Kissinger, il
grande mestatore
tratto da www.nexusitalia.com
da Rinascita del 22 novembre 2001
I guerrafondai? Tutti simpatizzanti dei talebani: così un'analisi dell'Executive Intelligence Review. L'ex segretario di Stato USA Henry Kissinger, autonominatosi portabandiera della guerra mondiale al terrorismo, è un truffatore. Il 31 ottobre ha tenuto un discorso al Center for Policy Studies, il pensatoio londinese della Mont Pelerin Society, dichiarando che la salvaguardia "dell'ordine mondiale" può essere garantita soltanto con la completa distruzione del regime talebano e della rete terroristica Al Qaeda di Osama Bin Laden.
Kissinger ha elogiato la "special relationship" tra Inghilterra e Stati Uniti di cui si fa promotore il governo di Tony Blair ed ha aggiunto : "La guerra in Afghanistan dev'essere vista come un attacco al più evidente protettore del terrorismo e contro il suo rappresentante più simbolico, Bin Laden". Secondo Kissinger "non si può accettare un risultato ambiguo: il governo talebano dev'essere eliminato e la rete di Bin Laden dev'essere distrutta senza mezzi termini ... Perché se restano ancora in giro, i talebani diventeranno un emblema del fatto che è possibile resistere alla più forte delle nazioni ed ai suoi alleati ... Ciò avrebbe un effetto pericoloso su tutti". Kissinger ha minacciato quelle nazioni che fanno "il minimo ritenuto opportuno" contro l'Afghanistan, come la Siria e l'Iran, dicendo che arriverà il momento in cui "i paesi saranno obbligati a scegliere tra la loro permanenza nella coalizione o impegnarsi in operazioni di sostegno al terrorismo".
Nella realtà dei fatti, fino solo a qualche tempo fa Kissinger è stato uno dei principali apologeti e sostenitori del regime talebano insieme ad Arnaud de Borchgrave, il direttore del Washington Times del rev. Sun Myung Moon e della United Press International (UPI), oggi anch'egli impegnato a caldeggiare l'obliterazione di Bin Laden e dei tabelani.
È dimostrato che i collegamenti tra ambienti di potere negli USA e Bin Laden non cessarono all'epoca dei ritiro dell'Unione Sovietica dall'Afghanistan nel 1989, ma che la sponsorizzazione di fatto dei talebani è continuata fino all'estate del 2001.
Kissinger si è attivamente adoperato a far sì che il regime talebano non finisse sulla lista ufficiale degli sponsor del terrorismo, come riferisce anche il Washington Post del 5 novembre in un articolo di prima pagina, firmato da Mary Pat Plaherty, David Ottaway e James Grimaldi, intitolato "Come l'Afghanistan si è sottratto alla lista degli sponsor del terrorismo".
Per salvaguardare gli interessi della Unocal, che lo aveva ingaggiato come consulente, Kissinger si sarebbe rivolto al Dipartimento di Stato per chiedere che non fossero imposte sanzioni contro l'Afghanistan, dove la Unocal aveva deciso di costruire un oleodotto, proveniente dall'Asia Centrale, che doveva attraversare I'intero paese. "Per assicurarsi i necessari finanziamenti di enti come la Banca Mondiale, la Unocal aveva bisogno del riconoscimento formale del Dipartimento di Stato al governo talebano in Afghanistan. La Unocal ingaggiò gente di casa al Dipartirmento di Stato: l'ex segretario di Stato Henry Kissinger, l'ex ambasciatore speciale John J. Maresca e l'ex ambasciatore in Pakistan Robert Oakley", dice tra l'aItro l'articolo del Washington Post.
Il 12 febbraio 1998 Maresca, in veste di vice presidente dei rapporti internazionali della Unocal,testimoniò alla Sottocommissione Asia e Pacifico del Congresso USA caldeggiando la costruzione dell'oleodotto afgano, che avrebbe tagliato fuori la Russia e l'Iran dall'importante mercato del petrolio e del gas dell'Asia Centrale. Maresca notò che un oleodotto in Iran era fuori discussione a motivo delle sanzioni USA vigenti, per cui "l'unica opzione che resta è l'oleodotto che attraversa l'Afghanistan". Disse anche che l'Unocal "non favorisce nessun gruppo" tra le fazioni rivali afgane, ma desidera che gli USA sostengano i talebani riconoscendone il governo. Qualche giorno prima di tale testimonianza la Unocal aveva invitato a Washington una delegazione talebana per incontrare parlamentari ed esponenti del governo.
Il caso di Borchgrave é ancora più palese. Nel giugno 2001 lui era a Kandahar in Afghanistan, per intervistare il capo talebano Mohammed Omar Akhund. L'intervista, diffusa dalla UPI il 14 giugno, elogiava il leader talebano presentandolo come un eroe rimasto ferito ben cinque volte nella guerra contro l'aggressore sovietico. De Borchgrave presentava Omar come colui che si stava seriamente occupando di mettere Bin Laden sotto controllo, esprimendo rammarico per la mancata collaborazione degli USA che non trasmettevano le prove richieste a carico di Bin Laden, affinché potesse essere processato da un tribunale afgano.
Dopo l'11 settembre però, Kissinger e de Borchgrave e altri "amici" dei talebani sono diventati i più accesi sostenitori delle operazioni militari in Afghanistan. Il 23 settembre l'UPI ha denunciato l'intero clero islamico pakistano come sostenitore del terrorismo talebano.
Nel discorso di Londra, Kissinger si è dimostrato un portavoce di quegli "ambienti canaglia" che si sono alleati all'Inghilterra per condurre gli USA in uno scontro di civiltà. "Non parlo solo per conto dell'amministrazione Bush", ha infatti detto Kissinger ai suoi 800 ascoltatori, prima di passare a spiegare la sua tesi di fondo secondo cui la pace con l'lslam è impossibile. C'è una differenza fondamentale "che forse soltanto l'Inghilterra e l'America" riescono a capire ha detto Kissinger. Ha poi detto che l'11 settembre ha risvegliato gli americani dall'indifferenza forse di più di quanto non avvenne con Pearl Harbor. "Fino a quel momento il pubblico americano si sarebbe meravigliato a sentir dire che tra gli Stati Uniti e l'Islam vi sono differenze fondamentali ... che potesse esistere qualcosa come la guerra tra le civiltà".
Dopo aver ammesso la sua "impazienza", di fronte alla lentezza delle operazioni militari, Kissinger ha aggiunto che "se la vittoria in Afghanistan è l'unico scopo ... finiremo per scoprire che il terrorismo tornerà a colpire". Invece, la presa di posizione di un paese di fronte al terrorismo costituirà il modo in cui "ridefinire il sistema internazionale". Ha detto anche che la politica dell'amministrazione Bush essenzialmente concede ai gruppi palestinesi "di circolare liberamente".
Oggi Kissinger è un esponente del Defence Policy Board, organismo di consulenza del Pentagono, in cui è stato ammesso dal presidente dell'organismo Richard Perle. Perle a sua volta appartiene alla cosiddetta "cabala di Wolfowitz" composta dai personaggi più impegnati a trasformare la "guerra al terrorismo" nella terza guerra mondiale. Kissinger e Perle caldeggiano l'espansione delle operazioni della "coalizione anti-terrorismo" per estendere simultaneamente le ostilità contro diversi paesi islamici, a cominciare dall'Irak. Sia Perle che Kissinger figurano ai vertici dell'impero massmediale Hollinger Corp, un ente spionistico di fatto, con centro a Londra che pubblica tra l'altro il Daily Telegraph e Jerusalem Post, ed è presieduto dal canadese Konrad Black. Il Telegraph, insieme alle pubblicazioni di Moon, è il portabandiera della propaganda di guerra sui mass media.
PER CHE COSA SI COMBATTE IN AFGHANISTAN?
di Pierre Gringoire
L’Occidente in Afghanistan non era più così largamente presente dalla spedizione di Alessandro Magno. La parentesi inglese di fine Ottocento non è certo comparabile con l’attuale impegno politico-militare di Enduring Freedom. Può essere utile, nel momento in cui anche un migliaio di Alpini italiani si preparano ad affrontare operazioni militari in quel lontano paese, riflettere su questo fatto.
L’Afghanistan, per quanto distante e sottosviluppato, non è un posto qualunque. E non basta a spiegare la novità di quanto sta accadendo il fatto che di lì debbano passare le nuove pipelines petrolifere progettate dalla Unocal americana. Una visione strategica imperniata solo sugli interessi petroliferi americani nella regione, per quanto determinanti, è certamente riduttiva.
Il fatto più serio è che, per la prima volta nella storia mondiale, l’Occidente anglosassone si va installando nell’area che da sud-est degli Urali si estende a sud fino all’Iran e all’Oceano Indiano: un’area descritta già nel lontano 1904 dal geopolitico inglese sir Halford Mackinder come lo Hearthland o la Pivot Area, “zona cardine” ai fini del controllo anzitutto del blocco continentale terrestre euro-asiatico e poi anche del resto del mondo – soprattutto per quella potenza che, come oggi avviene per gli Usa, detenesse il controllo mondiale degli Oceani.
Non possiamo infatti dimenticare che le operazioni in Afghanistan seguono il consolidarsi di rapporti politico-militari diretti fra gli Stati Uniti d’America e le repubbliche musulmane a nord dell’Afghanistan stesso, che, dopo la fine dell’URSS, si aggiungono a quelli, seppur spesso difficili, con il Pakistan. Ora gli Usa occupano le basi ex sovietiche di Sherabad e Sherisq in Uzbekistan, di Manas in Kirghizistan, oltre alla base area presso Baku in Azerbaigian.
La Pivot Area ha visto dunque negli ultimi anni, ben prima dei fatti dell’11 settembre, svilupparsi una penetrazione diretta da parte statunitense.
Questa situazione appare ancora più determinante per il futuro perché oggi quest’area, diversamente da come poteva apparire a Mackinder nei primi anni del XX secolo, è anche punto di incontro degli interessi strategici di Russia, Cina ed India – cioè di quei “centri principali di potere globale” come li definisce Bush nel recentissimo documento ufficiale della Casa Bianca (The National Security Strategy of the USA, the White House, settembre 2002, documento scaricabile dal sito http://www.whitehouse.gov/nsc/nss.html), ancora in grado di competere, almeno a livello regionale, con gli Stati Uniti.
Tutte e tre queste potenze però, a diversi gradi di intensità e di complessità, attraversano momenti critici: perso da un decennio il ruolo di competitore ideologico mondiale del sistema capitalistico, dissoltasi la sua area di influenza e controllo nell’Est europeo, la Russia permane in una condizione di crisi sia sul piano politico-economico (negli ultimi dieci anni il PIL russo si è dimezzato) che della sua sicurezza, minacciata proprio dall’elemento islamico radicato sia nelle aree ad est del Mar Caspio che nell’area petrolifera caucasica (conflitto in Cecenia).
La Cina, per quanto abbia sicuramente superato meglio della Russia la transizione post-comunista, dovrà misurarsi nei prossimi anni con le conseguenze socio-politiche del proprio stesso forte sviluppo economico e del nuovo più alto profilo come potenza con aspirazioni egemoniche in Asia.
L’India, dilaniata dal confronto storico fra musulmani e induisti, in bilico fra sviluppo e crisi sociale conseguente ai processi di globalizzazione, rimane stretta fra le contemporanee tensioni territoriali, religiose e politiche con Cina e Pakistan.
Per tutte e tre queste potenze – la diretta presenza angloamericana nel cuore del mondo asiatico, al centro del pericoloso incrocio dei loro confini, rappresenta un elemento inedito e per molti versi preoccupante, in grado di destabilizzare equilibri che hanno faticosamente e non sempre pacificamente resistito a mezzo secolo di dopoguerra.
Come se non bastasse, questo crocevia centro asiatico di potenze globali è anche il crocevia delle aree religiose mondiali cristiano-orientale, islamico, induista e confuciano ed è anche il più potente punto di concentrazione mondiale di armamenti nucleari, di cui sono dotati sia la Russia, che la Cina, l’India ed il Pakistan, oltre ovviamente agli stessi Stati Uniti.
