GLI ANNI PRECEDENTI LA RIVOLUZIONE
All'inizio dello scorso secolo, la Gran Bretagna ottiene dallo Sciah il diritto esclusivo di cercare petrolio in Iran, per 60 anni. Viene fondata a Londra la Anglo-Persian Company, che realizza, fino al 1950, profitti di 180-200 milioni di sterline con l'estrazione di 31.750.000 tonnellate di petrolio grezzo. Lo stato persiano riceve le briciole di questi enormi profitti: appena 16 milioni, ossia il 9% sul totale. In questo stesso periodo, le condizioni della popolazione sono peggiorate. L'80% della popolazione e' denutrita; il consumo medio di pane e' il piu' basso del Medioriente; la mortalita' infantile nel primo anno di vita arriva al 51%; la vita media dei contadini sfiora i 40 anni; l'attrezzatura ospedaliera e' pressocche' inesistente. Nel 1950 Mohammed Mossadeq, capo del Fronte Nazionale, tiene in Parlamento il suo primo discorso sulla necessita' di nazionalizzare l'industria petrolifera: "E' necessario porre fine a questa insostenibile situazione nel nostro paese. (...) Con l'eliminazione del potere della Compagnia inglese verrebbero al tempo stesso eliminati la corruzione e gli intrighi che finora hanno esercitato la loro nefasta influenza sulla politica interna del nostro paese. Cessata la tutela inglese, la Persia raggiungera' la sua indipendenza politica ed economica. Lo stato iraniano dovrebbe prendere nelle sue mani la totalita' della produzione di petrolio. La Compagnia non avra' altro da fare che restituire al legittimo proprietario la sua proprieta'. (...) La Persia con la nazionalizzazione non subira' perdite economiche, anche se invece dei 30 milioni di tonnellate di petrolio grezzo estratti nel 1950 si potranno produrre solo 10 milioni di tonnellate. (...) Infatti ricaveremmo un guadagno di 30 milioni di sterline l'anno e inoltre risparmieremmo 20 milioni di tonnellate di petrolio per il futuro". (1)
La nazionalizzazione viene approvata e Mossadeq viene eletto nuovo capo del governo. Il governo inglese prepara un contrattacco armato che viene bloccato dal veto americano. Inizia pero' uno spietato boicottaggio economico alla Persia, appoggiato da tutte le compagnie petrolifere. Non potendo piu' vendere il suo petrolio, l'Iran si viene a trovare in un vicolo cieco. Lo sciah, appoggiato dai proprietari terrieri, la cui potenza e' minacciata dalla riforma agraria progettata da Mossadeq, e dagli USA, che ambiscono a rimpiazzare l'Inghilterra nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani, prepara la caduta di Mossadeq. Il tentativo di deporre l'anziano primo ministro fallisce, e lo Sciah e' costretto a fuggire in Europa. Il 19 agosto 1953, il generale Zahedi fa cannoneggiare la casa di Mossadeq e lo fa arrestare. Lo Sciah ritorna in Iran.
"La CIA ebbe una parte decisiva nel rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq nell'agosto del 1953" (New York Times, 21/5/1961); "Un altro trionfo della CIA fu il fortunato colpo di Stato dell'estate 1953 nell'Iran, mediante il quale il vecchio presidente del Consiglio Mossadeq, con le sue pretese dittatoriali, fu rovesciato e fu riportato al potere lo Sciah Mohammed Reza Pahlavi, sincero amico del nostro paese" (Saturday Evening Post, 6/11/54).
Dal '53 in poi le ditte straniere realizzano guadagni che si aggirano sui 300 milioni di dollari annui; questa cifra, nel '65, e' gia' il triplo della somma totale concessa, nello stesso periodo, a titolo di "aiuto" per lo sviluppo. Sempre meno vengono utilizzate le raffinerie persiane a vantaggio delle raffinerie dei paesi importatori, per cui, mentre aumenta il prezzo del petrolio esportato, cala la manodopera locale, aumentano la disoccupazione e l'emorragia di denaro sotto forma di salari ad esclusivo vantaggio del Consorzio del Petrolio. La situazione nelle campagne continua ad essere esplosiva. Lo Sciah, per placare il pericolo di una insurrezione, promulga la cosiddetta "riforma agraria", cardine della sua "rivoluzione bianca". La riforma viene imposta allo Sciah dagli americani che giudicavano pericolosissima la situazione nelle campagne. La miseria era tale che temevano che da un momento all'altro scoppiasse la rivolta. E loro, invece, avevano bisogno di "ordine" per fare i pace i loro affari con il petrolio.
