Il gigante senza scrupoli.
Leggete, ha dell'incredibile
http://www.cumulidineve.it/pensieri/Enron.htm
Da "Il cacao della domenica, Dario Fo e Franca Rame News" del 03/02/2002
Uno scandalo che sfiora il presidente
Scoppia
l'Enrongate
Il
crollo del colosso energetico imbarazza la Casa Bianca
http://www.grandinotizie.it/dossier/008/fatti_perche/018.htm
Rischia di trasformarsi
in un caso delicato per la Casa Bianca il fallimento della Enron, il
colosso texano dell'energia andato in bancarotta a dicembre 2001 (vedi
anche IL
FATTO Enron).
Il ministro della Giustizia John Ashcroft - che aveva avviato
un'inchiesta ministeriale sulla vicenda - si è auto-ricusato a causa di
un possibile conflitto di interessi. Ashcroft, infatti, nella campagna
elettorale del 2000 aveva ricevuto sostanziose donazioni dalla Enron e
anche il presidente George
W. Bush aveva beneficiato di un sostegno della società
per la sua vittoriosa campagna elettorale pari a 700 mila euro.
La Security exchange commission (Sec, l'equivalente statunitense della
Consob), che sta conducendo una propria inchiesta sulla bancarotta della
Enron, ha rivelato che alcuni dirigenti della Arthur Andersen - la
società chiamata a certificare i libri contabili della Enron - hanno
ammesso di aver distrutto un numero consistente di documenti
("forse migliaia") relativi alla multinazionale.
L'avvenuta distruzione di documenti contabili da parte della società di
certificazione è avvenuta tra i mesi di settembre e dicembre del 2001,
immediatamente prima del fallimento della Enron. Il crollo della società
ha mandato sul lastrico 25 mila dipendenti che - ignari del dissesto
finanziario - avevano reinvestito in titoli dell'azienda tutti i loro
risparmi per assicurarsi la pensione. E ai quali era stata negata la
possibilità di rivenderli, quando già alcuni dirigenti sapevano
dell'imminente bancarotta.
La Andersen certificò una situazione contabile che non rispondeva al
vero, ignorando perdite che stavano raggiungendo il miliardo di euro. Il
titolo Enron scese da 90 dollari ad azione a 37 dollari. I 29 massimi
dirigenti che hanno venduto le azioni in qual periodo hanno incassato
1,3 miliardi di euro. Il Congresso sta cercando di congelare i fondi
residui e "bloccare" i ricavi dei manager.
Adesso il titolo Enron - scivolato a 30 centesimi - non vale più nulla:
il 15 gennaio 2002 è stato sospeso da Wall Street: e ai 25 mila
dipendenti non resta niente in mano.
Quello che interessa l'opinione pubblica è sapere se l'amministrazione
Bush fosse o no a conoscenza del disastro imminente del colosso
energetico texano. Dopo aver in precedenza negato, giovedì 10 gennaio
2002 la Casa Bianca ha ammesso l'esistenza di vari incontri tra
dirigenti della società ed esponenti del governo Bush, compreso il
vicepresidente Dick Cheney (con il quale ci sarebbero stati
almeno quattro riunioni).
Il portavoce del presidente Ari Fleisher ha poi reso noto che il
presidente della Enron, Kenneth Lay, ha chiamato direttamente, lo
scorso autunno, il segretario al Tesoro Paul O'Neill e il
segretario al Commercio Don Evans per esporgli i problemi
finanziari della sua azienda. Sia Cheney che il presidente Bush, che è
legato da una vecchia amicizia con il presidente della Enron, sostengono
di non aver "mai parlato con Lay della situazione finanziaria del
gruppo". La Casa Bianca "non fece nulla per salvare la Enron",
si difendono a Washington. Ma, ha scritto il New York Times,
"non fece nulla neanche per fischiare il fallo".
Ma la partita era falsata dall'inizio. La Enron, infatti, ha finanziato
75 dei 100 senatori che siedono al Campidoglio. Quando si dice la
trasversalità...
Vedi anche Punto Bush del 21
gennaio 2002
Grandinotizie.it/16 gennaio 2002
Le meraviglie della finanza
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/29/29A20020613.html
Il
crollo della Enron ha gettato una luce rivelatrice non solo
sull’avidità di grossi imprenditori, revisori contabili e
politici ma anche sul profilo del deregolato capitalismo
‘anglosassone’ emerso dalla bolla speculativa del mercato
azionario. Ha anche messo in luce la vulnerabilità delle ampie
fasce di popolazione le cui pensioni sono rimaste intrappolate
nel sistema di risparmio che è parte integrante dell’economia
neoliberista. Oltre a colpire gli impiegati della Enron, il
tracollo ha danneggiato decine di milioni di partecipanti dei
piani previdenziali individuali 401(k) e a prestazione definita
a. La venalità dei dirigenti di Houston e il loro tentativo di
liquidare grandi quantità di stock options b prima del crollo
dell’impresa sono stati imitati da molti dirigenti di altre
sedi, il che illustra perfettamente che il capitale di cui
questi e altri grandi azionisti dispongono ha caratteristiche e
diritti ben diversi da quelli dei risparmi dei loro impiegati.
L’impotenza dei dipendenti della Enron, e di tutti quelli che
hanno visto le proprie pensioni congelate nelle azioni e
obbligazioni dell’impresa, rientra nel normale funzionamento
dell’attuale sistema di risparmio.
Il fallimento della Enron è significativo non solo per le
dimensioni dell’impresa – altre società fallite nello
stesso momento, come la K-Mart o la Ltv, avevano più dipendenti
e più pensionati – ma perché ha rappresentato
l’avanguardia della strategia aziendale neoliberista, la prova
vivente che la finanziarizzazione e la deregulation sono la
tendenza del futuro. È questo che ha prodotto instancabili
sostenitori del neoliberismo come Paul Krugman1, molto
orgoglioso di figurare sul libro paga dell’azienda. Alla Enron
interessava molto di più ottimizzare le opportunità di scambio
che l’attività poco eccitante della produzione di elettricità.
L’impulso decisivo è arrivato non dagli investimenti
produttivi, dall’innovazione, o dall’abilità di
intermediazione, ma dall’ingegneria finanziaria. Nel 2001, però,
persino i profitti ricavati dalle sue attività speculative si
sono ridotti notevolmente con l’arrivo di nuovi concorrenti,
forse proprio perché era stata la prima ad aver operato in
questo modo. Le sue ostinate pressioni per la deregulation
riflettevano infatti il desiderio di sfuggire alla concorrenza
aprendo nuovi spazi.
Emersa nel 1987 dalla fusione della Houston Natural Gas con la
Internorth, due imprese di pipelines di gas naturale, la Enron
sin dagli anni ’90 ha fatto grandi pressioni lobbistiche per
ottenere la deregulation nei prezzi di gas e elettricità, e ne
ha tratto grandi profitti, trasformandosi da produttore in
gestore finanziario dei prodotti energetici, con un’operazione
che ha coinvolto quattro continenti. Alle soglie del 2000, la
Enron dominava il mercato energetico sia dei pronti che dei
futures c e offriva oltre 3000 contratti di altri futures e
derivati per ogni cosa, dai cavi alle fibre ottiche fino alle
previsioni meteo. A luglio 2001, «Fortune», basandosi sul
bilancio dichiarato l’anno precedente, la classificava settima
per giro d’affari fra le maggiori corporations americane. Dopo
il fallito boom della new technology, le azioni della Enron
hanno continuato a salire sulla base di ricavi e di una
redditività apparentemente forti. L’impresa sembrava
combinare il meglio del ‘vecchio’ e del ‘nuovo’: non una
improvvisata società internet di servizi commerciali, ma
un’impresa che poteva contare su patrimoni reali, reti di
trasporto, centrali elettriche, navi cisterna, ecc., oltre che
sugli alti profitti derivanti dalle sue attività speculative.
Negli anni ’90, i rapporti politici politici della Enron, e
quelli della sua società di revisione contabile e consulenza,
la Arthur Andersen, le garantirono l’approvazione di tutta una
serie di deregulations. Kenneth Lay, direttore dell’impresa,
elargì prebende ai politici di tutti i partiti. Nel gennaio
1993, allo scadere della prima amministrazione Bush, il capo
della Commissione per la negoziazione dei futures sulle materie
prime, Wendy Gramm, moglie del senatore Phil Gramm, fece
approvare su richiesta della Enron una nuova norma che sottraeva
esplicitamente al controllo statale i contratti dei derivati
dell’energia e gli ‘swap’ d sui tassi di interesse,
aprendo all’azienda la strada per la libera speculazione sui
futures dell’energia. La Gramm fu poi accolta nella squadra
della Enron. Sotto l’amministrazione Clinton, donazioni per
circa due milioni di dollari ai Democratici fecero guadagnare
alla società oltre un miliardo di dollari in prestiti
agevolati. Nel maggio 1996, durante una cerimonia alla Casa
Bianca, l’allora presidente Clinton ha salutato Kenneth Lay
– che giocava a golf con lui e dormiva nella stanza da letto
di Lincoln – definendolo bravo «cittadino del mondo delle
imprese», per la politica illuminata nei confronti del
personale, che prevedeva una partecipazione agli utili delle
azioni della Enron e generose indennità pensionistiche e
sanitarie. Il 12 novembre 1999 Clinton trasformò in legge il
Gramm-Leach-Bliley Act, culmine del processo di deregulation
finanziaria, abrogando il Glass-Steagall Act del 1933.
Lo stesso George W. Bush ricevette mezzo milione di dollari di
finanziamenti per la campagna elettorale; e alcuni membri
autorevoli della sua amministrazione, tra cui figurava il suo
consulente economico e il segretario alla difesa, erano sul
libro paga della Enron. A seguito del blackout elettrico in
California nel 2000, Bush istituì una commissione per la
politica dell’energia con a capo il vicepresidente. Cheney,
con il benestare di Bush, recentemente si è rifiutato di
rendere pubblici alcuni documenti del suo coinvolgimento nei
rapporti con la Enron, ma da altre fonti è emerso che alcuni
funzionari dell’impresa hanno incontrato la commissione in sei
diverse occasioni e hanno giocato un ruolo decisivo nelle
conclusioni da essa delineate (esempio: «Indirizzare il
ministero dell’energia alla collaborazione con la Ferc
[Commissione federale di regolamentazione per l’energia] per
ridurre le restrizioni sui trasferimenti di energia mediante
proposte di tariffe incentivanti»). Kenneth Lay ha fornito una
lista dei candidati per la Ferc, due dei quali sono stati
regolarmente nominati, e uno di loro alla carica di presidente
2.
