GfP.176-177-178-179
– la Contraddizione, 74, Roma 1999 (cfr. anche Invarianti, 33, Roma 1999)
LA
QUESTIONE BALCANICA
_______________________________________________________________________________________
LA
SETA E IL CONCIME
La
penetrazione del capitale finanziario attraverso i Balcani
__________________________________________________________
Gianfranco
Pala
Il
denaro non olet:
che
abbia realizzato il prezzo del concime oppure quello della seta,
Questa
estinzione è però un'estinzione universale.
La
disgregazione della Jugoslavia, la guerra, le sanzioni,
Non
c'è da aspettarsi che la situazione cambi
La
transizione è rinviata. (Eiu, 1°
novembre 1998)
L'età
dell'imperialismo, si sa, tra le
altre cinque peculiarità (oltre a monopolio, finanza, materie prime, fine del
colonialismo) è caratterizzata soprattutto dal movimento
di capitali, oltre che di merci. Sicché le vie di comunicazione - la
"via della seta" che a Marco Polo servì per aprire i mercati dell'est
- sono diventate vie di penetrazione
del capitale stesso e del suo modo di produzione. Ora, seta o concime o gas fa
lo stesso: codeste vie - questi canali di espansione, chiamati
"corridoi" - costituiscono l'alveo, o meglio le direttrici
in cui si collocano e si legano gli anelli
delle catene transnazionali degli investimenti diretti del capitale
monopolistico finanziario, dominante nel nuovo ordine mondiale. Grave limite
sarebbe - e in effetti lo è stato e lo è, anche nella problematica più
attenta - considerarli meramente come vie per il trasporto delle merci
(strade, ferrovie, fiumi, condotti idrici o energetici, ecc.), anziché quali
realmente sono, ossia matrici delle
future prossime filiere di produzione,
in grado di dislocare i capitali
internazionali in aree sempre più remote dal punto d'origine.
In effetti
l'"aggiustamento strutturale" balcanico è a vasto raggio. Da quanto,
con tutta schiettezza, ha affermato il rappresentante degli industriali della
fiera del levante di Bari - spostata a Tirana per ottobre prossimo - trapela,
forse involontariamente, la verità ultima: <l'Albania è per noi una testa
di ponte per lavorare ed esportare in tutto lo scacchiere balcanico; siamo
andati in Albania guardando alla Macedonia, alla Bulgaria, alla Romania>,
ecc. Qualcuno ne dubitava? La "matrice delle filiere" di produzione e
di investimento, oltre che di scambio, sta là, si è detto poc'anzi, donde
partono i "corridoi".
E se i parvenus
pugliesi non possono osare allungare il loro sguardo oggettivamente miope più
lontano della Bulgaria, sarà più semplice capire il significato strategico
della tesi che si vuole qui sostenere. Ossia, che gli Usa intendano
strutturare i corridoi per allungare gli anelli delle proprie catene transnazionali
fino alle coste russe cinesi e coreane del Pacifico, attraverso lo sconfinato
territorio eurasiatico dell'ex Urss. Qualora riescano nel loro intento, possono
lasciare l'instabile regione balcanica alle cure europee: e questo - tra i
paesi imperialisti aggressori (se non va loro storto qualcosa) - sembra essere
il possibile patto di spartizione della terra di conquista dell'emisfero
boreale, racchiusa più o meno tra i paralleli del tropico del cancro e del
circolo polare artico e tra il 15° e il 135° meridiano a est di Greenwich e di
Blair.
Dunque, è necessario
tentare un'analisi economica di quanto la cosiddetta "guerra"
prospetterà, anche attraverso codeste "direttrici" di penetrazione
imperialistica.[1]
Allora è bene cercare di ricostruire l'intero quadro: sia quanto è
accaduto negli anni - dai '70 ai '90 - della disgregazione jugoslava (e non
solo), sia quale sia sempre stata la collocazione territoriale strategica dei
Balcani, "una regione che è probabile che rimanga potenzialmente
volatile" - volatile (sic), così
le fonti del potere definiscono un'area militarmente esposta all'aggressione
nemica. I Balcani - l'"antica montagna boscosa", come vuole l'etimo
turco - rappresentano, per così dire, una peni-penisola, segnata rispetto al
continente solo dal corso del Danubio, piuttosto che da una catena montuosa.
Quindi è per natura terreno di passaggio,
bramato da chiunque abbia voluto nel corso della storia oltrepassarlo, verso le
ricchezze naturali e sociali a est e a nord, verso gli sbocchi dei traffici e al
mare a ovest e a sud.
Si capiscono quindi,
nei secoli, le direzioni di movimento: da un lato cercare lo sbocco al mare per
chi non l'ha, impedendo l'accesso alle materie prime da parte di chi ne
scarseggia; dall'altro esattamente il contrario, rincorrere le ricchezze da
saccheggiare, impedendo lo sbocco al mare degli stati interni. E l'"antica
montagna boscosa" lì in mezzo, come "un enorme cazzo tra due coglioni"
- per dirla in italiano con Diderot: i coglioni di turno sono stati, via via,
impero austro-ungarico e impero ottomano, Prussia e Turchia, impero britannico
e Russia zarista, Germania nazista (con la caricatura italo-fascista) e Urss, e
infine - col terzo incomodo estraneo d'oltre Atlantico - lo scontro triangolare
Germania-Russia, Usa-Russia ma soprattutto Usa-Germania, con Milosevic a far da
tragico "cazzone" (per proseguire con la parafrasi nella citazione del
"nipote di Rameau"). Ecco che, di nuovo oggi, la lotta per il
controllo dell'attraversamento dell'"antica montagna boscosa" torna
a coinvolgere direttamente - ma per conto terzi, in conto
capitale - i clan e i satrapi locali.
Burocratizzazione e
corruzione servono per conservare lo status
quo, l'immobilismo mascherato da riforme e revisione della costituzione -
Eltsin docet. Del resto la
corruzione è coessenziale al potere, anche del capitale, in forme a esso
peculiari. Sicché - da sempre - mentre la corruzione dei forti è coperta dal
potere stesso, che la manda impunita, fino al suo stesso abbattimento che può
avvenire solo per via rivoluzionaria, la corruzione dei deboli è usata dal
potere sia per servirsene in tempi di ordinaria follia, sia per avere al momento
opportuno i propri capri espiatori. Come Suharto o Saddam Hussein, Ceausescu o
Marcos, e via scaricando anche zombie
alla Pinochet, i satrapi dell'imperialismo sono abbandonabili in qualsiasi
momento in cui il capitale finanziario lo desideri. La Jugoslavia non è
sfuggita a tale destino. Oggi è toccato a Milosevic, domani può essere il
turno perfino del ras fascista Franjo Tudjman, se è vero che solo ora la comunità
internazionale - il "condominio imperialistico", per usare le
stesse iniziali, come dice Diana Johnstone - comincia (alla buon'ora!) a considerare
la Croazia come regime autoritario da condannare: è un
"avvertimento"?!
Lungi dall'essere un
problema etnico - come tuttavia ormai appare
fin nella realtà quotidiana dei protagonisti coatti delle diverse popolazioni -
la radice reale del conflitto tra le singole repubbliche e il governo federale
della Jugoslavia è cominciata ben altrimenti. Essa venne alla luce quando si
trattò di decidere a chi (a quale repubblica, ossia a quale clan coperto
nell'apparato di potere politico federale mascherato da "partito
comunista"), sarebbero andati i soldi dei finanziamenti esteri e delle
privatizzazioni, per uscire da quella crisi che l'intervento esterno - l'"aiuto"!
- del capitale internazionale stesso aveva provocato, nel tentativo di
scrollarsi di dosso le proprie difficoltà e contraddizioni. Ed è proprio
questo il punto: giacché dietro quella rissa locale per l'accaparramento della
ricchezza e del potere da parte dei bottegai slavi del sud, si stagliava netta
una lotta ben più grande; era la guerra, prima economica e poi militare, tra i
poli imperialistici per cercare di concludere la fase mostruosa della "transizione
al capitalismo". Quella "transizione" stava (e sta) ancòra
fallendo, o comunque ritardava al punto da compromettere la stabilità del
capitalismo mondiale; richiedeva perciò un'azione più forte e risolutiva e
una forma dietro cui camuffarsi.
Ma il
"camuffamento dei delitti di stato" (per parafrasare Brecht) non è
certo la via migliore per rispondere alla violenza dell'imperialismo e ai
disastri economici e sociali da esso provocati. Altre devono essere le risposte
da cercare: risposte di classe, anzitutto, e in nessun modo nazionalistiche.
Il dato di fatto - non da prendere mai per sé, bensì soltanto come base da cui
partire - è che, a dieci anni dal picconamento del muro di Berlino, quasi
nessun paese dell'ex Comecon e dell'ex Jugoslavia ha recuperato i livelli
produttivi di allora: evviva il
liberomercato! <In realtà quello della Jugoslavia del dopo Tito è stato
uno dei più giganteschi fallimenti economici della storia, di cui nessuno
voleva pagare il conto> - ha scritto Alberto Negri, in uno dei suoi lucidi
articoli, perfino sull'organo che ha sempre sostenuto l'avvento del
liberomercato nell'est, il Sole 24 ore. Viste le delizie comportate dalla
"transizione" al capitalismo, conviene quindi esaminare brevemente le
vicende di quel periodo.
Per
trentacinque anni, dalla guerra
di liberazione alla fine degli anni '70, neppure le ibride ambiguità
privatistiche del cosiddetto "socialismo autogestionario" titoista
e, più ancora, il clima politico internazionale, dominato dalla "guerra
fredda", hanno compromesso la crescita della Jugoslavia. Non è male
constatare questa verità attraverso le parole, sicuramente non sospette, di un
antimarxista giurato come Harold Lydall. Egli avverte sùbito che si sta al
cospetto di uno "stato a partito unico", pienamente "fedele ai
princìpi del marxismo-leninismo" [?!?],
"senza libertà", con "censura sulla stampa",
"sindacati istituzionalizzati", "ostilità all'iniziativa
privata", forte "propaganda antireligiosa", e sistematico
"indottrinamento marxista". Ebbene - scrive Lydall - <nonostante
tutte queste contraddizioni, per la maggior parte del periodo 1950-79 la Jugoslavia
non solo è sopravvissuta ma ha prosperato>; dopo una stasi per la crisi
internazionale dei primi anni '70, nel 1974-79 si è registrata una crescita
del pil del 7%, così come sono ancora aumentati produzione industriale,
occupazione, livello di vita, servizi sociali, ecc. A tutto ciò - ricorda
ancora Lydall - si aggiunga la stima per il ruolo internazionale tra i paesi
non allineati, reputazione che, tuttavia, "dipendeva praticamente
dall'aiuto finanziario dell'occidente" (come sottolineano i documenti dell'Eiu).
La forma
dell'autogestione - per il carattere in definitiva "privato" delle
decisioni economiche affidate alle singole unità (cooperative) della produzione
sociale, il cui controllo centrale necessariamente si allentò progressivamente,
fino a sfociare nella riforma liberista
del 1965 - costituiva perciò, in confronto con le "economie di
comando" della zona di influenza sovietica, un primo chiaro invito
all'appoggio estero. La spartizione del mondo, dopo le conferenze di Teheran e
Yalta, aprì le grandi manovre dell'imperialismo Usa attraverso la "guerra
fredda": quindi l'allontanamento della Jugoslavia titoista dall'Urss stalinista
rappresentava un boccone appetitoso. Così, "negli anni '50, la Jugoslavia
ricevette grandi prestiti esteri, principalmente dagli Usa, successivamente
dalla Bm, e negli anni '70 dalle banche commerciali in petrodollari"
(questi ultimi per affrontare la crisi internazionale ed energetica in
particolare).
Ma i nodi cominciarono
a venire al pettine: ed erano, appunto, quelli determinati dalle ripercussioni
della lunga ultima crisi mondiale di
sovraproduzione irrisolta. Le condizioni poste dal grande capitale finanziario
internazionale, in rottura prolungata, erano sempre più difficili da sostenere
per il governo federale jugoslavo. Tuttavia, fino al 1979 esse erano
rispettate, pur con grandi sacrifici per le popolazioni, soprattutto quelle
meridionali più povere: il dualismo tra nord (Slovenia, Croazia e in parte
Vojvodina) e sud (Macedonia, Kosovo,
Montenegro e parte della Bosnia) già segnava un divario più che doppio negli
indicatori economici principali, che tra Slovenia e Kosovo saliva a 6:1!
