11 SETTEMBRE 2001: un anno dopo
Dall'eroe Mel Gibson ("We were
soldiers") nell'inferno del Vietnam
a "Black hawk down", il grande schermo ha scelto la
retorica
Patriottico e manicheo il
cinema a stelle e strisce
Ma dopo un anno New York ricomincia a
vivere anche nelle pellicole
E su un eventuale attacco all'Iraq voci critiche dallo
"star system"
di CLAUDIA MORGOGLIONE
L'immagine simbolo è quella di un Mel Gibson eroico
nell'inferno del Vietnam, pronto a sacrificare se stesso e i
suoi uomini pur di difendere l'American way of life. Il
film è We were soldiers, ancora in programmazione in
qualche sala italiana: icona assoluta della Hollywood post-11
settembre, storia quasi troppo "esemplare" per essere
vera. Così retorica, così patriottica, così manichea. Col suo
ricordare che la guerra è faccenda cruenta, certo, ma non per
questo meno inevitabile. E meno onorevole, per chi la combatte
dalla parte dei Giusti.
Insomma: un segnale di come e quanto il cinema a stelle e
strisce sia cambiato, dopo l'apocalisse delle Torri. Non tutto,
ovviamente; ma il mutamento c'è stato, eccome. Scene con le
Twin Towers tagliate (Spider-Man, Men in black 2),
uscite di film rimandate (Danni collaterali, Windtalkers),
listini improvvisamente pieni di commedie romantiche, magari
tirate fuori dal cassetto. Ma anche, all'inverso, kolossal che
da pop-corn movie assumono significati profetici: come Al
vertice della tensione con Ben Affleck e Morgan Freeman,
tuttora nelle nostre sale. Tratto da Tom Clancy, evoca un
attacco terroristico atomico sul territorio Usa: e infatti il
titolo orriginale è The sum of all fears, qualcosa che
riassume tutte le paure possibili.
Paura, dunque. E poi senso della patria, invito a far fronte
comune contro il Nemico. E infatti, all'indomani delle stragi,
si formò uno schieramento unito che vedeva, ai due estremi,
l'icona reazionaria Charlton Heston e l'icona liberal Woody
Allen. Tutti insieme appassionatamente, in nome della lotta al
terrorismo. A esprimere questa "Hollywood con
l'elmetto", film come il già citato We were soldiers,
lontano anni luce dalla tradizione anti-Vietnam stile Platoon.
O il più interessante Black hawk down di Ridley Scott,
uscito lo scorso inverno: ambientato in Somalia, mostra come i
cattivi siano in realtà cattivissimi, e come la superpotenza
non debba sottovalutarne la ferocia. Un messaggio giunto sugli
schermi nel pieno dell'operazione militare in Afghanistan.
E adesso? Nella stagione cinematografica appena cominciata, il
manicheismo comincia a smussarsi. Le cose diventano un po' meno
bianche o nere. Anche New York viene sdoganata: ad esempio nella
commedia brillante Kissing Jessica Stein, dal 20
settembre nei nostri cinema, la Grande Mela smette il lutto, e
torna a essere la capitale dei dialoghi vivaci, del divertimento
intelligente, dei single che cercano amori o avventure. Come
avviene da anni, sul piccolo schermo, nella serie Sex and the
city (anche qui, però, una puntata che mostrava un allarme
terrorismo in metropolitana è stata cancellata senza pietà).
Sempre della serie "ritorno alla normalità", il
thriller The phone booth di Joel Schumacher (uscita:
primavera 2003), interamente girato dentro e fuori una cabina
telefonica della città. Alla faccia della paranoia.
Intendiamoci: la minaccia terroristica, il complotto mondiale
contro gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali, continua
a essere un tema forte. Anche un divo poco amato dai critici ma
dotato di grande seguito come Jean-Claude Van Damme lo ha
capito, e così nel prossimo Retailed diventa
protagonista di una storia di spionaggio internazionale. Del
resto, nel post-11 settembre, c'è un nuovo proliferare di
agenti segreti da grande schermo. Tra gli eroi della stagione
cinematografica appena cominciata, citiamo, in ordine sparso, il
Matt Damon di The bourne identity, lo Sean Connery di End
game, l'Al Pacino di Rhe recruit: tutti agenti in
servizio alla Cia.
Quanto allo star-system, va detto che tra i divi qualcosa sta
cambiando. Compatti a sostenere l'intervento in Afghanistan, ben
più cauti di fronte a un possibile attacco all'Iraq. A rompere
il fronte dell'unanimismo è stata una coppia coraggiosa, Susan
Sarandon e Tim Robbins; protagonisti, tra l'altro, di una
bellissima pièce teatrale sull'11 settembre, rappresentata a
New York e poi al Festival di Edimburgo. "Non
crediamo", hanno dichiarato, "che l'espansione
militare della violenza sia la soluzione del problema".
Quasi le stesse parole pronunciate da uno dei loro amici più
cari, unico americano a partecipare al film-evento 11'-09''-01:
Sean Penn.
