(*) In luogo di Alleanza Cattolica, avevo scritto PRETE. Ed a proposito di tale qualifica il dottor Benassi mi ha scritto la seguente lettera:
Nella sezione Fede e Ragione
del sito compaiono due miei articoli, nel primo dei quali - quello
sull'Evoluzionismo - un Vostro redattore mi qualifica come 'Prete', dopo che
l'indice della stessa sezione ne qualifica gli interventi pubblicati come frutto
di 'belle anime cattoliche'.
Preciso che sono cattolico ma non 'prete'. Quanto all'essere una bella anima è
ciò che spero e ciò per cui mi sforzo.
Meno livore e più attenzione, anche nei 'minima', non potranno che giovare al
Vostro sito che, per il momento, sembra dedicarsi solo alla 'varia umanità'.
Luciano Benassi
L'aver confuso il Benassi con un Prete discendeva da varie pagine di Google (ad esempio: http://web.tiscali.it/Studiothinking/scoltenna/2001.htm ) che parlavano di un Luciano Benassi Parroco di Fiumalbo. Si tratta evidentemente di una omonimia e mi scuso per avere recato offesa al dottor Benassi.
(**) Alleanza Cattolica è un organismo civico-culturale di laici cattolici - indipendente da ogni partito politico -, che si propone la propagazione positiva e apologetica, quindi anche polemica, e la realizzazione della dottrina sociale della Chiesa, applicazione della perenne morale naturale e cristiana alle mutevoli circostanze storiche. La sua azione si situa nel campo dell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale; è mossa dalla carità politica, cioè dall’amore per il bene comune; mira alla promozione e alla costruzione di una società a misura di uomo e secondo il piano di Dio - nella prospettiva della sua maggiore gloria, anche sociale -, cioè di una civiltà che possa dirsi a buon diritto cristiana, in quanto rispettosa dei diritti divini e consapevolmente vivente all’interno delle frontiere poste dalla dottrina e dalla morale della Chiesa.
La speranza della storica instaurazione di una tale civiltà è sostenuta dalla promessa della Madonna a Fatima: "Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà".
Alleanza Cattolica svolge un’opera di formazione culturale e civile. Essa prepara operai della restaurazione sociale, veri amici del popolo, attraverso lo studio della relativa dottrina cattolica, così come è veicolata dal Magistero tradizionale o costante della Chiesa e così come si può ricavare dalle sue incarnazioni storiche, cioè dalle tradizioni delle singole nazioni cattoliche e della loro famiglia o Cristianità. Particolare attenzione è riservata alle forze che mirano all’instaurazione dell’antidecalogo e della menzogna dottrinale e morale, con specifico riferimento al processo storico che va dalla crisi rinascimentale e protestantica al socialcomunismo e oltre, cioè alla Rivoluzione che si vuole intronizzare al posto di Dio e della sua legge. Nell’opera di formazione sono basilari i mezzi spirituali, fra i quali vengono privilegiati il rosario, l’adorazione eucaristica, il pellegrinaggio e gli esercizi spirituali secondo il metodo ignaziano.
Alleanza Cattolica organizza convegni, seminari, conferenze, riunioni e corsi di formazione per singoli e per gruppi, ovunque vi siano persone disposte ad ascoltare, sia su temi di carattere generale - cioè, soprattutto, su tesi della cultura politica naturale e cristiana - che su fatti storici o di cronaca, letti e giudicati alla luce della perenne morale sociale. Attività associativa è pure la redazione e la diffusione militante della rivista Cristianità, su cui viene, fra l’altro, seguito lo svolgersi del processo rivoluzionario, denunciando i guasti che produce, e i cedimenti e le complicità che lo favoriscono. Inoltre, Alleanza Cattolica promuove la diffusione di opuscoli e di libri, alcuni dei quali pubblicati dalla cooperativa editrice Cristianità. Militanti di Alleanza Cattolica sono all’origine - con altri - del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, dell’IDIS, l’Istituto per la Dottrina e l’Informazione Sociale, e dell’ISIN, l’Istituto per la Storia delle Insorgenze.
Il motto dell'associazione è "Ad maiorem Dei gloriam et socialem", "Per la maggior gloria di Dio anche sociale".
Lo stemma di Alleanza Cattolica è costituito da un’aquila nera con un cuore rosso sormontato dalla croce. L’aquila è l’animale simbolico dell’apostolo san Giovanni e testimonia la volontà di essere figli di Maria, come l’Apostolo prediletto che ha riposato sul Cuore di Gesù. Circa il cuore, dice Pio XII che "è [...] nostro vivissimo desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l’omaggio di devozione al Cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace". Circa la croce sul cuore, cfr. il Cantico dei Cantici (8, 6): "ponimi come sigillo sul tuo cuore".
Anno di costituzione: informale, nel 1960; con maggiore formalità, dal 1968; regolata da un Direttorio, dal 1977; regolata da uno Statuto: dal 1998.
Esponenti:
Giovanni Cantoni, fondatore e reggente nazionale
Mauro Ronco, Marco Invernizzi, Paride Casini, Leonardo Gallotta, Marco
Tangheroni, Attilio Tamburrini, Giovanni Formicola, Alfredo Mantovano,
Elia Sgromo e Benito Macchiarola, reggenti regionali
Domenico Airoma, Francesco Barbesino, Lorenzo Cantoni, don Pietro
Cantoni, Giovanni Destri, Massimo Introvigne, Ferdinando Leotta, Alberto
Maira, Francesco Pappalardo, Ermanno Pavesi, Oscar Sanguinetti, Giulio
Soldani e Guido Verna consultori del Capitolo Nazionale.
E veniamo all'articolo.
Il 19 aprile 1882, compiuti da poco i settantatré anni, Charles Robert Darwin moriva nella sua casa di Down, nel Kent. Gli sopravvivevano la moglie Emma, sette dei suoi dieci figli, una mole notevole tra libri, articoli e memorie scientifiche; ma il suo nome sarebbe rimasto indissolubilmente legato a una delle maggiori mistificazioni della storia della scienza e della cultura occidentale: la teoria della evoluzione (1).
I. La rivoluzione evoluzionistica
Della evoluzione, in pratica, si conosce ben poco. Giuseppe Montalenti,
presidente dei Lincei, fautore e divulgatore in Italia della teoria
evoluzionistica, ammette, per esempio, che "non è a credere che tutto
sia chiaro, che tutti i problemi siano risolti. Al contrario, molti rimangono
aperti e intorno a essi si discute e si ricerca molto. [...] Molti e gravi sono
i problemi anche in quello che abbiamo chiamato l'aspetto storico
dell'evoluzione. Il quadro del processo evolutivo appare disegnato nelle sue
grandi linee in modo abbastanza attendibile, ma quando si cerca di fissare il
particolare si incontrano spesso grandi difficoltà" (4).
Se le difficoltà permangono, come sempre, e se nessun fatto nuovo, nessuna
verifica sostanziale sono intervenuti in questi cento anni a fare sì che
l'evoluzionismo sia qualcosa di più di un disegno "attendibile
" soltanto nelle sue "grandi linee ", le
celebrazioni riservate a Darwin e alla sua teoria, fatto anomalo nella storia
della scienza, inducono a un atteggiamento di sospetto. Il sospetto cade e
diviene certezza se si considera che Darwin e l'evoluzionismo sono troppo
importanti per essere lasciati al vaglio della usuale metodologia scientifica:
non tanto per il rischio di vedere cadere ciò che affermano, quanto per il
timore di dovere affermare ciò che negano. Ne ha chiara coscienza Francois
Jacob, evoluzionista, premio Nobel per la medicina nel 1965: "Quello che
Darwin ha mostrato è che per rendere conto dello stato attuale del mondo
vivente non c'era affatto bisogno di ricorrere ad un Ingegnere Supremo. […]
Tuttavia se l'idea di un progetto, di un piano generale del mondo vivente,
stabilito da un creatore è scomparsa con il darwinismo, questo ha conservato un
alone di armonia universale" (5). Quindi, per evitare che
l'"Ingegnere Supremo ", cacciato dalla porta principale
più di cento anni fa, rientri per quella di servizio attraverso la oggettiva
constatazione della "armonia " della sua opera, ovvero
della perfezione e della finalità delle sue parti, si rende necessario un
costante rilancio della teoria evoluzionistica, nel quale non siano discussi e
criticati i dubbi e le prove, ma sia posto l'accento sull'impatto rivoluzionario
che essa ha avuto e continua ad avere su ogni concezione del mondo che faccia
ricorso a un creatore.
