Il conflitto israelo-palestinese: sintesi storica dal 1880 ad oggi
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, gli
immigranti sionisti in Palestina erano 85.000, il 9% della popolazione, mentre
gli arabi musulmani e cristiani erano 500.000, ai quali si aggiungevano gli
ebrei cosiddetti Ottomani (già presenti da tempo in Palestina e perfettamente
integrati). I palestinesi facevano una netta distinzione fra gli ebrei Ottomani
e quelli europei. Questi ultimi infatti erano visti come agenti di una
penetrazione economica delle potenze europee. Nel 1916 le potenze europee (quelle schierate in guerra contro
Germania, Austria e Ungheria) siglarono l'accordo di Sikes-Picot: si trattava
del piano alleato per dividere l'impero Ottomano (in disfacimento) fra Russia,
Francia, e Inghilterra. Nell'accordo la Palestina doveva rimanere
internazionalizzata sotto il controllo di tutte e tre. Ma gli inglesi volevano
controllare il canale di Suez per tutelare i loro commerci con l'India, e cosi'
promossero la colonizzazione ebrea europea in Palestina a scapito della
popolazione araba. Nel 1917, dopo aver promesso ai palestinesi la libertà di
formare governi propri, il ministro degli esteri inglese Arthur Balfour fece la
famosa dichiarazione (che porta il suo nome) che di fatto riconosceva ai
sionisti il diritto di costituire un proprio Stato in Palestina, contraddicendo
quindi le garanzie di autodeterminazione date ai palestinesi. Ma non tutti i
sionisti esultarono per le parole di Balfour: i più radicalizzati fra loro
accolsero male la dichiarazione, e un loro leader, Israel Zangwill, nel 1919
rivendicò per tutti gli ebrei il diritto di colonizzare la Terra di Israele (Eretz
Israel) su basi bibliche, il che significava colonizzare tutta la Palestina e
molto oltre. Qui abbiamo il primo appello palestinese rivolto alle potenze
europee perché si creasse in Palestina una Monarchia Costituzionale
Democratica, che salvaguardasse le minoranze etniche e religiose. I palestinesi
chiedevano anche che fosse messo uno stop alla colonizzazione sionista. Nel 1920, con il trattato di Sèvres, i vincitori della prima
guerra mondiale si divisero l'impero Ottomano sconfitto: fra le varie
spartizioni dell'area mediorientale la Siria andò alla Francia e la Palestina
alla Gran Bretagna. Nel 1922 l'Inghilterra ricevette dalla Lega delle Nazioni il
Mandato per la Palestina, e istituì la Jewish Agency (Agenzia Ebraica) per
promuovere l'economia dell'area. I palestinesi non avevano un'organizzazione
simile e non gli fu chiesto di formarne una. I loro timori erano chiari: che il
potere economico palestinese fosse destinato a essere gregario di quello
ebraico. Per i palestinesi riconoscere il Mandato inglese significava
in pratica riconoscere la legittimita' degli insediamenti sionisti, cosa che si
rifiutarono di fare. Poiché i Notabili palestinesi non possedevano una
struttura come la Jewish Agency, si rifiutarono per tutto il periodo del Mandato
di partecipare all'amministrazione delle terre da una posizione che
consideravano perdente in partenza. Ma cosi' facendo si auto esclusero. Gli intenti dei colonizzatori sionisti erano, pubblicamente,
di trovare un'armonia di convivenza con gli arabi, ma alcune dichiarazioni di
leaders dell'Organizzazione Sionista confermarono i peggiori sospetti dei
palestinesi. Nel 1921 infatti il Dott. Eder dichiarava: "Ci sarà solo una
nazione in Palestina, ed sarà quella ebraica. Non ci sarà eguaglianza fra
ebrei e arabi, ma vi sarà la predominanza ebraica appena i numeri demografici
ce lo permetteranno." QUI COMINCIA LA VIOLENZA E FINISCE LA STORIA CIVILE DI QUESTI
POPOLI. Nel 1921 cominciano gli scontri fra arabi ed ebrei (a Jaffa
200 morti ebrei e 120 morti arabi). Gli Inglesi concludono che si tratta di
scontri spontanei, mentre i sionisti decidono che vi è un piano di persecuzione
contro di loro, e il leader sionista Ben Gurion comincia a organizzare la difesa
dei territori colonizzati. Nel 1929 gli arabi attaccano alcuni ebrei non sionisti per una