(8 settembre 2002)
Da CLARISSA.it
http://www.clarissa.it/12info.htm
QUANDO L’INFORMAZIONE VA IN GUERRA
di Simone
Santini
Esiste ormai la consapevolezza che le guerre non scoppiano al primo colpo di cannone, esse sono spesso il frutto, specialmente in questa epoca, di analisi strategiche di lungo periodo in cui interessi imperiali, nazionali e privati tendono a fondersi e sovrapporsi. Come facilmente previsto da Clarissa fin dalla scorsa estate, la guerra in Iraq è scoppiata dopo una lunga gestazione che aveva il preciso scopo di preparare, da un lato, l’opinione pubblica, e inoltre cercare da parte degli Stati Uniti uno scudo internazionale che la giustificasse. Questa volta, al contrario di altre campagne mediatiche di successo (come nel caso del Kosovo), entrambi gli obiettivi sono falliti. L’inconsistenza dei pretesti e la divergenza di interessi tra USA e una parte dell’Europa, Russia e Cina, hanno fatto fallire i propositi. Gli Stati Uniti vanno in guerra diplomaticamente sconfitti, sia nei confronti delle opinioni pubbliche (in questo senso è grave lo smacco verso quelle europee), sia nei confronti di molti governi alleati o potenzialmente tali.
Il
tentativo di creare un consenso all’intervento armato non è comunque mancato.
È stato interessante verificare come sullo scenario italiano l’informazione
di massa (telegiornali e talk shows di emittenti nazionali, quotidiani a grande
diffusione) si sia mossa con ambiguità, dovendo bilanciare e tenere insieme
posizioni opposte: un governo nettamente schierato e solidale con gli americani
ma preoccupato per l’ampio contrasto popolare alla guerra, il Vaticano
esplicitamente contrario ma con una capacità di intervento solo morale, una
opposizione politica apparentemente contraria “senza se e senza ma” e
tuttavia incapace in molte sue parti di analizzare fino in fondo motivazioni e
presupposti di questa guerra (e quindi incapace di elaborare un coerente schema
logico e politico da contrapporre a quello dominante).
In
questo pezzo si vuole dunque cercare di smascherare alcune tra le più
macroscopiche manipolazioni da parte di organi mediatici e rappresentanti
politici, manipolazioni che vengono ossessivamente ripetute al punto da essere
infine tranquillamente accettate e poste come presupposto per comportamenti o
decisioni politiche. Smascherare
questa manipolazioni è, a nostro avviso, non solo un contributo di verità e
onestà intellettuale, ma serve anche a svelare meccanismi di ripetizione di
comportamenti e tecniche per la disinformazione di massa.
“Si vis pacem, para bellum” se vuoi la pace, prepara la guerra. È solo con la minaccia dell’uso della forza, è solo mostrandosi uniti e forti difronte al nemico, che si può costringere dittatori come Saddam Hussein a trattare.
Questo
concetto è stato più volte ripetuto dalle più alte cariche del governo
italiano, e in generale rappresenta un tipico schema di riferimento per tutte le
guerre americane contemporanee, da quella del Golfo nel ’91 ad oggi. Questo
schema (evidentemente ripreso da un modello politico/militare dei romani, uomini
che di imperi qualcosa sapevano) è frutto dell’elaborazione di cinquanta anni
di guerra fredda in cui l’equilibrio, creato dalla paura nucleare e dallo
sfoggio della potenza militare, aveva parzialmente funzionato scongiurando una
guerra globale, ma di fatto “costringendo” le due super potenze a
confrontarsi, indirettamente, in guerre regionali a “bassa intensità”
(Corea, Vietnam, Afghanistan, Nicaragua, solo per citare le più note e
sanguinose). Il venir meno di un braccio della bilancia (la fine dell’Unione
Sovietica), ha fatto saltare la logicità del sistema, dunque esso viene oggi
utilizzato con una prospettiva ben diversa.
La
finalità del “si vis pacem, para bellum” è, oggi, essenzialmente
propagandistica: consente la metabolizzazione del concetto di guerra presso
l’opinione pubblica preparandola psicologicamente attraverso una graduale
escalation; dimostrerebbe la volontà nella ricerca della pace che viene solo
frustrata dagli ostinati rifiuti del nemico di turno; consente l’appianamento
o la demonizzazione, sul fronte interno, delle voci discordanti e critiche.
Tale ultimo aspetto è da tenere particolarmente in considerazione per
l’opinione pubblica americana che è fortemente incline al compattamento
difronte ai richiami “patriotici” in tempo di crisi belliche.
Ora,
che questo schema abbia una funzione solo strumentale, è ampiamente dimostrato
dagli eventi storici: nel ’91 si preparò la guerra per costringere Saddam
Hussein a ritirarsi dal Kuwait e si giunse al conflitto; nel ’99 si preparò
la guerra per costringere Milosevic a ritirarsi dal Kosovo e si giunse al
conflitto; nel 2001 si preparò la guerra per costringere i Talebani a
consegnare bin Laden e si giunse al conflitto; oggi si è preparata la guerra
per costringere Saddam Hussein a disarmare e si è giunti al conflitto. Anche
credendo alla buona fede di coloro che propugnano questo modello, si deve
ammettere che quanto meno esso è totalmente inefficace. Per il futuro
resta solo la speranza che, invece di preparare la guerra, i governi occidentali
comincino piuttosto a preparare la “pace”: di certo i risultati non
potrebbero essere peggiori di quelli ottenuti finora.
