il manifesto" del 29
Luglio 1998
"Washington
arma l'Uck"
Kosovo:
cronaca
di una tragedia evitabile
I.
Difficile
rivolgere anche solo uno sguardo distratto ad una carta dei Balcani senza
cogliere il dilemma che ha segnato tutta la storia dei popoli che vi abitano:
vivere insieme nel quadro di uno stato multietnico o non vivere affatto.
Per una regione in cui i confini fra i popoli e le religioni si disperdono in
mille sacche, corrono attraverso le città, attraverso le case e all’interno
delle famiglie, il separatismo etnico non porta né rinascita culturale né
autodeterminazione politica, bensì le esclude: non un presunto “odio
atavico” fra popoli che in realtà si mescolano e rimescolano da secoli, ma
il principio dello stato nazione genera la pulizia etnica.
Nei
Balcani, il nazionalismo è due volte menzognero: perché pone la barbarie a
difesa dell’identità culturale e perché dà vita a stati deboli,
inevitabilmente subalterni ad interessi geopolitici non loro. Un esempio per
tutti: la Bosnia, per anni macelleria d’Europa in nome di
un’autodeterminazione nazionale irrealizzabile in un paese composto, nei
fatti, di sole “minoranze”, e oggi congelata dagli accordi di Dayton.
A
capo dell’amministrazione imposta alla Bosnia è ora l’Alto Rappresentante
(High Representative, HR), nominato dalle potenze occidentali garanti, un
cittadino non bosniaco. Lo HR ha pieni poteri esecutivi in tutte le questioni
civili, e il diritto di revoca sui governi della Federazione Bosniaca e della
Repubblica Serbo-Bosniaca. Lo HR deve operare in stretto contatto con l’Alto
Comando militare IFOR. Una forza di polizia non militare internazionale è
sotto la protezione di un commissario venuto dall’estero, nominato dal
segretario generale delle Nazioni Unite. Circa 1.700 poliziotti giunti da 15
paesi sono stati inviati in Bosnia, dopo un programma di preparazione durato
cinque giorni a Zagabria. Laddove l’Occidente aveva sottolineato il proprio
appoggio alla democrazia, l’Assemblea parlamentare, istituita secondo la
“Costituzione” e perfezionata con il Trattato di Dayton, agisce
essenzialmente approvando decisioni altrui.
Inoltre,
la Costituzione bosniaca stabilita a Dayton consegna le redini della politica
economica alle istituzioni di Bretton Woods (FMI, Banca Mondiale) ed alla BERS
(Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), di stanza a Londra.
L’articolo VII stabilisce che il primo governatore della Banca Centrale
della Bosnia-Erzegovina debba essere nominato dal FMI e “non essere un
cittadino bosniaco o di uno Stato vicino”, ossia non ex-jugoslavo. Il
compito di amministrare l’economia bosniaca è scrupolosamente suddiviso fra
le agenzie dei donatori: mentre la Banca Centrale è sotto la custodia del FMI,
la BERS guida la Commissione sulle società statali, che vigila sulle
operazioni di tutte le aziende del settore pubblico, fra cui energia
elettrica, acqua, poste, strade, ferrovie, ecc. Il presidente della BERS
nomina il presidente della commissione che dirige anche la ristrutturazione
del settore pubblico, soprattutto con l’intenzione di svendere i beni
statali e quelli autogestiti, e ottenere fondi di investimento a lungo
termine.
Dominio
delle vie del petrolio dal Mar Caspio e di quelle della droga dalla Turchia e
dall’Afghanistan, controllo militare di zone cruciali fra Europa e Asia,
espansionismo islamico, traffici di ogni tipo legati alle guerre e guerriglie
endemiche e all’embargo della Jugoslavia, rapporti fra cartelli mafiosi...
Sono tante le vie che passano per i Balcani, tanti gli interessi che si
intrecciano: politici, economici, religiosi. Oggi come ieri, i
“liberatori” dei popoli balcanici sono altrove. Nel caso del Kosovo, poi,
la storia sembra condannata a ripetersi in modo addirittura grottesco, e noi
italiani faremmo meglio a ricordare...
II.
Un po’ di storia...
Nel
1912, con la Prima Guerra
Balcanica, Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro perseguono lo scopo di
cacciare definitivamente l’Impero Ottomano dall’Europa. Secondo gli
accordi preliminari, ne sarebbero dovuti derivare due stati - uno
serbo-albanese e uno bulgaro-macedone - come nucleo di una futura federazione
balcanica. Alla fine della guerra, le grandi potenze impongono però un
mutamento degli accordi, con la creazione di un’Albania indipendente (contro
il volere degli stessi albanesi, fedeli all’Impero Ottomano),
temporaneamente sotto amministrazione militare italiana. La Serbia sposta
perciò le sue richieste territoriali sulla Macedonia: di qui, nel 1913,
la Seconda Guerra Balcanica, questa volta fra Serbia e Bulgaria.
Si
delineano così le direttrici di quella che sarà per tutto il secolo la
nostra strategia geopolitica nei confronti dei Balcani: 1) Impedire
l’affermarsi di vaste aggregazioni politiche su base multinazionale (Albania
e Bulgaria torneranno a inserirsi in un progetto di federazione balcanica solo
fra il 1945 e il 1948, su iniziativa di Tito). 2) Sfruttare l’Albania ora
come testa di ponte coloniale, ora come nucleo per movimenti irredentistici
pan-albanesi con funzione destabilizzante per l’intera area. Già nel novembre
1914, poco dopo lo sbarco italiano a Valona a titolo di “garanzia” per
l’indipendenza del paese, un lungimirante giornalista liberale preconizzava:
“L’Italia deve presupporre l’Albania terra propria, protetta o amica,
preparandosi anche all’eventualità che essa acuisca i suoi rapporti con la
Grecia e con la Serbia, che uscirà certamente dall’attuale conflitto
ingrandita e rafforzata”. Conclusione per l’Albania: “o
farla forte o farla nostra”. Albania come protettorato (anche a prezzo
di eventuali spartizioni) e irredentismo “grande-albanese” saranno le due
opzioni fra cui oscillerà la politica italiana fino al secondo dopoguerra.
Già
nel 1918 ritroviamo le truppe
italiane in Albania, in contrapposizione frontale con l’”alleato” serbo,
con l’obiettivo di un Montenegro autonomo e di una “Grande Albania”
comprendente il Kosovo. Per iniziativa del gen. Piacentini, comandante
generale delle forze italiane in Albania, nasce a Scutari il “Comitato di
Difesa Nazionale del Kosovo”, composto da notabili kosovari del periodo
ottomano come Hashan bey Prishtina. Fra i suoi scopi, la propaganda
grande-albanese in Kosovo, l’organizzazione di una resistenza armata col
supporto italiano (che impone una “fascia smilitarizzata”, di fatto una
zona franca per gli irredentisti) e l’utilizzo delle bande di briganti
locali (kacaki). Dopo alcuni
successi iniziali, la situazione si rovescia con la cacciata degli italiani
dall’Albania (primavera 1920).
In
Kosovo i contrasti etnici vengono gradualmente “normalizzati” attraverso
la riforma agraria e la cooptazione dei notabili albanesi nelle lobby
politiche di Belgrado, mentre in Albania si afferma Ahmet bey Zogu (il futuro
re Zog), interessato a consolidare lo stato nei suoi confini e a normalizzare
i rapporti col vicino jugoslavo. Dopo una serie di tentati colpi di stato per
riportare l’Albania sul binario irredentista, nel 1924
Prishtina e il suo gruppo dovranno definitivamente rifugiarsi in Italia, dove
svolgeranno un ruolo chiave nella politica balcanica di Mussolini.
Alle
tradizionali manovre diplomatiche, il fascismo affiancherà una nuova
strategia di manipolazione del fuoriuscitismo irredentista, di propaganda, di
spionaggio, di manovre cospirative, di assassinio politico. Nel memoriale del
“Comitato politico profughi albanesi” al Ministero degli Esteri (1927)
leggiamo frasi che ci riportano agli avvenimenti di oggi: “L’Albania è in
contatto con le tre piaghe aperte nel campo jugoslavo che sanguinano sempre:
Montenegro, Kosovo e Macedonia. L’Italia dovrebbe cercare un accordo con i
nazionalisti, inviare esperti militari per l’organizzazione di un esercito,
un’avanguardia, in caso di conflitto pronta a marciare nella pianura del
Kosovo”.
In
questo quadro, Prishtina si affiancherà presto ad altri gruppi di esuli sotto
tutela fascista, come gli ustascia
croati di Pavelic e i macedoni di Mihajlov, coi quali nel gennaio
1932 getta le basi per un
coordinamento insurrezionale anti-jugoslavo. La morte per mano di un agente di
Zog (agosto 1932) gli impedirà di
partecipare all’attentato contro re Aleksandar di Jugoslavia, portato a
termine da Pavelic e Mihajlov nel 1934.
Da
questo momento Mussolini si affiderà a una politica di intervento diretto,
culminata con l’invasione dell’Albania (aprile
1939). I resti dell’organizzazione di Prishtina tornano in patria con
responsabilità organizzzative; fin dall’estate, su istruzioni di Ciano, in
territorio kosovaro vengono reclutati mercanti e notabili a scopo di
spionaggio e propaganda; nel gennaio
1940 il segretario del neonato Partito fascista albanese promette
l’imminente liberazione dei connazionali di Jugoslavia e Grecia.
