Il capo della banda criminale di Al Qaeda, Osama bin Laden viene immediatamente indicato come il responsabile del tragico attentato al WTC.
Cerchiamo di capire chi è il personaggio attraverso articoli di giornalisti ed attraverso documenti.
OSAMA BIN LADEN
CHI E' OUSMANE BIN LADEN?
di Michel Chossudovsky,
Professore di Economia, Università di Ottawa
Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG) http:/globalresearch.ca
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Inviato il 12 Settembre 2001
Traduzione di Curzio Bettio, di SoccorsoPopolare di Padova
Poche ore dopo gli attacchi terroristici sul World Trade Centre e il Pentagono, l'amministrazione Bush concludeva, senza supporto di prove, che "Ousmane bin Laden e la sua organizzazione al-Qaeda fossero i principali sospettati".
Il Direttore della CIA George Tenet dichiarava che bin Laden aveva la capacità di pianificare "attacchi multipli senza dare avvertimenti."
Il Segretario di Stato Colin Powell definiva gli attacchi "un atto di guerra", e il Presidente Bush in un messaggio televisivo rivolto di sera alla Nazione asseriva che "non avrebbe fatto alcuna distinzione tra i terroristi che avevano commesso questi atti e coloro i quali avevano dato loro copertura".
L'ex Direttore della CIA James Woolsey puntava il dito su una "sponsorizzazione statuale", implicando la complicità di uno o più governi stranieri.
Ecco la dichiarazione dell'ex Consigliere per la Sicurezza
Nazionale, Lawrence Eagleburger:
"Io penso che, essendo stati aggrediti in questo modo, noi dobbiamo
mostrare che siamo terribili nella nostra forza e nella nostra risposta
punitiva."
Nel frattempo, ripetendo a pappagallo le affermazioni
ufficiali, il sistema dei media Occidentali ha approvato il lancio di minacce di
"azioni punitive" dirette contro obiettivi civili nel Medio Oriente.
William Saffire scrive nel New York Times:
"Quando con sicurezza abbiamo individuato le basi e i santuari degli
aggressori, noi li dobbiamo polverizzare - minimizzando, ma accettando i rischi
di danno collaterale - e dobbiamo agire allo scoperto o segretamente per
destabilizzare le nazioni ospiti del terrorismo."
Il testo seguente sottolinea la storia di Ousmane Bin Laden e i suoi legami con la "Jihad" Islamica, secondo la strategia della politica estera USA durante la Guerra Fredda, e le sue conseguenze.
__________________
OUSMANE BIN LADEN E LA CIA
Primo sospettato per gli attacchi terroristici a New York e a Washington, marchiato dal F.B.I. come "terrorista internazionale" per il suo ruolo nel bombardamento dell'ambasciata USA in Africa, il Saudita Ousmane bin Laden era stato reclutato durante la guerra Sovietico-Afghana "ironicamente sotto gli auspici della CIA, per combattere gli invasori Sovietici".(1)
Nel 1979 veniva scatenata "la più larga operazione segreta nella storia della CIA", in risposta all'invasione Sovietica in supporto al governo filo-comunista dell'Afghanistan di Babrak Kamal.(2)
"Con l'attivo appoggio della CIA e dell'ISI [Inter Services Intelligence] Pakistano, che cercavano di portare la Jihad Afghana in una guerra globale da intraprendere da tutti gli stati Mussulmani contro l'Unione Sovietica, circa 35.000 integralisti Mussulmani provenienti da 40 Stati Islamici arrivarono a combattere in Afghanistan fra il 1982 e il 1992. Inoltre decine di migliaia andarono a studiare nelle scuole Coraniche (madrasahs) Pakistane. In definitiva più di 100.000 integralisti Mussulmani stranieri venivano direttamente influenzati dalla Jihad Afghana." (3)
La "Jihad" Islamica era appoggiata dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita con una parte sostanziosa degli investimenti generati dal traffico di droga della Mezzaluna d'Oro:
"Nel marzo 1985, il Presidente Reagan firmava la Direttiva di Delibera sulla Sicurezza Nazionale 166,…che autorizzava un aumento degli aiuti militari segreti ai mujahiddeen, e rendeva palese che la guerra segreta in Afghanistan aveva un nuovo obiettivo: la disfatta delle truppe Sovietiche in Afghanistan attraverso azioni segrete e il favorire il ritiro Sovietico. -- La nuova assistenza segreta USA iniziò con un drammatico aumento nelle forniture di armi -- il supporto arrivò nel 1987 alle 65.000 tonnellate annue,... così come un "flusso continuo" di specialisti della CIA e del Pentagono, che operavano al quartier generale segreto dell'ISI Pachistano sulla strada principale vicino a Rawalpindi, Pakistan. Qui gli specialisti CIA, in collaborazione con ufficiali del Servizio Segreto Pakistano, concorrevano alla preparazione dei piani operativi per i ribelli Afghani."(4)
La CIA (Central Intelligence Agency), usando il Servizio Segreto Militare del Pakistan (ISI), ha giocato un ruolo chiave nel guidare i Mujahideen.
Nei fatti, la CIA favorendo l'addestramento della guerrilla era parte integrante con l'indottrinamento Islamico:
"Tema predominante era che l' Islam rappresentava una perfetta ideologia socio-politica, che l'Islam Santo era stato violato dalle truppe dell'Ateismo Sovietico, e che il popolo Islamico dell' Afghanistan doveva riacquistare la propria indipendenza, rovesciando il regime Afghano di sinistra appoggiato da Mosca."(5)
L'APPARATO PAKISTANO DI SPIONAGGIO
Il Servizio Segreto Militare Interforze Pakistano ISI veniva usato come "intermediario occulto" (infiltazione diretta). Il supporto di copertura alla "Jihad" era operativo indirettamente attraverso l'ISI Pakistano, - cioè la CIA non indirizzava i suoi aiuti direttamente ai Mujahideen. In altre parole, per garantire a queste operazioni di copertura "pieno successo", Washington era attenta a non rivelare il suo obiettivo ultimo alla "Jihad", che consisteva nella distruzione dell'Unione Sovietica.
Milton Beardman della CIA si esprimeva così: "Noi non dovevamo addestrare Arabi". Tuttavia, anche secondo Abdel Monam Saidali, del Centro Al-aram per gli Studi Strategici al Cairo, a bin Laden e "agli Arabi Afghani" sono stati impartiti "tipi veramente sofisticati di addestramento, del tutto simili a quelli della CIA" (6).
Beardman della CIA confermava, a questo riguardo, che Ousmane bin Laden non era consapevole del ruolo che egli doveva occupare a favore di Washington. Queste le parole di bin Laden (riportate da Beardman): "Né io, né i miei fratelli avevamo coscienza dell'aiuto Americano". (7)
Motivati da nazionalismo e da fervore religioso, i combattenti Islamici non si rendevano conto di lottare contro l'Armata Sovietica per gli interessi dello Zio Sam. Benchè avessero contatti con livelli superiori nella scala gerarchica dello spionaggio, i leaders Islamici ribelli nella scala di teatro non avevano contatti con Washington o con la CIA.
Con il sostegno della CIA e l'invio di massicce quantità di aiuti militari USA, l'ISI Pakistano si era sviluppato in una "struttura parallela che esercitava un potere enorme su tutti gli ambiti di governo". (8)
Lo staff dell'ISI era composto da ufficiali militari e di intelligence, burocrati, agenti sotto copertura ed informatori, stimabile sull'intorno dei 150.000 elementi. (9)
Senza dubbio, le operazioni della CIA avevano avuto anche il rinforzo del regime militare Pakistano, con a capo il Generale Zia Ul Haq:
"Le relazioni fra la CIA e l'ISI avevano ricevuto un crescente impulso in seguito alla defenestrazione di Bhutto da parte di Zia e con l'avvento del regime militare, ... Durante tutta la guerra Afghana, il Pakistan si era dimostrato aggressivamente anti-Sovietico molto più degli stessi Stati Uniti. Subito dopo l'invasione militare Sovietica dell'Afghanistan nel 1980, Zia [ul Haq] inviò il suo comandante ISI a destabilizzare gli Stati Sovietici dell'Asia Centrale. La CIA aderì a questo piano solo nell'Ottobre 1984…La CIA era quindi più cauta dei Pakistani. Sia il Pakistan, che gli Stati Uniti adottarono la linea dell'inganno in Afghanistan, con un atteggiamento pubblico orientato alla negoziazione di un accordo, mentre privatamente convenivano che un'escalation militare era la miglior soluzione." (10)
IL TRIANGOLO DELLA DROGA DELLA MEZZALUNA D'ORO
La storia del traffico della droga nell'Asia Centrale è intimamente collegata alle operazioni di copertura della CIA. Prima della guerra Sovietico-Afghana, la produzione di oppio in Afghanistan e in Pakistan era orientata per i piccoli mercati locali. Non vi era alcuna produzione locale di eroina. (11)
A questo riguardo, lo studio di Alfred McCoy conferma che nel corso dei due anni di intervento delle operazioni CIA in Afghanistan "le regioni di confine Pakistan-Afghanistan divennero la punta massima nel mondo per la produzione di eroina, con la copertura del 60% della domanda di droga degli USA. In Pakistan, la popolazione dedita all'uso di eroina è passata dal livello vicino a zero nel 1979… all'1,20 milioni nel 1985 - un salto molto più elevato che in qualsiasi altra nazione".(12)
"Le attività della CIA fra l'altro controllavano questo traffico di eroina. Quando i guerriglieri Mujahideen si impadronirono di territori dell'Afghanistan, ordinarono ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. A cavallo del confine in Pakistan, i leaders Afghani e le organizzazioni malavitose locali, sotto la protezione dell' Intelligence Pakistana, misero in funzione centinaia di laboratori di eroina. Durante questa decade di commercio di droga del tutto libero, l'Agenzia USA per la Repressione contro la Droga a Islamabad ha reso più debole la richiesta di un numero più consistente di confische o di arresti… i funzionari USA hanno rifiutato di indagare su carichi di eroina distribuiti dai loro alleati Afghani, poiché la politica USA sui narcotici in Afghanistan era stata subordinata agli interessi della guerra contro i Sovietici."
Nel 1995, l'ex direttore delle operazioni CIA in Afghanistan, Charles Cogan, ha ammesso che la CIA aveva di fatto sacrificato la guerra alla droga per combattere nella Guerra Fredda. "La nostra principale missione era di creare il più alto danno possibile ai Sovietici. In realtà non potevamo sprecare risorse o tempo per indagini sul traffico della droga,… Io non penso che dobbiamo sentire la necessità di scusarci per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta ... Certamente vi è stata una ricaduta in termini di traffico di droghe. Ma il principale obiettivo è stato raggiunto. I Sovietici hanno abbandonato l'Afghanistan." (13)
NELLA SCIA DELLA GUERRA FREDDA
Nella scia della Guerra Fredda, la regione dell'Asia Centrale non solo è strategica per le sue enormi ed estese riserve di petrolio, ma anche produce i tre quarti dell'oppio mondiale, che rappresentano entrate per molti miliardi di dollari per imprese affaristiche, per istituzioni finanziarie, per agenzie di spionaggio e per il crimine organizzato.
