POLITICA USA IN MEDIO ORIENTE - CRONOLOGIA
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Eric Margolis, stimato e
attento osservatore del mondo arabo, suggerisce una tesi dirompente: che
tutti i paesi arabi si uniscano sotto l'egida della Lega Araba che li
rappresenta ed inviino migliaia di "scudi umani" a Baghdad
La proposta.
Fratelli arabi, unitevi!
di Eric Margolis La vecchia massima "uniti resisteremo, divisi affonderemo"
non e' mai stata tanto appropriata quanto per gli stati arabi, sgomenti
di fronte alla "crociata evangelista" di Bush contro l'Iraq.
L'allarmante debolezza e sottomissione del mondo arabo nei confronti
dell'occidente non e' mai stata piu' evidente di oggi, con la sua aperta
o discreta cooperazione ai piani di Bush per invadere il paese
"fratello" dell'Iraq. Sebbene il 99% degli arabi siano
aspramente contrari ad un attacco anglo-americano all'Iraq, i loro
regimi autoritari, che si servono dell'aiuto USA contro i loro
stessi popoli, stanno lentamente scavando la fossa del mondo
mediorientale. (venerdì 21 febbraio 2003) CASUS BELLI: LA
GUERRA IN IRAQ E LE SUE IMPLICAZIONI ECONOMICHE E GEOPOLITICHE di Sbancor
I miei antichi concittadini denominavano con “casus belli” il motivo per
cui una guerra viene dichiarata. Gente pratica, i romani, quelli di allora,
beninteso, avevano moltissimi motivi per dichiarare guerra. Uno era il
principale: essi erano militarmente i più forti. E però come sempre il più
forte fa, essi amministravano la guerra con la discrezione che competeva ad un
impero. Mai e poi mai avrebbero fatto discendere la guerra da una superiorità
razziale e religiosa. La razza non era concetto di gran moda fra i figli dei
centurioni, usi a copulare in molti dei paesi occupati. La religione poi, per i
romani, era legata al “genius loci”. Occupato un paese essi , solerti, si
preoccupavano di quale fosse il Dio del luogo e prontamente gli erigevano un
altare e lo includevano nel Pantheon. L’unico paese in cui questa operazione
non riuscì fu Israele, ma, come dir e, la colpa era del Dio locale, che si
pretendeva unico. Non a caso Israele fu l’unico paese sottoposto a
deportazione di massa e pulizia etnica. Concetti che normalmente non erano parte
dello strumentario romano in tema di imperialismo. Nel caso dell’Iraq, qual è il “casus belli”? La stampa mondiale, prodiga di articoli, ma altrettanto scarsa in notizie ha
provato a costruire diversi “casi”, cioè motivi, per cui la guerra è
giusta. A ben vedere però nessuno regge, non dico a una critica serrata, ma neppure
a una disanima superficiale. E’ vero la comunità internazionale non è mai
stata prodiga di motivazioni. Nel caso della Serbia, ad esempio, solo la
presenza al governo italiano della Sinistra (Do you remember Mr D’Alema?” un
personaggio che ai tempi delle Botteghe Oscure era indistinguibile da un membro
di seconda mano di una delegazione ufficiale del Partito Comunista Cecoslovacco)
convinse il Paese ed il Presidente della Repubblica ad obliare l’art 11. della
Costituzione. Negli USA Maddaleine Albright, rischiò l’ulcera, essendo lei
caratterialmente dispeptica, per convincere il suo paese, indeciso se Sarajevo
fosse sulla Est Coast oppure sulle West, a proclamare una guerra. Quanto sarà
costato a Maddaleine finanziare i fondamentalisti islamici de ll’UCK proprio a
lei giudea nicodemista? Gli altri Europei si accodarono per motivi oscuri.