Rispetto poi alla situazione cui si fa in genere riferimento, il Grande Gioco russo-britannico di fine Ottocento per il controllo del cardine afgano, oggi si dimentica un ulteriore elemento di straordinario rilievo: il fatto cioè che, diversamente da allora, l’Occidente atlantico conta nella regione sulla presenza dello Stato di Israele che, nel conflitto causato dall’occupazione della Palestina, si è imposto come una potenza militare senza confronti nell’area, a maggior ragione da quando ha concluso un accordo politico economico militare con la Turchia (fino a quel momento tradizionalmente ostile), che ha in qualche modo completato il solido sbarramento filo-occidentale a ovest dell’area mediorientale.
Se si considera la capacità di proiezione navale mondiale anglosassone, oramai inavvicinabile da alcun altro Stato neanche su aree oceaniche circoscritte, ci si accorge che di fatto la presenza in Afghanistan dell’Occidente completa per la prima volta nella storia una sorta di accerchiamento del continente asiatico da parte anglosassone.
Occorre infatti tenere ben presente che gli Stati Uniti sono storicamente in primo luogo una potenza asiatica, per il ruolo strategico determinante che svolgono nell’Oceano Pacifico, almeno da quando dispongono delle basi aeronavali nelle isole Hawai e che, sempre nel Pacifico, l’Australia ha da sempre fiancheggiato le strategie economiche, politiche e militari anglosassoni.
Ne consegue che sia India che Cina che Russia (in quanto potenza anche asiatica) possono percepire l’azione in Afghanistan con ancora più forte preoccupazione, al di là delle dichiarazioni di solidarietà e adesione alla lotta contro il “terrorismo” mondiale, per i rispettivi ruoli in Asia.
Mentre, a causa del ruolo di Israele, la medesima percezione di accerchiamento è certo presente anche nei Paesi arabi del Medio Oriente e in tutta quella fascia di religione islamica che dal Medio Oriente si spinge fino all’Indonesia ed al sud est asiatico.
Né si deve pensare che tale situazione nasca a seguito della reazione statunitense ai fatti dell’11 settembre 2001: la storia recente dimostra che l’attuale intervento diretto in Afghanistan non è un puro atto difensivo, bensì il risultato di una strategia di lungo periodo che gli Stati Uniti perseguono lucidamente almeno dalla fine degli anni Settanta, a partire cioè dalla caduta dello shah Reza Pahlevi in Iran (1978). Senza dimenticare che gli ascendenti di tale strategia sono presenti in realtà fino dalla progettazione anglo-americana del futuro assetto postbellico, nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Molti sono infatti gli elementi che rivelano che gli Stati Uniti hanno lucidamente utilizzato il potenziale islamista per dare il colpo di grazia decisivo alla potenza russa comunista, approfittando del critico momento di passaggio che l’Urss iniziò ad affrontare nell’era post-brezhneviana, quando si manifestavano cioè le prime esigenze di una revisione profonda dell’assetto sovietico – oggettivamente non più in grado di sostenere in termini di efficienza politico-economica il ruolo di grande potenza mondiale dell’Unione sovietica.
Non è oramai evidente solo il fatto che gli Usa abbiano utilizzato spregiudicatamente i mujahiddin islamici, addestrandoli armandoli finanziandoli come freedom fighters (combattenti della libertà, secondo la definizione del presidente Reagan) dopo l’invasione russa in Afghanistan (dicembre 1979): molti sono gli elementi che fanno ritenere che questa stessa invasione sia stata scientemente provocata prima e diplomaticamente avallata durante, proprio nella consapevolezza di aprire non solo una crisi decisiva nel regime sovietico ma anche uno spazio alla penetrazione nell’intera Pivot Area mondiale.
“Zbigniew Brzezinski, segretario alla Sicurezza nazionale dell’amministrazione Carter, si è addirittura felicitato della «trappola» tesa ai sovietici nel 1978, manovrando gli attacchi dei mujahiddin (organizzati armati e addestrati dalla Cia) contro il regime di Kabul: una manovra che ha spinto alla fine dell’anno successivo i sovietici a invadere il territorio afgano” (N. Chomsky, “Terrorismo, l’arma dei potenti”, Le monde diplomatique/il Manifesto, dicembre 2001).
Dalle famigerate carte dell’archivista del KGB Vasily Mitrokhin, ora raccolte nell’ambizioso Cold War International History Project (CWIHP) del Woodrow Wilson International Center dello Smithsonian Institute di Washington, emergerebbero infatti elementi decisivi per far ritenere che il KGB (e in esso il futuro premier russo Yuri Andropov) fu spinto da agenti americani alla decisione di invadere l’Afghanistan, facendo appunto scattare quella trappola.
Così come è oramai di pubblico dominio il fatto che gli Stati Uniti abbiano presentato, tra luglio e agosto 2001, una sorta di ultimatum al regime talebano, nel quale si minacciava un intervento militare diretto, dopo il fallimento di trattative svoltesi fin dai primi mesi del 2001: prima dunque che, a fornire motivi internazionalmente più che sufficienti ad avviare l’intervento militare in Afghanistan, sopravvenisse l’attentato dell’11 settembre (Brisard – Dasquié, Bin Laden, la verité interdite, Denoël ed., 2002).
Sarebbe opportuno che in Europa questi fatti divenissero subito, prima cioè che tutto si trasferisca sul piano militare, argomento di discussione pubblica, superando le superficiali semplificazioni di quella informazione di largo consumo che sta ormai riducendosi, sui mass media, a pura propaganda bellica.
Sarebbe necessario cioè che gli europei aprissero un dibattito sul fatto che gli interessi dei Paesi dell’Unione Europea coincidano davvero con la spinta decisiva che l’amministrazione Bush sta dando alla acquisizione del controllo diretto sulla Pivot Area mondiale da parte anglosassone – nella quale a pieno titolo si inserirà la futura guerra in Iraq, con tutte le ulteriori incognite che essa può comportare.
Per quanto poi specificamente riguarda l’Italia, le domande sono ancora più complesse e le risposte determinanti: la posizione italiana, infatti, di connessione fra le due sponde del Mediterraneo (quella europea e quella nordafricana), per un verso, e, per l’altro, di fronteggiamento dell’area balcanica, dove mondo europeo, mondo slavo e musulmano si incontrano almeno da mezzo millennio – esige una visione lucida dei rischi che comporterà un ancor più marcato appiattirsi del profilo italiano sulla politica di potenza anglosassone.
Con tale appiattimento, infatti, rischia di chiudersi per molto tempo ogni possibilità di dialogo e di costruttiva interazione con queste due aree, strategiche per il futuro dell’intera Unione Europea e per il ruolo italiano in essa.
Bisognerà pure decidersi anche a valutare, appieno e pubblicamente, se la grande strategia imperiale anglosassone di accerchiamento dell’area eurasiatica non contenga in definitiva, per di più nel momento in cui gli Usa attraversano una gravissima crisi economica e sociale, seri elementi di minaccia anche per il futuro sviluppo dell’Europa – con il cui processo di unificazione, a breve termine, quella spregiudicata strategia andrà inevitabilmente a collidere.
La risposta a queste domande è un dovere, almeno nei confronti di quei soldati europei che stiamo inviando in Oriente: rischiano e rischieranno la loro vita per difendere la libertà di tutti o per portare a compimento una strategia di dominio mondiale, perseguita da tempo dalle élites anglosassoni?
BRIDAS
- UNOCAL : UNO SCONTRO DENTRO IL "NUOVO GRANDE GIOCO" di Emanuela Bonchino
Gli
interessi in Afghanistan di Alessandra Libutti E' il 1979 quando
l'armata rossa invade l'Afghanistan dando inizio ad una guerra che si
protrarrà per 10 anni e il cui peso umano, economico e politico segnerà
per sempre la fine dell'impero sovietico e il termine della guerra
fredda. Da questo fatto in sé è possibile capire come esso rappresenti
un pezzo basilare della scacchiera sulla quale si sono giocati gli
equilibri del mondo degli ultimi vent'anni. Ma perché proprio
questo Paese montano, povero, tecnologicamente arretrato è stato ed è
ancora oggi più che mai fondamentale per il futuro del mondo? Geograficamente
l'Afghanistan rappresenta uno snodo cruciale: a cavallo tra medio
oriente, oriente ed ex Unione sovietica è sempre stato strategicamente
vitale. Eppure, di per sé questo spiega solo relativamente gli eventi. Grazie ad alcune
interessanti analisi, siamo in grado di tracciare un panorama complesso,
in cui gli interessi e i giochi politici ed economici in ballo hanno
avuto ed hanno tutt'ora un peso determinante. Nel suo saggio "Unholy
Wars: Afghanistan, America and International Terrorism", il
giornalista americano della ABC, John Cooley, spiega il modo in cui la
CIA operò, sotto la direzione di William Casey, capo dell'agenzia
durante l'amministrazione Reagan, per supportare il movimento dei
Mojahedin (operazioni proseguite successivamente dall'amministrazione
Bush-padre, anch'egli ex capo della CIA) servendosi di figure
carismatiche islamiche e instaurando inoltre un sistema di
autofinanziamento in grado di garantire una forza economica alle truppe
ribelli. Secondo Alain Labrousse
(direttore dell'Observatoire Geopolitique Des Drogues), nel suo saggio
"Uncle Sam's Junk", fu quello della droga il mercato che
sovvenzionò i ribelli. All'indomani dell'invasione sovietica infatti,
la maggior parte delle piantagioni d'oppio controllate dai Mojahedin
erano state abbandonate a seguito degli scontri rendendo impossibile ai
ribelli l'acquisto di armi. Questo finché la CIA, con il supporto dei
servizio segreti pakistani, appoggiò la creazione di centinaia di
laboratori, destinati alla produzione di eroina lungo la linea del
confine tra l'Afghanistan ed il Pakistan. Responsabili del monopolio
erano i leader dei due gruppi di Mojahedin più fondamentalisti,
Gulbuddin Hekmatayar e Osama Bin Laden., entrambe reclutati dalla CIA
all'indomani dell'invasione sovietica e rappresentanti il trait-d'union
tra i servizi segreti americani, pakistani e i Mojahedin. Secondo John Cooley
essi furono addestrati dalla CIA in Virginia, a Camp Peary - conosciuto
anche come "The Farm" ("la fattoria") - in tecniche
di spionaggio e sabotaggio. Grazie a questa
operazione, la produzione annua di eroina in Afghanistan tra il 1979 e
il 1989 passò dalle 400 alle 1500 tonnellate e i Mojahedin poterono
contare su una risorsa economica non indifferente, tanto che quando, in
anni recenti, le autorità americane accusarono i Taliban di
autofinanziarsi attraverso il mercato dell'eroina, essi risposero di
aver semplicemente rilevato il network creato dalla CIA. Inoltre,
l'addestramento dei ribelli si sarebbe rivelato, negli anni a venire, un
vero e proprio boomerang. Lo sforzo della CIA nel
sovvenzionare i Mojahedin contro l'Unione Sovietica, e gli errori di
valutazione nel soppesare le proprie alleanze, spiegano però solo in
parte la natura degli interessi in ballo. Se è vero che da un lato
costringere l'URSS ad una guerra infinita era un modo per annientare
definitivamente la ormai già moribonda economia comunista, è anche
vero, secondo il giornalista Michael Griffin ("Reaping the
Whirlwind: the Taliban Movement in Afghanistan") che la vera guerra
traeva le sue radici nel tentativo del controllo dell'energia in tutta
l'Asia centrale. Secondo Griffin, la
possibilità di far passare attraverso l'Afghanistan un oleodotto che
mettesse in comunicazione il medio oriente all'India, sarebbe infatti
equivalsa al controllo totale dei prezzi dell'energia di gran parte
dell'Asia. Ed è qui che troviamo
un altro interessante elemento del puzzle: la compagnia petrolifera Unocal. Con oleodotti in
Thailandia. Indonesia, Azerbaijan e Congo, Unocal è una delle
compagnie petrolifere più importanti del mondo e, secondo Griffin,
"estremamente vicina alla famiglia Bush". Tra il 1989 e il 1996,
anno dell'ascesa al potere dei Taliban, la guerra civile tra le varie
fazioni dei Mojahedin fu terreno poco fertile per le trattative
commerciali. A parere di Griffin, la posizione dell'amministrazione
Clinton verso i Taliban fu estremamente docile proprio al fine di poter
raggiungere con essi un accordo su un eventuale oleodotto. Infatti, è
proprio la fine della guerra civile e la speranza di un riconoscimento
ufficiale di un governo entro tempi brevi, a dare il via libera alla Unocal. In un comunicato del 27
ottobre 1997 (http://www.unocal.com/uclnews/97news/102797a.htm),
la Unocal annunciava infatti il progetto della costruzione di un
oleodotto tra il Turkmenistan e l'India attraverso l'Afghanistan ad
opera di un consorzio di sei compagnie composto per il 46,5% dalla Unocal,
il 15% dalla saudita Delta Oil Company, il 7% dal governo del
Turkmenistan più altre compagnie giapponesi, Koreane e pakistane.
