Afghanistan
di
Manuela Ostini
·
Breve
storia dell’Afghanistan
·
Osama
Bin Laden nel contesto storico
I
recenti attacchi agli Stati Uniti hanno riportato alla ribalta della cronaca
il ruolo strategico dell’Afghanistan in quello che il gruppo di studio
“Guerra e pace” dell’Università la Sapienza di Roma (Guerra e pace,
2001) ha definito il “Grande Gioco” dell’Asia Centrale citando le parole
dello zar russo Pietro il Grande.
Il crollo delle Torri Gemelle a New York ha prodotto uno shock
psicologico notevole, tant’è che il mondo occidentale ha improvvisamente
modificato alcune delle sue abitudini (vedasi ad esempio la crisi mondiale
delle compagnia aeree e le recenti previsioni sul traffico aereo per i
prossimi cinque anni pubblicate dalla IATA,
International Air Transport Association[1]),
e la psicosi per eventuali attacchi batteriologici ha coinvolto Stati Uniti ed
Europa. In Svizzera, ad esempio, lo stesso governo
federale ha deciso di aumentare le riserve del vaccino antivaioloso
(stanziando un credito aggiuntivo di dieci milioni di franchi svizzeri) e di
acquistare il vaccino dell’antrace e l’antidoto botulinico[2].
Sarebbe
però sbagliato credere che l’esistenza del terrorismo “islamico” sia
stata rivelata al mondo intero solo lo scorso 11 settembre e che
l’organizzazione Al-Quaida sia frutto dell’iniziativa privata di un solo
uomo, ossia Osama Bin Laden. In un articolo apparso su “Le
Nouvel Observateur” il 25 ottobre 2001, Vincent Jauvert spiega che
Al-Quaida conta (o contava) una
ventina di campi di addestramento, da cui sarebbero passati da 10’000 a
25’000 uomini provenienti da oltre 20 paesi. Inoltre si precisa che uno dei
complessi più importanti di Al-Quaida, quello di Duranta,
era stato costruito dall’intelligence pakistana (ISI)
con un notevole sostegno finanziario dell’intelligence americana (CIA)
negli anni ’80, all’epoca dell’invasione russa in Afghanistan.
Nell’articolo de “Le Nouvel
Observateur” si citano inoltre le parole di Ahmed Mabrouk, uno dei capi
militari di Al-Quaida, processato nel 2000 in Egitto, secondo le quali ci
sarebbero approssimativamente un centinaio di cellule dell’organizzazione
terroristica pronte a colpire obiettivi americani un po’ ovunque. È ovvio
che le parole di Mabrouk devono essere considerate con attenzione, per non
correre il rischio di lasciarsi ingannare dalla propaganda, comunque è
indubbio (e lo confermano fonti della CIA e
dell’FBI) che Al-Quaida è presente nei
quattro continenti, con gruppi di combattenti pronti a tutto. A questo
proposito mi sembra opportuno il riferimento ad un manuale
trovato a Manchester dalla polizia metropolitana nella casa di un presunto
membro di Al-Quaida. In questo manuale si elencano gli obiettivi
dell’organizzazione, precisando che lo scopo primo è quello di
“sopraffare i regimi infedeli e di rimpiazzarli con un regime islamico”[3].
Missioni secondarie sarebbero inoltre: “uccidere personale nemico e turisti
stranieri”, “distruggere le ambasciate ed attaccare centri economici
vitali”.
La forza militare di Al-Quaida è piuttosto impressionante, nonché il
suo potere economico e l’influenza politica dei suoi capi, Bin Laden in
testa, soprattutto sul governo dei taliban. Sarebbe comunque sbagliato credere
che Al-Quaida abbia potuto svilupparsi unicamente grazie ai milioni ereditati
da Bin Laden e grazie al sostegno dei taliban, anche se è indubbio che la
potenza economica di Bin Laden rende l’organizzazione piuttosto efficace e
pericolosa.
Nel
prossimo paragrafo percorriamo brevemente la storia dell’Afghanistan
dall’inizio del secolo scorso ad oggi. Questo breve percorso serve per
meglio comprendere la situazione attuale e a fare un punto sulle condizioni
che hanno favorito lo sviluppo di Al-Quaida.
Paolo
Virtuani, in un articolo apparso sul “Corriere
della Sera Online” nel novembre 2001 (vedi bibliografia), elenca in modo
sommario le differenti etnie presenti attualmente in Afghanistan:
Pshtun (38%), Tajiki (25%), Hazara (19%) e Uzbeki (18%). È necessario
valutare con attenzione la presenza di queste quattro etnie per meglio capire
la storia dell’Afghanistan dal 1933 ad oggi, soprattutto per quel che
concerne il periodo post-conflitto con la l’Unione Sovietica. Virtuani
comincia il suo articolo affermando che “se la guerra [degli USA] in
Afghanistan sembra difficile e complicata, aspettate a veder la pace” e fa
appunto riferimento al puzzle etnico-politico, che sembra di non-facile
soluzione.
Dal 1933 al 1973 l’Afghanistan fu governata dal re Zahir
Shah, che nel 1973, durante una sua vacanza in Italia, subì un colpo di
stato da parte del principe (suo cugino) Mohammed
Daud Khan. Il re Zahir Shad rimane in Italia con i figli: il suo esilio
durerà per quasi trent’anni![4]
Farhad
Azad[5],
di origine afgana e creatore del sito internet “http://www.afghanmagazine.com”,
che ha quale scopo quello di promuovere l’arte, la letteratura e la musica
afgana scrive: “sono nato in Afghanistan ed ebbe la fortuna di viverci in
quei pochi anni di pace, attorno al 1970. Come ricordo l’Afghanistan?
Ricordo la nostra casa di Kabul, la capitale. Ricordo una società moderna con
strade, scuole e tutto quando possa offrire una società civilizzata. Ricordo
l’arte, ricca, e la stupenda musica che suonavano alla radio. Felicità,
gioia ed amore.” Il quadro offertoci da Farad sulla sua patria è piuttosto
particolare, ma ci aiuta a capire come la società afgana sia stata
pesantemente colpita dalle continue guerre civili e dalla guerra con
l’Unione sovietica, durante gli anni ottanta. Ma andiamo passo per passo.
Il 28 aprile 1978 era
prevista una conferenza internazionale sull’educazione a Kabul. A causa
della mancanza di camere di hotel per ospitare i partecipanti, il governo
afgano invitò tutti i turisti stranieri ad abbandonare il paese entro il 28
d’aprile, così da liberare le camere per gli invitati alla conferenza[6].
I gruppi filo-sovietici presenti in Afghanistan approfittarono
dell’occasione (e dell’assenza di testimoni stranieri) per attaccare
Kabul: fu la Rivoluzione di aprile, che portò alla proclamazione della
Repubblica democratica dell’Afghanistan, sotto la guida del marxista Mohammed
Tareki, che fu ne divenne il presidente. Le cronache dell’epoca
raccontano che l’obiettivo principale dei rivoluzionari fu la stazione
Radio-TV dell’Afghanistan a Kabul. Lo scopo evidentemente era quello di
controllare le masse, che non disponevano di altro mezzo per informarsi su
quanto stava accadendo. Mohammed
Daud fu ucciso.
All’epoca
vi erano due partiti marxisti in Afghanistan: il Partito Khalq (più
moderato), di cui era leader Tareki, ed il Partito Parcham (più radicale), di
cui era leader
Babrak Karmal. I due partiti giunsero ad un accordo per guidare assieme il
Paese (e le cariche politiche e di governo furono divise equamente fra i
membri dei due partiti), ma l’alleanza durò solo qualche mese. Tareki
infatti ebbe presto l’impressione di aver consolidato a sufficienza il suo
potere, tanto da poter far a meno dell’appoggio del partito Parcham. Così,
nell’agosto 1978, offrì ai membri del Partito Parcham delle cariche
prestigiose all’estero (fra cui quella di ambasciatore in Cecoslovacchia a
Babrak Karmal). La mossa era strategica, volta principalmente ad allontanare
dall’Afghanistan i membri del partito Parcham.