Nel
1941 la Jugoslavia viene aggredita
e smembrata dalle potenze dell’Asse. Un commentatore dell’epoca dedicava
all’evento una lucida analisi, che non sfigurerebbe oggi, mutatis
mutandis, sulle colonne di alcuni quotidiani: “Finita la guerra, la
Serbia fu ricompensata dei dolori passati, ricevendo i territori ai quali essa
agognava [...]. Ma il trionfo della Serbia fu effimero e di breve durata. La
Nemesi di Dio contro quel popolo orgoglioso e folle si sta ora compiendo, per
opera delle vittorie attuali del Reich e dell'Italia [...]. I serbi
impareranno a loro spese dove conducono l'orgoglio ed il folle desiderio
d'opprimere i deboli. Avranno in casa loro i tedeschi, e diventeranno
anch'essi una piccola nazione protetta. Facciano bene i loro conti” (Giorgio
Bartoli, “Nemesi divina”, in “Conquiste”, aprile-maggio 1941, p. 112.
Segue citazione da Mussolini: “Ogni individuo e popolo e' artefice e
responsabile in gran parte del suo destino”).
III.
Guerra.
Il
censimento tenuto dal Regno jugoslavo nel 1939
fornì i seguenti risultati rispetto alla popolazione della provincia del
Kosovo e della Metochia (Kosmet): abitanti 645.017, di cui non slavi (in
grande maggioranza albanesi): 422.827 (65,6%); slavi: la rimanenza
(34,4%).
In
seguito allo smembramento della Jugoslavia, il Kosovo viene suddiviso in tre
zone di occupazione straniera: una italiana, una tedesca ed una bulgara.
Nell’agosto
1941 l’Italia, che occupa la parte più estesa del Kosovo, annette
questo territorio alla “Grande Albania”, a sua volta protettorato
tricolore. Tutto il Kosovo, compresa la zona di Mitrovica, Podujevo e Vucitrn,
a maggioranza serba e formalmente sotto il controllo del governo-fantoccio
filotedesco di Nedic, è in realtà alla mercè delle bande dei
collaborazionisti albanesi, specialmente quelle di Boletini e Deva, che
seminano il terrore sotto gli auspici della Wehrmacht.
Durante
la guerra nella “Grande Albania” verra’ costituita persino una divisione
albanese delle SS, la “Skanderbeg”, cosi’ come in Bosnia la divisione
“Handzar” (istituita in seguito ad un accordo fra Hitler e il Gran Mufti
di Gerusalemme, Hadj Al-Husseini), tutta composta da musulmani. Analogamente a
quanto avviene nella Croazia di Ante Pavelic e dell’Arcivescovo Stepinac,
anche nel Kosovo panalbanese i diritti di cittadinanza ai serbi sono negati.
Si mira all’annientamento della cultura e della presenza fisica serba.
Svariati villaggi e luoghi di culto vengono rasi al suolo, e molti crimini
vengono commessi contro la popolazione.
Ricordiamo
che nella stessa Serbia occupata dalla Wehrmacht i crimini del nazismo contro
gli ortodossi sono ispirati alla logica genocida che impera in tutta Europa.
Nell’autunno 1941 la citta’ di
Kragujevac subisce una spropositata rappresaglia contro la popolazione civile,
che causa 7300 uccisioni a sangue freddo. Il centro di Belgrado viene
bombardato prima dell’occupazione: sono le scene del film “Underground”
di E. Kusturica...
Particolamente
aggressiva nell’area balcanica è la politica vaticana. Se il film di Costa
Gravas “Amen” recentemente presentato a Berlino (con tanto di manifesto
che unisce svastica e croce cristiana) denuncia le responsabilità di papa Pio
XII nello sterminio degli ebrei, pochi ricordano il ruolo di supporto svolto
dal Vaticano nei confronti delle più efferate dittature naziste europee: da
Franco (Spagna) a Pavelic (Croazia), dalla Slovacchia ai collaborazionisti
filotedeschi nell’Ucraina occupata.
Ritorniamo
in Kosovo. Sotto il nazifascismo nella zona viene ripristinato il sistema di
proprietà feudale: i contadini perdono così i beni ottenuti grazie alla
riforma agraria del 1918, attuata dal regno jugoslavo. Rispuntano i “Bey”
e gli “Aga”, i magnati di ottomana memoria, che tornano a controllare la
distribuzione dei prodotti agricoli e la vita sociale in quanto rappresentanti
del nuovo Stato panalbanese. Le razzie contro il bestiame e la distruzione dei
beni degli ortodossi sono consuetudine.
Kosovo
Polje e Pristina vengono abbandonate dalla popolazione non-albanese. Fonti
tedesche di allora registrano almeno 60mila fuggiaschi. Persino Neubacher,
plenipotenziario del Ministero degli Esteri hitleriano, deve intervenire
perche’ gli episodi di terrore diminuiscano.
In
questa situazione il movimento partigiano albanese-kosovaro rimane
estremamente debole, essendo suddiviso in ben otto piccole distinte formazioni
(dal movimento monarchico “Balli Kombaetar”, detto dei “balisti”, ai
comunisti). Ben più saldo è il
Movimento di Liberazione della Jugoslavia, nel quale i serbi entrano in gran
numero. Sin dal 1943 i partigiani jugoslavi e Tito stesso sono soggetti alle
pressioni dei partigiani albanesi di E. Hohxa che chiedono l’unione del
Kosovo con l’Albania, tuttavia la tendenza jugoslavista rimane egemone anche
per la maggiore componente serba tra i partigiani del Kosovo. Non mancano,
peraltro, serbi favorevoli alla unione del Kosovo con l’Albania (Miladin
Popovic), né albanesi kosovari impregnati di idee jugoslaviste (il giovane
intellettuale e comandante partigiano Koci Xoxe).
Con
l’8 settembre gli italiani
lasciano l’amministrazione del Kosovo nelle mani dei nazisti tedeschi,
bulgari ed albanesi. A Pec, su
756 vittime del nazifascismo, 741 sono serbi e montenegrini.
Il 3\XII\1943 circa 400
membri del cosiddetto “Reggimento del Kosova”, guidati da Xhafer Deva,
circondano Pec e nel giro di 4 giorni uccidono più di 300 persone con metodi
analoghi a quelli dei loro alleati ustascia nella Grande Croazia di Pavelic e
Stepinac (torture, mutilazioni, decapitazioni). La maggior parte della
popolazione di entrambe le etnie è peraltro solidale con i perseguitati.
Nel
dicembre 1944 contro i partigiani
che avanzano ovunque scoppia una insurrezione organizzata dai “balisti”
panalbanesi. I leader Poluza e Voca (la cui famiglia era vicina alla corte di
re Zog) fomentano una atmosfera ostile e violentemente anti-serba:
l’insurrezione scoppia a Drenica e
verrà sedata completamente solo dopo tre mesi.
Nel
censimento del 1948 gli slavi
risultano essersi ridotti all’8% della popolazione del Kosovo.
IV.
Dopo il diluvio, prima del diluvio.
Assai
complessa è la storia politica del Kosovo del dopoguerra. Sottoposti in un
primo periodo a un pressante controllo poliziesco, legato alle condizioni
della Guerra fredda e ai contrasti fra titoisti e filosovietici dopo il 1948,
gli albanesi jugoslavi beneficiano peraltro fin da subito di misure più
incoraggianti di qualsiasi statuto di autonomia: centinaia di scuole
elementari e decine di medie vengono aperte, con insegnamento non solo della,
ma in lingua albanese; la terra
confiscata ai contadini albanesi è loro restituita, mentre ai coloni serbi e
montenegrini giunti in Kosovo negli anni Venti-Trenta e cacciati durante
l’occupazione fascista non è consentito di rientrare.
Col
tempo, gli albanesi jugoslavi ottengono garanzie politiche sempre maggiori:
nel 1964 il Kosovo-Metohija assume
lo status di regione autonoma (pokrajina), e l’identità culturale degli
albanesi jugoslavi è tutelata da iniziative anche un po’ forzate, come
l’abbandono generalizzato, nel 1968,
del dialetto albanese settentrionale (ghego, predominante in Kosovo) nelle
comunicazioni di massa, nei documenti ufficiali e nella produzione culturale,
in favore dello standard linguistico d’oltre frontiera, sostanzialmente
modellato sul tosco (la parlata meridionale). Nello stesso anno, viene
inaugurata l’Università di Prishtina, che conosce subito un boom di
iscrizioni.
Nel
quadro del disgelo jugoslavo-albanese dovuto alla comune condanna
all’intervento del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, vengono
liberalizzati i contatti culturali fra la regione autonoma e lo Stato
albanese. Milioni di manuali scolastici albanesi si riversano sul Kosovo a
colmare il vuoto di materiale didattico determinato anche dal recente
passaggio allo standard linguistico “metropolitano”. Nel corso di dieci
anni, ben 250 professori dell’Università di Tirana svolsero regolari cicli
di lezioni presso l’Universtà di Prishtina. Tale politica culturale, lungi
dal contribuire al “distensione” fra albanesi e slavi, stimolò un
recupero massiccio e una legittimazione “scentifica” dell’ideologia
nazionalista grande-albanese, coltivata e promossa dalla leadership di Tirana
in una versione corroborata dal dogmatismo stalinista antijugoslavo. Alla
vecchia classe dirigente kosovara uscita dalla resistenza e nutrita di valori
jugoslavisti comincia a subentrare una giovane generazione formatasi nella
contestazione anti-serba del 1968
e nel nuovo clima culturale pan-albanese. Presso vasti settori della
popolazione, i “miti fondanti” della Jugoslavia federale e socialista
iniziano a entrare in crisi irreversibile, anche sull’onda della
frustrazione per una persistente condizione di sottosviluppo economico
rispetto agli standard federali.