Il 1979
fu perciò il primo anno della svolta
finale per le sorti della Jugoslavia: Tito non era ancora morto, la
Jugoslavia multietnica ancora formalmente unita, ma - si badi bene - la controffensiva
imperialistica disegnata dal "piano Kissinger" di cinque anni
prima era in piena attuazione, a cominciare dalla strategia relativa al
problema del cosiddetto debito estero - ossia il "credito estero", per
la pletora di capitale monetario sotto forma di petrodollari (la pretesa
"seconda crisi" petrolifera) e di eurodollari (il varo provvisorio
dello Sme). L'inflazione mondiale aveva adempiuto al suo còmpito, e ora al
capitale serviva il suo "rientro" (la tragicommedia
dell'"inflazione programmata"), l'inversione di tendenza dei tassi
d'interesse (da negativi a positivi, a partire dal rendimento delle obbligazioni
statali, dai T-bond ai Bot,
ecc.) e il controllo stretto della politica monetaria e creditizia. Senonché
quest'ultima sussiste soltanto con una profonda correzione delle politiche
economiche reali che stanno alla base della crisi. Fmi e Bm erano i principali
organismi sovrastatuali preposti per far rispettare le "regole"
dell'imperialismo transnazionale a tutti i paesi - soprattutto, ma non solo,
quelli dominati e deboli in via di programmata disgregazione [cfr.no.72].
Poteva la Jugoslavia
resistere ancora? Gli anni '80 si aprirono anche con il massiccio attacco Usa
all'Europa dell'est, a cominciare dalla Polonia (con l'appoggio iperattivo del
Vaticano), dalla Romania di Ceausescu (che così bene aveva "servito",
a spese della propria popolazione, prima di essere eliminato), poi i paesi
Baltici, l'Ungheria, ecc., fino al picconamento del muro di Berlino, quasi a mo'
di coronamento rituale del decennio trascorso. Potevano la zona del Comecon, la
regione balcanica e la Jugoslavia resistere ancora a quel processo che avrebbe
moltiplicato per tre, in pochi anni, il numero delle entità statali disgregate
e sottomesse? Si legge perciò che la Jugoslavia entrò, "dagli anni '80,
in crisi permanente, economica politica nazionale etnica": il che è vero
per la crisi; ma occorre anche
aggiungere come, pur dai pochi elementi appena tracciati, si potesse capire
quanto l'"odio razziale" e la "pulizia etnica" non fossero
affatto le cause di codesta crisi, ma
solo invenzioni del cinismo
imperialistico - "invenzioni" che necessariamente hanno però avuto
una tragica effettualità.
Nel 1979-85 gli
andamenti economici sono stati tutti improntati a negatività e crollo
verticale [cfr. scheda]. Una delle
conseguenze del "mitico '89", a séguito della riunificazione tedesca,
è stata che con il muro sono crollate le presenze degli emigrati stessi in
Germania, con il loro rientro forzato a centinaia di migliaia, peggiorando una
situazione già drammatica per l'intera economia nazionale. Quindi dall'inizio
degli anni '80 - con forti pressioni del Fmi per l'aumento dei tassi
d'interesse, con l'intento di abbattere l'inflazione - si cercò di ottemperare
ai pagamenti, a grave prezzo per la popolazione, attraverso continui rinnovi.
Anche il cosiddetto "programma di
stabilizzazione", avviato dal governo nel maggio '80, non fu mai
attuato; l'unica cosa che rimase, insieme alle precedenti indicazioni, fu il
passaggio al laissez faire attraverso
il controllo dell'emissione di moneta da parte della banca centrale, imposto dal
Fmi. Ma ciò, come fu detto e sempre ripetuto dagli organismi sovrastatuali, ha
come "male necessario" (sic!)
disoccupazione e fallimenti.
L'intervento, pertanto,
non ha fatto altro che peggiorare la situazione generale, tanto che nel 1986 il
Fmi impose un "aggiustamento strutturale", facendo varare al governo
uscente di Branko Mikulic il famigerato "tasso d'inflazione
programmata"! Trascinatasi per tutto l'87, la rinegoziazione generale dei
debiti col Fmi avvenne nel 1988, attraverso misure "nuove", ma sempre
uguali a se stesse: rialzo dei tassi, taglio dei salari, ulteriore controllo dei
prezzi, stretta creditizia, ecc. Tali misure condussero a numerosi fallimenti e
a un'ondata di proteste sociali, giacché - come scrive ancora l'insospettabile
Lydall - <tutte queste misure erano dirette essenzialmente a ridurre il
livello di vita della popolazione, nell'immediato e nel futuro; nessuna di
queste misure dette un qualche impulso allo sviluppo, basandosi prevalentemente
sulla "sostituzione all'importazione" che spesso risulta più
costosa ed economicamente inefficiente>. Senza dubbio l'obiettivo della rovina
della popolazione è stato raggiunto.
Nel frattempo il costo
del debito [ossia, i pagamenti dovuti all'estero sul valore delle esportazioni]
era raddoppiato; nel 1987 le perdite sull'indebitamento estero raggiunsero i
25 mmrd lire. Nel periodo 1979-88 la bilancia commerciale segnò un andamento
che vedeva le esportazioni in valore crescere del 20%, ma il loro volume aumentò
del 40%; al contrario, mentre il valore delle importazioni diminuiva del 10%, il
loro volume crollava del 40%, a indicare il forte peggioramento del livello di
vita delle popolazioni. Questo andamento a forbice, che danneggiava le capacità
di commercio internazionale della Jugoslavia, una volta si chiamava scambio
ineguale. Le perdite (soprattutto per petrolio e macchinario) erano salite
a 15 mmrd lire. Così, nell'88 il Fmi impose la liberalizzazione dei cambi,
collegata al controllo sulle aperture di credito bancario, proprio mentre la
banca centrale federale perdeva sempre più importanza rispetto a quelle delle
singole repubbliche.
La svalutazione, si è
detto, doveva riallineare tassi reali e nominali; con un'economia così
disastrata, in mancanza di valuta, sempre più spesso si ricorreva al
surrogato del baratto. Dall'inizio degli anni '90, ormai, è cronaca.
Ma merita sottolineare un evento importante - forse la svolta che ha segnato
l'inizio dello sganciamento di Milosevic da parte dei patrons
americani, dopo che Slobo nell'87 aveva "bruciato" Mikulic e si era
fittiziamente accreditato come tardo gestore del piano di
"liberalizzazione" del Fmi 1988. Il piano in 15 punti di Dragoslav
Avramovic del 1995 [cfr. scheda] che
prevedeva lacrime e sangue - austerità
e sacrifici - era "bestiale" e fallì (insieme al vecchio
"Drago"); ma non fallì per questo, quanto per l'imprevedibile
appoggio popolare che l'anno prima ebbe "padre Abramo" contro
Slobo, e quindi per la perdita di affidamento internazionale e potere e
ricchezza personale di quest'ultimo: tanto che ancor più sangue e lacrime sono
state versate. L'ultima notte della Jugoslavia era iniziata.
In
tempi di disgregazione degli stati
(soprattutto i deboli), obiettivo Usa è stato comunque anche quello di bloccare
i processi di integrazione che avrebbero potuto rappresentare punti di forza
competitivi. Per cui alla riunificazione tedesca, non potendola rinviare
oltre, sono state create grandi difficoltà (soprattutto come oneri economici e
vincoli militari), bloccando prima l'ulteriore espansione verso l'est europeo
- con una tenaglia, a nord nei paesi baltici, e a sud nei paesi balcanici - per
poi trasferirne la tensione sul processo di costituzione dell'Ue e dell'euro.
La risposta tedesca, rivoltasi al sud verso lo sbocco sull'Adriatico, è stata
frenata dagli Usa con le guerre jugoslave 1993-99.
Analogamente, nello
stesso periodo gli Usa hanno sabotato i colloqui per la riunificazione della
Corea, inaspettatamente ben avviata negli anni '90 del dopo guerra fredda; là
è stato preso a pretesto - in un paese che la crisi economica e i disastri
naturali hanno letteralmente portato alla fame, e la cui base produttiva a
sostegno dell'apparato militare non è proprio florida - il riarmo nucleare
nordcoreano. Lo spettro "comunista" si aggirava per l'Asia, nuovamente
agitato dal capitale Usa, timoroso solo, in realtà, che la potenza di una Corea
unita si sarebbe semmai potuta avvalere della potenziale minaccia atomica del
nord sostenuto dalla forte economia in crescita del sud. Gli Usa dovevano anche
frenare la concorrenza giapponese e intanto preparare contromosse (con deterrente
militare in zona) alla riunificazione cinese (Hong Kong e anche Taiwan).
Gli Usa si accingevano
così a prendere i classici due o tre piccioni con una fava. Brandendo la spada
di Brzezinski contro l'unificazione - definita antiamericana e comunista
filocinese - il nord della Corea è stato ancor più isolato e affamato,
avvertendo indirettamente la Cina a non fare passi falsi, e il sud è stato
posto all'epicentro di una devastante crisi economica e sociale. Ciò metteva
al contempo sull'avviso i nipponici a non farsi per ora troppe illusioni su un
loro espansionismo imperialistico sulle sponde dei cinque paesi toccati dal mar
del Giappone - una delle aree geografiche a massimo rischio nel mondo attuale.
La grande crisi dell'est Asia, alla fine del 1997, giungeva perciò come degna
conclusione dell'infame strategia yankee
di aggressione ai paesi di cui non vuole perdere il controllo economico e
politico: anche quella una vera e propria guerra - combattuta senza sparare
bombe, ma titoli in borsa. Altro che le favolette della crisi dei
"mercati finanziari" e delle bolle speculative!
1997:
ecco allora che forse comincia a essere possibile cercare di spiegarsi che
cosa sia successo in quell'anno. Si è ricordato altrove che fino a dopo gli
accordi di Dayton (fine '95) gli Usa erano contrari alla disgregazione
"tedesca" della Jugoslavia; sicché hanno fatto di tutto per tenere
in piedi quei satrapi locali che avrebbero potuto garantire un residuo di
coesione - di qui l'appoggio anche a Milosevic nell'accordo spartitorio con
Tudjman. E in effetti il mediatore americano ambasciatore Holbrooke asserì
che lo smembramento balcanico era il "più grande errore collettivo
dell'occidente, in materia di sicurezza, dagli anni '30". Ma poi, con
Madeleine Albright, nuova segretaria di stato proprio dal '97, tale errore lo
hanno fatto tutti "collettivamente". In effetti, l'ultimo rapporto '98
dell'Eiu sull'ex Jugoslavia scriveva che ancòra in dicembre "ci sono divisioni
entro il governo Usa sulla politica verso il regime di Milosevic": una, rappresentata
da Holbrooke (per il quale, come per gli europei, una guerra sarebbe un'ipotesi
sbagliata) che "continua a considerare Milosevic come la chiave per
qualsiasi soluzione a lungo termine"; l'altra, rappresentata da Albright,
la quale vuole "vedere soluzioni più radicali: il completo distacco del
Kosovo dalla Jugoslavia serba e il culo di mr. Milosevic" - madame,
quelle delicatesse!