Un creatore presuppone una volontà, e una volontà esprime una intenzione,
un progetto: ebbene, continua Jacob, "la teoria della selezione naturale
consiste precisamente nel capovolgere questa affermazione. [...] In questo
rovesciamento, in questa specie di rivoluzione copernicana sta l'importanza di
Darwin per la nostra rappresentazione dell'universo e della sua storia
" (6). Se poi si considera che la concezione tradizionale del mondo "ha
nella dottrina cristiana il suo più saldo fondamento " (7), non
è difficile collocare il movimento evoluzionistico nel quadro più ampio del
movimento che il pensiero contro-rivoluzionario denomina "Rivoluzione"
e che si realizza nella lotta e nella demolizione tematica di ogni espressione
conforme a quella dottrina: sul piano religioso, su quello
politico-sociale-istituzionale, su quello economico, fino a colpire, da ultimo,
i legami microsociali e l'individuo stesso.
Seguendo lo schema di Plinio Corrêa de Oliveira (8), lo svolgimento storico
mette in evidenza, dalla fine dei Medioevo cristiano, una I Rivoluzione,
protestantica, che distrugge i legami religiosi; una II Rivoluzione,
liberale-illuministica, che distrugge i vincoli e i legami dell'antico ordine
sociale; una III Rivoluzione, comunistica, che abolisce il residuo ordine
economico. Ma, ulteriore al comunismo, Corrêa de Oliveira intravede una "IV
Rivoluzione nascente " (9), il cui tratto saliente sta nel
carattere ristretto del suo campo d'azione: i legami microsociali, cioè la
trama di relazioni che ogni uomo tesse in quanto membro di una comunità, di una
famiglia, in quanto genitore. E dopo i legami microsociali, spesso in diretta
relazione con essi, si pone l'ordine interiore della persona, che trova nella
gerarchia intelletto-volontà-sensibilità il riferimento di ogni azione e di
ogni manifestazione.
V'è ora da chiedersi: se l'evoluzionismo, come non esitano ad affermare i
suoi esponenti più rappresentativi, è una rivoluzione, nel senso di
"sovvertimento" e non in quello, purtroppo diffuso, di semplice
"cambiamento" rispetto a un ordine precedente, come collocarlo
all'interno dello schema ora tracciato?
Per il suo carattere intellettuale e accademico, l'evoluzionismo si pone
innanzitutto su di un piano non immediatamente legato ai fatti e ai
comportamenti delle persone: l'evoluzionismo è una rivoluzione nelle idee.
Cionondimeno, analogamente ai grandi sistemi ideologici del passato, esso aspira
a fornire una giustificazione al comportamento individuale e sociale. Ciò è
tanto più vero in un'epoca come la nostra che "si è lasciata
gradatamente persuadere che l'essere umano, analizzato, scomposto, scandagliato
dalle varie direttive di ricerca non è altro che una macchina, di
volta in volta meccanica, chimica, elettrica o cibernetica "
(10). Ora, è al contenuto delle idee evoluzionistiche e alla loro capacità di
penetrazione che si deve guardare per rispondere alla importante domanda che ho
posto prima.
Già ho osservato che il loro carattere sovversivo generale risiede
nell'affermazione di una visione del mondo che fa a meno di un creatore.
Tuttavia non è difficile constatare che esse si spingono ben oltre, negando
anche l'ordine morale che deriva dalla esistenza di un creatore e che, per
questo, è vincolante. L'evoluzionismo, infatti, traendo l'uomo dal caso e
facendone un "prolungamento delle cose [...] sullo stesso piano degli
animali " (11), lo sottrae a ogni responsabilità: la storia
diventa storia della biologia, dove "tutto è permesso "
(12) e dove "non vi sono più leggi divine che assegnino limiti
all'esperimento " (13).
Una volta esclusi Dio e la sua volontà, cioè una volta rotto il legame
Creatore-creatura, rimane la constatazione del puro divenire. Da esso gli esseri
emergono non in vista di un fine secondo un progetto, ancorché immanenti al
movimento stesso, bensì in virtù del puro gioco delle fluttuazioni
statistiche. "L'evoluzione - scrive Jacob - mette in gioco
intere serie di contingenze storiche " (14), così che "il
mondo vivente avrebbe potuto essere diverso da quello che è, o addirittura non
esistere affatto " (15). Questa affermazione è molto importante
per il tipo di analisi che sto conducendo. Essa dimostra, infatti, che
l'evoluzionismo contiene in sé anche gli elementi della II e della III
Rivoluzione: la rottura dei legami politici, cioè delle antiche solidarietà
sociali fondate sulla gerarchia e sull'ordine, e di quelli economici. Se ne
rende ben conto lo stesso Jacob: "Finché l'Universo era opera di un
Divino Creatore, tutti gli elementi erano stati da lui creati per accordarsi in
un insieme armonioso, accuratamente preparato al servizio del componente più
nobile: l'uomo. [...] Era un modo di concepire il mondo che aveva importanti
conseguenze politiche e sociali, in quanto legittimava l'ordine e la gerarchia
della società " (16). Ora, invece, perde di senso qualunque
tentativo di fondare un ordine e una gerarchia: "il migliore di tutti i
mondi possibili è diventato semplicemente il mondo che si trova a esistere
" (17).
In questo emergere prepotente del "caso" come fonte ed essenza
della realtà, in questa dissolvenza dell'essere umano, della sua libertà e
della sua volontà nel movimento evolutivo, risiede il carattere originale della
rivoluzione darwiniana: una originalità che la distingue dallo stesso marxismo
e da ogni altra ideologia di matrice hegeliana. Nella dialettica hegeliana e in
quella marxistica, il movimento universale, dell'Idea o della Materia,
conservava pur sempre una sua finalità, una "direzione privilegiata",
"ascendente", e offriva agli individui più consapevoli la possibilità
di tuffarsi nella corrente e di accelerare in qualche modo il corso della
storia. Ma ora che il mondo esistente non può essere che il frutto del caso,
costruito come una quaterna del lotto, ogni pretesa di perfettibilità diventa
inutile e assurda: anche il mondo di domani, come quello di oggi, uscirà
"alla cieca" dall'urna dei "mondi possibili".
Distinta dal comunismo, dunque, ma anche "oltre" il comunismo (18):
la rivoluzione darwiniana procede inesorabile secondo una logica folle di
trasgressioni successive. Abbattute le barriere tra le specie, in una visione
del mondo vivente nel quale gli organismi perdono la loro tipicità e la loro
fissità strutturale, dove "oggetto effettivo di conoscenza è la
popolazione nel suo insieme " (19), l'avanguardia evoluzionistica
propone, da ultimo, il programma di ricostruzione della società e degli
individui sulle basi delle indicazioni della sociobiologia e della ingegneria
genetica. L'inserimento dell'aborto nelle legislazioni di molti paesi,
accompagnato da campagne propagandistiche sul suo uso come strumento di selezione
in base alle caratteristiche genetiche dei feti (20); la diffusione della
fecondazione artificiale, che esclude ogni rapporto di paternità e di maternità,
lasciano intravedere l'inquietante scenario di una umanità pianificata e
manipolata artificialmente, che attraverso la tecnica della clonazione
(21), realizza il sogno utopico della uguaglianza assoluta: quella relativa al
patrimonio ereditario degli individui.
Il movente occulto della Rivoluzione è l'odio a Dio. Non potendo questo odio
scagliarsi contro Dio stesso, si proietta contro le sue opere e, nella sua forma
più consapevole e compiuta, contro il capolavoro del creato: l'uomo. Nell'uomo
Dio ha infuso la scintilla dell'intelletto, che lo distingue dagli animali, ma a
ogni uomo ha anche assegnato una vita interiore , un modo di
affacciarsi al reale e di riflettere su di esso del tutto diverso da quello di
ogni altro uomo: è il dono della personalità . È evidente che
l'aggressione organizzata e tematica della Rivoluzione al creato deve prevedere
il momento di lotta specifica all'essere umano: questo attacco, come si è
detto, si compie con la IV Rivoluzione. Nel quadro di questa battaglia, forse
quella finale che la Rivoluzione si accinge a combattere (22), la rivoluzione
evoluzionistica svolge il ruolo di aggressivo genetico , fornendo
le idee per una alterazione delle differenze psico-somatiche tra gli individui.