L'oleodotto, secondo John Maresca, vice-presidente della Unocal,
sarebbe stato "la nuova via della seta… il corridoio commerciale
tra medio oriente ed Asia". Tutto sembrava andare
per il verso giusto finché improvvisamente, poco più di un anno
dopo, il 4 dicembre del 1998, sempre la Unocal, annunciava di
ritirarsi definitivamente dal progetto. Scorrendo il comunicato
ufficiale (http://www.unocal.com/uclnews/98news/centgas.htm),
scopriamo che le motivazioni addotte dalla compagnia riguardano motivi
umanitari, primo tra i quali il maltrattamento delle donne da parte dei
Taliban. In realtà, la natura etica del ritiro è stata forzata
alla Unocal dal mancato riconoscimento ufficiale del governo dei
Taliban da parte dell'amministrazione Clinton a causa delle pressioni di
organizzazioni femministe e umanitarie. Infatti, la legge americana
impedisce ad Unocal di firmare un contratto con un governo non
ufficialmente riconosciuto. Jan Goodwin in "Buried
Alive. Afghan Women Under the Taliban" (http://www.cbc.ca/news/indepth/background/taliban.html)
riporta che l'amministrazione Clinton, proprio per via delle pressioni
dei gruppi femministi, aveva imposto ai Taliban una serie di condizioni
per il riconoscimento del loro governo, primo tra tutti il diritto
all'istruzione e al lavoro da parte delle donne. Il rifiuto da parte dei
Taliban di sottostare alle condizioni conseguì il mancato
riconoscimento del governo ed il naufragio del progetto della Unocal. E' a questo punto che
diviene chiaro che i Taliban sono governanti economicamente scomodi
all'America. Per la Unocal, come le altre compagnie americane, è
legalmente impossibile firmare trattative con governi non ufficialmente
riconosciuti né, viste le posizioni estreme dei Taliban, è possibile
che il loro governo possa essere riconosciuto. Quando nel '98
avvengono però gli attacchi terroristici alle ambasciate americane in
Kenya e Tanzania da parte dell'organizzazione di Bin Laden ed egli si
rifugia proprio in Afghanistan, l'amministrazione Clinton ha finalmente
l'occasione per poter attaccare militarmente il Paese e cercare di
sbarazzarsi dei Taliban. L'operazione però fallisce lasciando a George
W. Bush il "problema Afghanistan" ancora tutto da risolvere. Secondo Michael Griffin
(il cui saggio precede di diversi mesi gli eventi di questi giorni), le
strette connessioni tra la famiglia Bush e la Unocal renderanno
assai difficile svelare i retroscena della politica estera americana in
Afghanistan. LINKS : (19 settembre 2001) Dal Manifesto Sotto
il corridoio afghano Il
petrolio centroasiatico, una chiave di lettura del conflitto Approvato
il gasdotto «talebano» di MANLIO DINUCCI (il
manifesto del 04/06/2002) Afghanistan:
la battaglia per il petrolio asiatico Le strade del petrolio
lasciano sempre grandi scie di interessi. Lo scacchiere
strategico dell’energia spesso si intreccia con interventi
militari e strategie geopolitiche. Così accade in Afghanistan:
c’è chi apertamente si domanda se non si tratti di una
“guerra dell’oleodotto”. La nostra indagine parte dal 14
settembre del 2001. Tre giorni dopo gli attentati alle Twin Towers la
Unocal, importante compagnia petrolifera statunitense, emette un
comunicato ufficiale. “La compagnia non supporta in nessun modo i
Talebani in Afghanistan e non abbiamo alcun progetto o interesse in
Afghanistan”, afferma. Perché questo messaggio? Il progetto Centgas Facciamo un po’ di passi indietro
nella seconda metà degli anni Novanta. Il 27 ottobre 1997, ad Ashgabat,
in Turkmenistan, sei compagnie internazionali e il governo locale
firmano ufficialmente un accordo per la costituzione di un consorzio,
denominato Central Asia Gas Pipeline Ltd.(CentGas), con l’obiettivo di
costruire un oleodotto di 1.271 chilometri, per unire le ricche riserve
di gas naturale del Turkmenistan con il mercato in sviluppo del
Pakistan. Il progetto dovrebbe far passare le condotte attraverso la
direttrice Herat-Kandahar in Afghanistan, passando per Quetta in
Pakistan e arrivando a Multan. La spesa prevista è di quasi due
miliardi di dollari. Il punto di partenza dell’oleodotto è Chardzou,
in Turkmenistan, già collegato alle riserve energetiche russe della
Western Siberian Oil. Il punto di arrivo può sfociare nel Mar Caspio o
anche essere ulteriormente collegato a Delhi, in India. Si tratta di un
progetto strategico per l’intera economia centroasiatica. La lotta per il petrolio Di questo oleodotto si comincia già
a parlare negli anni precedenti. Già nel 1994 a dicembre, dopo le
elezioni in Turkmenistan, il professore Michael Ochs riferisce al
Congresso statunitense, parlando del paese centroasiatico
come del “Kuwait dell’ex Unione Sovietica” e del “sogno
dell’oleodotto”. A giugno del 1997 il Turkish Daily News, pubblica
un articolo dedicato ai movimenti delle compagnie petrolifere.
Annunciando la visita ad Ankara del direttore della Unocal, scrive che
“gli Stati Uniti vogliono che la Unocal svolga un ruolo simile a
quello della Chevron (altro big petrolifero statunitense n.d.r.) in
Kazahstan”. Racconta così i retroscena di una battaglia e gli
interessi della Turchia, con la Unocal interessata all’affare del
raccordo Iran-Turchia. Ma l’attenzione è anche più ad est. Già nel
1992, grazie ad un accordo con il governo turkmeno, la compagnia
petrolifera argentina Bridas, che operava nel paese, avrebbe dovuto
produrre il 75% delle risorse petrolifere. La cosa scontenta i “big”
del petrolio e la Unocal firma un accordo identico con lo stesso
governo, escludendo la Bridas. La compagnia argentina aveva però il
supporto del presidente pakistano Benazir Bhutto, che viene deposta nel
1996 con un colpo di stato. Il nuovo governo non esita ad approvare il
progetto della Unocal. Per eliminare definitivamente il concorrente la
multinazionale statunitense cerca alleati in Arabia Saudita. Una “santa alleanza” Il consorzio CentGas nasce con
questa fisionomia: Unocal Corporation (Stati Uniti) con il 46,5%, la
Delta Oil Company Limited (Arabia Saudita) con il 15%, il Governo del
Turkmenistan con il 7%, con quote inferiori l’Indonesia Petroleum Ltd,
la Itochu Oil Exploration (Giappone), la Hyundai Engineering &
Construction (Corea del sud) e il Crescent Group (Pakistan), società
centrale nell’economia del paese islamico, con 15.000 dipendenti e
fatturato pari all’1% del Pil del paese. Nel giugno del 1998 la Russia
vuole entrare nell’affare e la Gazprom cerca di ottenere il 10% della
società. La mossa si spiega con il timore di perdere influenza nella
zona, il nuovo oleodotto bypasserebbe la direttrice fondamentale che
unisce la Russia con l’Iran. La strada tormentata del progetto Nel gennaio del 1998 viene firmato
un primo accordo tra Pakistan, Turkmenistan (dell’estroso presidente
Niyazov) e i Talebani in Afghanistan, per predisporre i finanziamenti
destinati al progetto. Nel marzo dello stesso anno, tuttavia, la Unocal
propone un rinvio della fornitura dei fondi a causa del persistere della
guerra civile in Afghanistan. Ci vuole una situazione più stabile nel
paese. La Unocal più o meno esplicitamente è accusata di sovvenzionare
il regime talebano. La società si difende e parla di colloqui
con tutte le fazioni in lotta, per promuovere il progetto. Tanto
che, dopo aver sospeso la partecipazione in agosto, l’8 dicembre 1998
la Unocal esce dal consorzio e abbandona l’operazione. La motivazione
ufficiale è l’instabilità, l’ufficiosa la pressione internazionale
e il mancato riconoscimento del nuovo regime. La Delta Oil allora decide
di prendere in mano il progetto e di coinvolgere anche gli Emirati
Arabi. Da allora fino ad oggi più di una volta la compagnia deve
smentire organi di stampa pakistani e asiatici che parlano di un suo
rinnovato interesse. In particolare la compagnia statunitense realizza
dei colloqui con i Talebani nel marzo del 2000 e valuta con discrezione
la possibilità di rientrare nell’affare. Oggi una prospettiva di pace
potrebbe riaprire le porte al progetto. Ahmed Zaki Yamani, ministro
saudita dell’energia, una delle voci più autorevoli dell’Opec,
sostiene la necessità di pacificazione in Afghanistan, per avviare un
periodo di sviluppo e sfruttamento di un bacino petrolifero che potrebbe
stabilizzare i prezzi del greggio. Allo stesso tempo l’invito agli
Stati Uniti è quello di non estendere le azioni di guerra ad altri
paesi: la conseguenza sarebbe l’impennata del costo del petrolio. Ma
quale sarà l’atteggiamento dell’alleanza del nord verso il
progetto, visto che lo stesso Massud era sempre stato contrario
all’ingerenza statunitense in questo campo? Le verità
sotto terra dal Manifesto Vedi anche "gli
scenari nascosti della guerra" Quello
che segue è il testo dell'audizione di John J. Maresca davanti al
sottocomitato per l'Asia e il Pacifico della Camera dei rappresentanti
Usa, il 12 febbraio del 1998. Maresca è il vicepresidente delle
relazioni internazionali della Unocal Corporation, una delle principali
compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti. "Internazionale"
del 1 novembre 2001 TUTTE
LE VIE DEL PETROLIO Le
compagnie petrolifere con sede negli Stati Uniti cercano da anni di sfruttare i
giacimenti dell'Asia centrale. Un governo filostatunitense a Kabul potrebbe
aiutarle VIJAY
PRASHAD, OUTLOOK, INDIA. Il bombardamento è
cominciato. Kabul viene bombardata. Così ripetono gli anchorman televisivi e i
giornali con voce spenta, con un tono di inevitabilità. Sento i miei vicini
bisbigliare: finalmente è arrivata, la guerra, e speriamo che finisca presto.
Non vogliamo sentirne il peso, perché potrebbe costringerci a fare delle scelte
morali scomode. Meglio fingere che non stia succedendo, oppure che la sua
inevitabilità la renda irrilevante. Intanto le grandi potenze
fingeranno che questa guerra sia scoppiata a causa dell'11 settembre,
cercheranno di mettere a tacere il dibattito, e impediranno qualsiasi
discussione sugli altri scopi della guerra, sul continente degli scandali.
