Agli
operai e ai contadini, ai soldati e agli studenti, a tutti gli oppressi!
La prima
rivoluzione irachena [quella del 1920] crebbe grazie alle nostre braccia, a
noi, masse degli operai e dei contadini. Dalla nostra classe vennero le
angoscie, i sacrifici, le decine di migliaia di vittime… I benefici
andarono ai finanzieri, ai signori feudali, agli alti ufficiali… A noi
invece è toccato in sorte solo fame, freddo e terribili malattie… e
un’orda di esattori di tasse senza un’ombra di pietà e umanità…
Oggi gli
inglesi e la classe dominante sono stretti insieme allo scopo di perpetuare
l’oppressione e lo sfruttamento di cui soffriamo… Il petrolio e altre
materie prime del paese sono diventati una riserva esclusiva per gli
inglesi, e l’Iraq è ridotto a uno sbocco per le loro merci e i loro
capitali in surplus, e in una base di guerra diretta contro i popoli vicini,
e contro ogni aspirazione per la libertà che possono avere i paesi arabi.
La classe dominante, per parte sua, saccheggia gli incassi delle tasse, si
appropria indebitamente della terra, e costruisce palazzi sulle rive del
Tigri e dell’Eufrate. I milioni di contadini ed operai, nel frattempo,
continuano a morire di fame, a morire dissanguati, a contorcersi nei
tormenti…
Dobbiamo
porre termine a queste condizioni così ingiuste e intollerabili. Domandiamo
un cambiamento nei veri fondamenti della vita, un decisivo cambiamento a
vantaggio di tutte le classi produttive… Alziamo ancora la nostra voce
nelle campagne, avanti il tuono che riempe di terrore il cuore dei nostri
oppressori… Uomo di città e uomo del villaggio, operaio e contadino,
uniti, qualsiasi sia la setta o la razza, appogggiati dai pensatori
rivoluzionari, marciamo fianco a fianco per conquistare nella prima fase
della lotta:
- la
cancellazione di tutti i debiti dei contadini; la loro liberazione da tutte
le tasse onerose; la distribuzione ai loro poveri delle terre statali; e la
garanzia di tutti i crediti necessari;
- la
garanzia agli operai della libertà di assemblea e di parola…; la
riapertura dei loro circoli e sindacati; la promulgazione di leggi che
proteggano gli operai… contro i licenziamenti arbitrari e che li assicuri
contro la fame nella loro vecchiaia; e la realizzzazione della giornata di
otto ore in tutti i posti di lavoro, posseduti da iracheni o da stranieri…
Abbasso
l’imperialismo inglese! Via tutti i trattati schiavisti! Lunga vita al
fronte unito contro l’imperialismo e contro gli oppressori dei contadini e
degli operai!
Il
partito dopo solo un mese di esistenza si disgrega sulla decisione se
presentarsi pubblicamente come Partito comunista: alcuni dei gruppi si
distaccano (Basrah, Nasiriyyah, una parte di Baghdad), mentre il nucleo
rimanente decide di pubblicare un giornale illegale, il cui primo numero esce a
luglio con il titolo Kifah-ish-Sha’b (La lotta del Popolo) e con
l’indicazione "organo del Comitato Centrale del Partito Comunista
d’Iraq". Il programma pubblicato nell’agosto 1935 in sei punti afferma:
1.
L’espulsione degli imperialisti; la garanzia della libertà al popolo,
della completa indipendenza ai kurdi e dei diritti culturali… a tutte le
minoranze dell’Iraq
2. La distribuzione della terra ai contadini;
3. L’abolizione di tutti i debiti e ipoteche sulla terra…;
4. La requisizione di tutte le proprietà appartenenti agli imperialisti —
in specifico le banche, i campi petroliferi, le ferrovie — e
l’espropriazione dei latifondi agricoli;
5. La concentrazione dei poteri nelle mani dei lavoratori e dei contadini; e
6. L’inizio immediato della rivoluzione sociale in tutti gli ambiti della
vita e la liberazione del popolo da tutte le molteplici oppressioni
esistenti.
L’inesperienza
e la mancanza della disciplina necessaria in una situazione di illegalità
portarono all’arresto dei dirigenti che avevano intrapreso la pubblicazione di
Kifah-ish-Sha’b, che dopo aver avuto una diffusione di 500 copie a
numero, cessò di uscire alla fine del 1935.
I
comunisti rimasti in libertà o che erano stati scarcerati, diedero il loro
appoggio al colpo di stato del generale Bakr Sidqi del 29 ottobre 1936 ed
entrarono nell’ "Associazione della riforma del popolo",
un’organizzazione che si batteva per le libertà democratiche,
l’organizzazione dei lavoratori, le otto ore e la fissazione del salario
minimo, una tassazione progressiva. Esagerarono tuttavia il carattere popolare
degli ufficiali che erano la spina dorsale del nuovo regime, che procedette
durante l’ondata di scioperi dell’aprile-maggio 1937 a reprimere lavoratori,
comunisti e "riformisti". Il 12 luglio 1937 l’"Associazione
della riforma del popolo" venne messa fuori legge, e numerosi comunisti di
primo piano furono arrestati, espulsi dall’Iraq, o costretti a fuggire
all’estero. Da questo momento fino al 1946 non fu permesso di operare
legalmente a nessun partito.
Grazie
all’attività di Abdallah Mas’ud, una cellula fu ricostruita nell’estate
del 1937 a Baghdad, a cui si unì nel gennaio 1938 Yusuf Salman Yusuf di ritorno
dall’URSS (in cui si era trasferito nel 1935): questo gruppo ebbe la forza,
nel dicembre 1940 di costituire una "Comitato Centrale" e di lanciare
un giornale, Ash-Shararah (La scintilla) — inizialmente con una
diffusione di 90 copie, che tuttavia erano diventate 2.000 due anni dopo.
Durante la guerra tra il regime di Rashid Ali al-Gailani e l’Inghilterra, nel
maggio 1941, fecero appello a unirsi con al-Gailani, ma al contempo presero le
difese degli ebrei che erano stati oggetto di azioni repressive da parte del
regime (questo appoggio ad al-Gailani divenne più tardi oggetto di autocritica,
in coerenza con la politica antifascista di allenza con l’Inghilterra che
divenne la linea comunista a partire dall’attacco nazista all’URSS). Una
mutazione si era comunque prodotta nel corso dei sei anni intercorsi tra la
fondazione del partito e la sua rifondazione nel 1940-1941: l’attenzione alla
politica dello stato sovietico diventava uno dei fattori determinanti
nell’elaborazione politica e nelle indicazioni che venivano date, e un
accentuato moderatismo nelle parole d’ordine sostituiva la spinta
rivoluzionaria — talvolta anche ingenua - della prima generazione di
comunisti.
Il
29 ottobre 1941 il massimo dirigente del ricostruito gruppo comunista, Abdallah
Mas’ud, viene arrestato dalla polizia. Yusuf Salman Yusuf lo rimpiazza come
segretario generale del partito. Sotto la sua direzione il Partito comunista
iracheno emergerà nel giro di sette anni come la più importante forza politica
in Iraq.
La
struttura sociale sotto la monarchia
Secondo
le parole di Hanna Batatu,
sotto
gli Ottomani , l’Iraq consisteva per lo più di società distinte,
ripiegate su se stesse, debolmente interconnesse: e parzialmente
dell’interpenetrazione tra una forma sociale orientata al profitto,
all’espansione della proprietà privata, modellata essenzialmente dai
recenti legami dell’Iraq con il mercato mondiale… con forme sociali più
antiche, che attribuivano importanza al lignaggio nobile, o alla conoscenza
della religione, o al possesso della santità, o alla capacità di
combattere nelle incursioni tribali, largamente dominata da vincoli e
prospettive locali, dal piccolo artigianato o dalla produzione agricola di
sussistenza, e al di fuori delle città, da forme di proprietà tribali
statali o comunitarie.
La
zona attualmente conosciuta come Iraq fu incorporata nel mercato mondiale nella
seconda metà dell’ ‘800, a partire dall’apertura del canale di Suez nel
1869, e si inserì in questo mercato come paese esportatore di grano.
L’agricoltura orientata al mercato conobbe uno sviluppo senza precedenti:
mentre negli anni 1867-1871 venivano esportati cereali per 140.000 lire sterline
all’anno, nel 1912-1913 si era arrivati a un valore di otto milioni di lire
sterline all’anno. L’agricoltura commerciale divenne la maggiore fonte di
potere, di ricchezza e di conflitto sociale, con la disgregazione della
precedente economia pastorale strutturata a livello sociale lungo linee tribali
(i nomadi passarono dal 37% della popolazione nel 1860 al 7% nel 1930, mentre i
contadini passarono, dal 1867 al 1930, dal 41% al 68%). Questo processo fu
accompagnato dalla disgregazione della proprietà comune della terra, e
dall’emergere dei capi tribali — shaykh nelle zone arabe e agha in quelle
kurde — come aspiranti proprietari terrieri: un processo contraddittorio fino
a quando l’autorità politica centrale rimase ottomana, segnato dai conflitti
tra shaykh e governatori turchi, da conflitti tra i vari shaykh e dalla
disgregazione delle varie tribù nomadi, che mettevano in discussione il ruolo
degli stessi shaykh.
La
situazione cambiò in modo sostanziale con l’occupazione e poi il controllo
inglese delle tre provincie ottomane di Basrah, Baghdad e Mosul — con la
nascita dello stato iracheno, sotto monarchia haschemita dal 1921 e formalmente
indipendente dal 1932. Gli shaykh come grandi proprietari terrieri vennero
individuati dagli inglesi come il pilastro della società irachena: venne creato
un sistema legale separato specifico per le tribù che riaffermava (e
legalizzava) il loro potere e si procedette alla repressione manu militari di
ogni rivolta contadina. I latifondisti divennero la base sociale principale
della monarchia, che operò a quasi loro esclusivo favore, promulgando leggi che
ne instauravano i diritti, reprimendo le rivolte contadine, spendendo buona
parte del budget statale a loro favore. Riuscirono a concentrare nelle loro mani
quantità di terre impensabili anche in un qualsiasi altro paese mediorientale:
alla fine di questo periodo, nel 1958, i 2/3 delle terre coltivate erano di
proprietà del 2% di tutti coloro che avevano una qualche proprietà terriera, e
al cuore della classe dei latifondisti vi erano 49 famiglie che possedevano il
17% di tutte le terre (il 3,6% delle terre coltivate era in proprietà al 64%
dei contadini proprietari). Il sistema predominante era quello dell’iqta,
cioé di rapporti di mezzadria e di affitto di grandi tenute, con un rapporto
quasi-servile che legava contadino e padrone. Questo sistema di conduzione
agricola fece sì che la produzione agricola per l’esportazione aumentò solo
con l’aumento delle superfici coltivate (quintuplicate tra il 1913 e il 1943,
raddoppiate tra il 1943 e il 1958) e dello sfruttamento dei contadini (negli
anni ’50 molti dei contadini che lavoravano la terra in affitto non ricevevano
che il 15-20% del loro raccolto), mantenendo invece le tecniche di coltivazione
a livello molto arretrato.
L’arretratezza
di questi rapporti nelle campagne bloccò lo sviluppo industriale: l’industria
si sviluppò debolmente, confinata alla produzione di beni di consumo per il
mercato interno (d’altronde ben ristretto). La produzione di petrolio,
completamente in mano a compagnie straniere, iniziò ad essere significativa dal
1934. Le maggiori concentrazioni operaie furono al porto di Basrah (negli anni
’40 vi erano 5.000 operai), nelle ferrovie (11.000) e nell’estrazione
petrolifera (13.000). Complessivamente i lavoratori iracheni che lavoravano in
imprese con più di cento addetti passarono da 13.000 nel 1926 a 63.000 nel
1954, di cui la metà concentrati a Baghdad e Basrah. Negli anni ’50 il
proletariato — compresi coloro che lavoravano nei trasporti e nei servizi -
era di circa 400.000 persone (su una popolazione urbana di 2.600.000 persone),
ma per lo più in piccolissime imprese con meno di cinque lavoratori.
La
povertà era generalizzata, e lo strato che ne era più colpito era quello
contadino. Tra il 1939 e il 1948 i prezzi dei beni alimentari aumentarono di
otto volte, mentre il salario medio di un lavoratore non specializzato aumentò
solo di quattro volte. L’analfabetismo negli anni ’50 era all’80% (90% tra
le donne), vi era un dottore ogni 6.000 persone e un dentista ogni 500.000. Non
esisteva alcuna forma di copertura assistenziale per la disoccupazione, la
vecchiaia e la malattia. La speranza di vita in ambito rurale era tra i 35 e i
39 anni.
La
borghesia irachena era una classe sociale molto fragile. Consisteva di tre
frazioni: quella agricola, quella commerciale e quella industriale. La frazione
agricola era per lo più composta da rentier. La frazione commeriale, la più
forte delle tre, era ben poco interessata a investimenti industriali a lungo
termine. La frazione industriale della borghesia, l’ultima nata, dipendeva da
materie prime agricole (più del 34% dell’industria irachena dipendeva in
questo modo dall’agricoltura), ed era strettamente interconnessa per legami
diretti e familiari con la borghesia rentier agricola.
L’Iraq
è stata terra di insurrezioni, rivolte, scontri sociali per tutti i decenni
della monarchia. Nel 1920 vi fu la grande insurrezione contro l’occupazione
inglese, repressa nel sangue con (secondo Lawrence) 10.000 vittime. Le
insurrezioni kurde furono ben sette, tra il 1919 e il 1945. Nel 1935-’36 si
rivoltarono le tribù del medio Eufrate, creando una situazione che per molti
aspetti si avvicinava a quella del 1920.
La
prima organizzazione sindacale nacque nel 1929, l’ "Associazione degli
artigiani", diretta da Muhammad Salih al-Qazzaz, un meccanico che divenne
il primo leader operaio dell’Iraq. Questa associazione combinava aspetti
corporativi da "gilda", con aspetti sindacali moderni, e aveva una
identità e una politica che combinava aspetti nazionalisti e di classe.