Avevano a che fare con raffinatissimi calcoli geopolitici, ma il risultato fu
che i bombardamenti si concentrarono su Pristina, distruggendo il
“Corridoio”più caro agli Europei. Della serie palle e martello.[1] Assolutamente favorevoli alla guerra era la lobby umanitaria, “noveaux
philosophes”, Verdi Tedeschi e pure Sofri Adriano, che invece di pensare ai
guai suoi ne provoca di altri e ben più gravi. Pragmatico l’ex leader della
Germania unita, il Cancelliere Kohl, era contrario. Pagò il suo dissenso con la
tangentopoli germanica. Lo schieramento progressista Clinton-Blair-Cohen-Bendit-Sofri-Gluksman (si
licet de minima curant) lascia il posto nella guerra Irachena a una compagine
petrolifera repubblicana e di destra ben più organica. Restano Blair e Sofri,
come addetti stampa. Ma le motivazioni scarseggiano. · Non si può accusare Saddam di filoterrorismo: l’unico “terrorista
vero” residente in Irakera Abu Nidal, compianto membro del consiglio
d’amministrazione della BCCI la banca finanziatrice dell’atomica pakistana e
di chi sa quali altri misfatti (si sa…si sa..), strappato all’affetto dei
suoi cari dai mitra dei servizi segreti iracheni. Non so perché, ma ho il
fondato timore che la CIA, lo abbia annoverato tra le perdite…Comunque gli
unici campi di AL Qaida in Irak stanno nelle zone Kurde, teoricamente alleate
agli USA e membri dell’opposizione a Saddam. · Non si può accusare Saddam di fondamentalismo religioso. L’unico
fondamento che venera è il suo dispoticissimo potere. · Le armi di distruzioni di massa ci sono. Ma forte è il sospetto che le
abbiano fornite gli Stati Occidentali e – ahimè – che le abbiamo finanziate
proprio noi via BNL-Atlanta. L’atomica irachena è un sogno tramontato sotto
le bombe israeliane. Certo, in futuro, Saddam potrebbe averne una, come tutti
d’altronde. Ma allora perché non preoccuparsi subito di disarmare Pakistan e
Israele, le uniche due potenze nucleari dell’area? Esaurite queste motivazioni ufficiali veniamo a quelle ideologiche. · Adriano Sofri dice che contro il male la guerra è lecita. E porta
l’esempio della guerra ad Hitler. Debolissimo paragone. L’unico somiglianza
che mi viene in mente fra il Rais e il Fhurer è l’origine dei finanziamenti
che li hanno portati al potere o comunque soccorsi in momenti difficili. Nel
caso di Hitler parliamo del finanziamento in pool del 1932, organizzato da
Schroeder, con la benedizione di Montagu Norman, dissennato governatore della
Bank of England, e fra gli altri con i contributi onerosi dell’antisemita
J.P.Morgan e del semita Max Warburg. La geopolitica di allora pensava utile
rafforzare Hitler contro le mire espansioniste di una Francia che aveva troppo
oro per essere gradita al guardiano della Sterlina all’Impero Brita nnico, e
alle venali oligarchie di Wall Street. E poi dare una lezione ai comunisti, non
fa mai male. Ieri come oggi la geopolitica crea mostri. · “Il Foglio” e i suoi redattori (ex di tutto), hanno una tesi più
brutale: la democrazia ed il libero mercato si può, e si deve, esportare sulle
canne dei fucili. Che questo sia detto, fra gli altri da antichi estimatori di
Pol Pot e di Khomeini, compromette già all’inizio la forza
all’argomentazione e invita allo sganascio. L’unico esempio storico recente,
escluso l’impero romano, che comunque esportava il diritto e non la
democrazia, è costituito da Napoleone Bonaparte. Sul Bonaparte aprirei una
grande discussione storico militare. Le armate francesi crearono le Repubbliche
cisalpine e cispadane, inventarono il tricolore italiano, portarono ovunque il
diritto amministrativo francese, terrorizzarono i “codini” di tutta europa e
fecero sussultare pure l’Impero Britannico. Ma l’idea imperiale di Bonaparte
era comunque francocentrica e autocratica, le sue derivazioni politiche dalla
Grande rivoluzione sempre più flebili. Fino a scomparire del tutto nella
proclamazione dell’Impero. I risultati politici finali poi furono disastrosi:
dal 1815 in poi le idee di un nuovo ordine mondiale democratico dovranno
sottoporsi ai nazionalismi, ai risorgimenti, e troveranno infine un eco solo nel
pensiero rivoluzionario socialista ed anarchico e nella Comune del 1870. E
d’altra parte tutto si può dire della “crociata afghana”, tranne che ha
riportato la democrazia nell’area. Personaggi come il Generale Dostum e il
Presidente Uzbeko Karimov sono più degni di un museo lombrosiano di un
manicomio criminale che degli annali della democrazia. Rispondono solerti, che
questo è solo l’inizio. Guerra infinita, appunto. Veniamo dunque a più serie motivazioni. Che si possono così schematizzare: · Il controllo dei pozzi petroliferi. (Dottrina “Cheney”) · La teoria delle alleanze instabili finalizzate al controllo di aree
strategiche. (Paul Wolfowitz) Le due teorie non sono contraddittorie, anzi. Entrambe rappresentano la
“Logica dell’Impero”. In una sono più forti gli argomenti di geopolitica,
nell’altra quelli “energetici”. Va detto che gli USA non hanno mai fatto una guerra per il Petrolio.
L’unica guerra a fini petroliferi può essere considerata il “bening neglect”
adottato dagli Inglesi negli anni ’30 nella guerra fra Haschemiti e Sauditi,
da cui la dinastia Saud sostituì gli Hussein come punto di riferimento del
mondo arabo. Quella sciagurata guerra in cui il colonnello Lawrence avrebbe
voluto combattere con gli Hussein, suoi antichi alleati (e non solo) nella
rivolta del deserto, ma l’efficace Servizio di Sua Maestà Britannica glielo
impedì. Poco dopo l’aviere Ross (Lawrence) trovo la morte in un incidente di
motocicletta. Al funerale per l’aviere Ross partecipò, fra l’incredulità
generale, J.B.Shaw, e molti altri. Ma tornando ad oggi vediamo i conti petroliferi. Nel 1980 gli USA importavano dai paesi arabi OPEC il 47% del totale delle
importazioni di petrolio. Oggi, 2002, ne importano il 24,8%. La dipendenza dal petrolio mediorientale degli USA è dunque diminuita. Nuovi
partner sono apparsi sul mercato. La Russia produce 10 milioni di barili di
petrolio giorno e ne esporta fra i 4. e i 5 milioni. Il Venezuela da solo copre
il 12% dell’import americano (e questo spiega il malanimo nei confronti di
Chavez.). Poi vi è il petrolio del mare del Nord, soprattutto norvegese,
l’Angola e tanti altri partner diversi dai mediorientali. La produzione dell’Irak è oggi intorno ai 3-3,5 milioni di barili/giorno.