disputa religiosa, e cioé l'accesso dei fedeli ebrei al Muro del Pianto, uno
dei luoghi di culto più importanti della tradizione ebraica che si trova però
vicinissimo a due luoghi sacri della tradizione musulmana, il Haram al Sharif e
la moschea Al Aqsa. E' QUI CHE IL MONDO ARABO E QUELLO EBRAICO IN GENERALE ( e cioé
non solo sionista) VENGONO TIRATI NEL CONFLITTO. La rabbia araba ha però anche altre cause. Infatti i sionisti
(attravarso il Jewish National Fund) continuano a comprare le terre da
proprietari arabi non residenti, e i contadini palestinesi che le lavorano
vengono spesso espulsi senza voce in capitolo. Inoltre, come testimonia un
rapporto ufficiale inglese del 1930, le terre acquistate vengono dichiarate
suolo ebraico per sempre e solo gli ebrei vi possono lavorare. Questo deteriora i rapporti ancora di piu', e nel frattempo le
tensioni vengono peggiorate dalla ulteriore ondata di immigrazione di Ebrei che
fuggono dalla scalata al potere di Hitler in Europa. Nel 1940 i sionisti formano
già il 33% della popolazione in Palestina. Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per
lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948: 1) I contadini palestinesi si ribellano nel 1936, gli inglesi
reprimono la sollevazione ma capiscono l'impossibilita' di mantenere le promesse
fatte alle parti. 2) Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati.
Gli inglesi pubblicano il "Peel Report", che prevede la separazione di
ebrei e arabi secondo la divisione demografica del momento. Gli arabi non
l'accettano. Essi chiedono: che sia fermata l'immigrazione ebraica e che gli si
impedisca di acquistare le terre, e che la Palestina divenga uno Stato
indipendente dove agli ebrei siano garantiti i diritti politici e civili. Gli
inglesi, pubblicando il "White Paper" sulla Palestina nel 1939,
accettano di limitare l'immigrazione ebraica e l'acquisto di terre, e promettono
una transizione verso un futuro governo palestinese in uno Stato bi-nazionale.
Gli arabi rigettano anche il "White Paper", perché considerano troppo
vaga la promessa di indipendenza palestinese. 3) Gli inglesi, per non esacerbare la situazione in
Medioriente, cominciano a proibire l'arrivo dei rifugiati ebrei in fuga da
Hitler, con episodi di agghiacciante inumanità. Aggiungiamo che è di questo
periodo uno dei più clamorosi autogoal della leadership religiosa palestinese,
quando il Gran Mufti di Gerusalemme, lo Sceicco Haj Amin al-Husseini, ebbe la
pessima idea di recarsi nella Germania nazista a confabulare con Heinrich
Himmler affinché le SS impedissero l'emigrazione degli ebrei verso la Palestina
(le foto che lo ritraggono sono al museo Yad Vashem di Gerusalemme). E' a questo punto che i sionisti si organizzano in gruppi di
guerriglia, e cominciano attacchi terroristici contro gli inglesi e contro i
palestinesi. I gruppi più noti furono l'Irgun e lo Stern, che nel 1944 uccide
in ministro inglese per il medioriente Lord Moyne, e il gruppo Haganah. Nel '46
c'e' il noto attentato dell'Irgun contro gli inglesi: sotto la guida di Menachem
Begin (futuro premier) viene fatto saltare in aria l'Hotel King David. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla
all'ONU. Ciò è dovuto anche al fatto che il potere di influenza sulla regione
sta sempre più passando in mani statunitensi. L'ONU propone nella risoluzione 181 l'ennesima divisione in
Stati separati, ma gli Arabi la rifiutano, e non senza motivo: agli ebrei
sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione
presente. Sempre agli ebrei andava il Negev dove vivevano 90.000 beduini contro
solo 600 ebrei. Nella primavera del 1947 comincia lo scontro sul campo fra
arabi ed ebrei, e nel Maggio 1948 gli Stati arabi (nati dalla decolonizzazine)
mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma gia' le truppe ebraiche avevano
conquistato grandi fette di territorio designato dall'ONU come Arabo, provocando
la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. E' di questo momento il massacro di
200 civili palestinesi a Deir Yassin sotto la responsabilità di Menachem Begin.
