le forze globali d’integrazione,
rimodellare la sicurezza esistente, le strutture economiche e politiche
e costruirne di nuove che siano d’aiuto per creare le condizioni
necessarie per il buon andamento dei valori e degli interessi americani»10.
Il bisogno di una leadership americana è considerato come più
necessario che mai all’estero. Questa necessità della leadership è
più accentuata nelle due ultime versioni di National Security Strategy
(Nss) che nelle precedenti.
Nella versione dell’ottobre 1998 trapela una certa inquietudine nei
riguardi della mondializzazione. Sempre di più, dice questo testo, «siamo
colpiti come nazione da avvenimenti al di fuori delle nostre frontiere.
[…]Altri problemi che sembravano piuttosto lontani un tempo – come
l’esaurimento delle risorse, la crescita rapida della popolazione, il
degrado dell’ambiente, le nuove malattie infettive e le migrazioni
incontrollate dei profughi – hanno importanti implicazioni per la
sicurezza degli Stati Uniti»11. Questi ultimi devono, di conseguenza,
esercitare più che mai la loro leadership all’esterno per stare
sicuri in casa propria. Devono essere pronti a impiegare tutti gli
strumenti della loro potenza per influenzare le azioni degli altri Stati
e dei protagonisti indipendenti. Alla complessità del mondo odierno
necessita un’integrazione effettiva di tutti gli strumenti della
potenza nazionale. L’America deve mostrare la volontà e le capacità
di esercitare questa leadership globale e «restare il partner di
sicurezza privilegiato per la comunità degli Stati che sono partecipi
dei suoi interessi». L’estensione della democrazia e dei liberi
mercati nel mondo promuove gli interessi americani. Uno dei primi mezzi
per mettere in opera questa strategia è di rafforzare e di adattare le
relazioni di sicurezza che gli Stati Uniti hanno tessuto con le
nazioni-chiave intorno al mondo e di creare nuove strutture laddove è
necessario. L’allargamento della Nato e il Partenariato per la Pace ne
sono un esempio.
Fedele a ciò che Max Weber chiamava “l’etica di convinzione”,
l’America di Bill Clinton dichiara che non permetterà a una potenza
ostile di dominare una regione del mondo d’importanza cruciale per i
suoi interessi12. Nel valutare i propri bisogni di sicurezza, gli Stati
Uniti fanno riferimento a minacce e prevedono un “approccio
integrato” per farvi fronte. Essi tengono a preservare una vasta gamma
“di strumenti di politica estera”. Questi strumenti devono essere
capaci di “foggiare l’ambiente di sicurezza”, favorendo il
concorso di molte agenzie federali, alcune delle quali non erano state
considerate sino ad ora come aventi un ruolo internazionale. Alla
diplomazia, all’assistenza internazionale, alla regolazione degli
armamenti, alle iniziative di non proliferazione, alle attività
militari, si aggiungono ormai la cooperazione in materia d’imposizione
del diritto internazionale (enforcement) e le iniziative in materia
d’ambiente. La lista delle minacce si è considerevolmente precisata
nell’ultima versione della Nss. La Casa Bianca identifica minacce
transnazionali (terrorismo, crimine internazionale, traffico di droga)
ma anche, e questa è una novità, minacce at home, dove gruppi di
terroristi potrebbero ricorrere ad armi di distruzione di massa e
prendere di mira importanti infrastrutture. Poi vengono le operazioni
militari su scala ridotta (smaller-scale contingencies), come
l’assistenza umanitaria, il mantenimento della pace, l’attuazione
degli embarghi, l’evacuazione di cittadini americani, o le azioni
d’urto, o gli interventi limitati. Le forze armate devono infine
prepararsi al loro ultimo test, vale a dire «essere capaci, di
preferenza di concerto con gli alleati, di dissuadere e sconfiggere
un’aggressione transfrontaliera di grande portata su due teatri
separati in periodi che si sovrappongono» (in overlapping time frames)13.
Per il segretario alla Difesa William S. Cohen, se gli Stati Uniti non
fossero capaci di affrontare che una sola grande guerra di teatro alla
volta, gli alleati vi vedrebbero il segnale che l’America non potrebbe
difenderli se fosse già impegnata altrove. Una capacità di condurre la
guerra su un solo teatro minerebbe l’effetto di dissuasione e la
credibilità degli impegni di sicurezza americani nelle regioni-chiave
del mondo. In conseguenza di ciò gli alleati e gli amici potrebbero
adottare politiche e posizioni di difesa divergenti, che indebolirebbero
la rete delle alleanze e delle coalizioni tessuta dagli Stati Uniti per
difendere i loro interessi all’estero14.