Il '97 appunto: crisi
coreana e crisi generale estasiatica. L'era albrightiana è lo stessa in cui
si preparava il terreno balcanico: fallimento, provocato, delle
"piramidi" finanziarie albanesi (il pil albanese, dopo il volo di
quasi il 10% nel '94, fu fatto crollare al 2%); le manovre speculative di Soros,
il quale - oltre a cose più grandi in giro per il pianeta - inventava e pagava
la radio belgradese B.92 fatta però conoscere nel mondo (anche dell'asinistra)
come "indipendente"; le Ong
"umanitarie", da lui stesso caldeggiate e finanziate d'intesa con la
Bm, per seguire una diversa tattica di dolce strangolamento finanziario (carota)
rispetto alla lobby militare
aggressiva Usa-Nato (bastone). Ecco la parvenza dell'"indipendenza" e
delle "voci della libertà" - nei residui brandelli dell'ex Jugoslavia,
dove l'opposizione di classe era
ormai inghiottita dal rigurgito nazionalistico - alla ricerca di una soluzione
"democratica" che doveva rappresentare la "spina nel fianco"
(sic!) di Milosevic. Cominciava lo sganciamento dal banchiere di Kissinger,
divenuto inaffidabile mediatore della finanza sporca, inadempiente o tardivo
nel processo di privatizzazione e liberalizzazione affidatogli dal Fmi, in
vista delle elezioni del settembre '97. Fu allora che avvennero gli assassinî -
attribuiti alla mafia locale (e la Cia?!) - di uomini di Milosevic (il petroliere
Todorovic, il gen. Stojic, ecc.). Si può così delineare il senso del cambiamento
della strategia internazionale Usa - protagonista appunto Madeleine Albright -
che passava decisamente alla controffensiva con la guerra economica al Giappone
e con la preparazione del terreno di guerra militare in Europa.
In attesa di una
possibile ripresa dell'accumulazione generale, che dipende dagli stanziamenti
a medio termine per gli ide a venire,
per il momento c'è spazio solo per trasferimenti
di plusvalore tra lobbies
reciprocamente in lotta: non è vero che la guerra "crei"
keynesianamente ricchezza, in una fase di sovraproduzione mondiale, ma può
solo spostare profitti a favore di alcuni e a danno di altri capitali (a parte
l'affamamento della popolazione, comunque sempre operante). Questa
consapevolezza è ciò che ha mosso la recente strategia Usa, contro Europa e
Giappone. I costi dell'aggressione aerea si trasformano perciò in entrate, sì,
ma intanto solo per la lobby militare
industriale (a es., la Boeing in crisi per eccesso di produzione di missili
Cruise), sottratte ad altri settori industriali. Tali somme sono state
valutate in 100 mrd lire al giorno, che diventano 180 "chiavi in
mano": moltiplicato per 60 giorni fa dai 6 agli 11 mmrd. Per la Bosnia e la
ricostruzione di Sarajevo sono stati spesi o stanziati 8 mmrd lire sùbito, più
circa 16 mmrd l'anno.
Se l'operazione
"piano Marshall" per i Balcani "albanesi" va in porto, come joint
venture tra Ue e Bm, si partirà (quasi simbolicamente con "soli"
600 mrd d'acconto); poi si vedrà quanto i privati saranno indotti a investire
nel costruire corridoi e filiere per migliaia e migliaia di km, e allora la lobby
della filiera "grandi opere" entrerà in azione a sua volta per
racimolare profitti al posto di altri settori. Tutto dipenderà dai profitti a
vista per la ricostruzione, ma se l'operazione andasse bene per il capitale,
questo, con la nuova spartizione imperialistica del pianeta, potrebbe forse
superare ancora una volta la propria crisi da sovraproduzione e instaurare,
allora sì, un altro ciclo di accumulazione. Ma per adesso ancòra siamo alle
premesse - e forse neppure a quelle.
La
contesa tra "fratelli nemici"
- i veri nemici, perché i nemici formali
sono solo vittime sacrificali predestinate - scoppia dunque su questo terreno.
La guerra - prima economica, poi politica e militare, anche come
"non-guerra" ma solo in guisa di bombardamenti aggressivi di
distruzione - è combattuta tra i poli
imperialistici per la spartizione del mercato mondiale. <In realtà -
scrive ancòra nei suoi ottimi articoli Alberto Negri - si sta combattendo da
dieci anni un lungo conflitto tra potenze e blocchi di potenze. La Serbia di
Milosevic non è l'Irak di Saddam: la sua posizione geopolitica vale più del
petrolio irakeno. Il Danubio, via d'acqua indispensabile per Romania e Bulgaria,
scorre per un terzo in territorio serbo. Fino a prova contraria rete
telefonica, elettrica e stradale sono ancòra un bene comune, non di Milosevic
ma delle popolazioni balcaniche>. E scriveva Patrick Artisien che <fin
dal dopoguerra il sistema di trasporti e comunicazioni in Jugoslavia ha
rappresentato la principale strozzatura dell'economia. Esso si è dimostrato
incapace di affrontare la crescente esigenza di servizi, sia da parte degli
utilizzatori locali che degli stranieri, turisti o imprenditori. Perciò, lo
sviluppo futuro dell'economia dipende da una politica costante di investimenti e
razionalizzazione delle infrastrutture>. Si noti quanto aggiunge l'Eiu: che
<la Jugoslavia è il principale incrocio nel cuore dei Balcani, come via più
rapida per congiungere l'Europa occidentale col Medio oriente, ed è saggio
"capitalizzare" codesta posizione geografica ammodernando le
infrastrutture>.
Si tratta, cioè, di
preparare il terreno agli impianti di produzione, ossia al capitale
estero di conquista: <siamo qui anche per difendere le vie di comunicazione
est-ovest e dell'energia> - ha detto il generale inglese della Kfor Mike
Jackson (colui che ha provocato la defenestrazione dell'esaltato Wesley Clark).
Ma se l'ottica è quella detta - che non solo di petrolio e gas si tratta (come
con errore di sopravalutazione fu fatto anche per l'Irak, per il medioriente in
generale e pure per il Kurdistan), ma anche acqua (per l'industria, non per
l'uso civile) e tlc, innanzitutto, e poi infrastrutture amministrative e
istituzionali per organizzare credito, assicurazione, commercio, ecc. - allora
non basta considerare comunicazione e mercato, bensì canali di investimento e
produzione a doppio flusso in entrata e in uscita. I Balcani
"occupano" le rotte di passaggio dell'Eurasia, che gli Usa non
possono permettere che si saldino. In <una serie di programmi comuni
delineati a Bruxelles - scrive ancora Alberto Negri - sono previsti
investimenti, da qui al 2015, per 170 mmrd lire e interventi su 18 mila km di
strade, 20 mila km di ferrovie e 13 porti marittimi; ma in realtà, nelle
retrovie dei campi di battaglia in Jugoslavia, Kosovo, Albania e Macedonia, ogni
stato dell'Ue spinge per la soluzione geopolitica
ed economica più conveniente>.
Ogni gruppo di potere
capitalistico, con la propria base nazionale di riferimento, ha perciò la
propria convenienza. Occorre perciò esaminare questo punto: "la guerra nei
Balcani ha interrotto le comunicazioni tra nord e sud, prima per l'embargo e
poi per gli eventi bellici" (Alberto Negri). Quindi significativa è
quella "specifica" di Jackson: difendere
le vie est-ovest, orizzontali, gradite agli Usa e ai suoi fedeli seguaci
(Gran Bretagna anzitutto, poi in parte Italia e Francia, ma soprattutto Turchia
- e, chissà, Svezia e Finlandia); non le vie nord-sud, verticali, di preferenza
della zona di influenza germanica, con l'appoggio interessato della Grecia. La
spiegazione dei corridoi [che già
abbiamo considerato negli ultimi due numeri della rivista] ha codesto
fondamento.

Il grafico
è qui assai semplificato, rispetto alle cartine complete originali,
per renderlo più immediatamente chiaro, cioè senza seguire i reali tracciati
stradali o ferroviari, o le vere rotte marittime, sottomarine (Adriatico, Mar
Nero e Caspio, o Baltico) e fluviali, ma solo le regioni attraversate. In
qualche modo, essendo solo simbolico, ovviamente indica appena le direttrici
di penetrazione ideali dell'espansione imperialistica, che prendono per
riferimento concettuale (qualche centinaio di km più qua o più là, qui poco
importano) i capoluoghi più importanti che ne sono interessati o coinvolti. Gli
altri collegamenti reali - le intersezioni, le bretelle, gli snodi
possibili, ecc. - si possono immaginare secondo gli sviluppi dei rapporti di
forza interimperialistici.
La cartina, perciò,
mostra senza ombra di dubbio la situazione: del perché i "corridoi
orizzontali" VIII e V piacciano a Usa & co. (in particolare la
"differenza" italiana nell'Ue, diversa dalla subalternità militare
britannica, che come porti capolinea ha Bari nell'VIII e Ancona nel V, i
cosiddetti "corridoi adriatici"). Se l'VIII non è che l'inizio della
"via della seta" di Marco Polo, verso Samarcanda e Pechino, passando
prima attraverso il Kurdistan occupato dai turchi, per il bacino idrico del
Tigri-Eufrate (diga Ataturk), e poi nella zona montuosa del nord Iran ai confini
col sud del Caucaso, sotto il mar Caspio, diversa è la situazione del II.
Ques'ultimo, che ripercorre la "rotta di Napoleone", è però ormai
caratteristico della östpolitik
tedesca, senza rischi di Beresina, ed è ancora oggi fuori del controllo yankee,
ma rappresenta in prospettiva un'alternativa competitiva - e di mediazione -
da non escludere. Va notato che tutte le direttrici orizzontali seguono più o
meno le condotte, esistenti o progettate, di afflusso del gas naturale da est
(Gazprom di Cernomyrdin in testa).
Non c'è ancora nessun
corridoio - indichiamolo perciò col numero 0 - ma una via
"scandinava" più a nord, di penetrazione verso la Russia euroasiatica,
è possibile. Del resto la storia non è nuova a questa linea di traffici: dal
periodo della potenza della monarchia e dell'esercito svedese si sono sempre
sviluppate connessioni commerciali economiche e culturali, con tanto di guerre
per il controllo dei porti del Baltico (Riga, Danzica, ecc.), in direzione est,
attraverso la Finlandia, per la Russia a cominciare da Lenin[?]grado
verso la Siberia ricca di materie prime, fino alla Corea sul "caldo"
mar del Giappone. Oggi che la Norvegia è fuori dall'Ue, la Danimarca se ne è
distanziata su molte cose, c'è da chiedersi perché la Svezia - che ha sempre
avuto forti agganci col marco tedesco, essendo la Germania la sua massima
controparte commerciale - abbia congelato l'euro, proprio come la Gran Bretagna,
in un revival Efta. E se la Finlandia
è, sì, dentro il processo di integrazione europea, essa è in realtà più
vicina alla politica Usa di quanto lo siano gli europei del centro sud. Che
significato può avere la presenza del presidente finnico Athasaari nella
"delegazione di pace", insieme anche a Cernomyrdin (che è gasista
in conto Usa, più che non russo)? Perciò non è affatto da escludere che
questo inesistente e potenziale "corridoio 0" possa concretizzarsi
in chiave Usa e parzialmente antieuropea, proiettandosi all'indietro
attraverso la Danimarca fino in Inghilterra.
Dalla cartina
semplificata si vede altresì bene il contrasto con i corridoi
"verticali", e del perché questi ultimi siano stati attaccati, in
particolare quelli che corrono parallelamente all'ideale, ma pure concretamente
fluviale, "corridoio del Danubio", i cui ponti sono stati tutti
demoliti, compromettendone anche la navigabilità. Il più colpito è stato
soprattutto il X - quello che segue gli alvei di Sava, Morava e Vardar, passando
per Lubjana, Zagabria e Belgrado, per sboccare a Salonicco, in potenziale
autonoma proiezione mediorientale - gradito alla Germania e appoggiato perciò
dalla Grecia (il che spiega abbondantemente le resistenze manifestatesi in quel
paese, pur se base Nato, contro le operazioni militari: altro che comune
religione ortodossa!) e ovviamente da Serbia e Russia: distrutto, a cominciare
dalla più importante centrale elettrica serba, quella di Pancevo. Poi -
praticamente lungo il letto del Danubio, fino ai confini austriaci, dal mar
Nero attraverso Belgrado (che è un importante porto fluviale), che non per caso
rappresenta uno snodo col precedente - c'è il IV, in parte di riserva come
seconda opzione tedesca, in parte messo in quarantena, in attesa dello sbocco
turco controllabile dagli Usa (che però possono contare anche sulla bulgara
Vardar). Invece, il IX per ora è fuori tiro, ma non disprezzato dagli Usa
stessi, perché capace di "aggirare" il controllo tedesco, attraverso
paesi amici nuovi e "comprati" dell'ex Comecon - quella che, senza un
briciolo di ironia, è stata chiamata l'"Europa ritrovata" (Baltici,
Polonia, Cekia, Ungheria, Slovenia) - collegando appunto il fido trio baltico
(in connessione scandinava) con l'inossidabile servo turco (in pericoloso
equilibrio per Ocalan).