I profitti annuali dal traffico di droga della Mezzaluna d'Oro (tra 100 e 200 miliardi di dollari) rappresentano approssimativamente un terzo del movimento di affari annuale del Mondo intero del narcotraffico, stimato dalle Nazioni Unite sull'ordine dei 500 miliardi di dollari $. (14)
Con la disintegrazione dell'Unione Sovietica, si era aperta una nuova sorgente nella produzione dell'oppio. (In accordo con le stime dell'ONU, la produzione di oppio in Afghanistan nel 1998-99 - e questo coincide con la costruzione di rivolte armate nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica - ha raggiunto il record di circa 4500 tonnellate.) (15) Potenti imprese di affari dell'ex Unione Sovietica, alleate con il crimine organizzato, sono in competizione per il controllo strategico delle vie dell'eroina.
La rete militar-spionistica di grande estensione come l'ISI Pakistana non viene smantellata nella scia della Guerra Fredda. La CIA continua ad appoggiare la "Jihad" Islamica fuori dal Pakistan. Nuove iniziative segrete sono poste in atto nell'Asia Centrale, nel Caucaso e nei Balcani. L'apparato militare e di spionaggio del Pakistan essenzialmente "serve come catalizzatore della disgregazione dell'Unione Sovietica e della apparizione improvvisa di sei nuove Repubbliche Mussulmane nell'Asia Centrale."(16)
Nel frattempo, missionari Islamici della setta Wahhabi dall'Arabia Saudita si sono stabiliti nelle repubbliche Mussulmane e nell'interno della Federazione Russa, invadendo il campo delle istituzioni laiche dello Stato. Malgrado la sua ideologia anti- Americana, il fondamentalismo Islamico è stato largamente utilizzato per gli interessi della strategia di Washington in contrapposizione all'Unione Sovietica.
Anche dopo la ritirata delle truppe Sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata senza soste. I Talebani avevano l'appoggio dei Deobandis Pakistani e del loro partito politico, lo Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (JUI).
Nel 1993, lo JUI entrava nella coalizione del governo Pakistano del Primo Ministro Benazzir Bhutto. Venivano stretti accordi tra lo JUI, l'Esercito e l'ISI.
Nel 1995, con la caduta del Governo di Kabul di Hezb-I-Islami Hektmatyar, i Talebani non solo instaurarono un governo fondamentalista Islamico, ma anche "assunsero il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan soprattutto con le fazioni che facevano riferimento allo JUI ..." (17)
E lo JUI, con l'appoggio dei movimenti Sauditi Wahhabi, ha giocato un ruolo chiave nel reclutare volontari per la lotta nei Balcani e nell'ex Unione Sovietica.
Jane Defense Weekly conferma a questo riguardo che "metà delle forze Talebani in uomini ed equipaggiamento provenivano dal Pakistan sotto la supervisione dell'ISI". (18) Nei fatti, questo sta a significare che, dopo la ritirata Sovietica, entrambe le parti in lotta nella guerra civile hanno continuato a ricevere appoggi segretamente attraverso l'ISI Pakistano. (19)
In altre parole, con il sostegno del Servizio Segreto Militare del Pakistan (ISI), che in conclusione era controllato dalla CIA, lo Stato Islamico Talebano era largamente al servizio degli interessi geopolitici Americani. Infatti il traffico di droga della Mezzaluna d'Oro veniva usato per finanziare ed equipaggiare l'Esercito Bosniaco Mussulmano (a partire dal lontano 1990) e l'Armata di Liberazione del Kosovo (KLA).
In questi ultimi mesi è stato messo in evidenza il fatto che mercenari Mujahideen stanno combattendo nei ranghi dei terroristi Albanesi delle KLA-NLA, nelle loro aggressioni contro la Macedonia.
Non vi sono dubbi: questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Talebani, inclusa l'ostentata derogazione dei diritti delle donne, la chiusura totale delle scuole per le giovani, il licenziamento delle donne impiegate negli uffici governativi e l'applicazione forzata delle "leggi Sharia della punizione". (20)
LA GUERRA IN CECENIA
Con riguardo alla Cecenia, i principali leaders ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati ed indottrinati nei campi in Afghanistan e in Pakistan, sponsorizzati dalla CIA.
Secondo Yossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso degli USA sul Terrorismo e la Guerra Non-convenzionale, la guerra in Cecenia è stata pianificata durante un summit segreto della HizbAllah International, tenuto nel 1996 a Mogadiscio, Somalia. (21)
Il summit veniva curato da Osama bin Laden e da funzionari di alto rango dei servizi segreti Iraniano e Pakistano. Con riferimento a ciò, il coinvolgimento dell'ISI Pakistano in Cecenia "era da molto tempo in atto per fornire i Ceceni con armi e consulenza: l'ISI e i suoi sostituti fondamentalisti Islamici attualmente sono identificati come i pezzi grossi in questa guerra". (22)
Il principale oleodotto della Russia passa attraverso la Cecenia e il Dagestan.
A dispetto della superficiale condanna di Washington del terrorismo Islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia sono le multinazionali del petrolio Anglo-Americane, che sono impegnate per il controllo sulle risorse petrolifere e sui corridoi degli oleodotti in uscita dal bacino del Mar Caspio.
Le due principali armate ribelli Cecene (rispettivamente guidate dai Comandanti Shamil Basayev e Emir Khattab), stimate sui 35.000 uomini, sono appoggiate dall'ISI Pakistano, che quindi gioca un ruolo chiave nell'organizzare e nell'addestrare gli eserciti ribelli Ceceni:
"[Nel1994] l'ISI Pakistano predisponeva per Basayev e i suoi luogotenenti di fiducia di essere sottoposti ad un indottrinamento intensivo sull'Islam e di venire addestrati nella guerra di guerriglia nella provincia del Khost in Afghanistan, nella base di Amir Muawia, costituita già nel lontano 1980 dalla CIA e dall'ISI, sotto la guida del famoso signore della guerra Afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio 1994, dopo l'apprendistato a Amir Muawia, Basayev veniva trasferito al campo di Markaz-i-Dawar in Pakistan per l'addestramento nelle tattiche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev incontra ufficiali Pakistani di alto grado dell'esercito e dei servizi segreti: il Ministro della Difesa Generale Aftab Shahban Mirani, il Ministro dell'Interno Generale Naserullah Babar, e il comandante della Sezione ISI per l'appoggio alle cause Islamiche, Generale Javed Ashraf, (all'oggi a riposo). Queste connessioni di relazioni ad alto livello sono risultate di vera utilità per Basayev."(23)
Dopo il suo addestramento e il lavoro intenso di indottrinamento, Basayev veniva assegnato a condurre gli assalti contro le truppe Federali Russe nella prima guerra di Cecenia nel 1995. La sua organizzazione ha anche sviluppato solidi legami con le organizzazioni del crimine di Mosca, come con quelle Albanesi e con l'Armata di Liberazione del Kosovo (KLA).
Fra il 1997-98, secondo il Servizio di Sicurezza Federale Russo (FSB) "I signori della guerra Ceceni hanno cominciato ad accappararsi beni immobili in Kosovo ... attraverso diverse società immobiliari, registrate come copertura in Yugoslavia" (24)
Inoltre, l'organizzazione di Basayev è stata coinvolta in numerosi traffici proibiti, compreso quello dei narcotici, il drenaggio illegale di petrolio e il sabotaggio degli oleodotti della Russia, il rapimento di persone, la prostituzione, lo spaccio di dollari contraffatti e il contrabbando di materiali nucleari. (Vedere collegamenti della Mafia con il crollo delle società piramidi in Albania - (25) ).
Accanto al notevole lavaggio di denaro sporco proveniente dalla droga, i proventi delle varie attività illecite sono stati impiegati al reclutamento di mercenari e all'acquisto di armamenti.
Nel corso del suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev aveva avuto collegamenti con il veterano Saudita Mujahideen Comandante "Al Khattab", che aveva combattuto come volontario in Afghanistan.
Appena dopo pochi mesi dal ritorno di Basayev a Grozny, Khattab veniva invitato (all'inizio del 1995) ad allestire una base armata in Cecenia, per l'addestramento dei combattenti Mujahideen.
Secondo la BBC, l'arrivo di Khattab in Cecenia era stato "predisposto mediante la Islamic Relief Organisation, con base in Arabia Saudita, una organizzazione religiosa militante, con riferimento a moschee e a ricchi personaggi, che incanalava fondi verso la Cecenia". (26)
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE
Fin dai tempi della Guerra Fredda, Washington ha consapevolmente sostenuto ed appoggiato Ousmane bin Laden, mentre allo stesso tempo lo iscriveva nella "lista dei grandi ricercati" dal F.B.I., come il terrorista più pericoloso nel Mondo.
Mentre i Mujahideen stanno combattendo attivamente la guerra degli Americani nei Balcani e nella ex Unione Sovietica, il F.B.I. - operando come una Forza di Polizia con base negli USA - sta suscitando una guerra domestica contro il terrorismo, ed entrando in azione per certi versi in modo indipendente dalla CIA, che ha - fin dalla guerra Sovietico-Afghana - aiutato il terrorismo internazionale, attraverso le sue operazioni segrete.
Per crudele ironia, mentre la Jihad Islamica - caratterizzata dall'Amministrazione Bush come "una minaccia all'America" - viene accusata per gli assalti terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, queste stesse organizzazioni Islamiche costituiscono lo strumento chiave delle operazioni spionistico-militari degli USA nei Balcani e nell'ex Unione Sovietica.
Nella scia degli attacchi terroristici a New York e a Washington, la verità deve prevalere, per prevenire l'Amministrazione Bush in concerto con i suoi alleati NATO dall'imbarcarsi in un'avventura militare che minaccia il futuro dell'umanità.
(1) Hugh Davies, International: " Informers' point the finger at bin Laden; Washington on alert for suicide bombers", The Daily Telegraph, London, 24 agosto 1998.
(2) Cfr. Fred Halliday, "The Ungreat game: the Country that lost the Cold War, Afghanistan", New Republic, 25 marzo 1996.
(3) Ahmed Rashid, "The Taliban: Exporting Extremism", Foregn Affairs, novembre-dicembre 1999.
(4) Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992.
(5) Dilip Hiro, " Fallout from the Afghan Jihad", Inter Press Services, 21 novembre 1995.
(6) Weekend Sunday (NPR); Eric Weiner, Ted Clarlc;16 agosto 1998.
(7) Ibid.
(8) Dipankar Banerjee; " Possible Connection of ISI With Drug Industr5n>, India Abroad, 2 dicembre 1994.
(9) Ibid.
(10) Cfr. Diego Cordovez e Selig Harrison, Out of Afghanistan: The Inside Story of the Soviet Withdrawal, Oxford University Press, New York, 1995, e la recensione di Cordovez and Harrison in International Aess Services, 22 agosto 1995.
(11) Alfred McCoy, " Drug fallout the Cia's Forty Year Complicity in the Narcotics Trade". The Progressive; 1 agosto 1997.
(12) Ibid.
(13) Ibid.
(14) Douglas Keh, Drug Money in a changing World, Technical document no 4, 1998, Vienna UNDCP, p. 4. Vedi anche Report of the International Narcotics Control Board for 1999, E/INCB/1999/1 United Nations Publication, Vienna 1999, p 49-51, e Richard Lapper, UN Fears Growth of Heroin Trade, Financial Times, 24 febbraio 2000.
(15) Report of the International Narcotics Control Board, op. cit., p. 49-51, vedi anche Richard Lapper, op. cit.
(16) International Press Services, 22 agosto 1995.
(17) Ahmed Rashid, The Taliban: Exporting Extremism, Foreign Affairs, novembre-dicembre 1999, p. 22.