Organizzò uno sciopero generale di 14 giorni nel luglio 1931 contro nuove tasse
municipali, che mobilitò a livello nazionale l’opposizione alla monarchia
retta dagli inglesi. Il governo rispose mettendo fuori legge l’associazione e
arrestando al-Qazzaz. Nel 1932 sempre al-Qazzaz fondò la prima federazione
sindacale, che fu anch’essa messa fuori legge nel gennaio 1934 dopo aver
organizzato il boicottaggio (durato un mese) della compagnia elettrica di
Baghdad, posseduta dagli inglesi. Per dieci anni fu impossibile qualsiasi lavoro
sindacale legale, ma i lavoratori scesero in sciopero in massa in tutto l’Iraq
nell’aprile-maggio 1937 per richiedere maggiori salari (è stato stimato che
gli scioperanti fossero circa 20.000). Nel 1944-‘46 vennero legalizzati 16
sindacati — di cui 12 a direzione comunista. Ma da questo momento la lotta
sindacale in Iraq è indistinguibile dall’attività del Partito comunista.
Vi
fu una rivolta contadina nel 1947, a cui ne seguirono altre sette tra il 1952 e
il 1958, contro i shaykh latifondisti. Vi fu la grande rivolta di Baghdad del
1948 (al-Wathbah), l’Intifadah del 1952 e quella del 1956.
Dagli
anni ’40 vi fu un cambiamento importante negli strati profondi della società
irachena. Finì l’epoca delle rivolte tribali — quelle contadine del
1947-1958 non erano più dirette da capi tribali, ma erano dirette contro i capi
tribali. Lo sciopero del luglio 1931 era contro una tassa municipale ed un
governo odiato dagli iracheni — lo scontento dagli anni ’40 divenne sociale
e non più solo politico; non era più diretto contro un particolare governo, ma
contro l’ordine sociale vigente. Sempre secondo le parole di Batatu,
nell’ambiente
iracheno, la teoria marxista, con tutti i suoi difetti, ebbe rilevanza
quantomeno per la sua incisiva critica di classe. Traduceva, anche se in
modo esagerato — ma in un clima carico a livello emotivo l’esagerazione
porta ad avere maggiore forza - quello che gli iracheni percepivano in modo
chiaro e duraturo: la cruda realtà di classe dell’Iraq.
Il
Partito Comunista dalla ricostruzione alla rivoluzione antimonarchica, 1941-1958
La
svolta internazionale provocata dall’invasione nazista dell’Urss nel giugno
1941 non cambiò immediatamente le posizioni del PCI. Fu solo nel maggio 1942
che il giornale del PC assunse in pieno le posizioni di Mosca, affermando
"il nostro partito vede l’esercito inglese, che ora combatte il nazismo,
come un esercito di liberazione… noi siamo dalla parte degli inglesi…
dobbiamo quindi aiutare l’esercito inglese in Iraq in qualsiasi modo
possibile", il che significava che il PC si pose dalla parte della
monarchia e dei latifondisti che dominavano il paese.
La
ricostruzione del PC sotto la direzione di Yusuf Salman Yusuf ("Fahd")
avvenne con una forte tasso di centralizzazione delle strutture e di rigetto di
ogni critica al segretario generale. Questo provocò numerosi dissensi, prima
nell’agosto 1942 con l’espulsione di un gruppo di militanti che fondarono un
gruppo che pubblicò il giornale Il-al-Amam (Avanti), poi nel novembre
dello stesso anno con la formazione di due PC d’Iraq: uno sotto la direzione
di Abdallah Mas’ud, liberato dalla prigione, con proprio organo Ash-Shararah
(La scintilla), l’altro sotto la direzione di Fahd con proprio organo Al-Qa’idah
(La base). I due gruppi dissidenti, dopo essere stati pesantemente indeboliti da
un’ondata di arresti si unificarono e pubblicarono il giornale Wahdat-un-Nidal
(Unità della lotta). Nel febbraio 1944 si aggiunse un’ulteriore scissione, ed
il nuovo gruppo (che criticava Fahd per "deviazioni estremiste di
sinistra"…) pubblicò il giornale Al-‘Amal (Il Lavoro). Tutti i
gruppi scissionisti avevano come propria richiesta centrale la tenuta di un
congresso del PCI e la fissazione di regole statutarie di funzionamento interno,
richiesta a cui Fahd si oppose in quanto "nelle condizioni internazionali
esistenti la tenuta di un congresso clandestino dei comunisti in paesi che
aderiscono al campo democratico può provocare collisioni tra i comunisti e le
autorità che non sono nell’interesse di nessuno, né sono nell’interesse
dei popoli che stanno lottando contro il fascismo".
Il
PC di Fahd si lanciò dall’inizio del 1944 nel lavoro indirizzato ai
lavoratori industriali, con la costituzione di cellule clandestine prima a
Baghdad poi nel resto del paese, associando alla sua direzione intellettuali
provenienti dalla piccola borghesia più povera ("l’intellighentzia del
popolo"), e convocando finalmente una conferenza del partito nel marzo 1944
(e poi il primo congresso nel marzo 1945, che consentì il reingresso dei
dissidenti di Wahdat-un-Nidal). Il PCI riuscì effettivamente a radicarsi
nell’ambiente operaio, nelle grandi concentrazioni di Basrah, di Baghdad, di
Kirkuk, ma rimase un partito prevalentemente urbano, con una base importante tra
gli studenti e gli insegnanti, e territorialmente impiantato nei quartieri
operai e nelle bidonville dove si concentravano i flussi di immigrati contadini
che si riversavano nella capitale. La conferenza adottò una "Carta
Nazionale" del partito, che combinava posizioni patriottiche e democratiche
con una prospettiva più o meno piccolo borghese — per quanto riguarda i
lavoratori li confinava a richieste di tipo legalistico e sindacale. Niente più
prospettiva socialista, niente più repubblica, nessuna abolizione del Trattato
Anglo-Iracheno (che stabiliva il potere de facto della Gran Bretagna
sull’Iraq) — solo una revisione di alcune clausole, nessuna richiesta di
esproprio del capitale estero e dei latifondisti, niente più unità araba,
niente più indipendenza per il popolo kurdo (tacciata di richiesta reazionaria
nell’interesse dell’imperialismo): lo "stadio" della lotta era
quello "della liberazione nazionale e della lotta per i diritti
democratici" e gli obiettivi dovevano essere congruenti alla fase della
"rivoluzione nazionale borghese" (tuttavia va riconosciuto che la
politica propugnata da Mosca al tempo e fatta propria dal PC siriano arrivava
all’autoscioglimento del partito, passo a cui il PC iracheno si oppose sempre
fermamente, entrando in feroce polemica con i "liquidatori" che anche
in Iraq si facevano interpreti di questa linea, tramite il "Partito del
Popolo", dal 1945 al 1947).
Dal
gennaio 1944 la direzione del PCI prese tutta una serie di posizioni che, pur
con una serie di oscillazioni e tentennamenti, indicavano che l’appoggio
all’esercito inglese e al governo era terminato, o stava terminando. Dapprima
in modo sfumato, denunciando l’aumento del costo della vita, poi attaccando
pesantemente la presenza inglese in Iraq nell’aprile del 1945, poi addirittura
proclamando nel gennaio 1946 che "la corretta via del nostro movimento
democratico di liberazione è la via rivoluzionaria", ed infine attaccando
pesantemente il governo dopo che la polizia aveva ucciso il 28 giugno 1946 un
manifestante a Baghdad (la manifestazione era a sostegno dei palestinesi e
contro la presenza inglese in Iraq), e dopo che sempre la polizia aveva ucciso
il 12 luglio dieci lavoratori durante uno sciopero alla Compagnia Petrolifera di
Kirkuk. La risposta del governo fu puramente repressiva. Lo stesso Fahd venne
arrestato nel febbraio 1947 (ma non venne identificato come il segretario
generale del PCI) e condannato a morte (la condanna venne commutata
nell’ergastolo dopo le numerose proteste internazionali). Nonostante gli
arresti il PCI riuscì in breve tempo a riorganizzarsi e nel settembre 1947
anche il gruppo scissionista di Al-‘Amal rientrò nel partito.
A
livello sindacale nel 1944-’46 vennero successivamente legalizzati sedici
sindacati, di cui dodici erano a direzione comunista. I più importanti
coincidevano con le maggiori aggregazioni operaie, porto di Basrah, ferrovie e
estrazione petrolifera: in questi tre settori il tasso di sindacalizzazione era
tra il 30 e il 60% e tutti i maggiori dirigenti erano del PCI. Una prima,
massiccia, ondata di scioperi in questi tre settori (gli scioperi venivano
convocati sempre "a oltranza" e durarono anche diverse settimane) vi
fu tra l’aprile 1945 e il maggio 1947, con richieste di aumenti salariali, di
legalizzazione degli organismi sindacali e di una vera indipendenza nazionale
— contro la presenza inglese in Iraq. La risposta da parte del governo e degli
inglesi (che avevano in proprietà sia i pozzi petroliferi, sia le ferrovie) fu
quella di concedere gli aumenti salariali e di dissolvere i sindacati dopo gli
scioperi, arrestando i leader operai.
Nel
gennaio 1948 vi fu a Baghdad la più formidabile insurrezione di massa nella
storia della monarchia, l’al-Wathbah. Tutto iniziò con manifestazioni
studentesche il 4 gennaio, convocate per protestare contro l’ipotesi di un
nuovo trattato anglo-iracheno che avrebbero mantenuto l’Iraq sotto tutela
britannica, si protrasse nei giorni seguenti con diversi incidenti e si allargò
dopo che il 15 gennaio venne annunciata la firma del nuovo trattato. Un primo
apice venne raggiunto il 20 e il 21 gennaio quando (su spinta delle cellule dei
comunisti) scesero per le strade i lavoratori delle ferrovie, e delle altre
fabbriche di Baghdad, i disoccupati, le masse di contadini da poco immigrati
nella capitale. La polizia tentò di fermare i manifestanti armati di bastoni,
sparò ed uccise, ma non fu sufficiente a fermare i cortei. "L’atmosfera
che avvolgeva Baghdad era profumata di rivoluzione sociale", scrive Batatu
descrivendo quei giorni. Il PCI si impegna in una polemica contro "settori
estremisti", che partecipano ai cortei con striscioni che richiedono la
caduta della monarchia e la repubblica. Il trattato viene annullato il 21, ma il
PCI convoca altre manifestazioni per fare cadere il governo: il 23 si svolge una
manifestazione gigantesca ed il 27 di nuovo. Ma mentre quella del 23 non vede la
presenza della polizia, il 27 il governo decide di spezzare il movimento di
massa con la forza delle armi. La polizia spara in modo indiscriminato,
continuo, uccidendo come mezzo di scioglimento dei cortei. Per terra rimangono
uccisi tra i 300 e i 400 manifestanti, ma le manifestazioni si ricompongono lo
stesso e di fronte al loro avanzare la polizia decide di ritirarsi totalmente
dalle strade. Il primo ministro scappa dall’Iraq e si rifugia in Gran Bretagna
e viene formato un nuovo governo. Inizia un periodo — che durerà fino alla
primavera — di continue mobilitazioni in tutto il paese, con continui scioperi
nelle ferrovie (il sindacato era stato messo fuori legge nell’aprile 1945, per
cui fu direttamente il PCI a organizzare gli operai e a indire gli scioperi),
tra marzo e maggio; nelle stazioni di estrazioni del petrolio, in aprile e
maggio (assunse a vera leggenda operaia lo sciopero alla stazione K3 vicino ad
Haditha con la "grande marcia" su Baghdad dei 3.000 lavoratori); al
porto di Basrah, in aprile e maggio. Scoppiò anche una rivolta contadina con
direzione comunista ad ‘Arbat, in aprile. Le domande avanzate dai lavoratori
erano per aumenti salariali, di "pane e scarpe", diritti democratici,
liberazione dei prigionieri politici, e indipendenza nazionale. La risposta,
come nel 1945-’47, fu sempre di messa al bando delle organizzazioni operaie,
di arresto delle direzioni sindacali e di una parziale accettazione delle
richieste salariali.
L’al-Wathbah
diede un grande impulso al PCI, sia numericamente sia come spinta per un maggior
radicalismo — pur mantenendosi sempre in una prospettiva di "governo
democratico nazionale" della borghesia irachena. Il 15 maggio venne emanata
la legge marziale, che diede l’avvio ad una nuova ondata repressiva, ma il
grande colpo al PCI venne, il 6 luglio 1948, dall’accettazione (dopo sette
mesi di resistenza alla linea dettata da Mosca) della politica di divisione
della Palestina e quindi della nascita dello stato di Israele. Lo sconcerto e la
demoralizzazione che colpì il partito fu enorme. A centinaia i militanti se ne
andarono disgustati dal partito.
Gli
ultimi mesi del 1948 videro cadere una dopo l’altra tutte le strutture del
partito, per la repressione e l’incapacità di riprendere l’attività. Gli
arrestati furono centinaia. Il governo scoprì il ruolo di segretario generale
di Fahd, e lo impiccò pubblicamente nel febbraio 1949. Il PCI si ridusse da
4.000 militanti a poche centinaia, e si divise in cinque diverse frazioni.