Le
riforme del regime di Tureki, volte alla sovietizzazione e laicizzazione del
Paese, suscitarono il malcontento di larghi strati della popolazione. In
questo contesto maturò e si sviluppò la resistenza islamica armata. A metà
del 1979 le formazioni di guerriglia islamica, riunite in un unico fronte di
resistenza sostenuto da Pakistan, Cina ed Iran controllavano quasi l’80% del
territorio afgano. Tareki venne ucciso ed il suo partito Khalq si spaccò
definitivamente. La guida del paese fu inizialmente
assunta da Hafizullah
Amin, poi giustiziato, e quindi dal leader del partito Parcham, Bebrak
Karmal.
L’espansione dei movimenti radicali islamici (sostenuti appunto da
Pakistan, Cina ed Iran) fecero presto temere all’URSS che pure le sue
repubbliche Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan ne potessero venire
coinvolte. Il 24 dicembre 1979 le truppe dell’Armata Rossa attraversarono il
confine con l’Afghanistan a nord: fu l’invasione della Russia.
Testimonianze raccolte recentemente (nel gennaio del 1998) da un
giornalista di “Le Nouvel Observateur”[7],
sembrerebbero confermare il coinvolgimento della CIA (e quindi degli Stati
Uniti) in questa fase delicata della storia dell’Asia Centrale. In
un’intervista di “Le Nouvel
Observateur” apparsa il 15 gennaio 1998, l’ex direttore della CIA,
Zbigniew
Brzezinsky, affermò che l’allora presidente americano Carter firmò una
“direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo-sovietico
di Kabul”, quegli stessi integralisti islamici che più tardi confluiranno,
almeno in parte, nell’organizzazione di Bin Laden.
L’intelligence
americana era consapevole del fatto con un loro sostegno agli oppositori del
regime filo-sovietico afgano, avrebbe favorito in qualche modo l’intervento
sovietico in Afghanistan. I russi infatti temevano che gli Stati Uniti
potessero assumere un ruolo strategico decisivo nella regione.
Dall’altra
parte, fra gli scenari strategici considerati con ottimismo dal governo
americano, vi era inoltre quello di un indebolimento considerevole
dell’Unione Sovietica, a causa del loro coinvolgimento in una guerra
difficile o addirittura insostenibile, come quella contro l’Afghanistan[8].
Nel
corso del 1980 gli aiuti americani contro l’avanzata russa divennero ancora
più importanti. In questo contesto, un ruolo fondamentale era svolto dai
servizi segreti pakistani (ISI), che con finanziamenti cospicui da parte di
USA e Arabia Saudita, gestirono autonomamente la guerra con la Russia in
Afghanistan. È utile ricordare che il piano strategico americano ed il
coinvolgimento degli Stati Uniti “dietro le quinte”, non era noto al
popolo afgano, come neppure agli arabi stranieri che raggiunsero gli
integralisti islamici afgani per sostenerli nella guerra religiosa (la jihad
islamica) contro gli infedeli comunisti.
Alcuni
dati: nel 1987 l’America (attraverso il Pakistan) avrebbe fornito alle forze
della guerriglia islamica in Afghanistan 65000 tonnellate di armi (fra cui i
micidiali missili Stinger di cui si è parlato spesso anche dopo gli attentati
contro gli Stati Uniti) ed aiuti economici fino a 470 milioni di dollari.
L’intelligence pakistana, fortemente sostenuta dalla CIA,
raggiunse uno staff di ben 150’000 persone.
Agli inizi del 1989, l’Unione sovietica ritirò definitivamente le
sue truppe dall’Afghanistan, con un pesante bilancio: 13’310 morti e
35’478 feriti! La sconfitta sovietica nel conflitto afgano sarà un fattore
determinante nel processo di dissoluzione dell’URSS, che difatti avverrà
nel dicembre 1991. La strategia americana sembrava aver raggiunto i suoi
obiettivi! Oggi si sarebbe tentati di affermare che alcune conseguenze
dell’appoggio americano agli integralisti era state ignorate. Significative
a questo proposito le parole di Zbigniew
Brzezinsky[9]:
“cosa è più importante per la storia del mondo? I taliban o il collasso
dell’impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la liberazione
dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?”.
Le risposte a queste domande retoriche di Brzezinsky oggi sarebbero
forse meno scontate. Nel frattempo il governo di Babrak
Karmal richiama dalla Russia Mohammed
Najibullah, al quale verrà affidata la polizia segreta. Lo stesso
Najibullah sostituirà Karmal alla guida del paese nel 1986. Najibullah
cercherà di raggiungere un coprifuoco con i Mujahideen e di creare un governo
di larghe intese, purtroppo senza successo.
Fra
il 1989 ed il 1992 l’Afghanistan conobbe continue guerre civili fra il
governo di Najibullah
(sostenuto da alcune fazioni anti-sovietiche) ed i Mujahidden. L’alleanza
che governò il paese in quel breve lasso di tempo fu chiaramente
forzata ed imposta dall’esterno per motivi di carattere economico. Pakistan
ed Iran avevano forti interessi e sostenevano attivamente fazioni diverse.
Dopo la guerra con l’URSS, il Pakistan aveva interesse ad installare un
governo islamico a Kabul, per disinnescare la questione “Pashtunistan”[10]
e potersi quindi dedicare al Kasmhir (forte risorsa di uranio!), dove vi erano
guerre sanguinose con l’India.
Pure
gli Stati Uniti gradivano un governo di stampo islamico-sunnita: infatti un
governo di questo tipo avrebbe costituito un freno decisivo per un eventuale
ritorno dei russi (gli infedeli nemici comunisti) ed inoltre avrebbe
esercitato una pressione contro il vicino Iran islamico-sciita (e suo nemico
storico).
Nel
1992 i mujaheddin tagiki[11]
sostenuti dall’Iran e fedeli a Rabbani
e Massud
(il “leggendario” capo dell’Alleanza del Nord[12])
si impossessarono di Kabul, togliendola all’uzbeko Dostum
e ad Hekmatjyr,
leader della fazione appoggiata dal Pakistan.
Il
paese era continuamente minacciato da guerre civili e scontri fra le fazioni e
le diverse etnie, finché nel 1994, appaiono i taliban (letteralmente,
“studenti di teologia”), un gruppo armato che dichiara di voler garantire
la libertà di traffico e di transito nell’Afghanistan. Agli inizi del 1995
i taliban controllavano sette province afgane su 28 e nel febbraio 1995
arrivarono a Kabul, dove in pochi
mesi sconfissero i partiti dei mujaheddin ed il governo sempre più debole e
diviso di Rabbani. Per questa loro ascesa al potere, i taliban poterono
contare sull’aiuto economico e militare del Pakistan, che ambiva infatti ad
un controllo dell’Afghanistan attraverso un governo islamico,
filo-pakistano. Nel 1998 i taliban arrivano a conquistare Mazar-i-Sharif
(a nord) ed a controllore ben il 90% del territorio afgano.
Nel
frattempo gli Stati Uniti si erano in parte disinteressati dell’Afghanistan.
Il crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto nel dicembre del 1991, aveva fatto
spostare l’attenzione dell’America verso altre zone dell’Asia Centrale,
nonché verso il Kosovo. In questo contesto, è da considerare l’intervento
degli USA nella Guerra del Golfo con l’Iraq, nel 1991.