La prospettiva è al limite ; tuttavia non è eliminabile
: la direzione in cui l'evoluzionismo lavora nei laboratori di genetica è
quella di un mondo popolato da miliardi di esseri uguali, repliche esatte di uno
stesso "progetto umano". Scrive ancora Jacob: "Forse si
riuscirà anche a produrre, a volontà e nel numero di esemplari desiderato, la
copia esatta di un individuo: un uomo politico, un artista, una reginetta di
bellezza, un atleta. Nulla vieta di applicare fin d'oggi agli esseri umani i
procedimenti selettivi utilizzati per i cavalli da corsa, i topi da laboratorio
o le vacche lattiere [...]. Ma tutto questo non ha più a che fare soltanto con
la biologia " (23).
È vero, tutto ciò è già oltre la biologia, è la prospettiva sinarchica
della Repubblica Universale, di un mondo, come insegna Corrêa de Oliveira
"senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la
scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia " (24); di un
mondo nel quale, paradossalmente, quella umanità che l'evoluzionismo vuole
scaturita dai branchi scimmieschi delle savane, ritorna a essere mandria
indistinta e brutale come i suoi mitici progenitori.
II. L'evoluzionismo scientifico
La filosofia insegna che l'unità è un carattere della verità. La verità
è compatta: negandone un aspetto, prima o poi si dovrà negarla tutta.
L'errore, al contrario, è molteplice , nel senso che il contrario
di una affermazione vera non è una affermazione
falsa, ma possono essere infinite affermazioni false. Ciò rende,
evidentemente, più ardua la difesa della verità, tuttavia ogni errore presenta
sempre uno o più punti particolarmente deboli, sui quali intraprendere l'opera
di demolizione completa.
Nel caso dell'errore evoluzionistico la situazione descritta è assai
favorevole in quanto tutta la visione del mondo che scaturisce da esso trae la
propria forza da un preteso riscontro scientifico, cioè da un contesto in cui
la verifica della bontà di una affermazione è immediata e, entro certi limiti,
inoppugnabile. In altri termini, la rivoluzione evoluzionistica pretende di
essere fondata scientificamente, per cui è sul terreno scientifico che può
cominciare una seria opera di confutazione nei suoi confronti.
La sproporzione tra la produzione scientifica evoluzionistica e quella
antievoluzionistica, decisamente a favore della prima, non deve indurre a
credere in una altrettanto sproporzionata differenza di qualità, anzi.
Semplicemente il mondo accademico ufficiale, di concerto con i più importanti
organi di divulgazione, impedisce che ottimi lavori di valenti uomini di
scienza, di impostazione antievoluzionistica, possano raggiungere il vasto
pubblico dei lettori. Basti, per tutte, la dichiarazione di Pietro Omodeo,
evoluzionista presentato come "il più noto studioso italiano di
evoluzionismo " (25), rilasciata nel corso di una intervista sul
movimento neo-creazionistico americano. Ascoltando le affermazioni dei suoi
avversari, a Omodeo "viene voglia di rispondere con un pernacchio
" (26).
Più dei suoni non propriamente civili evocati da Omodeo, ciò che condiziona
lo scienzato anticonformista è, naturalmente, il clima di ostracismo e di
intimidazione che si crea contro chi avanza ipotesi contrarie alle vedute
ufficiali sull'argomento (27). Tuttavia non sono mancati nel passato, e non
mancano ancora oggi, autorevoli ricercatori che, con i loro lavori, hanno messo
in evidenza le lacune dell'evoluzionismo scientifico e proposto soluzioni
radicalmente alternative al problema relativo all'origine e allo sviluppo della
vita sulla Terra (28).
Fra questi, merita particolare attenzione, per il prestigio dell'autore e per
la completezza e il rigore della trattazione, lo studio dello scienziato
francese Georges Salet (29). Docente universitario, profondo conoscitore delle
maggiori questioni scientifiche del nostro tempo, Salet, cattolico, non ha
esitato a scendere in campo ogni qualvolta l'"intellighentsia"
scientista, mistificando i fatti, ha attaccato la Chiesa, le verità di fede, la
filosofia naturale e cristiana (30).
Il pregio del volume di Salet consiste nell'andare direttamente al cuore
della questione evoluzionistica, confutando i due cardini della teoria: il ruolo
della selezione naturale e quello del caso come fonti
del mondo vivente, della sua varietà, e della sua pretesa evoluzione. Nella
impossibilità di trascrivere in extenso tutte le osservazioni di
Salet, svolte in diverse centinaia di pagine, mi limito a esporre i passaggi
fondamentali della sua confutazione dell'evoluzionismo, che non è ancora stata
smentita.
1. I princìpi della teoria evoluzionistica
Con il termine "evoluzionismo" si intende l'ipotesi scientifica che
spiega l'origine della vita a partire dalla materia inerte (evoluzione
molecolare), e la successiva diversificazione del mondo vivente a partire dagli
esseri più semplici e primitivi, fino a rendere conto dello stato attuale del
mondo vivente, con i milioni di specie esistenti nei regni vegetale e animale
(evoluzione biologica).
Circa i meccanismi di questo processo non esistono spiegazioni
univoche, e questo fatto, già di per sé, non depone a favore della bontà
della teoria. Grosso modo , le teorie esplicative della evoluzione
possono riassumersi in tre gruppi:
a. spiegazioni spiritualistiche: sono quelle che fanno appello a non
meglio identificati princìpi immateriali , che orienterebbero la
materia verso stati sempre più complessi e perfezionati;
b. spiegazioni verbali: si tratta di definizioni tautologiche della
evoluzione, dissimulate sotto la maschera di discorsi dotti e di terminologie
scientifiche. Questo tipo di spiegazioni sono dovute, per esempio, ai biologi
marxisti, come il sovietico Oparin e l'inglese Haldane, e a uno spiritualista
come Teilhard de Chardin, con la sua legge di "complessità-coscienza"
(31);
c. spiegazioni scientifiche: sono i tentativi di spiegare il processo
evolutivo attraverso i fatti di osservazione.
Sui primi due gruppi la scienza non può formulare giudizio alcuno, in quanto
essi stessi si pongono al di fuori del suo campo di azione. Per quanto riguarda
le spiegazioni scientifiche si può dire che, attualmente, pur nella grande
varietà delle posizioni dei singoli ricercatori, la maggior parte degli
evoluzionisti concorda su spiegazioni dell'evoluzione che combinano le
acquisizioni della genetica sulla eredità e sulle mutazioni
, con l'idea originale di Darwin intorno alla selezione naturale: le teorie
attuali sui meccanismi della evoluzione non sono altro che messe a punto di
questa "teoria-base" detta "mutazioni-selezione". Vediamo
che cosa afferma.
La genetica , branca della biologia che si occupa della eredità,
mostra che il patrimonio ereditario di ciascun individuo è strutturato secondo
unità microscopiche perfettamente individuate, dette geni . I geni
sono localizzati nei cromosomi , situati nel nucleo di ogni
cellula, secondo un ordine ben determinato: ciascun gene, o una data sequenza di
essi, corrisponde a una serie complessa di funzioni, che la cellula è o sarà
chiamata a svolgere. Il corredo di geni di ogni individuo contiene, in altri
termini, la descrizione dell'individuo stesso, il suo progetto o piano di
montaggio: è questo corredo di geni che, per esempio, è all'origine dello
sviluppo dell'uomo così come di ogni animale pluricellulare. Esso stabilisce i
tempi e le modalità della crescita del feto: quando e come si deve formare il
tessuto nervoso, quando e come quello osseo, quando e come gli occhi, i capelli,
e così via.
Accade, tuttavia, che nel corso dello sviluppo di un individuo, o durante la
sua vita, il suo patrimonio genetico subisca mutazioni, cioè alterazioni di
struttura. Ricorrendo di nuovo alla immagine del piano di montaggio, è come se
le linee di esso fossero state in qualche modo alterate. Ciò che la genetica ha
accertato intorno al fenomeno delle mutazioni si può riassumere nelle seguenti
proposizioni:
> le mutazioni si trasmettono ereditariamente secondo le leggi di
Mendel;
> il loro tasso è estremamente basso: presso gli animali superiori è
appena di 1 ogni 10.000 / 100.000 individui;
> fanno generalmente apparire delle anomalie, delle tare, a volte delle
vere e proprie mostruosità, che limitano notevolmente gli individui colpiti;
> se l'organo colpito è un organo fondamentale, l'individuo muore
prematuramente, spesso allo stadio di embrione;
> il carattere delle mutazioni è profondamente casuale , cioè
non si conosce alcun agente mutageno con azione specifica;
> il numero delle mutazioni letali è da 10 a 15 volte superiore a quello
delle mutazioni "vitabili", cioè delle mutazioni che mantengono comunque
in vita l'individuo colpito.