Quasi interamente dedicati all’export, parte nel programma “Oil for Foods”,
parte, “illegalmente” attraverso la Siria e in misura minore la Giordania. Senza embargo e con nuovi investimenti l’Irak potrebbe attestarsi fra i 4 e
i 5 milioni di barili giorno. Non è poco. Ma non è nemmeno tanto da giustificare una Guerra, neppure
economicamente, almeno in termini di cash-flow. William D. Nordhaus, affermato economista e autore di un libro di testo
giunto alla 17ma edizione, prova a fare i conti di quanto costerebbe
un'avventura militare americana in Iraq. La guerra del golfo del 1990-1991
appare una bazzecola, per le casse americane, in quanto gran parte di un conto
di 80 miliardi di dollari fu girato agli alleati, soprattutto all’Arabia
Saudita. Con tutta la cautela e le riserve del caso, Nordhaus stima a 121
miliardi i costi di un'eventuale vittoria lampo e a 1600 miliardi i costi di un
molto più probabile conflitto protratto: la differenza sono spiegati dai
“costi di occupazione” per dieci anni. A differenza del 1991 infatti questa
volta l’America non potrebbe ribaltare i costi della guerra: le maggiori
entrate della rendita petrolifera servirebbero per la ricostruzione dell’Irak,
mentre i costi di occupazione sono stimati in 500 miliardi di dollari totalmente
a carico degli USA. La American Academy of Arts and Sciences invece ha una stima
maggiore: 2 mila miliardi di dollari. In realtà l’attacco all’Irak non si spiega con il petrolio. Neanche guardando al futuro. Il petrolio del futuro sta nell’Asia Centrale,
per ora in Kazakistan, nei giacimenti del Caspio. Probabilmente in Cina nello
Xin Xiang. Ma il petrolio dell’Asia Centrale per ora è solo una opzione strategica a
cinque/dieci anni. Occorrerà infatti costruire gli Oleodotti. E per non
ingolfare il Bosforo, occorrerà portarlo via Turkmenistan, Afghanistan e
Pakistan, fino al golfo persico. Il vecchio progetto Unocal (USA) e Delta Oil
(sauditi) che probabilmente ha influito sulla guerra afghana. L’attuale
presidente Kharzai è infatti un ex consulente Unocal. Il petrolio irakeno ha invece una funzione tattica. Toglie potere ai Saud.
Una valvola di 3-5 milioni di barili giorno fuori dal controllo OPEC, impedisce
ad Arabia Saudita, Emirati del Golfo e Iran di stabilire i prezzi del petrolio.
Un rubinetto di petrolio con funzioni di arbitro dei prezzi del mercato vale
molto solo se si assume che i più di 10 milioni di barili giorni dell’Arabia
Saudita e i 5 dell’Iran siano a rischio. Ma è credibile che il più fedele
alleato degli USA, i Saud, siano la mano che ha armato il peggior attacco agli
Stati Uniti della Storia? Da un po’ di tempo è iniziata in America una campagna contro i sauditi.
Non sono solo gli avvocati delle vittime di Ground Zero a indicare nei sauditi i
responsabili dell’11 settembre. Anche il Council On Foreign Relations in
alcune sue recenti pubblicazioni, soprattutto in “Terrorist financing”, un
rapporto di una task force “indipendente”, indica nella rete di solidarietà
religiosa saudita uno dei principali sponsor finanziari di Osama bin Laden. Qui non importa il fatto, sicuramente vero, importa invece il “timing”
della denuncia. Anche un idiota con qualche esperienza mediorientale avrebbe
all’indomani dell’11 settembre facilmente individuato nei sauditi, se non
nel Re, certo nella complessa famiglia, il vero finanziario sponsor di Osama,
altro che i quei caprai montanari dei “talebani”! Ma perché ora attaccare i Saud, attraverso l’Irak ? Perché la successione
è in corso e ancora incerta? Perché incominciano a ritirare i soldi investiti
negli USA non solo dalla Borsa. Perché il totale degli investimenti sauditi in
America ammontano a circa 1.200 miliardi di dollari, che se ritirati tutti
insieme possono provocare una crisi finanziaria di rara bellezza. Perché i Saud
controllano una delle più grandi banche americane, Citygroup? Sono Tesi non priva di realtà, come ha sottolineato l’ultimo numero di “Limes”.
