Lo testimonia, per via indiretta, anche la presa di posizione della Lega araba, che è stata unanime e tempestiva, una volta tanto, nel biasimare l’attacco yankee (una vera rarità per questo organismo borghese che da un bel po’ si segnala solo per la sua codardia filo-imperialista). Anche i regimi totalmente infeudati all’impero del dollaro non possono più (lo poterono ancora nel 1990) non tener conto dei sentimenti antimperialisti delle loro popolazioni.
Che il bersaglio gridato (altra cosa, poi, è quello effettivo) della rappresaglia statunitense sia stato lo sceicco (1) saudita Ben Laden non è né comico, né frutto dell’insipienza da fanciulloni degli yankee, come credono gli insipienti redattori di Liberazione o de il manifesto. E’, al contrario, altamente indicativo del grado di acutezza raggiunto dal contrasto di classe tra sistema imperialista e paesi da esso dominati. La provenienza nazionale di Ben Laden, la sua appartenenza di classe, la sua iscrizione nei registri degli ex-agenti della CIA: neppure questo eccellente pedigree reazionario, a metà naturale, a metà acquisito, gli è stato sufficiente a evitargli di finire sul libro nero dell’FBI&C. come il "Che Guevara islamico". Scherzi maligni di quella incontenibile forza delle contraddizioni materiali oggettive che lo stesso "ricercato n. 1" sarebbe pronto a negare (invano).
Il fatto è che non solo il riscatto sociale e la liberazione dal super-sfruttamento e dall’oppressione (anche nazionale), ma perfino, per certi versi, la stessa sopravvivenza delle classi lavoratrici dell’Islam (il petrolio è pagato ormai 11 dollari a barile, 110 lire al litro, 1/3 della più scadente delle acque minerali) reclamano come non rinviabile la guerra rivoluzionaria all’imperialismo. Una guerra in cui gli sfruttati e gli oppressi dell’Islam saprebbero rifondere -ove essa fosse seriamente e coerentemente preparata, organizzata e condotta- una immensa energia di lotta, oggi compressa e dispersa. Lo sanno molto bene i governanti arabi e islamici che se da un lato deprecano l’azione del governo Clinton, dall’altro si guardano attentissimamente dal fare alcunché di concreto e di coordinato contro di essa, sì da non dare spago alle aspettative di massa (tutti, nessuno escluso, pur se con le diversità del caso, ché Gheddafi o Saddam non sono, non possono essere, "tali e quali" un re Fahd o un Hussein di Giordania).
Lo si è visto anche nella moderatissima reazione delle forze direttamente colpite. I capi dei Taleban, benché impossibilitati (al momento) a consegnare il rifugiato-ricercato, si sono precipitati a rassicurare i loro sponsor-addestratori: "non preoccupatevi, non ci sarà alcuna vendetta contro di voi, o per lo meno alcuna vendetta in Afghanistan, o partendo dall’Afghanistan". Non meno rassicurante la risposta del governo sudanese e di al-Tourabi, da anni presentati, rispettivamente, come la centrale operativa principe e la mente-guida del "terrorismo mondiale". "Nessun atto di guerra verso gli USA. Reagiremo esclusivamente con mezzi legali", hanno giurato. E subito dopo hanno confezionato e spedito a quel covo di brigantaggio e di guerra che è l’ONU la richiesta di una commissione di inchiesta per accertare quello che l’ONU avrebbe (in astratto) potuto dire una frazione di secondo dopo l’aggressione USA, visto che dei suoi inviati l’avevan visitata di recente: e cioè che la fabbrica colpita produceva realmente e solo medicinali (anche per l’ONU).
L’appello alla legalità internazionale (è il medesimo appello che i palestinesi fanno da mezzo secolo contro le "violazioni israeliane", con quale esito si sa) degli stessi ambienti islamici istituzionali più "radicali", è suonato tanto più impotente e dimissionario perché è caduto mentre Clinton, l’Albright ed il ministro della guerra statunitense pisciavano ostentatamente sulle "prerogative" dell’ONU, la autorizzazione preventiva a fare questo e quello, la fornitura di prove, e consimili bazzecole da causidici che tanto elettrizzano i sacchi vuoti pacifisti. Gli USA colpiranno dovunque siano in qualche modo toccati i propri interessi (di sfruttamento, di dominio e di saccheggio), e nessuno ha il diritto di chiedere loro alcunché, né prima, né dopo (poiché il diritto lo ha chi ha la forza). Onore al merito della chiarezza di questi banditi!