Per la teoria evoluzionistica "mutazioni-selezione", le mutazioni
costituiscono la fonte della variabilità del mondo vivente, alla quale attinge
la selezione naturale per trattenere gli individui nei quali le
mutazioni hanno incrementato il tasso di natalità o diminuito quello di
mortalità, cioè gli individui favoriti dalle mutazioni.
Anche la selezione naturale è un fatto di osservazione, definitivamente
acquisito alla scienza. Le sue modalità di azione, quando possono esplicarsi,
sono estremamente incisive. Per esempio, se in una coltura di un milione di
batteri compare un individuo mutato, o mutante, il cui ritmo di duplicazione è
superiore dell'1 % rispetto agli altri, dopo 4000 generazioni, cioè qualche
giorno su scala batterica, il rapporto di popolazione sarà invertito: un
individuo originale per milione di mutanti.
La selezione naturale, utilizzando i prodotti delle mutazioni e con l'effetto
dell'isolamento geografico delle popolazioni, rende perfettamente conto di
quelle modificazioni limitate in seno alle specie , note da sempre
ai naturalisti, che talvolta prendono il nome di microevoluzione .
Una delle sue manifestazioni più conosciute è la formazione di razze
all'interno di una specie.
La microevoluzione, però, non ha nulla a che vedere con l'evoluzionismo: tra
essi esiste una differenza di natura . Quasi sempre gli
evoluzionisti trascurano tale differenza con disinvoltura colpevole, così che
fenomeni microevolutivi vengono interpretati come esempi di evoluzione (32). La
microevoluzione implica modificazioni organiche limitate ed esclude
completamente la comparsa di nuovi organi o di nuove funzioni; l'evoluzionismo,
invece, per rendere conto delle differenze organiche e funzionali tra i gruppi
di viventi passati e attuali, deve postularle: la microevoluzione è indifferente
o regressiva , l'evoluzionismo è progressivo .
La teoria evoluzionistica dunque, parte da basi concrete - le mutuazioni, la
selezione -, in grado di rendere conto delle modificazioni limitate dei viventi,
realmente riscontrabili in natura, per spiegare la comparsa di nuovi gruppi
della classificazione sistematica attraverso modifiche profonde e apparizioni di
funzioni e di organi nuovi negli esseri viventi. Per rendere plausibili questi
fantomatici passaggi, gli evoluzionisti ricorrono a sofismi e a mistificazioni,
con i quali il ruolo delle mutazioni e della selezione viene completamente
alterato.
2. Il primo inganno evoluzionistico: il ruolo della selezione naturale
Spiega Salet che la reale variabilità del mondo vivente può riassumersi
nella seguente proposizione: "Gli organismi si modificano a caso. Ogni
modificazione (mutazione) che corrisponde al MIGLIORAMENTO di un organo è
automaticamente selezionata " (33). Ed ecco, invece, ciò che gli
evoluzionisti, al seguito di Darwin, continuano a insinuare: "Gli
organismi si modificano a caso. Le modificazioni (mutazioni) che corrispondono
all'APPARIZIONE di una nuova funzione (e quindi, in senso lato, di un nuovo
organo) SONO automaticamente selezionate " (34).
Le due proposizioni, come si vede, differiscono per le parole scritte in
maiuscolo:
> "mutazione", che era singolare, è diventata plurale;
> "miglioramento" è diventato "apparizione".
Questi cambiamenti, apparentemente banali, sono tali da trasformare una
proposizione esatta in un sofisma. Infatti è chiaro che la selezione naturale
può intervenire sul mutante soltanto dopo che si sono verificate tutte
le mutazioni necessarie alla comparsa del nuovo organo o della nuova funzione,
cioè soltanto dopo che il nuovo organo è completamente costituito
ed è in grado di esplicare perfettamente la nuova funzione: la selezione non può
in alcun modo trattenere mutazioni intermedie perché non corrispondono ad
alcunché di compiuto nell'organismo; anzi, un individuo in un simile stato
sarebbe svantaggiato rispetto agli individui originali e la selezione naturale
provvederebbe a cancellarlo in breve tempo dalla faccia della Terra. Per
esempio, un essere vivente dotato di un organo a mezza strada tra una pinna e un
arto non è né un pesce capace di nuotare nell'acqua, né un animale da
terraferma. Un organo come un arto implica ossa , che ne assicurino
la rigidità; articolazioni , che ne assicurino la mobilità
, e muscoli, tendini e nervi , che ne assicurino la forza
. Parlare di formazione progressiva e lenta degli arti è un puro esercizio
verbale, privo di ogni riscontro scientifico. La selezione naturale non avrebbe
nulla su cui agire.
Dietro una simile concezione circa il ruolo della selezione, oltre al
misconoscimento dei fatti, vi è una cattiva comprensione dei concetti di
"organo" e di "funzione". Nei trattati, nei libri di scuola
e in ogni articolo sull'evoluzionismo, spesso si dice che un organo nuovo
compare in forma molto semplice e che, in seguito, esso si
perfeziona sotto il controllo della selezione come se, afferma Salet,
bastasse "un poco di organo " per avere assicurata anche
"un poco di funzione " (35). Gli evoluzionisti
dimenticano che il "diagramma" della funzione svolta da un organo è
del tipo "tutto o niente", proprio come accade per le macchine: nessun
funzionamento fino a quando non sono a posto tutti i dispositivi
componenti della macchina. Lo sanno bene gli automobilisti, dice Salet, che
"senza carburatore o senza dispositivo di accensione un'auto non viaggia
"meno bene": non viaggia affatto " (36).
Di fatto, una via di uscita esiste, ed è quella di ritenere che le mutazioni
relative alla comparsa di un organo nuovo e di una nuova funzione avvengano
tutte simultaneamente , così che la selezione può intervenire
subito per conservare il risultato finale. Come si comprende, il problema si
sposta verso il calcolo delle probabilità, poiché occorre stabilire che valore
di probabilità hanno mutazioni casuali di verificarsi simultaneamente e di
costruire qualcosa di nuovo.
Quella che sembra una via di uscita pone, in realtà, quesiti ancora più
gravi dei precedenti e, ancora una volta, gli evoluzionisti propongono soluzioni
illusorie.
3. Il secondo inganno evoluzionistico: il tempo necessario alla evoluzione
Fino dai tempi di Darwin, ancora prima di individuare nelle mutazioni la
fonte della variabilità del mondo vivente, i biologi avevano intuito le
connessioni tra matematica ed evoluzione, ma nessuno tentò mai di impostare
rigorosamente il problema (37). Ancora oggi l'atteggiamento evoluzionistico è
quello di una certa "sufficienza": avendo avuto a disposizione un
periodo dell'ordine di due miliardi di anni, si ritiene sostanzialmente inutile
chiedersi cosa sia possibile o impossibile per la evoluzione in un tempo tanto
lungo. Basta attendere: il tempo compirà da solo il miracolo della creazione
della vita e della sua trasformazione. Ma non sarà un'attesa inutile?
A fronte di affermazioni gratuite e non provate, Salet dimostra che la
formazione casuale di un organo nuovo, anche modesto, richiederebbe periodi di
tempo di durata inimmaginabile, che, espressi in anni, sarebbero dell'ordine di
10 seguito da parecchie centinaia o migliaia di zeri. Nella impossibilità di
ripercorrere punto per punto i suoi calcoli, riporto qui di seguito i passaggi
principali della dimostrazione.
Occorre osservare, innanzitutto, che la casualità delle mutazioni non
implica affatto che esse possano produrre un qualsiasi risultato. Anche le
fantasie del caso, dice Salet, hanno limiti. Nella teoria delle probabilità,
questi limiti si chiamano soglie di impossibilità e rappresentano
quei valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza
che un evento casuale, di una certa natura, non si è mai verificato né mai si
verificherà.