Quando il Congresso Usa ha avviato le indagini sul crollo
dell’impresa è emerso che, dei 248 membri del Congresso che
sedevano nelle undici commissioni della Camera e del Senato
coinvolte nell’inchiesta, almeno 212 hanno ricevuto denaro
dalla Enron o dalla Arthur Andersen. Quest’ultima, aiutata,
tra gli altri, dal senatore Joseph Lieberman, esercitando forti
pressioni su Washington e su Londra, era riuscita a far abrogare
la legge che impediva ai revisori contabili di ricevere dai
clienti compensi per le consulenze. In Gran Bretagna, la Arthur
Andersen aveva stilato un rapporto favorevole sull’iniziativa
di finanziamento (Pfi = Project Financing Initiative) privato
per il Tesoro tanto cara al New Labour, in seguito al quale
aveva ricevuto la concessione per una Pfi sostenuta dal governo,
destinata a scorporare le diverse componenti del sistema
metropolitano londinese (progetto al quale il sindaco della
capitale si era opposto energicamente).
Queste due società godevano di grande stima negli ambienti
ufficiali grazie a, e non nonostante, le loro abili e disinvolte
pratiche di mercato. Insieme hanno contribuito a fare il buono e
il cattivo tempo della politica. Perché allora, quando la Enron
ha dichiarato bancarotta a dicembre 2001, non è stato fatto
alcun tentativo di salvare l’azienda, ad esempio con
un’operazione come quella della Long Term Capital Management (Ltcm)
del 1998? e La lezione della Ltcm Sebbene la società operasse
come corporation finanziaria, non era soggetta né agli standard
di trasparenza propri delle società di brokeraggio né ai
vincoli di deposito di una banca. Tuttavia le banche che
operavano con la Enron – tra cui il gigantesco gruppo di
controllo JP MorganChase and Citibank – dovevano essere ben
consapevoli del regime anomalo di cui godevano i loro clienti e
avranno avuto altre fonti di informazione oltre alle revisioni
contabili; ciononostante, queste banche hanno concesso grossi
prestiti all’impresa e hanno potuto farlo perché, grazie a un
complicato processo di ingegneria finanziaria, avrebbero evitato
molti rischi. Esso prevedeva la creazione di due strumenti molto
complessi: le obbligazioni garantite (Cdo) e la
cartolarizzazione dei prestiti (Abs). Chi comprava questi
prestiti – che comprendevano pensioni e fondi comuni
d’investimento – poteva guadagnare se riusciva a farsi
rimborsare al momento giusto, ma in caso contrario rimaneva
esposto a pesanti perdite.
Come spiega un articolo apparso sul «Financial Times», questi
‘derivati di credito’ f divennero molto popolari negli anni
’90 tra le case assicuratrici e i gestori di fondi:
L’Associazione del mercato obbligazionario stima che negli Usa
il solo mercato della cartolarizzazione dei prestiti è
cresciuto da 315 miliardi di dollari nel 1995 a 1.048 miliardi
di dollari nel 2001; le obbligazioni garantite sono passate
nell’insieme da 1 miliardo del 1995 a 300-400 miliardi di
dollari nel 2001 […] È sempre più evidente che i regimi di
contabilità e le regolamentazione esistenti non erano preparati
all’esplosione dell’ingegneria finanziaria […] La Enron ha
rappresentato un tipico esempio […] L’ipotesi della
Financial Services Authority, che le compagnie di assicurazione
potessero non sapere esattamente a cosa andavano incontro nel
comprare tali titoli, è senz’altro plausibile. Persino le
società finanziarie più sofisticate hanno ammesso la difficoltà
di capire i complessi strumenti messi sul mercato da Wall Street
[…] Visto che alcuni prodotti finanziari di trasferimento del
rischio, come le obbligazioni garantite, sono crediti deboli
presentati come forti, alcuni fondi pensione e fondi comuni
d’investimento hanno investito in prodotti che li hanno
esposti a rischi e volatilità indesiderati 3.
Negli ambienti finanziari, qualcuno afferma che la lezione della
Ltcm era servita e che erano già state prese tutte le
precauzioni. Nel 1998, la Federal Reserve Bank di New York era
intervenuta perché, se non lo avesse fatto, il crollo dei fondi
speculativi avrebbe avuto un effetto devastante sul sistema
finanziario. Molte banche, anche alcune banche centrali, stavano
usando la Ltcm per mettersi al riparo: se l’avessero lasciata
cadere, la crisi avrebbe trascinato tutti con sé. Anche per
questa ragione era stato possibile per la Federal Reserve Bank
convincere quattordici banche a investire 3,6 miliardi di
dollari per l’operazione di salvataggio finanziario. Il caso
della Enron è stato alquanto diverso: il suo crollo ha
senz’altro comportato pesanti perdite su vastissima scala –
si parla addirittura di 60 miliardi di dollari – ma questa
volta le banche sono state attente a fare scaricabarile con il
debito. Le perdite sono state trasferite ai dieci milioni di
impiegati che avevano investito i loro piani individuali 401(k)
e i piani previdenziali nelle azioni della Enron oppure,
mediante il Fondo Osprey, nelle obbligazioni dell’azienda, o
ancora, in derivati di credito o ‘società veicolo’ g
(special purpose entities) come Jedi II e Lcm II; ma esse furono
scaricate anche sugli stessi dipendenti della Enron. Quando il
ministro del Tesoro di Clinton Robert Rubin, attualmente alla
Citigroup, telefonò al suo vecchio ministero per suggerire
un’operazione di salvataggio, gli fu risposto che
l’amministrazione «non la riteneva necessaria». Il crollo
della Enron non ha suscitato alcuna preoccupazione particolare,
finanziaria o di altro tipo 4.
Ha comportato tuttavia seri danni a molti piccoli risparmiatori.
I clienti dei fondi pensione stanno facendo causa alla Enron e
alla Andersen in quanto azionisti, ma anche chi ha venduto i
‘derivati di credito’ legati alla Enron ha subito un duro
colpo. Nel complesso, i fondi pensione pubblici hanno perso tra
i 5 e i 10 miliardi di dollari; e quelli privati forse anche di
più. Il piano previdenziale dei dipendenti della Florida ha
visto volatilizzarsi 325 milioni di dollari dal proprio conto
azionario, con il gestore del fondo che continuava a comprare
mentre le azioni della Enron precipitavano. Sono rimaste colpite
anche le pensioni dei dipendenti pubblici degli Stati
dell’Ohio, New York City e Georgia, mentre il fondo pensione
dell’Università della California ha perso 145 milioni di
dollari. Normalmente, questi fondi avrebbero dovuto garantire
che la loro partecipazione azionaria in una qualunque società
non fosse mai tanto consistente da intaccare la loro capacità
generale di prestazioni previdenziali al di là di qualche punto
percentuale. Ma qualcuno è rimasto troppo esposto con i Cdo
legati alla Enron, o alla caduta delle azioni di società che
hanno sofferto di ‘Enronite’ – come le finanziarie della
stessa Enron, altre aziende del mercato dell’energia, o altre
compagnie con contabilità inaffidabile – con il conseguente
deterioramento del loro profilo di rischio.
È risaputo che la Enron incoraggiò i suoi stessi dipendenti a
diventare grandi investitori; ma con l’implosione
dell’azienda, molti scoprirono di aver perso tutti i loro
risparmi, oltre che il posto di lavoro. Verso la fine del 2000,
oltre la metà dei 2,1 miliardi di dollari del piano di
pensionamento 401(k) era stata investita nella Enron; circa il
57% dei 21.000 impiegati della società erano entrati nel
progetto. Mentre i dirigenti avevano venduto azioni per il
valore di 117 milioni di dollari tra gennaio e agosto 2001,
molti dipendenti scoprirono che le loro azioni erano congelate a
seguito di una revisione tecnica del sistema 401(k), oppure
perché non avevano raggiunto i cinquant’anni, soglia prevista
per soddisfare le condizioni di investimento del piano. Fedele
alla sua reputazione di pubblica benefattrice e importante
datrice di lavoro, un’impresa della Enron, la Portland General
Electric assunse alcuni consulenti ai reclami, per rassicurare i
suoi dipendenti che erano stati colpiti. Contemporaneamente,
come scriveva il «New York Times», i drastici ribassi azionari
avevano volatilizzato anche i risparmi di molti impiegati della
Nortel Networks Corporation, la Lucent Technologies e la Global
Crossing, perché erano stati investiti in quantità eccesiva
nelle azioni della società per cui lavoravano.
Alcuni fondi pensione – tra cui il fondo pensioni dei
dipendenti pubblici della California (Calpers) e quello degli
insegnanti dell’Arkansas – avevano investito anche nelle
famigerate partecipazioni fuori bilancio della Enron o nei
‘veicoli finanziari’, le cosiddette «Raptor I, II e III» o
«Jedi I e II». Le Spe avevano permesso alla Enron di
nascondere i debiti e di compiere operazioni con se stessa come
controparte al fine di gonfiare il volume degli scambi.