Nessuno parlerà di un certo incontro diplomatico a Berlino, in Germania, nel
luglio del 2001, in cui i funzionari del dipartimento di Stato americano hanno
rivelato ai loro alleati e ad altri, i loro piani di guerra nel caso che gli
Stati Uniti avessero deciso di attaccare i taliban (The Guardian, 22 settembre
2001). Lo stesso copione è in atto
ora che i bombardamenti sono seguiti dalle razioni alimentari, mentre la
campagna aerea passa dai jet agli elicotteri, e infine alle più flessibili
operazioni di terra. La notizia che gli Stati Uniti qualche mese fa stavano
addestrando i combattenti uzbechi nel centro-ovest americano rimane sepolta
nelle ultime pagine dei giornali. Il 13 dicembre 1995 gli Stati
Uniti e l'Uzbekistan firmarono un accordo in base al quale l'America avrebbe
addestrato le truppe uzbeche e avrebbe avuto accesso al territorio dell'Asia
centrale per l'addestramento. Nel 1996 le forze uzbeco-statunitensi condussero
la campagna di addestramento Balance-Ultra96 nella Valle di Fergana, un posto
perfetto per prepararsi alla guerra contro l'Afghanistan. Questa campagna fu
seguita da altre, per consentire alle truppe statunitensi di conoscere bene il
terreno e di stringere rapporti con l'esercito uzbeco. La situazione appare
confusa, tranne che nel continente degli scandali. In questo continente tutte le
case hanno porte girevoli. Diplomatici, contrabbandieri di armi, capi dei
servizi segreti cenano al tavolo del governo, e poi, come se dipendesse solo dai
loro meriti, raggiungono il tavolo degli esperti con i capitani d'industria, i
cambiavalute e vari briganti assortiti. Nel continente degli scandali, quelli
che finanziano i taliban fingono di essere esimi professori e dignitari reali. Una carriera completa Robert Oakley ha cominciato
la sua carriera nel dipartimento di Stato nel 1957 alle Nazioni Unite, e la
finisce come professore all'Università nazionale della Difesa e alla Unocal. Il principe Turki al-Faysal
Saud non ha avuto bisogno di passare per nessuna porta girevole perché è
sempre stato nella grande casa. Destinato dalla nascita a entrare nella dinastia
saudita installata dagli inglesi in Arabia Saudita, il principe Turki, come il
principe Sultan, ha attinto a piene mani dai suoi vari talenti per emergere come
capo dei servizi segreti del regno e, collateralmente, come agente di varie
imprese multinazionali, come la società petrolifera argentina Bridas. Due uomini molto stimati,
nella palude del continente degli scandali. La vera gloria di Oakley
cominciò quando l'amministrazione Reagan lo innalzò alla carica di direttore
dell'ufficio del dipartimento di Stato per la lotta al terrorismo, nel settembre
del 1984. I dettagli del lavoro svolto da Oakley in quella sede non sono molto
chiari, ma alcuni cablogrammi resi noti grazie alla Legge sulla libertà di
informazione, dimostrano che ha fatto di tutto per mettere in cattiva luce la
Libia e soprattutto che è stato un uomo di punta nello scandalo Iran-Contras. Alla fine degli anni Ottanta,
Robert Oakley che oggi è membro onorario dell'Istituto nazionale di studi
strategici presso la difesa nazionale, diventò sempre più potente. Nell'agosto del 1988 fu
nominato ambasciatore in Pakistan e diventò un punto di riferimento per il
jihad dei mujahidin contro la repubblica popolare democratica
dell'Afghanistan e l'esercito sovietico che occupava il paese. Ma, soprattutto, l'incarico
in Pakistan permise a Oakley di lavorare con il principe Turki al-Faysal Saud,
capo dei servizi segreti dell'Arabia Saudita dal 1977 al primo settembre 2001 e
tramite fra il suo govemo e il jihad dei mujahidin. A quell'epoca il principe
conobbe bin Laden, perché entrambi appartenevano all'elite saudita ed erano
andati in Afghanistan per partecipare a quella che consideravano una guerra
santa. Il principe Turki Faysal,
figlio del defunto monarca, esercita molta influenza sugli ambienti dell'élite
governativa saudita ed è uno dei principali ispiratori della sua politica.
Anche Thurki Faysal, come Oakley, sembra aver avuto rapporti soprattutto con i
più duri sostenitori del jihad, persone come i taliban e il gruppo di Hekmaytar.
Ma dalla fine della guerra, a causa del loro nuovo lavoro, Oakley e Turki Faysal
siedono alle estremità opposte del tavolo d'affari. Un movente diverso Con il crollo dell'Unione
Sovietica, le vaste riserve di petrolio e gas naturale dell'Asia centrale sono
tornate al centro dell'attenzione delle multinazionali dell'energia. La Guerra
del Golfo del 1991 aveva a che fare con il problema del consumo di petrolio
degli Stati Uniti. Una lettera scritta dal ministro dell'Energia James Walkins
nel febbraio1991 lo fa capire chiaramente: "Come ha dimostrato quanto è
avvenuto nel Golfo Persico, dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dal petrolio
importato da regioni instabili. Questo richiederà sia una riduzione della
nostra dipendenza complessiva dal petrolio, soprattutto nel settore dei
trasporti, sia un aumento della produzione interna, pur sempre nel rispetto
dell'ambiente". Ma la guerra afgana del 2001
ha un movente diverso e non riguarda il consumo interno degli Stati Uniti.
Sembra che questa guerra abbia a che vedere con l'abililtà delle multinazionali
che hanno sede negli Stati Uniti, di firmare accordi (in questo caso con gli
afgani) per penetrare in questi mercati, vista la crisi del gas naturale e del
petrolio in Asia meridionale. I giacimenti di petrolio e gas naturale dell'Asia
centrale sono enormi; oggi il Kazakistan costituisce la quinta riserva di
petrolio del mondo. Due settimane dopo 11
settembre, l'affiliata della Chevron, Tengizchevroil ha completato un oleodotto
che va dal giacimento petrolifero di Tengiz, nel Kazakistan occidentale, al
porto russo di Novorossijsk, sul Mar Nero. Questo oleodotto porterà petrolio in
Europa occidentale da quello che potrebbe diventare il quinto produttore di
petrolio del mondo (e soprattutto fuori dall'ambito dell'Opec). L'oleodotto di
Tengiz è solo uno dei molti che condizionano la geopolitica della regione. Un
altro, che trarrebbe vantaggio dalla risoluzione del problema afgano, è il
gasdotto di quasi 1500 chilometri che va dai giacimenti di gas di Dauletabad,
nel Turkmenistan orientale, al Pakistan attraversando l'Afghanistan. Questo
progetto da vari miliardi di dollari ha fatto scendere sul sentiero di guerra
due multinazionali, la statunitense Unocal e l'argentina Bridas. Entrambe hanno
ingaggiato sauditi e americani per negoziare con i taliban, che hanno continuato
a metterle l'una contro l'altra per aumentare i propri margini di guadagno. La Unocai e i taliban La Unocal, che di recente è
stata tagliata fuori dal mercato del petrolio di Myanmar, è ansiosa di ottenere
l'appalto del progetto e un regime afgano filostatunitense potrebbe aiutarla a
concludere l'affare. Zahir Shah, l'ex re
dell'Afghanistan, vive a Roma dal 1973 grazie alla pensione di uno Stato del
Golfo del quale non vuole fare il nome. Forse l'investimento fatto su di lui
dall'anonimo Stato prima o poi porterà dei frutti, se l'ex re tornerà al
potere con la famigerata Alleanza del Nord. Ora, proprio come nessuno si
interessa dei soldati dell'esercito uzbeco addestrati negli Stati Uniti, a
nessuno sembra interessare il progetto della Unocal di formare operai e
insegnanti afgani presso l'Università del Nebraska: nel novembre del 1997, la
Unocal sborsò circa un milione di dollari perché il Centro studi afgani
dell'Università addestrasse più di 400 afgani sulle varie competenze tecniche
necessarie per la costruzione dei gasdotti. E ancora, a nessuno sembrano
interessare i tour negli Stati Uniti organizzati dalla Unocal per i taliban (e
facilitati dai servizi segreti pachistani che hanno tardato a rilasciare i visti
dei taliban che sarebbero dovuti andare in Argentina a spese della Bridas). A pochi di noi interessa che
emeriti professori come Oakley si siano alleati con Henry Kissinger e la Saudi
Delta Oil Company (il cui presidente, Badr al Aiban, è molto ascoltato da re
Faud) per convincere i taliban a favorire la Unocal. Proprio come a pochi
interessa che il principe Turki Faysal fosse l'uomo di contatto tra la Bridas e
i taliban. Quando i taliban presero il
potere nel 1996, il presidente della Unocal fu felicissimo, perché pensava che
un governo centrale stabile potesse ridurre della metà il costo del gasdotto.
Marty Miller della Unocal cercò addirittura di convincere le fazioni che il
gasdotto avrebbe favorito la risoluzione del conflitto con le forze antitaliban.
Le cose non andarono così e alcuni pensarono che la Unocal avesse segretamente
aiutato i taliban ad allontanare quella che oggi è l'Alleanza del Nord dalla
zona dove sarebbe dovuto passare il gasdotto (Ahmed Rashid, Pipe Dreams, The
Herald, Pakistan, ottobre 1997, pagina 50). Dopo che Clinton ordinò il
bombardamento dell'Afghanistan il 20 agosto del 1998, l'affare della Unocal andò
in fumo. Ma le speranze si rinverdirono il 29 aprile del 1999, quando i ministri
dell'Energia di Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan si incontrarono per
impegnarsi alla realizzazione di un progetto tripartito per il gasdotto. Fu proprio in quel periodo
che il re Zahir Shah cominciò a fare pressione per incontrare l'Alleanza del
Nord e prese a parlare di un loya jirga, un consiglio degli anziani. L'anonimo
Stato del Golfo che da trent'anni paga la pensione a quel povero vecchio forse
ha cominciato a reclamare il suo debito. E lo ha mandato a cercare carburante. Riserve enormi In tutta fretta, dopo l'11
settembre, la Unocal ha pubblicato questa nota sul suo sito, web: "La
Unocal ha ricevuto richieste di informazioni su un gasdotto proposto in
precedenza che, se fosse stato costruito, avrebbe attraversato una parte
dell'Afghanistan. Ci siamo ritirati da quel progetto nel 1998, e non abbiamo in
corso né in programma alcun progetto in quel paese. Non sosteniamo in alcun
modo i taliban". Dopo quanto è accaduto l'11
settembre, questa deve essere la loro posizione ufficiale. Ma non dovremmo
dimenticare la testimonianza presentata da John Maresca, presidente della Unocal
internazionale, il 12 febbraio del 1998. Certo risale a prima che gli Stati
Uniti bombardassero l'Afghanistan in agosto, ma ci fa capire quanta importanza
la Unocal attribuisse a quel paese. Ecco quel che disse Maresca:
"La regione del Caspio contiene incredibili riserve di idrocarburi non
sfruttate, molte delle quali si trovano nel bacino stesso del Mar Caspio. Le
riserve di gas naturale di Azerbaijan, Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan
equivalgono a 80 trilioni di metri cubi. Le riserve complessive di petrolio
della regione potrebbero superare i 60 miliardi di barili - sufficienti a
soddisfare le necessità energetiche dell'Europa per 11 anni. Secondo alcune
stime, i barili potrebbero essere addirittura 200 miliardi. Nel 1995, la regione
produceva solo 870 mila barili al giorno (44 milioni di tonnellate l'anno).
Entro il 2010, le società occidentali potrebbero portare la produzione a 4,5
milioni di barili al giorno - un aumento di più del 500 per certo in soli 15
anni. Se questo avverrà, la regione potrebbe rappresentare circa il 5 per cento
della produzione complessiva mondiale di petrolio, e quasi il 20 per cento del
petrolio prodotto dai paesi che non aderiscono all'Opec. Ma va ancora risolto un
grosso problema: come far arrivare le vaste risorse energetiche della regione
sui mercati che ne hanno bisogno. Sono poche, se mai esistono, le zone del mondo
che potrebbero garantire un tale aumento della fornitura di petrolio e gas ai
mercati mondiali. La soluzione sembra semplice: costruire una 'nuova' Via della
Seta. Applicare questa soluzione, tuttavia, è tutt'altro che semplice. I rischi
sono alti, ma altrettanto alta sarebbe la ricompensa". I vantaggi afgani Maresca respinge l'idea di
far passare il gasdotto attraverso l'Iran e opta per l'Afghanistan.