Tesi che si sposa con i sogni della corona britannica di ridare l’Irak agli
hascemiti del nuovo Re Abdullah. Tesi che può giustificare perché l’Irak, una volta deciso che bisogna
fare una guerra sia il posto giusto. Ma non può giustificare il perché della
Guerra. Come in Afghanistan, d’altronde, la geopolitica spiega solo perché lì e
non altrove. Non spiega perché per raggiungere quegli obiettivi la via scelta
sia la Guerra. La Guerra è la continuazione della Politica con altri mezzi, ma occorre aver
esaurito tutte le carte politiche perché sia legittimata. Qui invece le carte
politiche non sono state neanche tentate. Anzi è stato escluso a priori che
l’Afghanistan e l’Irak potessero essere affrontati con un combinato disposto
di politica ed intelligence. Insomma la strategia del Golpe, che ha funzionato
in Guatemala, in Cile, in Argentina, in Nicaragua, in Indonesia e che ora
prosegue in Venezuela non è stata neanche presa in considerazione. Anche a rischio di uno scontro con l’Europa e l’Onu, la scelta della
guerra dell’Amministrazione Bush sembra irrevocabile. Il governo dei
petrolieri americani sembra compatto. Ma poi si scopre che i petrolieri Inglesi
e Americani, per non parlare dei Francesi e degli Italiani, di questa guerra, e
degli effetti destabilizzanti sull’area (rischio dell’allargamento del
conflitto all’Iran, peggioramento al di là dell’ipotizzabile del conflitto
arabo-israeliano) e sul prezzo del petrolio hanno paura. E allora qual è la forza potente che spinge verso il peggiore dei Mali: una
guerra che non esclude l’opzione nucleare? E se avesse avuto ragione Arbatov, fedele e raffinato servitore di tutti gli
autocrati russi, da Stalin a Eltsin, nel sostenere che la caduta del comunismo
è stata per gli USA il colpo peggiore dalla fine della II° guerra mondiale,
privandoli di quel nemico storico che dal 1946 in poi ha alimentato la guerra
fredda? E se ora dai meandri di un cervello malato, come quello di Huntington, si
fosse diffusa come un cancro l’idea di sostituire al nemico comunista il
nemico islamista? Chi ha permesso agli eretici whabbiti di impestare tutto
l’Islam, dalla Cecenia, all’Algeria, dall’Indonesia allo Yemen, alla
Somalia, alla Nigeria? Che bello lo scontro di Civiltà! Che bello additare in un miliardario
saudita il nuovo Robin Hood dei poveri e dei pezzenti! Un ex agente della CIA
che guida le armate del III° mondo contro il sacro suolo degli USA, che punisce
col sangue e col fuoco l’ingordigia americana. Un nemico ideale, abbastanza
crudele e ramificato da durare, ma che ovviamente non può mai vincere! E come
è facile accusare i pacifisti di essere alleati del Male! E ci cascano tutti da Chomsky ai terzomondismi nostrani! Guardiamo allora la questione da un altro punto di vista La crisi americana e mondiale non sembra fermarsi, e se si ferma e solo per
ristagnare. Gli Usa hanno un costo del denaro a livelli “giapponesi”. E
ancora l’economia non riparte. L’Europa pure è ferma. La Germania e
l’Italia fra un po’ spingeranno indietro tutta l’economia europea. La
crisi della banche tedesche si trascina fra smentite e iniezioni di liquidità.
Se crolla la Fiat saltano anche le prime quattro banche italiane. Il “buco”
delle banche giapponesi si misura in trilioni di yen. E allora? Allora la vecchia politica della spesa pubblica militare sembra, come ai
tempi della guerra di Corea, come ai tempi del Vietnam, come durante le guerre
stellari di Reagan e la guerra del Golfo di Bush I°, fornire una via
d’uscita. Ed ecco alcune cifre banali. Alcune maledette correlazioni che stanno alla
base dell’economia di guerra. In dollari correnti le spese per la difesa negli Stati Uniti sono 451,3
miliardi di dollari nel III° trimestre 2002. Il 4,3% di un PIL americano che
ammonta a 10.376 miliardi di dollari. E’ molto, ma ancora poco per rilanciare
l’economia. La teoria del moltiplicatore keynesiano ci dice che su 1 dollaro
speso in “militare” ritornano 2,5 dollari sul PIL. E’ molto in termini percentuali. E’ ancora poco in termini assoluti. Nel 2000, anno di “boom economico” la spesa militare contribuiva alla
crescita del PIL americano per lo 0,0% Nel III trimestre del 2002, anno ancora
di crisi, la spesa militare incide per lo 0,30% sulla crescita del PIL. Non è
poco. Ma non basta ancora. E allora? E allora Guerra! Guerra per mantenere il nostro stile di vita, guerra per continuare a
consumare l’80% delle risorse in solo 7 paesi del mondo, guerra per le nostre
belle automobili, guerra per la tv a colori, guerra per salvare le nostre belle
banche, guerra per continuare ad ingrassare, mentre altrove c’è il problema
della fame, guerra per le nostre malattie cardiovascolari e per i by pass,
guerra per poter continuare a leggere su tutti i giornali che questo è il
miglior mondo possibile nel migliore dei mondi possibili. Guerra per non finire
come l’Argentina. Guerra! E maledetto sia chi non ci va! Tanto le perdite fra i militari sono
solo il 10% delle perdite totali. Gli altri sono civili. Guerra! Guerra! Guerra! (Segue il coro dell’Aida seguito dall’inno nazionale. Il Presidente
Ciampi si commuove.) P.S Mi si dice che il sostegno della Confindustria italiana alla Guerra
sarebbe più convinto se a fronte di una nostra partecipazione ci venisse
garantito il 30% della privatizzazione Gazprom Russia e l’oleodotto con la
Libia. Che dice Presidente, si può fare?……. Fonte: Rekombinant mailing list - http://www.rekombinant.org 31 ottobre 2002 http://www.zmag.org/Italy/white-marines.htm Perché
mi oppongo alla guerra contro il terrorismo Chris White Tanto più metto a confronto la logica opinione del
mondo con le azioni dell'amministrazione Bush nella guerra al
terrorismo, più mi rendo conto dell'argomento prevalente: l'ipocrisia.