La strategia di difesa delineata dal Pentagono precisa la messa in opera
in tutto ciò che attiene alle forze armate. Lo spiegamento oltremare,
la cooperazione in materia di difesa, l’assistenza di sicurezza,
l’allenamento e le esercitazioni con gli alleati e gli amici
contribuiscono, su base quotidiana, a promuovere la “stabilità
regionale”15. Nel periodo successivo alla fine della guerra fredda, la
cooperazione militare è concepita come una strategia di prevenzione. «Con
quei paesi che non sono né alleati sicuri né nemici dichiarati, la
cooperazione militare serve spesso da mezzo positivo di arruolamento,
costruendo oggi relazioni di sicurezza per impedire che domani alcuni di
questi paesi non diventino degli avversari»16. Gli accordi molteplici
conclusi in questi ultimi anni dagli Stati Uniti in materia di difesa e
di sicurezza mostrano in che cosa consiste questa «foggiatura
dell’ambiente mondiale”: l’allargamento della Nato, il
Partenariato per la Pace, l’atto fondativo Nato-Russia, la carta
Nato-Ucraina, la revisione delle Guidelines for Defense Cooperation con
il Giappone, il dialogo di sicurezza trilaterale con il Giappone e la
Corea del Sud, l’instaurazione di Defense Consultative Talks con la
Cina, ecc. Infine la preparazione ad un futuro incerto include lo sforzo
di modernizzazione e lo sviluppo di nuovi concetti operativi destinati a
trarre il massimo profitto dalle nuove tecnologie. Senza di questo,
“la nostra attitudine a esercitare una leadership globale e a creare
delle condizioni internazionali che favoriscano la realizzazione dei
nostri obiettivi nazionali sarebbe messa in discussione»17.
I due nuovi concetti militari sono quelli di operazioni integrate e di
Revolution in Military Affairs (Rma). Risalendo all’inizio degli anni
novanta, il primo si esprime oggi nel testo Joint Vision 2010 elaborato
dal presidente dei capi di stato maggiore18. Le nuove tecnologie devono
permettere agli Stati Uniti di continuare ad esercitare la loro potenza
nazionale dappertutto nel mondo. Secondo la versione 98 della Nss, la
Rma deve essere accompagnata da una revolution in business affairs, vale
a dire da privatizzazioni, una riforma del sistema di acquisizione e
l’eliminazione d’infrastrutture in eccesso con la riconversione o la
soppressione delle basi militari. Una delle grandi motivazioni è di far
fronte all’emergere d’una eventuale «grande potenza regionale prima
del 2015»19. Fino ai dintorni del 2015, la Casa Bianca non prevede
l’apparizione di un «concorrente globale del medesimo livello» (global
peer competitor). Ma dopo il 2015 la Russia e la Cina potrebbero
affermarsi. La seconda sembra avere maggiori possibilità della prima.
Nella strategia americana, gli interessi economici e gli interessi della
sicurezza sono sempre più inseparabili. «La nostra prosperità dipende
dalla stabilità in alcune regioni-chiave con le quali commerciamo o
dalle quali importiamo derrate essenziali, come il petrolio e il gas
naturale. La prosperità richiede altresì che esercitiamo la nostra
leadership all’interno delle istituzioni che si occupano dello
sviluppo, delle finanze e del commercio internazionali»20. L’ex
segretario di Stato Warren Christopher aveva dichiarato che la sua
priorità era di mettere in piedi il sistema commerciale globale più
aperto della storia21. Il suo successore, Madeleine Albright, ha
espresso il medesimo auspicio in maniera più esplicita: «Noi dobbiamo,
ha dichiarato, continuare a foggiare un sistema economico globale che
lavori per l’America.»22
Per questo, le strategie sono molteplici. Prima di tutto bisogna
stimolare la competitività americana riducendo il deficit federale,
ristrutturando la ricerca-sviluppo di difesa per mettere l’accento
sulle tecnologie duali, che risponderanno non solo ai bisogni militari
ma anche ai criteri della competizione economica. Il partenariato col
mondo degli affari e del lavoro è fondamentale. Lo Stato federale deve
fare l’avvocato degli interessi del business americano, preparare il
terreno sui mercati internazionali. L’accesso ai mercati esteri deve
estendersi: gli accordi di libero scambio devono moltiplicarsi. Secondo
il professor Eliot Cohen, non c’è e non ci può essere altro progetto
globale per la politica estera americana che la promozione, a livello
mondiale, di un ordine aperto in materia di commercio e di
comunicazione23. La nozione di ampliamento sviluppata
dall’amministrazione Clinton si applica a questo obiettivo. Come ha
scritto Douglas Brinkley, professore all’Università di New Orleans,
la dottrina Clinton si fonda essenzialmente sull’ampliamento
dell’economia di mercato. Ma, «dinanzi all’unilateralismo della
legge Helms-Burton, che si proponeva di isolare economicamente Cuba, e
al sostegno dato dall’amministrazione al senatore repubblicano Alfonse
D’Amato e alla sua legge sul commercio con l’Iran e la Libia, che si
proponeva di accentuare lo statuto di paria di questi paesi, deve essere
chiaro che la dottrina del libero scambio vuol dire libero scambio
secondo i criteri americani. Adottando questa strategia di ampliamento,
Clinton spera di restare nella storia come il presidente del libero
scambio e il primo architetto di un nuovo ordine mondiale»24.
L’entusiasmo per la liberazione mondiale del commercio si è un po’
smorzato nell’ultima versione della Nss. Vi si nota, infatti,
un’insistenza nuova sul fatto che non deve realizzarsi a spese della
sicurezza nazionale o della protezione dell’ambiente. Bisogna ben
valutare le cose. Mentre l’amministrazione Bush aveva ritirato
numerosi prodotti commerciali dalla lista soggetta al controllo del
dipartimento di Stato per facilitare le esportazioni,
l’amministrazione Clinton, nel 1995, ha esteso il diritto di controllo
dei dipartimenti di Stato, della Difesa e dell’Energia e dell’Arms
Control and Disarmement Agency25.
L’incoraggiamento della democrazia chiude questa esposizione generale
di grandi obiettivi della strategia nazionale di sicurezza. Vi si
trovano sviluppi più ampi che in passato quanto ai diritti umani
fondamentali dovunque nel mondo. Gli Stati Uniti intendono mettersi alla
testa delle nuove iniziative di protezione dei più vulnerabili, in
particolare le donne e i bambini26.