"L'altra alternativa possibile sarebbe passare attraverso l'Afghanistan,
che però presenta dei rischi particolari. Il paese è coinvolto in un'aspra
guerra da quasi vent'anni. Il territorio che il gasdotto
dovrebbe attraversare è sotto il controllo dei taliban, un movimento islamico
il cui governo non è riconosciuto dalla maggior parte degli altri paesi.
Abbiamo detto chiaramente fin dall'inizio che la costruzione del gasdotto che
proponiamo non può cominciare finché non ci sarà un governo riconosciuto che
goda della fiducia degli altri governi, degli investitori e della nostra società.
Ciò nonostante, il passaggio attraverso l'Afghanistan sembra la scelta migliore
e quella che presenta il minor numero di ostacoli tecnici. È il percorso più
breve verso il mare e il terreno è relativamente adatto alla Costruzione del
gasdotto. Il percorso attraverso
l'Afghanistan porterebbe il petrolio dell'Asia centrale più vicino ai mercati
asiatici e quindi sarebbe il più economico ai fini del trasporto". Nel
continente degli scandali, i militari e gli industriali stanno versando sangue
per 'installare un governo riconosciuto che goda della fiducia degli altri
governi, degli investitori e della nostra società". La democrazia è irrilevante.
Illustri professori e capi dei servizi segreti si riuniscono per alimentare la
nostra dipendenza dal petrolio. Mentre le bombe cadono, cominciano a ronzarmi
nell'orecchio le voci dell'ingordigia delle grandi società e del machismo dei
militari. Riserve petrolifere dei
paesi che si affacciano sul Mar Caspio (miliardi di barili)
IRAN
0,1
RUSSIA
0,5
UZBEKISTAN
0,6
TURKMENISTAN 3,5
AZERBAIGIAN
6,9
KAZAKISTAN
12-19
Fonte: Agenzia Internazionale per l'energia L'omicidio
della democrazia
I partiti politici, i mezzi di informazione e i ceti
medi pachistani protestano contro i tentativi del generale Musharraf di
garantire all’esercito un ruolo politico permanente prima delle elezioni
generali, fissate dalla Corte suprema per il 10 ottobre. La prevalenza di
civili o militari nel panorama politico successivo avrà implicazioni di vasta
portata, sia per il Pakistan sia per l’intera regione.
Carlos Bulgheroni e’ il presidente di una piccola compagnia petrolifera
argentina che si chiama Bridas. E’ un uomo affascinante, erudito, un
industriale filosofo, capace di andare per le strade polverose di Kandahar per
trattare con i mullah, indossando un impeccabile blazer blu dai bottoni dorati,
una cravatta di seta gialla e morbidi mocassini italiani come se si trovasse in
una normale riunione d‘affari a New York o Buenos Aires . Bulgheroni e’
figlio di immigrati italiani e suo padre, Alejandro Angel, aveva creato Bridas
nel 1948, Carlos è soprattutto un uomo posseduto da un'idea. Tra il 1995 e il
1996 abbandona la sua impresa in Sudamerica e per nove mesi vola con il suo jet
da un signore della guerra all'altro in Afghanistan e a Islamabad, Ashkabad,
Mosca e Washington, per convincerli che il suo progetto di una pipeline per
portare ai mercati asiatici il gas e il petrolio del Turkmenistan è una
possibilità realistica e anche un buon affare.
Dal 1994 la compagnia petrolifera argentina negoziava in segreto con i talebani
e con i loro nemici dell'Alleanza del nord per costruire un gasdotto attraverso
l'Afganistan. Bulgheroni è stato il primo contatto dei talebani con il mondo
delle politiche petrolifere e li fa entrare nel "nuovo Grande Gioco",
che si apre sullo scenario dell’Asia centrale.
Da diversi anni Bridas fa affari in questa regione: nel 1991 è la prima
compagnia occidentale che rischia, offrendo dei contratti al Turkmenistan. Ma
sulla strada dell’Afghanistan incontra un gigante dell’industria
petrolifera: la Unocal, una delle maggiori company statunitensi, anche lei
interessata al grande affare degli idrocarburi dell’Asia centrale.
Le strategie di Bridas e Unocal per penetrare in Afghanistan erano pero’ molto
diverse.
"Bridas è una piccola società a conduzione familiare - racconta Ahmed
Rashid nel suo libro ‘Talebani, Islam, petrolio e il grande gioco in Asia
centrale’ - i cui dirigenti, allevati secondo la tradizione europea, sono
interessati alla politica, alla cultura, alla storia e alle relazioni personali
dei luoghi e delle persone con cui vanno a trattare. Vanno a esplorare i legami
etnici, tribali e familiari dei leader che si preparano a incontrare. Unocal,
invece, è una grande multinazionale che assume i dirigenti perché gestiscano
un business petrolifero globale". Uomini, spesso legati a filo doppio al
governo di Washington, interessati al loro lavoro più che all'ambiente politico
in cui si trovano".
"Se i dirigenti di Bridas - racconta sempre Rashid - passano ore a
sorseggiare tè nel deserto con gli uomini delle tribù afghane, mentre
esplorano le possibili rotte, quelli di Unocal vanno avanti e indietro in
elicottero e danno per scontato quello che gli viene detto dai signori della
guerra afghani notoriamente capricciosi. Gli afghani hanno imparato da tempo
l'arte di dire all'interlocutore quello che vuole sentirsi dire per poi
affermare esattamente il contrario all'ospite successivo".
Inoltre le informazioni in base alle quali si muove Unocal sono quelle che gli
passano i servizi segreti pakistani ( Isi) e l'ambasciata statunitense a
Islamabad, ovvero la CIA.
C'è un'altra differenza che svantaggia Unocal e avvantaggia Bridas. La
compagnia americana è costretta a osservare una politica che non si discosta
dalla linea di Washington, fa pressione sui Talebani su quello che dovrebbero
fare, su come dovrebbero comportarsi. Bridas invece non pone simili costrizioni.
Ai dirigenti argentini non importa poi se il governo dei Talebani non è
riconosciuto da nessuno stato.
In realtà è stata proprio Bridas a portare Unocal in Afganistan. "Nel
1996 Bulgheroni riferisce al premier pakistano Bhutto e a Nyazov che "gli
accordi con i signori della guerra sono stati raggiunti e firmati e questo ci
assicura il diritto di procedere". Nello stesso mese Bulgheroni firma un
accordo di trent'anni con il governo afghano, poi si reca dal presidente
Burhanuddin Rabbani per trattare la costruzione e la messa in esercizio di una
gasdotto di Bridas tramite un consorzio internazionale. Bridas avvia le
trattative con altre compagnie petrolifere inclusa Unocal, la dodicesima
compagnia petrolifera degli Stati Uniti che ha maturato una considerevole
esperienza in Asia e ha interessi in Pakistan sin dal 1976. Funzionari turkmeni
si incontrano per la prima volta con Unocal a Houston, nell'aprile 1995, su
invito di Bridas".
E' a questo punto che il presidente turkmeno Nyazov stravolge il gioco con un
voltafaccia che lascia senza parole i dirigenti della compagnia argentina.
Ma andiamo con ordine. Nel settembre 1994 Nyazov è convinto dai suoi
consiglieri che Bridas stia sfruttando il Turkmenistan e blocca le esportazioni
di petrolio da Keimir, chiedendo di rinegoziare i suoi contratti con la società.
Bulgheroni acconsente, accettando di ridurre i suoi profitti dal 75 al 65 per
cento. Entro il gennaio 1995 la questione dunque sembra risolta. Nello stesso
anno Bridas trova l'oro: un altro vasto terreno metanifero a Yashlar ( dove già
operava con un contratto del 50 e 50 per cento con Nyazov), con riserve di gas
stimate più del doppio di quelle totali del Pakistan. Il presidente turkmeno
lungi dal celebrare l'evento torna all'attacco, chiedendo ancora una volta di
rinegoziare i contratti di Yashlar e Keimir . Bridas non ci sta, ricorda a
Nyazov che deve rispettare i contratti, ma il presidente si mostra poco
interessato alle leggi internazionali. "Ma ci sono altre ragioni che lo
spingono a imporre un giro di vite - afferma Rashid - Unocal, infatti, propone
la costruzione di un proprio gasdotto, utilizzando i giacimenti esistenti a
Daulatabad in Turkmenistan. I profitti di questa impresa sarebbero finiti tutti
in Turkmenistan. Nyazov capisce che Unocal potrebbe diventare lo strumento per
impegnare in Turkmenistan, insieme all'importante compagnia statunitense, anche
l'amministrazione Clinton". E Nyazov ha bisogno degli americani, mentre gli
americani hanno bisogno di sostenerlo per evitare che si ritrovi nell’orbita
dell’Iran.
Per questo Nyazov si reca all'Onu e, a New York, convoca Bridas e Unocal. Qui il
25 ottobre 1995, di fronte agli sbalorditi dirigenti di Bridas, Nyazov sigla un
accordo con Unocal e con il so partner saudita, la Delta Oil Company, per la
costruzione di un gasdotto attraverso l'Afghanistan. Unocal, propone un gasdotto
da Daulatabad fino al Pakistan centrale. Crea il consorzio CentGas (1997), con
una partecipazione al 70%, dando il 15% a Delta, il dieci a Gazprom ( Russia) e
il cinque a Turkmenrosgaz (Turchia). Unocal firma anche un secondo accordo, il
Central Asian Pipeline Project ( Caopp) che prevede un oleodotto di 1690 km da
Chardzhou in Turkmenistan fino alla costa pakistana, un oleodotto a cui
avrebbero poi potuto collegarsi gli antichi oleodotti risalenti all'era
sovietica.
Bulgheroni si infuria e nel febbraio 1996 cita in giudizio Unocal e Delta
davanti alla corte di Fort Bend in Texas, chiedendo 15 miliardi di dollari di
danni, accusando di " subdola interferenza nella prospettiva di relazioni
di affari", di cospirazione civile contro Bridas e in sostanza di averle
rubato l'idea. L'azione legale, com’era prevedibile, verrà respinta il 5
ottobre 1998, con la motivazione che la disputa è governata dalle leggi del
Turkmenistan e dell'Afghanistan e non da quelle del Texas.
Bridas però non si arrende. Continua a trattare coi Talebani, anzi ne invita
una delegazione in Argentina per un tour nei suoi uffici. La stessa cosa fa
Unocal a Washington.
Inizia un grande corteggiamento dei Talebani da parte delle due compagnie
petrolifere. Ma, mentre Unocal è disposta a iniziare i lavori solo quando si
raggiungerà la stabilizzazione in Afghanistan, Bulgheroni si incontra coi
leader Talebani a Kabul e dice che Bridas è interessata a iniziare il lavoro in
qualsiasi condizione di sicurezza. Promette inoltre di aiutare gli afgani a
costruire strade e a rimettere in sesto l'industria. Ai Talebani piacciono le
proposte degli argentini, e soprattutto apprezzano il fatto che fanno poche
domande ed evitano di imporre codici morali tesi ad ammorbidire il loro
fondamentalismo. Il 28 agosto del 1997 i Talebani annunciano che la Bridas ha
offerto per la pipeline condizioni migliori della Unocal e firmeranno presto un
contratto con loro. Ma la Unocal resta in gara. Il 5 settembre Bridas vende il
60% delle sue operazioni in America Latina al gigante petrolifero americano
Amoco, confidando nella possibilità che ciò possa influenzare Nyazov a
scongelare le proprietà di Bridas bloccate in Turkmenistan.
Nel 1998 tutto cambia per la Unocal. Le femministe americane, che hanno un peso
elettorale enorme per i democratici, spingono perché il governo di Clinton
prenda una posizione netta contro i Talebani, che calpestano i diritti umani
delle donne in Afghanistan. Così il 3 marzo Marty Miller della Unocal ad
Ashkhabad è costretto a dichiarare sospeso a tempo indeterminato il progetto
della Unocal, perché non finanziabile finché dura la guerra in Afghanistan. E
quando anche gli azionisti contestano i piani della compagnia petrolifera
americana nella regione a causa delle violazioni dei diritti civili attuate dai
Talebani, la Unocal ritira il proprio personale sa Islamabad e Kandahar. Nel
frattempo gli Stati Uniti hanno incriminato ufficialmente Osama bin Laden di
terrorismo, dopo gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Clinton
fa lanciare 75 missili Cruise contro Jalalabad e i campi di addestramento di al
Qaeda. I rapporti fra Unocal e Talebani entrano in crisi. La Unocal si ritira
dal consorzio CentGas, adducendo a motivo i bassi prezzi del petrolio. Chiude le
sue sedi in Uzbekistan, Turkmenistan e Kazakistan.