La scelta di colpire proprio Sudan, Afghanistan e Pakistan non ha nulla di casuale e di incomprensibile.
Dopo il mancato blitz anti-iracheno della scorsa primavera, le masse arabo-islamiche dovevano essere aiutate a non dimenticare la frusta del padrone e a non illudersi di poterlo ancora impunemente sfidare. Ed i governi arabo-islamici che col loro sgradimento avevan concorso a fermarlo, a non attribuirsi erroneamente una sorta di potere di veto sulle iniziative del padrone. Per questo era necessario colpire dentro il mondo arabo, ed il Sudan (nonostante la sua buona condotta "anti-terroristica" certificata dalla consegna di Carlos e dalla cacciata di Ben Laden) era il bersaglio appopriato. Sia in quanto centro di irradiazione dell’islamismo in tutta l’Africa, che per essere uno degli stati arabi più dinamici nel tentare di tessere una trama di cooperazione economica e di "mutuo aiuto" tra gli stati islamici, uno tra gli stati del Terzo Mondo non ancora completamente proni agli ukase del FMI. Vero è che il FMI aveva appena giudicato "soddisfacente" la performance economica del Sudan, assoggettato anch’esso alle sue amorevoli cure (Paesi arabi, luglio 1998); ma una raffica di bombe può essere un buon coadiuvante nel convincere i governanti sudanesi a proseguire senza ripensamenti sulla via delle famigerate riforme strutturali, delle privatizzazioni, dell’apertura ai capitali occidentali, dell’immissione nel governo di esponenti al guinzaglio di Washington, etc. Colpire il Sudan, dunque, per colpire l’intero Islam arabo (altro che diversivo dal sexy-gate!).
D’altra parte, diciamoci la verità, poteva Washington lasciare senza la loro meritata razione di bombe gli islamici d’Asia, e i pakistani per primi, che così spropositatamente si erano esaltati per la conquista dell’atomica? E poteva forse mancare di ammonire i taleban in rapida avanzata verso le regioni a tradizione islamica dell’ex-URSS a non sognare di alcuna confederazione islamica d’area dotata di benché minima indipendenza, essendo quell’area di gas e petrolio a profusione destinata allo stretto, totalitario, esclusivo controllo USA? Certo che non poteva.
Lo stato complessivo sempre più critico del capitalismo mondiale non consente più al paese capofila del sistema imperialista d’esercitare "pacificamente" il suo dominio sui continenti di colore in nome dell’anti-colonialismo. Pur incubando da tempo, la catastrofica esplosione della crisi del sistema nel suo centro è stata finora evitata solo attraverso lo schiacciamento, la frammentazione, lo scannamento reciproco degli oppressi islamici e terzomondiali (mai dimenticare la guerra tra Iran e Iraq e le tante consimili guerre in questi anni impulsate dall’imperialismo). Per assolvere un tale compito l’imperialismo yankee, e l’imperialismo tutto, dovranno fare ricorso sempre più alla guerra aperta di lungo periodo all’Islam (ed al Terzo Mondo nel suo insieme), una soluzione questa per cui stanno accanitamente spingendo negli USA e fuori le potenti lobbies sioniste. "La guerra al terrorismo (islamico) è appena cominciata", ammonisce la Washington Post del 25 agosto. Un’altra via, più soft, non c’è. Il suggerimento di "prendersi cura dei problemi islamici", infatti, è solo una misura complementare all’uso del terrorismo di stato, e non ha altra valenza del pretesco consiglio di un Prodi: "colpiamoli, ma stiamo anche attenti a manovrare in modo accorto per dividerli e impedire loro qualsiasi risposta unitaria". Un consiglio dalla sostanza interamente imperialista dietro al quale si allineano in buon ordine i terribili "comunisti" di Rifondazione, candidandosi (come i non proprio antagonisti Fanfani, Mattei, Moro e così via) a viscidi sensali tra un Islam azzannato alla gola e il Dracula imperialista azzannatore, per non parlare poi dei pidiessini alla Ranieri che vestono il Dracula aggressore dei panni della vittima, per cui se "gli americani reagiscono, vanno compresi in pieno"...