Nella
seconda metà degli anni Settanta, la dirigenza federale tenta di rispondere a
questo processo con la concessione al Kosovo di un’autonomia amministrativa
sempre più larga e di ingenti aiuti economici. Con la nuova Costituzione
jugoslava del 1974, orientata in
senso decentralizzato e federalista, il Kosovo, pur rimanendo parte della
Repubblica di Serbia, diventa di fatto la “settima repubblica” jugoslava.
L’”autonomia speciale” in vigore in Kosovo prevede il diritto di veto
della regione sulle decisioni della Repubblica di Serbia (e non viceversa),
nonché la non giudicabilità degli albanesi da corti che non siano quelle
kosovare. La regione, etnicamente sempre più compatta, si avvia a divenire il
naturale spazio degli albanesi in Jugoslavia, e solo fra il 1982
e il 1984 più di 15.000 serbi
lasciano il Kosovo: proprio in questa occasione, un deputato serbo del
parlamento autonomo del Kosovo parlò per la prima volta di “pulizia
etnica”.
Per
quanto riguarda le strategie economiche, dal 1966
in avanti il Kosovo è stato il massimo fruitore dei finanziamenti erogati dal
Fondo federale (una sorta di Cassa del Mezzogiorno jugoslava) per lo sviluppo
delle aree povere del paese, con una quota sul totale in ascesa fino al 40%
del 1980. I fondi venivano
concessi sotto forma di credito a lungo termine a tassi minimi; ad essi si
affiancò, negli anni Settanta, una sorta di prelazione del Kosovo sui
prestiti alla Jugoslavia dal Fondo Monetario Internazionale. Tale accesso del
Kosovo ad un surplus di ricchezze
che localmente non si generavano e nel quadro di una gestione arbitraria degli
stessi da parte degli organismi locali, non condusse a uno sviluppo economico
della regione, ma ad una gestione parassitaria e burocratica, a un meccanismo
di distribuzione a pioggia finalizzato per lo più alla creazione di consenso
assistenziale-clientelare.
La
situazione cambia nel corso degli anni Ottanta, quando il sistema sociale e
politico della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) entra
progressivamente in crisi anche per le fortissime pressioni a cui è soggetto
da parte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
Sull’onda dello scontento popolare e della crisi si rafforzano da una parte
i micronazionalismi locali, dall’altra le politiche centralistiche dei
socialisti serbi.
Dal
1987 si afferma in Serbia un nuovo
gruppo dirigente. A guidarlo, Slobodan Milosevic, dirigente della Banca
centrale di Belgrado con ottimi agganci negli Stati Uniti e responsabile dei
rapporti di questa col Fondo Monetario Internazionale di stanza a New York.
Proprio dal FMI giunge la richiesta pressante di decurtare i finanziamenti al
Kosovo, che nei primi anni Ottanta avevano raggiunto il 42,5% del bilancio
federale. Essendo tali finanziamenti l’unica motivazione residua per il
Kosovo ad un lealismo jugoslavista ormai ampiamente eroso a livello
ideologico, è chiaro che al taglio di questi deve corrispondere una
restrizione delle prerogative autonomistiche, pena la sicura secessione della
regione. L’intero gruppo dirigente jugoslavo condivideva allora questa
posizione: “Non c’è dubbio che il Kosovo sia un problema per l’intero
paese, una polveriera su cui sediamo noi tutti”, dichiarava nel 1987 il
leader sloveno Milan Kucan (“The New York Times”, November 1, 1987, Sunday),
ansioso sia di limitare il drenaggio di fondi dal ricco nord verso il Kosovo,
sia di affermare il principio di non ingerenza della Federazione negli affari
interni delle repubbliche.
La
RFSJ procede tuttavia velocemente verso il collasso, anche per l’inasprirsi
delle pressioni economiche internazionali. Il 5\XI\1990,
un anno prima della disintegrazione “etnica”, il Congresso americano
approva il “Foreign Operations Appropriations Law” 101-513 per il 1991,
che impone alla Jugoslavia la restituzione immediata di tutti i prestiti,
prospettando una redistribuzione separata dei crediti ad ogni repubblica
federata a condizione di “libere elezioni” separate e in misura dei
risultati elettorali repubblica per repubblica (ossia, privilegiando i partiti
e le coalizioni di governo secessioniste e filooccidentali). E’ l’inizio
della fine: il provvedimento impone alla RFSJ una destabilizzazione tanto
radicale da preoccupare la stees CIA, che in un rapporto di poco posteriore
mette in guardia il Congresso contro una possibile guerra civile nei Balcani
(“New York Times”, 28\XI\1990).
Nel
1989, di fronte alle tendenze
centrifughe sempre più forti nel paese, la Presidenza collegiale della RFSJ
(e non, dunque, la sola Serbia) aveva annullato gli aspetti più
“politici” dell’autonomia kosovara e soppresso i corsi in lingua
albanese all’Università di Pristina (fino al gennaio
1999, quando parte del campus di Pristina sarà restituito agli albanesi),
mantenendo peraltro il bilinguismo nelle istituzioni, l'insegnamento in lingua
albanese fino alle scuole secondarie, nonche' i diritti civili e politici di
cui godono tutti i cittadini della Jugoslavia (che, lo si ricordi, non è
affatto una “dittatura”, ma una repubblica federale il cui presidente è
eletto democraticamente e risponde a una coalizione parlamentare). I
secessionisti albanesi scelgono la strada del boicottaggio di tutte le
istituzioni dello Stato jugoslavo: dalle vaccinazioni infantili alla scuola
dell'obbligo, dall'insegnamento universitario alle tornate elettorali, la
popolazione albanese si assenta nella sua quasi totalità dalla vita politica
e sociale jugoslava per costruire un sistema parallelo per l'istruzione, la
sanità, la rappresentanza politica.
Tutto
ciò è reso possibile grazie al sostegno di forti gruppi di pressione in
Occidente: negli anni ‘90, il
sedicente governo kosovaro in esilio ha sede a Bonn e il suo premier, il
medico urologo Bujar Buhoshi, tiene frequenti convegni insieme all’ex
ministro degli esteri tedesco Kinkel. Negli USA l’irredentismo panalbanese
è appoggiato dalla “Albanian-American Civil League” con sede a New York e
diretta dal deputato Joseph Dioguardi, vicino a Bob Dole.
Nel
marzo 1997 viene scartata la
candidatura di Anthony Lake alla direzione della CIA e viene assegnata a
George Tenet, 46 anni, originario dell’Albania meridionale. Il padre e' nato
nella cittadina di Himara (vicino a Valona) da dove emigro' in giovane eta'
per la Grecia. “Tenet ha ancora in Albania alcuni parenti” e durante
l'insurrezione albanese di due anni fa “sarebbe stato almeno quattro volte
in Albania”, come denuncio' l'allora “responsabile dei servizi segreti
albanesi Bashkim Gazidede” (a sua volta loschissimo figuro: vedi infra),
Tenet “e' uno che ha sempre svolto il compito di agente di collegamento fra
il mondo dello spionaggio e quello politico, essendo stato direttore del
Comitato senatoriale per lo spionaggio” (“La Stampa”, 23\III\97).
L’influente personaggio, del resto, non fa mistero dei suoi punti di
riferimento ideologici: sua madre, egli racconta “ha lasciato l’Albania
meridionale alla fine della Seconda guerra mondiale, a bordo di un sottomarino
britannico, per sfuggire al comunismo [...]. Lei e’ una vera eroina. E’
con queste esperienze di vita e di valori in mente che io spero di guidare la
nostra comunita’ di intelligence” (“Il Manifesto” 24/2/1999).
Importanti
agenzie di public relations come la Ruder&Finn,
da anni sotto contratto col governo croato, coi musulmani di Bosnia e con i
separatisti del Kosovo, “orientano” l’opinione pubblica in modo
adeguato: “Abbiamo potuto far coincidere nell’opinione pubblica serbi e
nazisti. - dichiara il direttore della Ruder&Finn
Global Public Affairs, J. Harf, a J. Merlino, direttore della Redazione
Esteri di Tf2 - Noi siamo dei professionisti. Abbiamo un lavoro da fare e lo
facciamo. Non siamo pagati per fare la morale (...). Se vuole provare che i
serbi sono delle povere vittime, coraggio, sarà tutto solo”.
La
questione kosovara, pur complessa, lasciava comunque larghi margini a una
soluzione pacifica (vedi l’accordo del 1\IX\1996
sul sistema scolastico fra S. Milosevic e il leader kosovaro I. Rugova,
mediato dalla Comunità di S. Egidio) fino alla svolta terroristica del 1997.
Già il 24\I\1997 su “Il
Piccolo” un articolo di Mauro Manzin segnalava l’esistenza, in Albania
vicino ad Elbasan, di un campo di addestramento per gruppi paramilitari
kosovari: “Motivati, ben armati (materiale soprattutto NATO dell’ultima
generazione), studiano le tecniche terroristiche dei colleghi dell’IRA e
dell’ETA. Le loro prime vittime sono stati tre albanesi affiliati al Partito
socialista serbo di Milosevic (quindi traditori della causa albanese) e il
rettore dell’Università di Pristina (salvo per miracolo)”. Cosa c’è
dietro?
Cessata
la guerra in Bosnia, crollano le “piramidi finanziarie” su cui si basava
l’intera economia albanese (e che dal riciclaggio dei profitti di quella
guerra in gran parte dipendevano) e cade il governo Berisha. Il fiume di
denaro, di armi e di equipaggiamento passa ora le frontiere verso il Kosovo,
in sostegno di un’organizzazione guerrigliera detta UCK (“Esercito di
Liberazione del Kosovo”). Tale organizzazione, assai simile per struttura e
strategia ai “contras” centroamericani degli anni Ottanta, è attiva fin
dal 1995. Il suo gruppo dirigente
proviene in parte dal Movimento Popolare per il Kosovo (LPK), una sedicente
organizzazione marxista-leninista fondata nella città turca di Izmir (Smirne)
nel 1982, sotto gli auspici della
dittatura militare allora al potere in Turchia (C. Chiclet su “Le Monde
Diplomatique”, gennaio 1999). Del resto, la Turchia, interessata alla
creazione di una “trasversale verde” islamica attraverso i Balcani,
sostiene attivamente da quasi un decennio i movimenti musulmani nella regione,
a cominciare dal partito SDA del presidente bosniaco A. Izetbegovic (convinto
islamista e autore già negli anni ‘70 di una “Dichiarazione islamica”).