Una fase del "nuovo Grande Gioco" si è ormai conclusa.
L'importanza strategica del gas-oleodotto che dovrebbe andare
dal Caspio al Pakistan. E dell'accordo
tra imprese che ha escluso l'Unocal, importante compagnia petrolifera degli
Stati uniti. Lo scacco
energetico è una delle ragioni della guerra in Afghanistan
MANLIO DINUCCI
Nel luglio 1997, subito dopo la conquista di Kabul (25 settembre 1996), i
talebani firmano un memorandum d'intesa con Pakistan, Turkmenistan e Uzbekistan
per la costruzione di un gasdotto che, attraversando l'Afghanistan, dovrebbe
portare fino in Pakistan il gas naturale del Caspio. Si incomincia anche a
progettare un oleodotto Caspio-Pakistan che, per un ampio tratto, dovrebbe
seguire lo stesso "corridoio" del gasdotto.
Il 27 ottobre 1997: sette compagnie petrolifere e il governo del
Turkmenistan costituiscono il consorzio Central Asia Gas Pipeline Ltd. (Centgas),
che presenta il progetto di un gasdotto di 1.464 km Turkmenistan-Pakistan via
Afghanistan, estendibile per altri 750 km fino in India. A capo del consorzio è
la compagnia statunitense Unocal. Le altre sono la saudita Delta Oil, la
pakistana Crescent Group, la russa Gazprom, la sudcoreana Hyundai Engineering
Construction Company, le giapponesi Inpex e Itochu. Ecco che il gasdotto, con
una capacità annua di 20 miliardi di metri cubi, potrebbe essere costruito in
2-3 anni. Vi è però un problema: una compagnia concorrente, l'argentina Bridas,
dichiara il 4 novembre di essere vicina a un accordo con i talebani afghani per
la costruzione del gasdotto.
E il 25 novembre 1997: il vicepresidente esecutivo della Unocal, Bob
Todor, sottolinea l'importanza strategica del "corridoio" afghano per
raggiungere l'Asia, "il mercato in più rapida crescita per il gas e
petrolio del Caspio". Il "corridoio" cinese è troppo lungo è
costoso (e non gradito a Washington), quello iraniano è impraticabile per il
divieto Usa.
Siamo al 5 dicembre 1997 quando una delegazione ad alto livello del
regime talebano viene invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal, che
la ospita per diversi giorni nel suo quartier generale di Sugarland in Texas.
Nello stesso periodo la Unocal apre un suo ufficio di rappresentanza a Kandahar,
già base meridionale dei talebani prima della conquista di Kabul.
E' il gennaio 1998, e i talebani annunciano di aver scelto, per la
realizzazione del gasdotto attraverso l'Afghanistan, il consorzio con a capo la
Unocal, e firmano l'accordo.
Tutto si tiene ancora nel giugno 1998: dopo che la russa Gazprom ha
ceduto la sua quota del 10% nel Centgas, la Unocal e la Delta Oil acquistano il
pieno controllo del consorzio con l'85% del pacchetto azionario. A questo punto,
però, qualcosa si incrina nell'alleanza Usa-Arabia saudita. Washington non si
fida più del regime talebano, sia per le sue crescenti tendenze anti-Usa, sia
perché lo ritiene inaffidabile per il controllo del decisivo
"corridoio" afghano. L'Arabia saudita, che per anni (d'accordo con
Washigton) ha finanziato i talebani in funzione anti-russa e anti-iraniana,
invece vuole continuare a sostenerli. Il governo saudita, quello pakistano e gli
Emirati arabi sono gli unici paesi al mondo a riconoscere ufficialmente il
governo talebano.
Così, il 20 agosto 1998, gli Usa lanciano il primo attacco aereo in
Afghanistan contro sospette roccaforti del sospetto terrorista Osama bin Laden.
Naturalmente, il 21 agosto 1998, il giorno dopo l'attacco aereo, la
Unocal annuncia di sospendere la sua attività per la realizzazione del
gasdotto, dichiarando che la riprenderà solo "quando l'Afghanistan
conseguirà la stabilità necessaria a ottenere finanziamenti al progetto del
gasdotto dalle principali agenzie internazionali". E l'8 dicembre 1998
la Unocal annuncia anche il suo ritiro dal consorzio Centgas. Fatto rilevante,
alla guida del Centgas subentra, al posto della Unocal statunitense, la Delta
Oil saudita. Tutto bloccato dunque? No, perché nell'aprile 1999
Afghanistan, Pakistan e Turkmenistan annunciano di essersi accordati per
riattivare il progetto del gasdotto e chiedono al consorzio Centgas, ora diretto
dalla Delta Oil saudita, di procedere alla sua realizzazione. A questo punto gli
Usa si vedono sfuggire di mano il controllo del "corridoio" afghano e,
con esso, la possibilità di controllare l'approvvigionamento energetico
dell'Asia con il gas e petrolio del Caspio. Si vedono scavalcati dal loro più
importante alleato nella regione, l'Arabia saudita, che riattiva il progetto del
gasdotto (cui dovrebbe seguire quello dell'oleodotto) per realizzarlo e gestirlo
senza gli Usa, d'accordo con i talebani, a loro volta d'accordo con il
fuoriuscito saudita bin Laden. Bin Laden a parte, quel che si prospetta
concretamente è la possibilità che si costituisca una coalizione di paesi in
grado di sfidare gli Stati uniti, sottraendo loro il controllo delle fonti
energetiche da cui anche gli Usa dipendono in misura crescente. Si verifica, in
altre parole, la situazione prevista nel documento strategico pubblicato dal
Pentagono il 30 settembre (il manifesto, 10 ottobre 2001), cioè "la
possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare
la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi, la possibilità
che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse"
(Quadrennial Defense Review, 30 settembre 2001). La risposta non può che
essere quella indicata nello stesso documento del Pentagono: usare "le
forze armate, il cui scopo è proteggere e promuovere gli interessi nazionali
degli Stati uniti", per "cambiare il regime di uno stato avversario od
occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi
non siano realizzati".
di Domenico Walter Izzo
Il petrolio centroasiatico, una chiave di lettura del conflitto
Le indagini sul terrorismo fondamentalista bloccate e il vice
direttore dell’FBI che, da buon irlandese, sbatte la porta e si
dimette. Gli emissari dei Talebani, accolti amichevolmente a
Washington, con la mediazione della
nipote dell’ex direttore della Cia; e ancora il vicepresidente di
una grande compagnia petrolifera che disegna in un audizione al
Congresso la strategia Usa per l’Asia centrale e l’Afghanistan
in particolare; un plenipotenziario
statunitense che dice, chiaro e tondo, ai Talebani di scegliere tra
l’oro e il piombo. Sono solo alcune delle mosse giocate negli
ultimi anni sulla grande ed impervia scacchiera dell’Asia
centrale.
La chiave per il petrolio dell’Asia centrale documenti Al centro
della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso
ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due
l’Afghanistan. In uno, viaggeranno ogni giorno un milione di
barili di greggio proveniente dai giacimenti dell’ex URSS, nel
secondo correrà il gas che sgorga dai giacimenti di Dauletabad in
Turkmenistan. Due arterie strategiche per rendere accessibile alle
grandi compagnie petrolifere americane le immense riserve di
idrocarburi dell’Asia centrale.
Il 65% delle riserve mondiali Per dare solo un’idea della
proporzione della posta in gioco, basta ricordare che la stima delle
riserve del Caspio è di circa 263mila miliardi di piedi cubici di
gas naturale e di 60 miliardi di barili di petrolio, pari al 65%
delle riserve mondiali. Un tesoro immenso che ha un solo handicap:
la distanza dai mercati. La soluzione? Ecco cosa propone John J.
Maresca, vicepresidente delle relazioni internazionali di Unocal
Corporation, una delle principali compagnie mondiali nel campo delle
risorse energetiche e dei progetti. La Unocal farà parte del
consorzio Cent-Gas, fino alla fine del 1998, quando sarà costretta,
dalle pressioni dell'opinione pubblica americana, ad uscire
ufficialmente dalla struttura che mediava con il regime dei Talebani,
salvo poi a mostrare un forte interesse a rientrare a pieno titolo
nel progetto nel marzo del 2000, pochi mesi prima delle elezioni
nelle quali era favorito il candidato repubblicano. Al progetto la
Unocal aveva lavorato sin dal 1994. Lo riferisce Ahmed Rachid, in
uno studio pubblicato nel marzo scorso dalla Yale University.
"C'erano altre compagnie in campo - scrive Rachid - come
l'argentina Bridas. Ma Washington e Riad si sono impegnate per
convincere tutti i diretti interessati ad escludere Bridas.
All'epoca Unocal aveva aperto i suoi uffici di rappresentanza nelle
zone controllate dai Talebani"
L’audizione al Congresso documenti John J. Maresca si
presenta il12 febbraio 1998 davanti al sottocomitato del Congresso
degli Stati Uniti pere l’Asia e il Pacifico per parlare proprio
dei progetti della Unocal e delle altre compagnie petrolifere sugli
idrocarburi dell’Asia centrale. Il problema come abbiamo detto è
il trasporto. Maresca spiega nella sua audizione - che RaiNews24 è
in grado di documentare - lo stato dell’arte e i progetti. Al
memento gli unici sbocchi possibili sono il Mar Nero e il
Mediterraneo, con delle linee di oleodotti che attraversano le ex
repubbliche sovietiche e la Turchia. Se tutti questi progetti
fossero però realizzati - spiega il vicepresidente della Unocal -
non potrebbero garantire tutta la distribuzione e soprattutto
puntano verso mercati che non potrebbero assorbire questa
produzione. Sentiamolo. "Noi dell'Unocal - afferma Maresca -
riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di questi
oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati energetici
che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione. L'Europa
occidentale, l'Europa centrale e orientale e gli stati ora
indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita
lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all'1,2% all'anno
nel periodo 1995-2010".
L’Asia sarà il grande cliente del futuro "L'Asia è tutto un
altro discorso - sostiene Maresca - Il suo bisogno di consumo
energetico crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza
nelle economie dell'Asia orientale, noi dell'Unocal avevamo previsto
che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi
raddoppiata entro il 2010. Sebbene l'aumento a breve termine della
domanda probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi
riteniamo valide le nostre stime a lungo termine.
Devo osservare che è nell'interesse di tutti che vi siano forniture
adeguate per le crescenti richieste energetiche dell'Asia. Se i
bisogni energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi
opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire
i prezzi dappertutto."
Come portare gas e petrolio ai clienti asiatici?
"La questione chiave è dunque come le risorse energetiche
dell'Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini
mercati asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie
varianti. Un'opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma
questo significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000
chilometri solo per raggiungere la Cina centrale. Inoltre,
servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per raggiungere i
principali centri abitati lungo la costa. La questione dunque è
quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo oleodotto,
e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. (...)
La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada
dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud
attraverserebbe l'Iran, ma questo è precluso alle compagnie
americane a causa delle sanzioni.
Afghanistan scelta obbligata
"L'unico altro itinerario possibile è attraverso l'Afghanistan
- dice il vicepresidente di Unocal - e ha naturalmente anch'esso i
suoi rischi. Il paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due
decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio
abbiamo messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso
l'Afghanistan che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non
si sarà insediato un governo riconosciuto che goda della fiducia
dei governi, dei finanziatori e della nostra compagnia. Abbiamo
lavorato in stretta collaborazione con l'Università del Nebraska a
Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l'Afghanistan
che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le
parti del paese, il
nord e il sud."
Un gigante di oltre mille miglia
"La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di
un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti
esistenti in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia.