Nessuno, a qualsiasi ramo del governo appartenga, corre in prima persona
un rischio fisico entrando in guerra con l'Iraq e possiamo scommettere
che non lo corra neppure nessuno dei suoi familiari. Vale a dire, fino al prossimo attacco terroristico.
Metto "terroristico" tra virgolette perché la definizione del
termine è soggettiva ed io stesso sono passato per il corpo dei marines,
che è una componente dell'organizzazione "terroristica" più
potente del pianeta: il governo degli USA. Naturalmente non chiamiamo
"terrorismo" le nostre azioni, perché ogni nostra operazione
è considerata legittima. Quando fummo condannati dal Tribunale Mondiale
per la violenza in Nicaragua, abbiamo ignorato la decisione. Le nazioni
che abbiamo offeso non possono proprio ignorare quanto gli abbiamo
fatto. Quando l'intero pianeta ci condanna per l'uccisione di
2.500-4.000 persone a Panama, noi siamo troppo impegnati a preparare la
prossima invasione di un paese che non può contrattaccare. Mi oppongo a questa guerra come cittadino degli Stati
Uniti, veterano e dottorando in storia. Mentre la mia esperienza
militare è stata la prima cosa a rendermi scettico a proposito delle
ragioni del nostro governo nei paesi in via di sviluppo, solo quando
sono andato al "college" e ho cominciato a leggere centinaia
di libri e migliaia di articoli, sono stato in grado di comprendere la
profondità del disprezzo dei nostri governanti per le libertà che
sostengono di difendere. Di regola ci siamo duramente impegnati a
prevenire la crescita della democrazia nei paesi in via di sviluppo,
mentre reclamavamo la legittimità come "forza di polizia
mondiale" in ragione dei nostri cosiddetti valori
"democratici". L'ipocrisia è sbalorditiva. Quando si indaga
sulla nostra complicità con gli squadroni della morte, la tortura, i
massacri, il saccheggio e la distruzione di massa, si arriva a capire
che spesso la libertà minaccia l'attuale struttura del potere di questo
paese. Ero solito considerare questi incidenti come anomali a
fronte della "protezione", apparentemente gratuita, che
offrivamo al pianeta. Ma quando mi sono arruolato nei marines e ho
capito perché avevo creduto nel governo: erano degli esperti in
manipolazione. Appena usciti dalla scuola superiore, il corpo dei
marines ci ha smontato e rimontato al fine di trasformarci in macchine,
desiderose di difendere gli ideali delle elite al potere a Washington e
dell'America delle imprese. Considerate un po' le imprese che investono
nelle campagne politiche e traggono profitto dalla guerra: i produttori
di armi, di tecnologie, di cibo, di vestiario, di munizioni, di
petrolio, di farmaceutici, ecc. Gli interventi USA -a partire dalla
seconda guerra mondiale- non sono stati fatti nel nome dei popoli del
mondo (sebbene questa sia sempre la pretesa), ma per la conservazione
dei poteri forti. Il fatto che essi siano stati condotti contro i
principi del diritto internazionale (ad esempio il diritto di non
intervento e quello di autodeterminazione), in se, stesso ne fa venir
meno la loro legittimità giuridica. Se il governo USA fosse considerato
sulla base della definizione ufficiale di terrorismo del FBI
("l'uso illegale della forza o della violenza contro persone o
proprietà per intimidire o esercitare coercizione su un governo, sulla
popolazione civile, o su una sua parte, a sostegno di obiettivi politici
o sociali") la lista delle sue vittime a partire dalla seconda
guerra mondiale dovrebbe includere: Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, El
Salvador, Honduras, Guatemala, Panama, Messico, Cile, Granata, Colombia,
Bolivia, Venezuela, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Zaire, Namibia, Libano,
Egitto, Grecia, Cipro, Bangladesh, Iran, Sud Africa, Filippine, Corea,
Vietnam, Laos, Iraq, Cambogia, Libia, Israele, Palestina, Cina,
Afganistan, Sudan, Indonesia, Timor Est, Turchia, Angola, Mozambico e
Somalia. Nell'addestramento dei marines l'inganno e la
manipolazione si accompagnano con la necessità di motivare le truppe ad
uccidere a comando. In una società democratica non puoi prendere dei
civili per strada, dar loro dei mitragliatori e aspettarti che ammazzino
senza far domande; per questo motivo le persone devono essere
indottrinate a farlo. Questo fatto da solo dovrebbe far scattare un
campanello d'allarme nella nostra coscienza collettiva americana. Se la
causa della guerra è giusta, allora perché dobbiamo compiere
l'addestramento? Se si risponde che dobbiamo essere addestrati al
mestiere di uccidere, bene, allora perché nel campo la maggior parte
dell'addestramento non è finalizzata al combattimento? Perché ai
militari vengono mostrati video di massacri militari USA col sottofondo
musicale dei Metallica, costringendoci così a urlare con la gioia
dell'istinto omicida quando vengono annientati dei corpi scuri? Perché
i militari rispondono ad ogni ordine con un entusiastico
"uccidi!", invece del "signorsì!" dei films? Si potrebbe dire che l'indottrinamento militare prepari
gli uomini a far uso della mancanza di rispetto nei confronti di tutte
le creature viventi come strumento di distruzione del morale del nemico.