(18) Riportato in Christian Science Monitor, 3 settembre 1998
(19) Tim McGirk, Kabul learns to live with its bearded conquerors, The Independent, London, 6 novembre1996.
(20) Vedi K. Subrahmanyam, Pakistan is Pursuing Asian Goals, India Abroad, 3 novembre 1995.
(21) Levon Sevunts, Who's calling the shots?: Chechen conflict finds Islamic roots in Afghanistan and Pakistan, 23 The Gazette, Montreal, 26 ottobre 1999.
(22) Ibid.
(23) Ibid.
(24) Vedi Vitaly Romanov e Viktor Yadukha, Chechen Front Moves To Kosovo Segodnia, Moscow, 23 febbraio 2000.
(26) The European, 13 febbraio 1997, vedi anche Itar-Tass, 4-5 gennaio 2000. BBC, 29 settembre 1999).
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di Jared Israel
8 Novembre 2001
Al fondo troverete allegato un articolo tratto dal quotidiano "Times of India". L’articolo cita il programma "Newsnight", trasmesso dalla BBC, nel corso del quale è stato affermato che l’amministrazione Bush ha ordinato all’FBI di abbandonare ogni indagine riguardante le connessioni terroristiche della famiglia bin Laden prima dell’attacco al World Trade Center.
Secondo "Le Figaro" un agente della CIA incontrò bin Laden lo scorso Luglio. "Figaro" afferma che l’incontro avvenne mentre bin Laden era ricoverato nell’ospedale Americano di Dubai, uno degli Emirati Arabi Uniti. (6)
Forse avrete letto l’articolo che abbiamo pubblicato alcune settimane fa contenente estratti di un’audizione al congresso [Americano N.d.T.] avvenuta lo scorso anno il cui tema era il terrorismo nell’area meridionale del continente Asiatico. Nel corso di tale audizione, il membro del Congresso Dana Rohrabacher accusò l’amministrazione Clinton di avere sabotato ogni tentativo d’arresto di bin Laden. (4)
La versione ufficiale di questa storia vede Osama bin Laden rompere con la classe dirigente Americana ed il suo partner minore, l’Arabia Saudita, una decina d’anni fa e da allora cercare di distruggere l’Impero Americano: man mano che i fatti vengono alla luce diventa sempre più evidente il fatto che tutto questo è pura invenzione. Le dichiarazioni delle amministrazioni Clinton e Bush secondo le quali fu tentato, sfortunatamente senza successo, di sconfiggere un astutissimo bin Laden sono piene di falle.
Queste sono solo alcune tra le più grosse.
LO SCENARIO DELLA GUERRA DEL GOLFO
Secondo la versione ufficiale bin Laden ruppe i rapporti con i governi Arabo ed Americano a causa della Guerra nel Golfo.
Ciò può suonare plausibile ad orecchie Occidentali. Dopo tutto l’Iraq è un paese Arabo e lo stesso bin Laden è Arabo.
Ma Iraq ed Arabia Saudita sono molto diversi. L’Arabia Saudita era, ed è, un paese sotto la tirannia della setta Wahhabi, fanatica e fondamentalista, la quale è sostenuta sia dalla "famiglia reale" Saudita, sia dalla ricca famiglia bin Laden. L’Iraq, al contrario, era un centro importante per la cultura Araba secolare.
Bin Laden passò gli anni ’80 combattendo un governo secolare (sorretto da truppe Sovietiche) in Afghanistan. In seguito tornò in Arabia Saudita, dove:
"In seguito all’invasione Irachena del Kuwait fece pressione sulla famiglia reale Saudita per organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno e per creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". (dal "Pittsburgh Post-Gazette", Domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la Guerra Santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)
Ma per quale ragione Osama voleva "creare una forza di reazione … con lo scopo di combattere l’Iraq"?
Nessuno può affermare con serietà che gli Iracheni avessero intenzione di attaccare l’Arabia Saudita. Il vero problema tra Iraq e Kuwait era il petrolio, ed in parte anche le conseguenze di una divisione geografia ereditata da tempi coloniali. Se controllate la carta della regione vedrete che il Kuwait sembra una piccola ma strategica propaggine ritagliata dall’Iraq. (Per la cartina, http://home.achilles.net/~sal/icons/iraq.gif )
Il conflitto tra Kuwait ed Iraq era in realtà un conflitto locale. Tutto sta ad indicare che Saddam Hussein credesse che a) l’Iraq fosse in realtà sottoposto ad un attacco ad opera dal Kuwait, e la conseguente invasione sarebbe stata una sorta di contrattacco e che b) gli USA non sarebbero intervenuti.
Il 22 di Settembre 1990, il "New York Times" ha pubblicato quello che sembra essere una minuziosa trascrizione di una conversazione tra Saddam Hussein e l’Ambasciatrice Americana April Glaspie. Questa conversazione avvenne il 25 di Luglio, otto giorni prima l’inizio dei combattimenti. Pubblicheremo la conversazione tra Hussein e Glaspie non appena possibile. Si tratta di materiale estremamente interessante. Nel corso di tale conversazione l’Ambasciatrice afferma che l’amministrazione Bush comprende il punto di vista Iracheno e non desidera immischiarsi in questa diatriba puramente Araba. Ad esempio l’Ambasciatrice Glaspie afferma:
" …non esprimiamo alcuna opinione su conflitti tra stati Arabi, come in questa vostra disputa sulla linea di confine con il Kuwait … capiamo che dal punto di vista Iracheno le misure prese dagli Emirati Arabi Uniti, e dal Kuwait sono, in ultima analisi, paragonabili ad una aggressione militare contro l’Iraq." (New York Times, 22 Settembre 1990)
È chiaro che Saddam Hussein volesse essere sicuro della neutralità Americana prima di intraprendere alcuna azione contro il Kuwait. Inoltre l’Arabia Saudita è, nel mondo Arabo, alleato chiave di Washington ed in questo paese si trovano enormi basi militari Americane, della cui esistenza, naturalmente, la classe dirigente Irachena era al corrente. Per queste due semplici ragioni l’idea che l’Iraq abbia mai pensato di attaccare l’Arabia Saudita appare assolutamente inconcepibile.
Quale ragione avrebbe quindi spinto bin Laden a chiedere alla "famiglia reale Saudita di organizzare un corpo di difesa civile all’interno del regno"? O di "creare una forza di reazione tra i veterani della guerra Afgana con lo scopo di combattere l’Iraq". Non vi era alcuna apparente necessità di difendere il regno Saudita.
Per quale ragione dunque bin Laden prese una posizione così provocatoria?
Le spiegazioni più logiche sono a) che intendesse annientare l’Iraq poiché si trattava di uno stato Musulmano secolare o b) che stesse lavorando con la CIA e stesse tentando di fare aumentare lo stato di tensione tra l’Iraq e l’Arabia Saudita, o magari addirittura di provocare l’Iraq in un attacco preventivo contro l’Arabia Saudita per dare quindi una scusa agli USA per attaccare l’Iraq.
Qualsiasi fosse la ragione era chiaro che bin Laden non fosse offeso dall’idea di dover combattere contro l’Iraq. Per quale ragione dunque, ascoltando la versione ufficiale, la Guerra del Golfo lo offese così tanto?
La risposta ufficiale è che tale conflitto implicò la nascita di un’alleanza Arabo-Americana che bin Laden percepì come una dissacrazione dell’Arabia Saudita.
Questo è un po’ troppo da digerire. Bin Laden aveva lavorato in stretta collaborazione con l’esercito Americano – la CIA per essere precisi – come rappresentante della "famiglia reale" Saudita in Afghanistan durante il decennio in cui la CIA allevava amorevolmente forze Islamiste destinate a combattere il governo Afgano e le truppe Sovietiche.
Non stiamo parlando di un idealista, di un sant’uomo. Lui e la sua famiglia costruirono una fortuna sulla carneficina compiuta in Afghanistan. (Vedasi più avanti)
Per quale ragione bin Laden sarebbe improvvisamente impazzito di rabbia quando il governo Saudita stava facendo le cose che lui stesso aveva fatto come rappresentante del medesimo governo?
La ragione (ancora secondo la storia ufficiale) sarebbe l’ingresso di decine di migliaia di soldati Americani in basi Saudite al seguito di tale conflitto: questa massiccia invasione d’infedeli avrebbe dissacrato il sacro suolo Saudita.
Inorridito, bin Laden ruppe ogni contatto con la "famiglia reale" Saudita e gli USA.
BUON MATTONE NON MENTE
Storia affascinante! Il sacro suolo che truppe di infedeli soldati Americani hanno apparentemente dissacrato è quello di una serie di complessi mantenuti segreti, costruiti nel corso degli anni 80 dall’Esercito Americano alla modica cifra (pagata per lo più dall’Arabia Saudita) di – tenetevi stretto – oltre 200 MILIARDI di dollari [all’incirca 400 mila miliardi di lire, N.d.T.].
"Scott Armstrong: un programma da 200 miliardi di dollari che praticamente è stato portato avanti senza che nessuno vi rivolgesse alcuna attenzione. Classico esempio del procedere al di là delle regole del governo [Americano, N.d.T.].
"Scott Armstrong: i Sauditi sono stati i principali sostenitori e finanziatori del più grande sistema d’armamento che il mondo abbia mai visto, in qualsiasi regione del mondo, il quale include 95 miliardi di dollari in armi che loro stessi hanno acquistato, ai quali hanno aggiunto altri 65 miliardi di dollari per infrastrutture militari e porti. Siamo riusciti a mettere in piedi un sistema interconnesso che ha una base di controllo che funge da comando operativo, altre cinque basi, ognuna delle quali è in grado a sua volta di operare da comando operativo, le quali si trovano in bunker in cemento armato, così robusto da poter resistere a qualsiasi tipo d’esplosione, inclusa una nucleare. Hanno costruito nove porti di notevoli dimensioni dove prima non c’era nulla, dozzine di piste d’atterraggio sparse un po’ dovunque nel regno. Adesso hanno centinaia di moderni aerei da combattimento Americani e la capacità di aggiungerne ulteriori centinaia. I Sauditi da soli hanno speso 156 miliardi per i quali io posso fornire prova documentale, riga per riga, oggetto per oggetto, in sistemi d’armamento e nelle infrastrutture necessarie a sostenerli." (Dal programma televisivo "FRONTLINE" #1112 Messo in onda il 16 Febbraio 1993, "La corsa alle armi in Arabia Saudita". Scott Armstrong è uno tra i migliori reporter investigativi e lavora per il "Washington Post")
(Per la Webpage ufficiale in versione PBS di questo programma televisivo, connettetevi qui; per una trascrizione connettetevi qui)
I contratti per la costruzione di queste basi, porti e piste vennero in parte affidati a imprese edili Saudite. La compagnia della famiglia di Osama, il "Saudi Binladin Group" (non inganni la diversità nel modo in cui il cognome viene scritto, si tratta della stessa famiglia) è in intimi rapporti con la famiglia reale Saudita; inoltre si tratta della più grande impresa edile di questo paese (ed un gigante nel campo delle telecomunicazioni).
E così, sicuro come lo sono la morte e le tasse, il "Saudi Binladin Group" s’accaparrò una bella fetta di questi 200 miliardi di dollari. E mentre i bin Laden stavano costruendo queste basi per gli Americani, chi Osama pensava le avrebbe usate? I marziani?