All’incontro della società Ljm di ottobre 2001 è emerso che
l’89% delle sue transazioni erano avvenute con la Enron o con
le sue affiliate. Perché i dirigenti dei fondi pensione erano
disposti a rischiare i risparmi dei partecipanti del fondo in
pratiche palesemente poco sicure? Sembra che alcuni fossero
stati allettati dall’opportunità di investire in ciò che
consideravano un’impresa di primo piano: nel 1993, il fondo
Calpers aveva investito 250 milioni di dollari per contribuire
alla formazione di Jedi I, che gli avevano fruttato il 23%;
anche se, al momento di reclamare l’investimento tre anni
dopo, aveva incontrato serie difficoltà, e alla fine era stato
persuaso a convertire la propria richiesta in un nuovo
investimento di 500 milioni di dollari di un nuovo ‘veicolo
finanziario’ tipo «Raptor». Altri si saranno sentiti
rassicurati per il coinvolgimento di soci finanziari di tutto
rispetto, come la Merrill Lynch, che gestiva la promozione delle
vendite per una di queste società, la Ljm2 Co-Investment.
Secondo gli atti depositati presso un tribunale del Delaware,
molti dei nomi di maggiore spicco nel mondo finanziario – tra
cui la Citigroup, JPMorganChase, Cibc, Deutsche Bank e Dresdner
Bank – erano ancora in società con la Enron, direttamente o
indirettamente, quando questa dichiarò la bancarotta 5.
Massimizzazione dei profitti e finanziarizzazione Per la Enron,
l’urgenza di truccare i conti nasceva in parte dalle enormi
aspettative di profitto alimentate negli anni ’80 e ’90;
puntare a tassi di crescita dei ricavi annuali a meno di due
cifre sembrava cosa da rammolliti. Ma se la bolla speculativa
permetteva alcuni buoni investimenti nella new technology, in
ogni altro settore la corsa frenetica all’acquisto di azioni
liquidò più progetti di quanti ne avesse incoraggiati. Nel
settore dei servizi pubblici questo atteggiamento portò
all’introduzione di ostacoli spropositati rispetto ai progetti
di investimento: il capitale investito in una nuova centrale
elettrica o in migliorie alla rete elettrica potevano richiedere
oltre dieci anni per fruttare qualcosa, e comunque alla metà
dei tassi giudicati interessanti dagli analisti finanziari. Una
diretta conseguenza di ciò fu la crisi energetica del 2000 in
California. Il «Financial Times» commentava: «Che la
deregulation sull’energia in California sia fallita è fuori
di dubbio […] Gli economisti ritengono che la crisi sia un
segno ulteriore che, dopo anni di bassi investimenti, le
infrastrutture statali non sono in condizioni di sostenere la
crescita» 6. Nel dicembre 2000, con un terzo delle centrali
pubbliche chiuse per riparazioni, la principale società
fornitrice di elettricità, la Edison Pg&e (oggi in
bancarotta), annunciò l’intenzione di aumentare i prezzi del
20%. Allora il Procuratore generale dello stato fece causa alla
holding Pg&e accusandola di aver dirottato oltre 4 miliardi
di dollari dalle sue attività di produzione sin dal 1996.
Quando si accorsero che le loro attività principali rendevano
scarsi profitti, molte imprese si convertirono, sull’esempio
della Enron, alla finanziarizzazione, che permetteva loro sia di
manipolare la contabilità sia di ricavare profitti da un minore
indebitamento. I derivati di credito possono essere basati sul
debito del consumatore o sul debito delle imprese, e il primo
garantisce tassi di interesse particolarmente alti. La General
Electric, attraverso la sussidiaria Ge Capital, ricava tanto dal
credito al consumatore, dal debito d’impresa e dagli accordi
di leasing quanto dalla produzione di motori di aeroplani e di
beni di consumo durevole. La Citigroup, che si è abilmente
disfatta in buona parte dei rischi cui era esposta con la Enron,
ha comprato, nel settembre 2000, la Associates First Capital per
l’esorbitante somma di 31 miliardi di dollari. Ha suscitato
grande stupore il fatto che un gigante finanziario come la
Citigroup – la maggiore banca americana – fosse interessato
a un’impresa nota per i suoi ‘prestiti strangolatori’ ai
poveri, una società arricchitasi grazie all’uso, come ha
scritto l’«Economist», di «tattiche da usurai e truffatori».
L’acquisto della Citigroup le ha permesso di concedere
prestiti al 20% con i soldi dei suoi clienti. Negli anni della
bolla speculativa molti consumatori, incoraggiati dal valore
crescente dei loro 401(k), si sono indebitati sperperando in
nuovi beni di consumo. Mentre la maggioranza è potuta sfuggire
agli artigli della Associates First Capital, molti hanno
accumulato debiti sulle carte di credito che costavano loro
circa il 20% di commissione all’anno. Mentre la massa del
debito dei consumatori cresceva il 116% del reddito del 2001, il
settore finanziario compensava in maniera consistente le altre
perdite 7.
L’ideologia azionaria Secondo alcuni scrittori, dieci anni di
infatuazione diffusa per il mercato azionario avrebbero generato
una vera e propria «cultura di massa dell’investimento»,
fatta propria da ampie fasce della popolazione, che le ha
portate a privilegiare scelte individuali basate sul mercato per
risolvere qualsiasi problema. Così Adam Harmes avverte che non
è tanto la diffusione del possesso di azioni quanto invece lo
«stabile insediamento del mercato azionario nella vita di tutti
i giorni» ad aver cambiato i valori e gli interessi di
impiegati ed elettori, incoraggiando la predisposizione a
proseguire sul cammino di privatizzazioni e deregulation. Harmes
sottolinea che pubblicazioni come «Business Week» e «Fortune»
hanno conquistato sempre più lettori, e molte reti televisive
trasmettono ormai quotidianamente programmi dedicati al
business. Così, «norme e pratiche del capitale finanziario»
si sarebbero impresse tanto profondamente in risparmiatori e
pensionati, che «neppure una tendenza al ribasso del mercato
azionario potrebbe distruggerle» 8.
È indubbio che si sia effettivamente diffusa una certa
‘cultura dell’investimento azionario’; ma viste dalla
prospettiva di ciò che ho definito «capitalismo grigio», le
conclusioni di Harmes sono troppo pessimistiche 9. Nei mesi
successivi al crollo della Enron, l’indignazione popolare non
ha risparmiato né le istituzioni né gli individui: i banchieri
e i contabili che avevano permesso ai dirigenti d’impresa di
contrarre grossi prestiti mettendo a repentaglio i fondi
pensione dei loro – e di molti altri – dipendenti sono stati
oggetto di infamanti insulti (e anche la JPMorganChase ha
rischiato una citazione per aver falsato le operazioni con la
Enron). Pochi hanno cercato di far passare come ‘naturali’ i
movimenti delle opzioni azionarie dei dirigenti o le
falsificazioni dei bilanci. Eppure era ampiamente risaputo nella
stampa finanziaria che le operazioni illecite dei dirigenti
Enron avvenivano in molte altre imprese, che erano state
possibili solo grazie alla complicità dei loro revisori dei
conti, avvocati e banchieri, e che la società era riuscita a
comprare l’influenza di quasi tutti i leader politici più
potenti.
La bancarotta ha messo in luce tutta una serie di altri casi in
cui sono venute alla luce le magagne del settore dei servizi
finanziari. Revisioni contabili di manica larga hanno
contribuito al fallimento di Cendant, Sunbeam, Waste Management
e Global Crossing (a ogni dollaro che le ‘cinque grandi’
società di revisione guadagnano dalla loro attività, si
aggiungono 2,69 dollari di spese di consulenza). L’ufficio
newyorchese della Credit Suisse First Boston è stato multato
per 100 milioni di dollari per aver preso tangenti dai suoi
clienti durante la bolla speculativa azionaria; la Goldmann
Sachs ha ricevuto aspre critiche dalla Borsa valori di Tokyo per
8000 scambi illegali; a Londra, la Merrill Lynch Investment
Managers ha pagato 70 milioni di sterline a seguito di un
patteggiamento con il fondo pensioni Unilever per compensare le
croniche carenze nella gestione e nelle prestazioni fornite. Nei
quattro anni precedenti il crollo della Enron, oltre 700 società
americane sono state costrette a rinnovare la dichiarazione dei
loro conti.
L’affare Enron ha anche portato a formulare moltissime
proposte volte a rendere responsabili i consigli
d’amministrazione, stabilire nuove strutture di
regolamentazione, impedire che i dipendenti siano esposti alle
vicende dell’impresa, rendere più rigorrosi gli standard
delle pubblicazioni finanziarie promozionali, garantire
l’autonomia dei revisori dei conti, e così via. Mentre le
conseguenze legislative saranno probabilmente estremamente
modeste, le questioni sollevate hanno implicazioni di ampia
portata. Mettendo in discussione l’attività di quasi tutte le
principali istituzioni e pratiche aziendali americane, il
risultato finale dello scandalo Enron non ha ‘accreditato’
il funzionamento del sistema; al contrario, ha fornito un crudo
ritratto del cinismo e dell’avidità dell’élite che ha
sacrificato i risparmi di milioni di dipendenti appropriandosene
indebitamente. Oltre a un certo numero di politici, diverse
istituzioni prestigiose hanno rivelato elementi di una gestione
corrotta e caotica.
Insiders e outsiders La Enron ha anche dato corpo ad altre ansie
diffuse sulle prospettive dei fondi pensione e dei 401(k).
Quando grandi compagnie come la Global Crossing, K-Mart e Ltv
hanno dichiarato bancarotta nello stesso periodo, anche i piani
previdenziali dei loro dipendenti sono rimasti colpiti. Anche
gli impiegati di società estranee agli episodi di fallimento
potevano ritrovarsi con un fondo pensione assai ridotto. La
stampa finanziaria cercò di consolare i partecipanti dei fondi
ricordando che una ripresa era nell’aria; ma, sapendo che il
suo verificarsi poteva richiedere ancora molto tempo, ha anche
rimproverato persone e istituzioni che non si sono preoccupate
di impedire il disastro. Il senso di amarezza si è diffuso
tanto profondamente da suggerire nuovi schieramenti: «Per molto
tempo abbiamo creduto che il conflitto fondamentale nel
capitalismo fosse tra proprietari e lavoratori», ha scritto un
commentatore; «la Enron dimostra che il vero conflitto è tra
insiders e outsiders; nel caso Enron, a perdere sono stati sia
gli azionisti che i lavoratori» 10.