La
ricostruzione avvenne lentamente a partire dal giugno 1949, e nel febbraio 1950
il giornale Al-Qa’idah ricominciò ad apparire, ma solo a partire
dall’autunno 1951 si può affermare che la crisi fosse stata superata. In
questo modo il PCI poté partecipare — ed avere un ruolo dirigente — nella
nuova ondata di scioperi della primavera-autunno del 1952, che culminarono
nell’Intifadah del 22-24 novembre 1952, quando a Baghdad ed altre città
manifestazioni di massa richiesero diritti civili e democratici e libere
elezioni. Il governo rispose esclusivamente con la forza delle armi, e proclamò
la legge marziale: di conseguenza tutti i partiti vennero dichiarati fuorilegge
(il PCI lo era da sempre) e i loro dirigenti arrestati. Ma non appena la legge
marziale venne sospesa l’anno successivo, una nuova serie di scioperi percorse
il paese, e a Basrah il governo reimpose di nuovo la legge marziale nel gennaio
1954. L’ascesa al potere di Nuri al-Sa’id portò di nuovo nel giugno 1954
alla messa fuori legge di qualsiasi partito, club culturale, sindacato e stampa
anche solo vagamente libera.
In
questi anni il PCI conobbe una "svolta a sinistra" con l’adozione
nel marzo 1953 di una nuova "Carta Nazionale" in sostituzione di
quella del 1944, in cui venne posto l’obiettivo di "una Repubblica
popolare democratica che rappresenti la volontà dei lavoratori, dei contadini,
delle masse popolari", e venne riconosciuto il diritto di
autodeterminazione del popolo kurdo, fino alla secessione. Questo provocò
l’espulsione di 73 membri del partito che si erano opposti alla nuova
"Carta Nazionale" in nome delle vecchie posizioni di Fahd: questi
oppositori diedero vita ad un proprio organo, Rayat-ush-Shaghghilah (La
bandiera dei lavoratori). Nei mesi successivi il partito, sotto la direzione di
Hamid ‘Uthman, il PCI adottò una posizione di tipo maoista, chiamando a una
"rivoluzione popolare", alla "conquista del potere da parte del
proletariato… come compito immediato" con la costruzione di un
"esercito popolare rivoluzionario", che "pratichi la lotta
armata" coprendo il paese con "roccaforti rivoluzionarie". Questa
linea assunse i toni più forti tra il giugno 1954 e il giugno 1955, con un
partito approssimativamente di circa 500 militanti.
Nel
giugno 1955 la linea di ‘Hutman viene sconfessata dal Comitato centrale, che
elegge ar-Radi come segretario generale. Tutte le posizioni
"estremiste" adottate dal 1953 vengono rigettate. Nell’arco di un
anno il gruppo scissionista di Rayat-ush-Shaghghilah rientra nel partito,
che si dota di un nuovo organo, Ittihad-ush-Sha’b (L’unione del
popolo). Nel luglio 1955 viene siglato un accordo di vendita d’armi tra l’Urss
e l’Egitto degli "Ufficiali liberi", che con un colpo di stato
avevano rovesciato la monarchia tre anni prima: è una svolta che porta quasi
immediatamente il PCI ad abbracciare la causa del panarabismo propugnato dai
dirigenti egiziani. Questa linea viene rafforzata l’anno successivo, quando
nel luglio 1956 in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez l’Egitto
è attaccato da una coalizione anglo-francese-israeliana, e ufficializzata dalla
seconda conferenza del partito, tenuta nel settembre 1956 — ma si trattò di
una politica tutto sommato di breve durata, che non resse all’impatto della
rivoluzione del luglio 1958. Per il PCI "il compito immediato è la
formazione di un governo patriottico che metta fine all’isolamento dell’Iraq
dal movimento di liberazione arabo e persegua una politica patriottica araba
indipendente". L’attacco all’Egitto, preceduto dalla formazione del
Patto di Baghdad (un patto concluso in funzione anticomunista e contro il
nazionalismo arabo, sotto supervisione statunitense, che includeva Iraq, Iran,
Pakistan e Turchia), provocò un’ondata di proteste e di rivolte in Iraq,
questa volta centrate nelle zone più periferiche, Mosul, Kirkuk, Basrah, e con
vere e proprie insurrezioni a Najaf e Havy. Come sempre la risposta governativa
fu unicamente la repressione militare. Sull’onda di questa nuova Intifadah,
venne formato nel febbraio 1957 un "Fronte Nazionale Unito", che
includeva il PCI, il Partito Nazionale Democratico (il partito della borghesia
antimonarchica, nazionalista iracheno), il Ba’th (il partito, formato
all’inizio degli anni ’50 che faceva del panarabismo la sua bandiera) e
altre formazioni, avendo come propria piattaforma l’indipendenza politica ed
economica, l’abolizione del Patto di Baghdad, la distruzione del sistema
dell’iqta, diritti democratici, libertà civili e solidarietà araba
contro l’imperialismo e il sionismo.
A
parte il breve periodo "estremista" dal 1953 al 1955, la prospettiva
strategica del PC iracheno si mantenne in questi anni (ed in quelli successivi)
coerente. Secondo le parole di Samira Haj,
mentre
la posizione teorica [del PC] affermava la lotta di classe e
l’internazionalismo, in pratica la politica rivoluzionaria del partito fu
costantemente compromessa dalla dottrina della rivoluzione in due stadi …
Accettando [questa dottrina] il partito vedeva la lotta anticoloniale in
Iraq come parte di un inevitabile processo evolutivo che avrebbe portato
alla rivoluzione nazionale borghese. Il partito vedeva il suo ruolo centrale
come la direzione delle "classi oppresse" (operai e contadini) in
alleanza con la frazione progressista della "borghesia" nazionale,
per forgiare la lotta di liberazione, le riforme sociali, e l’estensione
dei diritti democratici nel quadro di uno stato borghese… Questa posizione
dogmatica di uno stadio "democratico borghese" di sviluppo
separato si è dimostrato dannoso al PCI, ai suoi quadri e alla stessa
rivoluzione nazionale. Per mantenere questi principi, il PCI fu obbligato a
subordinare il conflitto di classe alla lotta nazionale… appoggiando il
nazionalismo iracheno rispetto al nazionalismo pan-arabo… e assumendo che
vi fosse una "borghesia nazionale" capace di realizzare [la
rivoluzione agraria]. Il PCI… non riconobbe l’intrinseca debolezza della
"borghesia" irachena e gli stretti legami di questo gruppo con le
strutture agrarie.
Pur
con questo orientamento strategico il PCI riuscì comunque ad assumere un ruolo
centrale nella vita politica irachena, nonostante le condizioni di illegalità e
clandestinità a cui fu permanentemente obbligato. Questo perché riuscì ad
essere il canale di organizzazione di una parte decisiva della classe operaia,
dando voce al suo radicalismo rivendicativo e alla sua richiesta di dignità. La
devozione dei militanti comunisti alla classe operaia irachena non può che
suscitare rispetto e ammirazione. Se è vero che il PCI "subordinò il
conflitto di classe alla lotta nazionale", è altrettanto vero che rifiutò
di "cancellare" il conflitto di classe in nome della lotta nazionale.
E’ significativo a questo proposito il conflitto che oppose il PC iracheno a
quello siriano nel 1945-’47, con il rifiuto di sciogliere il partito e optare
per un partito legale, nazionalista, aperto alla borghesia. L’opzione del PC
siriano (che in Iraq venne fatto proprio dal "Partito del popolo", su
cui non ci si è potuti soffermare, di cui alcune sopravvivenze organizzate
confluirono nel PCI nel 1955) fu l’espressione della linea di Mosca. In questo
caso il PC iracheno non si piegò, mantenendo la propria indipendenza, e in
questa modo l’indipendenza della classe operaia dalle forze borghesi — si
piegò invece in altre occasioni, nel 1941, quando la nuova linea di
"integrazione nel campo democratico" venne implementata solo un anno
dopo la sua adozione a Mosca, e venne abbandonata anticipatamente rispetto ai
tempi moscoviti, e nel 1948, quando dopo sette mesi venne accettata (con
l’opposizione di Fahd, secondo alcune tenui testimonianze) la spartizione
della Palestina e lo stabilirsi dello stato di Israele (con un effetto
devastante sul partito). La subordinazione del PCI alla burocrazia sovietica fu
sul terreno strategico, ma con continue frizioni e lotte (di cui sono
espressione quasi tutte le scissioni conosciute dal PCI) di fronte alla realtà
nazionale e alle aspirazioni del corpo militante — fino alla rottura, sia pur
di breve durata — del 1954-’55. E’ su questo terreno strategico che si
accumulano tutte le debolezze del PCI: se nel periodo terribile di lotta contro
la monarchia queste debolezze poterono intralciare solo marginalmente il
radicamento del PCI nella classe operaia (sicuramente furono un ostacolo ben più
significativo al suo radicamento nel Kurdistan iracheno), nel periodo
rivoluzionario che si apre nel 1958 queste debolezze emergono alla luce del
sole, portando alla catastrofe il PCI e - in assenza di un’altra direzione
operaia alternativa - il movimento operaio nel suo complesso.
La
"rivoluzione di luglio" e il suo "leader": ‘Abd-ul-Karim
Qasim (1958-1963)
Il
14 luglio 1958 con un colpo militare promosso da un gruppo di "Ufficiali
Liberi" la monarchia venne abolita, e la famiglia reale uccisa. Baghdad e
le altre città irachene divennero immediatamente il teatro di enormi
manifestazioni di massa (per quanto riguarda Baghdad le stime più basse parlano
di almeno 100.000 persone), che spazzarono via con estrema durezza ogni ipotesi
di resistenza da parte dei sostenitori dell’ancien régime. Fu questa
irruzione da parte delle masse, il culmine delle lotte di un’intera
generazione delle classi lavoratrici, che diede in ultima analisi il senso e il
peso decisivo per lo svolgersi degli avvenimenti del luglio 1958 e per questo la
sinistra irachena e internazionale — di ogni corrente esistente — parlò fin
dal primo momento di rivoluzione, e non di colpo di stato.
Il
governo che venne formato fu un misto di militari e politici, a cui non furono
invitati né il Partito comunista, né l’organizzazione nazionale kurda, il
Partito Democratico Kurdo diretto da Massud Barzani. Primo ministro divenne
l’"ufficiale libero" (un generale di brigata) ‘Abd-ul-Karim Qasim
e vice primo ministro il colonnello ‘Abd-us-Salam ‘Aref. I sostenitori del
vecchio regime vennero purgati dalle forze armate, dalla polizia,
dall’apparato di stato; i prigionieri politici vennero liberati; nel giro di
qualche mese vi fu la riforma agraria, un sistema di tassazione progressiva, la
fuoriuscita dal patto di Baghdad, l’evacuazione delle basi militari inglesi,
la legalizzazione dei sindacati e delle unioni contadine. Il governo di Qasim
sostenne l’investimento privato nell’industria, con esenzioni fiscali,
prestiti speciali, un’attenta politica protezionista. Le compagnie petrolifere
non furono oggetto di alcuna misura, fino al dicembre 1961, quando venne
cancellata unilateralmente da parte del governo la concessione alle compagnie
petrolifere di tutti i territori non sfruttati.
‘Abd-ul-Salam
‘Aref, nelle convulse giornate dell’agosto 1958, percorreva la provincia con
veementi discorsi per una "repubblica popolare, patriottica,
socialista", contro ogni "differenza, privilegio, rango di
potere" (suscitando immediatamente la denuncia del PCI, secondo il quale
tali slogan "portavano strati sociali patriottici nelle braccia
dell’imperialismo"), tra contadini che lasciavano le zappe e si
impossessavano o saccheggiavano la terra dei shaykh.
Nei
mesi successivi alla rivoluzione di luglio l’apparato statale era estremamente
debole, ed il governo e i suoi leaders potevano sopravvivere solo e unicamente
con l’approvazione popolare. Il Partito comunista, richiedendo riforme
democratiche e cambiamenti rivoluzionari, con la migliore organizzazione
sopravvissuta alla repressione della monarchia, con una tradizione eroica di
lotte condotte negli anni più bui, riuscì a emergere come l’organizzazione
cui i più profondi strati della società si riconobbero. Era il Partito
comunista che "controllava le strade" a Baghdad, e nell’arco di
pochi mesi gli aderenti al PCI passarono da poche centinaia a circa 25.000
persone.
"L’obiettivo
della rivoluzione nazionale", ha scritto Samira Haj, "come definito
dai suoi leaders, era doppio: liberare l’Iraq dalla monarchia oligarchica e
del suo creatore, l’imperialismo britannico; e ricostruire la nazione
promuovendo lo sviluppo sociale ed economico nell’interesse della sua
popolazione. La rivoluzione, rappresentando la "volontà della
nazione" aveva obiettivi "universali" che trascendevano
differenze di classe, etniche, religiose e di genere, … [ma] lo stato
nazional-rivoluzionario… divenne invece l’arena di intense lotte tra i vari
gruppi e i vari interessi in gioco".
Due
furono i terreni di scontro maggiore: da un lato lo scontro tra nazionalisti
panarabi (il Ba’th) che richiedevano l’unione immediata con Siria ed Egitto
e coloro che vi si opponevano, in primo luogo i liberali, i comunisti e Qasim;
dall’altro lo scontro sulla riforma agraria tra nazionalisti, appoggiati dai
militari, e comunisti.
Sul
primo terreno di scontro il PCI si oppose alle posizioni dei nazionalisti
panarabi, sottolineando le peculiarità nazionali dei paesi arabi (che avrebbero
fatto sì che la borghesia irachena sarebbe stata più rivoluzionaria di quella
egiziana!): secondo l’analisi sviluppata la rivoluzione di luglio era la
rivoluzione nazionale borghese e un’unione con Siria ed Egitto (quest’ultimo
aveva uno sviluppo industriale di gran lunga superiore a quello iracheno)
sarebbe stato di ostacolo allo sviluppo di una industria e di un capitale
nazionale. Secondo le parole di Aziz al-Hajj, un dirigente di primo piano del
PCI
è
naturale che ci opponiamo ad una unione di "stile prussiano"…
Noi siamo per una forma federale di unificazione che garantisca gli
interessi di tutte le classi in ciascun singolo stato
arabo…un’unificazione che prenda in considerazione lo sviluppo ineguale
di questi paesi… che rispetti la scelta popolare di "governo
democratico". Siamo contro un’unione antidemocratica che porti alla
crescita e all’espansione della borghesia nazionale egiziana a spese dei
lavoratori, dei mercanti e dei capitalisti degli altri paesi arabi. In
questo stadio è per noi naturale lottare dalla parte della borghesia
nazionale irachena, per il suo sviluppo.