DEMOLIZIONE E COSTRUZIONE
Tornando ai contratti d’appalto, pensate a cosa successe dopo l’attacco terroristico al complesso delle torri Khobar in Bahrein il 25 di Giugno 1996. Osama bin Laden fu accusato dagli Americani di avere ideato quell’attacco, che uccise 19 aviatori Americani e ne ferì altri 500.
Successivamente venne costruito un nuovo complesso "super-sicuro":
"Il complesso è molto probabilmente l’installazione operativa usata dall’esercito Americano con il maggior numero di guardie al mondo. Questo è chiaramente ciò che il generale dell’esercito Wayne A. Downing, ora in pensione, aveva in mente quando nel 1996 rilasciò un rapporto che criticava il sistema di sicurezza alle torri Khobar e raccomandava il rafforzamento delle misure di protezione.
"… Per ironia del caso il complesso fu costruito dal gigante dell’edilizia "Saudi Binladin Group" – posseduto dalla stessa famiglia che produsse il terrorista internazionale Osama bin Laden, reietto nella sua stessa patria" (Dalla rivista "Air Force Magazine", Febbraio 1999).
"Ironia" non è esattamente la parola che userei io, ma va bene lo stesso.
CAVERNE AFFITTATE A CARO PREZZO
Osama completò alcune costruzioni per gli infedeli anche in Afghanistan. Questo avvenne alla fine degli anni 80. Sotto contratto della CIA, Osama e la sua famiglia costruirono le "caverne" (1), del valore di diversi miliardi di dollari, nelle quali si narra adesso si stia nascondendo, costringendo di conseguenza America e Gran Bretagna a bombardare la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, ed altre analoghe strategiche installazioni militari:
"Portò con sé personale che lavorava per la ditta di suo padre, così come macchinario pesante per la costruzione di strade e magazzini per i Mujaheddin. Nel 1986 aiutò a costruire un complesso di gallerie finanziato dalla CIA, il cui scopo era fungere da polveriera, campo d’addestramento e centro medico per i Mujaheddin, il tutto in profondità al di sotto di montagne in prossimità del confine Pachistano."
(dal quotidiano "Pittsburgh Post Gazette" di domenica 23 Settembre 2001, Edizione "Two Star", pagina A-12, "Come la guerra santa contro i Sovietici si ritorse contro l’America", di Ahmed Rashid)
PER FAVORE NON MANDATECI QUELL’UOMO ORRIBILE!
Dopo aver apparentemente rotto con i regnanti Sauditi – anche se dubitiamo fortemente della veridicità di tale storia – bin Laden si recò in Sudan. Il governo Sudanese si stancò presto della sua presenza. In Marzo 1996, il Generale Maggiore Elfatih Erwa, allora Ministro della Difesa Sudanese, offrì di estradare bin Laden in Arabia Saudita o negli Stati Uniti.
"Il controspionaggio Sudanese, affermò, avrebbe volentieri tenuto d’occhio bin Laden per conto degli Stati Uniti. Se ciò non fosse stato sufficiente, il governo era pronto a metterlo sotto custodia ed a consegnarlo, anche se a chi non era molto chiaro. In una comunicazione, Erwa sostenne che il Sudan avrebbe preso in considerazione ogni incriminazione formulata legittimamente contro questo terrorista." (da "The Washigton Post", 3 di Ottobre 2001)
Funzionari Americani rifiutarono l’offerta d’estradizione. L’articolo del "Washigton Post" che riporta questa notizia si dilunga nel citare funzionari Americani che tentano di spiegare esattamente perché rifiutarono tale offerta. I funzionari vengono citati spiegare che i Sauditi avevano timore di un contraccolpo fondamentalista se avessero imprigionato e condannato a morte bin Laden, che loro si sentivano offesi dal Sudan, così come gli USA si sentivano offesi dal Sudan, che gli Americani non avevano prove a sufficienza per poterlo processare. Tutto, in verità, a parte la spiegazione più semplice e logica: bin Laden era un bene degli Stati Uniti – magari un membro della CIA, o semplicemente qualcuno che la CIA aveva usato. Probabilmente i giornalisti del "Washington Post" stavano suggerendo questo tipo di spiegazione quando hanno scritto:
"Incominciò un dibattito, che s’intensificò più avanti, sulla questione se gli Stati Uniti dovessero incriminare e processare bin Laden o se dovessero trattarlo come il combattente di una guerra clandestina". (da "The Washingon Post", 3 Ottobre 2001)
L’enfasi va sulla parola "trattare", col significato di "fingere che fosse".
In ogni caso l’offerta d’estradizione Sudanese fu rifiutata.
"[Funzionari Americani] dissero, "Chiedetegli semplicemente di lasciare il paese. Non fatelo solo andare in Somalia". Erwa, il generale Sudanese, affermò nel corso di un’intervista: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".
"Il 15 di Maggio 1996, il Ministro degli Esteri Taha mandò un fax a Carney, che si trovava a Nairobi, nel quale abbandonava la richiesta di trasferimento di custodia. Il suo governo aveva chiesto a bin Laden di lasciare il paese, Taha scrisse, e lui sarebbe quindi stato libero di recarsi dove voleva". ("The Washington Post", 3 Ottobre 2001)
Notate: "Noi gli abbiamo risposto che si sarebbe recato in Afghanistan, e loro [i Funzionari Americani!] risposero "Lasciatelo andare"".
Questo è semplicemente agghiacciante.
QUESTO SAREBBE ILLEGALE
È incredibile che funzionari del governo Americano cerchino di giustificare il rifiuto all’offerta d’estradizione Sudanese con la ragione che l’amministrazione Clinton "non sarebbe stata in grado di incriminarlo ufficialmente dinanzi ad una corte Americana" ("Washington Post", 3 Ottobre 2001). Pensano forse che gli Americani non siano in grado di ricordare ciò che è successo l’altroieri? Ricordate ad esempio che lo stesso governo non esitò a bombardare il Sudan, l’Iraq e la Iugoslavia, e che tutti questi bombardamenti rappresentano il più grave caso di violazione del diritto internazionale? Per non parlare dell’Afghanistan.
O della Croce Rossa. (5)
Inoltre, secondo la rispettabilissima rivista "Jane’s Intelligence Review:"
"In Febbraio 1995 le autorità Americane indicarono bin Laden e suo cognato Mohammed Jamal Khalifa come appartenenti ad un gruppo di 172 cospiratori, che non furono incriminati, che aiutò gli 11 Musulmani accusati per l’attentato al World Trade Center e progettava di far crollare questo monumento a New York. ("Jane’s Intelligence Review", 1 Ottobre 1995).
Quindi bin Laden veniva indicato come cospiratore, anche se non incriminato come tale, già un anno prima che il Sudan offrisse di estradarlo.
Perché il governo Americano non poté accettare l’offerta Sudanese di estradare bin Laden? Perché non lo incarcerarono, non si organizzarono al meglio e non lo misero sotto processo? Cos’aveva esattamente il governo Americano da perdere? Nel peggiore dei casi non sarebbero riusciti a farlo condannare e sarebbero stati obbligati a lasciarlo andare …
FATELO SOLO ANDARE VIA, NON IMPORTA DOVE. MAGARI … IN AFGHANISTAN
Instead, the U.S. asked Sudan to expel bin Laden, knowing full well that he would go to Afghanistan - and Kosovo and Macedonia. (2)
Invece gli USA chiesero al Sudan di espellere bin Laden, sapendo perfettamente che sarebbe andato in Afghanistan – e Kossovo, e Macedonia. (2)
Per inciso due anni dopo l’esercito Americano bombardò il Sudan, per la ragione che il governo Sudanese era alleato a bin Laden. Sembra in realtà che i migliori amici di bin Laden non si trovassero in Sudan (questa la ragione del Presidente Clinton per usare missili Cruise per bombardare e distruggere una fabbrica di medicinali Sudanese), ma sedessero all’interno del Dipartimento di Stato Americano.
Ci sono moltissimi segnali che suggeriscono che bin Laden sia ancora in qualche modo collegato alla CIA:
* Le sue attività in Afghanistan precedenti al 1990;
* Le sue attività "dalla parte degli Americani" in Bosnia, Kossovo e, recentemente, in Macedonia; (2)
* Il fatto che l’Amministrazione Clinton impedì al Sudan di estradarlo nel 1996;
* Le convincenti argomentazioni del membro del Congresso Rohrabacher sul sabotaggio operato dall’Amministrazione Clinton contro ogni tentativo d’arrestarlo; (4)
* La sua funzione da parafulmine per i dissidenti – nel senso di spingere coloro che si oppongono alla politica Americana ad appoggiare la sua visione Islamista ultra repressiva. Questo viene discusso nell’articolo "Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!", che potete leggere in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm ;
* La sua incredibile trasformazione nei confronti dell’attentato al World Trade Center. Inizialmente negò ogni coinvolgimento, affermando che "dozzine di organizzazioni terroristiche provenienti da paesi come Israele, Russia, India e Serbia potrebbero essere responsabili" (il che significa che era opera di Satana in persona) ed affermò che "al Qaeda non considera gli Stati Uniti un nemico". Ma solamente una settimana dopo rilasciò un nastro in cui sosteneva che "Dio Onnipotente ha colpito Gli Stati Uniti d’America nel suo punto più vulnerabile … quando il Signore Onnipotente rese vittoriosa una congrega di Musulmani, l’avanguardia dell’Islam, permettendo loro di distruggere gli Stati Uniti. Io chiedo a Dio di elevarne il prestigio e di garantire loro il Paradiso". Quest’ultima dichiarazione fu pre-registrata e rilasciata immediatamente dopo l’inizio dei bombardamenti Americani in Afghanistan: proprio quando, guarda caso, Bush aveva bisogno dell’onda d’emozioni che tale tipo di dichiarazione avrebbe provocato per poter "giustificare" ancora un’altra guerra illegale; (3)
* Ed adesso questo servizio della BBC secondo cui l’amministrazione Bush soppresse indagini riguardanti legami tra membri della famiglia bin Laden e gruppi terroristici.
Non vi sembra che tutto questo indichi una collaborazione lavorativa tra i servizi segreti Americani e Mister bin Laden?
"SIAMO NEMICI MORTALI, PERCIO’ ACCETTA QUESTI 400 FUORI STRADA, TU, MALEDETTO!"
Ho già illustrato i dubbi che nutro nei confronti della veridicità della "rottura" tra bin Laden ed i Reali Sauditi. Sul libro "Talebani: Islam militante, petrolio e fondamentalismo in Asia Centrale", di Ahmed Rashid, corrispondente dall’Afghanistan, Pakistan ed Asia centrale per il "Far Eastern Economic Review", leggiamo:
"Sorprendentemente, solo poche settimane prima gli attentati alle Ambasciate Americane in Africa, il libro ci racconta … "Nel Luglio 1998 il Principe Turki visitò Kandahar e poche settimane dopo 400 nuovi fuori strada destinati ai Talebani arrivarono nella città, ancora con le targhe di Dubai"" (Citato in "La creazione chiamata Osama", di Shamsul Islam. Può essere letto in http://emperors-clothes.com/analysis/creat.htm
Mi hanno detto che erano tutte Toyota.
FAIDE FAMILIARI?
Il punto finale. Parte della storia ufficiale di Osama racconta che l’elusivo bin Laden ruppe ogni rapporto con la sua famiglia a causa della sua visione politico-religiosa estremista e Fondamentalista.
Veramente?