Tra gli insiders rientrano certamente la JPMorganChase e la
Citibank, che hanno scaricato i loro rischiosi prestiti concessi
alla Enron su case assicuratrici e gestori di fondi e, in
definitiva, sui moltissimi partecipanti dei piani pensionistici:
gli outsiders. Adesso milioni di lavoratori sono piccoli
azionisti o azionisti indiretti ma continuano a mantenere lo
status di outsider, perché non hanno il controllo effettivo sui
beni depositati a loro nome, che siano di un piano individuale
401(k) o a prestazione definita. I 401(k) possono essere
investiti massicciamente nelle azioni della società in cui i
clienti del fondo lavorano, come nel caso della Enron; ma anche
se investono altrove, in genere ai dipendenti viene chiesto di
scegliere tra una gamma definita di fondi, riservati ai
principali fornitori commerciali, e sono questi ultimi a
decidere se onorare o ignorare il diritto di voto dei lavoratori
come azionisti nel fondo.
Nei piani aziendali, normalmente il datore di lavoro nomina gli
amministratori fiduciari, che spesso comprendono un funzionario
dell’impresa esperto di finanza, che a sua volta sceglie i
gestori dei fondi. Gli amministratori fiduciari sono obbligati
per legge a investire il denaro come farebbe un ‘esperto
prudente’; ma dal momento che gli standard di prudenza e di
competenza richiesti sono quelli stabiliti dallo stesso settore
dei servizi finanziari, il risultato finale è un ulteriore
incoraggiamento al potere delle grosse corporations finanziarie
che offrono i servizi di gestione dei fondi: Morgan Stanley,
Merrill Lynch, Fidelity, State Street, Barclays Global Investors,
e via dicendo. Questi giganti hanno interesse che le
corporations non finanziarie richiedano i loro servizi; perciò
spesso non usano aggressivamente del loro potere di azionisti
delegati; le banche fanno più soldi con le assicurazioni e con
la partecipazione a fusioni e acquisizioni che con la gestione
dei fondi.
Come i titolari di polizze, i partecipanti ai piani
pensionisitci hanno un’influenza minima sugli amministratori
fiduciari, e ancora meno sui gestori dei fondi. Quasi tutti i
fondi pubblici, e alcuni del settore privato, concedono qualche
rappresentanza ai sindacati, ma rimangono comunque legati alla
regola dell’‘esperto prudente’. In quasi tutti i piani, i
datori di lavoro collaborano con le corporations finanziarie; i
servizi di gestione dei fondi offerti da queste ultime
dovrebbero essere separati con una ‘muraglia cinese’ dai
servizi di merchant banking, che esse possono fornire. Ma
l’effetto generale è ciò che Allen Sykes ha denominato «duplice
carenza di responsabilità», a spese del partecipante del piano
previdenziale e dell’azionista (nominale).
Che le grandi corporations e le istituzioni finanziarie usino la
leva del capitale finanziario per mettere in campo i patrimoni
dei piccoli risparmiatori non è una novità – Rudolf
Hilferding ha notato un fenomeno analogo già un secolo fa nel
suo classico saggio sul capitale finanziario– ma oggi i fondi
pensione costituiscono la fonte principale del risparmio della
‘gente minuta’. E se le somme accumulate da quasi tutti gli
impiegati sono piccolissime, insieme rappresentano una grossa
fetta della proprietà azionaria. A dicembre 2000, le attività
dei fondi pensione Usa si aggiravano intorno ai 7000 miliardi di
dollari: appena 300 miliardi meno della ricchezza complessivi
dei miliardari del paese. È sbagliato pensare che gli azionisti
non abbiano un potere reale: negli anni ’80 e ’90 riuscirono
a imporre come principale obiettivo dell’azienda un ‘valore
degli azionisti’, e ottennero la rimozione di diversi
direttori generali di una serie di grandi società (GM,
Coca-Cola, ecc.). Ma nel braccio di ferro tra gli alti dirigenti
e la massa degli azionisti, i primi si sono dimostrati capaci di
assicurarsi una ‘remunerazione’ talmente smisurata – non
solo attraverso lo stipendio ma anche attraverso le stock
options – che talvolta ha persino danneggiato il corso delle
azioni. Dal momento che spesso le istituzioni finanziarie non
vogliono che i propri dirigenti siano chiamati a rispondere, gli
azionisti più ‘attivi’ sono stati i fondi pensione del
settore pubblico come il fondo Calpers o l’Arkansas Retirement
System, che hanno messo in campo le proprie squadre di analisti.
Paradossalmente, sono stati spesso loro a insistere per imporre
gli standard capitalistici più rigorosi.
A febbraio 2002, «Business Week» pubblicava un servizio
sull’«investitore tradito», dal quale emergeva che l’81%
degli investitori non aveva fiducia negli operatori del ‘big
business’, e si sentiva «adirato e disilluso» 11. Il
servizio ignorava la differenza tra gli avidi investitori mordi
e fuggi, puniti per le loro speculazioni, e la grande massa
degli azionisti dei 401(k) e di piani analoghi che risparmiano
per la pensione e non hanno nessuna intenzione di ‘giocare in
borsa‘. La maggior parte dei 45 milioni dei sottoscrittori del
401(k) non cambiano mai il loro gestore e raramente modificano
la gestione dei portafogli. (Una delle ragioni per cui i fondi
pensione spendono così tanto in pubblicità è la certezza che,
una volta conquistato un nuovo cliente, di solito lo si mantiene
per tutta la vita.) Oggi sono queste le persone che si sentono
derubate dei loro risparmi da parte degli amministratori. «Business
Week» ha osservato con una certa durezza che molte di queste
persone sono «figli del baby boom, cresciuti nell’era delle
proteste e della mobilitazione sociale». Il periodico riferiva
di un sondaggio tra gli ‘investitori professionisti’ da cui
emergeva che anche tra i dipendenti dei fondi, il 43% era «estremamente
preoccupato» per le possibilità di «diffuse operazioni di
falso in bilancio». La verità è che anche loro erano, forse
solo parzialmente, insiders, consapevoli che qualcosa non andava
per il verso giusto, ma che speravano comunque di ricavarne
qualcosa e si sentivano rassicurati per il forte coinvolgimento
di tutti gli altri.
Mentre lo scandalo Enron cominciava a venire alla luce, emergeva
la terribile complessità delle ‘aggressive’ strategie
contabili dell’impresa. I suoi affari comportavano certamente
aspetti complessi, ma nella maggior parte dei casi gli inganni
perpetrati dai dirigenti, e ignorati dai revisori e dai
banchieri, prevedevano stratagemmi tra i più antichi nella
storia delle frodi finanziarie. Normalmente ci si aspetta che un
qualsiasi analista abbastanza competente e indipendente riesca a
individuare un forte divario tra ricavi dichiarati e il flusso
effettivo di cassa; o a sospettare che gli ‘swap fantasma’ e
la contabilità basata sui ‘proventi dalle vendite’
riflettano il gonfiamento artificioso del volume di affari; a
preoccuparsi dei veri scopi delle società fuori bilancio; o a
chiedersi se sia giusto contabilizzare i prestiti come poste di
garanzia o o come attività; metà Wall Street era coinvolta
nella vendita dei titoli con Raptor, Chewco, Jedi, Lmj ecc., o
nello scaricare obbligazioni Osprey. Ma è stata soprattutto
l’avidità e la sicurezza offerta dalle cifre, e non
un’astuzia diabolica, a spiegare come la Enron sia riuscita ad
abbindolare tanta gente 12.
Una nuova tendenza verso l’investimento sociale?
Persino i fondi di previdenza più attivi e vigili, che erano
nella posizione di sapere ciò che stava accadendo alla Enron,
hanno scelto di non parlare. Come abbiamo visto, il fondo
Calpers aveva capito che qualcosa non quadrava con le
partecipazioni fuori bilancio, quando aveva avuto difficoltà a
riscuotere il suo capitale nel 1996. Sapeva anche che il
direttore finanziario della Enron Andrew Fastow era un
funzionario dell’Lmj3 e decise a dicembre 2000 di non comprare
partecipazioni nella società. Ma nonostante la sua posizione di
aperta critica alla gestione delle grandi compagnie, il Calpers
non ha fatto niente per rendere pubbliche le sue preoccupazioni.
A seguito dello scandalo Enron, però, il fondo decise che
doveva ripulire la sua immagine. A febbraio 2002 annunciò che
avrebbe ritirato tutti i suoi investimenti in Tailandia,
Malesia, Indonesia e Filippine, perché preoccupato per le
condizioni sociali di questi paesi. Un articolo spiega: «L’ultima
mossa del Calpers implica un revisione dei suoi criteri sui
‘paesi qualificati’ che, per la prima volta, attribuiscono
la stessa importanza a questioni come le condizioni di lavoro,
le regole del mercato, la tutela degli investitori e la
trasparenza dei conti». Un altro rapporto aggiunge che il piano
previdenziale avrebbe usato d’ora in poi parametri etici anche
per le società americane, sottolineando che il suo annuncio
precedente aveva fatto precipitare le azioni nelle Filippine,
Tailandia e Malesia 13.
Quali che fossero le ragioni del fondo Calpers, la sua sterzata
verso valori di responsabilità sociale sarà significativa. Si
tratta di uno dei fondi pensione più importanti nel mondo, che
da solo gestisce 151 miliardi di dollari in attività, oltre a
dare lavoro ad altri gestori di fondi. La decisione non è
necessariamente positiva: è possibile che il Calpers usi la sua
influenza nell’interesse dei lavoratori del Sudest asiatico?
La sua posizione riflette solo uno sforzo simbolico o un velato
protezionismo? Queste e altre domande hanno bisogno di risposte,
ma in ogni caso l’azione del Calpers rappresenta una vittoria
schiacciante per il movimento di responsabilità sociale negli
investimenti e un atteggiamento che, se perseguito, potrebbe
senz’altro essere perfezionato e migliorato. I paesi in
questione possiedono ancora aree speciali di esportazione
(Special exportation zones = Sez) in cui la tutela della forza
lavoro è praticamente inesistente. Si calcola che circa 27
milioni di persone, in un migliaio di Sez nel mondo, siano
sottoposte a condizioni di lavoro troppo dure 14. Il divieto di
organizzazione sindacale in queste aree è stata una
preoccupazione centrale del movimento contro lo sfruttamento
della manodopera, e la decisione del Calpers ha rappresentato
certamente un successo nell’ambito di questa campagna, anche
se saranno da tenere sotto stretto controllo la sua effettiva
realizzazione e le sue conseguenze.