Il primo obiettivo americano in Europa è chiaro e si coniuga di primo
acchito su di un doppio registro. È il caso che l’Europa sia stabile
e sicura affinché i soldati americani non debbano più versarvi il loro
sangue. È altresì il caso che le economie europee siano
sufficientemente in buono stato per offrire possibilità
d’investimenti e per creare posti di lavoro negli Stati Uniti. Tutto
ciò sarà possibile con un’Europa democratica integrata e cooperante
con gli Stati Uniti. C’è un’istituzione centrale capace di
assicurare la sicurezza dell’Europa ma anche di promuovere la sua
“integrazione”: la Nato. Dopo il 1998, la Nss enuncia un secondo
obiettivo che è di lavorare con gli alleati e i partner d’oltre
Atlantico per «andare incontro alle sfide globali che nessuna nazione
può affrontare da sola, vale a dire lavorare insieme per sostenere gli
sforzi di pace nelle regioni attraversate da conflitti, per bloccare le
minacce globali come quella della proliferazione delle armi di
distruzione di massa e delle tecnologie duali, e per costruire
un’economia mondiale più aperta, senza barriere per il commercio e
gli investimenti transatlantici»27.
Il segretario aggiunto al Commercio Stuart Eizenstat, già ambasciatore
degli Stati Uniti presso l’Unione europea, ha legato esplicitamente
gli obiettivi economici degli Stati Uniti in Europa ai loro obiettivi di
politica estera28. Lo affermano anche alcuni esperti della Rand
Corporation: una cancellazione progressiva della Nato arrecherebbe un
danno considerevole agli interessi vitali degli Stati Uniti, ridurrebbe
il loro potere e la loro influenza in Europa, cruciali per la sicurezza
e la prosperità del paese; ciò accrescerebbe le differenze tra europei
e americani, soprattutto in materia di commercio e di finanze29. La
dichiarazione più esplicita a questo proposito è probabilmente quella
pronunziata dal segretario aggiunto al Tesoro Lawrence Summers davanti
alla Camera americana di Commercio l’11 aprile del 1997. Egli,
affermando che l’allargamento della Nato ha «implicazioni economiche
vitali», sottolinea che l’esperienza americana in Europa dopo la
seconda guerra mondiale «dimostra che la prosperità economica e la
sicurezza sono inestricabilmente legate». Rende noto, inoltre, che
l’amministrazione Clinton ha sviluppato e perseguito «un insieme di
politiche» (a set of policies) dopo il 1992 che fondono le
preoccupazioni economiche e quelle della sicurezza. Una Nato allargata e
aggiornata contribuirà a preservare l’ambiente di sicurezza in
Europa, prerequisito per la crescita degli affari. Egli precisa, facendo
balenare agli occhi degli uomini d’affari americani il potenziale di
crescita del mercato dell’Europa centrale, che l’amministrazione
Clinton ha preso numerose iniziative affinché il business americano se
ne ritagli una parte consistente30. Nonostante la scomparsa della
minaccia sovietica, gli interessi americani in Europa restano gli
stessi: impedire che il continente sia dominato da una potenza o da un
sistema di potenze ostile agli Stati Uniti; disporre di partner prosperi
aperti alle idee, ai prodotti e agli investimenti americani; formare una
comunità di valori che si estenda il più lontano possibile in Europa e
che faciliti la cooperazione con gli Stati Uniti in un numero crescente
di dossier a livello mondiale; vigilare affinché l’Europa non ricada
in discordie che renderebbero necessarie spese straordinarie da parte
degli Stati Uniti31.
Nel 1995, un rapporto del Pentagono dedicato alla Nato e alla strategia
americana in Europa afferma che «un aspetto spesso ignorato
dell’importanza dell’Europa per la sicurezza nazionale degli Stati
Uniti è il beneficio economico enorme che gli americani ricavano dalla
loro relazione di cooperazione con questa regione prospera e dinamica»32.
Davanti alle commissioni del Congresso, i responsabili americani devono
giustificare in termini di stretto interesse nazionale i crediti che
essi richiedono, soprattutto quando la maggioranza del Congresso è poco
favorevole alle spese estere. L’ex comandante in capo delle forze
della Nato in Europa, generale Joulwan, ha così ricordato che gli Stati
Uniti dovevano continuare ad impegnarsi come leader della Nato, per «aiutare
a modulare gli avvenimenti al fine che essi corrispondano
all’obiettivo nazionale americano»33. Per il generale Shalikashvili,
la leadership «ci ha dato l’influenza per ridisegnare l’ordine
economico mondiale in una maniera conveniente sia al nostro proprio
sistema sia alle nostre proprie necessità economiche»34. Esercitando
la nostra potenza militare in Europa attraverso la Nato, confidava un
giorno un diplomatico americano, noi siamo capaci «di dettare agli
europei quello che vogliamo in una serie di campi: il commercio,
l’agricoltura, il Golfo e quant’altro»35.