La semplificazione
dell'illustrazione è utile anche, come si è accennato, per far capire come
quelli (e gli altri) "corridoi" - o meglio, direttrici
- si incrocino in più punti, e che proprio quegli "snodi"
possano rappresentare l'oggetto della mediazione tra gli imperialismi in lotta,
qualora la spartizione risulti conveniente per tutti loro (tranne che per i
popoli, le nazioni e gli stati disintegrati, ovviamente). Si osservi che tutti i
corridoi verticali debbono prima o poi congiungersi con almeno uno di quelli
orizzontali, per poter raggiungere la "fiera dell'est", le sue
ricchezze e i suoi mercati di investimento. A es., il cosiddetto Traceca
(corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia), che attraversa il controllo
dell'acqua mediorientale del bacino Tigri-Eufrate (la ricordata diga Ataturk nel
Kurdistan occupato dai turchi), può arrivare fino alle coste del Pacifico ...
Cina permettendo, passando sui corpi di paesi del Caucaso, Cecenia, Daghestan,
Afghanistan, Pakistan e India, al sud, o della Corea, al nord. Sembra chiaro che
non siamo più all'epoca paleomercantile della mitica "via della
seta", bensì delle "vie del capitale" che sono, se possibile,
più infinite di quelle del signore!
Scheda
__________________________________________________________
IL
CAMPO DEI MERLI
quando
l'ex Jugoslavia toccò il Fondo
_________________________________________________________
*.
* [2]
Il
"campo dei merli" - Kosovo Polje -
"Il
7 aprile 1939 le nostre unità di terra, di mare e di aria
"Il
6 aprile 1941, senza dichiarazione di guerra, le forze aeree naziste
Dopo
600 anni i "merli" - kosovari e serbi - li ha presi il Fmi, con le
bombe Usa-Nato.
I risultati raggiunti dalla
Jugoslavia nel secondo dopoguerra sono veramente impressionanti, qualunque
sia il criterio con cui li si valuti. In quel periodo un'economia
prevalentemente contadina, dilaniata dalla guerra, è stata trasformata in una
società industriale e urbana moderna, con l'abolizione della povertà assoluta
e della fame. Nell'ambito di tale sviluppo sono definiti i seguenti "settori
prioritari": energia elettrica, estrazione di carbone, estrazione e
raffinazione di petrolio, estrazione di minerali non metallici, metalli ferrosi
e non ferrosi, chimica di base, meccanica e cantieristica, agroindustria,
trasporti stradali, turismo estero (tra i minerali più importanti ci sono,
oltre al carbone, rame, nickel, e anche uranio). Le maggiori esigenze di
importazione riguardano fonti di energia petrolifere (a parte il carbone, solo
un terzo del petrolio è prodotto all'interno, in Vojvodina e Montenegro, ma
il resto è importato soprattutto dalla Russia, insieme a tutto il gas), materie
prime e macchinari; l'esportazione è concentrata soprattutto su manufatti di
scarsa qualità e prezzo (verso l'Europa dell'est) o su semilavorati (verso
l'occidente, Germania e Italia in testa).
Quei risultati sono stati raggiunti nonostante le difficoltà
rappresentate dalla costruzione di un'unità nazionale in uno stato
multinazionale con grandi disparità regionali ereditate dal passato, mentre si
sviluppava un sistema di gestione economica unico per l'intero paese.
Nonostante tali risultati di grande successo, la turbolenza dell'economia
internazionale negli anni '70 ha posto al-l'economia una nuova serie di sfide,
obbligandola ad adattarsi a situazioni quali ragioni di scambio peggiorate,
prezzi delle fonti energetiche più alti, recessione nei paesi industriali,
spostamenti nelle destinazioni internazionali dei capitali e minori prospettive
occupazionali per gli jugoslavi all'estero. All'inizio degli anni '80 la
questione era la capacità della Jugoslavia a rispondere a codeste sfide per
mantenere il passo del cambiamento strutturale, in una fase in cui si assisteva
a un eccezionale stravolgimento delle istituzioni e degli strumenti di gestione
dell'economia jugoslava, che procedeva con una tale rapidità di successione
da poter essere presto scavalcato dagli eventi.
La Jugoslavia ha cominciato il periodo del piano 1976-80 in difficili circostanze
economiche. Queste erano in parte causate da una serie di perturbazioni
esterne del periodo 1974-76, e in parte riflettevano tendenze strutturali di lungo
termine che avevano cominciato a manifestarsi almeno dal periodo delle riforme
economiche 1965-67. Inoltre, il piano 1976-80 fu varato in una fase di
sostanziali cambiamenti nelle istituzioni economiche e politiche jugoslave. La
costituzione jugoslava del 1963 e una serie di misure economiche prese tra il
'64 e il '67 - usualmente conosciute come le riforme
economiche del 1965, caratterizzandosi come riforma
di mercato - hanno segnato un mutamento decisivo rispetto al precedente
sistema jugoslavo di gestione economica.
Codeste misure hanno messo in atto due processi complementari: una
riduzione del ruolo dello stato nella gestione economica (destatizzazione)
e un trasferimento delle restanti funzioni statali da livelli superiori a enti
di livello inferiore (decentralizzazione).
Tali processi hanno comportato, tra l'altro, l'abbandono della
centralizzazione delle decisioni d'investimento in favore di decisioni
autonome prese dalle banche commerciali, la sostituzione di piani vincolanti
con un sistema di programmazione indicativa, un considerevole trasferimento
decentrato del sistema fiscale federale e un crescente ruolo del sistema dei
prezzi di mercato per la destinazione delle risorse. Il sistema dell'autogestione
(basato sulla proprietà privata e sull'iniziativa separata delle singole cooperative)
rappresentava un esplicito invito per favorire il passaggio al mercato,
suscitando anche l'attenzione degli investitori e finanziatori stranieri.
Nel suo funzionamento pratico, il modello
economico del 1965 ha mostrato sùbito alcune debolezze. Il trasferimento
del processo decisionale di spesa e investimento pubblici ha privato le
istituzioni federali del più potente strumento, in precedenza utilizzato, per
indirizzare le risorse nelle aree di priorità
sociale. Benché tale ruolo dovesse teoricamente essere assunto dalle
forze di mercato, in pratica l'operatività del mercato risultava assai
ridotta. La mobilità dei fondi da investire attraverso il sistema bancario era
limitata e fortemente regionalizzata. Le imprese più forti erano in grado di
accaparrarsi in anticipo le risorse da investire, anche per la caratteristiche
della contabilità finanziaria aziendale. Come conseguenza di tali difetti,
alcune tendenze negative dell'economia divennero la principale preoccupazione
dei politici jugoslavi tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. Tali
tendenze erano costituite dall'insorgere di una considerevole inflazione, da
disavanzi della bilancia dei pagamenti, e dalla diminuzione dell'efficienza
degli investimenti. Inoltre, c'era
la preoccupazione che il sistema desse troppo potere alle strutture
imprenditoriali della società, indebolendo perciò i fini sociali ed etici
dell'autogestione.
La costituzione del 1974 ha cercato di riconciliare il processo decisionale
decentralizzato con le esigenze di un'azione nazionale coordinata, attraverso lo
sviluppo di nuove procedure, particolarmente nella pianificazione degli investimenti.
Mentre tali procedure ammettevano il ruolo del mercato, ciò avveniva in una
forma ridotta rispetto a prima, cercando di rendere le operazioni
di mercato più coerenti col socialismo
autogestionario. Il periodo successivo alla riforma del 1965, in effetti,
aveva mostrato un sostanziale cambiamento nella struttura della bilancia dei
pagamenti jugoslava: tra il '65 e il '71 ci fu un notevole aumento del
disavanzo commerciale, da circa il 3% del pil a quasi il 10%. Sta di fatto che
fino al '65 la penetrazione delle esportazioni jugoslave era doppia della
media mondiale (12% su 6%), mentre poi, dopo la riforma, è rallentata
progressivamente fino a dimezzarsi (3% su 6%).Come conseguenza di codesta
evoluzione, ci fu un rapido declino del rapporto tra esportazione e importazioni
di merci, dall'85% circa del '65 al 56% del '71. Tale disavanzo commerciale fu
in qualche modo bilanciato da un crescente avanzo nei servizi (alla produzione e
non) e nei trasferimenti (soprattutto rimesse dei lavoratori emigrati, che divennero
un'importante voce della bilancia dei pagamenti dopo il 1965).
Nonostante tale compensazione, tuttavia, cominciarono a manifestarsi
forti disavanzi nelle partite correnti; mentre fino al 1968 essi erano
controllabili, una loro successiva rapida impennata fece precipitare nella crisi
della bilancia dei pagamenti del 1970-71. Infatti, le difficoltà cominciate con
gli anni '70 crescevano per l'indebitamento interno delle imprese, che è
stata la causa principale che ha innescato il disavanzo commerciale estero. A
tale proposito, uno dei più gravi problemi era costituito dal fatto che le
imprese indebitate erano le principali azioniste delle banche creditrici, ciò
che vanificava (anche attraverso la corruzione e l'arbitrarietà dei gruppi di
potere) le manovre sui tassi d'interesse; tale fenomeno negativo si è
protratto e appesantito nei decenni successivi, quando le imprese dei gruppi di
potere, privilegiate nella detenzione di valuta estera, attraverso trasferimenti
contabili arbitrari, fruivano anche di credito agevolato e facilitazioni
fiscali.
Quindi l'indebitamento con l'estero - con la periodica ripresa dei
prestiti e il conseguente aumento del costo per interessi - ha dato avvio a una
spirale autogenerantesi, nonostante il saltuario miglioramento della bilancia
commerciale; quest'ultimo, tra l'altro, era dovuto quasi sempre esclusivamente
al taglio delle importazioni e dei consumi interni [su precisa indicazione del
Fmi], spingendo le imprese a produrre soprattutto per l'esportazione, e
bloccando pertanto la formazione di capitale. Un pacchetto di misure di stabilizzazione,
che comprendeva la svalutazione del dinaro, fu introdotto nel 1971.
In séguito al successo di questo primo episodio di stabilizzazione, la
politica macroeconomica divenne più espansiva nel 1974, e la crescita
economica procedette assai spedita. Senonché la fase dell'espansione coincise
con l'aumento dei prezzi del petrolio e con la recessione delle economie di
mercato dei paesi industriali. Quegli eventi ebbero un forte effetto sulle
ragioni di scambio e sullo sviluppo dei principali mercati di sbocco per le
esportazioni jugoslave, e annullarono gli effetti positivi delle rimesse degli
emigrati. Ne conseguì un ulteriore forte aumento del tasso (in termini
nominali) d'importazione delle merci, con corrispondenti incrementi dei
disavanzi, commerciale e delle partite correnti. Era necessario compiere un
altro sforzo di stabilizzazione, con grave danno per lo sviluppo e col taglio
delle importazioni in volume.
Con l'avvio del piano 1976-80 l'economia jugoslava già procedeva a
singhiozzo: a ogni fase di significativa espansione delle esportazioni, e del
loro rapporto con le importazioni, con la successiva ripresa della crescita
economica interna, seguiva necessariamente la ripresa delle importazioni e il
calo delle esportazioni, riportando il rapporto al punto critico dell'inversione
del ciclo. A questo punto i tassi di crescita cominciavano a cadere, sia in
conseguenza delle carenze del commercio estero che interrompevano il flusso
d'importazione degli elementi della produzione, sia come risultato di
politiche recessive. Simili caratteristiche della bilancia dei pagamenti furono
considerate, dalle autorità jugoslave, come segno di una struttura assai
debole, capace di bloccare lo sviluppo futuro; perciò l'ampliamento del
settore esterno dell'economia fu posto come principale obiettivo strutturale
del piano federale 1976-80.
