I
numeri della guerra del Golfo
di p.ch.
La coalizione degli alleati consisteva di 36 Paesi, tra cui Afghanistan,
Argentina, Australia, Bahrain, Bangladesh, Belgio, Canada,
Cecoslovacchia, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Grecia, Ungheria,
Honduras, Italia, Kuwait, Marocco, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Nigeria,
Norvegia, Oman, Pakistan, Polonia, Portogallo, Qatar, Arabia Saudita,
Senegal, Corea del Sud, Spagna, Siria, Turchia, Emirati Arabi Uniti,
Regno Unito e Stati Uniti.
Gli Usa hanno impiegato nella Guerra del Golfo oltre 500.000 soldati;
gli alleati invece 160.000, pari al 24 per cento delle forze dispiegate.
Alcuni numeri sulle operazioni militari nel Golfo
Morti Usa: 148 in battaglia, 145 non in battaglia Esercito: 98 in
battaglia, 105 non in battaglia Marina: 6 in battaglia, 8 non in
battaglia Marines: 24 in battaglia, 26 non in battaglia Aviazione: 20 in
battaglia, 6 non in battaglia Donne uccise: 15
Americani feriti in azione: 467
Morti britannici: 24, 9 sotto il fuoco Usa
Britannici feriti in azione: 10
Morti francesi: 2
Francesi feriti in azione: 25 (stima)
Morti arabi alleati: 39
Raid aerei alleati: oltre 116.000
Perdite di velivoli alleati: 75 (63 Usa, 12 alleati)
Ad ala fissa: 37 in battaglia, 15 non in battaglia
(Perdite Usa: 28 in battaglia, 12 non in battaglia; nessuna perdita di
aerei non Usa in combattimenti aerei)
Elicotteri: 5 in battaglia 18 non in battaglia (tutti Usa)
Le perdite irachene
Nel giugno del 1991, secondo stime americane, morirono oltre 100.000
soldati iracheni, 300.000 riportarono ferite, 150.000 disertarono e
60.000 furono fatti prigionieri.
Molte associazioni per i diritti umani denunciarono che un numero molto
più elevato di iracheni morirono in battaglia. A detta di Baghdad, i
morti civili furono oltre 35.000. Tuttavia, anni dopo, alcuni
ricercatori hanno concluso che il numero di soldati iracheni uccisi fu
significativamente inferiore a quello inizialmente riportato.
Perdite irachene (stime): dati del Comando centrale americano del 7
marzo 1991
36 aerei persi in combattimenti aerei
6 elicotteri persi in combattimenti aerei
68 aerei e 13 elicotteri distrutti a terra
137 velivoli iracheni fuggiti in Iran
3.700 su 4.280 carri armati
2,400 su 2,870 altri veicoli corazzati
2,600 su 3,110 pezzi di artiglieria
19 navi affondate, 6 danneggiate
42 divisioni neutralizzate
Numero di prigionieri di guerra catturati: le forze Usa ne hanno
consegnati 71,204 agli alleati sauditi.
I costi della guerra
Il Dipartimento della Difesa Usa ha stimato che i costi della guerra nel
Golfo siano stati pari a 61 miliardi di dollari; tuttavia altre fonti
hanno detto che quel numero potrebbe essere più alto, fino a 71
miliardi.
L’operazione fu finanziata con i 53 miliardi di dollari offerti dai
Paesi dell’Alleanza, molti dei quali provenienti dalle casse del
Kuwait, dell’Arabia Saudita e da altri stati del Golfo (36 miliardi),
dalla Germania e Giappone (16 miliardi di dollari). Alcuni Paesi, come
l’Arabia Saudita, contribuirono allo sforzo offrendo servizi alle
forze in campo (tipo trasporti e vettovaglie).
3 febbraio 2003
La
guerra in Iraq potrebbe costare 200
Miliardi di dollari
Una cifra quattro volte a
quella della guerra del Golfo e pari a 20 volte il costo di "Enduring
freedom".
di Giulia Crivelli – dal Sole
24 Ore
Mentre il presidente
George Bush junior e i suoi consiglieri politici aspettano il via libera dell'Onu,
i consiglieri economici della Casa Bianca fanno i conti su quanto potrebbe
costare la guerra all'Iraq.
Una cifra vicina al 2% del Pil
Un primo calcolo parla di una cifra compresa tra i 100 e i 200 miliardi di
dollari, circa 207 miliardi di euro, cioè tra l'1 e il 2% del prodotto interno
lordo degli Usa, che lo scorso anno è stato di 10 trilioni, spiega oggi il Wall
Street Journal in un articolo di prima pagina.
Secondo Lawrence Lindsey,
capo economista dell'amministrazione Bush (la sua qualifica è quella di capo
del White House National Economic
Council), il costo della guerra, anche nel caso gli Stati Uniti fossero
costretti ad accollarselo da soli, non causerà una recessione all'economia del
Paese.