Il mediatore ONU Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico
Stern a Gerusalemme, e lo Stato d'Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La
guerra continua, e all' inizio del 1949 Israele vince definitivamente
conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000. Nel 1950 Israele vota una legge, la Legge sulla Proprietà
degli Assenti, che espropria i profughi palestinesi fuggiti durante le ostilità
delle loro terre e delle loro abitazioni, quelle cioé abbandonate a partire dal
novembre 1947. Ancora oggi Israele sostiene che la maggioranza dei palestinesi
fuggì volontariamente perché incitati dalle radio arabe a farsi da parte
mentre Israele veniva "distrutto". Ma secondo i più autorevoli
storici questi appelli radiofonici sono un'invenzione e la realtà suggerisce
che i palestinesi fuggirono per paura della guerra o delle stragi delle gang
terroristiche ebraiche. Nella risoluzione ONU 194 (12/1948) è sancito il
diritto dei rifugiati di tornare o di essere risarciti, ma Israele non l'ha mai
riconosciuta. Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con
amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana. La
Giordania era già nata come nazione e ospitava ampi numeri di palestinesi). Gli
scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la
Gran Bretagna e la Francia) attacca l'Egitto (che aveva nazionalizzato il canale
di Suez) conquistando Gaza e il Sinai, ma gli USA li convincono a ritirasi un
anno dopo. Intanto, nel 1964 gli Stati arabi creano l'Organizzazione per
la Liberazione della Palestina (OLP). Questo gruppo compie azioni di guerriglia
contro Israele, e verra' visto come l'unica speranza di riscatto palestinese. Le tensioni crescono in una escalation che porterà alla
prossima guerra, quella del '67: 1966: la Siria permette ai guerriglieri palestinesi di operare
dal suo territorio; Israele minaccia ritorsioni e la Siria fa un patto difensivo
con l'Egitto. A causa di questo patto, e in seguito alle rappresaglie israeliane
in Giordania, la Siria sollecita l'Egitto ad agire. Il Cairo assume un
atteggiamento bellicoso, ma non va oltre. Nel Maggio 1967 il presidente egiziano Nasser stringe un patto
di difesa con la Giordania, che sembra mirare solo a un rafforzamento
strategico, e non a un effettivo attacco contro Israele. Ma Israele non aspetta,
e nel Giugno 1967 attacca l'Egitto. E' la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la
umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la
Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna
la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente
chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati nel 1967 - che tutti gli
Stati si riconoscano come sovrani, indipendenti e integri all'interno di
frontiere sicure - che si trovi una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettarono subito la 242, Israele la
accetterà tre anni piu' tardi senza pero' evacuare i territori. Nel 1968, un gruppo dell'OLP chiamato Fatah e capeggiato da un
certo Yasser Arafat cade vittima di una feroce rappresaglia israeliana a Karama.