Prendiamo in considerazione gli spezzoni di alcuni articoli i quali suggeriscono che magari dovremmo adottare un atteggiamento estremamente scettico:
1) "… quando Osama bin Laden prese la decisione di unirsi ai guerriglieri non-Afgani che combattevano con i Mujaheddin la sua famiglia rispose entusiasticamente". (da il "Pittsburgh Post-Gazzette" del 23 Settembre 2001)
2) L’intera famiglia è nota per la sua posizione Islamista estremamente conservatrice (Wahhabi): "Suo padre viene riconosciuto in queste regioni come un uomo di idee religiose e politiche profondamente conservatrici ed è altresì noto per il suo profondo disgusto per le influenze non Islamiche che sono visibili negli angoli più remoti dell’antica Arabia". UPI citato in http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml
3) È vero che le faide familiari esistono. Anche all’interno di tipiche famiglie Americane possono scoppiare delle guerre. La gente litiga. E la gente fa pace.
Ma Osama non appartiene ad una "tipica famiglia Americana". Proviene da un clan rurale Yemenita profondamente conservatore. Queste famiglie non cadono in stupidi litigi. E non evitano di parlarsi per dieci anni e poi fanno pace ed è come non fosse successo niente:
"Anche se crebbe in Arabia Saudita, nella città di Jiddah, all’incirca mille chilometri all’interno della penisola Arabica, quelli che lo conoscono dicono che abbia conservato le caratteristiche proprie del proprio popolo, nel remoto Yemen: estremamente selettivo ed intensamente conservatore nella sua adesione alle interpretazioni più rigorose dell’Isalm". http://www.newsmax.com/archives/articles/2001/1/3/214858.shtml
4) Se in questi clan ci sono faide, possono essere estremamente violente. Per cui sembra essere estremamente improbabile che Osama sia stato disconosciuto dal suo clan familiare (come i racconta la storia ufficiale) ma nel contempo mantenga rapporti cordiali con i membri della stessa. Considerate quest'articolo:
"Funzionari dell'Ufficio [di sicurezza nazionale] in certe occasioni hanno mostrato delle registrazioni di bin Laden che parla con la propria madre per impressionare alcuni membri del Congresso o ospiti selezionati". (citato nel "Baltimore Sun", 24 Aprile 2001)
E questo:
"Costruzioni bin Laden per l'esercito Americano"
di Sig Christenson; articolista per l'"Express-News""Membri della famiglia bin Laden hanno affermato di aver perso contatto con il loro fratello, il quale si rivoltò contro il governo Saudita dopo essersi unito ai guerriglieri Islamici nel corso dell'invasione Sovietica dell'Afghanistan nel 1979.
"Ma Yossef Bodansky, direttore della "Task Force contro il Terrorismo e Guerra non Convenzionale", affermò che "Osama mantenne contatti" con qualcuno delle sue due dozzine di fratelli. Non scese nello specifico". (dal "San Antonio Express-News", 14 Settembre 1998)
Ed in ultimo, da "Le Figaró":
"Mentre era ricoverato in ospedale [l'ospedale Americano di Dubai, nel Luglio 2001] bin Laden ricevette diversi visitatori, tra cui alcuni membri della sua famiglia e prominenti rappresentanti della famiglia Saudi e delle famiglie regnanti negli Emirati" (6)
Segue l'articolo del "Times of India".
Jared Israel
Bush impedì ad agenti dell’FBI di investigare la famiglia Laden.
"Times of India", 7 Novembre 2001
di RASHMEE Z AHMED
TIMES NEWS NETWORK LONDRA: L’America avrebbe dovuto essere considerata lei stessa responsabile per gli eventi dell’11 di Settembre perché l’Amministrazione Americana stava usando i "guanti di velluto" nei suoi tentativi di rintracciare Osama bin Laden ed "altri fanatici collegati all’Arabia Saudita". Questo è il risultato di una speciale investigazione della BBC che implica uno schiacciante atto d’accusa nei confronti dei due presidenti Bush e della politica estera Americana.© "Times of India", 2001 Pubblicato per puro uso equo.
Storia originale: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1030259305
Altre storie collegate al resoconto di "Newsnight" sulla BBC:
http://www.guardian.co.uk/Archive/Article/0,4273,4293682,00.html
http://www.hindustantimes.com/nonfram/071101/dlame43.asp
***
NOTE BIBLIOGRAFICHE:
1) "I campi Talebani bombardati dagli USA furono costruiti dalla NATO". Basato su di un articolo del "New York Times". Può essere letto in http://emperors-clothes.com/docs/camps.htm
2) "Bin Laden nei Balcani". Articoli apparsi su pubblicazioni di grande diffusione che confermano l’appoggio dato da bin Laden al terrorismo – ed, ahimè, agli interessi Americani – nei Balcani. Possono anche essere trovati in http://emperors-clothes.com/news/binl.htm
3) Bin Laden, il mostro terrorista. Seconda ripresa!", di Jared Israel. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/articles/jared/taketwo.htm
4) "Un membro del Congresso: gli USA dispongono in modo che gli Anti-Talebani siano massacrati". Commenti di Jared Israel seguiti da estratti da un’audizione al Congresso. Potete leggerlo in http://emperors-clothes.com/misc/rohr.htm
(La completa trascrizione dell’audizione può essere ascoltata
in
http://emperors-clothes.com/misc/rohrfull.htm)
6) "Da
quel che si dice un agente della CIA ha incontrato bin Laden a Luglio".
Traduzione di un articolo di "Le Figaró" che può essere letto in:
http://emperors-clothes.com/misc/lefigaro.htm
[Traduzione in Italiano di Stefano Marzola]
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- Il signore della City
- Dubai, mistero Bin Laden in ospedale con spia USA
- New York e il mistero dell'esplosione prima
del crollo
- Bush
& Laden connection
- Speculazione sulle torri
gemelle?
Quando
la famiglia Bin Laden faceva affari con la famiglia Bush
di Giancarlo Radice - Corriere della Sera
Ma quella fra i Bush e i Bin Laden è una saga che in realtà comincia a prendere forma molto prima. In Texas lo sceicco Muhammad Bin Laden, il patriarca, inizia a fare affari fin dai ’60. E nel 1968 muore in un misterioso incidente aereo. Poi il testimone passa al figlio Salem. Arriva in Texas nel 1973, costituisce ad Austin la compagnia aerea Bin Laden Aviation ed entra presto nei circoli che contano, fra alta finanza e politica locale. L’obiettivo è di stringere i legami necessari per arrivare a influenzare la politica Usa a favore degli interessi sauditi. La chiave d’accesso è George Bush, padre dell’attuale presidente, uomo collegato alla Cia fin dai tempi della Baia dei Porci nel ’61, poi nominato a capo della Cia nel ’76, salito alla Casa Bianca nell’81 come vice di Ronald Reagan e infine, presidente degli Stati Uniti dall’88 al ’92.
Così, fin dai primi anni ’70, le storie e gli interessi delle due famiglie s’intrecciano a più riprese. Non solo negli affari comuni in campo petrolifero e finanziario, ma soprattutto nelle vicende che hanno scandito la politica Usa e internazionale. Un esempio su tutti: l’ affaire Bcci, il più grande scandalo criminal-finanziario del secolo, un magma di connivenze che è servito a coprire le operazioni in Iran e nell’Iraq di Saddam Hussein, nel Nicaragua diviso fra Sandinisti e Contras come nell’Afghanistan dei mujaheddin. Ed è servito ad alimentare il riciclaggio di uno spaventoso flusso di denaro proveniente da traffico di droga e armi.Un ruolo fondamentale nella liaison Bush-Bin Laden lo svolge proprio James Bath. All’epoca della Arbusto i suoi affari gravitano attorno a una serie di piccole compagnie aeree (ottime clienti della Air America, che si scopre poi essere una società di copertura della Cia). Ma Bath è anche molto altro: informatore della Cia, intermediario nella Bcci, uomo di fiducia in America di Bin Laden, Mahfuz e, in definitiva, della Corona saudita. E’ lui uno dei grandi finanziatori di quella Arbusto che più tardi, nell’82, George W. Bush trasforma in Bush Exploration Oil, poi fonde con altre compagnie e infine trasforma in Harken Energy, in una continua girandola di nuovi finanziamenti provenienti da paesi arabi come da personaggi del giro Bcci o fedelissimi di casa Bush come James Baker (ex segretario di Stato Usa).
A George W. Bush le attività industriali fruttano molto denaro, ruoli di primo piano nei consigli d’amministrazione e ricchi contratti di consulenza, anche se le attività, in realtà, vanno malissimo (per due volte la società arriva alle soglie del fallimento, ma viene sempre salvata dal consueto circolo di finanziatori). E fioccano le super-commesse. Come quella dell’89, quando il governo del Bahrein straccia improvvisamente un contratto con la Amoco e incarica la Harken di un mega-progetto di estrazione petrolifera off shore , ben sapendo che la Harken fino a quel momento non ha realizzato altro che qualche piccola estrazione di greggio di Oklahoma e Louisiana (mai in mare) e si trova in condizioni finanziarie disperate.Solo un anno prima,
nell’88, muore Salem Bin Laden. Anche lui in
Texas. Anche lui precipitando in aereo in circostanze
misteriose. Ma le «strade parallele» fra i Bush, Bath
e le famiglie saudite non si fermano. Attraversano buona parte
degli anni ’90, per poi scomparire progressivamente dai
rapporti d’intelligence. In Afghanistan la guerra
anti-sovietica è finita da un pezzo. La «pecora nera» della
famiglia Bin Laden, Osama, è ormai la mente
occulta del terrorismo internazionale. E George W. Bush
comincia la sua marcia verso la Casa Bianca.