E
secondo le parole di un altro dirigente, ‘Amer ‘Abdallah (il più importante
"teorico" del partito, e vero dirigente del PCI fino alla sua
esclusione nell’estate 1961):
il
nostro partito appoggia gli interessi economici della borghesia nazionale
come condizione fondamentale per lo sviluppo di uno stato borghese
democratico… lo scopo della rivoluzione è di stabilire delle riforme
sociali ed economiche nel quadro delle relazioni capitalistiche di
produzione… noi consideriamo questa rivoluzione una rivoluzione popolare.
Nel
quadro della lotta contro i nazionalisti panarabisti ‘Abd-ul-Salam ‘Aref era
stato prima dimesso dal suo posto di vice primo ministro (fin dal 30 settembre
1958), poi arrestato e condannato a morte (condanna poi commutata in ergastolo).
Lo scontro con i panarabisti passò subito sul terreno dei rapporti di forza nel
paese, e il PCI fu la principale forza a reprimere nelle strade chi si batteva
per l’unione araba — con continui scontri sanguinosi, con la repressione e
l’espulsione dai sindacati dei lavoratori favorevoli all’unione, fino alla
sconfitta per le strade della rivolta militare di Mosul nel marzo 1959, diretta
dagli ufficiali panarabisti della Quinta Brigata, che vide tutte le forze più
reazionarie unirsi (per interessi economici più che ideologici, visto il comune
nemico: il governo della riforma agraria e i comunisti) ai panarabisti in un
tentativo che venne duramente schiacciato nel sangue, e che segnò per anni la
sconfitta del Ba’th e dei nasseriani in Iraq (ma anche il discredito del
comunismo negli altri paesi arabi, dove il nazionalismo panarabista aveva forti
radici nelle masse popolari). Secondo le parole di Batatu,
gli
eventi di marzo a Mosul illuminano con una luce abbagliante la complessità
dei conflitti che agitavano l’Iraq e rivelano le varie forze sociali nella
loro essenziale natura, perfettamente allineati ai loro interessi vitali.
Per quattro giorni e quattro notti Kurdi e Yezidi si batterono contro gli
Arabi; Assiri e Cristiani Aramei contro gli Arabi Musulmani; la tribù araba
di Albu Mutaiwit contro la tribù araba di Shammar; la tribù kurda di
al-Gargariyyah contro quella araba di Albu Mutaiwit; i contadini delle
campagne di Mosul contro i latifondisti; i soldati della Quinta Brigata
contro i loro ufficiali; la periferia della città di Mosul contro il suo
centro; gli abitanti plebei dei quartieri di al-Makkawi e Wadi Hajar contro
gli aristocratici del quartiere di ad-Dawwasah; e nel quartiere di Bab
al-Baid, la famiglia di al-Rajabu contro i suoi tradizionali rivali, gli
Aghawat. Era come se qualsiasi cemento sociale si fosse dissolto e ogni
autorità politica si fosse dileguata. L’esplosione di individualismo
diventava anarchia. La lotta tra comunisti e nazionalisti aveva liberato
vecchi antagonismi, caricandoli di una forza esplosiva, e portandoli al
limite della guerra civile.
Quello
che portò il conflitto alla sua estrema acutezza fu l’alto grado di
coincidenza tra divisioni economici e etniche o religiose. Per esempio molti
dei soldati della Quinta Brigata non solo venivano dagli strati più poveri
della popolazione, ma erano anche kurdi, mentre gli ufficiali erano per lo
più di classe media (o medio bassa) araba. Molti dei contadini nei villaggi
attorno a Mosul erano Cristiani aramei, mentre i latifondisti erano per la
maggior parte Musulmani arabi o arabizzati.
Dove non
coincideva la divisione economica con quella etnica o confessionale, fu il
fattore di classe che si impose, non quello razziale o religioso. I soldati
arabi si unirono non agli ufficiali arabi, ma ai soldati kurdi. I capi
clanici latifondisti kurdi degli al-Gargariyyah si unirono ai capi clanici
latifondisti arabi degli Shammar. Le vecchie e ricche famiglie cristiane di
mercanti come i Baitun, i Sarsam, i Rassam, non fecero causa comune con i
contadini cristiani. Quando agivano di propria iniziativa i contadini,
qualsiasi fosse la loro etnia, indirizzavano la loro ira contro i
latifondisti in modo indiscriminato e senza considerare neanche la posizione
politica: uccisero tra gli altri ‘Ali al’Umari, arabo musulmano e
anti-Qasim; e Qaisim Hadid, arabo musulmano zio del ministro più vicino a
Qasim; e Yusuf Namrud, cristiano arameo, usuraio e latifondista. Per parte
loro i poveri e i lavoratori dei quartieri arabi di al-Makkawi,
al-Mashahadah e at-Tayyanahsi unirono ai contadini kurdi e cristiani aramei
contro i latifondisti arabi musulmani.[…]
Le stime
del numero delle vittime variarono largamente al tempo, e arrivarono fino a
5.000, ma è ora largamente condiviso che furono nell’ordine di centinaia
piuttosto che di migliaia.
Il
secondo terreno di scontro fu sulla questione della riforma agraria, promulgata
il 30 settembre 1958. La legge si ispirava largamente alla riforma agraria
egiziana del 1952, ma in senso più moderato. L’obiettivo non era tanto quello
di distruggere le vecchie classi latifondiste, quanto arrivare alla loro
neutralizzazione; inoltre il prezzo per acquisire la terra confiscata escluse
larghi settori di contadini poveri (senza capitali e senza accesso al credito)
dai benefici della riforma. Inizialmente il PCI appoggiò la riforma — pur
riconoscendone la natura conciliatoria nei confronti delle vecchie classi
terriere — sempre con la giustificazione delle "necessità" imposte
dallo stadio della rivoluzione. Ma successivamente il PCI, nel quadro di una
campagna per l’ingresso di propri uomini nel governo, si fece carico degli
interessi dei contadini poveri e senzaterra e condusse un’ampia agitazione
contro la riforma, contribuendo alla nascita e alla generalizzazione di
"società contadine" (nel maggio 1959 su circa 3.500 "società
contadine" più del 60% erano sotto controllo comunista). Nel corso del
mese dell’aprile 1959 si succedettero enormi manifestazioni sotto le parole
d’ordine del PCI, culminate con una manifestazione il 1° maggio a Baghdad di
300.000 persone (un milione secondo gli organizzatori). A Washington, Allen
Dulles, direttore della CIA, descriveva la situazione come "la più
pericolosa nel mondo odierno". Il governo — dopo la sconfitta dei
panarabisti — passò alla repressione dei comunisti: nel maggio 1959 rimise in
vigore due articoli del vecchio codice penale, che punivano da sette anni
all’ergastolo chi professava idee comuniste. Il PCI (il suo Ufficio Politico)
fece immediatamente marcia indietro fermando la campagna per l’ingresso di
propri uomini nel governo e quella contro la riforma agraria. La decisione
dell’Ufficio Politico venne poi fatta propria dal Comitato Centrale a luglio.
Alcune fonti affermano che il fattore decisivo furono le pressioni di Mosca,
preoccupata degli avvenimenti iracheni rispetto alla politica di
"coesistenza pacifica" che conduceva. Rimane il fatto che questa
decisione appare la svolta decisiva del PCI nel periodo post-rivoluzionario: la
decisione presa non evitò lo scontro finale, ma solo lo posticipò di quattro
anni, quattro anni di continua erosione e declino del PCI, del supporto di massa
di cui godeva, del potere di fatto che esercitava nella società. L’importanza
della decisione del maggio 1959, concretizzazione specifica di una linea
politica strategica complessiva, appare nel fatto che il bilancio di
quell’anno fu elemento di discussione e frattura all’interno del PCI ancora
molti anni dopo.
Il
passo indietro del PCI non fermò il governo: tra luglio ed agosto del 1959
vennero arrestati centinaia di comunisti, e si diffusero in tutto il paese
uccisioni (nell’ordine delle centinaia), pestaggi e intimidazioni contro
chiunque fosse membro o anche solo simpatizzante del PCI. Nel gennaio 1960 il
governo emise una legge per la legalizzazione dei partiti, e negò tale
legalizzazione al Partito comunista (nonostante il PCI avesse accettato tutte le
condizioni governative, dal cambiamento del proprio programma, a quello del
nome, a quella della composizione dell’Ufficio Politico), e procedette ad una
serie di modifiche della riforma agraria che peggiorarono ulteriormente le
condizioni dei contadini poveri. I giornali pubblicati dal PCI vennero proibiti
per vari periodi e in varie località a partire dall’aprile 1960, e
dall’ottobre 1960 fu completamente bandito l’organo centrale, il quotidiano Ittihad-ush-Sha’b
(legalizzato nel dicembre 1959). L’organizzazione giovanile controllata dal
PCI, che aveva raggiunto 84.000 aderenti nella primavera 1959, fu sciolta
d’imperio dalla polizia nel maggio 1960 (a quella data l’organizzazione era
scesa a 20.000 aderenti), che procedette all’arresto di più di 200 suoi
quadri. Pesanti repressioni poliziesche le conobbe anche la Lega della donna
irachene e la Federazione studentesca, anch’esse controllate dal PCI. Nel
quadro della campagna anticomunista, nei posti di lavoro si procedette nel 1960
al licenziamento di 6.000 lavoratori.
La
repressione di Qasim nei confronti dei comunisti mirò sempre (fino al colpo di
stato che mise fine al suo regime, nel febbraio 1963) ad indebolire e
neutralizzare la forza comunista, e non a cancellare il partito — infatti i
dirigenti comunisti non vennero mai colpiti da misure repressive.
Il
PCI, nonostante la svolta repressiva iniziata nel maggio 1959, continuò ad
appoggiare incondizionatamente il governo, "la necessità di rafforzare
l’unità nazionale ed appoggiare i leaders attuali nei loro sforzi di
protezione della repubblica" e fece autocritica per la sua attività nella
primavera del 1959, considerata "ultrasinistra": secondo le parole di
‘Amer ‘Abdallah, "non abbiamo mai chiesto una riforma agraria
radicale… perché prendiamo in considerazione la natura di classe della
rivoluzione nazionale, e gli stretti legami della borghesia nazionale ai grandi
possedimenti terrieri e ai patrimoni agricoli" (in pratica il PCI arrivò a
denunciare la lotta di classe come "ultrasinistra"!). Il 4 dicembre
1959 il PCI organizzò grandi manifestazioni in occasione dell’uscita dall’opedale
di Qasim (che era stato oggetto di un attentato il 7 ottobre), con le seguenti
parole d’ordine: "Mano nella mano con il governo nazionale per la
preservazione dell’ordine!", "Più grano al tuo popolo, prode
contadino!", "Produci di più, valoroso operaio!", "Lunga
vita alla solidarietà del Popolo, dell’Esercito e del Governo sotto la guida
di ‘Abd-ul-Karim Qasim!". Nell’estate del 1961 il Comitato Centrale, su
iniziativa del segretario ar-Radi, condannò le posizioni della "destra del
Partito" (‘Amer ‘Abdallah fu accusato di essere un "agente"
di Qasim, e si allontanò dall’Iraq, andando a vivere in Bulgaria), ma quello
che ne risultò in pratica fu solo un cambiamento a livello tattico, con la
pubblicazione clandestina di Ittihad-ush-Sha’b (infatti
contemporaneamente il PCI, quando Qasim lanciò la guerra contro i kurdi nel
settembre 1961, fu ben più critico del movimento kurdo che del governo, ed
insinuò che dietro il movimento kurdo vi fosse la longa manus
dell’imperialismo). Seguì un breve periodo di disgelo: Qasim annullò nel
dicembre 1961 le concessioni alle compagnie petrolifere nelle zone non sotto
sfruttamento, e contemporaneamente liberò tutti i prigionieri politici, ma nel
maggio 1962 ne fece arrestare ancora a centinaia dopo una manifestazione di
alcune migliaia di persone, indetta dal PCI a Baghdad "per la pace in
Kurdistan".
Alla
vigilia del colpo di stato del febbraio 1963, che cancellerà il Partito
Comunista Iracheno dalla vita politica del paese, il PCI era sceso dai 25.000
aderenti del 1959 (nel gennaio 1959 il PCI dichiarò di non accettare più nuovi
aderenti, in mancanza della capacità amministrativa di accoglierli!) a meno di
10.000, di cui 5.000 a Baghdad, e soprattutto aveva perso le enormi posizioni di
forza che deteneva quattro anni prima nelle organizzazioni giovanili, nei
sindacati, nelle unioni contadine, nella milizia popolare creata all’indomani
della "rivoluzione di luglio".
Con
la "rivoluzione di luglio" la base di potere della monarchia
oligarchica fu distrutta, ma il problema della terra e dei contadini poveri
permase drammaticamente; il "patronato" inglese sull’Iraq venne
cancellato, ma la ricchezza petrolifera continuò ad affluire nelle mani delle
grandi multinazionali del settore. Venne proclamato che la rivoluzione aveva
obiettivi universali che trascendevano classi, religioni, etnie e altre
differenze, ma si rivelò un’illusione: lo stato e il paese divennero i luoghi
di scontri sociali feroci. La "borghesia nazionale" non realizzò il
compito della "rivoluzione borghese" che le era stato assegnato dai
comunisti: fragile economicamente e socialmente, con interessi contraddittori
riguardo alla struttura di proprietà nelle campagne da cui in gran parte
dipendeva, e alla politica nei confronti del mercato internazionale, portò alla
frantumazione il suo organo politico, il Partito Democratico Nazionale,
scomparso dalla scena politica nel 1961-’62. Ma il fallimento della
"rivoluzione di luglio" ebbe anche ripercussioni ancor più gravi nel
lungo periodo: "la distruzione del movimento popolare e lo smantellamento
delle sue organizzazioni di base da parte del governo nazionale comportò più
di una temporanea interruzione della rivoluzione nazionale/sociale — significò
la continuazione di una politica di violenza, iniziata sotto lo stato coloniale,
contro ogni tipo di voce popolare/subalterna di differenza" (S. Haj), e
permise che la strategia di ridurre al silenzio l’opposizione con la pura e
semplice forza poté essere ripetuta con ancor più intensità, ed ancor maggior
efficacia, negli anni successivi.