Nel 1998 Saddam Hussein ha cacciato gli ispettori dell’ONU che controllavano il disarmo dell’Iraq. Perché lo ha fatto se non aveva nulla da nascondere?
Questo
argomento è uno dei cavalli di battaglia di coloro che considerano il regime
dell’Irak come una minaccia reale degli equilibri internazionali per la sua
vocazione a possedere e utilizzare armi di distruzione di massa. Tale
affermazione è stata fatta in numerosi contesti informativi da più di un
personaggio, quasi mai è stata contestata, al punto da essere ormai comunemente
accettata come “vera”. In realtà risulta essere profondamente inesatta, e
sotto molti punti di vista.
Nel
1998 la missione Unscom dell’Onu, che dal ’91 presiedeva alla distruzione
degli armamenti irakeni e ne controllava il riarmo, fu ritirata unilateralmente
dal suo capo, Richard Butler, sotto la pressione di Washington. Lo stesso Butler
sosteneva che la decisione fu la necessaria conseguenza dell’ostruzionismo di
Baghdad verso le ispezioni, la missione fu dunque ritirata, non cacciata. Se le
cose stessero realmente così si dovrebbe solo mettersi d’accordo sulle
parole, di fatto il ritiro o la cacciata sarebbero comunque da imputarsi al
comportamento del regime. Viene però
da porsi alcune domande: perché Saddam Hussein accetta gli ispettori dal ’91
al ’98? perché durante quegli anni consente che presiedano all’azzeramento
del suo arsenale (così come viene riconosciuto pubblicamente da un altro
ispettore, Scott Ritter) e quando il lavoro è praticamente terminato comincia
un ostruzionismo tale da costringerli ad andarsene?
Il
6 giugno del 1999 (come afferma Fulvio Scaglione nel suo reportage Requiem
per Saddam pubblicato su Famiglia Cristiana) il segretario generale
dell’Onu, Kofi Annan, in ultima analisi il responabile definitivo della
missione Unscom, ammette che alcuni ispettori di quella missione avevano spiato
l’Irak per conto degli Stati Uniti e ciò aveva “recato grave danno alle
Nazioni Unite”.
Alla
luce di tale affermazione (da cui ogni altro ragionamento dovrebbe derivare,
mentre invece viene costantemente occultata), la ricostruzione dei fatti appare
ben diversa: l’Irak accetta gli ispettori nel ’91, questi svolgono il loro
lavoro con successo fino al ’98, alcuni di loro vengono scoperti come agenti
americani e Baghdad accusa la missione di spionaggio, Richard Butler ritira la
missione accusando gli irakeni di ostruzionismo. Solo alla stregua di questa
ricostruzione, ognuno può finalmente trarre le conclusioni che ritiente
opportune.
È vero, la situazione umanitaria dell’Irak odierno è molto grave. Purtroppo ci si è trovati davanti a una scelta dolorosa: lasciare a Saddam Hussein la possibilità di imperversare con le sue armi di distruzione di massa, oppure cercare di bloccarlo facendo ricorso anche all’embargo economico. Tuttavia noi siamo sensibili alle sofferenze della popolazione civile irakena, per questo nel ’96 è stato varato, sotto l’egida dell’Onu, il programma “oil for food” che consente al regime di vendere una quantità di petrolio per poter acquistare cibo e medicinali. Il problema è che Saddam preferisce spendere i suoi soldi in armamenti piuttosto che sfamare il suo popolo. La colpa del disastro dell’Irak è tutta sua.
La
presentazione in questi termini della situazione derivante dall’embargo all’Irak
da parte delle Nazioni Unite rappresenta la mistificazione di uno dei più gravi
atti contro l’umanità della storia contemporanea. In dieci anni l’embargo
ha causato un numero imprecisato di morti, tutte le fonti indipendenti
concordano sulla misura di alcuni milioni, di cui moltissimi bambini (più di
500mila secondo l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della Sanità) su una
popolazione totale compresa tra 20 e 25 milioni: cioè un autentico genocidio
(che dire delle giornate della memoria sull’olocausto con lo slogan: bisogna
ricordare affinchè non accada mai più?!).
L’imposizione
dell’embargo avvenne nel ’91 conseguentemente alla prima guerra del Golfo.
Se impedire il riarmo dell’Irak con il blocco delle frontiere e
l’imposizione delle zone di non sorvolo a nord e sud del Paese, poteva avere
un senso politico/militare subito dopo la fine della guerra, impedire
l’accesso di generi alimentari e medicinali apparve subito come una punizione
cinica e insensata nei confronti della popolazione civile. Questa punizione si
è poi protratta per dieci lunghi anni su uno stato già fiaccato da una lunga
precedente guerra (contro l’Iran), causando una regressione generale della
società irakena e portando al disastro umanitario che si diceva. I tentativi
per giungere alla revoca dell’embargo sono incappati contro
la fermezza di due nazioni, Stati Uniti e Gran Bretagna, i quali, come
membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, hanno bloccato ogni
tentativo e richiesta.
Contro
chi avanza l’ipotesi che la situazione della popolazione irakena fosse già
disagiata prima dell’embargo, proponiamo alcune cifre che spazzano via ogni
dubbio (fonte è la testata giornalistica del Televideo Rai): il tasso di
malnutrizione della popolazione infantile è passato dall’1% dell’89 al 21%
attuale; la mortalità infantile è più che raddoppiata fino a raggiungere il
10,8%, un tasso simile a quello di Etiopia e Burkina Faso; la percentuale di
accesso all’acqua potabile era del 93% della popolazione, ora è scesa al 47%;
gli analfabeti erano il 15%, ora sono il 47%.