Dagospia.com 24 Settembre 2001
Torri
Gemelle affittate per 99 anni
di Marco Magrini (Il Sole 24 ore)
Articolo estrapolato da IL SOLE 24 ORE del 16 settembre 2001
Articolo estrapolato dall' inserto da IL SOLE 24 ORE 16 settembre 2001
di Orsola Casagrande - Londra
Molte delle sue fortune Osama Bin Laden le ha
costruite a Londra. E il governo Blair ha corso il rischio di finire
nel "libro nero" Usa dei paesi che appoggiavano il
terrorismo
di Orsola Casagrande - Londra
di Anais Ginori - Repubblica
1 novembre 2001 "Quel
video è manipolato" Il Manifesto 22
dicembre 2001 NOTIZIE EST #477 - ALBANIA di Arjan Leka - (AIM
Tirana, 26 settembre 2001) L’ultima avventura Usa Immanuel
Wallerstein Radio B92 Belgrado - settembre 2001
D: Cosa pensa a proposito di questi attacchi? Perchè pensa siano
avvenuti? R: Per rispondere alla domanda, dobbiamo prima identificare chi ha perpetrato
tali crimini. E' generalmente assodato che, plausibilmente, essi trovano origine
nella regione mediorientale, e che questi attacchi devono probabilmente esser
fatti risalire alla rete di Osama Bin Laden, una complessa ed estesa
organizzazione, indubbiamente inspirata dallo stesso Bin Laden ma che non
necessariamente agisce sotto il suo diretto controllo. Bin Laden è stato esaurientemente intervistato in tutti questi anni da
rilevantissimi esperti di questioni mediorientali, in particolare il più
importante corrispondente nelle regione, Robert Fisk (London independent), che
negli ultimi decenni ha accumulato una profonda conoscenza dell'intera area
tramite un'esperienza diretta. Un miliardario Saudita, Bin Laden è diventato un
leader militante islamico durante la guerra condotta contro i Russi per mandarli
via dall'Afghanistan. Egli era uno dei tanti fondamentalisti religiosi
reclutati, armati, e finanziati dalla CIA e dai loro alleati nei servizi segreti
pakistani per recare i maggiori danni possibili all'URSS - molto probabilmente
ritardando la loro ritirata, secondo molti analisti- anche se non è molto
chiaro se effettivamente abbia mai avuto diretti contatti con la CIA, e questo
non è comunque particolarmente importante. Non sorprende che la CIA abbia scelto i più fanatici e crudeli combattenti
che potesse mobilitare. Il risultato finale sarebbe stata "la distruzione
di un regime moderato e la creazione di uno integralista, retto da gruppi
incautamente finanziati dagli americani" (London Times, dal corrispondente
Simon Jenkins, altro esperto di questioni della regione). Questi
"Afghani", come sono chiamati (molti, come Bin Laden, non sono
cittadini afghani) condussero operazioni terroristiche lungo il confine con la
Russia, fino al suo ritiro. La loro guerra non era contro la Russia, che
peraltro essi disprezzano, ma contro l'occupazione russa e i crimini commessi
contro i Mussulmani. Gli "Afghani", a ogni modo, non esaurirono le loro attività. Si
unirono alle forze mussulmane bosniache durante il conflitto nei Balcani; gli
Stati Uniti non ebbero nulla da obiettare, così come tollerarono il supporto
dell'Iran nei loro confronti, per varie e complesse ragioni che non possiamo
scandagliare ora, se non per rilevare che il triste destino dei Bosniaci non era
per loro importante. Gli "Afghani" inoltre combattono i russi in
Cecenia e, molto probabilmente, sono coinvolti nella campagna terroristica messa
in atto a Mosca e un po' in tutto il paese. Bin Laden e i suoi
"Afghani" si sono poi rivoltati contro gli Stati Uniti nel 1990 dopo
l'insediamento di basi permanenti USA in Arabia Saudita - dal loro punto di
vista, un'integrazione all'occupazione russa dell'Afghanistan, ma molto più
significativa per via dello speciale status che ha l'Arabia Saudita come
guardiana dei luoghi più sacri. Bin Laden è inoltre agguerrito oppositore dei regimi corrotti e repressivi
di quella regione, che egli considera "non Islamici", compreso il
regime Saudita, il più fondamentalista del mondo, a parte quello dei talebani,
e grande alleato degli USA sin dalle sue origini.
Ha ragione Mehmet, si è detto e scritto ormai tante volte. Ma la
memoria dei "potenti", come si sa, è corta. Cortissima
quella di Tony Blair, alleato di ferro del presidente americano George
W. Bush, che promette di "distruggere il terrorismo in maniera
permanente e totale" e che lancia la sua "fatwa" civile
e occidentale contro Bin Laden e il regime dei Taleban che lo
proteggono, "un governo retrogrado, che non rispetta i diritti
umani e che tratta le donne senza alcun rispetto e in maniera violenta
e repressiva". Anche con i soldi inglesi.
La memoria corta di Blair fa sì che nessuno o quasi parli più di
quanto stretti fossero i legami di Bin Laden con il Regno unito e non
solo negli anni '80, quando cioè Whitehall e Washington pompavano
miliardi nelle casse dei "guerrieri musulmani" impegnati a
combattere i sovietici in Afghanistan. Nel 1994 Osama Bin Laden arrivò
indisturbato a Londra, visse a Wembley per qualche mese, il tempo per
mettere in piedi un ufficio nella capitale noto con il nome di "Advisory
and Reformation Committee". Il portavoce del comitato, impegnato
a lanciare fatwa e a inneggiare alla jihad via fax dal suo
appartamento a Dollis Hill, era il "rispettabile" uomo
d'affari saudita Khalid al-Fawwaz.
Da Londra al-Fawwaz, amico di molti giornalisti e personalità,
organizzava viaggi e interviste nella base di Bin Laden in Afghanistan
e nel frattempo faceva propaganda soprattutto contro il regime
saudita. Ad un certo punto i legami di Bin Laden con la Gran Bretagna
erano diventati talmente forti (e imbarazzanti) che il governo
americano si trovò di fronte alla richiesta di inserire anche il
Regno unito nella lista nera dei paesi che sponsorizzavano il
terrorismo. Non solo: molti dei stati arabi oggi considerati possibili
obiettivi da Blair e Bush, avevano apertamente accusato la Gran
Bretagna di offrire ospitalità a estremisti musulmani ricercatissimi.
Negli anni '80, quando il nemico da combattere era l'Unione sovietica,
i corpi speciali di sua maestà, le Sas, offrivano (in Scozia)
addestramento ai "guerrieri musulmani" che ricordano con una
certa gratitudine la tappa inglese, prima di andare ad arruolarsi
nell'esercito di Bin Laden. Almeno duemila persone l'anno (negli anni
'80 e '90), la maggior parte sostenitori della Jihad, fecero di Londra
la loro base per chiamare a raccolta i fratelli musulmani e prepararli
alla guerra santa: avevano scelto l'Inghilterra per le
"tradizioni di democrazia e giustizia". Ma oltre a predicare
e addestrarsi, raccoglievano fondi e riciclavano denaro sporco
destinato alle organizzazioni come quella di Bin Laden.
Oggi il governo Blair ha messo al bando praticamente tutte le
organizzazioni mediorientali e non solo quelle: la nuova legge
antiterrorismo infatti è tra le più repressive e onnicomprensive (il
concetto di terrorismo è estremamente ampio e quindi applicabile
anche a tre amici con materiale ritenuto sovversivo) d'Europa.
Non è un caso dunque che di fronte alle accuse del parlamento
francese - la Gran Bretagna continua ad essere un paradiso per il
riciclaggio di denaro sporco da parte delle organizzazioni
terroristiche - il premier Tony Blair abbia reagito in maniera molto
poco diplomatica liquidando il rapporto come "offensivo, male
informato, pieno di errori e quindi totalmente inesatto". Ma
nelle 400 pagine redatte dal socialista Arnaud Montebourg si spiega in
dettaglio come la City abbia permesso l'espansione del riciclaggio,
grazie al suo severo codice di confidenzialità. Nonostante la dura
reazione di Blair, il rapporto ha trovato conferme nell'indagine che
da mesi la Bbc News Online sta conducendo. Anche i giornalisti
britannici sono arrivati alla conclusione che il sistema messo in atto
dal governo per combattere il riciclaggio di denaro sporco è
totalmente inadeguato.
ANAIS GINORI, Repubblica del 1 novembre 2001
Il direttore dell'ospedale, Bernard Koval, al telefono smentisce: «E'
un errore, Bin Laden non è mai stato un nostro paziente». Da Parigi,
la redazione di Le Figaro, supportata da verifiche di Radio France
International, conferma. «E' stato un dirigente amministrativo a
farci vedere le cartelle con le date e i motivi del ricovero» spiega
Frederic Fritcher, responsabile dei servizi internazionali. «Abbiamo
parlato anche noi con Bernard Koval - aggiunge Fritcher - ma non ci ha
chiesto di pubblicare nessuna smentita».
Il 4 luglio Bin Laden arrivava da Quetta, in Pakistan, forse insieme
al suo medico personale, l'egiziano Ayman Al Zawahiri. Il medico
americano Callaway non ha voluto replicare al quotidiano, ha scelto un
fermo «no comment». Silenzio anche a Washington e a Langley, nel
quartiere generale della Cia. La notizia potrebbe mettere in grave
imbarazzo i responsabili dell'intelligence americana, già sotto
accusa per la passata collaborazione con lo sceicco saudita e per non
essere mai riusciti a catturarlo dopo le stragi in Kenya e Tanzania
del ‘98. A luglio, Bin Laden era formalmente considerato il
terrorista più ricercato del mondo, con una taglia di oltre 10
miliardi di lire.
Il viaggio a Dubai di Bin Laden è stato ricostruito grazie a
informazioni riservate e a una serie di coincidenze. Il ricovero
nell'ospedale americano è avvenuto dopo gravi crisi renali, già
documentate da molti giornali internazionali nella primavera scorsa.
Il responsabile locale della Cia, un uomo noto negli ambienti delle
spie mediorientali, è stato visto salire al piano dell'ospedale dove
era ricoverato lo sceicco. Il misterioso 007 si sarebbe poi vantato
con gli amici di aver incontrato Bin Laden e il 15 luglio,
all'indomani della partenza dell'illustre paziente, sarebbe andato via
dagli Emirati arabi. Altra coincidenza: proprio a Dubai, è stato
arrestato a fine luglio Djamal Beghal, un francoalgerino che stava
partendo per l'Europa dall'Afghanistan. Non è chiaro se Beghal, che
ha partecipato a campi di addestramento militare di Al Qaeda, ha
incontrato in quell'occasione Bin Laden. «C'era un progetto per
attaccare l'ambasciata americana a Parigi» ha dichiarato Beghal,
estradato nella capitale francese dopo l'11 settembre su richiesta dei
giudici antiterrorismo.
Non è la prima volta che Bin Laden è costretto a cure mediche. Da
tempo la Cia sostiene che lo sceicco non sta bene, si muove con
difficoltà e ha bisogno di un trapianto renale. Il biografo Yosef
Bodansky, aggiunge dettagli: dal '99 Bin Laden patisce una grave
insufficienza renale. I primi problemi ai reni sarebbero stati causati
da un tentativo di avvelenamento di Siddi Ahmed, un emissario della
Cia assoldato per quasi 1 miliardo con il compito di uccidere il
terrorista rifugiato in Afghanistan. Da allora, la malattia si sarebbe
complicata, con danni anche al fegato. Già a marzo Asiaweek scriveva
che Bin Laden era in fin di vita e che cercava di farsi un trapianto.
In aprile, il settimanale arabo Al Wassat raccontava di un medico
iracheno chiamato d'urgenza a Kandahar per sottoporlo a dialisi.
Le poche persone che hanno incontrato lo sceicco in Afghanistan nei
mesi scorsi hanno sempre parlato di un uomo stanco e provato. «Bin
Laden è vivo e sta bene» ripetono invece gli uomini di Al Qaeda.
Dopo il viaggio a Dubai, scrive Le Figaro, Bin Laden avrebbe
acquistato un sofisticato macchinario portatile per la dialisi.
Secondo la Cia, Bin Laden oggi è vivo nel suo nascondiglio segreto
soltanto grazie a questa macchina
E. N.
I dubbi
sull'ormai famoso video-confessione di Osama bin Laden sono
enormemente aumentati ieri, quando da due diverse ma attendibili fonti
sono state smentite le ferree certezze che la Casa bianca fin
dall'inizio ha voluto associare al documento.
La prima, severa smentita viene dalla tv pubblica tedesca Ard,
che ha condotto un'inchiesta sul video e sull'attendibilità della
traduzione fatta dagli esperti del Pentagono facendola esaminare da un
illustre orientalista dell'Università di Amburgo e da due traduttori
giurati. Tutti e tre sono giunti alla conclusione che in diversi e
qualificanti passaggi del video la traduzione inglese va assai al di là
di quanto effettivamente si senta: e sono proprio i passaggi dove
dalle parole di bin Laden "si dovrebbe dedurre una chiara
responsabilità". In particolare, sembra che nella traduzione
inglese siano stati inseriti dei contesti temporali - non presenti
nelle parole arabe ascoltabili - che dimostrano una conoscenza
anticipata dei fatti da parte del leader terrorista.