Ma molto dipenderà dalla durata dell'eventuale conflitto contro Saddam Hussein
e dalla partecipazione alle spese di alleati come la Gran Bretagna.
Quasi quattro volte il costo della Guerra nel Golfo
La Guerra del Golfo del 1991, combattuta da Bush padre, costò 58 miliardi di
euro, pari all'1% del Pil Usa di allora. Ma 48 miliardi furono pagati dagli
alleati, tra i quali spiccava l'Arabia Saudita che invece, in caso di guerra
all'Iraq, potrebbe limitarsi a concedere l'uso di alcuni basi aeree.
Venti volte Enduring Freedom
La guerra in Afghanistan, a partire dall'inizio dell'operazione Enduring Freedom,
il 7 ottobre scorso, è invece costata agli Stati Uniti, sempre secondo le stime
citate dal Wall Street Journal, 10 miliardi di dollari.
Ma da Morgan Stanley arriva un avvertimento: "La guerra porterebbe la
recessione"
Ma non tutti, come era prevedibile, sono d'accordo con le analisi della Casa
Bianca: secondo Stephen Roach, capo economista di Morgan
Stanley, un'eventuale guerra contro l' Iraq avrà come conseguenza che gli
Usa torneranno in recessione. Secondo Roach, intervenuto ad una conferenza
svoltasi oggi a Madrid, in caso di invasione dell' Iraq, si avrà un nuovo
rialzo dei prezzi del petrolio. L' economista ha aggiunto che “per l' economia
americana, già fiacca e caratterizzata da una ripresa lenta, questo tipo di
choc sarà sufficiente a farla precipitare di nuovo in recessione”.
Marcia indietro saudita: sì condizionato all'uso delle basi
In una parziale marcia indietro rispetto a posizioni precedenti, anche l'Arabia
Saudita ha infatti dato ieri la sua disponibilità a far entrare truppe Usa sul
suo territorio qualora l'Onu dovesse approvare un'azione militare contro l'Iraq.
Si è pronunciato in questo senso il ministro degli esteri saudita, principe
Saud al-Faisal in un'intervista alla Cnn. “Se l'Onu decide, attraverso il
Consiglio di Sicurezza, di attuare una politica delle Nazioni Unite, tutti i
paesi che hanno firmato la carta dell'Onu devono aderire”, ha detto il capo
della diplomazia saudita alla rete di Atlanta. Al-Faisal ha d'altra parte messo
in chiaro che il "sì" di Riad è condizionato fortemente al fatto che
l'azione Usa non sia unilaterale. Lo stesso al-Faisal, in dichiarazioni riprese
dal quotidiano arabo di Londra al-Hayat e dal New
York Times in prima pagina, ha invitato Baghdad ad accettare gli ispettori
dell'Onu: “Il tempo stringe e se l'Iraq fa rientrare gli ispettori prima che
l'Onu vari una nuova risoluzione, farà una buona impressione sulla comunità
internazionale”.
16 settembre 2002
INDUSTRIA
E FORZE ARMATE
(LA GUERRA DEL GOLFO 1991)
da FOCUS
Provate a immaginare un deserto: dune di sabbia che si perdono dietro
altre dune, un caldo infernale, rarissime forme di vita. E ora provate
a immaginare lo stesso deserto trasformato in una città abitata da
mezzo milione di persone, che hanno bisogno di vivere, muoversi e
...combattere. Si, combattere, perchè il nostro deserto è l’Arabia
Saudita prima e dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam
Hussein.
La Guerra del Golfo è stato un evento di eccezionale importanza da
molteplici punti di vista. Per tutti noi che lavoriamo nel grande
mondo dell’Azienda quello che è accaduto tra i mesi di agosto del
1990 e 1991 ha però un interesse un po’ speciale, perchè molti dei
problemi che lo stato maggiore delle forze alleate ha dovuto
affrontare sono decisamente simili a quelli che dobbiamo risolvere
tutti i giorni sul lavoro. Con questo numero di Focus on tratteremo un
tema particolarmente vicino a noi: quello della logistica.
Prossimamente vedremo anche l’argomento della motivazione e della
gestione degli uomini.
I rapporti tra industria e forze armate.
La Sears Merchandise Group è una delle maggiori catene statunitensi
che operano nel mondo della Grande Distribuzione. I numeri di
quest’Azienda fanno impallidire quelli dei "colossi"
europei. William "Gus" Pagonis è il Senior Vice President
of Logistics dell’Azienda: è un riporto diretto al vertice ed è
entrato a far parte della Sears (pagato a peso d’oro, rispetto a
quanto guadagnava prima) nella seconda metà degli anni ‘90: poco
dopo la fine della Guerra del Golfo, perchè Pagonis "prima"
era un soldato, che ha terminato la sua carriera come generale a tre
stelle responsabile di tutta la logistica delle forze statunitensi
mobilitate per la Guerra del Golfo.