Come effetto collaterale dello scandalo Enron, la spinta
all’investimento sociale ha rappresentato almeno una vittoria
simbolica. È da sottolineare che la decisione del fondo Calpers
è giunta in un momento in cui i paesi del Sudest asiatico
cominciavano ad attirare nuovi investimenti, dopo il crollo del
1998. Talvolta, si può pensare che i partecipanti dei piani
previdenziali insisterebbero sugli alti tassi di rendimento a
prescindere dalla fonte dei profitti, ma di questo non ci sono
prove concrete. I dipendenti di industrie a rischio o di dubbia
reputazione, d’altro canto, difenderanno sempre ciò che fanno
contro ogni attacco possibile: è in gioco la loro stessa
sopravvivenza, non soltanto l’idea di uno o due punti
percentuali sui soldi che riceveranno quando andranno in
pensione. Del resto, gli stessi consumatori sono spesso i più
accesi difensori delle perforazioni artiche per il petrolio o di
basse imposte sulla benzina, mentre i fondi pensione potrebbero
presentare possibili alternative. Per lanciare una campagna
sulle pratiche migliori, è più efficace usare una società
finanziaria che il boicottaggio dell’investimento azionario;
il gruppo energetico Icem e i sindacati dei minatori hanno
mobilitato l’autorità dei fondi pensione per cambiare le
politiche del RioTinto, e i risultati iniziali sono promettenti.
La programmazione della crisi di finanziamento Com’era
prevedibile, l’entusiasmo del «Wall Street Journal» per i
401(k) – «una delle grandi invenzioni del moderno capitalismo»
– è rimasto immutato nonostante il loro indebolimento dopo il
crollo della Enron:
Ci sono dei rischi per ogni investimento che miri a trarre
profitto dalla prosperità capitalistica americana. I vecchi
piani a prestazione definita, tanto cari ai gruppi anti-401(k),
comportano il rischio che l’intera mondo delle imprese, o
l’industria, entri in crisi: gli impegni pensionistici
diventano ‘fluttuanti’, e questo va a discapito dei
lavoratori che non hanno alcuna possibilità di diversificare
gli investimenti. Chiedetelo ai metalmeccanici americani 15.
In questo caso l’affermazione del «Wall Street Journal»
rappresenta una magra consolazione per i 40 milioni di
partecipanti dei sistemi a prestazione definita. La difficile
situazione di decine di migliaia di metalmeccanici americani,
rimasti intrappolati nelle aree della siderurgia in via di
deindustrializzazione della West Virginia e dell’Ohio, è
almeno altrettanto negativa di quella degli ex dipendenti della
Enron: essi infatti si sono resi conto che la rivalsa dei
partecipanti ai fondi a prestazione definita sulle attività
dell’impresa diventavano illusorie proprio quando essi ne
avrebbero avuto realmente bisogno, cioè in seguito al
fallimento del loro datore di lavoro. La Pension Benefit
Guaranty Corporation Usa (Pbgc), creata nel 1974 per impedire
che il fallimento di un’impresa mettesse in serio pericolo i
suoi dipendenti, ha talvolta permesso che le imprese in gravi
difficoltà rinviassero o sospendessero il contributo al fondo
pensione, attuando, in un certo senso, una sottospecie di
‘politica industriale’ che permetteva alle imprese di
superare i momenti difficili. Negli anni ’80, la
‘tolleranza’ della Pbgc contribuì probabilmente a
risollevare alcune società, salvando temporaneamente i posti di
lavoro. Di fatto, una tale politica aumenta anche i rischi per i
dipendenti e incoraggia una gestione fallimentare. A novembre
2001, 25 aziende Usa avevano fondi pensione estremamente esigui.
La Ltv minacciò, e poi dichiarò, la bancarotta, che fece
perdere il posto a 7500 lavoratori e le indennità a 52.000
pensionati, visto che l’assicurazione della Pbgc non copre
tutti gli aspetti del piano aziendale.
Le scelte di politica industriale non dovrebbero compromettere i
risparmi dei lavoratori per tenere a galla le imprese di un
settore in crisi. In pratica, i piani a prestazione definita
hanno questa tendenza tanto quanto i 401(k) controllati dalle
società. Sono i beni dell’impresa patrocinatrice che
dovrebbero garantire la futura pensione legata al salario. Nel
caso di molte vecchie imprese, il fondo pensione vale più delle
attività della stessa azienda, per cui il problema finanziario
ha un forte impatto sullo stato di salute dell’impresa. Quando
un’azienda sembra vicina al fallimento, anche se sindacati e
istituzioni di controllo molto rigide le consentono di
sospendere i contributi al fondo, la prospettiva resta comunque
la dichiarazione di fallimento con la conseguente perdita del
posto di lavoro per i dipendenti. Ma l’interruzione della
contribuzione porterà inesorabilmente a un piano previdenziale
sottofinanziato. È questo il dilemma con cui si confrontano i
metalmeccanici negli Usa e molti altri partecipanti dei piani a
prestazione definita del settore privato.
Il sindacato dei metalmeccanici ha insistito perché i
lavoratori abbiano un maggiore controllo sui fondi pensione, e
perché abbiano la possibilità di usare le attività di
gestione per diversificare l’economia nelle aree siderurgiche
in fase di ristrutturazione. Quando una grande impresa fallisce,
non c’è ragione che vengano abbandonate anche le abitazioni e
le infrastrutture sociali, anche se questo è in generale la
tendenza del mercato. Investire localmente su un sistema di
istruzione, nelle comunicazioni, in strumenti per la ricerca e
la cultura, può migliorare le prospettive di una crescita
economica, come hanno dimostrato le esperienze della Ruhr, della
Baviera, di Quebec e della Catalogna. Ma un maggiore controllo
da parte dei lavoratori e maggiori investimenti sociali non
risolveranno di per sé il problema che sta alla base della
crisi pensionistica. Il grosso calo dei contributi delle imprese
significa che c’è un effettiva mancanza di risorse, oltre
alle carenze del regime previdenziale. Al di là di questo, c’è
la questione fondamentale di come riuscire allo stesso tempo a
retribuire in modo decente i pensionati oggi e a risparmiare
fondi sufficienti per far fronte a numeri maggiori in futuro.
Il panico delle pensioni in Gran Bretagna In Gran Bretagna, il
deficit dei fondi pensione provocato dalla sospensione dei
contributi delle imprese durante il boom del mercato azionario
è stato uno dei fattori di un’incombente crisi delle pensioni
che ha provocato il panico a febbraio di quest’anno. Sempre più
imprese – tra cui nomi illustri come Bt, Sainsbury, Whitbread,
Ici e LloydsTsb – hanno chiuso i piani pensionistici a
prestazione definita. Secondo un corrispondente del «Financial
Times», questo è stato il presagio dell’imminente
annullamento dei piani di 8 milioni di dipendenti: «Agli occhi
di molti sottoscrittori – quelli tra i quaranta e i
cinquant’anni – questo apparirà come un furto: è stato
rotto un contratto in cui il posto di lavoro avrebbe garantito
una pensione sicura. Legalmente, è probabile che le società si
trovino su un terreno solido, anche se questo deve essere ancora
dimostrato in tribunale» 16.
Le prime pagine dei quotidiani britannici più popolari e della
stampa finanziaria hanno riportato la crescente consapevolezza
della crisi. Il «Daily Mail», autonominatosi «voce del Middle
England», ha lanciato una campagna sul tema:
Le dimensioni crescenti della crisi delle pensioni si
manifestano nei dati secondo cui, negli ultimi dieci anni, un
piano aziendale su tre è stato smantellato. La rivelazione
aumenta i timori che un’intera generazione di pensionati si
trovi di fronte a una crisi di liquidità… Sorprendentemente,
sono rimasti colpiti 58.000 piani aziendali 17.
Il quotidiano proseguiva poi con un supplemento di quattro
pagine intitolato L’ignobile tradimento di ogni nostro futuro
18 e con una campagna in cui si faceva appello, tra l’altro,
alla tutela e a una riforma nella gestione dei piani sul «salario
finale» (cioè a prestazione definita):
Milioni di persone che hanno risparmiato per le pensioni sono
rimaste intrappolate nei vecchi piani, carichi di oneri e
penali. Prima di tutto dovrebbero essere rimosse le sanzioni sui
trasferimenti… Poi tutti gli oneri e le penali attenuati,
perché i contratti siano equiparati ai possessori di azioni.
La chiusura dei tradizionali piani aziendali a prestazione
definita colpisce in primo luogo i dipendenti del settore
privato, ma le pensioni del settore pubblico sono sempre più
vulnerabili nella misura in cui si rompono i confini tra
pubblico e privato a causa di out-sourcing h e privatizzazione.
La decisione di chiudere i piani è stata il risultato di una
serie di processi, tra cui la caduta del mercato azionario: a
gennaio un titolo del «Financial Times» riportava: Per i
gestori di fondi l’anno peggiore dal 1975, mentre da un
sondaggio compiuto dal consulente previdenziale William Mercer
su 500 tra le maggiori imprese britanniche emergeva che il 52%
di esse avevano subito una riduzione patrimoniale del loro fondo
pensione dopo che un crollo del prezzo delle azioni aveva
annullato gli effetti dei nuovi contributi versati. Anche
abolire l’agevolazione dell’Advance Corporation Tax è stato
determinante; ma un fattore particolarmente critico è stato
l’introduzione di un nuovo meccanismo di contabilità noto
come Financial Reporting Standard 17. L’emanazione
dell’Frs17 a novembre 2000, destinato a entrare in vigore
nell’arco di tre anni, puntava a portare alla luce i costi del
coinvolgimento dell’impresa nel finanziamento delle pensioni
dei dipendenti, valutando le attività del fondo ai prezzi
correnti e scontando le passività dal rendimento delle
obbligazioni societarie. Qualsiasi deficit doveva perciò essere
registrato nel bilancio.