Questa radicalizzazione obbligata dell’aggressione imperialista agli sfruttati del Terzo Mondo, mentre fa crescer le ragioni di scontento delle stesse classi borghesi e piccolo-borghesi terzomondiali, riduce però progressivamente i margini di manovra delle borghesie "nazionali", anche di quelle meno strettamente allineate, facendone risaltare, più che l’inconseguenza, l’impotenza a contrastare gli assalti reiterati delle potenze imperialiste. Alle masse sfruttate dell’Islam e del Terzo Mondo, per converso, l’esperienza diretta sta insegnando che l’imperialismo non può essere battuto senza la lotta più determinata, senza la vera jihad di classe, senza l’unificazione internazionale del fronte degli sfruttati.
A questo bisogno acuto di una vera guerra all’imperialismo e di un vero internazionalismo degli oppressi che sta maturando nell’Islam (e nel Terzo Mondo), nessuna frazione dell’islamismo militante potrà mai dare una risposta soddisfacente, così come non l’hanno potuto in passato né il nazionalismo arabo, né il "fronte" (mai realmente poi costituitosi) dei paesi "non allineati" né il khomeinismo. Figurarsi se lo potrà un Bin Laden (ancorché la sua organizzazione si chiami, emblematicamente, se le informazioni sono esatte, "Musulmani contro l’oppressione globale"). Lo potrà solo ed esclusivamente un proletariato occidentale, un proletariato internazionale ritornato a combattere coerentemente contro l’imperialismo, per il comunismo. E’ a questa rinascita, che passa oggi per la solidarietà incondizionata e militante alle masse lavoratrici oppresse dall’imperialismo, che i comunisti internazionalisti consacrano tutta la loro attività.
Note
(1) Come spiega G. Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, 1996, il termine sceicco (in arabo: shaykh) è un termine che nel corso della lunga storia dell’Islam (che attraversa più modi di produzione e più continenti) ha assunto molteplici significati: da quello di vecchio o anziano capo-tribù scelto dall’assemblea tribale per il suo carisma, a quello più generico di dotto o maestro di religione e di vita (talvolta a capo di una confraternita), fino a quello di capo-villaggio (in Egitto), di autorità governativa pure urbana (in Mesopotamia) o finanche di capo-gilda o corporazione. Anche oggi il termine mantiene, in contesti sociali molto diversi da quelli che l’hanno originato, una sua polivalenza. E’ riservato, in ogni caso, a persone cui viene riconosciuta una particolare autorità morale.
http://www.sgrtv.it/archivio_link/08062000/esteri/corno_africa/scheda_sudan.html
Sudan: la scheda
Tutte le notizie sono tratte dalla Federation of american scientist (FAS)Il Sudan del sud è un campo di battaglia da sempre, con l'eccezione di una pace fragile stabilita nel 1972, con le trattative fra i ribelli sudanesi del sud (l'Anya Nya) ed il governo del Sudan ad Addis Abeba. Pace durata fino alla ripresa del conflitto nel 1983. La distinzione nord-sud e l' ostilità fra le due regioni del Sudan è collegata a un conflitto religioso come pure a un conflitto fra popolazioni di cultura e lingua diverse. La lingua e la cultura del nord sono basati sull' arabo e la fede islamica, mentre il sud è caratterizzato da una grande varietà, principalmente linguaggi non-arabi, culture con poche eccezioni non-musulmane e caratteri religiosi indigeni (tradizionali o cristiani).