La Nato ha finalmente dovuto provare di essere capace di agire
nell’interminabile conflitto iugoslavo, ha dovuto essere convalidata
in quanto strumento di sicurezza per l’Europa del dopo-Guerra fredda,
altrimenti tutta la strategia americana in Europa rischiava di trovarsi
in equilibrio instabile. Il generale Odom, ex capo della National
Security Agency, ha chiaramente indicato, nel novembre del 1992, che gli
imperativi economici imponevano agli Stati Uniti di intervenire
militarmente con la NATO nell’ex-Jugoslavia. «Solo una NATO forte,
diceva il generale, con al centro l’implicazione degli Stati Uniti, può
impedire all’Europa occidentale la deriva verso lo spirito
campanilistico e un’eventuale regressione in rapporto al suo livello
attuale di cooperazione economica e politica…Questa tendenza al
disordine colpirà non solo gli interessi di sicurezza degli Stati
Uniti, ma anche i loro interessi economici. La nostra interdipendenza
economica con l’Europa occidentale crea un gran numero di posti di
lavoro negli Stati Uniti. E così la Jugoslavia costituisce un test
capacità di ripresa della comunità atlantica. Si tratta infatti di una
sfida strategica di primaria importanza per la leadership americana.»36
I dirigenti americani temevano soprattutto che l’Europa, la cui
posizione economica si era deteriorata rispetto all’anteguerra,
potesse isolarsi rispetto all’economia americana e che potesse
organizzare il commercio con le sue colonie o ex colonie d’Asia e
d’Africa in modo bilaterale che avrebbe scoraggiato la penetrazione
americana in queste regioni. Nel 1947, le importazioni di prodotti
americani in Europa avevano già subito un declino per mancanza di mezzi
per finanziare gli acquisti e il controllo dell’economia stava per
essere intensificato. In questo contesto fu lanciato il piano Marshall.
Questo permise agli europei di continuare a comprare americano. Ma per
convincere il Congresso fu necessario brandire la minaccia sovietica,
esagerandola alquanto. I dirigenti americani sostennero gli sforzi di
integrazione europea per accrescere l’efficacia dei nuovi investimenti
e, soprattutto, perché quest’integrazione servisse da tappa
intermedia alla partecipazione degli europei a un’economia mondiale
aperta.
Nel 1947 l’Unione sovietica faceva esplodere la sua prima bomba
atomica. Gli Stati Uniti si misero allora a temere una
“finlandizzazione” dell’Europa, e in particolare una
neutralizzazione della Germania. Per evitarla, i dirigenti americani si
sforzarono di includere la Germania dell’Ovest in un’alleanza
occidentale e il segretario di Stato Dean Acheson non accettò di
negoziare una riduzione delle tensioni che in posizione di forza. Il
NSC-68 proponeva giusto di creare questa posizione di forza con una
politica di riarmo massiccio. Le spese militari americane sarebbero
triplicate e i paesi alleati avrebbero ricevuto un aiuto sostanziale per
riarmarsi anch’essi.
Pare che i redattori del NSC-68 siano stati influenzati dal pensiero di
John Maynard Keynes e che essi abbiano considerato le spese militari un
mezzo per stimolare l’attività economica41. La logica del NSC-68 era
semplice. Per risolvere il problema del capitalismo mondiale e le
difficoltà di creare un’economia mondiale aperta, un espediente a
breve termine consisteva nel subordinare tutto alla risposta alla sfida
militare. Alcune voci si opposero a questa strategia, specialmente
quella di George Kennan, che non era personaggio di secondo piano. Ma la
guerra di Corea venne a dare una potente giustificazione agli
orientamenti del NSC-68. La politica del riarmo si caricò di tutto il
suo significato nel contesto teso degli anni cinquanta. Essa attraversò
comunque la politica estera americana per generazioni militarizzandola.
L’eredità del NSC-68 ha pesato sulle amministrazioni Kennedy e Carter
quando, messe di fronte ad ostacoli seri nelle loro iniziative di
politica interna e ad un deterioramento delle relazioni con gli alleati
europei, hanno rimilitarizzato la politica estera aumentando il budget
della difesa e adottando toni più fermi verso Mosca. Secondo questa
tesi, l’Alleanza atlantica agisce da allora come una struttura creata
in gran parte dal NSC-68 che impedisce ai dirigenti americani di
allontanarsi troppo dal keynesismo militare. Via via che l’Europa
occidentale ha sviluppato la sua potenza economica, i conflitti
d’interesse potenziali si sono moltiplicati con gli Stati Uniti e
questi ultimi hanno sempre più messo in vista il carattere
indispensabile della loro protezione militare, al punto di convincerne
la maggior parte delle élite europee. La fine della Guerra fredda
avrebbe dovuto porre fine a questa pratica. Ma gli Stati Uniti hanno
fatto di tutto perché non se ne facesse niente, arrivando fino a
riaccendere le tensioni con Mosca con il lancio del programma di
allargamento della Nato.
Il keynesismo militare è in contraddizione con la teoria economica
liberale, di cui la strategia americana accetta, in materia di libero
scambio, le implicazioni economiche ma non le implicazioni politiche.
Anziché sottoscrivere la concezione liberale classica secondo la quale
il libero scambio crea automaticamente un’armonia d’interesse
naturale tra gli Stati, ciò che porta alla pace, la grande strategia
degli Stati Uniti affida allo strumento militare il compito d’imporre
l’armonia perché il libero scambio possa funzionare. Gli impegni
americani in materia di sicurezza sono considerati come indispensabili
al buon funzionamento dell’interdipendenza economica. Anziché
stimolare la pace, quest’ultima è a sua volta invocata per
giustificare una presenza militare americana in Europa dopo la Guerra
fredda. La Nato serve spesso da alibi al mantenimento di un livello
elevato delle spese militari e molti non ci tengono per niente a che gli
europei spendano di più per la loro difesa perché questo li porterebbe
anche a sviluppare di più le loro proprie industrie belliche42. Tutto
avviene come se la guerra o la sua preparazione continua fosse
necessaria alla prosperità economica americana.