L’analisi
della fluttuazione della disponibilità alimentare per calorie della popolazione
ci offre uno spunto molto interessante: nel 1989 l’irakeno medio aveva una
disponibilità giornaliera di 3100 calorie, nel 1996 era scesa fino a 1200
calorie, poi con l’inaugurazione del programma “oil for food” è risalita
fino alle odierne 2200. Questo dimostra chiaramente come, anche con un moderato
allentamento delle sanzioni, la situazione per la popolazione sia subito
migliorata e dimostra pertanto come i morti e le privazioni fossero conseguenza
diretta dell’embargo.
L’altro
argomento forte, e cioè che il regime spenda i soldi in armamenti invece che in
cibo, appare assolutamente grottesca: se si ammette che Saddam acquista armi sul
mercato del contrabbando internazionale, una domanda nasce spontanea: che senso
ha avuto un embargo decennale con milioni di morti se poi il regime ha la
possibilità di armarsi grazie al contrabbando? Se invece si ipotizza che Saddam
utilizzi i soldi provenienti dal programma “oil for food” si compie un
deliberato atto di disinformazione. Tale programma è stato approntato tecnicamente
proprio per scongiurare tale possibilità, esso funziona in questo modo: si dà
al regime la possibilità di vendere sul mercato internazionale una quantità di
petrolio predefinita; i ricavi di tale vendita sono messi sotto custodia presso
banche con sede a New York; il regime fornisce al Consiglio di Sicurezza dell’Onu
una lista di prodotti che si intende acquistare; il Consiglio approva o boccia
ogni singola voce, le merci approvate vengono acquistate con i fondi a
disposizione; le merci vengono portate in Irak e quindi distribuite. Pertanto è
chiaro come il regime irakeno non abbia mai l’autonoma disponibilità dei
fondi, anzi, il controllo del Consiglio di Sicurezza (in cui, è bene ricordare,
siedono i rappresentanti di USA e
GB) è talmente penetrante che in passato sono state bocciate forniture di
ambulanze, strumenti diagnostici, vaccini, per il timore che una volta giunti in
Irak potessero essere modificati per costruire armi di distruzione di massa.
Tale situazione ha portato alla ribellione degli stessi funzionari dell’Onu
che presiedevano al coordinamento dei programmi umanitari: se i due precedenti (Dennis
Halliday e Hans von Sponeck) si sono dimessi per non essere “complici” del
disastro umanitario, l’attuale coordinatore, il portoghese Lopez Da Silva,
scrive (così come riportato da Famiglia Cristiana): “I miglioramenti
ci sono stati ma sono artificiali e, se il Programma si fermasse, il ritorno
alla situazione del 1995 sarebbe ancora più rapido del declino tra il ’90 e
il ’95. Prima delle sanzioni, il cittadino iracheno medio aveva contanti e
proprietà. Oggi no: la sua dipendenza dai servizi e dai salari distribuiti
dallo Stato, che in pratica è l’unico datore di lavoro, è totale”.
Tirate
le somme, a cosa sono servite le sanzioni in questi anni? A distruggere il
tessuto sociale di una Nazione, a provocare il suo imbarbarimento, a rendere i
civili ancora più schiavi e dipendenti nei confronti del loro dittatore. In
nome di cosa? È evidente: in nome della libertà del popolo irakeno!
Nessuno ama la guerra, e la scelta del conflitto è sempre una tragedia e una sconfitta. Ma come si può fermare altrimenti un dittatore come Saddam che durante gli anni del suo regime ha sempre aggredito gli stati confinanti e massacrato il proprio popolo? Si dovrebbe rimanere inerti come sostengono i pacifisti?
Di
nuovo, questa impostazione è inaccettabile e ammettendone la buona fede, miope.
La storia moderna dell’Irak rappresenta un tipico esempio di come
l’Occidente si è rapportato con le Nazioni in via di sviluppo e che
possedevano un’importanza vitale per la loro posizione strategica e per la
ricchezza delle risorse naturali. Il dittatore Saddam Hussein non è caduto da
una nuvola sul trono di Baghdad in un giorno di pioggia: gli sponsor del
criminale Saddam hanno nomi e cognomi ben precisi ed abitano negli Stati Uniti,
in Gran Bretagna, in Francia…
Il
partito di Saddam Hussein giunge al potere in Irak con un colpo di stato nei
primi anni ‘60, il golpe fu appoggiato dalla CIA per abbattere un governo
nazionalista contrario agli interessi petroliferi delle multinazionali
occidentali. Saddam Hussein scala la gerarchia del potere sfruttando abilmente
la sua capacità di organizzazione dei servizi segreti irakeni, diventa
vice-presidente e nel ’79 raggiunge l’apice del potere. Saddam Hussein è
visto in Occidente come un modernizzatore laico e un ottimo partner commerciale,
è indifferente che dimostri fin da subito la sua attitudine criminale con la
repressione interna nei confronti degli oppositori politici e delle minoranze
etniche. Le amministrazioni Reagan-Bush senior e quella della signora Thatcher
forniscono tutto il necessario per far scendere in guerra l’Irak contro
l’Iran khomeinista, una commissione del senato americano ha dimostrato nel
’94 che furono gli stessi Stati Uniti a fornire a quel regime le famigerate
armi di distruzione di massa, compreso l’antrace che arrivava direttamente dal
Pentagono. Saddam, forte di tale protezione, non esita ad usare i gas contro gli
iraniani e contro i curdi nel 1988.