Secondo
l’analista di questioni di “intelligence” John Whitley, l’appoggio
occulto all’UCK fu stabilito come impresa comune fra CIA e la tedesca Bundes
Nachrichten Dienst (BND), che in precedenza aveva avuto un ruolo chiave
nell’affermarsi in Croazia del governo Tudjman. L’obiettivo di finanziare
e addestrare l’UCK fu inizialmente affidato alla Germania: “Essi usavano
uniforme tedesche, armi dell’ex Germania dell’est”. Alla Germania si
sostituì in un secondo momento l’azione diretta della CIA (“Truth in
media”, Phoenix, 2\IV\1999).
Altri
sponsor sotterranei non tardano a mettersi in moto. “L'Uck ha uno dei suoi
punti di riferimento in Veton Surroi. Surroi fa parte del circolo albanese
finanziato dal miliardario Soros. A Tirana dicono che alla Dardania Bank e'
arrivato un milione di dollari (1.700 miliardi di lire) per finanziare la
guerriglia” (“Il Sole 24 ore”, 10\VI\98). Nell’agosto '98, Soros ha
avuto grosse perdite nel crollo della borsa di Mosca, dove aveva investito 2,5
miliardi di dollari. Dopo questo crack, si intensifica il suo attivismo
“politico”: da principale consulente del Fondo Monetario e di Clinton, il
finanziere americano organizza un ristretto “comitato di crisi” sulla
guerra contro la Jugoslavia. Soros è del resto presente in Albania da alcuni
anni, con l'obiettivo di “liberare i Balcani”. Soros ha anche
“sponsorizzato un Tribunale internazionale permanente per giudicare i
crimini contro l'umanità, promosso dal commissario europeo Emma Bonino”
(“Il Sole 24 ore”, 7\II\98).
A
completare il “quadro di famiglia”, ricordiamo l’afflusso crescente (col
precipitare degli avvenimenti) di mercenari di varia provenienza nelle file
dell’UCK: recentemente è stata data notizia di cittadini francesi uccisi in
scontri a fuoco con l’esercito jugoslavo in territorio kosovaro (Televideo,
p. 182, 18\V, ore 8,15), mentre già in aprile era stato ferito un’altro
mercenario d’oltralpe. Risale agli inizi del maggio
‘99 la nomina al vertice militare dell’UCK di un ex generale della Vojska
croata, Agim Ceku, vicino al “Military Professional Resources inc.”
(un’agenzia semi-ufficiale del Pentagono, specializzata nella gestione e
nello smistamento di mercenari nelle “guerre sommerse”) e protagonista
delle pulizie etniche croate in Krajina (“Washington Times”, 4\V\1999).
V.
Terrorismo e propaganda.
Il
1\III\1998, due poliziotti serbi
sono uccisi dall’UCK. Questa azione, in sé non diversa dalla lunga serie di
attacchi terroristici precedenti, segna l’inizio di una massiccia attività
antiguerriglia da parte dell’esercito serbo: l’8
marzo Drenica, la roccaforte della guerriglia albanese, viene attaccata in
forze. I morti sono un’ottantina.
Nel
marzo 1998, il presidente
jugoslavo S. Milosevic si incontra per la prima volta a Belgrado con I. Rugova,
eletto plebiscitariamente alla presidenza dell’autoproclamata repubblica del
Kosovo, per un giro di trattative presto vanificate dalla massiccia ripresa
della guerriglia in giugno. L’UCK, del resto non aveva fatto mistero di
considerare i negoziati di Belgrado come un “tradimento” da parte dei
moderati di Rugova. I bilanci dell’estate sono circa 500 vittime militari e
civili, 300 villaggi distrutti, decine di migliaia di sfollati, sia albanesi
che serbi: nelle zone occupate, è l’UCK a praticare la “pulizia
etnica”.
Con
il dilagare della guerriglia, la situazione in Kosovo precipita in un’escalation
di violenza spesso strumentalizzata dai mass media occidentali. Nell’agosto
1998 Erich Rathfelder, già noto per reportage faziosi sulla guerra in
Croazia e in Bosnia, denuncia su “Tageszeitung” la strage di 567 kosovari,
fra cui 430 bambini, presso Orahovac. E’ tutto falso, come rivela una
missione d’osservazione della UE, ma la notizia sortisce ugualmente un forte
effetto. “La Stampa”, più degli altri quotidiani italiani, la pubblica
con enorme risalto, e la fa commentare da Enzo Bettiza e da Alain Finkielkraut,
sobri ed equilibrati analisti noti, solo per fare un esempio, per le
violentissime critiche al film di E. Kusturica Underground,
all'atto della sua vincita a Cannes nel '95, da loro tacciato (come poi si
seppe, senza averlo visto), di “filoserbismo”.
A
inizio settembre, una fossa comune viene trovata veramente, ma le vittime
sono serbe, vittime dell'UCK, in gran parte civili, cadaveri bruciati in un
forno (il “primo forno crematorio dalla fine della seconda guerra
mondiale”, come ha detto Ivan Markovic, vicepresidente della Jul). “La
notizia, piccola piccola, è stata data dai quotidiani, anche da “La
Stampa”, senza il commento di grandi nomi internazionali, in un articolo (da
Zagabria, ovvio!) di Ingrid Badurina, che peraltro ne parla in modo
dubitativo, e poi trova il modo di parlare di una “immediata rappresaglia”
dei serbi con decine di vittime. Ma dove? Quando? Qual è la fonte? Dato che
di questa strage nessuno ha parlato, ci spieghi Badurina come ha fatto ad
averne notizia. Attendiamo fiduciosi” (Riccardo Luccio su “Liberazione”,
3\IX\1998).
Sull’onda
dell’opinione pubblica gonfiata dallo stillicidio di montature grandi e
piccole, si intensifica il pressing
sul governo jugoslavo da parte degli americani, che nel frattempo hanno
definitivamente “adottato” l’UCK, già contattata a fine giugno da
Robert Gelbard, l’inviato speciale della Casa Bianca per il Kosovo (e autore
di un piano di intervento militare in Kosovo, allora bocciato dalla Casa
Bianca). A settembre, l’ex senatore Bob Dole presenta a Clinton un
catastrofico rapporto sulla “pulizia etnica” in Kosovo e torna a chiedere
l’intervento militare, ma con i Democratici in difficoltà alle elezioni
congressuali di novembre, Clinton accetta per il momento il compromesso
promosso da Richard Holbrooke: i cosiddetti “accordi di Belgrado”.
Nondimeno, proprio a fine settembre
si tiene a Villamura (Portogallo) il primo vertice NATO in cui si prevede
esplicitamente l’uso della forza qualora Milosevic non si lasci piegare.
Tale programma, accettato da tutti i Ministri della Difesa dei paesi NATO, non
fu mai discusso nei rispettivi parlamenti (“Corriere della Sera”, 19\IV\1999).
Il
12 ottobre, Milosevic accetta di
ritirare gran parte delle forze di polizia serbe dal Kosovo e di farvi entrare
duemila osservatori disarmati dell’OSCE. I cosiddetti “accordi di
Belgrado” non verranno mai firmati dall’UCK.
Iniziano
estenuanti trattative per il futuro assetto della regione fra Milosevic e il
“moderato” F. Agani, noto politico e intellettuale albanese,
rappresentante dell’autoproclamato governo del Kosovo. Il contingente OSCE,
formato per più del 70% da militari e diviso al suo interno da lobbysmi
nazionali (gli italiani restano esclusi dalle cariche direttive), si dedicherà
prevalentemente a operazioni di intelligence
e alla copertura dell’attività della guerriglia kosovara, salvo alcune
grottesche iniziative come il (mancato) concerto a Pristina dell’oriunda
albanese... Anna Oxa! Interpellato a Vienna sui torbidi retroscena della
missione in Kosovo, il portavoce dell'OSCE Mons Nyberg, dopo essersi
consultato con esponenti della missione attualmente dislocati in Macedonia,
preferisce non commentare le accuse. “Non siamo in grado di verificare
questi fatti, quindi non possiamo confermarli né smentirli”(vedi la
testimonianza di un verificatore OSCE italiano in “I quaderni speciali di
LIMES”, aprile 1999, e la conferma da parte dei verificatori svizzeri nel
quotidiano cattolico ticinese “Giornale del popolo”, 12\V\1999,
http://www.gdp.ch/primo_piano/primo_piano.htm).
Con
gli scontri di natale nella zona
di Poduevo, l’UCK rompe una tregua che comunque non ha mai firmato ne’
realmente praticato: secondo l’agenzia di stampa “Tanjug”, fra l’ottobre
1998 (quando ha inizio la missione OSCE in Kosovo) e il marzo
1999, nell’area hanno luogo 975 attacchi terroristici che causano 141
morti, 305 feriti e 86 scomparsi. Nello stesso periodo vengono scoperte (e
confermate dall’OSCE) fosse comuni di serbi (10 e 12 morti); decine di serbi
vengono rapiti, alcuni torturati; a metà dicembre sei civili serbi muoiono a
Pec in un attentato; il 15\1\1999,
un verificatore britannico e il suo interprete vengono feriti da uno sniper
dell’UCK, ma questi crimini passano quasi inosservati. Armi dirette ai
secessionisti panalbanesi vengono sequestrate nei porti italiani, conti
bancari vengono aperti in Europa per il finanziamento dell’UCK, le polizie
di molti paesi individuano i legami dell’UCK con i traffici di droga e
prostituzione, come ammesso dallo stesso Cristopher Hill, capo negoziatore
americano (“Daily Telegraph”, 6\IV\1999).