La grande strategia messa a punto negli anni cinquanta è sempre valida.
Secondo alcuni esperti della Rand Corporation, è riuscita talmente bene
agli Stati Uniti che sarebbe follia cambiarla43. Cinquant’anni prima
di Bill Clinton, il segretario di Stato James Byrnes sottolineava già
che per gli stati Uniti la politica internazionale era inseparabile
dalla politica interna e che le relazioni estere incidevano
sull’occupazione negli Stati Uniti. Secondo quest’equazione, più
debole è la crescita economica americana, più l’America deve
perseguire con energia la stabilizzazione del mondo. Il senatore
repubblicano Richard Lugar l’ha detto molto chiaramente nel luglio del
1993 quando ha fatto appello ad una leadership americana per
rivitalizzare la Nato44. A suo parere, la capacità americana di
esportare sui mercati esteri dipende dal grado di stabilità e di
sicurezza nell’ambiente internazionale, che soltanto la potenza e la
leadership degli Stati Uniti possono assicurare.
Qualificata come “strategia della preponderanza”, questa grande
strategia degli Stati Uniti ha come principale caratteristica questo
gioco reciproco tra i fattori di sicurezza e i fattori economici. Dal
punto di vista geografico, essa identifica l’Europa, l’Asia
orientale e il golfo Persico come le regioni in cui gli Stati Uniti
hanno interessi di sicurezza vitali. L’Europa e l’Asia orientale,
che formano insieme all’America del Nord la zona di pace e di
prosperità, hanno un’importanza supplementare perché è là che
potrebbero emergere nuove grandi potenze e che potrebbe svolgersi in
avvenire una guerra tra grandi potenze. Ciò che è fondamentale nel
mantenimento della strategia della preponderanza è il timore di ciò
che potrebbe accadere in un mondo che non fosse più modellato dalla
preponderanza americana. Le strutture relative alla sicurezza e le
strutture economiche impiantate dopo il 1945 formano un tutto e levare
un elemento equivarrebbe a far crollare tutto l’edificio. La
continuazione dell’egemonia americana è fondamentale perché è vista
come un prerequisito della stabilità sistemica del mondo: la supremazia
americana è l’ordine mondiale. Il timore dell’emergere di nuove
grandi potenze riflette la convinzione che i sistemi multipolari sono
instabili e generatori di guerre.
Christopher Layne propone un’alternativa: l’offshore balancing, il
«bilanciamento a partire dal mare». Gli interessi americani potrebbero
essere definiti in modo più ristretto dalla difesa dell’integrità
territoriale degli Stati Uniti e dalla prevenzione dell’ascesa di una
potenza egemonica in Eurasia. Gli Stati Uniti si ritirerebbero dai loro
impegni militari in Europa, in Giappone e in Corea del Sud48. Essi
farebbero affidamento su una solida dissuasione nucleare, sulla potenza
aerea e soprattutto su una potenza navale senza pari. È illusorio
cercare di mantenere l’egemonia americana: questo non farà che
spingere altri Stati a cercare di fare da contrappeso agli Stati Uniti,
che sarebbero molto più sicuri se ritirassero l’ombrello nucleare e
permettessero agli altri di difendersi da soli. Il Giappone e l’Europa
occidentale hanno da lungo tempo le capacità economiche e tecnologiche
per difendersi da soli, ma gli Stati Uniti li hanno sempre attivamente
scoraggiati a farlo. In realtà, prosegue Christopher Layne, gli Stati
Uniti sarebbero i primi beneficiari delle rivalità che non
mancherebbero di nascere in un mondo multipolare. L’offshore balancing
offrirebbe agli Stati Uniti il grande vantaggio di una libertà di
scelta ritrovata e, contrariamente alla strategia della preponderanza,
un grado sostanziale di controllo sul loro destino.
David Calleo, professore di studi europei all’università Johns
Hopkins di Washington, osserva che il secondo mandato di Bill Clinton ha
visto un’affermazione aggressiva degli Stati Uniti in Europa e in
Asia, un ritorno al ruolo tradizionale degli Stati Uniti in queste
regioni. Ciò rischia di rovesciare la tendenza alla diminuzione dei
costi in materia di difesa prodottasi con la fine della Guerra fredda.
Egli ritiene che gli Stati Uniti siano entrati in una nuova era di
“sovrestensione geopolitica” (overstretch), in cui le priorità
interne come il pareggio del bilancio federale entreranno in
competizione con il costo dell’egemonia mondiale49. Ritiene anche che
per gli Stati Uniti «non c’è niente di allarmante nella prospettiva
di un euro forte che porta ad un’Europa più forte economicamente e
politicamente e più autosufficiente in materia militare. […] A colpo
sicuro, sarà nell’interesse degli Stati Uniti avere un’Europa che
è un serio alleato piuttosto che una costosa dipendenza. Nel ventesimo
secolo l’Europa è stata il più grande problema mondiale. Il nostro
mondo non può più tollerare questo genere d’Europa»50.