La scelta di una strategia di
aggiustamento, pesantemente spostata verso la sostituzione delle
importazioni, fu influenzata da vari fattori. Anzitutto, c'erano le
preoccupazioni per la rapida crescita della dipendenza dell'economia dalle
importazioni, in séguito alla liberalizzazione
post-1965: ma, allora, un aumento della dipendenza dalle importazioni era
coerente con i principali obiettivi delle riforme del '65 (apertura della
Jugoslavia al commercio estero e allineamento della sua struttura produttiva
ai "vantaggi comparativi"
internazionali). Tali preoccupazioni, per l'accresciuta dipendenza
dall'importazione degli elementi intermedi della produzione, furono aggravate
dalle tendenze mondiali dei prezzi delle fonti di energia e dal crescente onere
di spesa per l'approvvigionamento petrolifero sul totale delle importazioni.
Ulteriore pessimismo per la situazione del commercio estero fu portato,
durante la preparazione del piano, oltre che dalla recessione delle economie
sviluppate di mercato nel 1974, dall'elevazione di barriere all'importazione
dei prodotti agricoli jugoslavi da parte della comunità europea. Rimaneva
sempre aperto il problema della disponibilità di capitale
esterno per finanziare il divario tra l'investimento lordo interno e il risparmio
nazionale lordo, che per ammortizzare il debito esistente nel 1976, mantenendo
però adeguate riserve di copertura, prospettava un disavanzo corrente che
avrebbe richiesto prestiti esteri complessivi per oltre 15 mmrd lire.
Tale strategia, per diversi aspetti, concordava con il programma
di aggiustamento raccomandato dalla Banca mondiale, che prevedeva maggiori
investimenti e risparmi, con una momentanea interruzione dello sviluppo.
Nonostante gli sforzi di aggiustamento esterno, verso la fine del piano
1976-80 la Jugoslavia attraversava la sua più profonda crisi degli scambi con
l'estero degli ultimi vent'anni, accompagnata da un'inflazione senza
precedenti, e con la prospettiva di tassi di crescita estremamente bassi per i
successivi cinque anni. Il deterioramento dei risultati dell'economia
jugoslava nel periodo post 1979
solleva ancòra oggi questioni su quali siano stati i fattori
determinanti di quella crisi.
Come ha potuto la Jugoslavia crollare da un avanzo delle partite correnti di circa
250 mrd lire nel 1976 a un disavanzo di oltre 5 mmrd in soli quattro anni? La
crisi fu conseguenza di una strategia inadeguata e della sua mancata attivazione
politica, come la similitudine con le precedenti crisi valutarie indicherebbe,
oppure deve essere spiegata con i colpi portati dalla crisi mondiale? Le
risposte a tali domande non hanno interesse solo per se stesse, ma sono della
massima importanza per definire la strategia del piano 1981-85 e del quadro
politico usata per renderla operativa.
Le conseguenze degli sviluppi negativi del saldo delle partite correnti
si riversarono sul conto capitale,
con un rapido aumento del debito estero, sia a medio e lungo termine, sia a
breve e per obbligazioni di pagamenti bilaterali. Inoltre, la quota jugoslava
dei crediti in eurovalute destinati ai paesi in sviluppo fu ridotta dal 9,3% del
'73 al 2,6% dell'80, peggiorando inoltre di molto le condizioni rispetto agli
altri paesi in sviluppo. A sua volta questo aumento del debito si riversò di
nuovo sulle partite correnti, attraverso l'imposizione di ulteriori oneri per il
pagamento degli interessi passivi. Dato che il debito aggiuntivo era negoziato a
tassi variabili, la Jugoslavia divenne ancor più vulnerabile per l'aumento
dei tassi d'interesse in eurodollari a partire dal '79. Il pagamento lordo solo
per interessi è cresciuto da poco più di 500 mrd lire a 2 mmrd nel 1980. Nel
complesso, pur se alla fine del piano 1976-80 la Jugoslavia era ancòra riuscita
a raggiungere gli obiettivi aggregati di sviluppo e investimento, la sua
posizione esterna si era considerevolmente indebolita diventando molto
vulnerabile. Dunque, com'è evidente da quanto esposto, gli attacchi esterni
sono in larga misura responsabili di tale risultato.
Questa situazione, caratterizzata dal forte aumento del disavanzo corrente
nel 1979, è stata ulteriormente aggravata dall'incapacità delle repubbliche di
pervenire a un accordo sul quadro politico per il 1980-81 e sul riassetto dell'esposizione
delle banche commerciali. Come conseguenza di tali circostanze, nel 1980 la
Jugoslavia si è trovata nell'impossibilità di ottenere crediti a medio e lungo
termine dal settore finanziario commerciale nella misura programmata. Ciò ha
riportato la banca centrale jugoslava a svolgere il ruolo di prestatore, affidandosi
a linee di credito concordate con governi amici della Jugoslavia, piuttosto
che a i normali canali commerciali. Perciò la posizione è peggiorata sensibilmente,
combinandosi con gli spostamenti dell'"atteggiamento del mercato"
finanziario internazionale dei capitali avverso alla Jugoslavia (e in genere per
i prestiti ai paesi dell'Europa orientale), condizionando così in maniera
determinante la strategia per gli anni '80.
Si ricordi che l'80 è l'anno di inizio della strategia di attacco
["aiuto", dicono i testi ufficiali] alla Polonia, con il conseguente
spostamento dei finanziamenti delle banche commerciali, che seguivano quel
ricordato "atteggiamento del mercato" antijugoslavo; poi, nell'81,
vennero messi in crisi tutti i paesi indebitati dell'Europa dell'est, per
facilitarne la "transizione" al libero mercato [ossia, il crollo].
In sintesi, nel 1980 si registrò il crollo della crescita del pil ad appena il
2%, da quasi il 7% raggiunto negli anni '70. Conseguentemente, si allargava la
richiesta di debiti esteri (da 10 a 15 mmrd, portando il totale dell'80 tra i 30
e i 40 mmrd), con interessi (raddoppiati in 5 anni) al 15%.
L'economia
jugoslava, come l'analisi ha
indicato, era soggetta a una serie di influenze negative, esterne e interne, nel
periodo 1976-80: peggioramento delle ragioni di scambio, aumento dei prezzi
del petrolio, forte inflazione mondiale, aumento internazionale dei tassi
d'interessi nominali e reali, diminuzione delle rimesse degli emigrati, crollo
delle esportazioni e alta inflazione interna. Interessante è sottolineare
come, tra il '75 e il '79, il cambio nominale tra dinaro e dollaro sia
peggiorato appena del 10%, molto meno cioè del differenziale inflazionistico.
In effetti, analizzando l'indice del corso del cambio ponderato agli scambi
commerciali effettivi, si spiega il perché di tale circostanza in funzione
della direzione dei flussi commerciali jugoslavi con le economie di mercato
sviluppate. Il grande peso del marco tedesco in codesti flussi, e l'ulteriore
spostamento a suo favore nel periodo considerato, ha fatto segnare una più
forte svalutazione (17%) del dinaro sul marco.
Il significato del programma antinflazionistico stava innanzitutto nella
visione complessiva degli strumenti di politica economica. Nel suo insieme, tale
programma rappresentava un sostanziale affidamento al meccanismo
di mercato nella destinazione delle risorse, subordinando al rispetto delle
sue regole e risposte la fondamentale ricerca dell'efficienza. La credibilità
del programma dipendeva sostanzialmente dalla consequenzialità delle azioni
inerenti il collegamento tra le perdite delle imprese e la diminuzione dei
redditi dei dipendenti, tale da fornire un quadro sicuro per la politica dei
redditi da lavoro. Tali tematiche erano inaffrontabili nel passato, tanto che
il programma antinflazione non era tale da garantire il suo successo nemmeno in
quella occasione.
L'elemento più significativo dell'intera strategia consisteva nel
ritorno a un'economia più aperta, con maggiori riferimenti alla tecnologia
straniera e ai prezzi internazionali, alla liberalizzazione e all'impiego delle
forze di mercato, come stimoli per la concorrenza e l'efficienza, anche per
superare i criteri regionalizzati di destinazione degli scambi con l'estero.
Occorre considerare che la Jugoslavia avrebbe dovuto continuare a essere un
importatore netto di capitali per il prossimo futuro: ma affinché ciò potesse
avvenire, la Jugoslavia aveva la necessità di rifinanziare il suo debito
esistente, cosa che ha cominciato a presentare difficoltà già nel 1981-82;
in tale periodo, dovette ricorrere a crediti garantiti su base governativa,
prendendo a prestito notevoli somme da Fmi e Bm.
Le rinegoziazioni del debito estero furono avviate a maggio 1980, attraverso
un "accordo" di stabilizzazione col Fmi, che imponeva a giugno la
svalutazione del 30% del dinaro (soprattutto su marco, principale controparte,
e naturalmente su dollaro) in chiave antinflazionistica; poi, i negoziati
ripresero con più efficacia nel 1982 [nell'ambito del programma generale di
aggiustamento di tutto il debito estero mondiale dei paesi poveri e in sviluppo,
da parte del Fmi sulle linee del piano Baker, segretario di stato Usa], in
concomitanza con il piano jugoslavo di stabilizzazione
a lungo termine, attraverso la commissione federale che fu però
scarsamente operativa. In base alle previsioni di allora, tra l'83 e l'85 il
conto capitale della bilancia dei pagamenti avrebbe sicuramente necessitato di
ragguardevoli finanziamenti per tre componenti: ammortamento del debito
esistente, reperimento di crediti all'esportazione e ricostituzione delle riserve
valutarie. Nelle condizioni in cui versa il mercato internazionale dei capitali,
la Jugoslavia avrà grandi difficoltà nel reperire tutti i finanziamenti necessari,
attraverso l'accensione di nuovi prestiti.
Anche in tema di occupazione, la Jugoslavia iniziò gli anni '70 con
risultati impressionanti. Ciò si rifletteva anche nella dinamica del
cambiamento strutturale della composizione della forza-lavoro. La percentuale di
occupati nella piccola agricoltura privata a bassa produttività cadde
rapidamente nel periodo postbellico, con un sostanziale spostamento verso i più
produttivi settori industriale e terziario. Fino al '65, un ruolo essenziale,
per offrire opportunità di occupazione fuori dell'agricoltura, fu svolto
dall'espansione del settore sociale.
Dopo il '65, invece, fu l'emigrazione all'estero a dare un crescente contributo
per assorbire il deflusso dal settore agricolo, e contrastare la disoccupazione
e sottoccupazione interna.
Nonostante il sostanziale progresso raggiunto nel periodo postbellico,
negli anni '70 il mercato del lavoro jugoslavo è stato caratterizzato da
significativi squilibri strutturali. Dopo gli aumenti dei prezzi del petrolio
del 1973-74 la complessiva situazione occupazionale jugoslava è radicalmente
cambiata. La successiva recessione nell'Europa occidentale si è accompagnata a
un mutamento della politica dei paesi ospiti verso i lavoratori immigrati,
riducendo così anche la richiesta di lavoratori jugoslavi. Col loro ritorno,
l'emigrazione netta, che prima del '73 aveva rappresentato un'importante
componente della domanda di lavoro, si trasformò in un'accresciuta pressione
sul mercato interno del lavoro. Comunque, sebbene l'economia jugoslava abbia
continuato a essere caratterizzata da alti livelli di sottoccupazione rurale,
ha avuto sempre bassi livelli di disoccupazione effettiva.
Il programma jugoslavo di stabilizzazione a lungo termine ammetteva
apertamente che la situazione degli anni '80 avrebbe richiesto soluzioni
radicali e riforme complessive, non essendo più sufficienti rimedi parziali.