L’azione
antiguerriglia dell’esercito jugoslavo, pur violenta e spesso esasperata,
non ha alcuna finalità di “pulizia etnica”, ma è volta a fare “terra
bruciata” all’UCK nelle zone di maggior radicamento. Le finalità
nient’affatto “etniche” o “politiche” ma esclusivamente
antiguerriglia dell’armata federale sono del resto unanimemente confermate
in numerosi rapporti stilati del Ministero degli Interni tedesco su richiesta
dei tribunali impegnati in cause di riconoscimento di asilo politico da parte
di cittadini Kosovari (vedi documentazione completa in appendice).
Per
quanto riguarda l’UCK, la sua strategia terroristica e destabilizzante
risulta chiaro dal rapporto degli stessi osservatori americani OSCE al
Dipartimento di Stato: “L’UCK minaccia e rapisce chiunque abbia rapporti
con la polizia [...] Rappresentanti dell’UCK hanno minacciato di uccidere
abitanti dei villaggi e bruciare le loro case se non si uniscono all’UCK. Le
minaccie dell’UCK ha raggiunto una tale intensità che i residenti di sei
villaggi della regione di Stimlje sono pronti ad andarsene” (“KDOM Daily
Report”, US Department of State, Washington D.C., 21\XII\1998).
I
crimini dell’UCK, pur passati sotto silenzio dai grandi mezzi di
informazione, sono ben noti ai governi occidentali. Solo due mesi prima della
guerra, Dini dichiarava: “Mentre Belgrado rispetta gli accordi firmati con
il mediatore americano Holbrooke, la guerriglia dell'UCK ha sfruttato il
ritiro delle milizie serbe (sotto gli occhi degli osservatori Osce, ndr) per
tornare nelle campagne, rientrare nelle città e guadagnare così terreno,
anche grazie alle armi che passano attraverso l'Albania. L'UCK si illude se
spera di fomentare la guerra per spingere la NATO all'attacco contro la
Serbia” (Il Manifesto 16.1.1999). Urge dunque una grossa provocazione per
dare la svolta “desiderata” agli eventi.
Il
15\I\1999, in seguito agli scontri
intorno a Racak tra le forze jugoslave e i miliziani dell’UCK, il capo degli
osservatori OSCE William Walker (personaggio quantomeno ambiguo, attivo in
Nicaragua e Salvador negli anni ‘80 e collaboratore di Oliver North ai tempi
del caso Iran-Contras. Vedi le trascrizioni del processo Irangate riportate
sulla rivista statunitense “Workers World”, 28\I\1999) avalla la versione
di un “massacro di civili”. Si tratta in realtà di guerriglieri cambiati
d’abito e ammucchiati in un fossato, ma le parole di Walker sulla
“gratuita ferocia dei serbi”, pur smentite in seguito dal presidente dell'OSCE,
il norvegese Kurt Vollebaek, avranno un profondo impatto sull’opinione
pubblica. Il rapporto su Racak stilato da un équipe di medici finlandesi per
conto dell’UE verrà subito segretato (vedi C. Chatelot su “Le Monde”,
21\I\1999).
In
un certo senso, la strage di Racak è per il Kosovo quello che per la Bosnia
sono state le due bombe al mercato nella Sarajevo del ‘94 e del ‘95 e le
montature sui presunti “stupri etnici” e sui “campi di sterminio”. Il
Gruppo di contatto decide di imporre a serbi e albanesi un negoziato sotto la
propria egida, in forma di ultimatum.
VI.
Rambouillet: i ballerini sul Titanic.
7/2/1999:
Iniziano i colloqui nel castello di Rambouillet, residenza estiva del
Presidente francese.
L’UCK,
nonostante le difficoltà poste dalle autorità jugoslave il giorno
precedente, è rappresentato da suoi propri membri ed anzi (pur non avendo
alcuna plausibile legittimazione giuridica) guida la delegazione albanese
kosovara: il presidente legittimo Rugova passa in secondo piano rispetto al
ventinovenne comandante guerrigliero Hashim Thaci. Molti dei suoi compagni di
frazione sono ricercati per omicidio e si sono presentati a Rambouillet privi
di documenti di identità.
I
kosovari sono “accompagnati” da personaggi del calibro di Morton
Abramovitz, in qualità di rappresentante dell’ “International Crisis
Group” vicino alla Fondazione Soros, nonché da Marshall Harris e Paul
Williams, ex funzionari del Dipartimento di Stato americano. Accanto alla
delegazione kosovara, anche il Ministro degli Esteri albanese Milo e Filippo
di Robilant, ex portavoce di Emma Bonino e rappresentante della “Coalition
for International Justice” (“Corriere della Sera”).
La
delegazione jugoslava è composta da personaggi vicini al governo centrale e
membri delle varie comunità etniche che compongono la provincia: serbi,
musulmani, albanesi non separatisti, turchi, rom.
Anche
un’altra delegazione, di serbi kosovari, guidata dai pope Amfilohije ed
Artemije, giunge in Francia, pur non invitata alla Conferenza, e si dedica
alle public relations nella
capitale francese. Oltre ai
nazionalisti ed ai clericali del “Movimento di Resistenza Serbo”, al quale
i pope sono affiliati, tutti gli oppositori politici dell’attuale governo
jugoslavo ritengono “non rappresentativa” e troppo “arrendevole” la
delegazione jugoslava e la contestano - primo tra tutti il presidente
montenegrino Djukanovic, che dichiara inaccettabile qualsiasi futuro assetto
della Federazione jugoslava che veda ridotto il peso del Montenegro a livello
federale. Non è difficile capire il motivo di una simile posizione da parte
del leader filooccidentale: attualmente, il Montenegro detiene il 50% dei
seggi nel Consiglio Federale alla pari con la Serbia. Un eventuale
riconoscimento del Kosovo come Repubblica federata (e non più regione
autonoma della Serbia) implicherebbe una spartizione a tre dei seggi, con la
riduzione della quota per ciascuna Repubblica al 33%.
8/2:
I colloqui tra i mediatori internazionali Hill (americano), Petritsch
(europeo) e Majorskij (russo) da una parte e ciascuna delle due delegazioni
proseguono separatamente: le delegazioni sono alloggiate infatti in due piani
diversi del castello e non si incontrano tra di loro.
I
mediatori hanno sottoposto alle delegazioni i “dieci punti” di principio
elaborati dal Gruppo di Contatto, che contengono tra l’altro la
intangibilita’ degli attuali confini ed una ampia autonomia per la regione
del Kosovo. A detta dei mediatori, entrambe le delegazioni si dicono
favorevoli.
9/2:
I membri dell’UCK nella delegazione albanese rilasciano una dichiarazione
che chiede la sottoscrizione urgente di un cessate il fuoco sotto la
supervisione della NATO, la liberazione dei prigionieri, il ritorno degli
esiliati ed un referendum per l’indipendenza. Da Belgrado, il nazionalista
Draskovic dichiara che si tratta di una manovra diversiva degli albanesi per
non sottoscrivere i “dieci punti”.
10/2:
La delegazione jugoslava insiste perché i “dieci punti” del Gruppo di
Contatto siano sottoscritti immediatamente e senza precondizioni.
La
NATO comunica da Bruxelles di avere preparato il piano per l’occupazione
militare del Kosovo, da attuarsi subito dopo il raggiungimento degli accordi
di pace. Il Segretario di Stato USA Albright incontra il montenegrino
Djukanovic esprimendogli tutto l’appoggio USA. Il portavoce Rubin minaccia
la Jugoslavia: bombarderemo se non consentirete l’accesso della “forza di
pace” occidentale in Kosovo.
Il
Presidente della Serbia Milutinovic giunge in serata a Parigi.
11/2:
Continua la tournee parigina dei pope ortodossi del Kosovo: in una conferenza
stampa fuori dal castello, Artemije critica la delegazione jugoslava perché
rappresenterebbe solamente il Partito Socialista (SPS) e la Sinistra Unita (JUL),
e non i serbi del Kosovo.
La
delegazione jugoslava firma i “dieci punti” di principio elaborati dal
Gruppo di Contatto senza condizioni e senza aspettare che gli albanesi
facciano altrettanto. I dieci punti vengono sottoscritti anche dalla
delegazione della Repubblica della Serbia, composta dai rappresentanti serbi e
di tutte le nazionalità del Kosovo tranne gli albanesi separatisti.
Il
segretario politico dell’UCK e capo della delegazione albanese a Rambouillet,
Hashim Thaci, chiede un incontro urgente con rappresentanti della NATO per
parlare, dice, dell’invio di truppe in Kosovo.
Il Ministro della difesa USA William Cohen minaccia nuovamente
Belgrado, aggiungendo che gli obiettivi degli attacchi aerei sono gia’ stati
scelti.
12/2:
Il Ministro degli esteri inglese Cook deplora l’insistenza della delegazione
jugoslava sul fatto che gli albanesi dovrebbero anch’essi sottoscrivere i
“dieci punti” per incominciare le trattative.
Il Presidente della Serbia Milutinovic accusa i mediatori
internazionali di avere organizzato un non-negoziato, costringendo i membri
delle due comunita’ a lavorare indipendentemente ed incontrandoli
separatemente. Il Presidente serbo dichiara inoltre che Belgrado accetterebbe
una presenza militare NATO in Kosovo solamente...
se la Repubblica Federale di Jugoslavia fosse ammessa a diventare membro della
NATO!!!