Arafat ne trae prestigio e diviene capo dell'OLP, dichiarando ufficialmente gli
scopi dell'Organizzazione: "Lotta armata e cancellazione dello Stato di
Israele". Ma altri gruppi militanti dell'OLP hanno differenti mire. Il
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il Fronte
Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) sostengono ideologie
panarabe nazionaliste, mirando non solo a una lotta palestinese ma a una
sollevazione in senso socialista di tutti gli Stati arabi. Essi divengono in
pratica avversari interni dell'OLP, con proprie alleanze sotterranee. In questi anni la Giordania diviene sia la base per gli
attacchi dell'OLP verso Israele sia l'oggetto degli attacchi dei gruppi
dissidenti. Infatti nel 1970 il FPLP di George Habbash fa esplodere alcuni aerei
in Giordania, umiliando il monarca giordano Re Hussein, che decide di espellere
i guerriglieri palestinesi con mezzi militari e scontri sanguinosi (episodio
noto come Settembre Nero). Sono gli anni del terrorismo palestinese più
clamoroso, con l'attacco alle Olimpiadi di Monaco (1972), con l'azione di tre
kamikaze di Abu Nidal all'aeroporto di Tel Aviv, ecc. Il Mossad (servizi segreti
israeliani) uccide i rappresentanti dell'OLP a Parigi e a Roma. Inizia una guerra d'attrito fra Egitto e Israele, che sfocia
in un attacco egiziano e siriano a sorpresa contro Israele nel 1973 (guerra del
Kippur). Israele è in seria difficolta', e solo grazie a un massiccio aiuto
militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la
mediazione USA di Kissinger e un'altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza
dell'ONU, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione
242, ma su quest'ultimo punto c'è un nulla di fatto. La base della guerriglia OLP si sposta in Libano, fra i
villaggi Shiiti del sud, vicino alla frontiera con Israele. Dapprima l'OLP è
ben accetto, ma quando la popolazione si trova fra i due fuochi israeliani e
palestinesi iniziano i dissapori con l'OLP, che non si fa scrupolo di imporre
sanguinosamente la sua presenza. Israele bombarda e attacca il sud del Libano
dal 1973 al 1978, causando enormi sofferenze fra i civili e la fuga verso Beirut
di centinaia di profughi. Poi, nel 1978 invade il sud del Libano, causando circa
2000 morti. Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con
la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di
caschi blu (UNIFIL). L'UNIFIL però dovrà fare i conti con la presenza
nell'area libanese sotto occupazione israeliana delle spietate milizie
mercenarie della South Lebanese Army, che erano interamente sotto il controllo
di Israele e che per conto di Israele conducevano azioni militari e ogni sorta
di crimine di guerra (come l'assassinio di due caschi blu irlandesi, tuttora
impunito nonostante gli assassini vivano liberi a Detroit, USA). Nasce nel
Libano del sud la resistenza islamica degli Hezbollah. Nel frattempo prende piede la più clamorosa svolta
diplomatica della recente storia mediorientale. Nel novembre 1977 il presidente
egiziono Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele. Nel Settembre
1978 Sadat va a Camp David negli USA, dove firma i famosi Accordi con Israele.
Israele in cambio si ritira dal Sinai. Sadat firma a Washington il 26 marzo 1979
la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da
killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi, anche perché
Israele, non dovendosi più preoccupare dell'Egitto al sud, e' ora libero di
attaccare il Libano al nord. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la
scusante di dare la caccia ai "terroristi", e arriva fino a Beirut con
l'aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli USA mediano la fuga
dell'OLP e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge
i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila
le milizie Cristiane Maronite pro israeliane e sotto il controllo di Ariel
Sharon (allora min. della difesa di Isr.) sterminano 1.700 civili palestinesi,
destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirera' dal Libano (esclusa una
fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti. Da notare in questo periodo (1982) i tre piani di pace
proposti da USA, URSS e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di
autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi
accettano tutti e tre piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Arafat, fuggito dal Libano, si trova isolato e stringe nel
1985 un patto per la pace con re Hussein di Giordania. Partono i colloqui di
pace con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di
pace - accettazione di tutte le risoluzioni ONU - autodeterminazione del popolo
palestinese - soluzione per il problema dei rifugiati. Gli USA invece propongono: accettazione palestinese della
risoluzione 242 (ma non si parla delle altre risoluzioni) - riconoscimento
palestinese dello Stato di Israele - rinnegazone della violenza da parte
dell'OLP. Il fallimento delle trattative sembra sia da attribuirsi al rifiuto