L'opposizione al regime dello Sciah ed alla sua feroce e repressiva polizia segreta, la Savak, cresce sempre piu'. L'Universita' di Teheran, negli anni '60, viene chiusa a piu' riprese. I giovani contestano in modo particolare la decisione dello Sciah di spendere 250 milioni di dollari per le celebrazioni del 2500esimo anniversario dell'impero quando il paese e' in forte crisi economica e sociale. Ma il governo ignora le proteste. Le autorita' sostengono che i rivoluzionari sono non piu' di 4-5000, e che verranno sicuramente liquidati entro l'anno. La Savak lavora a pieno ritmo. L'opposizione piu' forte si riscontra tra i giovani rampolli delle classi medio-alte e soprattutto tra gli studenti iraniani all'estero. "Se calcolero' i tempi con esattezza, potro' dire di essere stato il primo sovrano ad aver cambiato il volto di una nazione senza spargimenti di sangue. Se commettero' degli errori, il mio regno finira' in tragedia", dice, profeticamente, Reza Pahlavi.
Ed il suo grande errore e' quello di tentare di stroncare le opposizioni non gia' facendo concessioni democratiche, bensi' rafforzando il potere centrale. L'opposizione ora arriva da destra e da sinistra e, soprattutto dal clero sciita, il cui massimo rappresentante, l'Ayatollah Ruhullah Khomeini, dal suo esilio iracheno, mantiene le fila della resistenza contro il potere dello Sciah.
Se
la CIA non fosse intervenuta
Ahmed Bouzid
I
Immaginate se fosse stato permesso a Mossadeq, formato
in occidente e leader carismatico appoggiato massicciamente dalla
nascente borghesia iraniana, di condurre pacificamente il suo paese
verso la prima vera democrazia mussulmana in Medio Oriente. Ed
immaginate se al suo governo fosse stato concesso di assumere gli
obblighi e le responsabilità stabilite dalla costituzione del 1906, e
se allo scià fosse stato consentito di regnare ma non di governare,
come di nuovo stabilito dalla costituzione iraniana, ed immaginate se
Gran Bretagna e Stati Uniti non fossero state istigate da società
petrolifere furibonde per la nazionalizzazione voluta da Mossadeq degli
interessi petroliferi in Iran, ma invece fossero rimaste fuori dagli
affari dell'Iran e non fossero intervenute.
Immaginate quello che probabilmente sarebbe accaduto.
Senza quel colpo di stato, l'Iran avrebbe probabilmente continuato a
costruire una democrazia solida ed allargata, che avrebbe portato ad una
stabilità di gran lunga più duratura di quella che lo scià - da
sempre visto, agli occhi della sua gente, come un burattino
dell'Occidente debole e facilmente manipolabile - non riuscì mai a
creare.
Senza quel colpo di stato, l'Iran democratico avrebbe da tempo spazzato
via il mito secondo cui Islam e democrazia non sono compatibili. Fatto
più importante, l'Iran, nazionalista ed anti-colonialista com'era,
sarebbe splendidamente servito da modello per le dozzine di stati arabi
e mussulmani che avevano da poco guadagnato, o erano sul punto di
guadagnare, l'indipendenza dall'occupazione coloniale, evitando in
questo modo il loro allineamento al blocco sovietico così come l'ascesa
di criminali interni e dittatori.
Senza quel colpo di stato, gli ayatollah, che avevano sostenuto il colpo
di stato contro Mossadeq, non avrebbero mai raggiunto il loro prestigio
politico. Di fatto lo scià vide negli ayatollah conservatori i perfetti
partner contro il radicalismo della sinistra ed il liberalismo della
borghesia.