Sulla scorta delle speculazioni di Émile Borel, uno dei massimi matematici
del nostro secolo, Salet determina le soglie di impossibilità assoluta per
eventi di natura chimica e biochimica sulla Terra e nell'Universo. Considerando
la velocità dell'elettrone nell'atomo e la sua massa si può stabilire in 10 38
il massimo numero di eventi chimici che si possono svolgere ogni secondo in 1
grammo di materia. Stimando ancora, con larghissimo margine, che il Sole abbia
riserve di idrogeno per 100 miliardi di anni, si può ritenere che il nostro
pianeta, esistente già da qualche miliardo di anni, possa avere una vita di 10 18
secondi. Infine, ritenendo che gli esseri viventi possano muovere una quantità
di materia pari, al più, a quella contenuta in uno strato terrestre dello
spessore di 1 chilometro, cioè 10 24
grammi, si giunge alla cifra di 10 80
come limite superiore sicuro del numero di tutto ciò che è possibile
immaginare sulla Terra relativamente a eventi di natura chimica e biochimica.
Questo numero è molto importante perché il suo inverso, cioè 10 -80
(=1/10 80), costituisce
proprio la soglia di impossibilità assoluta per eventi chimici e biochimici
(38). Salet riassume in un teorema queste considerazioni: "la
realizzazione sulla Terra di un evento supposto o di un insieme di eventi
supposti di natura chimica è impossibile se la probabilità di realizzazione di
tale evento o insieme di eventi, in una sola prova, è inferiore a 10 -100
" (39).
Un altro dato utile ai fini della dimostrazione della impossibilità
evolutiva è il numero massimo di esseri viventi che sono potuti esistere da
quando la Terra può ospitare la vita, cioè da due miliardi di anni. I calcoli
forniscono 10 45 come valore.
Nel caso particolare dei vertebrati tetrapodi, cioè anfibi, rettili, uccelli e
mammiferi, ovvero i grandi gruppi della sistematica animale, si ottiene come
valore massimo la cifra di 10 25.
Sulla scorta di questi limiti superiori e dei relativi valori inversi di
probabilità, Salet calcola i valori di probabilità delle serie di mutazioni
casuali, che possono portare alla comparsa di novità vantaggiose
nel patrimonio ereditario di un individuo. I risultati non lasciano adito a
dubbio alcuno: tali valori di probabilità sono talmente inferiori ai limiti
superiori da fare ritenere impossibile non solo la evoluzione nel suo complesso,
ma anche la singola mutazione, o gruppo di mutazioni, capace di fare apparire un
organo nuovo, per quanto semplice possa essere .
Per dare una idea, consideriamo il caso particolarmente interessante dei
vertebrati tetrapodi, di cui si è detto sopra. L'interesse nasce da due
considerazioni: la prima è che gli evoluzionisti hanno elaborato numerose e
contraddittorie teorie sulla filiazione di un gruppo di vertebrati da un altro
(40); la seconda è che ai mammiferi appartiene anche l'uomo che, per questo,
verrebbe ricollegato ad antenati animaleschi.
Consideriamo, dunque, una specie S di vertebrati tetrapodi
costituita da M individui. Se P è la probabilità che
n geni del patrimonio ereditario di un individuo abbiano acquisito
un nuovo carattere, in seguito a mutazioni casuali, si può scrivere che Nel contesto della nostra dimostrazione questo numero significa che, in un
periodo di un miliardo di anni la probabilità che sia apparso un solo
vertebrato munito di 5 nuovi geni funzionali, è di 1 su 100.000, ovvero che
occorrono 100.000 miliardi di anni per avere la quasi certezza di vederne uno.
Queste cifre danno solo una pallida idea del tipo di problema che sorge
quando si vuole assegnare al caso la genesi e la complessità del mondo vivente.
Basta supporre, per esempio, che i geni interessati alla novità siano 6 anzichè
5, perché la certezza della comparsa di un mutante risulti di 1 su 100
miliardi di miliardi di anni! Dato che la cosmologia più recente
assegna all'Universo una età di circa 20 miliardi di anni (43), si può
ritenere assurda ogni ipotesi che faccia ricorso al caso come a fonte di
variabilità vantaggiosa, sia in ambiente pre-vivente che in ambiente vivente.
Salet riassume quanto succintamente ho esposto nel seguente principio
generale: "Se una costruzione nuova necessita di n nuovi geni, il tempo
necessario perché mutazioni geniche conferiscono loro il carattere voluto è
una funzione esponenziale di n rapidamente crescente. Tempi largamente superiori
a quelli delle ere geologiche sono raggiunti per valori di n molto modesti
" (44).
Conclusione
Questo principio, e i calcoli da cui deriva, non hanno trovato smentita di
nessun genere. Ed è anche molto inverosimile che possano trovarne.
L'atteggiamento evoluzionistico è, di solito, quello di ignorare le difficoltà
e le obiezioni e di passare oltre, giocando sulla ignoranza dei molti e su
fattori emotivi. Tra questi ultimi trova posto, senza dubbio, la convinzione
diffusa che una risposta non scientifica a un problema posto dalla scienza,
quale è quello relativo alla origine e alla varietà dei viventi, sia una sorta
di capitolazione dell'intelletto, l'ammissione di un limite.
In realtà, ciò che cade e si frantuma, di fronte alle grandi questioni, non
è l'intelletto, ma l'orgoglio "originale" che rispunta, oggi, nelle
vesti di una scienza egemone del reale, attraverso la tecnica, e intollerante
verso ogni fatto che sfugga ai suoi metodi di indagine.
Nel costringere i limiti della conoscenza entro i rigori del principio fisico
di indeterminazione, Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, scriveva con
disprezzo "Quello che sta al di là, gli aridi tratti della metafisica,
lo lasciamo volentieri alla filosofia speculativa " (45).
Dal canto suo, la filosofia naturale e cristiana si fa carico di quegli
"aridi tratti", sorretta dall'antica e ispirata sapienza: "Vani
[per natura] sono tutti gli uomini, cui manca la conoscenza di Dio,/ e che dai
beni visibili non seppero conoscere Colui che è,/ né dalla considerazione
delle opere riconobbero l'artefice./ Ma o il fuoco o il vento o l'aria mobile/ o
il cielo delle stelle o la gran massa delle acque/ o il sole e la luna
credettero dei, governatori del mondo./ Se dilettati dalla bellezza di tali cose
le supposero dei,/ sappiano quanto più bello di esse è il loro Signore,/
giacché l'autore della bellezza creò tutte quelle cose./ Se furono colpiti
invece dalla loro potenza ed energia,/ intendano da esse, che più potente di
loro è colui che le produsse./ Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle
creature/ si può conoscere, per analogia, il loro creatore"
(46).
LUCIANO BENASSI, Cristianità n. 95 (1983)
***
(1) In Giuseppe Sermonti e Roberto Fondi, Dopo Darwin. Critica
all'evoluzionismo, Rusconi, Milano 1980, p. 16, chiedendosi se sia
"possibile un evoluzionismo senza Darwin", Sermonti risponde che
"se si intende il vero spirito e la vera intenzione dell'evoluzionismo la
risposta è no".
(2) La corsa alle "prove" costituisce, nella storia
dell'evoluzionismo, un capitolo a sé. Dalla ricerca dei cosiddetti "anelli
mancanti" tra due gruppi di viventi al clamoroso falso paleontologico di
Piltdown nel quale ebbe un ruolo attivo padre Teilhard de Chardin gli
evoluzionisti non hanno mai tralasciato nulla che potesse confortare la validità
della loro teoria. Così non è infrequente imbattersi in notizie come Un bimbo
con coda conferma la teoria dell'evoluzione (il Giornale nuovo, 21-5-1982).
(3) Così Claudio Barigozzi, in il Giornale nuovo, 17-6-1982. Questo tour
d'esprit è talmente frequente presso gli autori evoluzionisti che, si può
dire, caratterizzi la logica dell'evoluzionismo stesso: non è più la teoria a
sottostare ai dati della realtà, ma è la realtà a essere forzata entro le
maglie rigide della teoria.
(4) Giuseppe Montalenti, Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma 1982, pp.
117-118.
(5) Francois Jacob, Evoluzione e bricolage, gli "espedienti" della
selezione naturale, Einaudi, Torino 1978, p. VIII.