Dal momento che, come abbiamo visto, i fondi pensione
raggiungono spesso valori maggiori della stessa impresa che li
finanzia, l’Frs17 può produrre un grandissimo impatto
sull’equilibrio di bilancio. L’Ici, una delle imprese che ha
chiuso i piani all’inizio del 2002, ha registrato, sotto il
regime dell’Frs, una svalutazione dei fondi pensione di 453
milioni di sterline. Questo risultato è l’effetto del buon
esito ottenuto dalle richieste, da parte delle imprese, di
sottoporre alla garanzia di legge i piani pensionistici da loro
promossi, mentre, come sottolineava il «Financial Times», era
probabile che il risultato del passaggio ai piani a
contribuzione definita si risolvesse in una netta riduzione
della contribuzione dell’impresa: «La cruda realtà è che
quando i datori di lavoro operano il passaggio tendono a ridurre
il livello dei loro contributi». Per di più, chi sceglie di
sottoscrivere un piano a contribuzione definita si sottopone al
rischio di un continuo calo delle quote annuali al momento di
andare in pensione».
I timori sulle pensioni in Gran Bretagna sono aumentati con la
confusione e il mancato gradimento dei tentativi di riforma da
parte del governo: la richiesta di partecipazione ai suoi piani
pensionistici era stato modesto. Delle 570.000 polizze
sottoscritte nel 2001, poche provenivano dalle fasce di reddito
più basse, primo obiettivo delle riforme; e molte invece dalle
conversioni da altri piani. Né i datori di lavoro né i gestori
erano entusiasti dei termini che erano stati costretti ad
accettare e il governo aveva accuratamente evitato norme
eccessivamente cogenti. Gli altri ingredienti del nuovo regime
– in particolare i crediti pensionistici – combinavano la
grande complessità con la minaccia di diffusi accertamenti dei
redditi. Nel febbraio 2002, il ministro della Previdenza sociale
Alistair Darling si sentì obbligato a rispondere alla crescente
ansia e confusione, e commissionò due nuove indagini su tutti
gli aspetti della politica pensionistica. «Non ci saranno ‘tabu’,
ha dichiarato: le pensioni pubbliche potrebbero anche essere
sospese, e le garanzie e i crediti pensionistici appena creati
abbandonati».
Le vie alla privatizzazione La bancarotta della Enron avrebbe
avuto un impatto minore se altri 85 milioni di impiegati
americani non si fossero sentiti esposti personalmente per le
loro partecipazioni nei fondi pensione. Avvenuto appena due
settimane prima che venisse pubblicato il rapporto della
commissione Bush sulla Previdenza sociale, il crollo
dell’impresa ha comportato una secca battuta d’arresto alla
privatizzazione del sistema pubblico delle pensioni negli Usa;
si diceva che adesso gli ex dipendenti della Enron non avessero
«altro che le prestazioni pensionistiche della Previdenza
sociale cui fare ricorso», e il timore che anche questa
pensione minima fosse rimasta nelle mani di Wall Street sfociò
nella reazione popolare. Lo stesso Bush si sentì costretto a
fare appello alla tutela dei piani previdenziali, a misure più
rigide per la stesura dei bilanci e a requisiti di trasparenza
più severi. Queste misure tuttavia, di per sé limitate,
dovranno essere rinforzate da Harvey Pitt, il nuovo presidente
della commissione di controllo sulla Borsa (Sec), che in
precedenza aveva favorito il settore della revisione contabile
ottenendo che non si vietasse ai revisori contabili di ricevere
parcelle per la consulenza dalle imprese commissionarie.
Sin dalla pubblicazione, nel 1994, da parte della Banca
mondiale, del documento Prevenire la crisi di invecchiamento, la
classica strategia pensionistica neoliberista è andata verso la
privatizzazione percorrendo la via che potrebbe definirsi del
‘sistema d’appalto’, per cui tutti i dipendenti sono
obbligati per legge ad aprire ‘conti individuali’ con un
fornitore commerciale. Ma a causa della resistenza
dell’opinione pubblica – intensificatasi dopo lo scandalo
Enron – questa possibilità è diventata politicamente un
problema. Adesso in Gran Bretagna è in discussione
un’alternativa, quella della ‘privatizzazione implicita’.
Nel febbraio 2002, un articolo del «Financial Times»
raccomandava lo smantellamento della complessa legislazione che
il ministro della Previdenza britannico aveva da poco adottato.
Piuttosto, si legge nell’articolo, il governo dovrebbe attuare
un «intervento chirurgico radicale»: la pensione pubblica
complementare dovrebbe essere eliminata, l’età pensionabile
per la prestazione pubblica di base dovrebbe essere innalzata
gradualmente fino a 70 anni e il suo valore incrementato «a un
livello che permetta la sopravvivenza» 19. Questa riforma,
prosegue il giornale, darebbe a tutti coloro che sono in grado
di farlo, un forte incentivo sia per risparmiare sia per
lavorare. Nel frattempo, Bush progetta di spostare il prelievo
sul salario dalla previdenza sociale al ‘conto individuale’.
Indebolendo il sistema pubblico, questa misura preparerebbe il
terreno per la piena privatizzazione suggerita dalla Banca
mondiale. Ma anche la commissione Bush per la previdenza sociale
ha ammesso la possibilità di un taglio alle prestazioni
eliminando l’indicizzazione delle pensioni sulle retribuzioni.
Sia negli Usa che in Gran Bretagna, il capitale finanziario
potrebbe spingere per un ridimensionamento delle prestazioni
pubbliche – aumentando l’età pensionabile, o, nel caso
degli Usa, attenuando il rapporto con le retribuzioni. Si tratta
di un’alternativa accettabile per le direttive della Banca
Mondiale, dal momento che i lavoratori sarebbero costretti a
investire di più nei piani privati e, se ne hanno la possibilità,
a continuare a lavorare dopo i sessant’anni. Alla fine, la
‘privatizzazione implicita’ – del tutto conforme alla
concezione del Welfare State residuale – potrebbe dare
altrettanto lavoro all’industria dei servizi finanziari. Nel
contesto di un diffuso panico sulle pensioni, può sembrare
politicamente sconsiderato ridurre l’assistenza pubblica. Ma
questo è il tipo di riforma che potrebbe passare attraverso una
serie di emendamenti apparentemente modesti che si
sottrarrebbero al giudizio degli elettori e susciterebbero
minore resistenza che una estesa privatizzazione coatta. Mentre
la questione dei ‘conti individuali’ rimane oggetto della
contesa, questa potrebbe essere l’opzione di riserva.
Negli Usa, alcuni sostenitori della privatizzazione della
previdenza hanno posto la questione della maggiore redditività
realizzata dai fondi pensione privati negli ultimi decenni,
rispetto al tasso di rendimento dei fondi della Federal
Insurance alimentata dai contributi sul salario. I loro calcoli
prevedono una forma specifica di ‘conto generazionale’, nel
quale prelievi e prestazioni vengono sottoposti a sofisticati
calcoli attuariali secondo le fasce di età; il modello è
simile a quello della Enron, o all’Frs17 britannico. Tutti
rivelano il fascino di un modello mondiale livellato e
finanziarizzato, in cui il futuro è ricondotto al presente
mediante meccanismi di sconto. La Enron ha usato il; sistema del
‘profitto sulle vendite’ per inserire nella propria
contabilità i futuri rendimenti scontati di molti anni a
venire. L’Frs17 era stato ideato dall’Accounting Standards
Boards (Asb) per costringere tutte le imprese a ‘mettere sul
mercato’, al valore corrente, l’attivo e passivo dei loro
fondi pensioni, usando – come abbiamo visto – il rendimento
obbligazionario come tasso di sconto per il passivo. (In
precedenza, alle imprese britanniche era stata concessa maggiore
flessibilità nel determinare il tasso di sconto, come era stato
fatto con le società americane). Mettendo da parte, ammesso che
si possa, l’insabbiamento delle prove e le frodi, il modello
di contabilità della Enron, dell’Frs17 e del ‘conto
generazionale’ rappresentano una particolare logica del
capitale che riduce spietatamente le opportunità per il futuro.
Ma l’implosione della Enron e il panico sulle pensioni sono
una prova del pericolo sistemico e della reazione popolare che
un tale programma può scatenare.
David Tweedie, presidente dell’Account Standards Boards, è
direttamente coinvolto nell’istituzione dell’International
Accounting Standards Boards, creato per arrivare a un nuovo
sistema globale di contabilità. Si pensa che questo
favorirebbe, per quanto possibile, la spinta all’allineamento
al mercato. Già sostenuto dalle banche centrali, l’Iasb
riceve denaro anche dalle grandi corporations. L’anno scorso
uno dei suoi funzionari – Paul Volcker, ex presidente della
Federal Reserve – avvicinò Kenneth Lay, invitando la Enron a
offrire un contributo per il buon lavoro svolto 20.
Ciò che il modello del ‘conto generazionale ’ non ha
registrato è che i sistemi previdenziali a ripartizione non
hanno bisogno di un simile trattamento: molte persone li
considerano un metodo per finanziare le pensioni dei genitori e
si augurano che allo stesso modo i figli potranno garantire le
loro pensioni. Come approccio per le pensioni base questo
sarebbe estremamente valido e al riparo dalle critiche rivolte
al conto generazionale.
Di per sé, tuttavia, il sistema previdenziale a ripartizione
non assicura, in una società che invecchia come la nostra, che
si riesca a far fronte ai costi crescenti delle pensioni
complementari e di quelle di base. Il capitale finanziario getta
una seria ipoteca sugli anni a venire, avanzando grandi pretese
sui futuri redditi – derivino dal capitale o dall’interesse
sul debito – e preparando la riduzione dei redditi di
dipendenti e pensionati. Trovare il modo di prefinanziare le
pensioni complementari per tutti contribuirebbe a ridurre al
minimo le pretese di capitalisti o redditieri sui futuri
rendimenti. Se la politica di investimento dei fondi
contribuisse a promuovere lo sviluppo sostenibile e la giustizia
sociale, le generazioni future si troverebbero in condizioni
migliori per sostenere i costi dell’invecchiamento della
società.