Operai
e contadini in Iraq: il percorso del movimento comunista.
Seconda parte 1963-1990.
Per
capire questa esperienza quasi unica nel Medio Oriente è necessario
ripercorrere non solo le vicende interne del PCI, le discussioni che ha
conosciuto, i drammatici errori commessi, le azioni eroiche compiute per
organizzare la classe operaia, le scissioni che ha vissuto. E’ necessario
anche ripercorrere in un certo qual modo la storia irachena, segnata
indelebilmente dalle lotte delle classi subalterne. Di Ilario Salucci. Gennaio
2003.
Il
movimento comunista e i regimi nazionalisti
L’8
febbraio 1963 un colpo di stato militare rovescia il regime di Qasim (che si
arrende il giorno dopo e subito viene giustiziato) e diviene capo di stato
‘Abd-us-Salam ‘Aref, l’ex "numero due" della rivoluzione del
luglio 1958. Nella coalizione che sale al potere l’elemento predominante è il
Ba’th, che fornisce il primo ministro, Ahmad Hasan al-Bakr, e il viceministro,
‘Ali Sadeh as-Sa’di, segretario generale del Ba’th e vero uomo forte del
regime, con il controllo personale della Guardia Nazionale, la forza
paramilitare del partito che cresce dal febbraio all’agosto 1963 da 5.000 a
34.000 persone, e che è alla testa della repressione. Il Ba’th nel febbraio
1963 era un’organizzazione di soli 830 aderenti (di cui il 20% di lavoratori e
il 5% di contadini) e di circa 15.000 simpatizzanti. Quando inizia il colpo di
stato il PCI lancia un appello alla mobilitazione con la parola d’ordine
"Alle armi! Schiaccia la cospirazione reazionaria e imperialista!".
Manifestazioni si svolgono nei maggiori centri, ma Qasim l’8 febbraio si
rifiuta di far distribuire le armi: l’esercito spara contro i manifestanti,
armati per lo più di semplici bastoni, facendo centinaia di vittime. Il giorno
successivo la resistenza comunista è spezzata ovunque, salvo sacche che
resisteranno fino al 12 febbraio (in particolare a Basrah). Il "Consiglio
del Comando Rivoluzionario" scrive nel suo proclama n° 13: "i
comandanti delle unità militari, la polizia e la Guardia Nazionale sono
autorizzati ad annichilire chiunque disturbi la pace. I leali figli del popolo
sono chiamati a cooperare con le autorità fornendo informazioni e sterminando
questi criminali". Dall’8 al 10 febbraio vengono uccise tra le 1.500 e le
5.000 persone, di cui almeno 350 comunisti. I quartieri delle città dove si era
sviluppata la resistenza contro il colpo di stato vengono trattati come
territorio nemico con rastrellamenti di massa, arresti generalizzati, stragi e
stupri.
Il
futuro dirigente della sinistra del PCI, al-Hajj, riconsiderando quei giorni,
affermerà che la resistenza al colpo di stato fu un atto "glorioso"
del Partito, che lo salvò politicamente, mentre il vero errore fu commesso nel
1958-63 quando "l’intera strategia del nostro partito si basava su un
principio errato, quello per cui piuttosto di iniziare una guerra civile,
dovevamo evitarla a tutti i costi. Allo stesso tempo le altre forze…stavano
affilando i loro coltelli per massacrarci al momento migliore".
Nei
mesi successivi la repressione anticomunista è durissima. Non una singola
struttura comunista nell’Iraq arabo riesce a reggere alla repressione. Il
segretario generale ar-Radi è arrestato il 20 febbraio e muore dopo quattro
giorni di torture; i due segretari che gli succedono, Jamal al-Haidari e
Muhammad Salih al-‘Aballi, vengono arrestati il 21 luglio e giustiziati. Nel
corso del 1963 vengono uccisi sette membri (su 19) del Comitato Centrale, e le
"esecuzioni legali" di comunisti sono 150 — ma quelle
"illegali"sono molto più numerose. Nel novembre 1963 i comunisti in
carcere ammontano a 7.000. I membri responsabili del partito cercano nel corso
dell’anno di salvare dalla repressione il maggior numero dei militanti,
facendoli evacuare dalle città in direzione delle campagne o del Kurdistan.
L’attività del partito per un anno e mezzo è pressoché nulla. Il colpo
subito dal PCI è ancor più duro di quello patito nel 1949.
La
coalizione ba’thista-militare, se è altamente efficiente nella repressione
anticomunista, è però molto instabile, con continue divisioni al suo interno.
Batatu commenta la compagine governativa di questo periodo con le parole di
Dostojevski: niente è più difficile dell’avere un’idea, o più facile del
tagliare delle teste. I nasseriani presenti al governo vengono allontanati nel
maggio 1963, l’Iraq rompe con l’Egitto di Nasser a luglio e la guerra nel
Kurdistan riprende a giugno (il PCI appoggia le forze kurde e tenta a luglio un
colpo di mano, fallito, alla principale base militare del paese, quella di
ar-Rashid). Lo stesso Ba’th si spezza: a ottobre al congresso nazionale (panarabo)
del Ba’th vince l’ "ala sinistra", con parole d’ordine per la
"pianificazione socialista", per "un’agricoltura collettiva
gestita dai contadini", per il "controllo democratico dei lavoratori
sui mezzi di produzione" e per un "partito che si basi per
l’essenziale sugli operai e sui contadini". In Iraq l’ "ala
sinistra" è rappresentata da as-Sa’di, che si proclama improvvisamente
"marxista": con lui si schiera la Guardia Nazionale, la Federazione
Studentesca e il Sindacato Generale dei Lavoratori. Questa situazione mette in
allarme gli ufficiali dell’esercito e l’ "ala destra" del Ba’th,
rappresentata dal capo del governo al-Bakr. Dall’11 al 18 novembre l’Iraq è
nel caos: ufficiali dell’esercito, armi in mano, intervengono al congresso del
Ba’th iracheno per imporre una direzione di "destra", as-Sa’di
viene mandato in esilio a Madrid (rientrerà successivamente in Iraq per fondare
e dirigere un "Partito Rivoluzionario dei Lavoratori" che non avrà
mai alcun peso), ufficiali ba’thisti di "sinistra" bombardano la
base militare di ar-Rashid, le strade di Baghdad sono in mano ai militanti ba’thisti
di "sinistra" e alla Guardia Nazionale. Il Sindacato Generale dei
Lavoratori fa appello perché vengano giustiziati i borghesi che stanno portando
i loro capitali all’estero e chiede l’immediata socializzazione delle
fabbriche e la collettivizzazione dell’agricoltura. Il 18 novembre scatta un
nuovo colpo di stato gestito dal capo di stato ‘Abd-us-Salam ‘Aref con il
generale di brigata suo fratello ‘Abd-ur-Rahman. La sede della Guardia
Nazionale viene bombardata e l’ordine viene ripristinato a Baghdad.
Il
regime diretto da ‘Abd-us-Salam ‘Aref dura fino alla sua morte accidentale,
avvenuta il 13 aprile 1966. In una prima fase, dal novembre 1963 al febbraio
1964, il blocco al potere è una coalizione di militari nazionalisti fedeli
personalmente ad ‘Aref, militari ba’thisti "di destra" e militari
nasseriani. Una seconda fase si estende dal febbraio all’agosto 1964, e
l’elemento predominante al vertice dello stato sono i militari nasseriani,
mentre quelli ba’thisti vengono allontanati dai centri di potere (tenteranno
un fallito colpo di stato). E’ in questo periodo che viene annunciato un
Consiglio Presidenziale congiunto con l’Egitto, la formazione di un partito
unico, l’Unione Socialista Araba, sponsorizzato dallo stato (su imitazione
dell’Egitto), la nazionalizzazione di tutte le banche e le assicurazioni e
delle maggiori imprese industriali e commerciali e la distribuzione del 25% dei
profitti ai lavoratori. I militari nasseriani richiedono il monopolio del
commercio estero, ma si scontrano con il rifiuto netto dei loro alleati: questo
provoca la rottura con i militari fedeli ad ‘Aref, che ad agosto assumono da
soli il potere (anche i militari nasseriani tenteranno un fallito colpo di
stato). Inizia la terza fase, che, iniziata nell’agosto 1964, terminerà con
la morte di ‘Abd-us-Salam ‘Aref nell’aprile 1966, caratterizzata da un
gruppo di potere con un orientamento nazionalista conservatore che tenterà, in
una situazione di caos economico, con massiccie fughe di capitali all’estero e
licenziamenti, di fare una parziale "marcia indietro" rispetto alle
misure adottate nella primavera 1964 dai nasseriani. Anche in questo periodo si
registra un fallito colpo di stato. Alla morte di ‘Abd-us-Salam ‘Aref gli
succede il fratello, ‘Abd-ur-Rahman ‘Aref. Resta al potere, continuando la
politica del fratello, fino al luglio 1968, quando viene deposto dal colpo di
stato ba’thista e costretto a un dorato esilio in Gran Bretagna. In Kurdistan
era stata siglata la pace nel febbraio 1964, ma la guerra riprende nell’aprile
1965. Si protrae fino al giugno 1966, quando viene siglata una nuova pace.
Dopo
il colpo di stato del novembre 1963 la repressione contro il PCI si allenta, e
consente una lenta opera di ricostruzione del partito, con la circolazione (solo
interna) di copie manoscritte dell’organo del partito, Tariq-ush-Sha’b.
Fino all’estate 1964 l’organismo dirigente è il "Comitato all’estero
per l’organizzazione del Partito Comunista", i cui membri vivono nei
paesi dell’Europa orientale, che denuncia il regime di ‘Aref come una
"dittatura militare reazionaria".
La
pace con i kurdi del febbraio ’64, gli avvenimenti egiziani (rilascio dei
detenuti comunisti, allacciamento di stretti rapporti con l’URSS, le
discussioni sull’autoscioglimento dei due PC egiziani e sul loro ingresso nel
partito unico di Nasser, l’Unione Socialista Araba), e la svolta nasseriana a
Baghdad (con le nazionalizzazioni e il miglioramento dei rapporti con l’URSS
che inizia a rifornire di armi l’Iraq) porta il PCI ad operare una netta
svolta politica nell’agosto 1964, adottata da un Comitato Centrale riunitosi
clandestinamente a Baghdad. Secondo la nuova "linea d’agosto", l’
"Egitto si pone sulla strada dello sviluppo non-capitalistico e verso il
socialismo", e questo porta a riconsiderare la posizione del partito sulla
questione dell’unità araba, con un’aperta autocritica della politica
seguita nel 1958-63 su questo terreno: "è erroneo… che i comunisti
continuino ad aggrapparsi alla democrazia politica come condizione per
l’appoggio a qualsiasi unità araba… [quest’ultima dev’essere vista]
alla luce del fenomeno dello sviluppo non-capitalistico e dell’avanzamento
sociale che arricchisce il contenuto progressista dell’unità araba". Il
Comitato Centrale valuta retrospettivamente positivo il colpo di stato del
novembre 1963 che ha "rimosso gli incubi del regime fascista e della
Guardia Nazionale… e ha creato condizioni più favorevoli per la lotta delle
forze antimperialiste per preservare l’indipendenza nazionale, cambiare la
politica ufficiale dell’Iraq e far rientrae il paese sulla via della
liberazione araba". La conclusione politica è che "se noi ammettiamo
la possibilità dello sviluppo dell’Iraq lungo linee non-capitaliste, da ciò
ne consegue inevitabilmente che noi possiamo indirizzare la nostra politica non
verso la conquista del potere da parte del nostro partito: noi dobbiamo rimanere
all’avanguardia , ma vi sono forze che gradualmente stanno adottando i nostri
obiettivi…allo stadio attuale il miglior governo in Iraq è una coalizione di
tutte le forze patriottiche che combattono per la completa emancipazione e per
il progresso sociale". Secondo i critici di sinistra del partito, si
"vide la cooperazione con il Cairo… come la chiave di ogni sviluppo
rivoluzionario in Iraq… e quindi [si] subordinò la pratica politica del
partito alla volontà del Cairo e dei suoi partigiani a Baghdad". Il Plenum
del Comitato Centrale dell’agosto 1964 elegge un nuovo Comitato Cnetrale, in
parte in Iraq , in parte all’estero, e il nuovo segretario del partito, Aziz
Muhammad ("Mu’in", "Nadhim ‘Ali").
La
"linea di agosto" suscita grande indignazione tra i militanti, che
vedono la svolta del partito come l’appoggio a coloro "le cui mani
grondano del sangue del partito e del popolo": spesse volte i gruppi di
base del partito ignorarono le indicazioni del CC e agirono per proprio conto.
La base si sposta progressivamente a sinistra, e la direzione — dopo aver
inutilmente provato con misure disciplinari a implementare la nuova linea —
attua una "controsvolta" nella primavera e soprattutto nell’autunno
1965. Con la scomparsa definitiva degli elementi nasseriani dalla compagine
governativa e la ripresa della guerra in Kurdistan, la direzione del PCI adotta
lo slogan della "lotta violenta" per rovesciare il "regime
dittatoriale" di ‘Aref e per "un governo di coalizione nazionale
provvisorio con tutti i partiti e gruppi patriottici e antimperialisti… che
istituisca una vita costituzionale parlamentare", facendo appello a Nasser
perché riconsiderasse i suoi rapporti con il regime di ‘Aref, il "regime
di un uomo" che apriva le porte all’influenza dell’imperialismo inglese
e dei monopoli petroliferi.