(6) Ibid., p. 36. Sul carattere rivoluzionario del darwinismo cfr. anche
Iring Bernard Cohen, La rivoluzione darwiniana, in Le Scienze, n. 172, dicembre
1982. L'autore - che in realtà è Victor S. Thomas, professore di storia della
scienza ad Harvard - ritiene estremamente significativa l'affermazione fatta da
Darwin a conclusione dell'Origine delle specie, l'opera con cui presentò al
mondo scientifico la sua teoria. Scriveva Darwin: "Quando le opinioni
sostenute in questo libro, od altre opinioni analoghe, verranno ammesse dalla
generalità degli studiosi, si può prevedere oscuramente che vi sarà una
grande rivoluzione nella storia della scienza" (Charles Darwin, L'origine
delle specie, ed. originale del 1859 e app. con le varianti dell'ed. del 1872,
trad. it., Newton Compton, Roma 1981, p. 557). Cohen commenta così:
"Questo evento, una dichiarazione di rivoluzione in una pubblicazione
scientifica formale, è apparentemente senza precedenti nella storia della
scienza". Interessante è ancora l'osservazione di Cohen sul fatto che
"c'è un solo altro autore scientifico dell'epoca moderna che può essere
paragonato a Darwin, [...] ed è Sigmund Freud, un dato che mostra l'incredibile
intuito che Freud ebbe quando, paragonò l'effetto prevedibile delle sue idee
[sull'inconscio e sulla psicanalisi, ndr] a l'effetto di quelle di Darwin".
(7) G. Montalenti, op. cit., p. 42.
(8) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed.
it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.
(9) Ibid., p. 189.
(10) Emanuele Samek Lodovici, Ma l'uomo non è solo una macchina, in Il
Settimanale, anno 1980, n. 34-35.
(11) F. Jacob, La logica del vivente, tr. it., Einaudi, Torino 1971, p. 215.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Idem, Evoluzione e bricolage, Gli "espedienti" della selezione
naturale, cit., p. VIII.
(15) Ibidem.
(16) Ibidem.
(17) Ibid., p. IX.
(18) Cfr. Lucio Colletti, Marx era il suo miglior nemico, in Darwin. Come si
diventa uomo, supplemento a L'Espresso, anno XXVII, n. 13, 4-4-1982.
(19) F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 207. Darwin, in pratica, ha
negato la specie e il "tipo" o "modello" a cui ogni specie
rinvia. Il mondo vivente è, per l'evoluzionismo, un grande sistema i cui
elementi, tutti diversi, sono in continua trasformazione.
(20) Il problema è discusso in Harry Harris, Diagnosi prenatale e aborto
selettivo, tr. it., Einaudi, Torino 1978.
(21) Clonazione è la tecnica con cui l'intero patrimonio cromosomico di un
individuo viene introdotto in una cellula per ottenere un duplicato biologico
dell'individuo stesso. Fino dal 1979 i ricercatori Karl Illmensee, svizzero, e
Peter Hoppe, statunitense, hanno ottenuto topi clonati, primi tra i mammiferi a
essere generati con questo trattamento. Il Corriere Medico del 13/14-1-1981, nel
pubblicare un estratto del testo ufficiale con cui i due ricercatori
presentavano l'esperimento, titola "profeticamente": Oggi i topi,
domani l'uomo.
(22) Cfr. Massimo Introvigne, Le origini della Rivoluzione sessuale, in
Cristianità, anno VII, n. 54, ottobre 1979. L'autore osserva che il mutamento
di interesse della Rivoluzione, dai fenomeni macrosociali a quelli microsociali,
non è il segno di una "crisi" della Rivoluzione stessa. Al contrario,
"il fine della Rivoluzione è la IV Rivoluzione", ovvero si sono
demolite le istituzioni cristiane per quindi demolire l'uomo naturale e
cristiano.
(23) F . Jacob, La logica del vivente, cit., p. 375.
(24) P. Corrêa de Oliveira, op. cit., p. 117.
(25) Cfr. il servizio Il nonno perde il pelo, in Panorama, anno XIX, n. 772,
2-2-1981.
(26) Ibidem.
(27) Lo stesso fenomeno si verifica anche in altri settori della ricerca, che
hanno immediate implicazioni di carattere filosofico o religioso. Chi scrive è
a conoscenza, per diretta notizia da parte dell'interessato, di condizioni poste
alla pubblicazione dei risultati di una analisi elettronica, estremamente
raffinata, sulla Santa Sindone, da parte della redazione della rivista a cui il
lavoro era diretto. La redazione era disposta a pubblicarlo purché l'autore
rinunciasse al confronto con i Vangeli che si rivelavano, naturalmente, in pieno
accordo con i risultati.
(28) Tra questi autorevoli ricercatori, merita di essere espressamente
ricordato A. Ernst Wilder Smith. Sulla sua opera, cfr. Ermanno Pavesi, "Le
scienze naturali non conoscono l'evoluzione", in Cristianità, anno VII, n.
56, dicembre 1979.
(29) Cfr. George Salet, Hasard et certitude. Le Transformisme devant la
biologie actuelle, Èditions scientifiques St-Edme, 2a ed., Parigi 1972. Allo
stesso livello, anche se con carattere diverso, è da collocare il già citato
testo di G. Sermonti e R. Fondi.
(30) Di Salet è uscito un utilissimo studio sul "caso Galileo", in
Courrier de Rome et d'ailleurs, anno XII, n. 11-12, Parigi maggio-giugno-luglio
1980.
(31) Per una confutazione delle teorie abiogeniche di Haldane e Oparin, cfr.
G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 162 ss. Sul pensiero e sulla teoria
evoluzionistica di Teilhard de Chardin, cfr. Pier Carlo Landucci, Miti e realtà,
La Roccia, Roma 1968.
(32) Cfr. G. Montalenti, L'avesse saputo Darwin, in Scienza e Vita nuova,
anno IV, 4-5-1982. Montalenti riporta come "un classico" della
evoluzione l'esempio della Biston betularia, la falena di cui sono sopravvissuti
soltanto individui scuri. Quelli chiari, al tempo della rivoluzione industriale,
risaltavano particolarmente sui tronchi di betulla ricoperti di fuliggine,
diventando facile preda degli uccelli. Un tipico esempio di azione della
selezione naturale è diventato un caso di evoluzione in atto!
(33) G. Salet, Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie
actuelle, cit., p. 212.
(34) Ibidem.
(35) Ibid., p. 214.
(36) Ibidem.
(37) Ammette F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 200, che "Darwin
- per analizzare la variazione delle popolazioni - non ricorre a trattamenti
matematici complessi, ma fa appello all'intuizione e al buon senso".
(38) Il criterio per passare da 10 80
(= numero massimo di eventi possibili) a 10 -80
(= probabilità di un evento), è lo stesso che si applica nel noto caso del
dado. Nel lancio del dado il numero massimo di eventi possibili è 6 (le sei
facce dei dado), mentre 1/6 è la probabilità di uscita di una faccia.
(39) G. Salet, op. cit., p. 107. Il valore 10
-80
è stato arrotondato, per comodità di calcolo, a 10 -100
e ciò non cambia la validità della dimostrazione. Il teorema è, in realtà,
il corollario di una proposizione più generale, enunciata per la prima volta da
É. Borel e nota come "legge unica del caso". Per brevità non ho
ritenuto di citarla in questa sede, anche se l'autore ne fa oggetto di una lunga
analisi concettuale e matematica.
(40) Cfr., su questo argomento, l'ottima esposizione di R. Fondi, in G.
Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 233-274.
(41) La formula scritta della probabilità totale di eventi indipendenti come
prodotto delle probabilità dei singoli eventi può risultare più chiara
ricorrendo a un esempio immediato. Nel lancio di un dado, come si è detto, la
probabilità di ottenere un numero, per esempio 4, è 1/6. Nel lancio di una
moneta, invece, la probabilità di ottenere, per esempio, "testa" è
1/2. Nel lancio di dado e moneta la probabilità di ottenere 4 e
"testa" è proprio 1/6 x 1/2 = 1/12.
(42) Procedendo con l'esempio del dado, si può ritenere, con buona
approssimazione, che, su 6000 lanci, il numero di volte in cui uscirà 4 sarà
circa 1/6 x 6000 = 1000.
(43) Cfr. Venzo de Sabbata, Universo senza fine. Attualità in astrofisica,
Corso, Ferrara 1978, p. 162.
(44) G. Salet, op. cit., p. 156.
(45) Max Born, Fisica atomica, tr. it., Boringhieri, Torino 1968, p. 384.
(46) Sap. 13, 1-5.
FEDE,
SCIENZA E FALSI MITI NELLA COSMOLOGIA CONTEMPORANEA
da
un saggio di Luciano Benassi Stanley
L. Jaki nasce a Györ, nell’Ungheria nord-occidentale, il 17 agosto
1924. Terminate le scuole superiori, a diciotto anni entra nell’ordine
benedettino e il 13 maggio 1944 fa la professione religiosa. Dopo aver
completato gli studi universitari in filosofia, teologia e matematica, nel
1947 è a Roma per conseguire la tesi di laurea in teologia presso il
Pontificio Istituto Sant’Anselmo; e qui, nel 1950, riceve il dottorato.