Le
trattative sono sospese per parecchi giorni e riprendono a Parigi in marzo.
La delegazione degli albanesi separatisti del Kosovo, insieme ai mediatori
occidentali, propone un diversa bozza di “accordo” e, senza dialogare,
trattare o discutere alcunché con l’altra parte, chiede, in forma di
ultimatum, la firma della delegazione della Repubblica Serba. Nel nuovo
documento (p. 81, cap. 8, art. 1, § 3), che chissà perché il nostro governo
considera “riservato”, sono contenuti i presupposti della dichiarazione di
indipendenza del Kosovo attraverso una non meglio definita “consultazione
popolare” da tenersi dopo il periodo transitorio.
Un
punto inaccettabile per la delegazione serba, fra l’altro, è quello
relativo al ritiro delle proprie truppe (cui non fa riscontro una reale
smilitarizzazione ne’ tantomeno un ritiro dell’UCK, peraltro non nominato
negli accordi e indicato col termine vago di “altre forze”) e alla
presenza delle truppe della NATO nel territorio della regione autonoma del
Kosovo. Questo ultimatum non viene accettato dalla delegazione della
Repubblica di Serbia.
A
metà marzo, il Segretario di Stato americano per la Democrazia, i Diritti
umani e il Lavoro Harold Koh convoca i rappresentanti delle maggiori
associazioni americane per i diritti umani (William Schulz per “Amnesty
International”, “Human Rights Watch”) e, dopo essersi rammaricato per
l’impossibilità del governo di sostenere l’estradizione di Pinochet,
“allinea” gli ospiti sull’imminente guerra umanitaria in Jugoslavia
(fonte: IAC, 5\IV\1999).
Il
24\3 hanno inizio le operazioni
militari NATO in Jugoslavia.
La
guerra.
Il
24\3\1999 hanno inizio le
operazioni militari NATO in Jugoslavia. Dureranno 78 giorni. Per i due popoli,
serbo e kosovaro, inizia l’ennesimo - forse definitivo - olocausto.
In
78 giorni 1.100 aerei hanno sganciato sull’intero paese 25.000 tonnellate di
esplosivo, per un potenziale superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki.
Secondo fonti jugoslave, i morti fra i civili sono stati circa 5000, di cui il
30% minorenni. Solo alcuni dei bombardamenti più pesanti:
Dei
9 ponti sul Danubio ne sono stati distrutti 7, interrompendo la principale via
di comunicazione fra il Mare del Nord e il Mar Nero.
La
notte dell’ 8\4 e poi a
ripetizione nei giorni successivi viene bombardata l’industria
automobilistica Zastava di Kraguevac (36 mila lavoratori, 180 mila
nell’indotto). In tutto, le fabbriche colpite sono state 121, pari a circa
il 50% del potenziale produttivo nazionale.
14\4
Bombardata una colonna di un migliaio di profughi kosovaro-albanesi fra
Djakovica e Prizren. 73 i morti, 36 i feriti.
Fra
il 4\4 e il 18\4
viene colpita ripetutamente e distrutta l’industria chimica di Pancevo, con
la liberazione nell’aria di quantità elevatissime di sostanze altamente
venefiche e\o cancerogene. Tali sostanze, ricadute poi con le piogge,
contamineranno per anni una zona dove risiedono 130 mila persone (Belgrado
dista 16 Km). In tutta la Jugoslavia vengono colpiti altri 7 grossi depositi.
Dato il forte degrado del suolo e delle acque in ampie zone del paese, si
valuta che la produzione agricola subirà a partire dell’anno prossimo un
calo del 10% circa, pari alla dieta annua di 2-3 milioni di consumatori. Altro
“danno collaterale” dall’effetto verificabile solo negli anni deriva
dall’uso massiccio di proiettili al DU (uranio impoverito), le cui polveri
sono altamente tossiche sia dal punto di vista chimico che radiologico
(tumori, mutazioni genetiche).
23\4
Distrutta la sede della TV serba nel centro di Belgrado (16 impiegati morti,
16 i feriti). Messi fuori uso i principali ripetitori.
24-25\4
Festeggiamenti per il 50° anniversario della Nato a Washington. Viene
approvato (in piena guerra) il nuovo Concept
paper, che prevede la possibilità di interventi dell’Alleanza anche al
di fuori del proprio spazio e senza preventivo mandato ONU. Il caso
Jugoslavia, ancora in corso, vene dichiarato come precedente, il che trasforma
l’emergenza una messa alla prova e rende irreversibile l’azione in corso.
4\5
Incontro fra Clinton e Chernomyrdin, mediatore russo. Il 6\5
I. Rugova viene lasciato libero di lasciare il territorio jugoslavo con la
famiglia. Pare aprirsi uno spiraglio per la trattativa, benche i bombardamenti
si intensifichino.
Il
6\5, i Ministri per gli Affari
Esteri del G8 rendono noto un programma di 7 punti per la cessazione delle
ostilità. In sostanza, si tratta della riproposizione dei punti di
Rambouillet. Il governo di Belgrado chiede una serie di garanzie sul disarmo
dell’UCK in contemporanea col ritiro delle truppe jugoslave, la non
partecipazione alla forza di interposizione militare da parte delle nazioni
che abbiano partecipato alla guerra, la definizione della voce in capitolo
della Jugoslavia sul futuro status del Kosovo. Intanto, la guerra continua.
7\5
Bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado. Tre morti e una decina di
feriti. 7-8\5 Bombardato l’Hotel
“Jugoslavia” nel centro di Belgrado.
8\5 Bombardato l’ospedale di Belgrado. 4 i morti. 13\5
Bombardata una colonna di 600 profughi kosovaro-albanesi fra Prizen e Suva
Reka. 48 i morti, circa 60 i feriti. 19-21\5
Ripetutamente colpito e distrutto il penitenziario di Pec. 95 morti e 196
feriti fra detenuti e guardie.
Il
25\V Milosevic e altri quattro
dirigenti jugoslavi e serbi vengono accusati dal Tribunale internazionale
dell’Aja per crimini di guerra. L’iniziativa, presentata dai promotori
come “atto dovuto”, viene interpretata da molti commentatori come una
mossa per togliere spazio ad ogni possibile dialogo e rendere necessario
l’intervento di terra.
Il
19\VI, in seguito
all’accettazione dei 7 punti da parte del governo di Belgrado (3\VI),
cessano le ostilità. Oltre alle vittime e ai danni provocati dai
bombardamenti, si contano centinaia di migliaia di profughi albanesi kosovari
(250 mila nella sola Albania, diverse migliaia anche verso la Serbia) in fuga
dalla guerra e dalle rappresaglie dell’esercito jugoslavo e dei gruppi
irregolari. Il numero delle vittime civili fra gli albanesi è incerto, anche
per le continue notizie “al rialzo” diffuse senza alcuna verifica durante
la guerra (si era parlato di 50 mila morti). A fine novembre, gli ispettori
dell’FBI e del Tribunale internazionale dell’Aja avevano identificato 187
corpi di albanesi uccisi, mentre altri membri del Tribunale (Carla del Ponte)
parlano di circa 2000 morti.
Una
pace torbida.
Nell’estate
1999 le truppe jugoslave si ritirano. Al loro posto subentrano la Kfor (Kosovo
Force) e il Minuk (amministrazione civile guidata da B. Kouchner) delle
Nazioni Unite, ma le nuove autorità, peraltro divise al loro interno, si
preoccupano soprattutto di consolidare le proprie posizioni strategiche nel
paese e non impediscono affatto che inizi la pulizia etnica, questa volta
reale, contro la popolazione non-albanese.
Al
ritiro delle truppe federali non è seguito alcun accenno di pacificazione:
l’UCK ha attuato il 18\9 una
smilitarizzazione poco più che simbolica (su circa 25 mila combattenti sono
state consegnate 10 mila armi) e i suoi effettivi sono confluiti nelle nuove
“Forze di difesa” (Tmk), mentre i suoi capi (H. Thaci) hanno dato vita ad
un “governo provvisorio” non previsto dagli accordi di Rambouillet e
opposto al vecchio “governo” in esilio di I. Rugova, con lo scopo
dichiarato di premere l’acceleratore verso l’indipendenza totale.
Tornati
gli albanesi, hanno subito cominciato a fuggire in massa i serbi e i rom sotto
la pressione di intimidazioni e di violenze continue, di cui le più gravi
sono state l’attentato del 28\9
al mercato di Kosovo Polje (un morto, 39 feriti) e l’attentato a un ponte
sulla ferrovia presso Mitrovica, dove era appena transitato un convoglio con
centinaia di profughi serbi (4\11).
Secondo
fonti di Belgrado, fino alla metà di novembre 447 kosovari non albanesi (più
36 albanesi filo-jugoslavi) sono stati massacrati, 200 i sequestrati, di cui
39 già uccisi, mentre degli altri non si sa nulla; circa 50 mila le case date
alle fiamme; 70 i monasteri e le chiese ortodosse distrutte; 20 mila i
non-albanesi licenziati. La stampa vicina all’UCK nega il coinvolgimento di
quest’ultima nelle violenze, senza peraltro dolersi troppo degli esodi di
massa (“Soltanto là dove ci sono serbi ci si possono aspettare disordini e
insicurezza [...]. Il Kosovo si svuota non della sua popolazione serba, ma
della sua popolazione criminale” - “Zëri i Kosovës”, 1\9\1999).