Le accuse tedesche sono abbastanza gravi. Ma ad esse si sommano le
dichiarazioni, di tono e contenuto diverso ma altrettanto sconcertanti
(e tali da intaccare seriamente la credibilità dell'operazione)
rilasciate da uno dei traduttori ingaggiati dal governo americano,
George Michael, intervistato dalla Associated press. Secondo
Michael, il testo della traduzione da lui consegnata era più ampio e
dettagliato di quello poi reso pubblico. Per esempio, conteneva molti
nomi che poi sono scomparsi. Nomi di membri dei commandos suicidi di
dirottatori: non solo Mohammed Atta verrebbe citato da bin Laden, ma
anche diversi altri (almeno sei); inoltre nella conversazione ci
sarebbero dei riferimenti espliciti a persone della polizia saudita e
del clero saudita che avrebbero dato aiuto all'organizzazione
terrorista. Michael (che è di origine libanese) e il suo collega
egiziano Kassem Wahba (anch'egli assoldato dal Pentagono) non sono
riusciti a intendere il nome di uno sceicco saudita citato dall'ospite
di bin Laden come persona di grande aiuto; ma un altro traduttore
indipendente saudita, Ali al-Ahmed, cui la Ap ha sottoposto il
video, lo ha indentificato come Sheikh Abdulah al-Baraak, uno dei più
importanti consiglieri religiosi della dinastia regnante saudita. Una
realtà - osserva al-Ahmed - che probabilmente è molto imbarazzante
per Riyadh: "penso che possa esserci stato un tentativo di
coprire quello che poteva essere politicamente nocivo per gli Stati
uniti".
Ma dalla vicenda emergono due fatti gravissimi: il primo, che il video
per un verso o per l'altro è stato effettivamente manomesso e dunque
non è pienamente attendibile; il secondo, che gli Stati uniti nella
loro guerra contro il terrorismo possono sterminare interi popoli ma
non intendono in nessun caso toccare i veri "santuari" del
terrorismo islamico in Arabia saudita, troppo contigui ai loro
interessi petroliferi. E non è consolante.
1 ottobre 2001
BIN LADEN PROVOCA GRATTACAPI ANCHE IN ALBANIA
Una delle prime conseguenze politiche nel paese, dopo i tragici eventi negli
USA, è stata quella di un effetto di raffreddamento nei rapporti dell'Albania
con alcuni stati della regione, i quali nelle loro reazioni agli avvenimenti
negli USA non hanno esitato a collegare il nome dell'Albania con quello del
famigerato terrorista saudita. Il primo passo nelle accuse contro l'Albania per
avere offerto rifugio al principale terrorista, Bin Laden, lo ha compiuto il
premier macedone Ljubco Georgievski, il quale ha scelto la capitale bulgara, nel
corso della sua visita in Bulgaria il 19 settembre scorso, per dichiarare che
Bin Laden l'anno scorso ha soggiornato in Albania. La dichiarazione del
presidente del consiglio macedone ha segnato il punto più alto della campagna
quotidiana in atto nei media macedoni, iniziata già fin dal primo giorno dopo
l'attentato negli USA, mirata a collegare l'Albania e gli albanesi alle azioni
terroristiche di Bin Laden e dei fondamentalisti islamici. Tirana, che non ha
reagito alle affermazioni dei media macedoni, non ha potuto mantenere lo stesso
riserbo anche in relazione alle accuse formulate da un prmier che è stato
aiutato due volte dal governo di Ilir Meta a uscire da una crisi di governo.
Fonti bene informate del ministero degli esteri albanese hanno confermato alla
AIM che il 19 settembre il ministro degli esteri ha convocato l'ambasciatore
macedone a Tirana al fine di esprimergli la protesta per le accuse formulate dal
premier macedone. Il fatto che il ministero degli esteri dell'Albania negli otto
mesi del conflitto in Macedonia, durante i quali i membri del governo macedone
hanno continuamente lanciato accuse contro Tirana, secondo loro intromessasi nel
conflitto offrendo aiuti e addestramento a unità dell'UCK, non abbia mai
convocato l'ambasciatore macedone, che invece è stato chiamato in relazione
alle accuse macedoni riguardanti Bin Laden, è una dimostrazione di come i
funzionari albanesi siano molto sensibili riguardo a una questione che potrebbe
in qualche modo mettere in dubbio la loro fedeltà agli USA e alla NATO.
Una ventata fredda Bin Laden la ha provocata anche nei rapporti diplomatici
appena ripristinati tra l'Albania e la Federazione jugoslava. Il ministro
jugoslavo degli interni, Dusan Mihajlovic, ha dichiarato il 17 settembre che Bin
Laden ha avuto e ha basi in Albania. L'insoddisfazione che Tirana ha manifestato
in seguito a queste accuse jugoslave è stata a quanto sembra all'origine della
smentita pronunciata dal ministro della difesa jugoslavo, S. Krapovic, in
occasione di una visita a Londra il 20 settembre scorso: Krapovic ha negato che
la Jugoslavia disponga di dati secondo cui Bin Laden sarebbe stato in Albania.
Si può affermare che un'ondata fredda la si sia avuta anche nei rapporti tra
Albania e Bulgaria, un altro paese nel quale continua la campagna quotidiana con
notizie e articoli sui rapporti tra Bin Laden e Tirana. Se si tiene presente che
fin dall'inizio della crisi in Macedonia in media bulgari hanno avuto una
posizione sempre meno amichevole nei confronti dell'Albania, ci si può
attendere che le ultime prese di posizione a Sofia riguardo ai collegamenti tra
Bin Laden e l'Albania avranno le loro conseguenze anche nei rapporti tra i due
paesi, che non vivono il momento migliore.
Un'altra conseguenza degli attacchi terroristici negli USA è stata quella di un
raffreddamento nei rapporti, già molto tesi, tra la coalizione di sinistra al
governo in Albania, guidata dal Partito Socialista e dall'ex premier Fatos Nano,
e la coalizione di destra guidata dal Partito Democratico e dall'ex presidente
Berisha. Come se non fosse sufficiente il fatto spiacevole dello svolgimento non
unitario, e addirittura separato, della cerimonia commemorativa delle vittime
del terrorismo a New York da parte di governo e opposizione, entrambi i partiti
si sono lanciati reciproche accuse relative a legami con il terrorismo di Bin
Laden. L'organo del Partito Socialista, "Zeri i Popullit" ha accusato
il 14 settembre il Partito Democratico e l'ex presidente Berisha di avere
offerto sostegno a Bin Laden e di avere mantenuto contatti con i suoi principali
terroristi nel periodo in cui i democratici erano al potere. Sono state
formulate addirittura accuse secondo cui Bin Laden avrebbe avuto stretti
rapporti con l'ex capo dei servizi segreti albanesi, B. Gazidede, il quale ha
ottenuto asilo politico in un paese arabo. Tuttavia, l'ex premier del governo
dei Democratici, Aleksandar Meksi, ha negato il 20 settembre che durante il suo
governo Bin Laden sia stato in Albania.
Altrettanto duro è stato l'organo del Partito Democratico, "Rilindja
Demokratike", che il 14 settembre ha accusato la coalizione di governo di
sinistra di avere trasformato l'Albania in un rifugio per il terrorismo
internazionale. Mentre entrambi i partiti, che provengono da campi ideologici
avversi, si accusano reciprocamente, rimane il fatto che volenti o nolenti hanno
in qualche modo favorito la diffusione delle tesi secondo cui Bin Laden sarebbe
veramente stato in Albania e che egli abbia avuto, e abbia ancora, basi nel
paese.
La cosa ha acquisito dimensioni tali che il ministro degli esteri, Ilir Djoni,
ha ritenuto necessario tenere un'apposita conferenza stampa il 19 settembre, al
fine di dichiarare ufficialmente che Bin Laden non è stato in Albania e che
egli non ha nemmeno una base nel paese. Il ministro si è vantato del fatto che
l'Albania è un paese nel quale gli estremisti islamici sono stati messi nel
mirino, poiché nel biennio 1997-1998 la polizia albanese, in collaborazione con
la CIA e con l'FBI, ha arrestato dieci cittadini arabi sospetti e in tale
occasione uno di essi è stato ucciso in uno scontro con la polizia albanese.
Nei fatti, la disputa che ha al suo centro il terrorismo islamico non è nuova
nei dibattiti politici che si svolgono in Albania tra il governo e
l'opposizione, ma gli eventi di New York, che hanno nuovamente messo Bin Laden
al centro della scena internazionale, hanno reso ancora più infiammato tale
dibattito anche in Albania. I grattacapi creati dall'ombra di Bin Laden a Tirana
sono causati anche dalla posizione non chiara della stessa politica albanese,
sia di destra che di sinistra. Essendo l'Albania un paese ex comunista nel quale
per 50 anni la religione è stata sottoposta a limitazioni e in particolare
essendo essa l'unico paese al mondo ufficialmente proclamatosi ateo e nel quale
la fede veniva condannata con la prigione, è molto difficile credere che il
fondamentalismo possa mettervi radici, indipendentemente dal fatto che la
maggioranza della popolazione sia di religione islamica. Anche gli stessi
partiti politici hanno sfruttato la carta del pericolo islamico come motivo per
reciproci attacchi, piuttosto che ispirati da un'effettiva preoccupazione per
possibili pericolosi sviluppi interni.
La nuova ondata con cui nella regione si insiste nel creare la convinzione che
l'Albania mantenga contatti con Bin Laden viene spiegata a Tirana con
l'obiettivo di alcuni circoli nei Balcani, e in particolare in quegli stati dove
vi è una popolazione albanese, di compromettere le richieste di maggiori
diritti di tali popolazioni. E che le storie sui legami, o sull'ombra, di Bin
Laden in Albania non siano reali e che non abbiano trovato terra fertile negli
stati occidentali, lo dimostra anche le assicurazioni offerte dall'ambasciatore
americano a Tirana, Jozef Limprecht. Proprio il 14 settembre, data nella quale
in Albania è stato proclamato il lutto nazionale per le vittime del terrorismo
in America, l'ambasciatore ha dichiarato che l'Albania è un paese sicuro, che
non vi sono pericoli terroristici e che il governo di Washington suggerisce agli
americani di recarsi in Albania. E poiché tali assicurazioni provengono dal
rappresentante di uno stato che ha subito una tragedia terroristica, tale
dichiarazione è stata più di una medicina per la moderazione in questo periodo
di grattacapi causati dall'ombra di Bin Laden nella politica albanese.
BUSH AGENTE DI BIN LADEN
(Da la rivista del manifesto
n° 32, ottobre 2002)
George W. Bush si sta preparando a invadere l’Iraq. L’opposizione a questo
progetto sta diventando imponente. In primo luogo, all’interno degli Stati
Uniti, nelle ultime settimane due gruppi hanno espresso opinioni molto
esplicite. Uno è quello che fa riferimento al ‘clan del vecchio Bush’,
ovvero a George W. Bush padre e a quelli che erano i suoi più stretti
consiglieri. Da parte di James A. Baker, Brent Scowcroft e Lawrence Eagleburger
– tutti della cerchia più ristretta dell’Amministrazione di Bush padre –
sono venuti ammonimenti molto decisi sul fatto che un’invasione adesso, senza
l’autorizzazione delle Nazioni Unite, sarebbe inopportuna, per di più non
necessaria, e potrebbe avere soltanto conseguenze negative per gli Stati Uniti.