Intanto il 29 giugno 1948 era stato ordinato sacerdote. Nel 1951 è negli
Stati Uniti d’America — di cui prenderà la nazionalità — per
insegnare teologia sistematica e contemporaneamente seguire corsi di
storia americana, letteratura, matematica e scienze allo scopo di ottenere
il riconoscimento degli studi universitari compiuti in Ungheria. Negli
Stati Uniti d’America consegue prima la laurea in Scienze e poi, nel
1957, il dottorato in Fisica, con una tesi condotta sotto la direzione di
Victor F. Hess, lo scopritore dei raggi cosmici, premio Nobel per la
fisica nel 1936. Da
quel momento i suoi interessi si spostano decisamente verso la storia e la
filosofia della scienza, che diventeranno il campo principale della sua
multiforme attività intellettuale e della sua abbondante produzione
scientifica. Gli anni dal 1958 al 1960 lo vedono ricercatore di storia e
filosofia della fisica presso le università di Stanford e di Berkeley,
mentre nel biennio successivo è Visiting Fellow all’università di
Princeton per un programma di ricerca nella stessa disciplina. Nel 1965
diviene docente alla Seton Hall University, nel New Jersey, di cui è
attualmente professore emerito. Negli anni 1975 e 1976 è chiamato come
professore all’università di Edimburgo nell’ambito delle prestigiose
Gifford Lectures, un ciclo di conferenze che dal 1887, per volontà di
Lord Adam Gifford, si svolge nelle quattro università scozzesi con lo
scopo di promuovere lo studio della teologia naturale. Nel 1977 svolge lo
stesso incarico presso il Balliol College di Oxford, nell’ambito delle
Fremantle Lectures. Associato
a numerosi sodalizi scientifici e culturali è, fra l’altro, membro
onorario della Pontificia Accademia delle Scienze e, dal 1986, membro
corrispondente dell’Académie Nationale des Sciences, Belles-Lettres et
Arts di Bordeaux. Nel 1987 è stato insignito del premio Templeton. Da
oltre trent’anni l’opera dello storico della scienza dom Stanley L.
Jaki O.S.B. si caratterizza per due elementi originali e decisivi: da un
lato il senso profondo dell’unità della conoscenza e, dall’altro, un
altrettanto profondo sentimento dell’oggettività del reale. Si tratta
di due atteggiamenti che hanno portato lo studioso benedettino a pensare
il cammino della scienza e quello verso Dio come un unico percorso
intellettuale. In aperta polemica con la cultura dominante, che considera
scienza e fede come due termini irriducibili e contrapposti, tutta la sua
opera è volta ad affermare la connessione esistente fra conoscenza
scientifica e conoscenza di Dio, una connessione a tal punto intima e
stretta da giustificare la conclusione secondo cui la scienza è nata e si
è sviluppata, dopo secoli di tentativi regolarmente abortiti — si pensi
alle antiche civiltà cinese, indiana e greca —, solo all’interno di
una cultura permeata dalla convinzione che la mente umana sia capace di
cogliere, nelle cose e nelle persone, un segno del loro creatore. Si
tratta di un approccio teologico alla storia della scienza che rovescia
molti luoghi comuni e molte leggende, come quella che considera il
Medioevo cristiano un’epoca di oscurantismo e di superstizione.
Nell’opera di dom Stanley L. Jaki, infatti, i secoli della Cristianità
medioevale sono quelli in cui l’inculturazione della fede in un Dio
personale, trascendente, razionale e creatore di tutte le cose, ha posto
le condizioni per lo sviluppo dell’indagine scientifica della natura. Questo
approccio teologico alla storia della scienza è usato da dom Stanley L.
Jaki per esaminare lo stato della scienza anche in tempi più vicini a
noi; e particolarmente alla fisica del nostro secolo egli rivolge le
critiche più stringenti, denunciandone i presupposti idealistici e la
sostanziale rinuncia a un genuino sforzo conoscitivo. In questo ambito la
sua attività di polemista e di conferenziere costituisce una puntuale e
documentata opera di risposta a quell’abbondante pubblicistica
scientifico-divulgativa che, dai mass media, si riversa sul grande
pubblico accreditando l’idea di una "scienza totale", in grado
di spiegare non solo il come dei fenomeni, ma anche il perché
dell’esistenza di tutto, della materia e dello spirito. Fra
le opere più significative di dom Stanley L. Jaki, autore di oltre trenta
volumi e di più di settanta articoli, si possono ricordare The Relevance
of Physics, "La portata della fisica", Brain, Mind and Computers,
"Cervello, mente e calcolatori", che gli è valso il premio Le
Comte du Noüy nel 1970, Science and Creation: from Eternal Cycles to an
Oscillating Universe, "Scienza e creazione: dai cicli eterni a un
universo oscillante", The Road of Science and the Ways to God,
"La strada della scienza e le vie verso Dio", che raccoglie il
ciclo delle Gifford Lectures tenute dall’autore, Cosmos and Creator,
"Cosmo e creatore", Angels, Apes and Men, "Angeli, scimmie
e uomini", Uneasy Genius: the Life and Work of Pierre Duhem, "Un
genio scomodo: la vita e l’opera di Pierre Duhem", Chesterton: a
Seer of Science, "Chesterton: un profeta della scienza", Chance
or Reality and Other Essays, "Caso o realtà e altri saggi", e
The Savior of Science, "Il Salvatore della scienza". Dio
e i cosmologi è una delle poche opere di dom Stanley L. Jaki pubblicata
in lingua italiana e raccoglie, in forma ampliata, il ciclo di otto
conferenze da lui svolte al Corpus Christi College di Oxford sul finire
degli anni Ottanta. Il volume costituisce un felice tentativo di
restituire dignità al dibattito cosmologico, offrendo al lettore la
possibilità di accostare in modo serio una tematica la cui oggettiva
difficoltà, sia scientifica che filosofica, è resa più acuta
dall’apparire di volgarizzazioni e di banalizzazioni, soprattutto della
cosmologia scientifica. Infatti, come lo stesso autore sostiene
nell’Introduzione, il grado di certezza oggi raggiunto da questa
disciplina può essere di grande aiuto per impostare correttamente la
riflessione sullo statuto metafisico dell’universo e con ciò
contribuire alla riconquista della nozione di Dio creatore, che è alla
base di ogni approccio religioso al reale. Veri
e presunti nemici della scienza Nel
primo capitolo, L’universo riconquistato, dom Stanley L. Jaki descrive
il travaglio culturale che portò, nel volgere dei trecento anni dalla
fine del Cinquecento all’inizio del secolo XX, all’identificazione
dell’universo come oggetto d’indagine scientifica. Che si sia trattato
di un travaglio e non di una nascita improvvisa è prova il fatto che solo
dal 1917, con la pubblicazione da parte di Albert Einstein di un saggio
sulle conseguenze cosmologiche della sua teoria della relatività
generale, si può parlare dell’universo come di un oggetto indagabile
scientificamente. Al contrario, nei tre secoli che vanno dalle prime
osservazioni celesti con il telescopio fino ai primi anni del Novecento,
la nozione scientifica di universo ha più volte rischiato di abortire e
certo non per colpa dell’oscurantismo clericale. Secondo lo studioso
benedettino, a costituire una minaccia per la nascita scientifica
dell’universo furono l’idea della sua infinità e, conseguentemente,
della sua eternità, ciò che lo avrebbe sottratto a ogni possibile
"misura" scientifica in quanto privo di limite e di durata, le
due qualità indispensabili perché la scienza possa operare secondo il
proprio statuto gnoseologico. Il
"partito" dell’infinità cosmica, poco numeroso nel corso del
secolo XVIII, era tuttavia fortemente caratterizzato: "Ben pochi
intorno al 1700, o anche più tardi, proposero un universo infinito, e
solo uno scienziato o cosmologo tra di loro: Edmund Halley, noto per il
suo ateismo e per la sua involuta difesa di un universo infinito e
omogeneo. Coloro che appoggiarono l’idea di un universo infinito,
filosofi per la maggior parte, quasi invariabilmente vi videro una comoda
scusa per fare a meno di un Dio veramente trascendente". E si tratta
di Giordano Bruno e Jacob Boehme con il loro panteismo cosmico, di Baruch
Spinoza, degli illuministi tedeschi, di Immanuel Kant e degli idealisti.