L’avanzata
dei taliban e la minaccia dell’integralismo islamico, nonché gli attentati
perpetuati da Al-Quaida ad ambasciate americane, attirarono nuovamente
l’attenzione di America e Russia su quell’area dell’Asia Centrale.
Per
capire inoltre in quale contesto si possa essere sviluppata l’organizzazione
di Osama Bin Laden, è utile tener presente il fatto che la guerra contro la
Russia, fra il 1979 ed il 1989, ha fatto confluire nelle fila dei combattenti
delle fazioni islamiche in Afghanistan quasi 35000 musulmani provenienti da
diversi paesi. Inoltre in quel periodo il Pakistan (con l’appoggio
dell’alleata America) fece costruire diversi campi di addestramento militare
in Afghanistan. Molti di questi combattenti contribuirono in modo decisivo
alla disfatta delle Russia nel 1989 e quindi al processo che ne provocò il
crollo definitivo qualche anno dopo. Nacque quindi una fiducia estrema nelle
proprie capacità e nella propria ideologia e ben presto si delineò un nuovo
nemico, gli Stati Uniti, che sembravano decisamente più avvicinabili dopo che
una potenza come l’Unione Sovietica era stata sconfitta.
Il
ruolo strategico di Stati Uniti e Pakistan, nonché di Iran e Cina (e della
Russia), vanno pure considerati in contesto economico. È vero che gli Stati
Uniti (attraverso il Pakistan) cercarono di rallentare (o bloccare)
l’espansione russa verso sud (con la nascita del governo filo-sovietico di
Tareki). È pero necessario comprendere l’importanza della “posta gioco”
anche da un punto di vista economico, per capire sino in fondo il
coinvolgimento delle grandi potenze mondiali (USA in testa). Il crollo
dell’Unione sovietica ha reso le ex-repubbliche russe particolarmente
appetibili da un punto di vista economico, nonché da quello strategico. Da
una parte la zona del Tukestan (che comprende Kazakistan, Uzbekistan,
Tagikistan, Turkmenistan e Kirghistan) presenta una quantità enorme di
risorse naturali non ancora sfruttare: gas naturale, idrocarburi, oro.
Con
il crollo dell’URSS i cinque paesi ex-sovietici si sono ritrovati con una
struttura economica obsoleta, ed hanno bisogno di capitali esteri per gli
investimenti: rappresentano quindi un mercato aperto per gli investitori
occidentali. Un dato: nel 1998 il Turkmenistan è il quarto produttore
mondiali di gas, che al 95% viene esportato. Parallelamente la penetrazione
economica (e militare) di Russia ed USA: Newmont Mining (industria
estrattiva), Technip (raffinerie), Daewoo, Siemens, Stet, Deutsche Telekom,
Coca Cola sono alcune delle compagnie occidentali ed orientali che hanno
investito sino a 5 miliardi nel solo 1998. Inoltre: l’Uzbekistan è pieno di
basi militari americane ed il Tagikistan ospita ben 10'000 soldati russi!
Insomma
gli interessi economici e strategici vanno di pari passo e l’attenzione
delle grandi potenze è sempre rivolta all’Asia Centrale.
Nell’edizione
della primavera 1999 di “Strategic Review”
il Maggiore Adrian Burke della logistica del copro dei marines, descrive
l’importanza strategica nella regione dell’Asia Centrale-Medio Oriente.
Egli afferma: “L’insieme dei campi energetici della regione Asia
centrale-Medio Oriente contiene la più grande concentrazione mondiale di
riserve di idrocarburi e merita l’attenzione statunitense. Assicurare alle
compagnie USA la leadership nello sviluppo delle risorse nella regione e
azzerare l’influenza russa ed iraniana sull’esplorazione e sviluppo dei
campi energetici, nonché sulle direttrici delle pipelines per
l’esportazione costituisce la base di quella politica”. Egli prosegue
sostenendo l’importanza di alleanze strategiche con Pakistan e Turchi in
chiave anti-Iran ed anti-Russia e con l’obiettivo di realizzare delle
condotte transcaspiche attraverso il Pakistan e l’Afghanistan!
In
questo contesto fa pure considerato lo sforzo del Pakistan per instaurare un
governo filo-pakistano in Afghanistan, ossia i taliban!
Osama
Bin Laden nel contesto storico
I
legami economici fra la famiglia Bin Laden e la famiglia Bush risalgono agli
anni sessanta, quando il padre di Osama, Mohammed Bin Laden, sceicco saudito
divenuto miliardario con commesse edili provenienti direttamente dalla
famiglia reale saudita, comincia a fare investimenti negli USA.
Dopo
la morte di Mohammed Bin Laden (incidente aereo), gli interessi della famiglia
vengono gestiti dal figlio Salem Bin Laden (e fratello maggiore di Osama) che
fonda una compagnia aerea in Texas.
Socio
d’affari di Salem è suo cognato Khalid bin Mafhouz, proprietario della
maggiore banca privata al mondo e banchiere della casa reale saudita. I due
finanzieri sauditi cercano di entrare nei circoli politici-finanziari
americani, al fine di influenzare a favore della famiglia reale saudita, le
decisioni statunitense. A questo scopo prendono contatto J. Bath,
imprenditore, amico personale di G. Bush junior ed agente CIA alle dipendenze
di G. Bush senior, petroliere, politico e direttore della CIA dal 1976! Nel
1978 Bush junior fonda la Arbusto Energy e i due sauditi contribuiscono al
capitale iniziale.
Nel
1981 Bush senior diventa vice-presidente e nel 1988 presidente degli USA. Bush
junior invece si occupa di finanza e di alcuni progetti in confluiscono
parecchi soldi degli “amici” sauditi. Nel 1987 Mafhouz acquista ad esempio
il 17% delle azioni della società Harken
Energy, di proprietà di Bush junior!
Dopo
la morte in un incidente aereo di Salem, avvenuta nel 1988, il sodalizio
Bush-Mafhouz si rompe definitivamente nel 1990. Nel frattempo si aggrava la
crisi del Golfo ed il prezzo del petrolio subisce un forte ribasso. Bush
junior si libera delle azioni della Harken Energy prima del crollo del prezzo
del petrolio (e quindi della azioni della Harken). La società fallisce e
Mafhouz ne subisce le conseguenze! Ora Mafhiuz è ricercato come braccio
destro di Osama Bin Laden.
Il
saudita Osama Bin Laden fra il 1980 ed il 1989 combatte a fianco degli
integralisti islamici in Afghanistan, contro l’Unione Sovietica. All’epoca
l’Arabia Saudita è un fedele alleato americano, con cui condivide pure
interessi economici e strategici (si veda sopra). Anche l’Arabia Saudita
vuole assumere un ruolo nella guerra afgano-sovietica, sostenendo
economicamente (e militarmente, con “capitale” umano) i mujaheddin. Fra
gli obiettivi dei reali sauditi vi è principalmente quello di risolvere una
questione religiosa e politica interna, ossia quello di allontanare gli
integralisti islamici dal paese, perché questi arrischiano di destabilizzare
i regimi arabi moderati. Il principe saudita Turki al-Fayçal è incaricato di
organizzare il sostegno clandestino all’opposizione islamica in Afghanistan.
Sarai lui a contattare l’allora ventitreenne Osama Bin Laden, amico di
corte, figlio di quel Mohammed che ha stretti legami economici con la famiglia
reale, per chiedergli di organizzare il reclutamento degli arabi desiderosi di
raggiungere la resistenza islamica in Afghanistan. Bin Laden ovviamente
accetta l’incarico e nonostante sia anti-americano, sfrutta il sostegno
statunitense (attraverso l’ISI, l’intelligence pakistana[13])
alla resistenza afgana.