Con poche limitazioni, si propendeva per un ampio impiego delle leggi di mercato
(per fattori e prodotti) e della concorrenza internazionale per conferire
maggiore efficienza all'economia jugoslava e per contrastare fallimenti e
disoccupazione frizionale. Rimaneva tuttavia la difficoltà di applicare un
programma di mercato a causa delle differenze
regionali dovute ai diversi livelli di efficienze e produttività delle
varie repubbliche. La mancata ripresa dei settori economici definiti
"prioritari", e una forte spinta alla frammentazione regionale degli
investimenti interni contro i precedenti tentativi di joint
venture e mobilità interregionali, andavano ovviamente a svantaggio delle
repubbliche e province deboli del sud; tutto ciò, quindi, accompagnato da un
crescente processo di destatizzazione, con forte aumento della politicizzazione
delle decisioni locali, favorì fin dal lontano 1981, sùbito dopo la morte di
Tito, l'avvio della "primavera" del separatismo del Kosovo (che Tito
aveva saputo controllare con concessioni e norme speciali per la regione più
povera).
I prossimi anni '80 e '90 saranno difficili per l'economia jugoslava, come
per molti altri paesi in sviluppo a reddito medio. Una condizione di instabilità
nel commercio internazionale, le incertezze sulla reperibilità di finanziamenti
esterni e la volatilità dei tassi di interesse internazionali, complica
considerevolmente gli obiettivi di aggiustamento
strutturale della Jugoslavia. Va a merito dei responsabili della politica
jugoslava aver riconosciuto, dagli anni '80, la necessità di procedere a
radicali revisioni del quadro politico: era imperativo rinnovare tale quadro
il più presto possibile, per dargli credibilità interna e esterna. Il
programma di stabilizzazione e antinflazione è in grado di affrontare le esigenze
di aggiustamento, e purché abbia adeguato sostegno dalla comunità
internazionale e sia applicato con decisione e coerenza la Jugoslavia potrà
uscire dall'attuale crisi con un'economia più efficiente e flessibile. [Così
si concludeva il rapporto degli "ispettori" inviati in
"missione" dalla Bm nel giugno 1981, alla fine del periodo degli
"impressionanti risultati raggiunti dalla Jugoslavia", in relativa
autonomia, prima che l'"aiuto" imperialistico la disgregasse].
A partire dagli anni '80,
perciò, precise condizioni furono poste dal Fmi, in merito alla positività dei
tassi di interesse reali, all'abolizione del controllo sui prezzi e
all'aggancio dei salari alla "produttività"; nel 1986 il governo di
Branko Mikulic, pur accettando le critiche sull'inefficienza dell'economia
jugoslava, nel tentativo di rinegoziare al meglio (con la "sorveglianza
avanzata" del Fmi, fino al '91) l'enorme debito estero in costante
crescita, di fatto non rispettò le clausole del Fmi, abbassando il tasso
d'interesse e controllando di nuovo i prezzi, e quindi irrigidendo ancor più
il sistema. Giusto un anno dopo, dicembre '87, appena salito al potere in
Serbia Slobodan Milosevic (sostenuto da Kissinger), il Fmi fu richiamato dai
nuovi sostenitori di un sistema maggiormente orientato al mercato, più
convinti nelle sue funzioni di controllo e guida per il ripianamento del debito
estero altrimenti insostenibile.
Tuttavia continuava la contraddizione di un'economia dove non funzionava
né la pianificazione centrale né le leggi del liberomercato; si giunse comunque
all'"accordo" col Fmi (aprile 1988) sulla "radicale
liberalizzazione economica e di tutti i prezzi, da raggiungere entro il
1990". L'indebitamento era continuato a salire fino all'87, prima
soprattutto in conto capitale per l'alta valutazione del dollaro, e poi [con
la successiva discesa che seguiva la caduta pilotata del dollaro dopo il Plaza]
per il rialzo dei tassi d'interesse; i pagamenti di quest'ultimo, più la
restituzione per ammortamento, arrivava già a 10 mmrd, pari al 40% del valore
delle esportazioni. Il fatto era che <in uno scenario di crisi
internazionale, il rapido aumento dei tassi di interesse Usa, combinato con
l'indebolimento del dollaro, influì negativamente sulla componente degli interessi
passivi in valuta pregiata da parte della Jugoslavia, ed esacerbò quindi i
problemi di pagamento del debito> [cfr. Artisien].
A evitare codesta tendenza non bastava che ormai, nel 1988, la banca
centrale operasse "in base a orientamenti occidentali, su princìpi di
libero mercato", con un aumento della sua autonomia dal governo. Solo
attraverso i depositi in valuta estera (rivalutati a fine anni '80, anche di
venti volte per la svalutazione del dinaro) era possibile l'autofinanziamento
delle importazioni con i fondi ottenuti per le esportazioni; ma ciò riusciva
solo ai privilegiati, come sopra accennato, i quali tale negoziazione sui cambi
potevano fare, anche se non soprattutto, attraverso il "mercato
nero"; in tal modo essi accrescevano il loro potere sulle banche
controllate e rispetto alle imprese non autorizzate all'operazione. In simili
condizioni risultarono dimezzati gli scambi con l'Urss [in via d'estinzione],
mentre erano relativamente in forte crescita quelli con Germania e Italia
(1983-88).
Intanto la disoccupazione raggiungeva il 12%, i salari diminuivano del
15%, l'inflazione arrivava provvisoriamente al 200%, l'offerta di moneta cresceva
del 240%, gli interessi nominali risultavano decuplicati da 50% a 500%: tutto ciò
denotava "l'ulteriore caduta dei livelli di vita a séguito dell'introduzione,
nel maggio 1988, di un pacchetto di austerità sotto l'egida del Fmi, che contribuì
al crescente clima di insoddisfazione popolare e di risentimento nazionale. Il
divario tra nord e sud aggravò la radicata diffidenza tra repubbliche e nazionalità,
resuscitando i nazionalismi serbo e albanese nel Kosovo". Ma il processo
fallimentare accelerava: nel 1989 l'inflazione superava il 2000%; l'offerta di
moneta il 2300% (e gli interessi nominali sui depositi il 28000%). Si giunse così
al programma di deflazione introdotto da Ante Markovic (favorevole al liberomercato,
come del resto tutti i dirigenti jugoslavi, sia provenienti dalla Lcj sia da
nuovi partiti) il 18 dicembre 1989: ancòra una volta "stretta monetaria e
fiscale, congelamento dei salari, cambio fisso del dinaro, ancorato al marco tedesco
7 contro 1, reso pienamente convertibile". Così, l'inflazione crollò dal
2700% dell'89 a zero nel giugno '90, ma con una recessione della produzione
industriale di quasi il 20%; perciò i salari furono diminuiti ulteriormente
"non per la prima volta negli ultimi dieci anni" [e neanche per
l'ultima!], riuscendo a essere solo compensati parzialmente con beni in natura
dalla campagna e intaccando i risparmi in valuta pregiata.
Dopo il crollo del Comecon nell'89 - che per la Jugoslavia significava
[come per Cuba] la fine dell'importazione a prezzi politici del petrolio,
insieme al crollo dei prezzi all'esportazione dei manufatti (per la loro qualità
scadente e non competitiva) - nell'estate '90 la commissione Cee avrebbe scelto
la Jugoslavia come prima potenziale controparte tra i paesi dell'est europeo.
Ma si sa che a Slovenia e Croazia piace essere considerati centro-europei
piuttosto che est-europei. Sicché nel 1990 si intensificò il boicottaggio di
Slovenia e Croazia alle riforme di Markovic, per mantenere alle due repubbliche
tutti i vantaggi economici, nonostante che "le recenti riforme economiche e
politiche favoriscano l'abbandono del sistema dell'autogestione".
Nel 1991, dopo la scissione
delle due repubbliche del nord ovest, la svalutazione portò al cambio
della moneta (10000 vecchi dinari per ogni nuovo
dinaro) con nuovo ancoraggio al marco; il pil scese dell'8%, con
disoccupazione in aumento, anche a causa del continuo rientro degli immigrati
dalla Germania riunificata (alla fine furono almeno 300.000 i lavoratori tornati
in Jugoslavia); si pose inoltre il problema, mai definitivamente risolto, della
spartizione dei debiti dell'ex Jugoslavia, insieme a quella dei patrimoni
federali nelle diverse repubbliche e all'estero. In simili condizioni [di
condizionamento economico internazionale e interno], fu inevitabile, nel '92,
la fortissima ripresa dell'inflazione con un'ulteriore svalutazione (20000%); la
disoccupazione ufficiale arrivò al 17% e in Kosovo al 40%.
L'imposizione delle sanzioni
occidentali nel maggio 1992 si è aggiunta ai devastanti effetti della
frammentazione economica provocata dalla violenta disgregazione della
federazione jugoslava nel 1991, portando a un'inflazione senza precedenti
stimata in 116 mmrd % [!?] nel 1993.
Sebbene le condizioni rimanessero difficili, un notevole miglioramento si ebbe
nel 1994 in séguito a un programma introdotto il 25 gennaio dall'allora
governatore della banca centrale, Dragoslav Avramovic. Fino al settembre 1994
esso è pienamente riuscito a mantenere il valore del nuovo dinaro nella parità
(1:1) col marco tedesco, abbattendo l'inflazione. Senonché, verso la fine
dell'anno si è riaffermata la volatilità di prezzi e corso del cambio in
risposta a politiche salariali e creditizie "permissive". In dicembre,
Avramovic annunciò un pacchetto di riforme che comprendeva stretta fiscale e
creditizia, liberalizzazione dei prezzi e congelamento dei salari, mirante a
stabilizzare il dinaro e controllare l'inflazione.
Sùbito dopo l'abolizione delle sanzioni, nel novembre 1995, Avramovic
lanciò un programma di stabilizzazione
in quindici punti che prospettava la svalutazione del dinaro al livello
del mercato nero, per riportarlo alla convertibilità, l'introduzione di tassi
d'interesse regolati dal mercato, la privatizzazione del settore delle imprese
statali, l'abolizione delle quote su esportazioni e importazioni e la
riduzione dei dazi doganali. Mentre la manovra su prezzi e valuta ha avuto
successo, le altre misure non hanno mai neppure avuto corso effettivo. Avramovic,
nella battaglia politica tra banca e governo, è stato destituito dalla sua
carica nel maggio 1996 con una delibera del parlamento federale. "Senza una
regolarizzazione delle relazioni tra la Jugoslavia e le istituzioni finanziarie
internazionali, il governo avrà molti problemi per non lasciare l'economia alla
deriva nel 1997" (alla fine del processo di disgregazione, nel 1996, la
Serbia avrebbe accettato la quota di 36,5% rispetto alla ex Jugoslavia proposta
dal Fmi per la riammissione, ma gli Usa impedirono l'operazione proseguendo
nelle sanzioni "secondarie" unilaterali, costituite dal cosiddetto "muro
di recinzione") [scritto gennaio '97].
In sintesi, i primi anni '90 fino all'ulteriore separazione della Bosnia
e della Macedonia da Serbia e Montenegro, hanno registrato per il pil '90-'93 un
crollo del 55%, mentre la disoccupazione raggiungeva il 30%; il salario del '93
era il 20% di quello del '90, ed equivaleva "nominalmente" a 10.000
lire al mese, in confronto a un valore di mercato del paniere dei consumi
familiari di quattro persone pari a 170.000 lire! Poi, con la conclusione del
conflitto bosniaco, il pil serbo montenegrino nel 1996 era cresciuto quasi del
6%, ma con l'inflazione che riprendeva a correre oltre il 90%, ma pure con un
disavanzo corrente di 3 mmrd e un debito estero ancòra intorno ai 18 mmrd.
Il governo serbo tentò allora un'ulteriore rinegoziazione di 4 mmrd di debiti
commerciali, con il cosiddetto club
di Londra, al 15% di interesse; a ciò andavano aggiunti 9 mmrd dovuti alle
istituzioni del G.10 (cosiddetto club
di Parigi) più 5 mmrd a Fmi e Bm; il che portava il totale
dell'indebitamento estero al 60% del pil (250% delle esportazioni, di cui 140%
solo per interessi). Era stata nel frattempo varata la riforma bancaria, per
cercare di tamponare i fallimenti conseguenti al crollo delle
"piramidi" dei fondi d'investimento; nel frattempo, i depositi in
valuta estera, per un ammontare di 7 mmrd, rimanevano congelati dal 1991, e il
ministro delle privatizzazioni serbo aveva fatto approvare l'attesa legge,
entrata in vigore il 1° novembre 1997.