Le origini della guerra civile nel sud risalgono agli anni 50. Il 18 agosto 1955, un' unità militare del sud del paese si ammutinò a Torit. Piuttosto che la resa alle autorità sudanesi, molti ammutinati si diedero alla macchia con le loro armi: questo è stato l' inizio della prima guerra nel Sudan del sud. Alla fine degli anni 60, la guerra aveva provocato la morte di circa 500.000 persone. Diverse centinaia di migliaia di nuovi guerriglieri si nascosero nelle foreste o negli accampamenti nei paesi limitrofi. Intorno al 1969 i ribelli avevano sviluppato contatti con paesi stranieri per ottenere armi e rifornimenti. Israele, per esempio, ha fornito l'addestramento delle reclute dell'Anya Nya e armi, inviate ai ribelli attraverso l' Etiopia e l' Uganda. L'Anya Nya ha anche comprato armi dai ribelli congolesi. I funzionari di governo cedettero ai ribelli dopo il colpo di stato del 1969 e mettendo fine alla guerra con gli accordi di Addis Abeba del 1972, che hanno garantito l' autonomia della regione meridionale.
La guerra civile è ripresa nel 1983, quando il presidente Nimeiri ha imposto la Shari'a (la legge islamica). Da allora sono morti più di un milione e mezzo di sudanesi (dati del 1997). La fazione ribelle principale è lo SPLM (movimento di liberazione della gente del Sudan), un corpo creato dallo SPLA (esercito di liberazione della gente del Sudan). Lo SPLA è nato nel 1983, quando il tenente-colonnello John Garang dello SPAF era stato inviato a Bor per sedare l'ammutinamento di 500 truppe del sud, che stavano disobbedendo a un ordine di trasferimento al nord. Invece di sedare la rivolta, Garang rinfoltì le schiere degli ammutinati, ed egli stesso si pose alla testa della rivolta contro il governo di Khartoum. Garang, un Dinka cresciuto in una famiglia cristiana, aveva studiato all' università di Grinnell, nell'Iowa e successivamente era tornato negli Stati Uniti per prendere parte ai corsi di Fort Benning, in Georgia e per completare gli studi di economia all' università dell' Iowa. Intorno al 1986 lo SPLA contava 12.500 aderenti, organizzati in dodici battaglioni, dotati di armi di piccolo calibro e alcuni mortai. Nel 1989 lo SPLA aveva raggiunto 20.000 - 30.000 guerriglieri; nel 1991 50.000 - 60.000.
Dal 1983, lo SPLA è diviso in 3 fazioni principali: la fazione Torit, guidata da John Garang; la fazione Bahr-al-Ghazal, guidata da Carabino Kuany Bol; ed il movimento del sud di indipendenza del Sudan di Rick Machar. Queste divisioni interne hanno intensificato i combattimenti nel sud, impedendo la pace. Lo SPLA rimane la forza militare principale della ribellione.
Nel mese di aprile del 1997 lo SSIM/A si è separato dallo SPLA e insieme a parecchie altre fazioni più piccole del sud del Sudan ha concluso un accordo di pace con il governo. Le fazioni rimaste fuori dall'accordo hanno costituito lo UDSF (fronte democratico unito di salvezza). Tuttavia, lo SPLM, e il suo braccio armato, lo SPLM/A e la maggior parte degli analisti indipendenti valutano l'accordo del 21 aprile come un tatticicismo del governo per portare i sudanesi del sud dalla propria parte. Lo SPLM/A e i suoi alleati del nord del NDA (alleanza democratica nazionale) hanno ottenuto successi militari nelle zone lungo i confini con l' Etiopia e l'Eritrea e in gran parte del sud. Né l'una né l'altra parte sembra avere la capacità di vincere la guerra con le armi.
Nel 1996 il governo degli Stati Uniti ha deciso di inviare quasi 20 milioni di dollari in apparecchiature militari attraverso l' Etiopia, l'Eritrea e l' Uganda per aiutare i movimenti di opposizione al regime di Khartoum. I funzionari degli Stati Uniti hanno negato di aver aiutato lo SPLA e le forze alleate sudanesi (SAF). Il pentagono ed la CIA considerano però il Sudan secondo solo all'Iran come supporto logistico al terrorismo internazionale.