Se quel colpo di stato non avesse avuto luogo e se agli ayatollah non
fosse stato dato il prestigio politico di cui hanno goduto sotto lo scià,
la rivolta del giugno 1963, alimentata dal malcontento dei religiosi per
i tentativi di modernizzazione dello scià, altresì non sarebbe mai
avvenuta.
E quindi, alla rivolta non sarebbe seguita nessuna dura repressione, né
un religioso poco noto, un certo Ayatollah Ruhollah Khomeini, avrebbe
guadagnato l'attenzione internazionale come leader spirituale di quel
confronto contro lo scià.
Senza quel colpo di stato, Khomeini sarebbe rimasto un religioso poco
noto. E invece, venne esiliato per 14 anni, un periodo durante il quale
coltivò la sua immagine da quella di leader carismatico a quella di
sacro messia tornato in terra. E durante quei 14 anni, mentre veniva
sempre più oscurata la prospettiva di un Iran veramente democratico, il
radicalismo islamico, associando tutto ciò che è Occidentale
all'odiato scià ed ai suoi sostenitori - principalmente gli Stati Uniti
- guadagnava una presa più profonda sulle passioni di una giovane
generazione sempre più frustrata.
Senza quel colpo di stato, non ci sarebbe stata una "crisi degli
ostaggi", e gli Stati Uniti non avrebbero troncato le relazioni con
l'Iran ed imposto le sanzioni economiche. Entrambe le azioni sono oggi,
a più di vent'anni di distanza, ancora in vigore.
Senza quel colpo di stato, Saddam Hussein non avrebbe mai osato invadere
l'Iran nel settembre del 1980. Gli Stati Uniti non avrebbero mai
parteggiato per il dittatore iracheno e non si sarebbero impegnati in
una politica volta ad assicurare la vittoria dell'Iraq. Non avrebbero
fornito a Hussein un aiuto decisivo e non avrebbero chiuso un occhio
davanti ai suoi enormi crimini contro la sua gente.
Senza quel colpo di stato, Hussein non si sarebbe ritrovato ad essere,
alla fine della guerra con l'Iran, il comandante di uno dei più grandi
eserciti nel Medio Oriente.
Cosa più importante, non avrebbe mai avuto la convinzione che, finché
avesse circoscritto le sue aggressioni ai fratelli mussulmani e finché
avesse lasciato fuori Israele, il mondo l'avrebbe solo denigrato e
condannato, ma non avrebbe reagito.
Senza quel colpo di stato, è probabile che l'Iraq non avrebbe mai
invaso il Kuwait, e gli Stati Uniti non avrebbero dovuto orchestrare una
massiccia campagna militare contro il suo esercito, senza considerare le
basi costruite sul suolo Saudita. Non si sarebbero sentiti discorsi su
diritti umani e legge internazionale che suonano totalmente privi di
senso ed ipocriti ad orecchi arabi e mussulmani.
Immaginate una nuova era della politica estera - un'era in cui la legge
internazionale è presa sul serio, rispettata, in cui le democrazie
sovrane sono incoraggiate, nutrite, applaudite, piuttosto che
combattute, soffocate ed uccise. Immaginate se noi abbandonassimo, una
volta e per sempre, le velenose dottrine del "Cancelliere di
Ferro" Bismarck e di Henry Kissinger, e se invece sottoscrivessimo
quelle di Amnesty International e del Human Rights Watch. Immaginate se
noi prendessimo sul serio le Nazioni Unite e l'Aja, invece di trattarli
come tribunali illegali in cui solo le cause sponsorizzate dai forti e
dai potenti sono perseguite con vigore, mentre le altre ingiustizie sono
trascurate e disprezzate.