Nel
1990, dopo l’invasione del Kuwait, l’Occidente sembra improvvisamente
svegliarsi dal torpore e si accorge di cosa sia realmente Saddam, ma di nuovo,
se si leggono i fatti oltre la propaganda, la “conversione” appare solo di
facciata. Benchè militarmente sconfitto il dittatore di Baghdad rimane saldo al
timone di comando, le truppe americane che avevano partecipato a Desert Storm
rimangono a guardare la Guardia Repubblicana irakena che reprime nel sangue la
rivolta sciita nel sud, e anni dopo anche una rivolta curda nel nord che doveva
portare ad un colpo di stato, viene tradita dall’amministrazione Clinton e
Saddam rimane al suo posto. In effetti, se si osserva la situazione del Golfo
nell’estate del ’90 (prima della guerra) e poi nell’estate nel ’91 (alla
fine della guerra), si nota una sola sostanziale differenza: l’occupazione
militare permanente degli USA con le basi in Arabia Saudita, Kuwait,
Emirati Arabi… Ci si è interrogati per anni sui motivi per cui le truppe
statunitensi non avessero mai finito il lavoro nel Golfo e si fossero fermate a
poche decine di chilometri da Baghdad. La risposta più logica è la seguente:
come potevano giustificare i governi della penisola arabica difronte alle loro
opinioni pubbliche la presenza militare statunitense di occupazione ? Solo con
il resistere, oltre i confini, della fantomatica minaccia del mostro Saddam
Hussein… il dittatore offre ancora i suoi servizi ai nemici, essendo
semplicemente l’uomo giusto al posto giusto, è Saddam l’elemento chiave per
il mantenimento degli equilibri politici della penisola arabica sotto l’egida
delle forze militari americane.
La
resa dei conti attuale denota non una volontà di giustizia ma
semplicemente un cambiamento di fase: Saddam Hussein ha terminato la sua
funzione ed ora può essere abbattuto, la ridefinizione delle strategie per il
Medio Oriente farà il suo corso, forse Saddam verrà ripagato con un esilio
dorato al termine della guerra, forse verrà eliminato.
Quindi
non si può chiedere ai pacifisti cosa fare in alternativa alla guerra, la
guerra è lo strumento principale di questo tipo di politica, è questo tipo di
politica che genera mostri a proprio uso e consumo. I pacifisti non possono fare
altro che pensare una opposta conduzione delle relazioni internazionali e
nella drammaticità attuale dichiarare: “non nel mio nome”.
L’Irak possiede armi di
distruzione di massa. Spetta al regime fornire le prove del suo disarmo se non
vuole andare incontro a “gravi conseguenze”.
Questo
concetto, ormai accettato senza troppe discussioni, ribalta ogni principio
minimo di civiltà giuridica: si tratta di una vera e propria “inversione
dell’onere della prova”. Da quando, in epoche ormai remote, le regole della
convivenza civile hanno abbandonato metodi ordalici (in cui i contendenti
si sfidavano in prove fisiche e il vincitore aveva il premio di esprimere la
verità), l’onere della prova spetta, per ovvietà logica prima di tutto,
a colui che accusa. Se valesse il contrario, se cioè si costringesse
l’accusato a fornire la prova di non aver commesso un fatto, ci si
troverebbe difronte alla necessità di fornire spesso prove diaboliche (come
dicevano i Padri del diritto durante il medio evo).
Pertanto,
abbandonare questi principi significa rinunciare alla civiltà giuridica
occidentale (a proposito di scontro tra civiltà…) per tornare ad una sorta di
stato di natura in cui è il più forte che detta legge. Gli americani
possono accusare impunemente e presentare a sostegno dossier di prove che non
resisterebbero a nessun vaglio critico indipendente, e lo possono fare perché
tanto spetta agli altri dimostrare la propria innocenza, perché la verità non
nasce più dal confronto obiettivo sui fatti. La potenza, non la ragione,
decide da che parte sta la verità. La civiltà ormai usa la forza, il diritto
lasciamolo ai barbari.
*********************************
Quelli
presentati sono solo alcuni macroscopici esempi di disinformazione e
manipolazione. Il loro intento è, a nostro avviso, non solo la diffusione di
notizie false a scopo propagandistico, ma soprattutto quello di creare nel campo
della comunicazione un “rumore di fondo” (espressione coniata in questo
contesto dal giornalista Giulietto Chiesa) e schemi di ragionamento politico che
nel lungo periodo propaghi, presso l’opinione pubblica, la corruzione delle
analisi personali, il senso di confusione, il senso di inadeguatezza verso
argomenti troppo grandi o complessi per essere giudicati da una persona comune.
Il tutto è evidentemente funzionale al mantenimento dello status quo.