Vi è poi l’opposizione dei militari. Brent Snowcroft è, com’è noto, un ex
generale. Inoltre, abbiamo ascoltato Norman Schwarzkopf, che guidò i soldati
Usa nella guerra del Golfo, Anthony Zinni, che fu al comando di tutte le truppe
statunitensi in Medio Oriente ed è stato mediatore per conto dell’attuale
Amministrazione in Israele-Palestina, e Wesley Clark, che ha comandato le forze
Nato nelle operazioni in Kosovo. Costoro affermano che dal punto di vista
militare l’impresa non sarà facile, non è militarmente necessaria in questo
momento, e che potrebbe danneggiare gli Stati Uniti. Si può ritenere che questi
leader militari in pensione parlino per conto di molti colleghi ancora in
servizio.
Si aggiungano inoltre Richard Armey, leader della maggioranza repubblicana alla
Camera, e il senatore Chuck Hagel, veterano del Vietnam e senatore repubblicano
del Nebraska. Questo fronte si somma alla forte opposizione interna
all’avventura progettata da Bush. Si osservi che in questo elenco non figura
nessun democratico. I Democratici sono stati straordinariamente e
vergognosamente timidi nel corso di tutto il dibattito.
C’è poi l’opposizione degli amici e degli alleati degli Stati Uniti. I
canadesi dicono che non hanno visto alcuna prova che giustifichi un’invasione.
I tedeschi affermano che non invieranno in nessun caso le loro truppe. Nelle
ultime settimane i russi hanno ostentatamente intrapreso rapporti con tutti e
tre i membri dell’asse del male: Iraq, Iran e Corea del Nord. I paesi arabi
‘moderati’ – Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Bahrein, Qatar – hanno
fatto a gara nel negare l’uso del proprio territorio per un attacco contro
l’Iraq. I curdi hanno rifiutato di partecipare a un incontro
dell’opposizione irachena che si è svolto negli Usa sotto gli auspici degli
Stati Uniti. E anche in Gran Bretagna gli Usa stanno incontrando resistenze.
Certo, Tony Blair sembra un alleato granitico, anche se lamenta di non ricevere
alcun aiuto dagli Usa, nel senso di prove evidenti che egli possa mostrare agli
altri. Una maggioranza di cittadini britannici è contraria all’azione
militare, e Blair rifiuta una discussione all’interno del governo britannico
perché è consapevole della presenza di una forte opposizione in quella sede,
in primo luogo da parte di Robin Cook.
Certo, George W. Bush può contare su alcuni fedeli sostenitori, come Ariel
Sharon e Tom DeLay 1. Ma questo è tutto. Come risponde l’amministrazione Bush
alle critiche? Lo stesso George W. Bush minimizza il dibattito, definendolo una
‘frenesia’, e dice che non è stata presa ancora nessuna decisione, cosa
alla quale non crede nessuno. Il vicepresidente Cheney afferma che, anche se
Saddam Hussein dovesse accettare il ritorno degli ispettori, dovrebbe comunque
essere cacciato (una posizione che persino Tony Blair trova inaccettabile). E il
segretario alla Difesa Rumsfeld sostiene che quando gli Usa decidono quel che è
giusto fare, e lo fanno, altri li seguiranno. Questo, egli dice, è ciò che
intendiamo per leadership.
Il problema è che, dal punto di vista dei falchi – fra i quali oggi è
compreso lo stesso George W. Bush – l’opposizione è irrilevante.
Effettivamente, essi preferiscono andare avanti senza l’aiuto di altri. Quello
che vogliono dimostrare è che nessuno può sfidare il governo Usa e passarla
liscia. Vogliono rovesciare Saddam Hussein, a prescindere da ciò che fa o da
quel che dicono gli altri, perché si è fatto beffe degli Stati Uniti. I falchi
sono sicuri che solo annientando Saddam possono convincere il resto del mondo
che gli Usa hanno il bastone del comando, e devono essere obbediti sempre e
comunque. Questo è il motivo per cui stanno portando avanti con insistenza
anche l’idea perversa di indurre altri paesi a firmare accordi bilaterali con
gli Stati Uniti, garantendo ai cittadini statunitensi un trattamento speciale
nei campi che rientrano nell’ambito della Corte penale internazionale. Il
principio è lo stesso. Gli Usa non possono essere soggetti al diritto
internazionale, perché siedono al posto di comando.
Naturalmente, ciò che sostiene l’intera opposizione – l’opposizione non
ostile, non quella di al-Qaeda – è che gli Usa si stanno dando la zappa sui
piedi, finendo in tal modo per infliggere un danno enorme a tutti gli altri.
L’azione proposta non è soltanto illegittima secondo il diritto
internazionale (invadere un paese è un’aggressione, e l’aggressione è un
crimine di guerra), ma anche stupida.
Prendiamo in esame i tre possibili esiti di una invasione. Gli Usa potrebbero
vincere in modo rapido e facile, con una minima perdita di vite umane.
Potrebbero vincere dopo una lunga, estenuante guerra, con una considerevole
perdita di vite umane. Potrebbero perdere, come in Vietnam, ed essere costretti
a ritirarsi dall’Iraq dopo una notevole perdita di vite umane. Una vittoria
rapida e facile, che è ovviamente la speranza dell’amministrazione Usa, è
l’esito meno probabile. Gli attribuisco una possibilità su venti. Vincere
dopo una lunga, estenuante guerra è la prospettiva più probabile, forse ha due
possibilità su tre. E, in realtà, perdere, per quanto sembri incredibile (ma
allora sembrava così anche in Vietnam), è una conclusione plausibile: una
possibilità su tre.
In ogni caso, tutti e tre gli esiti nuocciono agli interessi degli Stati Uniti.
Immaginiamo che gli Usa vincano in modo facile e rapido. Sgomenteranno,
intimidiranno, spaventeranno a morte il mondo intero. Nulla garantirà loro una
perdita di reale influenza politica sul pianeta – e in primo luogo tra i
nostri alleati e amici – più velocemente di questo esito così desiderato dai
falchi del governo Usa. I quali sostengono che esso restaurerà il potere Usa.
In realtà lo distruggerà. Ci ritroveremo senza amici, con intorno alcuni
sicofanti e un’ampia maggioranza di paesi colmi di risentimento.
E poi c’è il problema di cosa fare dopo la vittoria facile. Abbiamo promesso
alla Turchia e alla Giordania, e probabilmente all’Arabia Saudita, che non
permetteremo la disintegrazione dell’Iraq. Ma siamo in grado di mantenere la
promessa? Sì, se inviamo sul campo un proconsole Usa e almeno 200.000 soldati
per una occupazione a lungo termine del paese (come in Giappone dopo il 1945).
Ma non abbiamo alcuna intenzione di fare ciò, e l’idea avrebbe conseguenze
molto negative per l’Amministrazione Usa negli affari interni. Un Iraq
post-invasione sarebbe qualcosa di simile alla Bosnia dei primi anni novanta,
preda di forze etniche interne ed esterne. Per quanto riguarda l’Iran, gli Usa
non riescono a decidere se lo vogliono alleato o invaderlo. Comunque sia,
l’Iran approfitterebbe al massimo di una disfatta irachena, e accoglierebbe
volentieri la sua disintegrazione.
I cosiddetti Stati arabi moderati proclamano a gran voce che un’invasione Usa
colpirebbe innanzitutto i loro regimi, i quali potrebbero non sopravvivere, e
renderebbe praticamente impossibile quel che è già ora una possibilità
remota, ovvero un accordo Israele-Palestina. Tutto questo sembra così evidente
che ci si domanda come mai l’Amministrazione Usa possa avere dubbi in
proposito. I falchi sia israeliani che palestinesi ne usciranno enormemente
rafforzati, e meno che mai disponibili a prendere in considerazione qualsiasi
accordo, indipendentemente da chi lo proponga.
Poi c’è l’esito più probabile: una lunga, estenuante e sanguinosa guerra.
L’Iraq potrebbe benissimo essere «ridotto a forza di bombe all’età della
pietra», come sognano spesso i falchi più aggressivi, e i suoi abitanti
addirittura essere «ridotti all’età della pietra dalle atomiche». Nel
frattempo, l’Iraq utilizzerebbe le terribili armi di cui dispone. Queste
potrebbero essere meno numerose e potenti di quanto dica la propaganda Usa, ma
anche soltanto alcune di esse, neanche molto potenti, potrebbero provocare
immensi danni umani in tutta la regione (e ovviamente in primo luogo in
Israele). Lo spettacolo dei soldati che ritornano nei body bags 2 avvelenerà il
paese di conflitti civili. I costi economici della guerra, come anche gli
effetti sulle forniture mondiali di petrolio, produrranno sulla posizione degli
Usa nell’economia-mondo lo stesso tipo di danni causati dalla guerra del
Vietnam. E se ci caricassimo della responsabilità morale di aggiungere nuovi
bombardamenti nucleari a quelli di Hiroshima e Nagasaki, potrebbero essere
necessari cinquant’anni per placare l’opinione mondiale. E inoltre, quando
alla fine avremo vinto, ci si porrà ugualmente il problema di cosa fare dopo, e
avremo ancora meno voglia di farlo.
La terza prospettiva possibile – la sconfitta – è così tremenda che
preferiamo non pensare a quale giudizio potrebbero darne le future generazioni.
Probabilmente, esse ci rimprovereranno soprattutto il fatto che a Washington
nessuno sia stato capace di giudicare seriamente possibile questa eventualità.
In psichiatria si chiama rimozione.
Che altro Osama bin Laden potrebbe desiderare?
© by Immanuel Wallerstein Immanuel Wallerstein
note: * Apparso con il titolo di George W. Bush, the Principal Agent of
Osama bin Laden, questo testo rappresenta il 96° dei Commentaries («riflessioni
sul panorama del mondo contemporaneo … non rivolte alla cronaca immediata ma
alla ‘lunga durata’ del tempo storico») che Immanuel Wallerstein pubblica
dal 1976 due volte al mese sul bollettino on line del Fernand Braudel Center for
the Study of Economies, Historical Systems and Civilizations (
1 Parlamentare repubblicano del Texas, capogruppo al Congresso,
esponente della corrente di integralisti religiosi che hanno fortemente
sostenuto la campagna elettorale di George W. Bush (Ndrm).
2 I body bags sono i sacchi di plastica sigillati in cui vengono
trasportati in patria i cadaveri dei soldati morti. È un ricordo
indissolubilmente legato alla guerra del Vietnam (NdRM).
Intervista a Noam Chomsky
Prendiamo per buono che sia vero. Quindi, per rispondere alla sua domanda, una
persona di buon senso proverebbe a indagare il pensiero di Bin Laden e i
sentimenti di tutto quel vasto serbatoio di consenso su cui egli può contare in
tutta la regione. Riguardo a tutto ciò, abbiamo una gran quantità di
informazioni.
Bin Laden disprezza gli USA per il loro sostegno a questi regimi. Come altri
nella regione, egli si sente insultato dal tradizionale sostegno degli USA alla
brutale occupazione militare israeliana nei territori, giunta ora al
trentacinquesimo anno: Bin Laden condannail decisivo intervento diplomatico,
militare ed economico di Washington in sostegno di questo assedio criminale in
tutti questi anni, la quotidiana umiliazione alla qua