Nell’ottobre
1965 si riunisce clandestinamente in Iraq un Comitato Centrale allargato, e il
mese successivo, a Praga, il "Comitato all’estero per
l’organizzazione", con all’ordine del giorno la questione della
conquista del potere da parte del partito, in considerazione del fallimento del
regime di ‘Aref e della sua base sociale ristrettissima. Durante la riunione
in Iraq lo storico leader della destra ‘Amer ‘Abdallah ("Akram")
è il maggior sostenitore dell’ "azione decisiva", mentre Baha’-ud-Din
Nuri ("Yaser") argomenta la posizione contraria, sottolineando la
passività delle larghe masse e la congiuntura internazionale sfavorevole. La
maggioranza del Comitato Centrale approva le tesi di "Akram" e vota
una risoluzione in cui si afferma che "è necessario enfatizzare ancor più
il metodo di lotta che il partito ha adottato, e che si basa sul ruolo decisivo
di H [la sezione del partito nelle forze armate] nel rovesciamento del potere
dominante. H sarà appoggiato da altre misure rivoluzionarie che il partito
prenderà e dalla rinascita dell’azione popolare nei vari settori". La
discussione al "Comitato all’estero per l’organizzazione"
(presente il segretario) si conclude con l’adozione di una "via
mediana" tra le posizioni in discussione. Il documento finale incorpora i
punti della sinistra di ‘Aziz al-Hajj sulla necessità della preparazione dell
"guerra civile" e di Zaki Khairi sulla necessità della guerra
partigiana nelle campagne arabe, ma sui compiti immediati fa proprio
l’approccio moderato di ‘Abd-ul-Karim Ahmad ad-Daud: la preparazione
dell’insurrezione popolare e della "guerra civile" viene vista come
un compito "strategico" verso cui il partito dev’essere
"seriamente" e "fermamente" orientato, tuttavia non si
considerano questi preparativi come "il compito del momento". La
sinistra interviene a sostegno di una politica di guerriglia, con richiami
espliciti all’esperienza cinese e a quella castrista, denuncia (in modo molto
attenuato) il sostegno di Mosca al governo iracheno e critica la politica
seguita dal PCI a partire dal 1959. Secondo le parole di Zaki Khairi ("Jalil"):
"Perché la questione della rivoluzione popolare da parte delle classi
lavoratrici è stata evitata?… Il problema è che i compagni dirigenti al
centro del partito non vogliono seriamente orientare il partito verso il potere.
Il punto di vista non classista - che vinse nel 1959 - ha profonde radici… Non
si tiene conto della questione kurda mentre è decisiva; lo stesso per la
questione contadina; le proposte avanzate vengono rigettate perché non c’è
nessuna seria tendenza verso il potere… Senza scatenare una lotta contro le
idee di destra della direzione la linea rivoluzionaria non può prevalere… Se
tale mentalità predomina, il partito non può essere diretto in un modo serio
verso l’organizzazione della resistenza armata contro il regime
esistente". Di fronte a queste critiche la risoluzione finale è un
capolavoro di equilibrismo: "noi non sottoscriviamo il punto di vista
secondo il quale bisogna chiudere la porta all’idea di una "azione
indipendente del partito"… sottolineiamo che la formulazione di questa
idea è la manifestazione di una nuova, importantissima tendenza nella politica
del partito. L’idea dovrebbe essere discussa molto attentamente, e non vi è
alcun motivo di accusare coloro che non ne sono ancora convinti di dissidenza e
codardia". Al tempo PC aveva 5.000 membri, quasi nessun ufficiale
nell’esercito e un radicamento praticamente nullo in ambito rurale.
Dall’ottobre
1965 il PCI mantiene una posizione radicale contro il regime di ‘Abd-us-Salam
‘Aref, e successivamente del fratello, nonostante gli apprezzamenti ricevuti
dai governi iracheni sia da Mosca sia dal Partito Comunista Libanese, ma è solo
nel febbraio 1967 che il PCI decide di formare piccole unità armate, mobili e
fisse, nelle zone rurali e in una serie di città, e di iniziare una limitata
guerra di guerriglia. La fraseologia di sinistra e questa tarda e limitata
attività guerrigliera mantengono unite in questo periodo le varie componenti
del PCI, ma nel giugno 1967 la disfatta araba nella guerra con Israele viene
vissuta come uno spartiacque, la fine di un periodo storico, e fa scomparire
questa sembianza di coesione. Il 17 settembre 1967 una consistente parte del PCI
opera una scissione e fonda il "Partito Comunista Iracheno (Comando
Centrale)".
Nel
PCI si era formato fin dall’inizio degli anni ’60 un raggruppamento maoista,
ma il maggior esponente di questa corrente venne espulso e venne congelata
l’adesione al PCI degli altri aderenti a questa tendenza. Il dissenso riemerge
(ed esplode) contro la "linea di agosto": il maggior esponente è
‘Aziz al-Hajj ‘Ali Haidar, un veterano del movimento comunista, entrato nel
PCI nel 1946, in carcere dal 1948 al 1958, ed entrato lo stesso anno nel CC, dal
gennaio 1967 segretario del PCI di Baghdad, dal febbraio dello stesso anno
eletto nell’Ufficio Politico. Al-Hajj fonda il "quadro
rivoluzionario", un raggruppamento interno al PCI che si era inutilmente
battuto per democratizzare la vita interna del partito, ed è questo
raggruppamento che opera la scissione nel settembre 1967. Il "PCI (Comando
Centrale)" si rifiuta di schierarsi con la Cina o con l’URSS, e sostiene
la necessità dell’armamento delle masse e della violenza rivoluzionaria
organizzata in lotta armata popolare nelle città e nelle campagne. Si batte per
un "regime popolare democratico rivoluzionario sotto la direzione della
classe operaia", per "l’unità araba rivoluzionaria con un contenuto
socialista" e per "la distruzione dello stato d’Israele e la
creazione uno stato democratico arabo-ebraico". Una parte minoritaria, ma
significativa, dei circa 5.000 aderenti al PCI segue la nuova organizzazione.
Nel giugno 1968 il "PCI (Comando Centrale)" saluta positivamente le
azione di guerriglia condotte da due anni nel sud dell’Iraq da un nucleo
"foquista" diretto da Khalid Ahmad Zaki (successivamente ucciso dai
militari), e procede a formare propri gruppi armati a Baghdad nel corso del
1968, con il nome di "Esercito popolare" e sotto il comando di Mu’in
al-Nahar (un altro veterano comunista, ucciso in uno scontro a fuoco alla
periferia di Baghdad). Nel febbraio 1969 l’intero Ufficio Politico viene
arrestato: due dei cinque membri muoiono sotto tortura, mentre gli altri tre
(compreso il segretario al-Hajj) accettano di collaborare con il Ba’th,
denunciando i loro compagni e facendo interventi pubblici a favore del Ba’th
(successivamente al-Hajj ha fatto carriera in ambito diplomatico, ottenendo un
posto a Parigi). Il "PCI (Comando Centrale)" riesce a riorganizzarsi
solo un anno dopo, sotto la direzione di Ibrahim al-‘Allawi, nel solo
territorio kurdo, e stabilisce un’ "alleanza strategica" con il PDK
di Barzani (Partito Democratico Kurdo, al tempo l’unica organizzazione
nazionalista kurda, di orientamento borghese). La sconfitta kurda del 1975 e la
rovina del PDK portano ad una maggiore rovina anche il "PCI (Comando
Centrale)": nel 1975 vengono arrestati e giustiziati i suoi cinque massimi
dirigenti a Sulaimaniyya. Questo è un colpo da cui il "PCI (Comando
Centrale)" non riesce a riaversi. Molti militanti cessano l’attività
politica e le piccole unità sopravvissute si disperdono alla fine degli anni
‘70.
Il
PCI - identificato come "PCI (Comitato Centrale)" dal 1967 per
distinguerlo dall’organizzazione scissionista — convoca d’urgenza dopo la
scissione una conferenza nazionale (la terza nella sua storia) per il dicembre
1967, dove riafferma l’orientamento della costruzione di fronti democratici
uniti nella prospettiva di un governo di coalizione che sostituisca il regime di
‘Abd-ur-Rahman ‘Aref — cosa che Mosca, nonostante la conferenza riaffermi
la propria fedeltà all’URSS e all’Egitto, non gradisce particolarmente,
facendo chiudere due mesi dopo la "Voce del popolo iracheno",
l’emittente radio del PCI che trasmetteva da Praga con ripetitori in Bulgaria.
Il
Ba’th e le forze armate compiono un ennesimo colpo di stato il 17 luglio 1968,
e ‘Abd-ur-Rahman ‘Aref è costretto all’esilio. Capo di stato diventa
Ahmad Hasan al-Bakr, e buona parte dei collaboratori di ‘Aref partecipa al
colpo di stato rimanendo ai propri posti. Due settimane dopo, il 30 luglio,
segue un altro colpo di stato, che elimina i vecchi collaboratori di ‘Aref e
mantiene al potere i soli uomini del Ba’th, organizzati in un "Consiglio
del Comando Rivoluzionario" che detiene tutti i poteri (il governo che
viene nominato ha esclusivamente compiti "amministrativi"). Questa
struttura di potere non cambierà nei decenni successivi. Oltre ad al-Bakr il
nuovo uomo forte che emerge è Saddam Hussein: nel corso dei caotici anni ’70
riesce a diventare l’elemento chiave all’interno del "Consiglio del
Comando Rivoluzionario" eliminando tutti i possibili concorrenti, e nel
febbraio 1979 fa dimettere al-Bakr dalla carica di capo dello stato, rilevandone
il posto.
Il
Ba’th ricerca immediatamente l’appoggio del "PCI (Comitato
Centrale)", procedendo alla liberazione di alcuni prigionieri politici nel
settembre 1968 e offrendo poltrone ministeriali ai comunisti. Inizialmente il
"PCI (Comitato Centrale)" rifiuta, ponendo come condizione la pace nel
Kurdistan, un’assemblea costituente e il ristabilimento delle libertà civili
(legalizzazione dei partiti politici, elezioni democratiche, ecc.), ma a partire
dalla primavera 1969 (data alla quale l’Iraq ba’thista firma importanti
contratti petroliferi con l’URSS) apre delle trattative con il Ba’th che
permette la pubblicazione legale del "mensile di cultura generale" del
PCI, al-Thaqafa al Jadida, e richiede la partecipazione del PCI ad un
"Fronte Nazionale Progressista" senza alcun tipo di poteri e dove il
PCI dovrebbe riconoscere la propria totale subordinazione al Ba’th. Le
trattative durano fino alla primavera 1970. Nella primavera 1970 è il Ba’th a
rompere i rapporti, procedendo a centinaia di arresti e uccidendo
"discretamente" diverse personalità comuniste o facendole
"scomparire". Il PCI tiene il secondo congresso della sua storia nel
settembre 1970, ancora in clandestinità nel Kurdistan iracheno, e i documenti
finali riconoscono l’azione positiva del Ba’th sul terreno economico e
sociale, e le sue posizioni antimperialiste e antisioniste, ma continua a
criticarlo per la continua assenza di libertà democratiche. I rapporti si
riallacciano nell’autunno 1971, e si stringono dopo la nazionalizzazione della
compagnia petrolifera IPC e la "solida alleanza strategica" stretta da
Baghdad e Mosca. In generale in tutto questo periodo (1968-1972) il Ba’th
gioca al bastone e alla carota con il PCI, alternando aperture con repressioni
violente, sia aperte che discrete — una pratica molto comune era l’arresto
di semplici militanti, sottoposti a torture nei centri di polizia, poi
rilasciati dopo alcuni giorni, ma non mancavano casi di omicidio di dirigenti
anche nei periodi di "trattativa" e di "apertura".
Contemporaneamente Baghdad aveva proceduto ad una nuova riforma agraria nel
1970, ben più radicale di quanto avesse fino ad allora richiesto il PCI, ad un
Codice del Lavoro che stabiliva forti diritti sociali dei lavoratori (ma
restringeva all’estremo il diritto di sciopero e vietava la libera
organizzazione sindacale), alla nazionalizzazione già citata dell’Iraq
Petroleum Company, al monopolio del commercio estero, all’alleanza con
l’URSS e ad una posizione internazionale antimperialista e antisionista in
sostegno alle correnti più radicali del movimento palestinese.
Nell’aprile
1972 (a questa data sono "solo" 50 i comunisti ancora in prigione) il
PCI dichiara che "i recenti sviluppi hanno segnato una svolta nella lotta
popolare" e si dichiara disponibile a entrare nel "Fronte Nazionale
Progressista". Il mese successivo due comunisti (di cui uno è il solito
‘Amer ‘Abdallah) entrano nel governo. Ma è solo nel luglio 1973 che si
concretizza l’ingresso del PCI nel "Fronte Nazionale Progressista"
con la firma di una "Carta d’Azione Nazionale", e la legalizzazione
del partito e del suo quotidiano. Dal 1972-1973 inizia un periodo in cui il PCI
dipinge Saddam Hussein come un Fidel Castro iracheno (il diretto interessato
preferisce paragonarsi a Salvador Allende, come lui "in prima linea contro
l’imperialismo"), come l’uomo della "sinistra" del Ba’th più
vicino ai comunisti. Nel febbraio 1974 il PCI provvede a sciogliere tutte le
proprie strutture indipendenti (e forzatamenti illegali) sui posti di lavoro. Il
PCI appoggia tutte le iniziative del Ba’th, compresa la sanguinosa guerra
contro i kurdi nel 1974-1975. Ma è proprio l’accordo con l’Iran, che
permette la sconfitta delle forze kurde nel 1975, che dà a Saddam Hussein la
forza e la sicurezza per poter iniziare l’assalto contro i suoi alleati del
PCI, da cui non è più così dipendente. Inoltre nei quattri anni passati dal
1972 il Ba’th ha ampiamente sfruttato l’acquiescenza comunista per acquisire
un controllo pressoché totale sui sindacati, sulle unioni contadine e sulle
altre organizzazioni di massa.