Quanti milioni di vite avremmo salvato, e quanto oggi sarebbe più
prospero e più sicuro il mondo?
http://www.corriere.it/speciali/iran.shtml
SCHEDA IRAN
Nome: Repubblica Islamica dell'Iran (Jomhuri-ye Eslami-ye Iran)
Collocazione geografica: Medio Oriente, bagnato dal Golfo di Oman a sud, dal Golfo Persico a sud-est, dal Mar Caspio a Nord
Confini: a est: Afghanistan (936 km); Pakistan (909 km); a ovest: Iraq (1458 km), Turchia (499 km); a nord: Armenia (35 km), Azerbaigian (432 km), enclave azera del Nachichevan (179 km), Turkmenistan (992 km). In totale 5440 km
Superficie: 1.648.000 kmq (quella dell'Italia è di 301.277 kmq)
Controversie territoriali: restano aperte le dispute con l'Iraq, sebbene, dopo la guerra avviata nel 1980, nel 1990 i due Paesi abbiano ripreso le relazioni diplomatiche. L'Iran occupa le isole Abu, Musa, Grande e Piccola Tunb, nel Golfo Persico, richieste dagli Emirati Arabi Uniti. I limiti territoriali del Mar Caspio con Azerbaigian, Kazakistan, Russia e Turkmenistan non sono ancora definiti
Coste: 2440 km
Clima: prevalentemente arido o semiarido, subtropicale lungo le coste del Mar Caspio
Territorio: piccole aree pianeggianti lungo le coste. L'interno è costituito prevalentemente da un altopiano (mille metri di quota) roccioso o desertico. A ovest e a nord ovest il territorio è caratterizzato dalle catene montuose degli Zagros e dell'Elbrus. La cima più alta del paese è il monte Qolloh-ye Damavand (5671 m) Risorse naturali: petrolio, gas naturale, carbone, cromo, ferro, piombo, manganese, zinco, zolfo
Utilizzo del territorio: arabile 10% (94.000 kmq irrigati), prati e pascoli permanenti 27%, boschi e foreste 7%, altro 55%
Popolazione: 65.179.752
(stima luglio '99). Struttura dell'età: 0-14 anni 36%; 15-64
anni
60%; 65 anni e oltre 4%
Tasso di crescita della popolazione: 1,07% (stime '99)
Mortalità infantile: 29,73 decessi ogni 1000 vivi (stime '99)
Aspettativa media di vita: 69.76 anni (uomini 68,4 anni, donne 71,1)
Gruppi etnici: persiani 51%, azeri 24%, gilaki e mazandarani 8%, curdi 7%, arabi 3%, luri 2%, baluchi 2%, turkmeni 2%, altri 1%
Religione: musulmani sciiti 89%, sunniti 10%, piccole comunità cristiane, ebraiche, zoroastriane e baha'i 1%
Lingue: persiano (lingua ufficiale) e dialetti persiani 58%, turco e dialetti turchi 26%, curdo 9%, luri 2%, baluco e arabo 1%, altre 3%
Alfabetizzazione (individui sopra i 15 anni in grado di leggere e scrivere): 72,1 % (uomini 78,4%, donne 65,8%)
Capitale: Teheran (6.750.000 abitanti)
Altre città importanti: Mashhad (1.964.000 abitanti), Esfahan (1.220.000), Tabriz (1.116.000), Shiraz (1.042.000)
Regime istituzionale: Repubblica teocratica islamica
Pil pro-capite nel 1998: 1.470 dollari Usa
Tasso reale di variazione del Pil nel 1998: - 2,1%
Tasso di inflazione: 17,7%
Forza lavoro: 15,4 milioni
Tasso di disoccupazione: oltre il 30% (stime '98)
Esportazioni: 20,7 miliardi di dollari (stime '98)
Importazioni: 16 miliardi di dollari (stime '98)
Principali partner commerciali: Giappone, Italia, Grecia, Francia, Spagna e Corea del Sud per le esportazioni; Germania, Italia, Giappone, Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna e Belgio per le importazioni
Moneta: rial iraniano (un rial vale 1,12 lire italiane)
Paese musulmano, ma non arabo, sciita e non sunnita, l'Iran di oggi è un paese fiero della sua storia millenaria, di una cultura sopravvissuta a molte invasioni. Anzi, arricchita dai popoli che sugli altopiani compresi tra il Golfo Persico e il Mar Caspio hanno soggiornato. Prima da dominatori, ma poi sempre più soggiogati da quella civiltà delle città che da sempre è stata la Persia.