I dipendenti californiani che investono nel fondo Calpers sono
fortunati a partecipare a un piano pubblico con bassi costi di
gestione: i partecipanti dei piani privati pagano tre o quattro
volte tanto. Oggi, in Gran Bretagna, le autorità pubbliche
stanno pensando di disfarsi dei sistemi a prestazione definita,
lamentando i costi che comportano. La crescente tendenza delle
grandi società ad abbandonare i loro piani a prestazione
definita aggrava ulteriormente il problema del finanziamento. La
crisi riflette i problemi che emergono sia dall’economia dopo
lo scoppio della bolla speculativa sia dalle contraddizioni
inerenti al «capitalismo grigio». Anche se gli standard di
regolamentazione dovessero inasprirsi a seguito delloscandalo
Enron, il potere irresponsabile del settore dei servizi
finanziari non cambierebbe.
Il panico sulle pensioni riflette la nuova consapevolezza che i
dipendenti siano stati ampiamente truffati dai loro datori di
lavoro. Mettendo da parte esagerazioni e allarmismi, la crisi di
finanziamento dell’intero sistema pensionistico risulterà
aggravata per l’invecchiamento della popolazione. Le pensioni
pubbliche superano di poco la soglia di povertà – e sono al
di sotto nel caso di molte donne anziane – e solo il 50% dei
dipendenti ha una pensione complementare. Ed è per questo che,
a medio e lungo termine, la crisi potrà essere risolta solo
trovando sostanziali fonti di finanziamento alternative. Per
alcuni, la ‘cultura di massa dell’investimento’ degli anni
’90 sembrò offrire una soluzione possibile, ma oggi quelle
speranze sembrano essersi brutalmente infrante.
Come superare la crisi di finanziamento Il crollo della Enron,
l’indebolimento degli altri piani aziendali e il
sottofinanziamento e le lacune dell’alimentazione delle
pensioni pubbliche rendono urgente la proposta di alternative.
Oggi, diversi esperti approvano il prefinanziamento delle
pensioni pubbliche. In Gran Bretagna, Tony Lynes ha sollecitato
questa misura sulla pensione pubblica complementare legata al
reddito, un’idea lanciata per primo da Richard Titmuss negli
anni ’50. Negli Stati Uniti, tra i sostenitori del
prefinanziamento della previdenza sociale vi sono Alicia Munnell
(Boston College), Peter Diamond (Mit) e Joseph Stiglitz
(Columbia). Le resistenze provengono invece dal settore dei
servizi finanziari, che teme un calo negli affari, e dai
pensatori della sinistra, che contrappongono al potere
finanziario gli enti previdenziali a finanziamento pubblico.
C’è anche la possibilità di elevare il prelievo
contributivo, ma per provvedere alla pensione complementare per
tutti, sarebbe necessaria un’altra importante fonte di
finanziamento, preferibilmente non un’imposta generale sul
reddito, sulla quale gravano molte altre rivendicazioni.
Senza volerlo, i dirigenti d’azienda hanno fornito uno
strumento possibile – le stock options – per provvedere le
ingenti somme necessarie ad assicurare le future prestazioni
pensionistiche sia ai dipendenti dell’azienda che ai cittadini
nell’insieme. Queste stock options, in effetti, generalmente
combinate con i prestiti agevolati, sono un premio
dell’azienda ai dirigenti e ai dipendenti meritori 21. Pur
applicando severe misure su tali opzioni, la legge può
richiedere che tutte le imprese quotate in borsa emettano azioni
equivalenti al 10 o 20% dei profitti annuali destinandole al
fondo fiduciario della previdenza sociale (negli Usa) o a un
insieme di enti pensionistici nazionali e regionali (sia in Gran
Bretagna che negli Usa).
Questa misura di prelievo azionario non sottrarrebbe liquidità
alle aziende, e per un determinato periodo, ad esempio cinque
anni, l’azione non potrebbe essere venduta. Per le imprese
sarebbe più facile versare i contributi, e avrebbero meno
possibilità di ottenere l’esenzione dal versamento dei
contributi previdenzailise nel caso dovessero trovarsi in
difficoltà. In questo modo il contributo dei dipendenti
verrebbe recuperato, e ci sarebbe la garanzia che tutte le
imprese facciano la loro parte, senza compromettere il loro
equilibrio finanziario. Il prelievo azionario, al contrario
della tassa sulle società, non verrebbe trasferito ai
consumatori attraverso un aumento dei prezzi.
Questo sistema può essere adeguato alle future esigenze
pensionistiche, ma non è adatto a rispondere alla prestazione
sociale corrente. Gli enti pensionistici sarebbero liberi di
sviluppare le proprie politiche di investimento, ma rimarrebbero
soggetti a una stretta revisione dei conti societari.
Rappresenterebbero tutti coloro che hanno una partecipazione
nelle future pensioni. Avrebbero bisogno di una consulenza
specialistica attuariale e di investimento, fornita in alcuni
casi dalle istituzioni accademiche e di ricerca, in altri casi
dagli esistenti piani pubblici autogestiti. Le azioni ottenute
tramite il prelievo verrebbero distribuite a questi comitati
regionali in modo da impedire che i lavoratori si ritrovino con
gran parte dei loro risparmi bloccati nelle azioni della società
per cui lavorano. Il prelievo azionario produrrebbe l’effetto
generale di ridurre le pretese di capitalisti e redditieri sui
futuri flussi di reddito, attribuendo ai comitati pensionistici
ampia autorità per stabilire le condizioni di gestione e i
programmi di investimento.
Come i lettori avranno forse capito, l’approccio fin qui
delineato si avvicina piuttosto ai fondi salariali proposti da
Rudolf Meidner negli anni ’70 e parzialmente applicati in
Svezia negli anni ’80 22. Anche se in quel caso le dimensioni
del prelievo azionario furono ridotte dal governo di Olaf Palme,
si poterono ricavare considerevoli somme di denaro, a riprova
che questa misura può funzionare. Meidner trovò il modo di
garantire che le multinazionali non si sottraessero al prelievo
manipolando, o esportando, i profitti ricavati in Svezia. Quando
i fondi furono chiusi da un governo conservatore negli anni
’90, i beni che essi controllavano furono usati per creare una
serie di istituti di ricerca, che contribuirono a porre la
Svezia in una posizione relativamente forte nell’economia
della conoscenza. Nelle condizioni in cui furono applicati,
tuttavia, i fondi salariali non avevano né le dimensioni né la
forza per lanciare una vera e propria politica industriale . Per
creare un nuovo sistema pensionistico sarebbero state necessarie
maggiori risorse e poteri più vigorosi.
L’uso del prelievo azionario per contribuire al finanziamento
di un sistema universale di pensione complementare, e
l’istituzione di comitati regionali e democratici per le
pensioni, in grado di portare a termine le proprie strategie
economiche, rappresentano il tipo di misura che completerebbe e
rafforzerebbe le misure anti-globalizzazione come la Tobin Tax e
il bilancio partecipativo. Il panico pensionistico del 2002 in
Gran Bretagna dovrebbe essere inquadrato nello stesso scenario
internazionale che include i movimenti di sciopero francesi del
novembre-dicembre 1995 e la mobilitazione popolare che ha
rovesciato, nello stesso mese del crollo della Enron, il governo
di de la Rúa in Argentina. Gli attacchi a pensioni e risparmi
scatenano un forte risentimento nei confronti dei regimi
responsabili. La Gran Bretagna ne ha avuto un assaggio nel 2000,
quando un aumento irrisorio di 75 pennies sulle pensioni
pubbliche si è trasformato in una minaccia di umiliazione per
il governo New Labour, che è stato costretto a fare dietrofront
prima della fine dell’anno. Questi episodi suggeriscono che la
questione delle pensioni può costituire un punto d’incontro
proficuo tra no-global e sindacati, autorità locali e nuovi
movimenti sociali; tra chi è stato depredato della propria
pensione e chi non si è mai potuto permettere di risparmiare.
(Traduzione di Francesca Buffo)
___________________________
note: Il saggio di Robin Blackburn ha un ricchissimo
apparato di note, che documentano tutte le tesi e le notizie
offerte nel testo. Per ragioni di spazio siamo costretti, in
questa traduzione, a rinviarne la pubblicazione integrale alla
edizione on-line della «rivista». Le note residue, con
esponenti numerici, sono dell’autore. Le note, con esponenti
in lettere corsive dell’alfabeto, sono della redazione e
chiariscono alcuni termini tecnici del lessico finanziario. a I
fondi pensione a prestazione definita prevedono che
l’ammontare della prestazione da corrispondere sia prefissata
a una percentuale del reddito. I fondi pensione a contribuzione
definita erogano, al momento del raggiungimento dei requisiti
pensionistici, una prestazione proporzionale ai contributi
versati e capitalizzati in funzione del rendimento netto
conseguito dal soggetto cui è stata attribuita la gestione
delle risorse finanziarie. I 401(k), poco sopra e spesso citati
nel seguito, sono i conti pensione individuali connessi
all’andamento del mercato finanziario. b Le stock options sono
opzioni a prezzo scontato sulle emissioni azionarie delle
imprese, molto spesso riservate come benefits agli alti
dirigenti e in genere come premi e incentivi ai dipendenti delle
società con il vincolo della invendibilità a termine. Poiché
con questo sistema spesso i responsabili di bilancio e della
finanza dell’impresa sono anche azionisti, si determinano sia
massiccie distruzioni del risparmio dei dipendenti, sia fenomeni
estesi di illecito condizionamento del mercato azionario (insider
trading).