In
termini più generali, questa analisi ci permette di rilevare due aspetti
fondamentali e inquietanti. Primo: la ormai definitiva scomparsa (salvo
benemerite eccezioni) dell’inchiesta giornalistica investigativa sui media di
massa; o meglio, le uniche inchieste investigative riguardano mondi che non
riguardano più la politica, mentre si fa grande sfoggio di mezzi per informare
su casi eclatanti di cronaca nera o rosa (il caso Cogne, per citarne uno fra i
tanti, e i fidanzamenti delle veline sull’altro versante). Questo ha portato
un tangibile degrado della qualità professionale del giornalista, sempre più
addetto alla diffusione di modelli culturali artificiosi, sempre meno
“inviato” per leggere e conoscere la realtà.
Secondo:
stupisce e preoccupa che anche coloro che avrebbero l’accesso a canali
informativi di massa, perché ad esempio partecipano a talk shows su emittenti
nazionali (ci si riferisce in particolare a rappresentanti dei partiti politici
di opposizione o grandi firme del giornalismo), tendano ad appiattirsi sugli
schemi proposti e quasi mai contestino apertamente, magari prendendo spunto da
dati reali e sotto gli occhi di tutti, le
“strutture” dei modelli informativi. Perché non lo fanno? Incapacità?
Calcolo politico o personale? Gioco delle parti?
Solo
internet e alcuni quotidiani o periodici con riferimenti culturali precisi, e
quindi con utenza di nicchia e già sostanzialmente “avveduta” su certi
argomenti, riescono allo stato attuale ad essere, purtroppo, voci fuori dal
coro. Una speranza: se è vero che il battito d’ali di una farfalla in Cina può
provocare un ciclone sull’atlantico, forse molti soffi di verità possono far
cambiare il vento della comunicazione. Basta non smettere di soffiare…
Mercoledì,
19 marzo 2003
GUERRA ALL’IRAQ: PANORAMA CON L’ELMETTO
Checché se ne dica il pezzo più scandaloso fra quelli pubblicati sul numero di Panorama in edicola (8 agosto 2002) non è la (molto pubblicizzata) intervista al ministro della Difesa Antonio Martino ("Ma contro il dittatore ci saremo anche noi", di Pino Buongiorno, p.79), in cui si dichiara la disponibilità dell’Italia a partecipare con proprie truppe a un eventuale attacco all’Iraq.
Ben pochi apparentemente hanno fatto caso all’editoriale pubblicato a pagina 13 ("La guerra all’Iraq si farà"). Si tratta di un pezzo di rara faziosità e scorrettezza, che arruola a tutti gli effetti questo settimanale fra i megafoni della propaganda bellica.
Sottotitolato "Perché un intervento definitivo e risolutivo contro Saddam è davvero necessario", il pezzo è pervaso di assolute certezze, mai suffragate, tuttavia, da un qualsiasi riscontro obiettivo.
Alcuni esempi.
"L’Iraq è davvero un impero del male. Pericoloso perché dispone di armi chimiche e batteriologiche, di missili per poterle lanciare sui paesi vicini dove si trovano le truppe americane e su Israele. In più l’Iraq sta correndo disperatamente verso l’armamento nucleare. E ancora: finanzia il terrorismo internazionale. Baghdad insomma è una minaccia per la stabilità del Medio Oriente e per il mondo intero".
Ma il bello deve ancora venire.
"Saddam Hussein" – prosegue l’editoriale – "è il più spietato dei dittatori. Ha trasformato, per esempio, dei caseggiati, nei settori più popolosi di Bassora, in basi per missili Scud con testata chimica e batteriologica. Si apre il tetto dei palazzi, parte il razzo e semina terrore e morte nei campi militari americani ai confini col Kuwait.
In un caso del genere le contromisure americane contro la base di lancio devasterebbero mezza Bassora e farebbero migliaia di vittime, a tutto vantaggio del dittatore.
Ecco perché l’intervento definitivo e risolutivo contro Saddam è necessario. E l’Italia, ne siamo sicuri, farà la sua parte, al fianco dell’America."
Ogni commento ci sembra superfluo. Ma non sono i commenti che chiediamo.
Qualcuno vuole scrivere a quello che si è autodefinito il primo newsmagazine italiano per chiedere, ad esempio, quali sono le fonti degli scenari fantascientifici descritti? E’ solo una delle domande possibili.