Gus Pagonis non è un’eccezione: è la norma. Colin Powell (oggi
corteggiatissimo dai Repubblicani) e Norman Schwarzkopf hanno lasciato
le forze armate poco dopo la fine delle operazioni, iniziando una
proficua carriera nel privato. E’ solo la punta di un iceberg: negli
Stati Uniti avere alle spalle una solida carriera militare ti spalanca
le porte dell’Azienda. In Italia invece sono pochissimi i militari
che riescono a trovare alternative alla carriera nelle forze armate. E
i pochi che riescono lo possono fare generalmente solo in industrie
belliche. Attenzione: gli uomini delle nostre forze armate spesso
hanno un livello addestrativo all’altezza di quello dei colleghi
americani. Sbagliamo noi a non facilitare lo scambio tra i due mondi,
o sbagliano gli Americani?
Pianificare, e ancora pianificare
550.000 uomini spostati quasi dall’oggi al domani nell’altro lato
dell’emisfero; 7 milioni di tonnellate di materiali spediti da un
continente all’altro; 122 milioni di pasti caldi serviti in una
regione dove non esistevano ristoranti ...; 32.000 tonnellate di posta
recapitata; 12.575 aerei revisionati: questi sono solo alcuni dei
numeri veramente impressionanti comportati dallo sforzo bellico
statunitense. Come è stato possibile tutto questo?
L’addestramento in tempo di pace è un tema molto importante per
qualsiasi forza armata. Addestrarsi vuol dire cercare di simulare cosa
potrebbe accadere in futuro e studiare come farvi fronte, preparando
la struttura di cui si dispone ad agire conseguentemente. Bene: nel
luglio del 1990 le forze armate americane terminarono una simulazione
su larga scala che prevedeva la reazione a un’invasione irachena del
Kuwait. L’esercitazione (come spesso accade) durò qualche mese e
coinvolse migliaia di uomini. Il 1° agosto del 1990 le forze di
Saddam varcarono il confine con il Kuwait. Gli Americani dovettero
solo ripetere (dal vero) l’esercitazione appena conclusa.
La logistica come attività globale
Da sempre ogni servizio è geloso della propria struttura logistica.
Come potrebbe l’Esercito conoscere (e soddisfare) le esigenze
logistiche dell’Aeronautica? Come potrebbe un Marinaio organizzare
l’assistenza tecnica ai mezzi terrestri dei Marines?
"Stormy" Norman Schwarzkopf la pensava però diversamente: e
per la prima volta nella storia militare statunitense tutte le attività
di tipo logistico necessarie per sostenere uno sforzo bellico non
simulato sono state concentrate in una sola struttura. I risultati
della decisione sono stati decisamente positivi. Non esiste un modello
teorico valido in astratto (centralizzare il supporto logistico è
meglio che decentralizzare?). Esiste però una dote vincente:
"leggere" le esigenze del presente e cercare la migliore
soluzione organizzativa. Avere la forza di trovare nuove soluzioni, di
andare contro la tradizione, se sembra giusto farlo. Solo chi sa
rischiare in questo modo riesce a vincere scommesse ambiziose.
Make or
buy?
La dottrina militare statunitense prevede che in caso di
operazioni condotte su territori di Stati esteri si deve cercare di
acquistare da fornitori locali la maggior parte dei servizi
disponibili in loco. Questa regola è stata seguita anche durante la
Guerra del Golfo. Per esempio, tirando le somme alla fine delle
operazioni ci si è resi conto che senza la capacità di trasporto
messa a disposizione da operatori privati sauditi sarebbe stato quasi
impossibile trasportare uomini e mezzi fin sulla linea del fronte e
alimentare lo sforzo bellico rendendo disponibili i
"carburanti" necessari. Per esempio, uno degli obiettivi
fondamentali che si era dato Gus Pagonis era riuscire a servire pasti
caldi anche agli uomini schierati nei più lontani avamposti in mezzo
al deserto: pasti caldi annaffiati da Coca Cola ghiacciata e che
terminavano con gelati di vario gusto. C’è riuscito e lo stesso
Schwarzkopf ha affermato che uno dei principali fattori di successo
dell’operazione è stato il morale delle truppe, tenuto alto anche
grazie a queste cure. Il servizio incaricato di contattare i fornitori
locali, contrattare le condizioni d’acquisto di tutti i servizi e
coordinarne l’erogazione è stato la logistica.
La Bosnia vendeva armi all’Iraq?
(18/09/2002) Dopo una nota verbale rivolta
dall’Ambasciata USA a Sarajevo al Ministero degli Esteri bosniaco la
Presidenza Tripartita della BiH
ha richiesto al Governo della RS di avviare un’immediata inchiesta su
di una presunta vendita di armi all’Iraq. Lo ha per primo reso noto il
quotidiano Nezavisne
Novine.