Più
tardi le relazioni fra Bin Laden ed il principe Turki al-Fayçal si
deteriorano, tant’è che nel 1995 Bin Laden organizza degli attentati
anti-americani sul suolo saudita, fatto che destabilizzerà la monarchia
saudita. Qualche anno prima la stessa Arabia Saudita aveva privato di Bin
Laden della cittadinanza saudita! Nel 1998 il principe Turki avrebbe tentato
di farsi consegnare Bin Laden dal governo dei taliban, ma senza alcun
successo.
In
questo contesto il Pakistan assume di nuovo un ruolo fondamentale. Sembrerebbe
infatti che l’intelligence pakistana abbia favorito l’arrivo di Bin Laden
in Afghanistan: la strategia pakistana consisteva nell’affidare a Bin Laden
la guida dei campi di addestramento in Afghanistan, i quali avrebbero tra
l’altro dovuto fornire la guerriglia ai taliban (sostenuti appunto dal
Pakistan), nonché “sfornare” i combattenti estremisti islamici da inviare
in Cecenia, Kashmir, Algeria e Kosowo.
Significativo a questo proposito un episodio che risale al 1998, quando
gli Stati Uniti tentarono di uccidere Bin Laden, bombardandogli il quartier
generale. Sembrerebbe che il terrorista sia fuggito poco prima di questo
attacco, informato, a detta di alcune fonti, dai servizi segreti pakistani,
alla cui testa di trova Mohmood. Dopo gli attentati di New York e Washington
dell’11 settembre, gli Stati Uniti pretenderanno che Mahmood venga
allontanato dalla sua carica. Ciò avverrà di fatto il 7 ottobre, la sera
prima del contrattacco americano in Afghanistan[14].
1.
Bodansky
Y.
(1999), Bin
Laden, The Man Who Declared War on America (Amazon.de),
Prima Publishing.
2.
Eco
U. (11
febbraio 2002), Le
guerre sante passione e ragione, La Repubblica
3.
Fuerstenberg
N. (13
dicembre 2001), « Bin Laden rivoluzionario come Trotzky »,
Intervista a Avishai Margalit, Il Nuovo.
4.
Guerra e Pace
(2001), Afghanistan: la storia vera, Pubblicazione Centro Studi per la
Pace (http://www.studiperlapace.it).
5.
IATA (11
febbario 2002), Passenger Forecast 2001-2005 Special Interim Edition (http://www.iata.org).
6.
Jauvert, J.
(25 ottobre 2001), Qu’est-ce qu’Al-Quaida, Le Nouvel Observateur.
7.
Jauvert
J.
(25 ottobre 2001), Ce qu’il faut savoir sur Ben Laden, Le Nouvel
Observateur.
8.
Virtuani
P. (novembre
2001), Il
futuro politico dell’Afghanistan: chi dopo i talebani ?,
Corriere della Sera.
Vedi
inoltre:
1.
http://www.afghanmagazine.com
[1] Si fa riferimento al rapporto intitolato “Passenger Forecasest 2001-2005: Special Interim Edition”, pubblicato dalla IATA l’11 febbraio 2002. In questo rapporto si fa chiaro riferimento agli attentati dell’11 settembre 2001, di cui si riconosce il notevole impatto sulle compagnie aeree di tutto il mondo. La pubblicazione della IATA è disponibile sul sito internet http://www.iata.org.
[2] Vedasi “Informazione per i media” del Dipartimento federale della difesa, della protezione della popolazione e dello sport, 16 gennaio 2002, http://www.vbs.admin.ch/i/medien.
[3] Il manuale è pubblicato dal sito internet http://www.globalsecurity.org.
[4] Un lista completa dei sovrani e primi ministri dell’Afghanistan dal 1747 ad oggi è pubblicata in http://www.info-regenten.de/regent/regent-e/afghan.htm.
[5] Farhad Azad è nativo di Kabul, da dove partirà ancora giovane verso gli USA. Nel 1997 fonda http://www.afghanmagazine.com, un giornale online che ha quale scopo quello di favorire la cultura afgana.
[6] Questi dettagli delle Rivoluzione d’aprile sono stati tratti dalla testimonianza di Mohammad Ismail Sloan, noto esperto di scacchi afgano e perseguitato dal regime di Tareki. La testimonianza è stata pubblicata sul sito internet della società editrice giapponese Ishipress, di cui Ismail Sloan era collaboratore (http://www.ishipress.com/afghans.htm).
[7] Si fa riferimento ad un intervista all’ex direttore della CIA apparsa su “Le Nouvel Observateur” del 15 gennaio 1998.
[8] Nell’intervista di “Le Nouvel Observatuer”, Brzezinsky afferma che gli Stati Uniti ambivano ad offrire al nemico russo una “Vietnam” dell’Asia centrale.
[9] Vedi intervista di “Le Nouvel Observateur”, 15.1.1998.
[10] Si fa riferimento alla cosiddetta “Linea Durand” che divide i due territori dell’etnia pashtun tra Afghanistan e Pakistan.
[11] Si vedano le diverse etnie introdotte precedentemente.
[12] Sul capo storico dell’Alleanza del Nord Ahmed Shah Massud, ucciso il 9 settebre 2001 dai talebani, si veda un’intervista di Maria Grazia Cutulli, giornalista italiana uccisa dai taliban nelle prime fasi del conflitto con gli USA, lo scorso ottobre. L’intervista risale al 1995 ed è pubblicata su “Postcard from hell”, sito internet di Raffaele Ciriello (http://www.ciriello.com).
[13] Un documento significativo sui campi d’allenamento pakistani è pubblicato in http://www.india-emb.org.eg/Section%207E/English3.html.
[14] Su Bin Laden e la sua organizzazione, ulteriori dettagli possono essere trovati in Yossef Bodansky, Bin Laden, The Man Who Declared War on America, Prima Publishing, 1999.
Il terrorismo funziona
di Noam Chomsky 7 novembre 2001
http://www.ecn.org/ponte/chomsky/chomsky1.html
Il terrorismo funziona: è l'arma dei
forti. E' un errore analitico molto grave dire, come si fa abitualmente, che il
terrorismo è "l'arma dei deboli". Come qualsiasi altro tipo di
violenza, il terrorismo è l'arma dei forti. Di fatto lo è in un modo
travolgente.
Semplicemente si dice che è l'arma dei deboli perché il forte esercita anche
il controllo sul sistema di indottrinamento e perché il suo terrore ( il
terrore del forte ) non conta come tale.
Cominciamo dall'idea comunemente accettatta che ciò che è successo l'11
settembre è un accadimento storico, che cambierà il corso della storia. La
domanda è: "perché?"
La seguente domanda ha a che fare con la "guerra al terrorismo".
"Da cosa esattamente?"
Altra domanda in relazione con la prima sarebbe "Cos'è il
terrorismo?"
La domanda più importante che dobbiamo farci a partire dall'11 settembre è:
"cosa sta succedendo?" Implicita è la domanda su cosa possiamo fare.
Secondo il New York Times ci sono tra i sette e gli otto milioni di persone sul
punto di morire di fame in Afghanistan.
di fatto questo era già certo da prima dell' 11 settembtre. Questa gente
dipendeva dagli aiuti internazionali per sopravvivere.
Il 16 settembre The Times assicurava che "gli USA hanno esigito dal
Pakistan la sospensione del transito dei convogli che trasportano alimenti per
la popolazione civile afgana". Che io sappia all'interno degli USA non si
è prodotta nessuna reazione di fronte all'esigenza di imporre a milioni di
persone la morte per fame.
La minaccia degli attacchi militari dopo l'11 settembre ha fatto sì che molti
lavoratori delle organizzazioni di aiuto internazionale venissero ritirati dai
loro programmi.
"Il paese ( Afghanistan ) era in coma; noi abbiamo semplicemente staccato
la macchina". Così diceva un lavoratore addetto agli aiuti internazionali
secondo Times Magazine.