USA di accettare l'autodeterminazione del popolo palestinese. Siamo al 1985, tragico momento degli attentati terroristici
palestinesi nel porto di Larnaca (Cipro) e a bordo della nave da crociera
Achille Lauro, che furono degli autogoal clamorosi per tutta la causa del popolo
palestinese. Israele bombarda il quartier generale dell'OLP che si era insediato
a Tunisi, e gli USA screditano Arafat come "terrorista", convincendo
Re Hussein di Giordania a rompere il suo accordo nel 1986. Le fortune dell'OLP sembrano precipitare negli anni dal 1985
al 1987, anno in cui il Consiglio Nazionale Palestinese si riunisce ad Algeri e
ritrova una unita' fra tutte le fazioni. Nei territori occupati il pugno di
ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le
deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno
legalizzate dall'Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a
farlo) trova ora un fronte unito, e forse per questo i giovani palestinesi
possono esplodere nell'Intifada (sollevazione) il 9 Dicembre 1987. Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente al terrorismo e accetta
la risoluzione 242, implicitamente riconoscendo l'esistenza di Israele. L'OLP
decide a quel punto la futura nascita dello Stato palestinese. Nel 1990 ancora un autogoal di Arafat: un raid di guerriglieri
OLP su una spiaggia israeliana (abortito) causa le rottura fra Arafat e gli USA.
Ma l'errore diplomaticamente forse più imperdonabile di Arafat sarà il suo
ambiguo atteggiamento verso l'aggressione irachena al Kuwait nel 1991. Ciò gli
frutterà la sospensione degli aiuti finanziari da parte dell' Arabia Saudita e
un imbarazzante isolamento internazionale. Il presidente americano Bush (primo) comprende che è
nell'interesse statunitense stabilizzare l'area mediorientale dopo la Guerra del
Golfo contro Saddam Hussein, e per questo spinge un riluttante Israele a
incontrare i Paesi arabi e alcuni rappresentanti palestinesi (ma non l'OLP) alla
conferenza di Madrid nell'ottobre 1991. Nel Giugno 1992 il partito Laborista di Yitzhak Rabin vince le
elezioni in Israele (sconfiggendo il partito di destra Likud) e promette un
accordo di autonomia ai Palestinesi. Fine agosto 1993: a Oslo si svolgono colloqui segreti fra
l'OLP e il laborista israeliano Shimon Perez con mediazione norvegese del
ministro degli esteri Joan Jorgen Holst. Il tema e' una proposta di autonomia
per Gaza e per la citta' di Jerico. Il 9 Settembre 1993 Arafat, con la votazione a favore del
Comitato Esecutivo Palestinese (8 voti a favore su 12) firma la lettera di
riconoscimento dello Stato di Israele, e Israele il 10 Settembre riconosce l'OLP
come il legittimo rappresentante dei palestinesi. Lunedi' 13 Settembre 1993 Arafat e Rabin a Washington, in una
storica cerimonia, firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo
riconoscimento di Israele e dell'OLP, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico,
e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania
entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati "di Oslo" grazie
alla mediazione norvegese, è concesso all'OLP di formare una propria
amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Questa
amministrazione si chiama Autorità Palestinese, che avrà come presidente
Arafat (ma si dimostrerà spesso incapace e corrotta). Tuttavia gli accordi di
Oslo rimandano a futuri negoziati i punti di disaccordo più spinosi: gli
insediamenti ebraici illegali in terra palestinese - il ritorno dei rifugiati
palestinesi - le risorse idriche - e il destino di Gerusalemme Est, che i
palestinesi rivendicano come propria (come anche sancito dalla risol. ONU 242). Il premier Rabin viene assassinato nel novembre del 1995 da
uno studente ebraico estremista di destra che considerava l'avvicinamento ad
Arafat un tradimento della nazione di Israele. Nonostante ciò, nel 1996 la destra israeliana (partito Likud)
vince le elezioni e al governo va Benjamin Netanyahu. Egli sostanzialmente
imporrà un nulla di fatto sugli accordi di Oslo fino al 1999, anno in cui i
laboristi di Ehud Barak tornano al potere. Da notare che dietro le quinte le differenze di politiche fra
la sinistra e la destra israeliana sono poche, soprattutto per quello che
riguarda la spinosa questione degli insediamenti ebraici illegali in terra
palestinese. Basti pensare che quando furono firmati gli accordi di Oslo c'erano
già 32.750 abitazioni illegali di coloni ebrei in terra palestinese, che da
allora a oggi sono cresciute del 62%, sia sotto governi israeliani di sinistra
che di destra. Barak concede ad Arafat alcuni territori in più a partire dal
1999, e a metà del 2000 l'Autorità Palestinese si trova a controllare il 40%
della Cisgiordania e il 65% di Gaza. Ma attenzione: stiamo parlando di pezzetti
di territorio palestinese scollegati e interamente circondati da insediamenti
ebraici, e controllati giorno e notte da cordoni di militari israeliani con
pieni poteri, letteralmente di vita o di morte, sulla popolazione palestinese.