Il Ministero della Difesa della RS, accogliendo la richiesta, ha formato
una Commissione d’inchiesta che agli inizi di questa settimana ha poi
reso noto agli organismi competenti le informazioni raccolte.
Secondo quanto affermato dalle autorità statunitensi vi sarebbero
prove, della cui esistenza ha dato poi conferma anche Jozo Krizanovic,
membro della Presidenza bosniaca, che in pieno embargo alcune compagnie
avrebbero venduto all’Iraq componenti di armi.
Tra queste vi sarebbe la ditta “Orao” con sede a Bijelina. Se i
fatti venissero dimostrati la BiH avrebbe contravvenuto le Risoluzioni
661, 687 e 1409 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Secondo l’Ambasciata americana dalla Republika Srpska non solo
sarebbero partite componenti di armamenti ma sarebbero anche state
fornite consulenze tecniche in campo militare.
“A prescindere da come si risolverà questa vicenda come Presidenza
Tripartita abbiamo già deciso di promuovere al più presto una legge
che regolamenti la produzione ed il commercio di armi. Siamo testimoni
del fatto che in entrambe le Entità ci si sia comportati da
irresponsabili a questo proposito in questi anni” ha dichiarato
Krizanovic che ha poi chiarito che “il Presidente della RS Sarovic
ha compreso bene la questione e si è dimostrato molto cooperativo”.
Lo stesso Sarovic la scorsa settimana aveva dichiarato a proposito della
vicenda che “siamo del tutto consapevoli dell’accusa che ci viene
rivolta. Voglio render chiara la nostra intenzione nel rispettare la
Risoluzione 687 delle Nazioni Unite e proprio per questo abbiamo
promosso in modo rapido questa commissione d’inchiesta”.
La Commissione, della quale faceva parte lo stesso Ministro della Difesa
della RS, ha poi reso noti i risultati della propria inchiesta
all’inizio di questa settimana ed ha smentito le accuse rivolte dagli
statunitensi. “Nessuna impresa della RS ha avuto contatti di lavoro
con l’Iraq” si afferma “L’Orao lavora con l'estero ma i suoi
contatti sono esclusivamente limitati al mercato della Repubblica
Federale Jugoslava”. La Commissione non ha però indagato sulla
possibilità che dalla FRJ le componenti prodotte in Bosnia potessero
venir direzionate verso Paesi
terzi.
Cosa che, tra l’altro, non hanno smentito gli stessi dirigenti della
Orao. “Siamo estranei alla vicenda” avevano dichiarato
all’indomani delle accuse mosse dall’Ambasciata USA, ma non possiamo
escludere che le componenti da noi prodotte, utilizzate in prevalenza
per la costruzione di motori di veivoli civili, una volta trasportate in
Serbia siano state poi rivendute a Paesi terzi”. I dirigenti della
compagnia di Bijelina hanno poi chiarito che “la Orao ha collaborato
con l’Iraq sino al 1989. Al tempo Iraq e Jugoslavia avevano buoni
rapporti. I nostri ultimi contatti risalgono al 1997 ed erano dovuti al
tentativo di riscuotere crediti che vantavamo da prima della guerra”.
Intanto la Presidenza Tripartita si è mossa per mettere ordine nella
materia. “La decisione di sottoporre ad agenzie statali il controllo
del commercio delle armi rappresenta un segnale positivo nella direzione
del controllo civile delle forze militari” ha dichiarato Beriz Belkic,
uno dei tre membri della Presidenza. Secondo la decisione della
Presidenza citata da Belkic tutto l’import e l’export di armi
dovrebbe essere sottoposto a previa autorizzazione da parte del
Consiglio dei Ministri.
Belkic ha anche sottolineato come nella nota sottoposta alle autorità
bosniache da parte del rappresentante del Governo americano emergeva
chiaramente come le indagini condotte fossero solo a livello preliminare
e non certo definitive. “Azioni disciplinari verranno comunque
intraprese nei confronti di alcuni dirigenti della Orao. Per ora non in
merito alla vendita di armi all’Iraq, ancora da dimostrare, ma in
merito alla mancata notifica al Ministero della Difesa della RS della
firma di alcuni contratti”.
Belkic ha anche reso noto che è intenzione della Presidenza tener
costantemente informati OHR,
Missione ONU e Ambasciata USA sull’andamento delle indagini.
Fonte: © Osservatorio
sui Balcani
Inchiesta (3) C'era
un tempo che i leader Usa e iracheni posavano insieme
sorridendo, brindando e scambiandosi strette di mano, sorrisi,
documenti e...