Il padre della dottrina del containment, George Kennan, non ha mai
approvato l’allargamento della Nato ai polacchi, ai cechi, agli
ungheresi. La Nato rimane, egli dice, nella sua idea e molto nella sua
sostanza, un’alleanza militare. Se c’è un paese contro il quale
essa è intrinsecamente diretta, quello è la Russia. Egli disapprova
anche altri aspetti della strategia della preponderanza. Ritiene che gli
Stati Uniti non debbano mettersi pubblicamente a fare gli avvocati della
democrazia e dei diritti dell’uomo. Questo non deve entrare nelle
considerazioni diplomatiche. La tendenza degli americani a vedere se
stessi come il centro della politica illuminata e a comportarsi come
datori di lezioni di fronte al resto del mondo gli appare «sconsiderata,
prova di vanagloria e indesiderabile»51.
Professore all’università di Georgetown e senior fellow al Council on
Foreign Relations, Charles Kupchan esamina il dopo-pax americana. La
pace e la prosperità del nostro tempo fanno affidamento in modo
veramente eccessivo su di un solo elemento: la potenza americana. Questo
non può durare. L’unipolarità americana dovrà gradualmente cedere
il posto a una «tripolarità benevola»52. Gli Stati Uniti devono
dedicarvisi badando alla consolidazione di nuclei pluralisti in Europa e
in Asia orientale. Anche se questo comporta per l’America una certa
perdita d’influenza nel mondo, è nel suo interesse a lungo termine
che sorgano centri di potenza in queste due regioni. In Europa, gli
Stati Uniti vi potrebbero contribuire prendendo l’abitudine di
trattare con la Francia e la Germania insieme piuttosto che
separatamente. Il dialogo tra Washington e l’asse Parigi-Berlino
potrebbe essere formalizzato da incontri ministeriali regolari. Gli
Stati Uniti dovrebbero anche incoraggiare la Francia e la Germania a una
maggiore cooperazione e a un maggiore attivismo nella gestione della
sicurezza in Europa. In Asia, dovrebbero indurre la Cina e il Giappone a
una forma di partenariato, ma il compito è molto più complicato che in
Europa.
Il conflitto del Kosovo e il suo “trattamento” da parte della Nato
non ha fatto altro che rafforzare Charles Kupchan nella sua convinzione.
L’operazione Allied Force si è rivelata secondo lui costosa e
illusoria. Non ha potuto proteggere i kosovari dal regime di Belgrado.
Peggio ancora, l’Alleanza atlantica è stata incapace di offrire una
visione strategica per l’avvenire di questa regione. Bisogna ripensare
il ruolo della Nato e, più in generale, rimettere in discussione «la
logica del ruolo strategico dalla mano pesante degli Stati Uniti in
Europa». Essi non possono restare all’infinito il pacificatore
dell’Europa. È venuto il tempo per l’Europa di organizzare il
proprio ordine di sicurezza53.
I fatti del Kosovo, la realizzazione dell’Unione monetaria europea, le
prese di posizione del presidente della Commissione Romano Prodi e di
Tony Blair, le dichiarazioni del vertice di Colonia spingono un numero
sempre maggiore di americani, nelle sfere private e pubbliche, ad
augurarsi un’Europa militare. Sottolineano quanto l’Europa ci
guadagnerebbe, non soltanto sul piano politico ma anche sul piano
economico. La costruzione di un’Unione militare imporrebbe infatti un
rilancio delle industrie di difesa europee, fatto che offrirebbe
numerosi impieghi. L’Europa spende molto meno per la sua difesa degli
Stati Uniti. Commesse più importanti e ben mirate sarebbero a lungo
termine un saggio investimento. Il conflitto del Kosovo ha messo bene in
luce tutto ciò che mancava agli Europei: capacità di controllo aereo
del territorio, aerei da trasporto per equipaggiamenti pesanti come i
carri, missili da crociera a lunga gittata, un solo satellite di
ricognizione militare (francese). Ristrutturando i loro eserciti, i
paesi europei dovrebbero spendere di più per la ricerca e
l’acquisizione di materiali e meno per il personale. La prima voce non
rappresenta attualmente che il 12% dei loro bilanci militari, contro il
40% degli Stati Uniti. Se da un lato la leva può contribuire a ridurre
il tasso di disoccupazione giovanile, dall’altro si rivela inadatta
alla nuova economia globale quanto i grandi eserciti alla nuova
distribuzione della sicurezza. Il Primo ministro italiano Massimo D’Alema
ha riconosciuto che un serio progetto militare europeo necessiterebbe di
una spesa maggiore per la difesa. Come è stato sottolineato dal
consulente americano Richard Medley, un’Unione militare europea non
cambierebbe soltanto la politica mondiale, ma cambierebbe anche le
economie europee, con ricadute benefiche che è difficile immaginare: il
keynesismo militare potrebbe giovare anche all’Europa […]54.
La formazione di un blocco europeo, economico e militare insieme,
suscita ancora numerose opposizioni in certi ambienti americani. La
National Review se n’è fatta portavoce nel 1999 a proposito del
conflitto commerciale sulla banana e delle ambizioni europee del
dopo-Kosovo. Sotto molti aspetti organizzativi, sociali e intellettuali,
ritiene David Pryce-Jones a proposito del primo problema, l’Unione
europea è il successore dell’Unione sovietica57. Per un altro
polemista, anonimo, un “colosso europeo” non mancherebbe di deviare
progressivamente fuori dall’orbita degli Stati Uniti. Per impedirlo,
questi devono usare strumenti sottili e indiretti: assicurarsi per
esempio che tutte le nuove spese militari alimentino essenzialmente
progetti patrocinati dalla Nato, insistere per un ruolo per i turchi,
chiedere al “pilastro europeo” dell’Alleanza di concentrarsi sulla
messa a livello dei nuovi membri della Nato, ecc. Cosa ancora più
importante, bisogna bloccare la “trappola europea” proprio sul suo
terreno e mettere in piedi un’organizzazione economica e commerciale
che coincida con la Nato, un accordo di libero scambio transatlantico
che coprirebbe l’Unione e ingloberebbe le nuove democrazie
dell’Europa centrale e orientale. Così unito sui due piani, militare
ed economico, l’Occidente potrebbe affrontare tutte le sfide della
Storia58.l
2 http://www.defenselink.mil/pubs.