Alla
fine del 1975 ricominciano una serie di arresti tra i militanti comunisti, e le
attività del PCI iniziano a subire serie restrizioni a partire dalla primavera
del 1976. Il partito tiene il suo terzo congresso a Baghdad nel maggio 1976, e
se da un lato riafferma la classica posizione per cui "la rivoluzione
democratico-nazionale è entrata in un nuovo stadio progressista, lo stadio
dello sviluppo non-capitalistico", dall’altro sottolinea che le
"relazioni di produzione capitalistiche" si espandono in ambito rurale
e che nella via non-capitalistica (distinta dal periodo di transizione al
socialismo) il capitale privato ha un peso importante e può far arretrare la
situazione e far ritornare il paese sotto la dipendenza dell’imperialismo
(l’esempio egiziano, con la brutale rottura imposta da Sadat di tutti i
rapporti con l’URSS, è di pochi anni prima). Inoltre il congresso prende
posizione (pur con un tono conciliante e costruttivo) contro la restrizione
dell’agibilità politica, per il ritorno agli accordi originari all’interno
del "Fronte", e contro la dissoluzione delle organizzazioni di massa
sotto direzione comunista (Federazione giovanile democratica, Federazione
generale degli studenti e Associazione delle donne). Da questo momento inizia
una campagna propagandistica anticomunista da parte del Ba’th via via più
violenta.
All’inizio
del 1978 la rottura tra PCI e Ba’th è solo questione di tempo: nel marzo 1978
viene annunciato che 12 comunisti sono stati giustiziati per aver condotto
attività politica all’interno delle forze armate, e a maggio viene promulgata
una legge per cui qualsiasi attività politica non ba’thista (come leggere un
giornale comunista ad esempio) da parte di qualsiasi membro o ex membro delle
forze armate era punibile con la pena di morte. In un paese con coscrizione
obbligatoria questa legge equivaleva a condannare a morte qualsiasi adulto di
sesso maschile che aveva un qualsiasi rapporto con i comunisti. Nell’estate e
nell’autunno 1978 si succedono arresti, torture e condanne a morte. La rottura
definitiva e il passaggio del PCI alla clandestinità avviene nell’aprile
1979. Il Comitato Centrale del luglio 1979 vota un documento di una rara cecità
politica, senza una riga di autocritica: "il nostro partito ha lottato con
tutti i mezzi a sua disposizione per fermare il precipitarsi della crisi del
paese. Da un alto senso di responsabilità di fronte al popolo, ha compiuto
grandi sforzi per far sì che il regime segua una politica corrispondente agli
interessi del popolo… La violenza sanguinaria con la quale è stato affrontato
il nostro partito riflette l’apprensione dei capi del Ba’th per
l’esistenza di un PC… che esercita la sua indipendenza politica e
ideologica… Tutte le argomentazioni dei capi del Ba’th fabbricate per
giustificare la loro criminale campagna contro il nostro partito sono cadute,
registrando per loro una sconfitta politica e morale, mentre nello stesso tempo
si è consolidata l’unità del Partito e la sua posizione tra le masse".
Per
la terza volta il PCI, dopo il 1949 e il 1963, viene spazzato dalla repressione.
Nessuna sua struttura nell’Iraq arabo rimane in piedi, e la sua presenza si
riduce al Kurdistan iracheno - come a suo tempo il "PCI (Comando
Centrale)", alla cui distruzione manu militari il PCI aveva dato il
proprio fattivo contributo da alleato del Ba’th. Dal 1978 al 1981 sono stati
stimati tra i 20 e 30.000 arresti (di cui diverse migliaia mantenuti), centinaia
di "scomparsi" e di uccisioni.
Il
PCI definisce nel giugno 1980 il regime iracheno un "capitalismo
burocratico di stato" e a novembre dello stesso anno stringe un’alleanza
(in realtà molto sofferta) con il PDK di Barzani. Nel settembre 1980 l’Iraq
attacca l’Iran in pieno caos rivoluzionario (lo Scià era caduto l’anno
prima). Nel 1981 il PCI opta per la lotta armata come principale strumento di
lotta, affermando che "le operazioni militari condotte utilizzando il
Kurdistan iracheno come punto di partenza, sono un metodo essenziale della
lotta" contro il regime di Saddam Hussein, e queste operazioni militari
vengono condotte da basi nell’Iraq rurale, con infiltrazioni e azioni di
combattimento nelle città, mentre un "movimento d’opposizione… con
manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile… è impensabile per il terrore
e l’arbitrio barbaro che dominano il paese". Il PCI fa la scelta della
lotta armata a partire da basi nell’Iraq rurale, e non per tutti gli anni
’80 non fa alcun serio tentativo di costruire proprie cellule e distaccamenti
armati nelle maggiori città, a partire da Baghdad. Il flusso dei disertori
dall’esercito si concentra nelle paludi nel sud dell’Iraq, dove secondo
alcune fonti si sarebbero rifugiati addirittura 20.000 soldati nel 1983: in
quell’anno Baghdad ordina il bombardamento continuo e a tappeto di tutta la
zona, provocando migliaia di vittime. I disertori rimasti, con una limitata
attività guerrigliera, sarebbero stati circa 3.000, assotigliatisi nel corso
degli anni successivi a poche centinaia. Lo spostamento della guerra con
l’Iran sul territorio iracheno, e le dichiarazioni di Baghdad dall’estate
1982 sulla natura esclusivamente difensiva della guerra in corso non mutano la
posizione del PCI, che continua a vedere nell’Iraq il principale responsabile
delle carneficine che si svolgono al fronte, e che fa appello ai soldati
iracheni perché rivoltino le loro armi contro gli oppressori di Baghdad. Questa
posizione — che contrasta con l’atteggiamento sovietico che a partire dal
1983 ricomincia a rifornire militarmente il regime di Baghdad — provoca una
discussione interna molto accesa, che porta, al quarto congresso tenuto nel
novembre 1985, alla espulsione della corrente che sostiene la necessità della
"difesa della patria" e rigetta le posizioni "disfattiste"
della direzione ("non si può chiedere ai soldati di sparare sul regime
quando stanno difendendo la patria"). Al congresso del 1985 il PCI opera
anche un riesame autocritico della politica seguita dall’inizio degli anni
’70, criticando l’abbandono dell’indipendenza politica, ideologica ed
organizzativa nei confronti del Ba’th operata allora, che permise tra
l’altro la terribile efficacia della repressione iniziata nel 1978. Questo
orientamento viene qualificato di "ultrasinistro" da parte degli
espulsi, che richiedono da parte loro lo stabilirsi di un regime democratico in
Iraq, ma senza far riferimento al rovesciamento di quello in carica. I militanti
esclusi fondano un raggruppamento con base a Damasco, con una rivista
("Tribuna comunista") come loro organo, ma dopo pochi anni questo
gruppo si disgrega: i suoi membri trovano delle vie di accomodamento con il
Ba’th, e rientrando a Baghdad.
Il
PCI aveva sofferto di un colpo militare molto pesante: nel maggio 1983
l’esercito turco e l’UPK (Unione Patriottica Kurda, la seconda
organizzazione nazionalista kurda, sorta nel 1977) attaccano il quartier
generale del PCI nel Kurdistan kurdo, a Julamerk, facendo più di sessanta
vittime.
Nel
corso degli anni ’80 si formano anche piccoli gruppi di estrema sinistra, uno
di tendenza trotskista, "Rivoluzione Permanente", sorto a cavallo tra
gli anni ’70 e ’80 e formato da ex militanti del Ba’th (un analogo gruppo
che si definiva trotskista, sempre fuoriuscito dal Ba’th, era stato formato
negli anni ’60, l’ "Organizzazione dei Lavoratori", e negli anni
’70 si fece conoscere su diverse riviste un pubblicista iracheno trotskista,
Kanan Makiya, alias "Muhammad Ja’far" e "Samir al-Khalil",
successivamente "pentito" e diventato molto famoso nel mondo
anglosassone per la sua adozione delle tesi più oltranziste di Washington e per
i suoi volgari attacchi alla sinistra araba), uno di tendenza maoista,
"Avanguardia Operaia", ed infine un terzo raggruppamento denominato
"Lotta autonoma". Questi gruppi, con non più di una trentina di
aderenti ciascuno, si limitano per lo più ad una attività teorica e di aiuto
ai militanti minacciati dalla repressione, e scompaiono nel corso di questo
decennio.
La
guerra termina nel 1988, senza che vi sia stata l’insurrezione popolare attesa
dalla direzione del PCI. L’appello del regime alla "difesa della
patria" ha effettivamente trovato risonanza nella popolazione, il numero
dei disertori è diventato pressoché nullo negli ultimi anni della guerra e i
soldati non hanno rivolto le loro armi contro il regime. Nel corso delle
operazioni militari nel Kurdistan iracheno della primavera ‘88 la maggior
parte delle basi militari del PCI viene smantellata, e il suo quartier generale
si trasferisce a Damasco. La direzione comunista riconosce il fallimento della
sua precedente opzione politica, sia per ciò che riguarda la prospettiva di una
rivolta nell’esercito, sia per ciò che riguarda la centralità della lotta
armata: l’autocritica non è relativa alla particolare scelta di lotta armata
adottata (basi rurali, nessuna struttura nelle città), ma relativa
all’importanza della lotta armata tout court. Il PCI, in una situazione
di stallo, cerca disperatamente un via d’uscita e la trova nella ricerca di un
accordo con il potere ba’thista. Assente da anni dai maggiori centri urbani,
Baghdad, Basrah, Mosul, e cieco di fronte all’estrema debolezza del regime e
al crescente scontento popolare, il PCI si scontra con il problema di stringere
un accordo con il Ba’th salvando al contempo la faccia. La direzione del PCI
pone alcune condizioni, e cioé una trattativa pubblica con il Ba’th preceduta
da un gesto di disponibilità, come la liberazione dei prigionieri politici. Un
dirigente comunista come Zaki Khairi (che nel 1985 concordava con "Tribuna
comunista", ma era rimasto nel partito) cerca invece di organizzare una
mossa concilitrice nei confronti del regime, come un ritorno dei dirigenti
comunisti a Baghdad in modo pubblico e pubblicizzato, con parlamentari europei e
giornalisti. Tutti queste mosse e preparativi si interrompono bruscamente
nell’estate 1990. L’Iraq invade il Kuwait.
Il
Partito Comunista Iracheno, negli anni considerati, ha subito due ondate
repressive di una rara violenza, prima nel 1963, poi nel 1979. In entrambe le
situazioni è riuscito, sia pure con fatica, a ricostruirsi, e a porsi di nuovo
come un’importante organizzazione nel quadro delle forze di opposizione ai
regimi nazionalisti, dimostrando in questo modo sia la sua vitalità, sia le
innegabili radici che mantiene nei settori popolari iracheni. Nei periodi
successivi a entrambe queste ondate repressive è stato costretto a trarre un
bilancio del fallimento della propria politica precedente, evidenziata dalla
totale incapacità a far fronte alla repressione, senza alcuna preparazione ad
un passaggio alla clandestinità che consentisse di salvare almeno parte delle
proprie strutture militanti. Questi dibattiti e bilanci si svolsero tra il 1965
e il 1967 nel primo caso, portando alla scissione di sinistra del "PCI
(Comando Centrale)", e nel 1985 nel secondo caso, con la scissione di
destra di "Tribuna Comunista". Ma questi dolorosi bilanci non hanno
impedito il ripetersi di errori abbastanza analoghi nel corso degli anni: la
politica suicida del PCI nei confronti del Ba’th negli anni ’70 ha qualcosa
di simile mutatis mutandis all’altrettanto suicida politica seguita
negli anni di Qasim, tra il 1958 e il 1963, e la svolta a destra nel 1989-1990
non si è concretizzata solo per fattori esterni, la guerra con il Kuwait e la
terribile guerra del Golfo del 1991. Quale ne può essere la logica?
Il
quadro strategico che ha determinato le scelte del PCI fino al 1963 fu quello
della "rivoluzione in due stadi", con una necessaria "rivoluzione
borghese" che doveva precedere qualsiasi battaglia di "contenuto
socialista". I contenuti dela "rivoluzione borghese" erano quelli
di una effettiva indipendenza dall’imperialismo, tagliando i rapporti di tipo
coloniale e neocoloniale esistenti, la cancellazione dei rapporti di tipo
feudale o neofeudale nelle campagne, lo sviluppo industriale attuato dalla
"borghesia industriale" i cui interessi contrastavano con quella
"compradora", le libertà democratiche e una vita costituzionale dello
stato, basato sul diritto e sul rispetto della legge. La direzione di questa
"rivoluzione borghese" non poteva non essere che quella della
"borghesia nazionale", identificata con quella industriale. Si sono
viste le contraddizioni e le conseguenze che questo quadro strategico comportò
nell’azione del PCI nel 1958-1963. Il colpo di stato del febbraio 1963 venne
visto come un passo indietro (instaurando un "regime fascista")
rispetto alla corretta via seguita da Qasim, ma dapprima la svolta a sinistra
del Ba’th dell’ottobre 1963, e poi soprattutto le nazionalizzazioni del
luglio 1964 diedero un colpo mortale alle teorizzazioni comuniste. Se la svolta
a sinistra del Ba’th poteva essere giudicata un puro e semplice avventurismo
piccolo-borghese (con la richiesta di socializzazione delle imprese), un po’
come le iniziative personali di ‘Abd-us-Salam ‘Aref nell’estate del 1958,
le nazionalizzazioni cancellavano il nucleo della classe investita della
missione di portare a termine la "rivoluzione borghese".