Quando
Donald Rumsfield e Saddam Hussein erano grandi amici
Gli Stati Uniti si legarono all'Iraq fin dal 1983, come non
smette di ricordare la televisione irachena continuando a
trasmettere come un tormentone lo "storico" incontro
di quel 10 dicembre di diciannove anni fa tra Donald Rumsfield
(attuale capo dei "falchi" della Casa Bianca) e Saddam
Hussein, terminato, come ogni summit ufficiale che si rispetti,
con strette di mano, brindisi, documenti di cooperazione tra i
due paesi e una bella posa per i fotografi.
Quell'incontro fu unanimamente considerato molto importante
dall'amministrazione americana, sempre tormentata dall'incubo
Iran ed i suoi Ayatollah.
Da quella data dell'incontro e per i cinque anni successivi la
Casa Bianca non si limitò a fornire supporto strategico e
militare a Baghdad, ma anche una dettagliata miscela di
aggressivi chimici e forniture di interi laboratori di cultura
per sperimentare e produrre armi batteriologiche. Ora siamo in
grado di conoscere con assoluta precisone la lista delle
sostanze chimiche che i servizi di sicurezza Usa inviarono in
Iraq.
Le armi batteriologiche. Christopher Dickey e
Evan Thomas sono due giornalisti americani di Newsweek,
due reporter di talento, che sono riusciti nell'impresa,
tutt'altro che facile, di scovare i documenti segreti che
provano quali sostanze chimiche, e persino i loro antagonisti,
sono state trasportate in Iraq.
Batteri, funghi e protozoi "coltivati" nei laboratori
militari Usa furono destinati all'IAEC (Iraq Atomic Energy
Commission). Le culture di questi "prodotti" servivano
per realizzare armi batteriologiche compreso l'Antrace. Il
Dipartimento di Stato Usa, con funzione di fornitore,
aggiunge al carico anche un milione e mezzo di
"iniettori di atropina", con effetto antagonista, per
un eventuale contagio.
Per usare le armi chimiche servivano degli elicotteri
appositamente configurati: arrivarono in buon numero anche loro
per far contento l'amico e alleato Saddam, impegnato nella
guerra contro gli odiati (dagli americani) iraniani.
Ma ben presto i generali di Baghdad decisero di far cambiare
rotta agli elicotteri e li spedirono nel nord dell'Iraq, a
"gasare" le popolazioni curde provocando autentiche
stragi di civili che inorridirono il mondo. Correva l'anno 1988
e le piogge di "Iprite", "Sarin", "Tabun"
e "Vx" non potevano più passare inosservate con
migliaia di civili innocenti che morivano tra atroci sofferenze.
Il Presidente Ronald Reagan e l'intero staff della Casa Bianca,
davanti al Congresso incolparono l'Iran, poi sotto la pressione
dell'opinione pubblica interna, dei dubbi che iniziavano ad
affiorare sulla stampa, dell'insistenza con la quale i
democratici chiedevano chiarimenti e spiegazioni, furono
costretti ad ammettere che la responsabilità era tutta di
Saddam Hussein.
Nel frattempo l'Iraq vinceva la guerra contro Teheran (al prezzo
di un milione di morti complessivi tra le due parti) e se ne
attribuiva pubblicamente tutti i meriti.
Pur storcendo il naso davanti ai metodi di Saddam, la Casa
Bianca gli riconobbe (altrettanto pubblicamente) il ruolo di
"gendarme" della turbolenta regione, accreditando il
Rais come Capo di Stato fidato e fedele.
Erano anni nei quali i manager delle multinazionali
facevano la fila davanti alla porta di Saddam Hussein con la
speranza di aggiudicarsi commesse nelle grandi opere civili
nell'Iraq del dopo guerra.
Un uomo politico di prestigio e di esperienza come il senatore
Usa Bob Dole venne ricevuto in qualità di capo di una
delegazione ufficiale del Congresso americano che aveva come
obiettivo quello di accaparrarsi i migliori affari per le
aziende e le industrie Usa.
Ma il massimo della considerazione degli americani per Saddam
Hussein coincide con la svolta cruciale che il Rais decide di
imprimere nei rapporti con i suoi alleati e protettori
americani.
La svolta di Saddam
Armato fino ai denti dai servizi di sicurezza
americani, consapevole che le culture nei laboratori per le armi
batteriologiche e chimiche proseguivano come in una catena di
montaggio, alla ricerca di uranio arricchitto per il programma
nucleare in fase avanzata di sviluppo, Saddam Hussein decide di
non rispettare gli accordi segreti stipulati con la Casa Bianca
dopo la vittoria sull'Iran di Khomeini.
Realizza stabilimenti e nuovi siti dove stoccare le armi in gran
segreto e soprattutto all'insaputa degli americani, inizia a
guardarsi intorno nella regione del Golfo Persico certo come è
che nessuno può (militarmente) resistergli. Sicuro che gli Usa
lo sosterranno comunque, dopo che il Presidente Ronald Reagan
(scampato il pericolo iraniano) lo ha promosso sul campo
come alleato numero uno.