3 The White House, A National Security Strategy of Engagement and
Enlargement, Washington, D. C., Government Printing Office (GPO), 1995,
p.25.
4 John J. Kohout III et al., Alternative Grand Strategy Options for
United States, Comparative Strategy, vol. 14, 1995, pp. 362-363.
5 Ibid., pp. 363-364.
6 David M. Abshire, U.S. Global Policy: Toward an Agile Strategy, The
Washington Quaterly, vol.19, 1996-2, pp.45-46.
7 Stanley Hoffmann, Gulliver’s Troubles, or the Setting of American
Foreign Policy, New York, McGraw-Hill, 1968, pp. 148-161.
8 André Beaufre, Introduction à la stratégie, 3° éd., Paris, Armand
Colin, 1965, p.11.
9 Zalmay Khalilzad, U.S. Grand Strategies: Implications for the United
States and the World, Strategic Appraisal 1996, sotto la dir. di Z.
Khalilzad, Santa Monica, RAND Corporation, 1996, p.15.
10 The White House, A National Security Strategy for a New Century,
Washington, D.C., GPO, maggio 1997=http://www.whitehouse.gov/WH/EOP/NSC/Strategy,
p.2.
11 The White House, A National Security Strategy for a New Century,
Washington, D.C., GPO, ottobre 1998, p.1 (testo disponibile sul sito
http://www.defenselink.mil/pubs).
12 Ibid., p.5.
13 Ibid., p.22.
14 William S. Cohen, Annual Report to the President and the Congress,
Washington, D.C., GPO, 1998, II, p.10 (versione del testo disponibile
sul sito http://www.defenselink.mil/pubs).
15 The White House, A National Security Styrategy…, maggio 1997, p.11.
16 Ibid., p.12.
17 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.24.
18 Ugualmente disponibile sul sito http://www.defenselink.mil/pubs.
19 W. S. Cohen, op. cit., I, p.1.
20 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.27.
21 Christopher Cites Key Principles, Agenda for Foreign Policy,
Bruxelles, Ambasciata degli Stati Uniti, United States Information
Service (USIS), in Foreign Policy, 23 gennaio 1995, p.1.
22 Madeleine Albright Statement before SFRC Ian.8, USIS, 9 gennaio 1997,
p.8.
23 Eliot Cohen, What to do About National Defense, Commentary, novembre
1994.
24 Douglas Brinkley, Democratic Enlargement: The Clinton Doctrine, in
Foreign Policy, primavera 1997, pp.111-127.
25 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.32.
26 Ibid., p.34.
27 Ibid., p.37.
28 Eizenstat on Emerging Markets, U. S. –European Trade, USIS, 20
giugno 1996, p.2.
29 Ronald D. Asmus, Robert D. Blackwill e F. Stephen Larrabee, Can NATO
Survive?, The Washington Quaterly, vol. 19, 1996-2, p.86.
30 Summers on Economic Benefits of NATO Expansion, USIS, 14 aprile 1997.
31 Holbrooke Discusses the Future of NATO, USIS, NATO, 6 aprile 1995,
pp.1-2.
32 U.S. Department of Defense, United States Security Strategy for
Europe and NATO, Bruxelles, USIS, autunno 1995, p.2.
33 Joulwan says U. S. Must Remain Involved in Europe, USIS, 6 marzo
1995, p.1.
34 John Shalikashvili, U.S. Military Strategy for the 1990’s, USIS, 18
marzo 1994, p.3 (discorso pronunciato alla National Defense University,
a Washington).
35 John S. Duffield, NATO’s Functions After the Cold War, in Political
Science Quaterly, inverno 1994-1995, pp. 785-786.
36 Citato da Christopher Layne e Benjamin Schwarz, American Hegemony –
Without an Enemy, Foreign Policy, n° 92, autunno 1993, p.11.
37 Ibid.; Benjamin C. Schwarz, Cold War Continuities: US Economic and
Security Strategy Towards Europe, in Journal of Strategic Studies, vol.
17, 1994-4, pp. 82-104; Melvyn P. Leffler, The American Conception
of National Security and the Beginnings of the Cold War, 1945-48,
American Historical Review, vol. 89, 1984-2, pp. 346-381 (v. anche i
commenti critici di John Lewis Gaddis e di Bruce Kuniholm, poi la
risposta di Melvyn Leffler alle pp. 382-400); Melvyn Leffler, A
Preponderance of Power. National Security, the Truman Administration,
and the Cold War, Stanford University Press, 1992, 689 p. (recensione di
André Kaspi nel Bulletin de la Société d’Histoire moderne et
contemporaine, 1994, n° 1-2, pp. 111-112).
38 Bruce Cumings, Kennan, Containment, Conciliation: The End of Cold War
History, Current History, novembre 1995, p. 361.
39 Fred Block, Economic Instability and Military Strength: The Paradoxes
of the 1950 Rearmement Decision, in Politics and Society, vol. 10,
1980-1, p. 38.