La cartina (fonte CIA)

Il Sudan Del sud on line: ReliefWeb
(traduzione e adattamento di Matthias Thaulero)
ANALISI DIFESA
http://www.analisidifesa.it/numero24/ef-aqsudan.htm
AL QAEDA RITORNA IN SUDAN?
Secondo la CIA Osama Bin Laden e i
seguaci di Al Quaeda fuggiti dall’Afghanistan potrebbero cercare di
ristabilire basi in Sudan, paese dal quale l’organizzazione estremista
islamica operava già dal 1990 al 1996 e dove sono presenti ancora numerosi
simpatizzanti e fiancheggiatori.
Gli Stati Uniti tengono sotto stretta sorveglianza il Sudan e hanno ristabilito
relazioni politiche e di cooperazione nella sicurezza con il regime di Khartoum
per stroncare ogni tentativo di Al Qaeda di penetrare nel paese.
La presenza di uomini di Al Qaeda fuggiti dall’Afghanistan è già stata
confermata in Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Striscia di Gaza,
Libano e Siria ma l’intelligence occidentale teme penetrazioni in Africa
Orientale.
GUERREDITTATURE E
SEGRETI DI STATO.
Dal Cile all'Italia.La politica estera dei "difensori della democrazia".
GUERRE, DITTATURE E SEGRETI DI STATO
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/imperoguerra.html
http://www.namaste-ostiglia.it/lasthelp/show.asp?ID=195
http://www.google.it/search?q=cache:B563vf2-NIQC:www.anzwers.org/free/usacrimes/
sudan.htm+%22Sudan%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8
Traduzione di Andrea Vigliotti
15 MARZO 2003
Una lista delle
risoluzioni cui gli USA hanno opposto il veto, 1972-2002.
(anonimo via email)
Il
testo del discorso del presidente Usa
in occasione dell'attacco all'Iraq
WASHINGTON
A tutti gli uomini e donne delle forze armate degli Stati Uniti attualmente in
Medio Oriente: la pace di un mondo tormentato e le speranze di un popolo
oppresso adesso dipendono da voi. Questa fiducia è ben riposta.
I nemici che affrontate dovranno conoscere la vostra bravura ed il vostro
coraggio. Il popolo che voi liberate riconoscerà lo spirito di onore e decoro
delle forze militari americane.
In questo conflitto, l'America affronta un nemico che non ha rispetto per le
convenzioni di guerra o le norme morali. Saddam Hussein ha posizionato le truppe
irachene e le loro attrezzature in zone civili, nel tentativo di servirsi di
uomini, donne e bambini innocenti come scudi per le sue forze militari:
un'ultima atrocità contro il suo popolo.
Voglio che gli americani e tutto il mondo sappiano che le forze della coalizione
compiranno ogni sforzo per evitare di fare del male ai civili innocenti. E sarà
necessario il nostro impegno convinto per aiutare gli iracheni a realizzare un
paese unito, stabile e libero.
Siamo arrivati in Iraq con rispetto per i suoi cittadini, per la loro grande
civiltà e per la fede religiosa da loro praticata. Noi non abbiamo alcuna
ambizione in Iraq, tranne eliminare un pericolo e restituire il controllo di
quel paese al suo popolo.
"So che le famiglie dei nostri militari pregano perchè tutti coloro che
prestano servizio tornino sani e salvi e presto. Milioni di americani pregano
con voi, per l'incolumità dei vostri cari e per la protezione degli innocenti.
"Per il vostro sacrificio, avete la gratitudine ed il rispetto del popolo
americano, e potete stare certi che le nostre forze torneranno a casa non appena
il loro lavoro sarà compiuto.
"Il nostro paese entra controvoglia in questo conflitto, tuttavia il nostro
scopo è sicuro. Il popolo degli Stati Uniti ed i nostri amici ed alleati non
resteranno alla mercè di un regime fuorilegge, che minaccia la pace con armi di
sterminio.
Noi affronteremo ora quella minaccia con il nostro Esercito, con l'Aeronautica
Militare, con la Marina, con la Guardia Costiera ed i Marines, per non doverla
affrontare più tardi con i vigili del fuoco e la polizia ed i medici nelle
strade delle nostre città.