In queste condizioni la gestione economica palestinese è quasi impossibile e la
povertà (già spaventosa) aumenta: i tassi di disoccupazione variano dall'11%
al 50%. Maggio 2000: Israele si ritira frettolosamente dal Sud del
Libano, in seguito anche all'offensiva dei guerriglieri islamici Hezbollah (da
più di 20 anni impegnati in una guerriglia di attrito per cacciare Israele dal
Libano). Nel luglio del 2000 il presidente americano Clinton convince
un riluttante Arafat e il premier israeliano Barak ad andare a Camp David (USA)
per finalizzare gli accordi di Oslo. L'incontro naufraga in un nulla di fatto, e
ancora oggi molti sostengono che Arafat fu allora responsabile di aver rifiutato
una generosa offerta israeliana. Anche se è vero che a Camp David l'israeliano
Barak offre ad Arafat molto più territorio di quanto avessero mai fatto i suoi
predecessori, è altrettanto vero che Barak si rifiuta 1) di ritirarsi da
Gerusalemme Est 2) di affrontare la questione dei rifugiati palestinesi 3) di
rispettare la risoluzione 242 dell'ONU 4) di affrontare drasticamente la
questione degli insediamenti ebraici illegali. Per Arafat questo era ovviamente
inaccettabile. Arriviamo al 28 Settembre 2000, un'altra data catastrofica
nella storia di questo conflitto. E' il giorno in cui Ariel Sharon, leader
dell'opposizione israeliana di destra (Likud), sfida le ire palestinesi sfilando
a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a
Gerusalemme, che è uno dei luoghi più sacri della religione musulmana. Questo
viene visto come un oltraggio imperdonabile, e le rabbie e le tensioni
accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda (e tuttora in
corso) Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91), questa
sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c'è un uso
massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro
i civili, e soprattutto c'è un marcato aumento di giovani kamikaze che si fanno
esplodere massacrando civili israeliani; mentre da parte israeliana la
repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le
devastazioni di aree abitate e gli "assassinii mirati" di presunti
terroristi e/o di leader politici dell'OLP, non conoscono più limiti. Nel febbraio 2001 il laburista Barak perde le elezioni e
diviene premier Ariel Sharon del Likud. IL GRANDE GIOCO Israele
ed USA uniti contro il mondo: l'aggressivita' di Israele e' sempre stata fattore
destabilizzante per il Medioriente fin dall'anno della sua creazione come
bastione degli interessi americani nell'area di Uri Avnery, pacifista
israeliano La faccenda e'
semplice da spiegare. L'America e' ancora infuriata per l'attacco alle Torri
gemelle. Ha appena vinto una guerra stupefacente in Afghanistan senza
sacrificare quasi nessun soldato americano. Ora e' ferma, furiosa ed ubriaca per
la vittoria, e non sa chi attaccare. L'Iraq? La Corea del Nord? La Somalia? Il
Sudan? Se si guardano
le mappe delle grandi basi americane create per la guerra, si rimane colpiti dal
fatto che sono sistemate sulla rotta dell'oleodotto progettato per trasportare
il petrolio all'Oceano Indiano. L'articolo e' tratto da Gush-Shalom.org La guerra di Rachel
Il loro arrivo preoccupò presto i Notabili palestinesi che gia' nel 1891
scrissero al Gran Visir a Istambul chiedendogli di proibire le immigrazioni di
sionisti in Palestina. Il Gran Visir lo fece ma gli Inglesi e i Francesi lo
convinsero a invalidare gran parte del suo stesso editto.