SCRIVETE:
- Al Direttore responsabile, Carlo Rossella: rossella@mondadori.it
- Al Vicedirettore, Luciano Santilli
(responsabile dei contenuti giornalistici): santilli@mondadori.it
Fonte: Notizie dal Ponte, nr. 12, agosto 2002 - http://www.unponteper.it
Bufale pericolose per una guerra in arrivo
http://www.informationguerrilla.org/bufale_pericolose_per_una_guerra.htm
Gentile sig. direttore, il suo giornale ha riportato con evidenza nella
edizione odierna la notizia data dal New York Times e poi ripresa dalla Reuter,
dell'esistenza di un vasto programma Usa di vaccinazioni contro il vaiolo come
prevenzione verso possibili attacchi bioterroristi, mettendolo, inoltre, in
relazione con la questione irachena. Il risultato, in termini di opinione
pubblica, di questi articoli mi sembra essere un aumento della paura, in
particolare verso l'Iraq e una conseguente crescita di consenso verso il
previsto attacco militare. Ci permettiamo di segnalarle la possibilità che si
tratti di una operazione di preparazione psicologica alla guerra cui il suo
giornale, inconsapevolmente, potrebbe partecipare. Esaminiamo i fatti: Quanti
saranno vaccinati? Ci sarà una vaccinazione? L'ipotesi di vaccinazione di massa
(500.000 persone) contro il vaiolo, che leggendo la stampa di oggi sembra
scontata e decisa, a ben vedere non lo è: Il documento a cui fa riferimento il
New York Times (Draft Supplemental Recommendation of the ACIP on Use of Smallpox
- Bozza di raccomandazioni supplementari sull'uso del vaccino contro il vaiolo
del "Comitato Consultivo sulle pratiche di immunizzazione" del 20 June
2002) è solo una bozza attualmente all'esame del Dipartimento di Salute Umana
degli Stati Uniti (HHS) e del Centro per il Controllo delle Epidemie (CDC), che
lo devono ancora approvare. Il documento è stato elaborato su richiesta del CDC
come "aggiornamento delle pratiche di immunizzazione dal vaiolo in caso di
attacco bioterroristico". Ad ogni modo il documento: a) non raccomanda la
vaccinazione della popolazione definedo "bassa" la probabilità di
attacco; b) raccomanda "la vaccinazione delle persone designate dalle
autorità a investigare e seguire i primi casi di vaiolo, che abbiano contato
diretto con i pazienti" lo ACIP raccomanda inoltre che i centri di prima
risposta al vaiolo (Smallpox Response Team) una parte del cui personale sarebbe
vaccinato siano "almeno uno per ogni Stato" (gli stati degli Usa sono
52); c) raccomanda "la vaccinazione di personale selezionato nei servizi
designati come centri di riferimento per la cura dei primi casi di vaiolo".
Non si fanno numeri, ma si dice che i "centri di riferimento"
dovrebbero essere individuati a livello ospedaliero. Non si desume da tutto ciò
nessun allarme specifico (tutte le pratiche di immunizzazione sono state
sottoposte a revisione in seguito all'attacco dell'11 settembre) né la
previsione di vaccinazione di massa. Lo stesso portavoce del Dipartimento di
Salute Umana, Bill Pierce, intervistato dalla Reuter DOPO la pubblicazione delle
"rivelazioni" del NYT butta acqua sul fuoco dichiarando: "Il
numero delle persone eventualmente da vacinare non è stato deciso" e
"le raccomandazioni sono molto generiche ed è necessario altro lavoro del
HHS e CDC per identificare i gruppi da vaccinare". Da dove viene dunque la
cifra di 500.00? La cifra è riportata dal New York Times come riferita da non
meglio definiti "federal officials" (Funzionari Federali). Da quel
momento (7 luglio 2002) la cifra 500.000 è stata ripresa da tutta la stampa
mondiale senza che fossa mai confermata da alcuno. La affermazione "Il
Governo Federale vaccinerà presto circa mezzo milione di addetti ai servizi
sanitari contro il vaiolo" non è quindi, ad oggi, vera: non esiste un
piano di vaccinazione di massa, né un allarme specifico. Esistono documenti che
raccomandano pre-vaccinazioni di un certo numero di persone non specificato, nè
deciso, in caso di attacco bioterroristico. Esistono esperti che fanno anche
raccomandazioni più drastiche come la vaccinazione di massa in caso di attacco.
Ma neanche questo avvalora né l' esistenza del piano di vaccinazione, né
l'imminenza del pericolo. Ci sarà un attacco al vaiolo? Sebbene ciò non sia
detto esplicitamente da nessun giornale la notizia pubblicata ieri può portare
a ritenere imminente o probabile un attacco al vaiolo, con il conseguente
allarme pubblico che ciò può destare e il conseguente rafforzamento del
consenso ad azioni militari. Ma in realtà nessun documento o dichiarazione
porta a concludere che ci siano segnali concreti e circostanziati di tale
attacco (la cui probabilità è comunque definita "bassa" nel
documento dell'ACIP). Tutte le procedure di immunizzazione sono state aggiornate
dopo l'11 settembre, così come numerose altre procedure di sicurezza. Il fatto
che sia stato portato in questi giorni a compimento un altro passaggio di questa
revisione non vuol dire nulla di più. Inoltre non sarebbe la prima volta, (è
avvenuto ad esempio nel bel mezzo della polemica che ha investito la Casa Bianca
sulla sottovalutazione delle segnalazioni dell'FBI e della CIA sulla possibilità
di attacchi terroristici) che negli Usa vengono diffuse notizie, poi smentite o
attenuate, sull'imminenza di attacchi, in momenti cruciali del dibattito
politico interno. Cosa che obiettivamente riduce la affidabilità di tali
"indiscrezioni. L'Iraq Veniamo al secondo punto rilevante: la connessione