La agenzia dell'ONU Programma Alimentare Mondiale, che era il più grande
programma funzionante nel paese, ha potuto ricominciare la distribuzione di
alimenti all'inizio di ottobre, ma ad un ritmo considerevolmente minore.
In Afghanistan non ci sono lavoratori delle organizzazioni umanitarie, così che
il sistema di distribuzione degli alimenti trova molti ostacoli. Tutto il lavoro
fu interrotto appena iniziarono i bombardamenti. Poco dopo ricominciò il
programma degli alimenti delle Nazioni Unite ( anche se molto lentamente ),
mentre le agenzie di aiuti umanitari lanciavano critiche mordaci di fronte all'ainiziativa
nordamericana di lanciare pacchi-viveri, denunciandola come "una arma
propagandistica che fa più male che bene", come commentava il Financial
Times di Londra.
Dalla prima settimana di bombardamenti il New York Times informava, in una
pagina interna e dentro una colonna dedicata ad altre questioni, che secondo i
calcoli dell'ONU, presto ci sarebbero stati più di 7 milioni e mezzo di afgani
che avevano bisogno di un pezzo di pane e che entro poche settimane il duro
inverno avrebbe reso impossibile la distribuzione in molte zone del paese.
Secondo l'articolo, mentre cadevano le bombe la distribuzione degli aiuti non
raggiungeva la metà del necessario. Un commento casuale, che ci dice che la
civiltà occidentale anticipa già lo sterminio di tre o quattro milioni di
persone.
Intanto il leader della civiltà occidentale rifiutava con disprezzo, ancora una
volta, le offerte di trattative che avrebbero potuto portare al raggiungimento
del supposto obiettivo, Osama bin Laden.
Lo stesso giorno in cui l'offerta veniva rifiutata, l'inviato speciale dell'ONU
responsabile della distribuzione di alimenti pregava i nordamericani di
sospendere i bombardamenti per tentare di salvare milioni di vittime. Che io
sappia la richiesta non è stata riportata dai media. Pochi giorni dopo, altre
agenzie di aiuto umanitario come Oxfam e Christian Help si unirono alla
petizione dell'ONU. Anche queste rimasero invisibili.
Sembra che quello che sta accadendo sia una specie di genocidio silenzioso.
Quello che sta accadendo ci offre un'idea abbastanza certa di cosa sia la
cultura delle elites, una cultura di cui siamo parte. Tutto l'accaduto è
indicativo che, succeda quel che succeda - noi non lo sappiamo - si stanno
traccianodo piani e ponendo in pratica programmi che potranno condurre alla
morte vari milioni di persone nelle prossime settimane. Tutto molto casuale,
senza commenti, senza discutere sul tema. E' quasi, quasi normale, qui e in
buona parte d'Europa. Ma non nel resto del mondo. Di fatto, non almeno
nell'altra buona parte d'Europa.
Ma andiamo ad una questione un po' più astratta, dimenticando per il momento
che apparentemente stiamo sul punto di assassinare tre o quattro milioni di
persone. Non i Talebani, ma le loro vittime.
Un avvenimento storico.
Andiamo ora alla domanda sull'avvenimneto storico dell'11 settembre. Credo che
sia un avvenimento storico, sfortunatamente non a causa delle sue dimensioni.
Malgrado sia sgradevole pensarlo, non è tanto inusuale, malgrado che
probabilmente è il numero di vittime sia il più elevato in questo tipo di
crimini .
Per disgrazia, ci sono tipi di crimini terroristici con effetti più estremi.
Senza dubbio, l'11 settembre fu un avvenimento storico perché ha prodotto un
cambiamento. Il cambiamento consiste nella direzione verso cui vengono puntate e
pistole. Questo è nuovo. Radicalmente nuovo.
L'ultima volta che il territorio nordamericano fu attaccato e si trovò
minacciato fu durante l'attacco britannico contro Washington nel 1814. Dopo gli
attacchi la stampa parlava di Pearl Harbour, ma non è una buona analogia.
Qualunque sia la nostra idea su Pearl Harbour, i giapponesi bombardarono basi
militari in due colonie nordamericane, non il territorio nazionale ( che per
certo non era minacciato ). Queste colonie erano state strappate ai loro
abitanti in un modo per niente gradevole. Gli USA preferivano parlare delle
Hawai e delle Filippine come "territori", anche se in realtà si
trattava di colonie.
In questa occasione è il territorio nazionale che ha sofferto un attacco su
grande scala. Durante questi duecento anni, noi, gli USA, abbiamo espulso e
praticamente sterminato la popolazione indigena del paese. Vari milioni di
persone. Abbiamo conquistato la metà del Messico. Depredato qua e là nei
Caraibi e in America Centrale e alcune volte più in là.
Conquistiamo le Hawai e Filippine assassinando centinaia di migliaia i
filippini. Dalla seconda guerra mondiale gli USA hanno esteso la loro influenza
per tutto il globo con metodi che non è necessario descrivere qui. Ma sempre
sui stava assassinando gli altri, la lotta si sviluppava sempre in altri luoghi:
erano gli altri ad essere massacrati.
Nel casi dell'Europa, il cambiamento è più drammatico perché la sua storia ha
più orrori di quella degli USA. Fondamentalmente, gli USA sono un germoglio
dell'Europa. Durante i secoli l'Europa è andata assassinando gente per tutto il
mondo. Così conquistò il mondo, non regalando caramelle. In tutto questo
tempo, l'Europa ha sofferto guerre assassine, ma erano gli europei ad uccidersi
tra loro. Lo sport preferito degli eurpoei durante i secoli era il mutuo
assassinio. L'unica ragione per cui si pose fine a tutto questo nel 1945 non ha
nulla a che vedere con la democrazia, nè col confronto reciproco o idee simili.
Aveva a che vedere col fatto che la prossima partita avrebbe significato la fine
del mondo. Per gli europei e anche per i nordamericani. Avevano sviluppato tali
armi di distruzione di massa che erano obbligati a porre fine al gioco.
Durante questo periodo assassino e violento gli europei si massacravano tra
loro, ma massacravano anche altra gente. Ci sono piccole eccezioni, ma talmente
piccole che sono certamente invisibili nella scala di quello che l'Europa e gli
USA hanno fatto per tutto il globo. Questo è stato un primo cambiamento. La
prima volta in cui le pistole erano puntate nella direzione contraria.
Il mondo si vede in maniera differente a seconda che si tenga la frusta in mano
o se si dovuto subire le frustate per secoli.
Credo che la sorpresa e lo shock, pertanto, siano comprensibili. Questa è la
ragione per la quale il resto del mondo guarda all'accaduto in modo abbastanza
differente. Non manca la compassione verso le vittime dell'atrocità accaduta, nè
il sentimento di orrore di fronte alle atrocità, il sentimento è
generalizzato. Ma si vede da una prospettiva differente. Questo è qualcosa che
dobbiamo cercare di comprendere.
Cos'è "la guerra contro il terrorismo?"
Nelle alte sfere la guerra contro il terrorismo è stata descritta come la lotta
contro una piaga, un cancro diffuso da barbari, da "avversari depravati
della civiltà". E' un sentimento che condivido.Le parole che ho citato
furono pronunciate, senza dubbio 20 anni fa. Ho citato il presidente Reagan e il
suo segretario di Stato. L'amministrazione Reagan cominciò il suo periodo di
governo 20 anni fa affermando che la guerra al terrorismo internazionale si
sarebbe convertita nella parte centrale della politica estera nordamericana,
descrivendola nei termini che ho citato.