In una straordinaria serie di e-mail dirette alla sua
famiglia spiega per quali motivi rischiava la vita.
7 febbraio 2003
Rachel
20 febbraio 2003
Mamma,
La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi
parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito
seriamente che stia per succedere questo, perché credo
che in questo momento sarebbe una mossa
geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo
che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle
piccole incursioni al di sotto del livello di
attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e
forse il paventato “trasferimento di popolazione”.
Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di
partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al
sicuro e nell’eventualità di un’incursione più
massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il
rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione
militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione
molto più forte di quanto non facciano le strategie di
Sharon basate sugli omicidi che interrompono i
negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre,
strategie che al momento stanno servendo benissimo
allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando
lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di
autoderminazione palestinese. Sappi che un mucchio di
palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di
me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi
hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. E poi la
signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora
dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una
parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso
della mia mamma vuole essere sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel
27.02.03
(alla madre)
Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi
terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori
dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte,
l'adrenalina funge da anestetico per settimane di
seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la
cosa mi colpisce di nuovo: un po' della realtà della
situazione. Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho
visto un padre che portava fuori i suoi bambini
piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri
armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di
jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare
in aria la casa. In realtà, l'esercito israeliano in
quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno
vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla
resistenza palestinese.
Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini
furono rastrellati la scorsa domenica e confinati
fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra le
loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e
i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da
vivere a 300 persone. L'esplosivo era proprio davanti
alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati
sarebbero entrati, se fossero ritornati.
Mi spaventava pensare che per quest'uomo, era meno
rischioso camminare in piena vista dei carri armati
che restare in casa. Avevo proprio paura che li
avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in
mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede
tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due
bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia
attenzione in quel particolare momento, forse perché
pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri
problemi di traduzione.
Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono,
di come la violenza dei palestinesi non migliora la
situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah
lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono
entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi
600, molti hanno cambiato casa, perché i tre
checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città
israeliana più vicina) hanno trasformato quello che
una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in
un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile.
Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti
di crescita economica per Rafah sono oggi
completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di
Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per
il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca
torre per cecchini israeliani al centro del punto di
attraversamento); accesso al mare (tagliato
completamento durante gli ultimi due anni da un
checkpoint e dalla colonia di Gush Katif).
Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte
circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che
non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma
vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia
ufficialmente il posto più povero del mondo.
Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono
anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso
l'Europa venivano, a volte, ritardate per due
settimane al valico di Erez per ispezioni di
sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di
fiori tagliati due settimane prima sul mercato
europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono
arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i
giardini della gente. Cosa rimane per la gente da
fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non
ci riesco.
Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero
completamente soffocati, se vivessimo con i nostri
bambini in un posto che ogni giorno diventa più
piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze
passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer
ci possono attaccare in qualunque momento e
distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da
tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi
vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149
altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di
usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i
frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando
vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da
frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e
a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e
quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in
una simile situazione, la maggior parte della gente
cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo
farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la
farebbe. E penso che lo farei anch'io.
Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando
l'esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre
nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè,
mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto
momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata
sempre con tanta dolcezza da persone che vanno
incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati
Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la
grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi
segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa
sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che
qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo
senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero,
di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere
come possiamo far diventare così orribile questo
mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che
forse non riuscivate a credere completamente a quello
che vi dicevo. Penso che sia meglio così, perché credo
soprattutto all'importanza del pensiero critico e
indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo
con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie
affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran
parte questo è perché so che fate anche le vostre
ricerche. Ma sono preoccupata per il lavoro che
svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme
a tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a
volte graduale, spesso mascherata, ma comunque
massiccia, e una distruzione, delle possibilità di
sopravvivenza di un particolare gruppo di persone.
Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi
con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono
atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su
questi, finirò per perdere il contesto. La grande
maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi
per fuggire altrove, anche se veramente volesse
smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene
semplicemente (e questo sembra essere uno degli
obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene.
Perché non possono entrare in Israele per chiedere un
visto e perché i paesi di destinazione non li
farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di
quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene
rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non può uscire,
e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco,
questo credo che si possa qualificare come genocidio.
Anche se potessero uscire, credo che si potrebbe
sempre qualificare come genocidio. Forse potreste
cercare una definizione di genocidio secondo il
diritto internazionale. Non me la ricordo in questo
momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere
meglio questi concetti. Non mi piace usare questi
termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto
questo punto di vista: io do veramente molto valore
alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni
e di permettere alle persone di tirare le proprie
conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere.
Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono
testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e
che ho davvero paura, comincio a mettere in
discussione la mia fede fondamentale nella bontà della
natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una
buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le
nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che
sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a
ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e
disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma
voglio anche che questo finisca. Quello che provo è
incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi
rendo conto che questa è la realtà di base del nostro
mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era
questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo
mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando
è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e
papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso
di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando
guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto
mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo
arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita
comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa
incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da
qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina,
probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa
per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare
tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una
delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi,
se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano
dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di
non far male ai bianchi, attribuite il motivo
semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un
genocidio che io anch'io sostengo in maniera
indiretta, e del quale il mio governo è in larga
misura responsabile. Voglio bene a te e a papà.
Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino
a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e
ringraziarli.
Rachel
28 Febbraio 2003
(alla madre)
Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi
aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di
altri che mi vogliono bene.
Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio
gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia
di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. Mi
hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via
cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla
facciata sono inutilizzabili perché i muri sono
crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la
famiglia padre, madre e tre bambinidorme nella
stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento,
accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo
sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio
maschio con i compiti d'inglese e abbiamo guardato
tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero
terrificante. Penso che per loro sia stato un gran
divertimento vedere come quasi non riuscivo a
guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è
venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando
i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto
colazione con loro, e sono rimasta un po' lì seduta
così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel
groviglio di coperte, insieme alla famiglia che
guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni
della domenica mattina. Poi ho fatto un pezzo di
strada a piedi fino a B'razil, che è dove vivono
Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della
grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a
cuore aperto. (A proposito, l'altro giorno, la Nonna
mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un
gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono
riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe
stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che
mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni).
Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a
trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato
con il suo bebè. L'inglese di Nidal migliora di giorno
in giorno. È lui a chiamarmi "sorella". Ha anche
cominciato ad insegnare alla Nonna a dire "Hello. How
are you?" in inglese. Si sente costantemente il rumore
dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure
tutte queste persone riescono a mantenere un sincero
buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me.
Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento
un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare
il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di
raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo
ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo
esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto
questo nel lungo periodo. So che la situazione in
realtà li colpisce e potrebbe alla fine schiacciarli
in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia
stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a
difendere in così grande misura la loro umanità - le
risate, la generosità, il tempo per la famiglia
contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro
vite e contro la presenza costante della morte. Dopo
stamattina mi sono sentita molto meglio. In passato ho
scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche
misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora
capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita,
che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una
straordinaria capacità elementare dell’essere umano di
mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili
anche di questo non avevo mai fatto esperienza in
modo così forte. Credo che la parola giusta sia
dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa
gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.
Rachel
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Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia
Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila
Translators for Peace
Traduttori per la Pace [http://web.tiscali.it/traduttoriperlapace]
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