40 Ibid., p. 41.
41 Ibid., p. 47.
42 David Garnham, Ending Europe’s Security Dependence, Journal of
Strategic Studies, vol. 17, 1994-4, p. 138.
43 R. D. Asmus et al, art. cit., p. 86. Per un’altra difesa implicita
del keynesianismo militare, v. Diane B. Kunz, Butter and Guns:
America’s Cold War Economic Diplomacy, New York, Free Press, 1997.
44 Richard Lugar, NATO: Out of Area or Out Of Business, USIS, 8 luglio
1993, pp. 3-4.
45 Christopher Layne, From Preponderance to Offshore Balancing:
America’s Future Grand Strategy, in International Security, vol. 22,
1997-1, pp. 86-124, p. 87.
46 Ibid., p. 101; Robert H. Johnson, Improbable Dangers: U. S.
Conceptions of Threats in the Cold War and After, New York, St.Martin’s
Press, 1994, p. 206.
47 John A. Thompson, The Exaggeration of American Vulnerability: The
Anatomy of a Tradition, Diplomatic History, vol. 16, 1992-1, pp. 23-43.
48 Ch. Layne, art. cit., p. 112.
49 David Calleo, A New Era of Overstretch? American Policy in Europe and
Asia, in World Policy Journal, primavera 1998, pp. 11-25.
50 D. Calleo, The Strategic Implications of the EURO, Survival,
primavera 1999, pp.5-19.
51 Richard Ullman, The US and the World: An Interview with George Kennan,
in The New York Review of Books, 12 agosto 1999, pp. 4-6.
52 Charles A. Kupchan, After Pax Americana: Benign Power, Regional
Integration, and the Sources of a Stable Multipolarity, in International
Security, vol. 23, 1998-2, pp. 40-79.
53 Charles A. Kupchan, Rethinking Europe, in The National Interest,
estate 1999, pp. 73 e seg.
54 Richard Medley, Europe’s Next Big Idea: Strategy and Economics
Point to a European Military, in Foreign Affairs, vol. 78, 1999-5, pp.
18-22.
55 B. C. Schwarz, art.cit, p. 89.
56 Walter Russell Mead, An American Grand Strategy: The Quest for Order
in a Disordered World, World Policy Journal, vol. 10, primavera 1993,
p.21.
57 David Pryce-Jones, Bananas are Beginning, in National Review, 12
luglio 1999, pp. 16-17.
58 European Colossus, National Review, 12 luglio 1999, pp. 16-17.
La pensa in modo opposto Joseph Nye, ex sottosegretario di Bill Clinton,
che allo scenario feroce di Mearsheimer contrappone il «potere soffice»
di un’America capace di convincere oltre che di vincere (il testo è
tradotto in italiano da Einaudi, Il paradosso del potere americano ).
Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti, solo Paese nucleare, producevano
più del resto del pianeta. Eppure la loro leadership , da
Roosevelt a Truman, progettò il Piano Marshall e le Nazioni Unite, la
coesistenza armata contro l’Urss di Stalin, la ricostruzione della
democrazia in Italia, Germania e Giappone, la Banca Mondiale e il Fondo
monetario. Accompagnate dai blue jeans, dal rock and roll e dagli
artisti ribelli, Elvis Presley, James Dean e Allen Ginsberg, le
istituzioni americane crearono adesione e simpatia. Per Nye il «governo
mondiale», consenso Usa-Europa attorno all’Onu, non è un’utopia:
è la faticosa, alternativa che le democrazie abbiano a lacrime e
sangue.
Quale libro sceglierà il presidente George W. Bush? Quale vorrà
sfogliare l’America alle elezioni parlamentari di novembre? La
risposta non è scontata. E prima di provare a indovinarla, consultiamo
il terzo vaticinio. Un testo ancora inedito, scritto dal giovane
studioso Charles Kupchan The end of the American Era , la
fine dell’era americana. Verrà
uno scontro di civiltà, ammonisce Kupchan, ma non tra Occidente e
Islam, bensì tra Europa e Stati Uniti.
Capito bene? Sì: la lotta per l’egemonia sul pianeta sarà tra gli
uomini di Bush, alla testa di un’economia di 10 mila miliardi di
dollari e i cittadini europei di Romano Prodi, forti di un salvadanaio
da 8.500 miliardi di euro. Come le colonie britanniche in America
formarono una confederazione e poi diventarono superpotenza militare a
spese degli inglesi, così l’Unione Europea finirà per sfidare gli ex
alleati Usa. La guerra civile occidentale non è remota.
Non lasciatevi dunque ipnotizzare dalla grave tensione con l’Iraq.
Caduto o no Saddam Hussein, la posta in gioco è assai più tragica. O
Stati Uniti ed Europa sapranno superare la frizione fratricida, da una
parte rinunciando allo sterile unilateralismo, dall’altra
all’ipocrisia neutralista, o la cupa profezia di Mearsheimer si
avvererà. Poco importa, a quel punto, chi vincerà la guerra civile
d’Occidente. Nella mischia per prevalere contro se stesse, le
democrazie perderanno quel che ce le rende care e preziose: la
tolleranza, la trasparenza, la libertà di sapere e comunicare, la
giustizia come mezzo, le regole condivise e la pace come fine. Nascerà
un mondo oscuro, ostile, più povero e rimpiangeremo la nostra colorata
vita quotidiana, che tanto lamentiamo.
gianni.riotta@rcsnewyork.com