Risultato:
250.000 serbi hanno già lasciato la provincia, che si avvia a diventare la
regione etnicamente più ‘pulita’ di tutti i Balcani; su 150.000 rom
kosovari, 90.000 sono stati cacciati. Il 2\II\2000, gli ultimi slavi musulmani
(circa un migliaio) abbandonano la regione per rifugiarsi a Novi Pazar
(Serbia). La piccola comunita’ ebraica di Pristina era gia’ stata
costretta in novembre a riparare a Belgrado. I serbi rimasti vivono in veri e
propri ghetti (come nella parte settentrionale di Mitrovica), costantemente
vigilati dalle truppe Kfor. Il futuro multietnico della regione e’ ormai
definitivamente compromesso.
In
compenso, iniziano subito i preliminari per l’inserimento del Kosovo
“redento” nel nuovo ordine economico e strategico: il 18\XI\2000,
il vertice OSCE di Istambul vara un dettagliato “piano di stabilita’”
per i Balcani, volto al finanziamento dei “regimi amici” di Croazia,
Bosnia, Albania e Kosovo e alla creazione di “corridoi economici” dotati
di tutte le infrastrutture per i traffici di merci e di materie prime
dall’Asia centrale all’Europa occidentale (“Sole 24 Ore”, 19\XI).
Romano Prodi annuncia che la UE contribuirà per 5,5 miliardi di Euro (da
erogare fra il 2000 e il 2006), parte dei quali destinati anche alle città
serbe governate dall’opposizione al governo di Belgrado e situate in
posizione strategica per i futuri “corridoi” (Nis, Kragujevac, Cacak). Non
a caso, al vertice prendono parte anche esponenti dell’opposizione serba,
come Z. Djndjc (oggi presidente della Serbia, artefice dell’estradizione
illegale di Milosevic al tribunale dell’Aja e principale uomo degli
americani nell’area).
L’opera
di destabilizzazione della Jugoslavia prosegue non solo sul versante
economico, ma anche su quello strettamente: in dicembre viene assassinato a
Belgrado il Ministro della Difesa Pavle Bulatovic, artefice nei mesi
precedenti di un’energica manovra di “disaccerchiamento” e di apertura
diplomatica verso Russia, Cina e India (vedi la sua lunga intervista sul
quotidiano russo “Nezavisimaja Gazeta” del 4\II). Montenegrino fedele alla
Jugoslavia, Bulatovic rappresentava una minaccia per i secessionisti sostenuti
dall’Occidente, come il Primo ministro montenegrino Filip Vujanovic, che
all’inizio dell’anno compie un viaggio negli USA e il 19\II\2000 si
incontra con la Albright a Zagabria. Scopo di tali iniziative è chiedere
finanziamenti per proseguire nello sfascio della Federazione, ma gli va
cosi’ cosi’: aveva chiesto 62 milioni di Dollari ma glie ne vengono
concessi solo 7.
L’epicentro
della strategia destabilizzatrice rimane comunque il Kosovo occupato:
l’aviazione NATO sconfina ripetutamente in territorio montenegrino e l’UCK
e bande affini si infiltrano in territorio serbo, con l’occupazione stabile
di alcuni villaggi “rivendicati” al Kosovo (“Observer”, 20\II\2001).
La
base americana in Kosovo, Camp Bondsteel (fra l’altro, intitolata a un
efferato massacratore della guerra in Vietnam) è la più grande e meglio
armata fra Aviano e le Filippine. Edificata in pianta stabile, è
evidentemente destinata a svolgere un ruolo di egemonia militare in tutta
l’area, fino alla Russia.
In
Kosovo, le provocazioni piu’ gravi si concentrano su Kosovska Mitrovica:
situata al centro di un’importante zona mineraria e controllata fino a
febbraio dalle relativamente imparziali truppe francesi (che non a caso si
sono prese la loro dose di pallottole da un’UCK strettamente legata al
comando angloamericano, prima di essere “integrate” con piu’
“affidabili” truppe statunitensi), la città’ contiene infatti
l’ultima rilevante enclave serba della regione.
Il
2\II un autobus di civili serbi in
uscita dalla città’ e’ attaccato a colpi di razzi anticarro (2 morti e 5
feriti). Il giorno dopo, due granate lanciate in locali frequentati da serbi
fanno circa 25 feriti. Gli scontri proseguono nei giorni successivi,
costringendo circa 550 persone a lasciare le proprie case, tanto che il
rappresentante russo della missione ONU Sergej Ivanov denuncia la totale
impotenza delle forze di pace e minaccia di ritirare il proprio contingente.
Intanto
proseguono gli incendi, i rapimenti, i pestaggi e il lancio di granate in
case, negozi e locali serbi: il 4
e l’11\II a Obilic; sempre il 4
viene presa a colpi di granata una corsia dell’ospedale di Prizren, col
ferimento grave di 4 pazienti serbe; a Gnjilane, il 9\II,
5 bombe in 24 ore, mentre nella stessa città’ un serbo era stato ammazzato
a casa sua il 4; un altro autobus
carico di serbi viene bersagliato a Lipljan l’8,
fortunatamente senza vittime; il 18,
due serbi vengono trovati morti dalla Kfor nel villaggio di Gornja Gusterica.
La
tensione raggiunge il culmine il 21\II,
quando a Kosovska Mitrovica si svolge una grande marcia
irredentista-panalbanese , a stento arrestata dalle truppe Kfor (gran parte
delle quali era peraltro impegnata a rastrellare il settore serbo della città’,
nella vana ricerca di depositi di armi). Il generale Klaus Reinhardt
(comandante generale della Kfor) non manca peraltro di esprimere solidarietà
con i dimostranti albanesi, che “stavano solo dimostrando per un futuro
migliore e per una città’ riunificata”.
Mentre
45.000 soldati Kfor armati fino ai denti ignorano la sistematica pulizia
etnica condotta in Kosovo, impegnati come sono a occupare a lungo termine e a
fortificare i nodi strategici fondamentali della regione per futuri obiettivi
che niente hanno a che fare col peacekeeping (la base americana di Camp
Bondsteel, costo 36,6 milioni di Dollari, 6300 presenze, e’ destinata a
rimpiazzare Aviano come testa di ponte verso Oriente), il contingente civile
ONU e’ totalmente privo di fondi (le quote Ue e Usa sono “sotto” di 102
milioni di dollari, secondo lo stesso Kouchner) e non ha avviato ancora
nessuna delle opere di ricostruzione previste. In compenso, secondo
un’inchiesta del “London Times” (5\II), nella regione fioriscono
traffico di droga, rapimento e tratta di bambini, prostituzione
(quest’ultima anche ad usum delle truppe Kfor).
Intanto,
se la struttura amministrativa ad interim patrocinata da Kouchner e non
prevista dagli accordi di pace nasce gia’ lacerata dalle liti inter-albanesi
(gli altri gruppi etnicinon vi partecipano), l’UCK non perde occasione per
ribadire a modo suo l’egemonia de facto sulla maggior parte dei comuni:
Hasim Chuse, leader di un piccolo partito democratico albanese-kosovaro, è
stato ritrovato morto il 2\II con
tre proiettili nella nuca. Anche su questo versante, ben poche sono le
garanzie offerte dalle truppe Kfor: dopo la perquisizione, con sequestro di un
arsenale, a casa del fratello del leader UCK Hashim Thaci e dopo le indagini
su altri capibanda, e’ bastato che il portavoce UCK A. Krasniqi indirizzasse
a Kouchner e Reinhardt una lettera minatoria, accusando la Kfor di agire
“come i criminali serbi”, perche’ i due alti papaveri della forza di
occupazione si scusassero direttamente con Thaci. Ristabilita la concordia,
pochi giorni dopo Kouchner e Reinhardt hanno tenuto a battesimo il nuovo
“Corpo di Protezione del Kosovo”, interamente targato UCK a cominciare dal
suo comandante Agim Ceku, ex ufficiale disertore dell’esercito jugoslavo,
poi noto come il piu’ feroce fra i capi dei contras kosovari, responsabile
del massacro di 120 serbi a Gospic (Croazia), gia’ nel 1991.
Oltre
che alla pulizia di casa propria, l’UCK si dedica con un certo successo
anche ai rapporti internazionali: il Primo ministro bulgaro Ivan Kostov
(destra nazionalista e filo-atlantica) ha invitato Thaci a Sofia in visita
ufficiale, probabilmente sperando che cio’ acceleri il tanto sospirato
ingresso della Bulgaria nell’UE e nella Nato. Non bastera’ certo a
rovinare l’intesa il fatto che il paese giochi da anni un ruolo chiave nella
via della droga gestita dalle mafie turca, albanese e kosovara (261 kg di
stupefacenti sequestrati in Bulgaria nel 1999).
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SCHEDA
Gli
interessi economici occidentali in Kosovo
Poco
nota e’ la spartizione neocoloniale delle ricchezze e delle attivita’
produttive kosovare, benche’ numerose multinazionali si siano messe
all’opera subito dopo l’occupazione militare della regione da parte
dell’Occidente. Si dovrebbe addirittura dire: in concomitanza con tale
occupazione, secondo interessi e coinvolgimenti economici in gran parte
preesistenti. A Pec, la filiale Zastava produce parti dei camion Iveco.
Nessuna sorpresa che la città’ sia divenuta il quartier generale del
contingente italiano, cui sono state affidate le chiavi della ditta.
Coincidenza?
Le miniere di Trepca, uno dei principali volani dell’economia jugoslava,
erano state sottoposte negli ultimi anni ad una parziale privatizzazione che
aveva visto fronteggiarsi la franese SCMM e la holding del miliardario greco
Militineos. Quest’ultimo, alla fine, l’aveva spuntata, ma disgraziatamente
Trepca e’ stata occupata proprio dal contingente francese, che ha
immediatamente sospeso i rappresentanti greci del Consiglio di impresa, in
vista di una futura “corte arbitrale” sulle miniere (“Danas”,
7\12\1999).