E così fu. L'amministrazione Reagan rispose a questa "piaga diffusa dagli
oppositori depravati della civiltà" creando una straordinaria rete di
terroristica, senza nessun precedente riguardo per dimensioni, una rete che compì
atrocità di massa in tutto il mondo. Non ricorderò tutta la lista di atrocità,
ma menzionerò un solo caso assolutamente incontrovertibile: la guerra
USA-Reagan contro il Nicaragua. E' incontrovertibile perché esiste una serie di
dettami utorità internazionali più importanti: il Tribunale Internazionale di
Giustizia, il Tribunale Mondiale, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Questo è
un caso che non ammette controversia, almeno tra chi ha un minimo di
considerazione per la legalità internazionale, ( il traduttore non ha la minima
considerazione per la legalità internazionale, ma ritiene comunque attendibile,
in questo caso, quanto affermato dalle menzionate organizzazioni ), i diritti
umani, la giustizia ecc.
Il caso del Nicaragua è specialmente rilevante, non solo per il suo carattere
incontrovertibile, ma perché offre un precedente su come uno Stato che rispetta
la legge risponderebbe ( di fatto, su come rispose ) di fronte a un caso di
terrorismo internazionale che non ammette discussione. Un caso di terrorismo
che, per certo, fu più estremo degli avvenimenti dell'11 settembre. La guerra
USA-Reagan contro il Nicaragua terminò con decine di migliaia di assassinati e
il paese completamente rovinato, forse per sempre.
Il Nicaragua rispose, ma i nicaraguensi non risposero bombardando Washington.
Risposero portando gli USA di fronte al Tribunale Mondiale in una causa in cui
non ebbero difficoltà nel trovare le prove. Il Tribunale Mondiale diede ragione
al Nicaragua, condannando quello che definì "esercizio illegale della
forza", sinonimo di terrorismo internazionale. Il Tribunale esigette dagli
USA la fine dei crimini e pagare le riparazioni ( al Nicaragua ). I
nordamericani, per risposta, rigettarono la sentenza del Tribunale col più
assoluto disprezzo e annunciarono di non accettare più la giurisdizione di quel
tribunale.
Il Nicaragua ricorse allora al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dove si discusse
una risoluzione dove si chiedeva a tutti gli Stati di rispettare la legalità
internazionale. Non si fecero nomi, ma tutto il mondo capì. Gli USA posero il
veto. Attualmente gli USA sono l'unico paese del mondo ad essere condannato dal
Tribunale Mondiale per atti di terrorismo internazionale e che ha posto il veto
alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva agli Stati membri di
osservare la legalità internazionale.
Il Nicaragua ricorse allora all'Assemblea Generale dell'ONU, dove il veto
tecnicamente non esiste, ma dove un voto degativo degli USA equivale al veto.
L'Assemblea Generale approvò una risoluzione simile: votarono contro solo USA,
Israele ed El Salvador. L'anno seguente, il Nicaragua tornò a presentare il
caso di fronte all'Assemblea Genarale dell'ONU. In questa occasione gli USA
poterono contare solo sull'appoggio di Israele, così due voti si opposero al
rispetto della legalità internazionale. A quel punto il Nicaragua aveva
esaurito tutti i ricorsi legalia sua disposizione ed era arrivato alla
conclusione che questi ricorsi non funzionano in un mondo dominato con la forza.
Il terrorismo funziona: è l'arma dei forti. E' un errore analitico molto grave
dire, come si fa abitualmente, che il terrorismo è "l'arma dei
deboli". Come qualsiasi altro tipo di violenza, il terrorismo è l'arma dei
forti. Di fatto lo è in un modo travolgente.
Semplicemente si dice che è l'arma dei deboli perché il forte esercita anche
il controllo sul sistema di indottrinamento e perché il suo terrore ( il
terrore del forte ) non conta come tale.
Menzogne umanitarie
http://www.geocities.com/msnicola2/newpage1.htm
Gli stati poveri sono "falliti", quelli che si oppongono
"canaglie", alla fine "noi" civilizzeremo "loro".
Nel vero paradiso del terrore, gli Usa, i media lavorano per rendere normale
l'impensabile
JOHN PILGER
Iguerrafondai della buona società potrebbero non dover attendere molto per il
secondo round. Il vicepresidente Usa, Dick Cheney, ha avvertito la scorsa
settimana che l'America potrebbe assumere l'iniziativa contro un numero di paesi
compreso "tra 40 e 50". La Somalia, accusata si essere un
"rifugio" per al Qaeda, va ad aggiungersi all'Iraq in cima alla lista
di potenziali obiettivi. Compiaciuto di avere rimpiazzato i cattivi terroristi
dell'Afghanistan con i terroristi buoni dell'America, il ministro della difesa
Usa, Donald Rumsfeld, ha chiesto al Pentagono di "pensare
l'impensabile", avendo respinto le "opzioni post-Afghanistan" in
quanto "non abbastanza radicali".
Un attacco americano sulla Somalia, ha scritto un giornalista del Guardian
accreditato presso il Foreign Office, "offrirebbe l'opportunità di
regolare un vecchio conto: 18 soldati statunitensi furono brutalmente uccisi lì
nel 1993...". Egli ha evitato di menzionare il fatto che i marines hanno
lasciato tra 7.000 e 10.000 somali morti, secondo la Cia. Diciotto vite
americane meritano un regolamento di conti: migliaia di vite somale no.
La Somalia fornirà una palestra ideale per la distruzione finale del'Iraq.
Comunque, come riferisce il Wall Street Journal, l'Iraq presenta un
"dilemma" perché "restano pochi obiettivi". "Siamo
arrivati all'ultima capanna", ha detto un funzionario Usa, riferendosi al
bombardamento quasi giornaliero dell'Iraq che non fa notizia.
Essendo sopravvissuto alla guerra del Golfo nel 1991, il controllo di Saddam
Hussein sull'Iraq è stato da allora rafforzato da uno dei più spietati
embarghi in epoca moderna, fatto rispettare dai suoi ex amici e fornitori di
armi a Washington e Londra. Al sicuro nei suoi bunker costruiti dagli inglesi,
Saddam sopravviverà a un nuovo blitz - a differenza del popolo iracheno, che è
tenuto in ostaggio con la complicità del suo dittatore dalle pretese sempre
diverse dell'America.
In questo paese, la propaganda velata giocherà il suo ruolo predominante come
di consueto. Poiché tanta parte dei media anglo-americani è nelle mani di vari
guardiani di provata fede, il destino dei popoli iracheno e somalo sarà
riferito e dibattuto con il rigido presupposto che i governi statunitense e
britannico siano contro il terrorismo. Come per l'attacco all'Afghanistan, la
questione sarà come "noi" possiamo affrontare al meglio il problema
delle società "incivili".
La verità più saliente resterà tabù. Questa consiste nel fatto che la
longevità dell'America come stato terrorista e come rifugio per terroristi
batte tutti. E' indicibile che gli Usa siano il solo stato ad essere stato
condannato ufficialmente dal Tribunale mondiale per il terrorismo internazionale
e ad aver posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu
che imponeva ai governi di osservare il diritto internazionale. Recentemente
Denis Halliday, l'ex assistant secretary general delle Nazioni unite che ha
preferito dimettersi piuttosto che amministrare quella che ha descritto come una
"politica di sanzioni genocida" contro l'Iraq, è incorso
nell'indignazione di Michael Buerk della Bbc. "Non si può tracciare una
equivalenza morale tra Saddam Hussein e George Bush [senior], non è vero?"
ha detto Buerk. Halliday stava partecipando a uno dei programmi sulla scelta
morale in cui Buerk è presentatore, e aveva fatto riferimento all'inutile
massacro di decine di migliaia di iracheni, in gran parte civili, da parte degli
americani durante la guerra del Golfo. Halliday ha osservato che molti sono
stati sepolti vivi, e che l'uranio impoverito è stato usato ampiamente ed è
quasi certamente la causa di un'epidemia di cancro nell'Iraq meridionale.