La
griglia di lettura adottata a questo punto era già stata formulata, almeno a
partire dal 1956, riguardo all’Egitto nasseriano: si trattava di una "via
non-capitalista allo sviluppo" (nel 1964 Krusciov definì addirittura
l’Egitto nasseriano uno "stato socialista" e i due partiti comunisti
egiziani si siolsero nel 1965 per entrare nel partito unico nasseriano,
preceduti in questo, due anni prima, dal partito comunista algerino, entrato nel
FLN). Questa inedita formazione sociale, nelle formulazioni moscovite e dei
comunisti mediorientali, aveva caratteristiche non ben definite, e il giudizio
dei comunisti variava a seconda delle congiunture politiche e degli interessi
della politica estera sovietica. Così il punto di riferimento internazionale fu
volta a volta Nasser tra il 1964 e il 1970, Saddam Hussein tra il 1972 e il
1978, e il siriano Assad a partire dal 1980. L’atteggiamento comunista è
stato ben riassunto dalla sinistra del PCI quando affermava che si vedeva
"la cooperazione con il Cairo come la chiave di ogni sviluppo
rivoluzionario in Iraq" e quindi si "subordinava la pratica politica
del partito alla volontà del Cairo e dei suoi partigiani a Baghdad".
Questo fu vero in generale in tutto il Medio Oriente, anche quando Baghdad
sostituì Il Cairo, e successivamente Damasco sostituì Baghdad. In tutti questi
passaggi l’approccio strategico non mutò, anche di fronte ai terribili
fallimenti in serie dell’Egitto, dell’Iraq e della Siria. La differenza era
che la "via non-capitalistica" diventava automaticamente
"capitalismo di stato" non appena il potere in carica rompeva con i
comunisti e l’URSS. L’elemento comune tra il vecchio e il nuovo quadro
strategico fu che la situazione non era comunque matura per parole d’ordine
che andassero contro gli interessi borghesi. Così da un lato il PCI si fece
"superare a sinistra" dai nasseriani e dal Ba’th in diverse
occasioni, e dall’altro non si pose mai come obiettivo la distruzione dello
stato iracheno e del suo vero (e quasi unico) pilastro, le forze armate. Anche
quando discusse dell’eventualità di "prendere il potere" nel 1965
l’accento e l’elemento centrale era la conquista di un settore di ufficiali
che potesse effettuare un colpo di stato "progressista".
Nel
frattempo lo sviluppo economico e democratico a cui avrebbe dovuto portare prima
la "rivoluzione borghese" e poi la "via non-capitalista" è
ancora drammaticamente assente. Entrambe queste strade si sono rivelate dei
vicoli ciechi.
Classi
e stato durante i regimi nazionalisti
Dal
febbraio 1963 al luglio 1968 si succedono una serie infinita di colpi stato,
taluni riusciti e molti altri falliti; dopo il luglio 1968 il potere del Ba’th
denuncia un’analoga serie di falliti complotti e tentati colpi di stato, con
ondate periodiche di esecuzioni a segnare il loro fallimento. Questi colpi di
stato vennero visti per lo più — ad eccezione del colpo del febbraio 1963 -
come banali avvicendamenti governativi, non cambiando in nulla la base dello
stato: le forze armate. I due golpe ba’thisti del 1968 (prima il 17, poi il 30
luglio) non necessitarono neppure di nessun tipo di coprifuoco o di uso della
forza — la popolazione rimase totalmente indifferente a questo ennesimo
ribaltamento nei rapporti interni all’esercito. Ma se la struttura dello stato
non è variata, dalla rivoluzione del 1958 alla guerra del Golfo del 1990-1991
la struttura sociale irachena ha conosciuto profondi mutamenti grazie a riforme
agrarie, nazionalizzazioni, migrazioni volontarie e imposte, interne ed esterne.
La
classe operaia è sicuramente cresciuta in gran numero nel corso di questi
decenni. Le valutazioni numeriche variano grandemente (nel 1977 la forza lavoro
irachena è stata stimata a 3 milioni di persone, di cui un terzo "classe
operaia"), ma la composizione di questa classe operaia è cambiata
pesantemente grazie all’intervento statale in economia (anche se la
maggioranza dei lavoratori continua a ricavare i propri redditi dal settore
privato — il 55% nel 1977), alle migrazioni rurali (un milione di persone sono
entrate nel mercato del lavoro urbano negli anni ’70, in provenienza dalle
campagne), a quelle dall’estero (dall’Egitto, dal Marocco, dall’Asia
meridionale: nel 1977 erano almeno 300.000, e nel 1984 alcuni hanno stimato
addirittura due milioni di immigrati), alla mobilitazione militare negli
anni’80 con l’ingresso significativo di manodopera femminile (25% a metà
degli anni ’80), alle distruzioni provocate dalle guerre e alle deportazioni
di kurdi e di sciiti nel sud dell’Iraq (all’inizio degli anni ’80 vennero
espulse in Iran tra le 250 e le 400.000 persone!).
Per
due decenni predomina il pieno impiego, e grazie al Codice del Lavoro del 1971 i
lavoratori godono di una sostanziale sicurezza del posto di lavoro. Il livello
di vita e la sicurezza sociale aumentano considerevolmente, tutti i livelli di
istruzione diventano gratuiti e i centri urbani riescono ad assorbire con case
decenti l’enorme flusso migratorio. I salari conoscono un aumento in termini
reali — anche se a livello complessivo la ricchezza petrolifera viene
incanalata in maggior parte verso profitti, rendite e interessi (la quota dei
salari passa dal 28 al 19% del prodotto nazionale dal 1968 al 1978). Dal tempo
del colpo di stato del febbraio 1963 ogni forma di sindacalismo indipendente è
vietato: vengono ammessi solo i sindacati di regime, creati dallo stato e sotto
stretto controllo dei funzionari del partito dominante. Sotto il Ba’th viene
prevista anche una partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione
aziendali, ma in realtà questi rappresentanti vengono scelti dal Partito tra i
lavoratori — e non dai lavoratori stessi. Gli anni tra il 1965 e il 1968
vedono risorgere l’attività della classe operaia, con diversi scioperi nel
settore delle costruzioni, tessile, della trasformazione alimentare. Il Ba’th,
dopo il colpo di stato del luglio 1968, inaugura il suo potere facendo sparare
da reparti speciali contro dei lavoratori in sciopero, e nel 1969-1970
manifestazioni e scioperi si scontreranno con le forze dell’ordine, che
procedono ad arresti e ad uccisioni. L’avvicinamento del PCI al Ba’th e
successivamente il suo ingresso nella compagine governativa, insieme alle
profonde modificazioni del mercato del lavoro e alle prospettive di
miglioramento delle proprie condizioni di vita grazie all’intervento statale,
oltre che allo stretto inquadramento di massa operato dal Ba’th, fanno sì che
negli anni ’70 scompaia ogni azione autonoma della classe operaia, e che
questa inattività si prolunghi sostanzialmente negli anni ’80, allorquando si
instaura un regime di terrore di massa e l’Iraq combatte la sua guerra contro
l’Iran.
La
situazione nell’Iraq rurale è molto meno positiva di quella urbana: nel sud
la maggioranza delle abitazioni rimangono senza elettricità e acqua corrente e
il tasso di crescita del reddito nazionale procapite rurale è pari alla metà
dell’analogo tasso urbano, tra il 1970 e il 1977. A metà degli anni ’70 è
stato stimato che il 14% della popolazione rurale fosse sottoalimentata.
All’inizio
degli anni ’80 il sistema sanitario viene progressivamente privatizzato, ma le
condizioni di vita degli iracheni non mobilitati non conoscono un netto
peggioramento fino alla fine degli anni ’80: durante la guerra con l’Iran il
regime di Baghdad riesce a reggere la situazione interna grazie a un continuo
flusso di prestiti che ottiene dai paesi del golfo, che portano
l’indebitamento estero da 2 miliardi di dollari nel 1980 a 80 miliardi nel
1987 (a fronte di danni materiali inflitti dalla guerra stimati a 67 miliardi di
dollari). Nel 1987 il potere ba’thista cancella il Codice del Lavoro: i
lavoratori iracheni iniziano ad avere esperienza dei licenziamenti
indiscriminati e della disoccupazione, con 200.000 soldati smobilitati dopo la
fine della guerra con l’Iran nel 1988. Inoltre vengono cancellate anche le
leggi sulle pensioni e sulla sicurezza sociale e viene dichiarata fuorilegge
ogni organizzazione sindacale. Da quest’ultimo provvedimento rimangono escluse
solo le imprese private con più di 50 addetti (i lavoratori coinvolti sono
8.000): ma è una concessione che si rivela essere un’arma a doppio taglio per
i lavoratori. Con la presenza dei soldati smobilitati e la possibilità di
importare manodopera straniera senza vincoli, industriali e agrobusiness privati
provvedono a sostituire tra il 40 e l’80% della propria forza lavoro. Nel 1988
l’aumento delle giornate lavorative e dei carichi di lavoro portano a un
aumento della "produttività" del 20%.
Questo
assalto contro i lavoratori non è tuttavia una situazione socialmente
sostenibile nel medio periodo. Nel 1989 vi è una parziale marcia indietro: i
salari vengono aumentati, vengono congelati i prezzi di beni e servizi forniti
dal settore statale e vengono abbassate le quote dei profitti nelle imprese
pubbliche e in quelle a capitale misto. L’organizzazione sindacale dei
lavoratori rimane proibita.
I
processi principali che segnano l’Iraq in questi decenni sono la
nazionalizzazione dell’Iraqi Petroleum Company nel giugno 1972,
l’instaurazione del controllo statale sul commercio estero, il processo di
urbanizzazione e lo stato di "guerra permanente", dapprima con la
guerra contro i kurdi, poi contro l’Iran (le spese militari passano dal 30%
del prodotto nazionale nel periodo 1975-79 al 60% in quello 1980-86). Grazie
alla nazionalizzazione dell’IPC, l’aumento della produzione e dei prezzi, il
reddito nazionale procapite decuplica dal 1967 al 1982 (ma l’andamento dei
mercati porta al dimezzamento dei redditi petroliferi procapite dal 1982 al
1989, portando ad una analoga diminuizione nel reddito nazionale procapite, da
1.675 a 1.090 dollari in prezzi costanti): il contributo del settore petrolifero
si attesta attorno al 60% del prodotto nazionale e costituisce sostanzialmente
la totalità delle esportazioni irachene (98%). Grazie ai flussi finanziari
derivanti dal petrolio gli investimenti statali complessivi passano da 72
milioni di dinari nel 1968 a 1.200 milioni nel 1975.
Il
settore industriale, stagnante nel periodo sotto Qasim nonostante la sua aperta
politica di sostegno alla borghesia manifatturiera, viene "colpito"
nel 1964 da una massiccia nazionalizzazione: nel luglio di quell’anno vennero
nazionalizzate oltre a tutte le banche e le assicurazioni anche le 32 maggiori
imprese industriali e commerciali (vennero anche imposti dei "tetti"
all’investimento privato). Con queste misure un terzo del contributo
industriale al prodotto nazionale viene assorbito dallo stato. Negli anni
successivi l’industria si sviluppa maggiormente, dopo il periodo di caos
seguito alle nazionalizzazioni, e conosce uno sviluppo quantitativo
significativo dopo la nazionalizzazione dell’IPC del 1972, con
l’investimento di parte delle nuove risorse finanziarie allo sviluppo del
settore industriale. La situazione è illustrata dai dati relativi alle imprese
industriali (petrolio escluso) con più di 10 dipendenti: mentre i dipendenti
nelle imprese private erano 48.000 e in quelle statali 22.000 nel 1960, dopo le
nazionalizzazioni i due dati diventano, rispettivamente 39.000 e 42.000. La
cifra dei dipendenti del settore privato rimane fino al 1982 più o meno stabile
(arrivando a 45.000 lavoratori, 35 dipendenti in media per impresa), mentre il
settore statale continua a espandersi raggiungendo nel 1982 la cifra di 145.000
dipendenti (con 510 dipendenti in media per impresa). Lo sviluppo del settore
statale prosegue negli anni ’80, arrivando al 98% del capitale fisso
esistente, al 96% della forza lavoro occupata e all’ 84% della produzione
totale. Il settore privato dopo aver resistito nel corso degli anni ’60 e
’70, ed aver mostrato anche una sicura vitalità mantenendo il passo con
l’industria statale in espansione grazie ai finanziamenti derivanti dal
petrolio (la quota della produzione industriale privata non varia dal 1970 al
1982, e addirittura aumenta la sua quota sul valore aggiunto — cioè i
profitti!), declina rapidamente dopo il 1981-1982, passando dal 45% del valore
aggiunto industriale di quell’anno al 19% del 1987.
Nel
febbraio 1987 Saddam Hussein lancia la "rivoluzione amministrativa"
per "ridurre i poteri della burocrazia": 47 grandi industrie vengono
privatizzate, viene cancellato qualsiasi limite all’investimento privato, e
vengono varate una serie di misure a loro sostegno. Le privatizzazioni
proseguono l’anno successivo e conoscono un boom nell’estate del 1988: in un
anno e mezzo venne privatizzato ben più di quanto fece Sadat in Egitto in dieci
anni. Il quadro dei rapporti tra settore privato e settore statale
nell’industria non venne tuttavia modificato in modo radicale, in quanto il
settore pubblico ha continuato ad essere quello largamente predominante grazie
alla presenza delle grandi imprese ad altissima capitalizzazione (chimica,
metallurgia, ecc.).
Il
settore che maggiormente ha beneficiato degli investimenti pubblici negli anni
’70 e ’80 è stato quello delle costruzioni. La maggior parte di questi
investimenti si realizzarono non nelle infrastrutture, ma nel campo delle
costruzioni di immobili (un quarto alle infrastrutture, tre quarti agli
immobili), per lo più concentrati a Baghdad. Nel 1977 la forza lavoro
nell’