L'addestramento stesso è prevalentemente una serie caotica di prove di
volontà e di forza, tese ad eliminare ogni residua attitudine umana a
sentirsi deboli, al fine di consentire ai capi militari di sfruttare
l'obbedienza ai loro ordini quando è tempo di uccidere. I temi delle
canzoni motivazionali sono strumenti per desensibilizzare uomini che
sarebbero predisposti al rispetto delle donne in maniera tale da creare
in essi un animale che -quando necessario- può essere attivato ad
eseguire qualsiasi barbaro ordine. Ecco degli esempi di queste liriche:
"Getta una caramella nel giardino della scuola, accertati che i
bambini vi si raccolgano intorno. Carica un nastro nel tuo M-60, falcia
i piccoli bastardi!! "E " Noi razziamo, ammazziamo,
saccheggiamo e bruciamo, razziamo, ammazziamo, saccheggiamo e
bruciamo!!" Si può concepire un livello più alto di atrocità che
l'esercito voglia che i suoi uomini siano in grado di compiere? Dico
uomini perché questo tipo di canzoni generalmente non vengono ripetute
in presenza di donne. Questi canti sono finalizzati a motivare le
truppe; godono di questo, ne sbavano e la fanno franca. Se uno li ripete
centinaia di volte alla fine comincia accettarli come esempi da imitare. In guerra lo stupro delle donne è un'arma, proprio
come lo sono le armi convenzionali. Il film "Casualties of
War" ("Vittime di guerra") lo illustra con chiarezza
quando l'attore Sean Penn impugna il suo fucile con una mano e dice:
"L'esercito dice che questo è un'arma, ma non lo è", quindi,
afferrandosi per il cavallo dei calzoni con l'altra, dice: "Questo
è un'arma". Il film, basato su una storia vera, racconta di una
piccola unità di combattimento USA, che durante la guerra rapì,
violentò ed uccise una vietnamita. Io ritengo che relativamente alla
mentalità stupratrice dell'esercito i tempi non siano cambiati. Sebbene
ai soldati vengano impartite lezioni di sensibilità che dicono loro di
rispettare i civili e, soprattutto, le donne, ogni altra cosa, che si
apprende e per la quale si è addestrati, è pervasa da un altro
messaggio, che cancella ogni idea di rispetto in guerra. Questo,
naturalmente, vale in generale, salvo i conflitti emotivi inerenti
l'identità del killer, che è ciò che i fanti sono condizionati ad
essere. Sono addestrati a irrobustirsi col sangue degli esseri umani e
ciò vien fatto per creare una sensazione libidinosa per condizionarli
al combattimento. Lo stupro in tempo di guerra può essere praticato
dagli uomini, che si sono convinti di poter fare qualsiasi cosa a una
persona per sentirsi bene mentre partecipano alle orribili azioni in cui
sono coinvolti. La stessa natura estrema della guerra genera la mentalità
che permette alle persone di sorpassare i limiti della realtà
desiderata. La guerra trasforma gli uomini normali in criminali, che
allorquando hanno smesso di combattere non sono in grado di reprimere il
killer che è in loro, come sostengono i manuali di addestramento. L'ambiente militare è permeato di sesso. Visto che è
di dominio pubblico che nella Marina Militare rituali sadici di
iniziazione sono accompagnati -spesso contemporaneamente- da sesso e
sofferenza fisica. Sebbene non ne abbia avuto esperienza personalmente,
i rituali iniziatici spesso costringono gli uomini ad accarezzare i
genitali di altri uomini e strumenti come i manici di scopa vengono
utilizzati per la penetrazione anale. Spesso ciò accade alla presenza e
con la partecipazione di militari di grado superiore. Lo scandalo "Tail
Hook" del 1991 ha rivelato un rituale che risale almeno al 1986,
nel corso del quale donne ufficiali di marina erano costrette per
punizione a camminare tra due file di ufficiali maschi che le
palpeggiavano il fondo schiena e il seno. Certamente non finisce qui.