Adesso che questa guerra è arrivata, l'unico modo per limitarne la durata è
usare la forza con decisione. E io vi assicuro, questa non sarà una campagna di
mezze misure, non accetteremo altra conclusione che non sia la vittoria.
Miei concittadini, i pericoli che incombono sul nostro paese e sul mondo saranno
superati. Noi supereremo questo momento di pericolo, e porteremo avanti il
lavoro della pace. Difenderemo la nostra libertà. Porteremo la libertà ad
altri.
E vinceremo. Che dio benedica il nostro paese e tutti coloro che lo
difendono"
(20 marzo 2003)
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Intervista
a un protagonista della Storia contemporanea
Lei è stato un protagonista della seconda metà del XX secolo.
Grazie alla posizione strategica del luogo in cui sono nato e alla particolare famiglia a cui appartengo posso dire che la Storia è stata per me un'esperienza personale. La formazione dell'impero anglo-americano e la caduta della Germania sono stati gli avvenimenti fondamentali degli anni Quaranta. Sono cresciuto a Washington in ambiente politico e ho iniziato a scrivere in un periodo molto importante per la storia mondiale. Ha fatto delle dichiarazioni sconvolgenti relative all'entrata in guerra degli Usa nella Seconda guerra mondiale. L'ottanta per cento degli americani era contrario all'entrata in guerra, ma so che Roosevelt, la cui vedova Eleanor era una mia cara amica, ha voluto la guerra anche per salvare la Gran Bretagna da una possibile invasione.Ma allora è vero che il presidente Roosevelt sapeva che il Giappone avrebbe attaccato e l'ha tenuto nascosto proprio perché voleva l'entrata in guerra? Roosevelt è stato il nostro Augusto, il nostro imperatore. Era molto acuto, straordinariamente intelligente, era il nostro Machiavelli. Sapeva che bisognava andare in guerra perché Hitler aveva instaurato una situazione insopportabile in Europa e ovviamente non voleva che l'Europa "morisse". Considerava Hitler una specie di virus, una malattia grave per l'umanità, doveva però convincere gli americani che era necessario entrare in guerra, trovare un pretesto credibile. Negli anni Quaranta, quando ero ragazzo, vivevo a Washington in un ambiente immerso nella politica: mio nonno infatti era Presidente del Senato americano e odiava Roosevelt, mentre mio padre lo ammirava.Che cosa avvenne allora? Ci convinsero che i giapponesi erano dei "subumani", quasi degli animali che ci odiavano perché eravamo belli, ricchi e grassi. Roosevelt cercava in tutti i modi di provocare il Giappone perché attaccasse per primo. I giapponesi avevano fatto un accordo con tedeschi e italiani, il famoso patto tripartito, e quindi il presidente pensava che se il Giappone avesse attaccato saremmo entrati in guerra. Ma erano loro a dover fare la prima mossa, dovevano fare un errore. A questo scopo furono provocati per un intero anno: nel novembre del '41 due ambasciatori giapponesi vennero a Washington e Roosevelt fece alcuni gesti per aizzarli contro di noi. Per prima cosa chiese che i nipponici lasciassero la Cina e poi che rinunciassero al patto tripartito con Germania e Italia. I giapponesi chiesero di raggiungere un compromesso, ma Roosevelt rifiutò, dichiarando che se non avessero rispettato quei patti avrebbe tagliato i fondi, avrebbe tolto al Giappone petrolio, risorse naturali, materie prime. Quindi non gli restò che aspettare. Gli Stati Uniti infransero tutti i codici militari e mentre noi sapevamo tutto sulle mosse del nemico, loro erano all'oscuro dei nostri piani. Dovevano attaccare per primi e lo fecero, come tutti sanno, a Pearl Harbour. Io entrai nell'esercito a 17 anni nel 1943 e ci restai fino al 1946.Perché non si è mai parlato di questi episodi? Tutto quello ho scritto è risaputo però non lo si può dire perché va contro a troppi miti patriottici. Noi siamo andati nel Pacifico a combattere una guerra contro quelli che, stupidamente, giudicavamo esseri subumani, il diavolo in persona: non potevano dirci la verità, né