della notizia di ieri con l'Iraq, che tutti i giornali riportano nei titoli o in
evidenza. Si tratta di una questione della massima rilevanza perché le notizie
provengono da un paese che sta attivamente preparando un attacco militare
all'Iraq. L'Articolo del NYT dice solo che [la notizia] "è venuta nel
mezzo della discussione sulla guerra all'Iraq che esperti di terrorismo
sospettano di mantenere stock clandestini del virus". Di
"esperti" il NYT ne cita uno solo: il presidente del "Centro
Medico del Monte Sinai" di New York, Kenneth Berns, che esperto di
terrorismo non è (ma di microbiologia come si può agevolmente vedere su
Internet). Infatti egli si limita a dire che la probabilità che l'Iraq possegga
armi al vaiolo è "ragionevolmente alta" (!) e che la probabilità che
lo usi contro gli Usa è "abbastanza alta"(!!). Non essendo né un
esperto di terrorismo, né un esperto di armamenti iracheni c'è da ritenere che
"ragionevolmente" o "abbastanza" alta sia la sua personale
opinione su ciò che l'Iraq potrebbe fare, probabilmente influenzata da quanto
legge sui giornali, ma difficilmente può essere considerata la opinione di un
"esperto". Sul punto conviene quindi interrogare chi di questo se ne
intende: chi di questo se ne intende: l'Unscom (United Nations Special
Commission for Iraq) e l'Unmovic (United Nations Monitorino and Verification
Commission) incaricate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu di mettere in pratica
i programma di disarmo non convenzionale dell'Iraq. Ebbene: nel "Final
Compendium - Desarmament Report" del UNSCOM (United Nations Special
Commission for Iraq) del 25 gennaio 1999, firmato da Richard Butler, che
riassume in oltre 100 pagine gli otto anni di attività della Commissione non si
fa mai nemmeno cenno alla presenza di ceppi virali del vaiolo in Iraq (mentre si
citano numerosi altri agenti biologici). L'ex direttore dell'AIEA e attuale capo
dell'Unmovic Hans Blix, che ha guidato per otto anni le ispezioni in Iraq sulla
parte nucleare del programma di disarmo, ha recentemente dichiarato in una
intervista di non ritenere probabile un attacco chimico o batteriologico
dall'Iraq, pur non escludendo sia in possesso di tali armi (non ha però parlato
di vaiolo). Inoltre: Nessuna dichiarazione di questi giorni del Governo degli
Stati Uniti (né lo fanno i documenti sulle vaccinazioni che si limitano a
citare "il pericolo di attacchi bioterroristici") nemmeno del
Dipartimento di Stato o del Ministero della Difesa, mettono in relazione la
revisione delle procedure sulle vaccinazioni sul vaiolo con un pericolo concreto
proveniente dall'Iraq. La affermazione che il pericolo di attacco al vaiolo
potrebbe venire dall' Iraq non è suffragata nemmeno da argomenti logici. Ad
esaminarla bene, la ipotesi appare invece illogica: il governo iracheno si
muove, come tutti i governi, seguendo logiche politiche: per quale motivo nel
momento in cui è impegnato in colloqui con Kofi Annan finalizzati a risolvere
il contenzioso sul ritorno degli ispettori Onu, dovrebbe mettere in atto una
iniziativa le cui conseguenze non potrebbero che essere quelle della sua fine?
Di fatto tutte le iniziative recenti di politica estera dell'Iraq sono viceversa
inquadrabili nell'ottica di allontanare la possibilità di un attacco, dalla
conclusione di accordi commerciali con tutti gli Stati circostanti, al
riconoscimento dei confini del Kuwait, alla riapertura dei rapporti diplomatici
con l'Arabia Saudita, alla disponibilità al rientro degli ispettori
condizionata al fatto che essi non siano usati, come in passato è avvenuto, per
operazioni coperte di intelligence a favore degli Usa. Altro è sostenere, come
ha fatto il Governo Usa recentemente, che ciò potrebbe avvenire come ritorsione
contro un attacco militare. La affermazione del New York Times secondo la quale
"esperti" (quali) ritengono l'esistenza di depositi clandestini di
virus in Iraq" appare quantomeno affrettata e non trova significativa
conferma. Quanto alla possibilità che Al Qaeda o altri gruppi terroristici
organizzino un attacco al vaiolo sinceramente non ho conoscenze sufficienti per
ritenerla né probabile, né improbabile. Le pongo una domanda che mi sembra
legittima: perché una notizia falsa o solo parzialmente vera (l'esistenza di un
piano di vaccinazione di massa) è stata diffusa mettendola in relazione con un
possibile attacco biologico dall'Iraq, quasi contemporaneamente alla
"indiscrezione" su un piano di attacco militare all'Iraq che ipotizza
una invasione via terra con l'impiego di decine di migliaia di militari e la
possibile perdita di migliaia di vite umane, (e durante i colloqui tra Kofi
Annan e il ministro degli esteri iracheno)? La possibilità che ciò non sia
casuale, ma sia finalizzato a strutturare il contesto giustificativo di un
attacco che, sino ad oggi, nessun paese europeo, né del mondo arabo, sembra
voler avallare, mi sembra legittima. (D'altronde la guerra in Vietnam non è
iniziata con un incidente - quello del golfo del Tonkino - poi rivelatosi una
bufala?). Di questi episodi di disinformazione o di guerra psicologica, temo, ne
vedremo numerosi con l'avvicinarsi dell'attacco, che sembra fissato in gennaio.
L'auspicio che formulo è che il suo, come gli altri giornali italiani, vogliano
trattare con maggiore attenzione questo tipo di notizie. La saluto cordialmente
Fabio Alberti (presidente della associazione Un ponte per)