Nel caso di Okinawa tre uomini hanno progettato in ogni dettaglio il
rapimento, il pestaggio e lo stupro di una ragazza di soli 12 anni. La desensibilizzazione, operata nell'esercito, delle
naturali inibizioni personali a far del male alle persone è un modo per
temprarle o renderle dure di cuore (ing. "hard core"). Perciò
acquista senso il motivo per cui questo è incoraggiato dai superiori:
si trasformerebbe in un comportamento distruttivo in combattimento e in
misura minore in tempo di pace. Questo certamente non vuol dire che il
soldato sia innocente, tutt'altro. Ma se noi siamo d'accordo con la
concezione che uno viene formato in gran parte dall'ambiente che lo
circonda, allora possiamo accusare le istituzioni che hanno posto in
essere questa particolare propensione in uomini che commettono tali
orribili crimini nei confronti delle donne, mentre apparentemente
difendono la libertà del mondo. In tempo di guerra per gli strateghi la demonizzazione
del nemico è decisiva e gli esempi di indottrinamento sopra riportati
sono pertinenti al nostro presente. Prima di condurre un'esercitazione
di sicurezza nel Qatar la mia unità è passata attraverso corsi di
"indottrinamento mussulmano". Il livello di razzismo era
incredibile. I mussulmani venivano chiamati "Ahmed",
"teste di pezza", "teste di stracci" e
"terroristi". Ci hanno detto che molti maschi mussulmani sono
omosessuali e che il loro livello igienico è così primitivo che non
dobbiamo neanche stringergli la mano. L'obiettivo era la demonizzazione
per mezzo della femminilizzazione e della disumanizzazione, in modo da
renderci più facile premere il grilletto allorquando ci fosse stato
ordinato. Ma il Qatar era nostro alleato: immaginate, allora, il
linguaggio che viene usato oggi in questi corsi di indottrinamento
sull'Iraq e sull'Afganistan. La domanda è: come possiamo intervenire
senza che nessuno lo desideri per proteggere delle persone che educhiamo
l'esercito a disprezzare? La popolazione irakena ha sopportato negli ultimi
undici anni innumerevoli atrocità da parte degli USA. Non solo nel 1991
sono state uccise fra le 100-200 mila persone, ma il bombardamento è
continuato anche dopo e le sanzioni hanno provocato la morte di un
milione di persone su una popolazione di 17 milioni. I responsabili
dell'ex UNSCOM sostengono dal 1998 di aver distrutto il 95-98%
dell'arsenale militare di Saddam e che a causa di un'economia devastata
la possibilità di armi nucleari è assolutamente inverosimile. Secondo
il New York Times di oggi le ragioni degli USA -secondo cui Saddam usa
il gas contro la sua stessa gente e odia gli USA- sono tali da
giustificare nei confronti dell'Iraq un atteggiamento più duro che
contro la Corea del Nord. Mentre perseguiamo iniziative diplomatiche nei
confronti della Corea del Nord (che ha ammesso di possedere armi
nucleari) preferiamo invadere l'Iraq che sosteniamo solamente che
conducendo ricerche per produrre armi nucleari. Abbiamo forse
dimenticato che il rapporto del 1994 al Congresso ha rivelato che negli
anni '80 abbiamo rifornito Saddam di armi chimiche e biologiche? Anche
se le perdite degli USA saranno inferiori a quelle dell'Iraq, non
dimentichiamo il rischio cui sottoponiamo le truppe americane, che sono
state indottrinate come me. E' buffo come le persone che hanno meno
probabilità di andare in guerra siano quelle che lavorano alacremente a
convincere gli altri a combatterla per loro. Documento originale Chris White è un ex fante dei marines e
attualmente studia per il dottorato in Storia presso l'Università
del Kansas a Lawrence. Fra il 1994 e il 1998 ha prestato
servizio in posti come Diego Garcia, Camp Pendleton, America
Centrale, Okinawa, Giappone e Doha, nel Qatar.
http://www.clorofilla.it/articolo.asp?articolo=2771
Ogni leader arabo sa che gli USA schiacceranno l'Iraq, ma nessuno di
essi gli darà una mano, rischiando così di finire sulla lista nera di
Washington. Allo scopo di deflettere la furia dei loro popoli provocata
dalla prossima invasione dell'Iraq, i governanti arabi hanno ordinato ai
loro media obbedienti di lanciare una campagna tesa ad indicare in
Saddam il responsabile della guerra. La disunita' araba non e' mai stata
così pateticamente alla ribalta.
I leaders arabi sono profondamente consapevoli della strategia
dell'attacco USA all'Iraq, iniziata nel 1988 con una campagna di
propaganda - la piu' massiccia dalla II Guerra Mondiale - ispirata dai
neo-conservatori americani, supporters del Likud israeliano. Il piano fu
accuratamente elaborato e passato all'amministrazione Bush da tre dei
suoi campioni: Richard Perle, Paul Wolfowitz e Lewis Libby.