Terra di passaggio, dunque. E quindi di scambio tra Est e Ovest. Ricca di cultura, capace di creare quei gioielli d'arte che sono Isfahan e Shiraz. Ma ricca anche di petrolio e di gas naturale, crocevia di interessi commerciali, quindi politici, che ne hanno influenzato notevolmente la storia recente. All'inizio del ventesimo secolo, l'Iran si presentava unito sotto la dinastia dei Qagiar (1796-1925), malgrado le pressioni inglese e russe. Si trattava di un potere duro e oscurantista, che in quegli anni determinava un profondo distacco tra la corona, l’aristocrazia e parte del clero da una parte, la popolazione dall’altro.
L’opposizione al potere dispotico dei qagiari si cementò attorno ai principi di eguaglianza e giustizia sociale propri dell’Islam. Il movimento, cui alla fine si unirono anche le alte cariche del clero (che ne nobilitarono l’azione), portò subito alla rivoluzione del 1905, grazie alla quale venne promulgata una costituzione. Quindi nel 1925, alla caduta della dinastia qagiara.
Già allora appare in tutta la sua importanza l’enorme influenza apportata sugli eventi dalle moschee, luogo di preghiera ma anche di socializzazione. La moschea, negli immensi spazi del territorio persiano, si rivelò un perfetto strumento di propaganda che mobilitò le folle nel segno dei principi islamici e di un nuovo nazionalismo, diretta conseguenza delle ingerenze straniere.
Nel 1925, con Reza Khan il Grande, salì al potere la dinastia dei Pahlavi. Il monarca modernizzò il paese migliorando il sistema giudiziario e le comunicazioni interne. L’Iran conobbe un periodo di crescita economica. Durante la seconda guerra mondiale il Paese fu occupato dalla Gran Bretagna, in funzione antitedesca (Hitler era interessato ai giacimenti petroliferi). Reza Khan, che aveva simpatizzato con i tedeschi, fu costretto ad abdicare cedendo il potere al figlio Mohammad Reza Shah.
Alla fine della guerra, dopo il ritiro delle truppe di occupazione, Mohammad avviò un programma forzato di modernizzazione filo occidentale del Paese, dove intanto crescevano le pressioni per la nazionalizzazione delle risorse petrolifere (in particolare, veniva osteggiata l’attività della compagnia anglo-iraniana di proprietà britannica, istituita in avvio di secolo). Il movimento capeggiato da Muhammad Mossadeq riuscì a far approvare nel 1951 la lege che nazionalizzava la compagnia anglo-iraniana, aprendo un contenzioso internazionale.
Mossadeq, costretto alle dimissioni, tornò al governo sull’onda delle proteste popolari, ampliando la frizione fra il capo del governo e lo scià (contrario alla sua ingerenza sugli affari petroliferi). I contrasti diedero luogo a un tentativo di colpo di Stato che si concluse con l’arresto di Mossadeq e dei suoi più immediati collaboratori, il ritorno in patria dello scià (dopo un breve esilio a Roma) e il "generoso" prestito statunitense di 45 milioni di dollari al nuovo governo.
In Iran fu avviata allora una pesante politica di occidentalizzazione del Paese. Una politica di secolarizzazione che fu la prima causa del fallimento del programma e della caduta della dinastia. La corona sottovalutò la profonda spiritualità del popolo persiano, il ruolo del clero nella società. Negli anni Settanta la rivoluzione dilagò nel Paese senza che la corte se ne rendesse inizialmente conto. Nel febbraio del 1979, con un aereo da Parigi, l’Imam Khomeyni atterrava all’aeroporto di Teheran. Aveva inizio il governo degli ayatollah.
Link utili
Informazioni
generali sulla Lega Musulmana Mondiale
La comunità
islamica in Italia - I rapporti con le istituzioni
Informazioni
specifiche sul sufismo
Centro di cultura
islamica di Bologna
L'associazione
culturale "Il fondaco dei Mori"
Domande e
risposte su temi inerenti l'islam, in inglese
A cura di Mauro Coppola
Perché
in tanti odiano gli Usa
Chalmers Johnson, un politologo americano, ha scritto un
libro dal titolo profetico: "Ritorno di fiamma",
significando così i contraccolpi che gli Stati Uniti subiscono
per i propri errori
di David Fiesoli
http://www.diario.it/cnt/afghanistan/25idee-Diario40/Fiesoli.htm
LIVORNO.