Senonché il problema
delle privatizzazioni concerne la loro lentezza, l'arbitrio e i trucchi
contabili. In base alla nuova legge, la privatizzazione, anche se non
obbligatoria, diverrà inevitabile per l'80% delle imprese piccole e medie, il
cui 60% delle quote sarà offerto alla popolazione; di una cinquantina di grandi
imprese in difficoltà, il governo ne ristrutturerà quelle vitali, offrendole a
partners strategici; la cessione
delle banche, al contrario, per lo stato di crisi ormai endemica del settore,
sarà decisa centralmente; il ricavato dovrebbe servire per fondi pensione e
altri fondi sociali: ma proprio tale procedura prevista dalla nuova legge è
considerata incerta e ancora inaffidabile dagli osservatori internazionali,
perché ritenuta troppo lenta e farraginosa per gli stranieri.
Condizione base continua a essere considerata la normalizzazione col Fmi,
che tuttavia non può avvenire finché non si verifichino gli eventi [ossia, la
caduta di Milosevic e il pieno controllo della "transizione"
economica, politica e militare] senza i quali gli Usa impediscono di rimuovere
il ricordato "muro di recinzione" eretto contro la Serbia. Alla fine
del 1998, con i bombardamenti rinviati ma incombenti, ovviamente tutta
l'economia era già in crisi gravissima; la banca centrale aveva iniziato a
tentare operazioni di rafforzamento della disciplina finanziaria, intervenendo
sui debiti delle banche, costretta a dilazionare i pagamenti di stipendi e
pensioni, per non emettere nuova moneta. Le difficoltà produttive dell'economia
reale restavano enormi.
[Non occorre ricercare descrizioni, ufficiali o meno, per documentare la
situazione economica del 1999, a séguito delle smisurate distruzioni provocate
dai bombardamenti: "I programmi di ristrutturazione e privatizzazione si aggiungono
(sic) alle difficoltà economiche
immediate, e la ridefinizione degli scambi su diversi fronti - entro la
Jugoslavia, l'Europa orientale e il Medio oriente dopo-golfo - significa che la
stabilità economica è in qualche modo saltata". Dunque se la
"transizione" al capitalismo - al liberomercato, come dicono i padroni
del mondo - è rinviata, ma continua, significa che per adesso è fallita. E non
solo in Jugoslavia, ma in quasi tutta la zona ex Comecon, come confermano i
fatti che annunciano il 2000 prossimo venturo].
Nota
__________________________________________________________
SUL
BEL DANUBIO BLU
valzer
di piccoli satrapi in conto capitale
__________________________________________________________
Gf.P.
Tutti
i popoli della terra commetterebbero un delitto
La
monarchia non sta nello stemma e neppure nella corona,
Lo
lasci illeso, e tutto si risolleverà nelle sue spalle.
(Theodor Schuster)
La
storia del potere nei paesi
danubiani è piena di prìncipi e viceré, governatori militari e vojvoda, bani
e besughi, i quali - in nome di una vera indipendenza assai raramente, anzi
quasi mai, raggiunta nel corso dei secoli - si sono perlopiù limitati a
occupare, come satrapi circondati dai
propri clan, i posti che potevano arrecar loro qualche vantaggio. Ma quello,
appunto, era ed è sempre stato un sottopotere
da bottegai - a costoro delegato o concesso, consentito o tollerato, secondo il
mutare delle circostanze e delle convenienze - e per ciò stesso necessariamente
subordinato al potere reale, di turno
sull'antica montagna boscosa a sud della vallata blu. E se piccoli
nazionalismi sono potuti sorgere, qua e là, con la stessa rapidità storica
con cui sono poi stati soffocati, essi hanno sempre vegetato all'ombra dell'uno
o dell'altro "impero" in conflitto per la spartizione balcanica. Gli
"imperi" di un tempo - ottomano, austro-ungarico, russo, tedesco,
britannico e francese - si sono trasformati, nell'ultimo secolo e passa di
storia, nell'imperialismo del capitale,
prima statale nazionale e poi transnazionale sovrastatuale. Su quegli imperi del
passato che si sono saputi aggiornare si confrontano, da un lato, quelli
ridimensionati o dissolti, dall'altro, quelli della nuova era, in primo piano
l'imperialismo Usa con tutti gli annessi sovranazionali su di esso basati. E su
questo nuovo quadro si misurano, anche, i piccoli satrapi danubiani oggi
chiamati a operare in conto capitale.
Si sono cominciate a
delineare le prospettive imperialistiche che attraversano e oltrepassano
l'area balcanica, quale esito della "terza guerra" che ha visto
quell'area come proprio teatro in questo secolo; prospettive, tuttavia, che
acquistano senso solo su una seria analisi della base oggettiva economica della
Jugoslavia del secondo dopoguerra. Epperò non è male, dopo di ciò, tentare di
conoscere e interpretare anche la recente dinamica, storica anzitutto ma anche
fenomenica, di quel sottopotere, fino ai suoi esiti sempre più deliranti nel
loro nazionalismo (vero e falso a un
tempo) e nel loro opportunismo
(quest'ultimo sicuramente tanto vero quanto ambiguo corrotto e tragico). Qui può
trattarsi, per ora, solo di brandelli di storia - e spesso solo di cronaca[3]
- sulle vicende politiche e soggettive che hanno accompagnato la
disintegrazione jugoslava. Come "nota", questa non ha alcuna pretesa
di esaustività fattuale o tanto meno di compiutezza logica, ma solo appunto
di "notizia" da rammentare senza sistematicità.
La
breve e occasionale narrazione
delle vicende politiche della moderna Jugoslavia comincia, dopo la vittoriosa guerra
di liberazione, nel 1949 dalla rottura con Stalin. Fin dall'inizio degli
anni '50 si avviò il decentramento statale con l'esperimento dell'autogestione.
Nel 1952-53 si ebbe così praticamente la fine del collettivismo e - fatto
simbolicamente molto significativo - la trasformazione, non solo nominale, da Partito
a Lega e da Fronte
popolare ad Alleanza socialista.
Quello fu, in antitesi al centralismo sovietico,
un chiaro passo che sollecitò l'imperialismo occidentale ad appoggiare -
non solo politicamente e militarmente, ma anche e soprattutto finanziariamente -
il non allineamento di Tito. Bisognò attendere il 1964, con la fase delle
riforme revisioniste in Urss, perché la Jugoslavia stabilisse un collegamento
esterno con il Comecon, e varasse la nuova costituzione contenente ulteriori
misure di liberalizzazione: la base
proprietaria di tipo privatistico - ancorché cooperativistico - ne facilitava
enormemente l'attuazione. Fu sulla base di tali presupposti che nel 1971 si ebbe
il primo tentativo di autonomia della Croazia, in odio alla prevalenza serba.
Nel 1974, perciò,
visti i rischiosi limiti e i difetti della costituzione del di dieci anni prima,
fu approvata una seconda riforma costituzionale: essa si basava sulla democrazia
delegata, come strumento politico per porre limiti agli eccessi di
liberismo che l'autogestione delle riforme
di mercato del '65 aveva comportato, minando gravemente il potere centrale
dello stato federale; tuttavia, con quella "delega" la reale
rappresentanza era solo poco più che formale,
in quanto ne risultò uno svuotamento istituzionalistico dei consigli
operai, mentre si ebbe l'allargamento del federalismo (soprattutto sul piano
della gestione economica, finanziaria e fiscale). Fu in quella circostanza che
venne concessa, proprio per il crescere delle contraddizioni interregionali e
del dualismo della società jugoslava, la massima autonomia alle province di
Kosovo e Vojvodina. Ne risultò "uno degli stati più decentrati del
mondo", e - per usare le precise parole della Bm - non rimaneva da
osservare che "il fatto era che l'ideologia comunista si indeboliva e il
nazionalismo si rafforzava". Bella scoperta!
Era
l'inizio della crisi, quella del
dopo '79. Essa coincise casualmente, ma certo non solo, col dopo Tito che, morto
il 4 maggio 1980, pur con tutta la sua capacità soggettiva, non avrebbe potuto
resistere all'oggettività del travolgente peggioramento economico - causato
in primo luogo dalla controffensiva imperialistica alla crisi mondiale - di
tutti gli anni '80, '90 ... I diversi protagonisti dell'oggi cominciarono a
emergere allora, nella temperie della lotta per sopravvivere alla crisi,
approfittandone - per molti piccoli capi - con lo scopo di accrescere il proprio
potere e le proprie ricchezze a danno delle popolazioni.
Dopo i sempre presenti,
e già ricordati, pretesti etnici croati per il separatismo, nel 1985 si
segnalò la prima seria ripresa del nazionalismo serbo, con il memorandum
dell'accademia delle scienze. Questo documento di un gruppo di
"intellettuali", che avevano in Dobrica Cosic (poi divenuto presidente
della Serbia) il loro massimo esponente, era tutto svolto come una rilettura
nazionalistica in chiave antititoista, contro la Croazia e contro l'autonomia
delle province di Vojvodina e Kosovo, presentandosi come preludio alla
disintegrazione jugoslava. Il 1986 vide la conclusione della campagna
nazionalista serba antialbanese di Milosevic. Interessante è leggere le parole
di commento scritte tra l'agosto '91 e il dicembre '92 dai rapporti ufficiali
internazionali dianzi citati.
"Il memorandum
ha aperto la strada per Slobodan Milosevic, che divenne segretario del partito
socialista serbo nel 1986. La sua ascesa è stata favorita dall'apparato di
partito e dal sistema bancario, ma con un riferimento popolare. Tuttavia questo
riferimento non aveva più niente di comunista, bensì di un nazionalismo
basato su seicento anni di storia dopo la sconfitta del Kosovo"; "sotto
Milosevic l'ex Lega dei comunisti è stata trasformata in un partito nazionalista
la cui principale motivazione sta nel promuovere gli interessi serbi";
"il partito socialista serbo, erede serbo della Lcj, ha assai poco a che
vedere col partito dell'epoca di Tito. Esso è lo strumento di Milosevic, i suoi
obiettivi sono nazionalisti e non ha praticamente contatti con gli altri
partiti socialisti. In teoria, esso favorisce le riforme economiche, incluse
le privatizzazioni; in pratica, ciò è improbabile che avvenga, volendo esso
mantenere il controllo di tutte le leve del potere". Il primo atto indicato
dal memorandum fu, sùbito nell'87,
l'abolizione dell'autonomia delle province di Kosovo e Vojvodina.
Parlando
di Milosevic conviene confortare
le parole sopra riportate con altri pareri ufficiali o comunque di parte
capitalistica: ciò per togliere equivoci sia, soprattutto, alla sua
"demonizzazione" (al confronto con gli altri satrapi slavi del sud),
sia anche, però, alle ambiguità di certa sinistra che le basta vedere nell'antiamericanismo
(magari postdatato) motivi di alleanze. Riferendosi a quel periodo, scriveva
Harold Lydall (funzionario Unctad):
<Il partito ha disperato bisogno di un capo coraggioso, essendo la vecchia
Lcj ridotta a un simulacro del passato: la sua composizione sociale registrava
ormai solo il 5% di operai e l'1% di contadini, rispetto al 43% di dirigenti
d'impresa, il 25% di tecnici e il 23% di insegnanti>! Così, è su codeste
basi che nella Serbia '87, all'interno di partito e governo, avviene un vero
"colpo di mano" nazionalista e antialbanese, da parte di Milosevic e
della sua maggioranza "familiare" (la moglie Miriana Markovic, i figli
Marko e Marija, e parenti vari), con l'espulsione dei comunisti Pavlovic e
Stambolic, e poi di Fadilj Hoxha, eroe albanese della resistenza, espulso con
accuse personali pretestuose e false, in realtà perché albanese.