All'inizio di questo mese, il Washington Post ha pubblicato un
rimarchevole articolo che rivela come un gruppo di falchi
neo-conservatori dell'amministrazione Bush abbiano pianificato
segretamente una guerra contro l'Iraq. «Molti neo-conservatori] sono
forti supporters di Israele - scrive Glenn Kessler, del Post - e vedono
nella rimozione di Saddam la chiave del cambiamento della dinamica
politica del Medioriente».
Traduzione: la guerra contro l'Iraq è stata pianificata per assicurare
ad Israele una posizione di dominio incontestabile in Medioriente,
mettere fine alla resistenza palestinese, esigere la vendetta sugli
hezbollah, garantire la sottomissione ad Israele dei regimi arabi e
controllare il flusso del petrolio iracheno e saudita.
Ben sapendo, dunque, che Israele sta pressando l'amministrazione Bush ad
una guerra contro uno dei loro "fratelli", una guerra il cui
obiettivo dichiarato e' «ridisegnare la mappa del Medioriente»,
rovesciandone alcuni regimi, probabilmente anche quello dell'Arabia
Saudita, e rubare il petrolio iracheno, i governi ed i potentati arabi
restano paralizzati come cervi alla luce dei fari posteriori di un
carroarmato.
Mai come adesso i regimi arabi hanno mostrato una più assoluta mancanza
di legittimita'. Essi sono feroci nella repressione interna, ma deboli
ed inetti quando devono fronteggiare minacce esterne. Contrariamente ad
Israele, che è organizzato e determinato, i governanti arabi sembrano
un gruppo di agitati e timorosi ometti intenti a tormentarsi le mani, ed
i cui interessi raramente trascendono la ricchezza personale ed il
potere. Cosa potrebbero fare gli arabi per evitare una guerra di
aggressione contro l'Iraq che assomiglia sempre piu' ad una crociata
medievale?
Formino un fronte diplomatico unito che chieda che le ispezioni
continuino. Organizzino un boicottaggio petrolifero totale agli USA se
l'Iraq dovesse essere attaccato. Inviino in Iraq 250.000 civili da tutto
il mondo arabo a formare scudi umani attorno a Baghdad ed alle altre
citta' minacciate. Boicottino Gran Bretagna, Turchia, Kuwait e stati del
Golfo che si uniscano o favoriscano l'invasione USA dell'Iraq.
Ritirino tutti i fondi a deposito sulle banche americane e britanniche.
Accettino pagamenti per il petrolio solo in euro, non in dollari.
Mandino in Iraq truppe scelte della Lega Araba, sicche' un attacco
all'Iraq diventi un attacco a tutti loro. Cancellino commesse e
contratti per l'acquisto d'armi americane e britanniche del valore di
miliardi di dollari. Almeno avranno dato prova di possedere ormoni
maschili ed orgoglio nazionale. Ma gli stati arabi non lo faranno.
Diverranno piu' piccoli, temporeggeranno e poi si uniranno agli avvoltoi
che si ciberanno della carcassa sanguinante dell'Iraq, nello sforzo di
mostrarsi devoti servitori di Washington.
Gli efficienti servizi di sicurezza interni schiacceranno qualsiasi moto
popolare di protesta contro l'attacco all'Iraq, particolarmente in
Egitto, Marocco e Giordania. Continueranno a torturare e giustiziare
coloro che si oppongono alle loro politiche fallimentari. I campioni
auto-proclamatisi della causa araba, Libia e Siria, staranno in
silenzio. Non chiedetevi perche' Osama bin Laden, o l'idea di lui, sia
così popolare. L'unico leader arabo che nell'ultima decade abbia
mostrato spirito d'iniziativa è Saddam Hussein. Per quanto disastroso
il suo governo possa essere stato, solo lui e' stato in grado di
ribellarsi al moderno padrone coloniale del Medioriente, gli Stati
Uniti.
Il rifiuto di Saddam di piegarsi ai diktat anglo-americani nel 1991
costituisce il motivo dei continui bombardamenti sull'Iraq negli ultimi
dieci anni e della determinazione di Bush a schiacciare l'Iraq ed
uccidere il suo leader. Non si tratta di armi di distruzione di massa:
si tratta di sfida. Gli USA sono determinati a fare dell'Iraq un esempio
che serva da monito agli altri stati arabi sul prezzo terrificante della
disobbedienza.
I "buoni" arabi che coopereranno, saranno ricompensati con
armi e denaro. Quelli che non parteciperanno alla crociata del
presidente Bush dovranno affrontare il "cambiamento di
regime" e la "liberazione". La resistenza palestinese sarà
schiacciata. "Nadir" e' un termine arabo che indica il punto
piu' basso. Le nazioni arabe stanno per raggiungere il loro.
ZNet
Un ex marine dice ciò che pensa
Why
I oppose the Us War on Terror
Traduzione di Giancarlo Giovine