L'oleodotto lungo 1.040 miglia si estenderebbe a sud attraverso
l'Afghanistan fino a un terminal per l'export che verrebbe costruito
sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto dal diametro di 42
pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di
trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo
stimato del progetto, che è simile per ampiezza all'oleodotto
trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari."
Ecco il nostro progetto
Poi Maresca spiega quali sono in dettaglio i progetti sull’Afghanistan."Lo
scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline
Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una
cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande
giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in
Pakistan e forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia
aprirà nuovi mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan
attraverso l'Afghanistan fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento
proposto porterebbe il gas fino a New Delhi, dove si collegherebbe a
un gasdotto esistente. Per quanto riguarda il proposto oleodotto in
Asia centrale, CentGas non può cominciare la costruzione finché
non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto
internazionalmente."
Le nostre richieste
E avanza le richieste delle Compagnie all’Amministrazione e al
Congresso. "Noi chiediamo all'Amministrazione e al Congresso di
sostenere con forza il processo di pace in Afghanistan condotto
dagli Stati Uniti. Il governo Usa
dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle
soluzioni per tutti i conflitti nella regione. L'assistenza Usa
nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale per il
successo degli affari".Orecchie attente sulle rive del Potomac
Le parole di Maresca trovano orecchie attente nei circoli della
politica americana e soprattutto nella nuova Amministrazione guidata
da Bush, dove non mancano gli uomini e le donne che con il petrolio
hanno una certa dimestichezza a cominciare proprio dal Presidente e
dal vicepresidente Cheney, presidente e azionista quest’ultimo
della Oil Supply Company. Ma non solo il ruolo di Consigliere per la
Sicurezza nazionale è ricoperto da Condoleeza Rice,
un’affascinante signora che prima di entrare nello staff
presidenziale era stata dirigente della Chevron sin dal 1991.
Inutile dire che la Chevron è una delle grandi compagnie
petrolifere interessate allo sfruttamento dei giacimenti del Caspio.
Solo per citare i soggetti di maggiore rilievo.
I Talebani sono i benvenuti in Usa documenti.
Nel 1995 - spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid nel suo
recente libro "Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in
Asia centrale" - dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e
cacciato dalle scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola
parola di critica da parte degli Stati Uniti. In realtà gli Usa,
insieme all’ISI, consideravano la caduta di Herat un aiuto ad
Unocal e un ulteriore stretta al cappio intorno all’Iran". I
dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con
favore negli Usa e loro rappresentanti - racconta John Pilger -
volano in Texas dall’ allora governatore Bush, dove incontrano i
dirigenti dell’Unocal che fanno loro un’offerta precisa riguardo
all’oleodotto: una fetta dei profitti pari al 15%. Ma ci sono
alcune condizioni da rispettare.
Il racconto di una trattativa finita male
Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden,
la vérité interdite) uscito pochi giorni fa in Francia. Gli autori
sono Jean Charles Brisard e Guillaume Dasquieré. Brisard è
l’autore, per conto del DST francese del dossier sulle strutture
economiche di Osama bin Laden, che il presidente Chirac ha
consegnato a Bush nella sua visita dopo gli attentati alle Torri.
Dasquieré dirige il prestigioso bollettino Intelligence online.
Insomma due esperti autorevoli.
Una brillante quarantenne
A reggere le fila dei contatti è Laila Helms, la nipote dell’ex
direttore della Cia ed ex ambasciatore Usa in Iran, Richard Helms.
Laila, è una brillante quarantenne, che da sempre ha mantenuto
contatti privilegiati con gli Afghani. Ma soprattutto ha ottimi
rapporti negli ambienti dei servizi segreti e del Dipartimento di
Stato. Negli ultimi sei anni - spiegano Brisard e Dasquieré nel
loro libro - si è dedicata alla supervisione di alcune azioni di
influenza a nome dei Talebani soprattutto preso le Nazioni Unite: La
sua azione non si attenua neppure dopo il 1996, quando il Mullah
Omar diventa ufficialmente meno frequentabile agli occhi degli
americani e neppure quando i capi Talebani accolgono bin Laden che
sarà poi ritenuto responsabile degli attentati contro le ambasciate
americane. Arriva persino a realizzare un documentario sulle donne
afghane, talmente filo talebano da esser rifiutato da tutte le reti
televisive americane.
Per Laila le cose si mettono bene con il ritorno dei Repubblicani al
potere che rimette molti suoi amici funzionari nei posti chiave
della Cia e del Dipartimento di Stato. I risultati non si fanno
attendere.
Il viaggio del consigliere di Omar
Tra il 18 e il 23 marzo di quest’anno Laila organizza un viaggio
negli Stati Uniti per Sayed Rahmatullah Hascimi. Ha solo 24 anni, ma
è già l’ambasciatore itinerante dei Talebani e consigliere
personale del Mullah Omar. Non si tratta ovviamente di un giro
turistico o culturale. Si parla di petrolio e di oleodotti. Gli
interlocutori sono alti funzionari della Cia e del Dipartimento di
Stato. Laila riesce ad ottenere per il consigliere del Mullah
un’intervista televisiva alla ABC e alla Radio pubblica. Il tutto
con la benedizione dei coircoli politici vicini
all’Amministrazione, che punta ad un miglioramento dell’immagine
dei Talebani, in relazione al negoziato per "normalizzare"
l’Afghanistan.
Le indagini bloccate
A dare nuovo impulso al negoziato è lo stesso Presidente Bush che
promuove la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i paesi confinati
con l’ Afghanistan più Usa e Russia).
Ma non solo. Brisard e Dasquieré raccontano che John O’Neill, il
vicedirettore dell’FBI si era dimesso improvvisamente. Dietro
l’abbandono di O’Neill, spiegano i due analisti francesi,
c’era un duro scontro tra il Bureau e il Dipartimento di Stato.
L’amministrazione avrebbe infatti stoppato le indagini, condotte
proprio da O’Neill sul terrorismo fondamentalista ed in
particolare sugli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar
El Salaam e contro la nave Cole. Questo per favorire un accordo con
i Talebani. Uno stop che portò - secondo il racconto fatto ai due
analisti francesi che dedicano il loro libro alla sua memoria - alle
dimissioni dal Bureau. O’Neill accetterà l’incarico di capo
delle sicurezza del WTC e morirà insieme ad altre 5000 persone
nell’attacco terroristico dell’11 settembre.
Il gruppo dei 6+2
A coordinare il gruppo dei 6+2 è chiamato Francesc Verdell,
rappresentante di Kofi Annan, che incontra a Roma anche l’ex re
Zahir Sha, per verificare un suo possibile coinvolgimento in un
governo di coalizione. Il "gruppo" si riunisce più volte,
senza grandi risultati. La proposta che arriva ai Talebani (siamo
assai prima dell’11 settembre) è la seguente: mollare bin Laden,
creazione di un governo di coalizione che comprenda i Talibani (la
stessa proposta avanzata in piena guerra dagli Usa) in cambio di
aiuti economici e riconoscimento internazionale. Quel riconoscimento
internazionale e quella stabilità chiesta da più di due anni dalle
compagnie interessate alla costruzione degli oleodotti.
Scegliete: Oro o piombo?
Gli americani - raccontano Brisard e Dasquieré - non esitano ad
usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro
degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in
un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel
corso della riunione del "Gruppo" a Berlino, tra il 17 e
il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe
detto, riferendosi all’Afghanistan, che dopo la costituzione del
"governo allargato ci saranno aiuti internazionali - poi
potrebbe arrivare l’oleodotto". L’ambasciatore, racconta
l’ex ministro, spiega quale potrebbe esser l’alternativa: se i
Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel
suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe
ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré
riferiscono una battuta assai esplicita. "Ad un certo punto i
rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra
offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di
bombe".
L’ultimo incontro Usa-Talebani
L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2
agosto, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina
Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato ad
incontrare a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul
respinge definitivamente la proposta americana. La parola passa alle
armi.
Domenico Walter
Izzo da www.disinformazione.it
I presidenti del Pakistan e Turkmenistan, Musharraf e Niyazov, e il
primo ministro afghano Hamid Karzai, hanno sottoscritto il 30 maggio,
a Islamabad, un accordo che rilancia il progetto del gasdotto
Turkmenistan-Pakistan via Afghanistan. Secondo il progetto, il
gasdotto - lungo 1.500 km e con una capacità annua di 30 miliardi di
metri cubi - partirà dal giacimento turkmeno di Daulatabad e,
attraversato l'Afghanistan, arriverà al porto pakistano di Gwadar,
dove verrà costruito un impianto di liquefazione del gas naturale.
Sarà la via più breve, ha sottolineato il presidente pakistano
Musharaff, attraverso cui le risorse energetiche dell'Asia centrale
potranno essere trasportate in Giappone ed Estremo Oriente e in
Occidente. Solo a Daulatabad, ha precisato Niyazof, vi sono riserve di
gas naturale ammontanti a 6.500 miliardi di metri cubi. Il progetto,
il cui costo è stimato in 2 miliardi di dollari, si baserà - ha
detto Musharraf - sullo studio di fattibilità già esistente, ossia
su quello presentato nel 1997 dal consorzio capeggiato dalla compagnia
statunitense Unocal (v. il manifesto, 18-10-2001). Fatto singolare, si
tratta dello stesso progetto che i talebani avevano approvato nel
gennaio 1998, dopo che una loro delegazione ad alto livello era stata
invitata negli Stati uniti per colloqui con la Unocal. La compagnia
statunitense - dopo aver speso almeno 20 milioni di dollari per
finanziare anche «istituzioni benefiche» talebane - si era però
ritirata dal progetto nel dicembre 1998 (in quanto a Washington non si
fidavano più del regime talebano), annunciando comunque la sua
disponibilità a riprendere l'attività per la realizzazione del
gasdotto «quando l'Afghanistan conseguirà la stabilità necessaria».
Il momento è arrivato. A capo del governo afghano c'è ora Hamid
Karzai (anche se ad interim) che - documenta Le Monde (6-12-2001) - «ha
perfezionato la sua formazione negli Stati uniti, dove è stato
consulente della compagnia petrolifera americana Unocal, quando essa
studiava la costruzione di un gasdotto attraverso l'Afghanistan». E
l'inviato speciale del presidente americano george W. Bush in
Afghanistan, Zalmay Khalilzad, è stato anche lui consulente della
Unocal, nel periodo in cui redigeva lo studio di fattibilità del
gasdotto. Anche se la Unocal dice di non essere interessata a
ritornare in Afghanistan, il ministro afghano per le miniere e
industrie, Alim Razim, ha dichiarato - e chi poteva dubitarne? - di
considerarla ancora la «compagnia leader» per la realizzazione del
progetto.
Ma è a questo punto secondario se sia proprio la Unocal a riprendere
in mano il progetto. Fondamentale, per Washington, è che ora esso può
essere controllato dagli Stati uniti. Nel 1999 - quando, dopo il
ritiro della Unocal, l'Afghanistan dei talebani, il Pakistan e il
Turkmenistan si erano accordati per portarlo avanti affidandolo alla
compagnia saudita Delta Oil - gli Usa si erano visti tagliati fuori.
Ben diversa è la situazione odierna.
L'area attraverso cui dovrebbe passare il gasdotto, cui sarebbe
abbinato in seguito un oleodotto, è presidiata militarmente dagli
Stati uniti e da governi alleati. Washington ritiene quindi fattibile
l'apertura di questo nuovo corridoio, il più breve e meno costoso,
attraverso cui il gas naturale e petrolio del Caspio può essere
trasportato ai paesi consumatori senza farlo passare dal territorio
russo, controllando in tal modo una importante via
dell'approvvigionamento energetico dell'Asia orientale (Giappone
compreso) e degli Stati uniti stessi.
Regista della riapertura del corridoio afghano è Dick Cheney, che,
prima di divenire vicepresidente nell'amministrazione Bush, era Ceo (Chief
Executive Officer) della Halliburton, la maggiore fornitrice mondiale
di servizi per le industrie petrolifere, con cui egli ha accumulato
una fortuna ricevendo per di più, come liquidazione, un pacchetto
azionario di 34 milioni di dollari. La Halliburton, la ExxonMobil, la
Conoco e altre compagnie statunitensi, che hanno investito 30 miliardi
di dollari per lo sfruttamento delle riserve energetiche del Caspio,
premono per l'apertura del cosiddetto corridoio afghano, che alcuni
petrolieri texani (dotati di cultura storica) hanno denominato «la
nuova via della seta».