Non basta. Ancora nel
gennaio '97, i rapporti ufficiali scrivono che <la continuità politica e
ideologica non è mai stata una prerogativa del regno di mr. Milosevic. Per
adattarsi alle mutevoli circostanze interne e internazionali, ha dovuto voltar
gabbana più volte, da quella di padrone del partito comunista, a quella di
riformatore dell'economia, di populista e di diplomatico. Dalla notte al giorno
ha cambiato il suo ruolo di guida del nazionalismo serbo, riunificatore della
Jugoslavia serba e paria internazionale, in quello di pacificatore>. Nessun
osservatore internazionale, dunque, osava neppure lontanamente parlare di Milosevic
come "comunista", tant'è che la sua derivazione kissingeriana e bancaria
erano esplicitamente presi a base dell'affidamento che il capitalismo faceva su
di lui, fino al suo sganciamento solo in nome di democrazia e umanitarismo.
Di lui i padroni
potevano dubitare per dispotismo opportunismo nazionalismo, ma quanti fantocci
di tal fatta essi hanno appoggiato nella storia! Sicché si spiega perché solo
a "babbo morto" sia venuta a galla - se vera - la storia riferita da
Alberto Negri a preludio di nomina e destituzione del "grande vecchio"
Avramovic. A raccontare la storia ha aspettato il 1999 Steve Hanke, della famigerata
università Johns Hopkins, già consulente del governo Markovic, e poi di quello
Milosevic, nel cui àmbito sostenne la nomina di Avramovic stesso, ex
funzionario della Bm, a governatore della banca centrale di Belgrado nel 1993.
Hanke fa capire che "il crollo della federazione jugoslava avviene, prima
ancora degli scontri etnici, con un colpo di mano finanziario",
quando (7 gennaio 1991) il parlamento serbo avrebbe segretamente
"regalato" 2.500 mrd lire - pari alla metà dell'"offerta di
moneta" decisa dalla banca centrale per quell'anno critico - a Milosevic
e ai suoi amici, accelerando così la già programmata dissociazione di
Slovenia e Croazia dalle sorti della Jugoslavia serba.
Un
pretesto fu dato, indubbiamente,
dalle proclamazioni chauviniste rivolte contro gli albanesi dal neosegretario
Milosevic. Fu però dalla "notte dei cristalli" di Zara, nel fatidico
1989, che prese concretamente corpo il primo vero assalto nazionalista
e razzista: quello dei croati contro i serbi, che era in preparazione già
molto tempo prima della comparsa di Milosevic, dall'inizio degli anni '80 a
ridosso della morte di Tito. Alla fine del processo di ritorsione messo
perversamente in moto, il ras fascista Franjo Tudjman riuscì così nel suo
intento di eliminare praticamente la presenza serba in tutta la Croazia. Fu in
quell'89 che si consumò la scissione della Lcj (prima Slovenia e Croazia, poi
Bosnia e Macedonia); ma mentre alcuni capi locali, nell'orgia di
socialdemocratizzazione del "dopo muro", si nascosero dietro le
spoglie "comuniste" della disciolta Lcj - come a es. Milan Kucan in
Slovenia, col partito del cambiamento democratico, vittorioso anche nella
liberalizzazione del paese; o come in Serbia lo stesso Milosevic, col partito
socialista - il croato Tudjman, con la unione democratica croata, da autentico
fascista, che nemmeno il delirio di Berlusconi avrebbe potuto chiamare ex
comunista, non ebbe mai bisogno di indossare quella maschera . In Bosnia, emerse
il musulmano Alija Izetbegovic, mentre il nazionalismo albanese macedone e
montenegrino si andava assestando; il potere passava progressivamente alle
singole repubbliche, a danno del governo centrale federale.
Il 25 giugno 1991, con
la dichiarazione d'indipendenza di Slovenia e Croazia, gli osservatori
occidentali eufemisticamente asseriscono: <Tudjman ha fatto l'errore
[sic!] di non dare sufficiente
attenzione ai problemi della minoranza serba in Croazia>. Soltanto da ciò
ne è conseguito - secondo un'osservazione di organismi internazionali scritta
già con chiara "premonizione" (!?)
nell'agosto '91 - che la risposta della grande Serbia di Milosevic alla
separazione croata "solleva anche la prospettiva di una guerra in
Bosnia". Anche: ma la colpa è
addossata a Slobo. Poco importa che vi fosse stato l'ampio sostegno tedesco e
vaticano all'indipendenza di Croazia e Slovenia - sfociato nel riconoscimento
dato il 15 gennaio 1992, contro ogni parere dell'Europa (e degli Usa) - dato con
il pretesto dell'"autodeterminazione" [sic]
concessa ai tedeschi dell'est.
Tudjman, comunque,
mirava al sodo, ossia ai soldi delle privatizzazioni, senza scheletri ex
comunisti nel suo armadio fascista. Sicché ha brillantemente risolto il
problema prendendolo di petto e facendo intascare quei soldi alla sua famiglia e
al suo clan, nascosti nello stesso giro di "false privatizzazioni"
[così - false - sono state definite
anche dalla stampa padronale italiana]. In codesta operazione i "suoi"
risultavano, a un tempo, sia come acquirenti privati di banche e aziende
strategiche, sia come venditori "pubblici" in quanto funzionari
statali o esponenti politici. Tuttavia il processo è lontano dalla fine, molte
sono le questioni in sospeso, a partire dal nodo delle telecomunicazioni, mentre
la gestione del credito è sempre più azzardata, per cui aumenta ogni giorno
anche per Tudjman quello che gli esperti del capitale finanziario transnazionale
chiamano amabilmente "rischio
paese", e che potrebbe farlo cadere in disgrazia.
Quello
stile di potere personale,
tuttavia, burocrazia d'apparato e corruzione, non era prerogativa solo di
Tudjman, e tanto meno appannaggio di Milosevic nella sua roccaforte di
Belgrado, bensì ha caratterizzato tutto il processo di disfacimento della
Jugoslavia. Interessante è notare che in un quadro simile rientra, a es., anche
il fallimento Agrokomerc, nel 1987. Quella "cooperativa" era di Fikret
Abdic, che in séguito sarebbe salito alla cronaca per le bande paramilitari
nella Bosnia serba. Abdic aveva emesso cambiali a vuoto per oltre 1000 mrd lire
sulla banca locale Bihac, da lui stesso controllata; ma praticamente tutta la
"cooperazione" agiva così, tanto che "nessuno discute che le
banche siano principalmente gli agenti della burocrazia", ai vari livelli
locale, regionale e centrale, con nomine lottizzate. Abdic, miseramente fallito,
qualche anno dopo impugnò le armi col pretesto della difesa della nazionalità
- patriottismo sempre buono, anche lì, per scampare la galera! Più
capitalistiche, le imprese di Slovenia e Croazia, vincenti, si opposero perciò
nel 1987 alla norma di centralizzazione del cambio valutario, il che non
faceva altro che favorire la spirale inflazionistica, per la necessità di
liquidità interna mancante, attraverso l'emissione di carta moneta: era la
vecchia storia della moneta cattiva che scaccia la buona.
A proposito di
corruzione e violenza (vera o presunta, ma comunque sempre comodo alibi),
significativa appare la posizione dell'ex "socialista" Alain Touraine,
il quale ha "felicemente" congiunto l'antistalinismo, comoda maschera
di anticomunismo, con lo chauvinismo francese antiamericano. Touraine comincia
con l'asserire che <Milosevic porta avanti da oltre dieci anni, col freddo
calcolo dell'ultimo dittatore comunista
d'Europa [sic! - il virus berlusconiano
ha colpito ancora], una politica sanguinaria e violenta che gli consente
di restare al potere come dittatore
nazionalista>, per spartire a vantaggio dei serbi i resti dell'ex Jugoslavia.
Sicuramente è vero che "la pace in Europa non dipende dagli europei, bensì
dagli americani"; può anche esser vero che "gli obiettivi di
Milosevic e quelli degli americani sono forse più compatibili che
contrastanti" (giacché - dice - Milosevic non è stato abbattuto, pur
potendolo essere). Ma tutto ciò serve a Touraine (o ad altri pentiti dell'asinistra
come Cohn Bendit, ecc.) per concludere codesto intrigante paralogismo suggerendo
ai serbi di disfarsi, sì, della "dittatura", ma di rifiutare al
contempo l'occupazione del Kosovo da parte delle forze straniere, ossia
americane, per una soluzione "democratica" con l'"ipotesi
dell'ingresso in un'Europa unita di questa parte dell'Europa danubiana".
Ossia, per evitare la sciocca "nostalgica" difesa dei governi slavi,
nel nome posticcio della disciolta "lega dei comunisti", si finisce
col sostenere in chiave antiamericana l'imperialismo
europeo - ciò che una volta con Lenin si sarebbe chiamato
socialimperialismo e socialsciovinismo.
La
situazione del 1992 era ormai
radicalmente cambiata, a partire dalle condizioni economiche oggettive
della Serbia, ma anche per la posizione soggettiva di Milosevic [cfr.scheda].
La stessa accademia delle scienze (con Dobrica Cosic che era nel frattempo
diventato presidente della Serbia) chiese le dimissioni dell'ex pupillo
Milosevic, schierandosi con il partito di opposizione Depos (raggruppamento
liberaldemocratico, sostenuto da intellettuali e studenti), verosimilmente
foraggiato, con radio B.92, da George Soros. Il 27 aprile fu varata la nuova
costituzione della "repubblica federale di Jugoslavia" di Milosevic,
sedicente unica erede della Jugoslavia; per tale motivo, e per l'appoggio ai
serbi di Bosnia, il nuovo stato così definito non fu accettato dall'Onu. Il 27
maggio (Ue) e il 30 maggio (consiglio di sicurezza Onu: 13 a favore e 2 astenuti),
fu deciso l'embargo totale contro la Serbia: petrolio, commercio e trasporto di
merci serbe, investimenti esteri, voli aerei, rapporti culturali, sport e
congelamento di proprietà serbe (tranne aiuti umanitari). <La risoluzione
757 è considerata una delle più dure risoluzioni della storia dell'Onu> -
scrissero gli esperti.
Nel 1993 il contrasto
tra Milosevic e Cosic sfociò nel "caso Milan Panic" - miliardario
farmaceutico belgradese in California, Usa - chiamato dal capo dello stato
come primo ministro. Fu accettato dal parlamento, fino alle elezioni (dicembre
'92) parlamentari e presidenziali, nelle quali Panic fu schierato contro
Milosevic stesso: un liberalismo federale classico [programma: riconoscimento
dei nuovi stati, società multietnica e multiconfessionale con autonomia al
Kosovo di Rugova, libertà di stampa e di parola, liberalizzazione del mercato e
privatizzazioni] in netto contrasto con la "politica diametralmente
opposta" del nazionalismo populista di Milosevic. Panic fu sconfitto e
preferì tornare dai suoi miliardi in California, ma Milosevic pagò la vittoria
a prezzo di un ulteriore isolamento tra i suoi ex sostenitori (Usa in
primis).
Capitò così che
l'ondivago Milosevic chiese la collaborazione di Vojislav Seselj (partito
radicale di estrema destra, fascista insomma), per formare il primo governo
monocolore dopo le elezioni del '92; gli serviva per arrivare a una riforma
maggioritaria in grado di destituire Cosic e sostituire il capo di stato
maggiore (Zivota Panic con Momcilo Perisic - che oggi, destituito a sua volta
all'inizio del '99, è a capo della nuova "opposizione" postbellica).
All'epoca il fascista Seselj era "accusato di crimini di guerra" da
Lawrence Eagleburger (ex segretario di stato Usa, con Bush!), nella noncuranza
opportunistica di Milosevic; ma dopo una rottura, nel settembre '93, Slobo
stesso lo indicò come "criminale di guerra e speculatore": vatti a
fidare! Senonché nulla è definitivo, così in seguito entra ed esce dal
governo Milosevic, fino al rientro '99 nel dopoguerra.
Oscillazioni simili Milosevic le ha avute col serbo bosniaco Radovan Karadzic, a séguito del suo rifiuto di accettare il piano Vance-Owen per la Bosnia. Le assicurazioni serbe non furono ritenute sufficienti dagli organismi imperialistici sicché <le sanzioni internazionali contro la Serbia furono ulteriormente inasprite, deteriorando ancora l'economia. Milosevic, presentandole come ingiuste, ha rafforzato