E' indicibile che la storia recente dei veri crimini dell'occidente faccia di
Saddam "un dilettante", come ha detto Halliday; e poiché non è
possibile confutare razionalmente questa verità, quelli che ne parlano vengono
tacciati di "anti-americanismo". Richard Falk, professore di politica
internazionale a Princeton, lo ha spiegato. La politica estera occidentale,
spiega, viene diffusa dai media "attraverso uno schermo morale/legale
farisaico, a senso unico [con] immagini positive dei valori e dell'innocenza
occidentali, dipinti come minacciati, legittimando una campagna di violenza
politica senza restrizioni".
Il potere di cui godono Rumsfeld e il suo vice, Paul Wolfowitz, e i loro
collaboratori Richard Perle e Elliot Abrams significa che molta parte del mondo
è oggi apertamente minacciata da un fascismo geopolitico, che si è sviluppato
a partire dal 1945 e ha avuto un'accelerazione dopo l'11 settembre.
L'attuale gang presente a Washington è formata da autentici fondamentalisti
americani. Loro sono gli eredi di John Foster Dulles e Alan Dulles, i fanatici
battisti che, negli anni '50, gestirono rispettivamente il Dipartimento di Stato
e la Cia, distruggendo i governi riformisti in un paese dopo l'altro - Iran,
Iraq, Guatemala - e riducendo a brandelli accordi internazionali, come gli
accordi di Ginevra del 1954 sull'Indocina, il cui sabotaggio da parte di John
Foster Dulles condusse direttamente alla guerra del Vietnam e a cinque milioni
di morti. Documenti ora declassificati ci dicono che per due volte gli Stati
uniti sono stati sul punto di usare le armi nucleari.
I paralleli si trovano nella minaccia di Cheney a "40 o 50 paesi", e
nella guerra "che potrebbe non finire finché siamo in vita". Il
vocabolario del giustificazionismo verso questo militarismo viene fornito da
lungo tempo, e da entrambe le coste dell'Atlantico, da quegli
"studiosi" fabbricati in serie che hanno tolto l'umanità dallo studio
delle nazioni e l'hanno congelata con un linguaggio funzionale al potere
dominante. I paesi poveri sono "stati falliti", quelli che si
oppongono all'America sono "stati canaglia"; un attacco da parte
dell'occidente è un "intervento umanitario" (uno dei più entusiasti
guerrafondai, Michael Ignatieff, è ora "professore di diritti umani"
a Harvard). E come al tempo di Dulles, il ruolo a cui è ridotta l'Onu è quello
di rimuovere le macerie dei bombardamenti e fornire "protettorati"
coloniali.
Gli attacchi alle torri gemelle hanno dotato la Washington di Bush di un
grilletto, ma anche di una coincidenza notevole. L'ex ministro degli esteri
pakistano Niaz Naik ha rivelato che a metà luglio alcuni alti funzionari
americani gli avevano detto che l'azione militare contro l'Afghanistan sarebbe
partita avanti a metà ottobre. Il segretario di Stato Usa, Colin Powell, in
quel momento era in viaggio in Asia centrale, e già raccoglieva il sostegno per
una "coalizione" di guerra anti-Afghanistan. Per Washington, il vero
problema con i Taleban non erano i diritti umani; questi erano irrilevanti.
Semplicemente, il regime talebano non aveva il controllo totale
dell'Afghanistan: fatto che impediva agli investitori di finanziare gli
oleodotti e i gasdotti provenienti dal Mar Caspio, la cui posizione strategica
in relazione alla Russia e alla Cina e i cui giacimenti fossili largamente
intatti sono di interesse cruciale per gli americani. Nel 1998, Dick Cheney
disse ai rappresentanti dell'industria petrolifera: "Non so pensare a un
momento in cui una regione sia emersa altrettanto improvvisamente per diventare
così significativa strategicamente come il Caspio".
In verità, quando andarono al potere nel 1996, i Taleban non furono solo bene
accolti da Washington. I loro leader volarono in Texas, all'epoca governata da
George W. Bush, e furono intrattenuti dai dirigenti della compagnia petrolifera
Unocal. Fu offerta loro una fetta dei profitti degli oleodotti: si parlò del
15%: Un funzionario Usa osservò che, con il passaggio del gas e del petrolio
del Caspio, l'Afghanistan sarebbe diventato "come l'Arabia Saudita",
una colonia petrolifera senza democrazia e con una persecuzione legalizzata
delle donne. "Possiamo convivere con questo" disse. L'accordo andò a
monte quando due ambasciate americane furono bombardate in Africa orientale, e
la colpa fu attribuita a al Qaeda.
Sui media i Taleban sono debitamente passati in cima alla lista dei demoni, una
lista a cui si applicano le normali esenzioni. Ad esempio, è esentato il regime
di Vladimir Putin a Mosca, responsabile dell'uccisione di almeno 20.000 persone
in Cecenia. La scorsa settimana Putin è stata intrattenuto dal suo nuovo
"amico intimo", George W. Bush, nel ranch di Bush in Texas.
Bush e Blair sono esentati permanentemente - anche se ogni mese muoiono più
bambini iracheni, in gran parte a causa dell'embargo anglo-americano, del numero
totale dei morti delle torri gemelle: una verità che non viene messa a
conoscenza dell'opinione pubblica. L'uccisione di bambini iracheni, come
l'uccisione dei ceceni, come l'uccisione dei civili afghani, è ritenuta meno
abominevole dal punto di vista morale che l'uccisione di americani.
Avendo assistito a una quantità di bombardamenti, sono stato colpito dalla
capacità di coloro che si definiscono "liberali" e
"progressisti" di tollerare deliberatamente la sofferenza degli
innocenti in Afghanistan. Che cosa hanno da dire questi commentatori
presuntuosi, che non vedono virtualmente nulla delle lotte che avvengono nel
mondo esterno, alle famiglie dei rifugiati bombardati a morte nella polverosa
città di Gardez l'altro giorno, molto dopo che questa era caduta in mano alle
forze anti-talebane? Che cosa hanno da dire ai genitori dei bambini morti i cui
corpi giacevano sulle strade di Kunduz domenica scorsa? "Quaranta persone
sono state uccise" ha riferito Zumeray, un profugo. "Alcuni di loro
sono stati bruciati dalle bombe, altri sono stati schiacciati dai muri e dai
tetti delle case quando sono crollati per l'esplosione". Che cosa gli può
rispondere Polly Toynbee del Guardian: "Non vedi che il bombardamento
funziona?" Lo definirà un anti-americano? Che cosa possono dire gli
"interventisti umanitari" alle persone che moriranno o resteranno
mutilate per le 70.000 "cluster bombs" rimaste inesplose?
Da molte settimane l'Observer, un giornale liberal, sta pubblicando resoconti
privi di riscontri che hanno cercato di collegare l'Iraq con l'11 settembre e la
paura dell'antrace. I principali narratori di questa storia sono "Fonti di
Whitehall" e "fonti di intelligence". "Le prove si stanno
accumulando..." recitava uno degli articoli. La somma delle prove è
"zero", fumo negli occhi per la gioia di Wolfowitz e Perle, e
probabilmente Blair, che probabilmente proseguirà con l'attacco. Nel suo saggio
"The Banality of Evil", il grande dissidente americano Edward Herman
ha descritto la divisione del lavoro tra coloro che disegnano e producono armi
come "cluster bombs" e "daisy cutters", coloro che prendono
le decisioni politiche di usarle, e coloro che creano le illusioni che ne
giustificano l'uso. "Tocca agli esperti e ai grandi media - ha scritto -
normalizzare l'impensabile per il pubblico medio". E' tempo che i
giornalisti riflettano su questo, e si assumano il rischio di dire la verità su
una minaccia spropositata a molta parte dell'umanità che nasce non in luoghi
lontani, ma vicino a casa.