ci era lasciata alcuna possibilità di scelta. Effettivamente noi stavamo costruendo una marina potentissima e negli anni successivi, con le nostre azioni, siamo riusciti a edificare un impero globale: solo una mente machiavellica poteva programmare tutto questo. Fino a poco tempo fa però questi fatti erano sconosciuti a causa del sentimentalismo degli storici. Non si poteva mettere in dubbio la moralità degli Usa. Io, con le mie parole, ho provocato una vera e propria tempesta perché tutti sapevano, esistevano le prove di tutto quello che ho detto, ma era stato tutto secretato fino al 1995. In un sistema controllato come quello degli Stati Uniti è molto forte la censura, che già inizia dalla scuola primaria quando ai bambini vengono raccontate le favole. Questo indottrinamento insomma inizia molto presto e insegna a tutti gli americani che c'è un solo punto di vista, il nostro, non ne esistono altri. Pensi che si indicano agli scrittori anche gli argomenti su cui devono scrivere! Sicuramente molti intellettuali non sanno queste cose perché non entrano nei meccanismi della politica, ma nei giornali c'è solo grande propaganda e l'informazione che arriva dall'esterno non viene assolutamente tenuta in considerazione. Negli anni Cinquanta Truman ha tenuto in stato di guerra gli Stati Uniti, ma agli americani non è stato detto assolutamente nulla. Solo il Congresso poteva decidere se andare in guerra o meno. Dopo Pearl Harbour ci sono state 50 guerre (dalla Corea al Kossovo), ma nessuna di queste è stata dichiarata, nessuna di queste era legale. Non se ne può quindi avere una memoria collettiva. È il Presidente a decidere tutto: se decide di andare in guerra si va in guerra.Esistono però molti movimenti di contestazione e di critica, di difesa dei diritti civili. Ma i vari movimenti non producono mai vera cultura, rimangono sempre in qualche modo schiacciati dal potere o dopo un po' diventano essi stessi potere. Di diritti se ne è parlato molto, è un argomento dibattuto, ma le farei questo esempio: quando un mago mette in una tasca un coniglio, e con l'altra mano fa vedere un'altra cosa e si guarda la mano sbagliata, può essere che stia rubando dei soldi dalle tasche o... stia facendo guerra al Vietnam. È solo un meccanismo diversivo, una delle tante cose che servono come lavaggio del cervello.Che cosa ne pensa del movimento dei no-global? Stiamo assistendo alla scomparsa dello stato-nazione, che è nato con il trattato di Westfalia e ricreato da Lincoln e Bismarck per opera dei quali è sorto lo stato moderno. Io credo che Blair sia interessante per le sue scelte di devoluzione: ha lasciato andare gli Scozzesi e in qualche modo anche i Gallesi e penso che questa sarà la direzione che prenderà la Spagna con i Paesi Baschi. Per ora non dirò nulla riguardo a Bossi... Comunque credo che oggi esista un movimento sia centrifugo che centripeto: basti pensare all'Unione Europea e all'Euro. Credo anche che il movimento dei no-global alla fine sia salutare, che favorisca un certo scambio di idee e che magari ci possa anche salvare.E il problema del cosiddetto "melting pot"? I bianchi sono una minoranza nella parte sud della California, però come non definire bianchi anche gli ispanici? Certo è che questo è un segno della forza centripeta del movimento. Il più grande disastro degli Usa, la guerra del Vietnam, ci ha portato molti asiatici che ora risiedono nel Golfo del Messico, e hanno introdotto anche una novità molto particolare: il Confucianesimo. Confucio crede nell'educazione, nella morale: se si porta più morale negli Stati Uniti si può contrastare il fondamentalismo protestante che li domina.Secondo lei oggi l'America è cambiata e in che cosa? È un impero che però deve sempre mascherare di generosità i propri interventi all'estero, anche quelli bellici.
A cura di Grazia Casagrande |
Così
l'America ha perso la libertà
http://www.repubblica.it/online/speciale/sedicinovembredue/
sedicinovembredue/sedicinovembredue.html
di GORE VIDAL