1 Paul Krugman, L’ascesa dell’e-man, «Fortune»,
maggio 1999: «La fuga della burocrazia degli affari dal mercato
mi è diventata chiara solo di recente, dopo essere stato
assunto nel comitato consultivo della Enron, un’impresa nata
negli anni ‘80 dalla fusione di due compagnie di gasdotti. In
passato, le società dell’energia cercavano di essere il più
possibile integrate verticalmente: per possedere gli idrocarburi
del sottosuolo, i distributori di benzina e ogni altra cosa ci
fosse nel mezzo. La Enron possiede giacimenti di gas, oleodotti
e servizi pubblici ma non è, né cerca di essere, integrata
verticalmente; compra il gas dei pozzi e lo vende a
destinazione, dà e prende in leasing le strutture (e la rete
elettrica) con altre società, compra e vende elettricità, e in
definitiva opera più come un operatore di borsa che fa il
mercato che come una tradizionale corporation. È più o meno
come la differenza tra la banca di tuo padre, che prende i soldi
dai conti dei suoi clienti abituali e li presta ai suoi clienti
abituali, e la Goldman Sachs. Certo, la soddisfazione e
l’orgoglio dell’impresa è una stanza popolata da centinaia
di donne e uomini in abiti casual che sbraitano al telefono
davanti a schermi di computer, dove si scambiano e si fanno
pacchetti con metri cubi e megawatt come se fossero derivati
finanziari (invece della Cnbc, sugli schermi televisivi scorrono
le immagini dei bollettini meteorologici). L’intero scenario
sembra quasi allestito per illustrare la fine della corporation
come la conoscevamo. Cosa è successo all’uomo in completo di
flanella grigio? In parte è sicuramente rimasto vittima del
sesso (pardon, volevo dire del genere), di droga e rock’n roll,
cioè del cambiamento sociale; è rimasto anche vittima della
tecnologia dell’informazione, che ha finito per distruggere,
invece di rinvigorire, la corporation. Ma forse l’elemento
scatenante è stato il cambiamento di linea, lo spostamento
verso la politica di mercato, sebbene il ruolo del governo non
sia stato del tutto eliminato. È ancora un’ipotesi plausibile
che, in un mercato della telefonia totalmente deregolato, le
imprese di comunicazione a lunga distanza si accaparrino le
aziende locali negando ai propri clienti il diritto di
collegarsi con i rivali, e che l’impero del male – o almeno
il capitalismo monopolistico – stia per risorgere. Tuttavia,
sempre più mercati – oggi di telefoni, gas, elettricità,
domani forse di sistemi operativi e di accessi a internet ad
alta velocità – sono caratterizzati da una combinazione di
deregulation, che permette l’accesso di nuovi competitori, e
di regulation basata sui ‘normali vettori’, che impedisce
agli intermediari di praticare favoritismi, rendendo possibile
un mercato senza imposizioni. Chi lo avrebbe mai detto?
L’economia del millennio si sta rivelando più simile allo
scenario prospettato da Adam Smith – o meglio ancora,
dall’economista vittoriano Alfred Marshall – che il futuro
dominato dalle corporations prefigurato da generazioni di
sapientoni dei grandi cartelli. Rispolverate quei vecchi libri
di testo: non sono mai stati tanto utili. c È un contratto a
termine standardizzato che viene trattato su appositi mercati.
Chi sottoscrive un contratto d’acquisto e/o vendita di un
future si impegna ad acquistare/vendere a una data e a un prezzo
prefissato il totale dei beni facenti parte del contratto. d
Interest rate swap: nel mercato dei capitali gli swap sui tassi
di interesse consistono nello scambio di flussi di pagamento
periodici nella stessa divisa, determinati da tassi di interesse
periodici.
2 Duncan Campbell, New Enron Scandal Link to Bush,
«The Guardian», 2 febbraio 2002. L’ex presidente della
commissione ha anche riferito di una telefonata ricevuta da Lay,
per cui «lui e la Enron vorrebbero sostenermi come presidente,
ma dovremmo prima concordare alcuni principi». e È
l’intervento di salvataggio operato nel 1998 dalla Federal
Reserve in seguito alla gravissima crisi dei fondi speculativi.
f Sono strumenti finanziari derivati i cui valori variano
linearmente al variare delle attività sottostanti.
3 Charles Pretzlick and Gary Silverman, What Goes
Around, «Financial Times», 31 gennaio 2002. g Special purpose
entities (Sep) sono società-taxi create da chi trasferisce o
crea un patrimonio per realizzare uno scopo determinato. Molte
grandi imprese si servono di questi strumenti, o ‘veicoli
finanziari’, per accedere al capitale di rischio o di
gestione. Il livello di capitale o il grado di riduzione del
rischio ottenuti con queste tecniche al limite della legalità
sono determinati dallo scopo specifico attribuito a questi
strumenti o ‘veicoli finanziari’.
4 Se una delle banche – la prima candidata
sarebbe la JPMorganChase – risultasse alla fine minacciata per
le perdite accumulate (rivelate anche in seguito alla bancarotta
argentina), e per le sue tecniche speculative, un intervento
federale diventerebbe alquanto probabile.
5 Andrew Hill and Stephen Fidler, Enron Ties Itself
Up in Knots, Then Falls Over, «The Financial Times», 30
gennaio 2002. Molti analisti assunti dalle società finanziarie
sono sempre stati ottimisti sulla Enron, fino all’ottobre
2001. I partecipanti dei grandi fondi pensione non avrebbero
dovuto lasciarsi coinvolgere dal notorio entusiasmo degli
analisti di Wall Street, ma si fecero irretire dal fatto che le
principali banche erano fortemente impegnate a configurare – e
a vendere – le partecipazioni della Enron. Si veda Joshua
Chaffin and Stephen Fidler, CSFB Team Played Key Role in Setting
Up Enron Partnerships, in «The Financial Times», 4 marzo 2002.
Nel suo saggio The Pursuit of Happiness (Londra 2000), Robert
Kelsey, funzionario britannico di una banca investimenti che
lavora a New York, fa un resoconto vivace, per quanto
leggermente romanzato, dei tentativi di una banca britannica di
prestare soldi a ‘Hardon’, uno scambista del settore energia
di Houston, in cui è la banca a proporre un complesso labirinto
di «opzioni swap».
6 Christopher Parkes, «The Finanacial Times», 27
divembre 2000.
7 Robert Brenner, The Boom and the Bubble, «New
Left Review» 6, novembre-dicembre 2000, pp. 26-27 [trad. it.,
La bolla e il boom, «la rivista del manifesto», 14, febbraio
2001].
8 Adam Harmes, Mass Investment Culture, «New Left
Review», 9, maggio-giugno 2001, pp. 123-124.
9 Robin Blackburn, The New Collectivism: Grey
Capitalism and Pension Reform, «New Left Review» 1,
gennaio-febbraio 1999.
10 E.J. Dionne, Shareholders and Workers in the
Same Camp, «Washington Post», 20 febbraio 2002.
11 «Business Week», 25 febbraio 2002.
12 Jim Chanos, che gestisce il fondo speculativo
Ursus Partners, ha fiutato l’inganno circa un anno prima il
crollo della Enron, indicando l’impresa come uno dei suoi
principali bersagli alla conferenza Bears in Hibernation [Orsi
in ibernazione] tenuta a Miami a febbraio 2001. Chanos aveva
meno accesso ai conti della Enron delle grandi banche,
ciononostante osserva: «Sappiamo per esperienza che la
contabilità basata sui ‘profitti sulle vendite’ producono
nei dirigenti, stimolati dal fatto che essi sono titolari di
stock options e di azioni provilegiate, l’irresistibile
tentazione, di trarre profitti dal nulla». Jonathan Laing,
Ursus Major, «Barron’s», 28 gennaio 2002.
13 Us Pension Fund Slashes Holdings in Southeast
Asia, «International Herald Tribune», 22 febbraio 2002. Oltre
alla complicità del Calpers nella truffa delle partecipazioni
fuori bilancio della Enron, il fondo ha un’altra ragione per
voler ripulire la sua immagine: il piano si è appena ripreso da
uno sgradevole contrasto pubblico tra i suoi amministratori
fiduciari sull’opportunità che al responsabile degli
investimenti venisse permesso di guadagnare più di ogni altro
funzionario pubblico nello Stato (il cui salario è di 260.000
dollari l’anno, una miseria per gli standard di Wall Street).
Il conflitto si è risolto con le dimissioni del dirigente
coinvolto. Investment Chief at Calpers Quits After Ruling on Pay,
«New York Times», 14 novembre 2001.
14 Naomi Klein, No Logo, London 2000 [trad. it.,
Rizzoli, 2001], p.205. Anche gli azionisti di un altro grande
fondo che riunisce gli accademici americani, il Tiaa-Cref, fanno
pressioni per un approccio socialmente responsabile.
15 Raiding your 401(k), «Wall Street Journal», 20
dicembre 2001.
16 Nicholas Timmins, Pension Decisions That
Ministers May Pay For, «Financial Times», 11 febbraio 2002.
17 Darren Behar e Matt Kovac, Pensions: the Crisis
Deepens, «Daily Mail», 20 febbraio 2002.
18 Shameful Betrayal of All Our Futures: è chiaro
il gioco di parole fra futuro e futures [NdT]. h L’out-sorcing
è in genere l’affidamento ad aziende esterne di sezioni della
produzione dell’azienda madre; qui il riferimento è
all’affidamento del risparmio pensionistico dei dipendenti a
società finanziarie esterne.
19 Back to Beveridge, «Financial Times», 18
febbraio 2002.
20 Michael Peel, Accounting Board Faces Enron
Effect, «Financial Times», 15 febbraio 2002. Nel testo si
legge che «l’impresa ha fatto trapelare di essere disposta a
pagare per riuscire a influenzare le politiche della commissione».
21 Si veda Brenner, The Boom and the Bubble, cit.
pp. 23-24 [trad. it. cit.].
22 Il piano originale è illustrato in Rudolf
Meidner, Employee Investment Funds: An Approach to Collective
Capital Formation, Londra 1978
Il saggio di Robin Blackburn è stato pubblicato,con il
titolo di The Enron Debacle and the Pension Crisis, nel
fascicolo marzo-aprile della «New
Left Review» (http://www.newleftreview.net/) , che
ringraziamo.