Traduzione di Marina Impallomeni - tratto da www.ilmanifesto.it (Abbonatevi e
sostenete il giornale!)
www.johnpilger.com
Usa sott'accusa: non fermarono i massacri delle milizie alleate
"In Afghanistan crimini di guerra anti
Taliban"
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
http://www.repubblica.it/online/esteri/settembretre/zucconi/zucconi.html
TUTTA aggrappata ormai alla pretesa di "superiorità morale", la
dottrina della "guerra preventiva" inventata da Bush nella sua
solitudine politica per giustificare l'assalto a Saddam prende un bruttissimo
doppio colpo sul fronte interno. Le contemporanee rivelazioni del New York Times,
sulla complicità di Reagan e la collaborazione americana nell'uso di gas
nervino durante la guerra del raìs contro l'Iran, e lo scoop di Newsweek sulle
atrocità commesse dalle truppe coloniali alleate in Afghanistan contro
centinaia di prigionieri Taliban asfissiati in camion sigillati, sono il
corrispettivo giornalistico e fattuale delle critiche strategiche e politiche
sollevate da destra e da sinistra, da europei e da arabi, contro l'attacco.
Il risveglio atteso e inevitabile della libera stampa americana, uscita dal
ricatto del patriottismo unanimista e il rialzarsi delle "teste
fredde" non più intimidite dagli scalmanati dell'interventismo, segnalano
un fenomeno inedito nella storia del conflitto con il terrorismo, una sorta di
Vietnam "preventivo", di campagna dissuasiva lanciata prima, e non
dopo, il possibile disastro morale e militare della guerra.
Poiché ogni guerra, e dunque anche quella combattuta in Afghanistan e quella
prevista in Iraq, è sempre e prima di tutto guerra di propaganda, la conquista
dello high ground, dell'alta quota morale, è indispensabile per vincerla quanto
lo sono le alture per le fanterie. Lo è in particolare per gli Usa che, per
natura e cultura, dalla Grande guerra alla Normandia alla Corea all'Afghanistan
hanno sempre, e molto spesso ben a ragione, sentito il bisogno della
"moralità superiore", per intervenire e per rintuzzare ogni accusa di
imperialismo.
Nell'Afghanistan scelto come bersaglio della vendetta allo stupro di Manhattan e
di Washington, le immagini di bambini con aquiloni nel cielo, di donne
finalmente liberate dalle inferriate del burqa, di stereo e cassette di musica
profana scambiate nei suk, ci erano state vendute come gli spot rassicuranti e
morali di una guerra che in realtà nessuno di noi, neppure coloro che sono
andati a morire per raccontarla, ha davvero mai visto, ma che molti cominciano a
sospettare sia stata molto meno "pulita", molto meno efficace (Osama e
Omar sono ancora vivi e attivi) e molto meno morale di quello che i volti di
giovani donne liberate ci avessero mostrato nei telegiornali.
Ma ora, dopo mesi di ricerca e di inchiesta che non avrebbero prodotto nulla
senza la collaborazione di qualche "talpa" nella forze americane
(dettaglio fondamentale per capire perché questi fatti emergano proprio ora)
Newsweek scopre che gli ascari afgani del sergente Dostum, noto criminale di
guerra ai tempi dell'occupazione sovietica divenuto poi "generale" e
grande amico dell'America nell'Alleanza del Nord, si sarebbero macchiate di
atrocità degne degli Einsatzgruppen SS in Ucraina o in Polonia. Che avrebbero
rinchiuso in camion sigillati centinaia e centinaia di Taliban arresi (quasi
mille secondo molte organizzazioni umanitarie internazionali, anche se le cifre
delle atrocità di guerra vanno sempre lette con prudenza), trasportandoli sotto
il sole dei deserti per giorni fino alla loro morte per inedia e per asfissia e
poi gettando i cadaveri in fosse comuni lontane dalle telecamere. Un fatto che
oggi permette al Pentagono di rispondere che loro non c'erano, che se c'erano,
erano pochi soldati delle Special Force e comunque non hanno visto niente.
Molto più grave delle rivelazioni del New York Times, che confermano soltanto
un fatto ben noto, che Saddam Hussein fu una creatura degli Usa e poi un protegé
di Reagan fino all'ancora inspiegabile occupazione del Kuwait, queste notizie
dall'Afghanistan strappano la facciata propagandistica della "guerra
buona". Fanno intravvedere quali, spaventose faide di sangue potrebbero
colpire l'Iraq se la dittatura della gang dei Tikrit oggi al potere fosse
rimpiazzata da altri capi clan imposti da Washington e aiutano a capire la
inflessibile opposizione americana alla Corte di Giustizia Internazionale sui
crimini di guerra che rischierebbe, se fosse aperta un'indagine sul massacro dei
Taliban, di scoprire che forse non tutti i soldati delle Special Force americane
erano voltati dall'altra parte, mentre si sigillavano prigionieri sui camion e
poi si scaricavano "come cassette di pesci al mercato", dice un
testimone oculare, i loro cadaveri nelle fosse.
Solo un osservatore molto ingenuo, molto stupido o molto in mala fede, avrebbe
potuto credere che la guerra in Afghanistan, come ogni altra guerra, sia
"una festa da ballo" e la moralità degli eserciti in combattimento,
regolari o irregolari, è sempre, come scrive il grande storico inglese delle
battaglie, John Keegan, "la moralità relativa" di chi alla fine
conquista il fortino nemico. Ma sono stati gli americani, è stato in
particolare Bush nella solitudine dei suoi argomenti ad agitare la moralità
come casus belli, a cercare nella superiorità etica quella giustificazione per
i piani di guerra che neppure i suoi consiglieri più ringhiosi riescono a
spiegare con prove di colpevolezza irakena nell'attacco a Manhattan o con la
formula dello "Stato canaglia", che allora si dovrebbe applicare ad
altre nazioni dotate di armi devastanti. Statisti, leader di quelle nazioni
europee che gli ossessi della guerra come Richard Pearle definiscono gentilmente
"irrilevanti", generali americani in pensione e in servizio,
"vecchi saggi" come Kissinger, come Clark, il comandante
dell'operazione Nato in Kossovo e Scowcroft, già braccio destro di Bush padre,
senatori e deputati di maggioranza e di minoranza, persino il fedelissimo Blair
e gli ambigui Sauditi stanno quotidianamente demolendo gli argomenti militari e
politici per l'intervento militare in Iraq e accusando Bush di "doppio
unilateralismo", di voler agire da solo senza ascoltare né il resto del
mondo né il Congresso.
Per questo, il solo argomento utilizzabile in pubblico rimane la linea della
moralità, "il formidabile atto d'accusa morale" contro Saddam del
quale ora parla la consigliera Condoleezza Rice, o l'immagine di
"quell'uomo cattivissimo che non ha esitato neanche a gasare i suoi stessi
cittadini e provoca guai a tutti i vicini" come dice, con la consueta
mancanza di articolazione verbale, George Bush. L'incrinatura della pretesa di
guerra "morale" di fronte alla scoperta dell'immoralità esposta da
Newsweek, la demolizione dello sdegno per la cattiveria di un Saddam che gassava
i nemici utilizzando con la complicità di Washington, sono il segnale che,
oltre i sondaggi popolari ancora favorevoli ad aggredire Baghdad, i giornali
liberi e le teste fredde sanno che non ci sarà nulla di "morale" in
un attacco all'Iraq. E che denunciare la sporcizia delle guerre prima che
scoppino è più saggio che dover riaprire dopo le fosse comuni della
propaganda.
(19 agosto 2002)