La via, però, è irta di ostacoli. Sul piano interno, Cheney rischia
di finire sotto inchiesta per aver favorito illegalmente, oltre alla
Enron, anche la Halliburton. In Afghanistan, il rilancio del progetto
del gasdotto acuisce lo scontro tra le fazioni, che si disputano le
centinaia di milioni di dollari dei futuri diritti di transito.
Inoltre, una guerra nel subcontinente indiano potrebbe bloccare la
realizzazione del gasdotto, sia in Pakistan che in India (dove,
secondo una variante del progetto, potrebbe arrivare una sua
derivazione). Una cosa, comunque, è certa: se verrà realizzato, il
gasdotto (facilmente sabotabile) dovrà essere presidiato da forze
armate lungo tutto il percorso. Alle popolazioni delle zone che
attraverserà esso non porterà quindi alcun vantaggio, ma solo una
maggiore militarizzazione del territorio.
di Roberto Chinzari10/01/2002
La Unocal, nasce nel 1983 dalla riorganizzazione della Union Oil.
Interessi soprattutto in Alaska, nel Golfo del Messico, in Thailandia.
Molti nomi del direttorio della compagnia sono intrecciati nella
politica. Così Donald Rice, comandante dell’aviazione americana
quando era presidente Bush padre; così Charles Larson, comandante in
capo del Comando navale del Pacifico; così Robert Oakley, ex
ambasciatore americano in Pakistan, noto per il suo ruolo a fianco della
Cia per aiutare i Mujaheddin nella loro lotta contro i sovietici negli
anni Ottanta. La compagnia ha supportato anche economicamente le
campagne elettorali repubblicane.
La Delta Oil, invece, è diretta dallo sceicco Bandar bin Muhammad
Al-Aiban, uomo molto legato a re saudita Fahd, tanto da essere anche
membro della “Shura Council” dell’Arabia saudita. La società
controlla anche la maggioranza della società canadese Centurionenergy,
con interessi soprattutto in Tunisia e in Egitto. La Delta Oil ha sede a
Jeddah, che il caso vuole sia la sede anche del Saudi Binladin Group.
É bene tener presente l'importanza delle riserve di gas e di
petrolio presenti in Asia centrale e il ruolo che queste giocano nel
determinare la politica Usa. Vorrei concentrarmi su tre questioni.
Primo, la necessità di numerose vie di transito in cui far passare gli
oleodotti e i gasdotti per le riserve di petrolio e di gas presenti
dell'Asia centrale. Secondo, la necessità che l'America sostenga gli
sforzi regionali e internazionali tesi a soluzioni politiche equilibrate
e durature dei conflitti nella regione, compreso l'Afghanistan. Terzo,
il bisogno di assistenza strutturata per incoraggiare le riforme
economiche e lo sviluppo nella regione di un clima appropriato per gli
investimenti. A questo proposito, noi sosteniamo in modo specifico
l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act.
La regione del Caspio contiene enormi riserve di idrocarburi intatte.
Solo per dare un'idea delle proporzioni, le riserve di gas naturale
accertate equivalgono a oltre 236mila miliardi di piedi cubici. Le
riserve petrolifere totali della regione potrebbero ammontare a oltre 60
miliardi di barili di petrolio. Alcune stime arrivano fino a 200
miliardi di barili. Nel 1995 la regione produceva solo 870.000 barili al
giorno. Entro il 2010 le compagnie occidentali potrebbero aumentare la
produzione fino a circa 4,5 milioni di barili al giorno, un aumento di
oltre il 500% in soli 15 anni. Se questo dovesse accadere, la regione
rappresenterebbe circa il 5% della produzione totale di petrolio al
mondo.
C'è tuttavia un grosso problema da risolvere: come portare le vaste
risorse energetiche della regione ai mercati che ne hanno bisogno.
L'Asia centrale è isolata. Le sue risorse naturali sono sbarrate, sia
geograficamente che politicamente. Ciascuno dei paesi del Caucaso e
dell'Asia centrale vive difficili sfide politiche. Alcuni paesi hanno
guerre irrisolte e conflitti latenti. Altri hanno sistemi in via di
trasformazione in cui le leggi e anche i tribunali sono dinamici e
mutevoli. Inoltre, un importante ostacolo tecnico che noi dell'industria
petrolifera riscontriamo nel trasporto del greggio è l'infrastruttura
esistente nella regione per quanto riguarda gli oleodotti.
Essendo stati costruiti durante l'era sovietica, con Mosca come suo
centro, gli oleodotti della regione tendono a dirigersi a nord e a ovest
verso la Russia. Non ci sono collegamenti verso il sud e l'est. Ma
attualmente è improbabile che la Russia possa assorbire altri grossi
quantitativi di petrolio straniero. Improbabile che nel prossimo
decennio essa possa diventare un mercato significativo in grado di
assorbire nuove riserve energetiche. Le manca la capacità di
trasportarle ad altri mercati.
Due grossi progetti infrastrutturali stanno cercando di rispondere al
bisogno di una maggiore capacità di export. Il primo, sotto l'egida del
Caspian Pipeline Consortium, prevede la costruzione di un oleodotto a
ovest del Caspio settentrionale fino al porto russo di Novorossiysk nel
Mar Nero. Il petrolio viaggerebbe poi con le petroliere attraverso il
Bosforo fino al Mediterraneo e ai mercati mondiali.
L'altro progetto è sponsorizzato dall'Azerbaijan International
Operating Company, un consorzio di undici compagnie petrolifere
straniere tra cui quattro compagnie americane: Unocal, Amoco, Exxon e
Pennzoil. Questo consorzio considera possibili due vie di transito. Una
di esse si dirigerebbe a nord e attraverserebbe il Caucaso
settentrionale fino a Novorossiysk. L'altra attraverserebbe la Georgia
fino a un terminale di spedizione sul Mar Nero. Questa seconda via
potrebbe essere estesa a ovest e a sud attraverso la Turchia fino al
porto di Ceyhan sul Mediterraneo.
Ma anche se entrambi gli oleodotti fossero costruiti, la loro capacità
totale non sarebbe sufficiente a trasportare tutto il petrolio che, si
pensa, la regione produrrà nel futuro. Essi non avrebbero nemmeno la
capacità di arrivare ai mercati giusti. Bisogna costruire altri
oleodotti per l'export.
Noi dell'Unocal riteniamo che il fattore centrale nella progettazione di
questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri mercati
energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione.
L'Europa occidentale, l'Europa centrale e orientale e gli stati ora
indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita
lenta, in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all'1,2% all'anno nel
periodo 1995-2010.
L'Asia è tutto un altro discorso. Il suo bisogno di consumo energetico
crescerà rapidamente. Prima della recente turbolenza nelle economie
dell'Asia orientale, noi dell'Unocal avevamo previsto che la domanda di
petrolio in questa regione si sarebbe quasi raddoppiata entro il 2010.
Sebbene l'aumento a breve termine della domanda probabilmente non
rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le nostre stime a
lungo termine.
Devo osservare che è nell'interesse di tutti che vi siano forniture
adeguate per le crescenti richieste energetiche dell'Asia. Se i bisogni
energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi opereranno una
pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i prezzi
dappertutto.
La questione chiave è dunque come le risorse energetiche dell'Asia
centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati asiatici.
Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti. Un'opzione è
dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo significherebbe
costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per raggiungere la
Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000 chilometri per
raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La questione
dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo
oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori.
Per quelli che non hanno familiarità con la terminologia, il netback
è il prezzo che il produttore riceve per il suo gas o il suo petrolio
alla bocca del pozzo dopo che tutti i costi di trasporto sono stati
dedotti. Perciò è il prezzo che egli riceve per il petrolio alla bocca
del pozzo.
La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada
dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud
attraverserebbe l'Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a
causa delle sanzioni. L'unico altro itinerario possibile è attraverso
l'Afghanistan, e ha naturalmente anch'esso i suoi rischi. Il paese è
coinvolto in aspri scontri da quasi due decenni, ed è ancora diviso
dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo messo in chiaro che la
costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan che abbiamo proposto
non potrà cominciare finché non si sarà insediato un governo
riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e
della nostra compagnia.
Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l'Università del
Nebraska a Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per
l'Afghanistan che sarà aperto a uomini e donne, e che opererà in
entrambe le parti del paese, il nord e il sud.
La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di un sistema
regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti in
Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L'oleodotto lungo 1.040
miglia si estenderebbe a sud attraverso l'Afghanistan fino a un terminal
per l'export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo
oleodotto dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt)
avrà una capacità di trasporto di un milione di barili di greggio al
giorno. Il costo stimato del progetto, che è simile per ampiezza
all'oleodotto trans-Alaska, è di circa 2,5 miliardi di dollari.
Data l'abbondanza delle riserve di gas naturale in Asia centrale, il
nostro obiettivo è collegare le risorse di gas con i più vicini
mercati in grado di assorbirle. Questo è basilare per la fattibilità
commerciale di qualunque progetto sul gas. Ma anche questi progetti
presentano difficoltà geopolitiche. La Unocal e la compagnia turca Koc
Holding sono interessate a portare forniture competitive di gas alla
Turchia. Il prospettato gasdotto Eurasia trasporterebbe il gas dal
Turkmenistan direttamente all'altra parte del Mar Caspio attraverso l'Azerbaijan
e la Georgia fino in Turchia. Naturalmente la demarcazione del Caspio
rimane una questione aperta.
Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia Gas Pipeline
Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una cointeressenza,
per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande giacimento di gas
di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e forse in
India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi mercati
per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l'Afghanistan
fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas
fino a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per
quanto riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può
cominciare la costruzione finché non si sarà insediato un governo
afghano riconosciuto internazionalmente.
L'Asia centrale e la regione del Caspio è benedetta da riserve
abbondanti di petrolio e gas che possono migliorare la vita dei suoi
abitanti, e fornire energia per la crescita sia all'Europa che all'Asia.
Anche l'impatto di queste risorse sugli interessi commerciali e sulla
politica estera degli Stati Uniti è significativo. Senza una
risoluzione pacifica dei conflitti nella regione, difficilmente saranno
costruiti oleodotti e gasdotti attraverso le frontiere. Noi chiediamo
all'Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il processo di
pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa dovrebbe
usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni per
tutti i conflitti nella regione.
L'assistenza Usa nello sviluppare queste nuove economie sarà cruciale
per il successo degli affari. Noi incoraggiamo anche forti programmi di
assistenza tecnica in tutta la regione. In particolare, chiediamo
l'annullamento o la rimozione della sezione 907 del Freedom Support Act.
Questa sezione restringe ingiustamente l'assistenza del governo Usa al
governo dell'Azerbaijan e limita l'influenza Usa nella regione.
Sviluppare itinerari per l'export a costi competitivi per le risorse
dell'Asia centrale è un compito formidabile, ma non impossibile. La
Unocal e altre compagnie americane similari sono pienamente preparate a
intraprendere il compito e a riportare ancora una volta l'Asia centrale
al centro dei traffici come era in passato.
Traduzione di Marina Impallomeni
Finché Musharraf ignorerà le critiche, avrà poco da temere. Finora, forte
del regime militare, è riuscito a gestire le pressioni
internazionali.Inoltre, può contare sugli aiuti degli Stati Uniti in cambio
dell’impegno di combattere i terroristi locali.
Ovviamente Washington è meno interessata alla politica pachistana che ad al
Qaeda e ad assicurarsi che Musharraf impedisca ai militanti islamici di
sconfinare nella zona del Kashmir controllata dagli indiani. Eppure, aiutando
il presidente pachistano nel suo tentativo di reprimere una piccola minoranza
di estremisti, gli Stati Uniti permettono al presidente pachistano di ignorare
le istanze della stragrande maggioranza.
Collera contro gli Usa