A
dire il vero, il presidente dell’Assemblea degli azionisti, il serbo B.
Milanovic, ha fatto presente come la miniera, società per azioni e non
proprietà statale jugoslava, non rientri nella giurisdizione della Kfor, ma
il “governo provvisorio” albanese-kosovaro di H. Thaci ha reclamato Trepca
come proprieta’ di un ancora inesistente “stato albanese”... A chi
dara’ ragione Kouchner?
Scenario
simile per petrolio ed elettricita’: le installazioni petrolifere “Nis”
e quelle della societa’ elettrica EPS fanno parte del settore inglese. S ne
occuperanno le societa’ britanniche Nat West, British Power e Bankers Trust.
Agli amministratori e agli operai serbi, ovviamente, e’ stato dato il
benservito.
A
Suva Reka la ditta Balkan produce pneumatici per camion in collaborazione con
la Deutsche Kontinental. Per cementare tali promettenti sinergie, l’area
e’ stata affidata al contingente germanico, cosi’ come la zona dei vigneti
kosovari sfruttati da aziende vinicole tedesche.
Gli
americani si sono invece aggiudicati i minerali strategici di Novo Brdo e la
città’ di Gnjilane con la sua famosa fabbrica di pile, alcune delle quali
utilizzate dalle NASA. Sempre a Gnjilane si trova la fabbrica di tabacco TIG
(recentemente insignita in Francia del Premio mondiale qualita’), gia’
sotto contratto con la Lucky Strike. Non sara’ certo dispiaciuto agli
investitori che le squadracce dell’Uck abbiano ripulito dai serbi una
cittadina cosi’ fiorente.
Parallelamente
alla colonizzazione delle strutture produttive kosovare, gli occupanti
occidentali non perdono tempo neanche sul fronte finanziario. Il 24\I ha
iniziato la sua attivita’ la “Micro Enterprise Bank” (Meb), un ente di
credito industriale acquartierato presso la missione Onu e patrocinato e
diretto dai governi tedesco e olandese (amministratore generale: l’olandese
Koen Wasmus).
In
una situazione di assoluto monopolio finanziario dopo la distruzione forzata
di tutti i legami economici fra Pristina e Belgrado, la Meb promette di
diventare il principale volano di colonizzazione economica della regione, in
modo non dissimile da quanto gia’ da tempo attuato in Bosnia dalla “Banca
Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo” (Bers), di stanza a Londra e non
a caso uno dei principali finanziatori della Meb.
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SCHEDA
Petrolio
Il
“great game” che si innesca per il controllo dei pochi giacimenti
petroliferi ancora non sfruttati non riguarda solo l’immediata area di
estrazione, ma le differenti opzioni di
corridoi energetici, di pipeline con relativi indotti e finanziamenti,
attraverso cui il petrolio deve passare per raggiungere l’Occidente. È per
questo, non per altro, che oggidì si macellano popoli interi. Le favole
“umanitarie” servono solo a coloro che poi si godranno beatamente il
prezioso oro nero.
Come
scrive A. Di Fazio (Le connessioni fra
la guerra dei Balcani e la crisi energetica prossima ventura, in AA.VV., Imbrogli
di Guerra. Scienziate e scienziati contro la guerra, Roma 1999): “Un
giacimento quasi intatto (...) è quello intorno al Mar Caspio, e una linea
prioritaria di alimentazione per l’Europa è quella che passa per i Balcani.
Questa circostanza, unita all’ancor più importante fattore della dominance
totale, è senza dubbio alla base del conflitto nei Balcani”. Vediamo di che
si tratta.
Il
petrolio dell’area caspica ammonterebbe a 5-10 miliardi di tonnellate, se
non di più: l’ultima grande riserva di idrocarburi del mondo. Già fra il 1991
e il 1993 le grandi compagnie
occidentali cercano di inserirsi in quello che, dopo la disintegrazione
dell’URSS, si configurava come un vuoto geopolitico e soprattutto economico:
nel 1994 tra Houston, Londra e
Baku (Azerbajdzan) si forma un consorzio internazionale a guida BP (Regno
Unito), il cosiddetto “affare del secolo” per un investimento di 7,5
miliardi di dollari.
Le
compagnie americane e la Turchia, per sottrarre a Mosca il monopolio degli
oleodotti, avviano il progetto di un oleodotto detto “occidentale”,
contrapposto a quello russo “settentrionale”. L’oleodotto
“occidentale”, partendo da Baku, attraverserebbe la Georgia (altra
repubblica ex-sovietica di stretta osservanza atlantica) per arrivare al porto
di Supsa (Mar Nero georgiano); di qui, un “corridoio” marittimo e poi
terrestre (attraverso il Kurdistan turco) lo collegherebbe al terminale turco
di Ceyhan, sul Mediterraneo.
L’attacco
alle posizioni di Mosca è aggravato dalla secessione
della Cecenia (fine 1991) che
minaccia il controllo russo sull’oleodotto “settentrionale”. Il
consistente prestito concesso dal Fmi nel 1995
all’Azerbajdzan (80 milioni di dollari, portati l’anno dopo a 350) e la
limitazione della Turchia al passaggio di petroliere russe per gli stretti del
Bosforo sembrano concludere la triangolazione Ankara-Baku-Washington ai danni
di Mosca.
Tra
settembre e ottobre 1995 sembra
pero’ profilarsi una soluzione di compromesso: il petrolio azero passerà
sia per gli oleodotti russi che per quello “occidentale”. Una soluzione
voluta anche dal presidente Clinton, che ha a cuore le buone relazioni con
Mosca (cui vanno i cospicui crediti dell’Fmi) e la stabilità di Eltsin, su
cui incombono le elezioni politiche di dicembre e quelle presidenziali del
giugno 1996. La Russia perde il
controllo monopolistico sugli oleodotti, ma non lo acquista la Turchia,
peraltro indebolita, fra il 1994 e
il 1995, da una grave crisi
finanziaria ed inflattiva.
Malgrado
Azerbajdzan e Georgia continuino a caldeggiare l’oleodotto “occidentale”
e ad appoggiarsi alla Turchia (nell’aprile 1996,
in visita ad Ankara, il presidente georgiano E. Shevarnadze definisce
“indispensabile per la pace nel Caucaso il contributo turco”), l’ago
della bilancia nel “great game” petrolifero sembra favorire Mosca, che
nell’aprile 1996 si assicura
anche il petrolio del Kazachstan, convogliato verso Novorossijsk (700 mila
barili giornalieri entro il 1998).
Al progetto partecipano anche compagnie europee come BP e Agip, attirate dai
costi decisamente inferiori rispetto al progetto “occidentale”, che
sembrerebbe destinato a cadere del tutto nel dimenticatoio se non fosse per la
tanto endemica quanto provvidenziale crisi cecena, avviata in una parabola
disastrosa dall’aprile 1994.
Inizialmente,
i consorzi petroliferi russi avevano approfittato del parziale stato
extraterritoriale (ed extralegale) del segmento ceceno dell’oleodotto
“settentrionale”: i capiguerriglia “succhiavano” dai condotti ingenti
quantità di idrocarburi e poi li rivendevano “al nero” al porto di
Novorossijsk, coperti dalle autorità federali che potevano così aggirare le
quote ufficiali internazionali con prezzi inferiori del 45% agli standard
mondiali. Ma a lungo andare il perenne stato di insicuezza spaventa gli
investitori internazionali, che costringono l’oleodotto “settentrionale”
a un blocco indeterminato (maggio 1998).
Nel corso dell’anno successivo, la Russia viene ulteriormente marginalizzata
dal conflitto scoppiato in Daghestan, che chiude definitivamente ogni
possibilità di bypassare il tratto ceceno dell’oleodotto.
Risultato:
l’oleodotto “occidentale” Baku-Supsa entra in funzione a metà aprile 1998,
inaugurato solennemente da tre presidenti: l’azero Aliev, il georgiano
Shevarnadze e l’ucraino Kuchma (quest’ultimo detentore di un secondo
“ramo” dell’oleodotto, via Odessa-Polonia). Non è un caso che pochi
giorni prima i presidenti avessero presenziato ad esercitazioni congiunte dei
tre eserciti nell’ambito della “partnership for peace” targata Nato. Nè
è un caso che nello stesso periodo in cui l’oleodotto “settentrionale”
veniva definitivamente surclassato, Mosca abbia scaricato il leader kurdo Öcalan,
garante, negli anni precedenti, che per il territorio kurdo il segmento
Baku-Ceyhan dell’oleodotto “occidentale” non sarebbe mai passato.
Nè
è casuale la notizia d’agenzia (2\VII\1999),
non emersa sulla stampa, secondo cui un plotone azero (trenta militari) ha
preso parte alle operazioni belliche in Kosovo inquadrato nell’esercito
turco. La partecipazione azera alla guerra, interamente finanziata da Ankara
(e corroborata, in ottobre, da una dichiarazione congiunta dei due presidenti
sulla sintonia di Azerbajdzan e Turchia, “due stati, un’unica nazione”),
è irrilevante da un punto di vista strettamente militare ma assai indicativa
da quello geopolitico. Se l’oleodotto “settentrionale” doveva terminare
sull’Egeo e convogliare il greggio verso i porti italiani di Bari e
Brindisi, lo sbocco privilegiato dell’oleodotto “meridionale” è la
cosiddetta “dorsale verde”: quel corridoio di paesi musulmani balcanici
comprendente l’Albania, le regioni a maggioranza albanese dell’ex-Jugoslavia
(Macedonia occidentale, Kosovo) e il Sangiaccato, fino alla Bosnia e ai
terminali croati e adriatici.
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