Nemo
propheta in patria. Johnson evita di usare la parola
"terrorismo": "Rischia di essere
fuorviante", dice, "e quando Bush afferma che
l'America è stata attaccata perché è il faro della libertà,
tenta di far passare l'idea che si tratti di una guerra di
valori e di civiltà, mentre gli assassini non hanno voluto
attaccare l'America, ma la politica estera americana. E la loro
strategia è quella pericolosa dei deboli: rendere inutile il
potere militare americano negandogli il più possibile un
obiettivo preciso. Per questo Osama bin Laden, ex protégé
degli Stati Uniti all'epoca in cui l'America organizzava i
ribelli afghani contro l'Urss negli anni Ottanta, nega il suo
coinvolgimento".
Il libro di Johnson è stato ignorato negli Stati Uniti. Non
stupisce: dall'Afghanistan al Cile, il politologo analizza i
motivi del crescente risentimento antiamericano nel mondo
ripercorrendo gravi episodi e discutibili interventi made in
Usa, dall'appoggio a regimi dittatoriali alle vendite
indiscriminate di armi, agli accordi politico-economici fatti
sulla pelle dei cittadini di altri Paesi. Fino a ieri, neanche i
Paesi amici erano immuni a reazioni d'insofferenza: Johnson cita
proprio l'Italia in relazione all'aereo militare americano che
tranciò nel 1998 il cavo della funivia del Cermis uccidendo 21
persone. E il Giappone, dove a Okinawa una bambina dodicenne fu
stuprata dai marines nel 1995. Ieri l'Iraq, oggi l'Afghanistan,
Paesi governati da dittatori che gli Stati Uniti contribuirono a
portare al potere, scatenano atti di guerra che secondo Johnson
più che santa è politica, contro le strategie americane
perseguite nel Golfo e nei confronti di Israele.
Il pericolo è che domani il ritorno di fiamma coinvolga anche
altri Paesi. Johnson cita il Guatemala, dove secondo la
commissione di indagine storica dell'Onu, nei primi anni Ottanta
il governo militare finanziato e sostenuto dagli Usa ordinò la
distruzione di circa 400 villaggi maya in una campagna genocida
in cui vennero trucidati 200 mila contadini. O la Turchia, dove
il governo americano sostiene la guerra di repressione contro la
minoranza curda. O l'Indonesia, che ha la più grande comunità
islamica del globo e che ha subìto per 30 anni la dittatura
sanguinosa di Suharto, uno dei dittatori asiatici preferiti
dagli Stati Uniti. O la Cambogia, che ha pagato un prezzo
elevatissimo per la guerra americana in Vietnam quando Nixon e
Kissinger ordinarono di sganciare nelle sue aree rurali più
bombe di quante ne furono sganciate sul Giappone durante la
Seconda guerra mondiale, uccidendo 750 mila contadini cambogiani
e contribuendo a dare legittimità ai sanguinari khmer rossi di
Pol Pot che hanno sterminato un milione e mezzo di loro
concittadini. La Corea del Sud fu il primo Stato del mondo in
cui gli americani istituirono un governo dittatoriale. Seguirono
poi Taiwan, le Filippine, la Thailandia.
Ovunque potrebbe ripercuotersi l'esplosione della polveriera
afghana. Ritorsioni militari massicce, con gli inevitabili costi
in vite umane, non convengono all'America. "Che
invece", conclude Johnson, "dovrebbe dismettere gli
stanziamenti fuori dai confini di Israele il prima possibile,
ritirare le truppe stanziate in Arabia Saudita, smantellare le
38 basi militari a Okinawa, e reintrodurre quella politica fatta
di ideali che proprio l'America ha inventato con il piano
Marshall. Nello stesso tempo, deve eliminare la vulnerabilità
interna trasformando, per esempio, la sicurezza aerea in una
funzione federale invece di lasciarla in mano ai privati. Nella
Cia dovrebbero trovare posto analisti che sappiano leggere il
linguaggio dei Paesi ai quali sono assegnati. Solo così la
crisi recederà. Altrimenti faremo il gioco degli assassini, e
saranno ancora gli americani a subirne le conseguenze".