In breve il Dipartimento di Stato perde completamente il
controllo di Saddam Hussein e non riesce più a venire a capo di
quella montagna di armamenti convenzionali e di distruzione di
massa che ormai Baghdad ha fatto propri.
Mentre le riunioni al Pentagono e alla Casa Bianca si susseguono
frenetiche, i soldati iracheni giungono a Kuwait City. E'
il 2 agosto 1990, Saddam Hussein non risponde più agli ordini
dei suoi "creatori".
Tutti gli istituti di studi politici e militari americani
concordano in un punto: Saddam Hussein è stato troppo avido.
Se si fosse "limitato", nell'invasaione del Kuwait, ad
arrivare a ridosso della capitale senza entrarvi, se per esempio
le truppe irachene si fossero attestate nell'area di Mutla Ridge,
senza infliggere l'umiliazione al piccolo emirato della caduta
di Kuwait City, Saddam Hussein sarebbe ancora lì.
"Desert Storm"
La notte tra il 16 ed il 17 gennaio 1991 le truppe
americane bombardano Bagdad: è iniziata la guerra della
"Grande Coalizione" contro il "Grande
Satana".
"Desert Storm" terminerà 40 giorni dopo, il 28
febbraio 1991, senza che neppure un soldato delle truppe di
terra entri a Bagdad.
La cantonata
La Casa Bianca ed il Pentagono, all'alba di quel 28
febbraio, sono assolutamente sicuri che la capitolazione di
Saddam Hussein sia questione di ore: con un esercito umiliato,
una ritirata nel deserto con la resa di migliaia di uomini
(sotto l'occhio delle telecamere della Cnn).
La perdita di prestigio e di autorità avrebbe condannato il
Rais a lasciare il potere nelle mani di una nuova classe
dirigente, sotto la spinta di una opinione pubblica infuriata ed
impoverita dalla sconfitta.
Una nuova classe dirigente con la quale trattare in posizione di
forza per far rientrare negli arsenali Usa l'enorme quantità di
armi batteriologiche e chimiche che l'Iraq ha a disposizione e
interrompere il programma nucleare che stava tanto a cuore a
Saddam. Questioni, queste, che ora gli Usa considerano una
autentica bomba ad orologeria pronta ad esplodere in una delle
regioni più instabili del pianeta.
L'analisi dei funzionari del potere politico e militare
americano si rivelò clamorosamente sbagliata. Una autentica
cantonata.
Nonostante l'embargo deciso dalle Nazioni Unite e dal governo
americano che hanno fatto in pochi anni precipitare l'Iraq in
una condizione di spaventosa indigenza Saddam Hussein è rimasto
a Baghdad, ben saldo al comando, fedele custode degli accordi
segreti con la Casa Bianca, delle clausole segretissime che
regolavano le forniture d'armi.
Mentre gli Usa rimangono alle prese con il problema degli
ispettori dell'Unscom, indecisi se augurarsi che il nuovo team
dei "cacciatori d'armi" messo in piedi in tutta fretta
durante gli incontri Vienna delle scorse settimane trovi
effettivamente i laboratori per la preparazione degli aggressivi
chimici e batteriologici targati "Usa, 1983/1988" e
dover così rendere pubblici tutti gli accordi
"sporchi" intercorsi con l'ex alleato numero uno. O
che tutto si risolva in un altro viaggio a vuoto degli ispettori
e poter così cogliere al volo l'opportunità di tornare in Iraq
con le armi spianate (e stavolta ben strette tra le mani) per
andarsi a riprendere ciò che è loro. Compreso il "Grande
Satana".
Miscellanea relativa al fatto che il fedele alleato USA, Saddam Hussein, ancora 8 giorni prima dell'invasione del Kuwait del 1990, informò della cosa l'ambasciatrice USA a Bagdad, April Glaspie, che non ebbe nulla da obiettare riconoscendo il diritto di Saddam di rispondere ad atti di aggressione economica da parte del Kuwait
In
un articolo del 22 di Settembre 1990 del New York Times l'ambasciatrice
americana April Glaspie disse le cose seguenti: " Non esprimiamo
alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra
disputa sulla linea di confine con il Kuwait. Capiamo che dal punto di
vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait
sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro
l'Iraq."
http://www.zaratustra.it/page7.html
Secondo la versione ufficiale bin
Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della
Guerra nel Golfo.
Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l'Iraq
è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.
Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L'Arabia Saudita era, ed
è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e
fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla "famiglia
reale" Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L'Iraq, al
contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.
Bin Laden passò gli anni '80 combattendo un governo secolare (sorretto
da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia
Saudita, dove:
"In seguito all'invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla
famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile
all'interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani
della guerra Afgana con lo scopo di combattere l'Iraq". (dal
"Pittsburgh Post-Gazette", Domenica 23 Settembre 2001,
Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la Guerra Santa
contro i Sovietici si ritorse contro l'America", di Ahmed Rashid)
Ma per quale ragione Osama voleva "creare una forza di reazione …
con lo scopo di combattere l'Iraq"?
Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione
di attaccare l'Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il
petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia
ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione
vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine
ritagliata dall'Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif
)
Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale.
Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l'Iraq fosse in
realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente
invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non
sarebbero intervenuti.
Il 22 di Settembre 1990, il "New York Times" ha pubblicato
quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione
tra Saddam Hussein e l'Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa
conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l'inizio dei
combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non
appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel
corso di tale conversazione l'Ambasciatrice afferma che
l'amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non
desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio
l'Ambasciatrice Glaspie afferma:
" …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi,
come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait …
capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati
Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una
aggressione militare contro l'Iraq." (New York Times, 22 Settembre
1990)
È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità
Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre
l'Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in
questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui
esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente.
Per queste due semplici ragioni l'idea che l'Iraq abbia mai pensato di
attaccare l'Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.
Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla
"famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile
all'interno del regno"? O di "creare una forza di reazione tra
i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l'Iraq".
Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.
Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così
provocatoria?
Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l'Iraq
poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse
lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di
tensione tra l'Iraq e l'Arabia Saudita, o magari addirittura di
provocare l'Iraq in un attacco preventivo contro l'Arabia Saudita per
dare quindi una scusa agli USA per attaccare l'Iraq.
Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso
dall'idea di dover combattere contro l'Iraq. Per quale ragione dunque,
ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così
tanto?
La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di
un'alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una
dissacrazione dell'Arabia Saudita.
Questo è un po' troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta
collaborazione con l'esercito Americano - la CIA per essere precisi -
come rappresentante della "famiglia reale" Saudita in
Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente
forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe
Sovietiche.
Non stiamo parlando di un idealista, di un sant'uomo. Lui e la sua
famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in
Afghanistan. (Vedasi più avanti)
Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia
quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva
fatto come rappresentante del medesimo governo?
La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l'ingresso di
decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di
tale conflitto: questa massiccia invasione d'infedeli avrebbe dissacrato
il sacro suolo Saudita.
Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la "famiglia
reale" Saudita e gli USA.
Padre
Jean-Marie Benjamin inizia il suo lungo viaggio nel
1997, quando attraversa la terra di Abramo con
l’intento di girare un documentario dal titolo
“Iraq: genesi del tempo”. Da questo momento la sua
vita, la sua lotta, la sua battaglia si legherà in modo
indissolubile con la tenacità del Popolo iracheno, la
stessa tenacità che porterà padre Benjamin a lottare
con tutte le sue forze contro il “delirio di
onnipotenza” di Bush senior, il serpente.
Iraq, trincea d’Eurasia ripercorre le vicende e la
situazione politico-sociale creatasi con l'embargo
criminale, nonché i retroscena della guerra di
diffamazione perpetrata ai danni della Repubblica
dell'Iraq. Il testo ha, altresi', il merito di spiegare
ai Lettori in maniera 'chiara' il ruolo esercitato dal
petrolio nello scenario politico internazionale, nelle
guerre e, in particolare nelle vicende mediorientali.
A questo
proposito, le considerazioni di Padre Benjamin, in merito
all’interesse occidentale nei riguardi dell’Iraq, sono molto
lucide e importanti e meritano di essere riportate: “La storia
dell’interesse occidentale verso quell’area inizia intorno
al 1909, in Iran. La Gran Bretagna, ed in misura minore la
Francia, si accaparrano il petrolio iracheno all’indomani
della Prima guerra mondiale, appropriandosi direttamente ed
interamente di alcune aree geografiche che erano state
dell’Impero ottomano. In seguito gli Stati Uniti riuscirono
quasi a monopolizzare tutto il petrolio della regione. Ci sono
tuttavia delle date importanti da ricordare, a testimonianza
dell’orgoglio nazionale sia degli iraniani che degli iracheni:
il 1950, quando Mossadeq tenta la nazionalizzazione [e per
questo viene rovesciato della CIA], in Iran, della Anglo-Iranian
Oil Compact, e il 1969 con l’inizio del programma di
nazionalizzazione attuato dal governo di Baghdad, guidato dal
Partito Socialista della Rinascita (Ba’ath). Nel 1975, [a
quattro anni di distanza dalla 'leggendaria' Rivoluzione di
luglio e tre anni dopo il Trattato di amicizia con l’URSS],
l’Iraq riuscirà nel suo intento: riportare al popolo iracheno
tutta la ricchezza petrolifera del sottosuolo. In quello stesso
periodo il governo iracheno tentava di coinvolgere anche gli
altri Paesi arabi in una politica di nazionalizzazione delle
fonti petrolifere nel quadro del nazionalismo pan-arabo.
L’Iraq, in pochi anni, grazie ai proventi del petrolio,
riusci' a crescere tecnologicamente e industrialmente, tanto da
diventare una delle più avanzate dell’intera area, sia dal
punto di vista sociale che tecnologico ed economico. (…) Tutto
questo è stato reso possibile proprio dal “regime” di [Sua
Eccellenza] Saddam Hussein, da ’79 al ’90, cioè fino
all’entrata [la ri-annessione] nel Kuwait.”
Un altro punto centrale che padre Benjamin ha il merito di
analizzare e focalizzare nella 'giusta' dimensione è quello
concernente la questione del Kuwait: "Il Kuwait era
iracheno, era la diciannovesima provincia, della al-Kadhima. Nel
1963, l’Iraq ha riconosciuto, tuttavia, la sovranità e
l’indipendenza del Kuwait". Dunque, continua Padre
Benjamin, "la questione dell’invasione [ri-annessione]
non è ovviamente da mettere in relazione ad una questione di
frontiere tra Nazioni sovrane, perché in questo caso ci
troviamo in presenza di false “frontiere”, che, in quando
imposte dalle potenze coloniali, obbediscono agli interessi
geopolitici e geoeconomici non dei popoli che vi risiedono,
bensi' dei governi coloniali, distanti migliaia di chilometri.
L’indipendenza del Kuwait, proclamata nel 1961, rappresenta in
effetti una vera e propria amputazioni del territorio iracheno e
la privazioni del suo naturale sbocco al mare".
"[La cosiddetta] invasione [annessione] del ’90 […] è il risultato di una trappola in cui [il Presidente] Saddam Hussein è caduto. La motivazione della cosiddetta invasione [annessione] è dovuta al petrolio del campo di Rumaylah. Secondo gli iracheni, la monarchia kuwaitiana si era resa colpevole della sottrazione di petrolio iracheno. Il Kuwait, come poi è risultato, aveva infatti installato un impianto petrolifero che estraeva petrolio dal giacimento iracheno di Rumaylah. Cio' è stato denunciato formalmente, in una lettera [disponibile presso l'archivio dell'Associazione Italia-Iraq] al segretario generale e a quello della Lega Araba, dall’allora Ministro degli Esteri iracheno, Tareq ‘Aziz. La lettera, del 15 luglio 1990, denunciava, oltre al furto di petrolio durato per dieci anni (dal 1980 al 1990, il Kuwait avrebbe ricavato oltre 2 milioni di dollari), un piano di corrosione del territorio iracheno messo in atto dal Kuwait, mediante infrastrutture petrolifere e attività di sfruttamento agricolo, nonché – con la complicità degli Emirati Arabi Uniti – la sovrapproduzione di petrolio, in dispregio delle quote fissate dall’Opec. L’eccedenza di petrolio aveva creato seri problemi al mercato internazionale, facendo crollare drasticamente il prezzo dell’oro nero. L’Iraq aveva vissuto tutto cio' come un vero e proprio complotto ai propri danni: in particolare l’operazione kuwaitiana in quanto antieconomica per lo stesso Kuwait era particolarmente sospetta e sembrava eterodiretta, o comunque sembrava far parte di un piano prestabilito. (…) Nel frattempo il governo iracheno mobilitava le forze armate alle frontiere con il Kuwait e convocava l’ambasciatore americano, signora Glaspie [anche il testo del colloquio, avvenuto a Baghdad il 25 aprile 1990, fra il Presidente Saddam Hussein e April Glaspie è disponibile presso il nostro archivio]. L’incontro con la signora Glaspie, nonché le dichiarazioni del Segretario di Stato Aggiunto americano per il Vicino Oriente, John Kelly, sembravano incoraggiare [il Presidente] Saddam Hussein nelle rivendicazioni verso il Kuwait, e comunque facevano intendere che gli Usa sarebbero rimasti neutrali tra i due contendenti. Bush senior pero' già preparava le sue truppe".
L'Iraq non ha attaccato alcun paese da più di dodici anni. E appena otto giorni prima dell'invasione del Kuwait il 2 agosto 1990, l'inviata USA a Baghdad mostrò ciò che apparve un nulla osta all'invasione, quando si incontrò con Saddam Hussein. Una trascrizione irachena dell'incontro cita l'ambasciatrice April Glaspie: "Non abbiamo opinioni riguardo i vostri conflitti inter-arabi come il vostro conflitto con il Kuwait. Il segretario (di stato) Baker mi ha dato direttiva di evidenziare che il Kuwait non è socio dell'America"
Preparativi
per la guerra in Iraq
di Antonio Moscato
Molti candidati ai Premi Oscar per la menzogna
SEMINANDO
TEMPESTA:
Israele, America e la guerra imminente
Roni Ben Efrat
(da "Challenge A magazine covering the israeli-palestinian conflict)