In particolare fu il filosofo di Koenigsberg a intuire meglio di altri
"[...] il ruolo fondamentale svolto dall’ammissione dell’universo
nella valutazione della fede nel Creatore" e a suggerire "[...]
la genesi di un universo infinito come unico universo che sarebbe potuto
scaturire dalle mani di un Creatore con poteri infiniti".
Naturalmente questa ansia di infinito, che in Immanuel Kant si spinse fino
a ipotizzare un numero infinito di universi, non era dettata da zelo
religioso, ma dal postulato idealistico della inconoscibilità del reale.
Secondo dom Stanley L. Jaki, in questo consiste propriamente la minaccia
portata dall’infinità cosmica: la sostituzione del mondo reale con gli
enti prodotti dalla ragione, una ragione libera da ogni sottomissione a un
Creatore che, al contrario, può essere conosciuto solo se vi è un
universo reale. Naturalmente ciò non impedì che l’universo tornasse
"[...] ad essere un concetto valido", ma il disagio idealistico
nei confronti di un cosmo reale fece sì che gli uomini di scienza e di
filosofia dei primi decenni del secolo XX non apprezzassero adeguatamente
il ritrovamento. Del resto ancora oggi — secondo dom Stanley L. Jaki —
scienziati e filosofi, ma il discorso riguarda anche "[...] preti,
ecclesiastici e cristiani in generale, devono [...] rendersi conto che il
maggior sviluppo nella cosmologia scientifica sta nella testimonianza che
l’universo è stato riconquistato". Nel
secondo capitolo, Nebulosità dissipata, l’autore affronta la questione
della specificità dell’universo, così come essa è venuta rivelandosi
grazie all’apporto della cosmologia scientifica. Il fatto che
l’universo fisico sia caratterizzato da grandezze in qualche modo
misurabili, quali la massa totale e il raggio massimo, pone immediatamente
la domanda sul perché questi valori e non altri, equivalente alla domanda
sul perché questo universo e non un altro. La specificità del nostro
universo rimanda, in altri termini, alla sua contingenza perché, essendo
sempre possibile immaginarne uno diverso da quello che conosciamo, non vi
sono ragioni apparenti perché esista, appunto, questo e non un altro. Ma
la cosmologia scientifica, secondo lo studioso benedettino, non ha solo
rivelato il carattere specifico dell’attuale scenario cosmico: le
ricerche compiute nel secolo XX hanno esteso tale specificità fino ai
suoi primissimi istanti di vita, delineando un quadro coerente dal
profondo significato metafisico. Infatti, "le numerose prove
interdipendenti raccolte fino ad ora smentiscono ampiamente gli schemi
pseudofilosofici che fanno apparire l’origine del cosmo come si
trattasse di una semplice cosa", tale da costituire "[...] una
scusa valida per ignorare altri interrogativi su di essa". Immaginare
che l’universo, nelle sue prime fasi, fosse semplice è certamente
legittimo; l’errore consiste, piuttosto, secondo dom Stanley L. Jaki,
nel suggerire, attraverso tale semplicità, la "visione
indolente" secondo cui "[...] ciò che "sembra"
totalmente semplice può esistere senza essere anzitutto creato".
Quello della semplicità è anche uno dei grandi obiettivi della fisica
moderna, protesa a generalizzazioni sempre più ampie e a unificazioni
sempre più stringenti. A questo proposito lo studioso benedettino avverte
che "[...] il mondo fisico può alla fine essere ridotto, per quanto
riguarda il computo delle sue proprietà da parte dei fisici, ad una
singola forma con un paio di costanti. Ma persino a quella semplicità non
mancherebbero forti specificità che produrrebbero quindi, salvo che in
menti deliberatamente inerti, il problema del perché queste specificità
siano di questa e non di qualche altra grandezza". In definitiva, per
quanto semplice possa essere descritto, "un universo, dimostrato
dalla scienza come reale e specificamente tale, indicherà senza fallo
un’origine al di là delle sue fasi specifiche, un fattore
metafisicamente oltre l’universo". D’altra parte, conclude
l’autore, "[...] lo scopo primario della specificità delle cose
non è quello di rendere possibili meri giochi quantitativi, ma di aiutare
a riconoscere la vera realtà delle cose e la Realtà che le rende
reali". Il
mito dell’eternità dell’universo Il
misconoscimento dei dati oggettivi forniti dalla cosmologia scientifica e
il rifiuto di considerarli in una corretta prospettiva metafisica non
producono soltanto gli errori relativi all’infinità dell’universo e
alla "nebulosità" delle sue origini: nel terzo capitolo, Lo
spettro del tempo, l’autore descrive anche l’errore eternalista,
ovvero la tesi secondo cui l’universo può essere infinito come durata.
La transitorietà del cosmo si affacciò sulla scena scientifica verso la
fine degli anni 1920, quando, dalle equazioni di campo gravitazionale, si
cominciarono a ricavare soluzioni non statiche, ovvero dipendenti dal
tempo, e le osservazioni astronomiche rivelarono "[...] che
l’universo era di fatto soggetto ad uno specifico moto globale, e ad
un’espansione, che è sempre un segno di transitorietà": basti
pensare alla crescita del corpo umano, specialmente nel caso in cui tale
crescita sia esagerata. "Da allora — osserva dom Stanley L. Jaki
— l’universo è stato ossessionato dallo spettro dello scorrere del
tempo verificabile scientificamente, e gli sforzi che ebbero la pubblicità
più ampia nella cosmologia scientifica moderna furono quelli che miravano
a dissolvere quello spettro". Questo fatto fu particolarmente
evidente nei paesi a regime comunista, e specialmente in Unione Sovietica,
dove "i cosmologi scientifici [...] non potevano far altro che
adottare la linea del partito. Secondo quell’ideologia l’eternità
della materia era un dogma "scientifico" [fin] dalla
pubblicazione della prima autorevole interpretazione comunista della
scienza, l’Anti-Düring di Engels", e come tale condizionò la
ricerca cosmologica — e i ricercatori — fino alla fine degli anni
1970. In Occidente, al contrario, la sollecitudine con cui molti cosmologi
appoggiarono la causa dell’eternità della materia non poteva essere il
riflesso di una paura di ritorsioni politiche. Secondo dom Stanley L. Jaki,
questa disponibilità "[...] riflette la logica secondo la quale un
occidente che progressivamente si allontana dal cristianesimo opta
naturalmente per il materialismo", la cui adozione implica
altrettanto "[...] naturalmente il desiderio di avere notizie
"scientifiche" che annuncino che l’universo [...] non avrà
mai un giorno del giudizio". La teoria dello stato stazionario,
proposta nel 1947 da Thomas Gold e da Hermann Bondi e successivamente
propagandata dalla radio britannica nel corso di quattro celebri
trasmissioni, tendenziosamente orientate in suo favore, rispondeva a
questo desiderio. Il cuore della teoria è la creazione continua di
materia: atomi di idrogeno comparirebbero continuamente dal nulla in
quantità tale da bilanciare la diminuzione di densità dovuta
all’espansione dell’universo. In questo modo il paesaggio cosmico, pur
allargando il proprio orizzonte a causa dell’espansione, rimane identico
a sé stesso e, quindi, immune al trascorrere del tempo. La teoria ebbe
una notevole diffusione negli anni 1950, soprattutto grazie a una
massiccia propaganda attraverso opere divulgative, per poi tramontare
all’inizio degli anni 1960, di fronte all’incalzare dell’evidenza
sperimentale — nessuno osservò mai un protone apparire dal nulla —,
ma non, come ci si sarebbe atteso, sotto il peso della sua povertà
metafisica. Tanto è vero che l’eternalismo, lungi dall’essere
abbandonato, continua ancor oggi a rappresentare la speranza soggiacente
di molte ricerche e il tema dominante delle teorie cosmologiche che
comportano un universo chiuso. La
chiusura dell’universo implica che alla fase espansiva, originata da
un’immane esplosione — il Big Bang, che molto verosimilmente ha dato
origine all’universo —, debba seguire una fase di contrazione o
collasso gravitazionale — il Big Crunch —, che si concluderebbe con la
sua annichilazione. Alcune teorie si spingono a ipotizzare che tali cicli
di espansione-contrazione si susseguano indefinitamente e che noi stiamo
vivendo nella fase espansiva di una di queste infinite oscillazioni.
Secondo dom Stanley L. Jaki è facile scorgere nella teoria
dell’universo oscillante una forma di eternalismo, dove l’eternità è
assicurata dal numero infinito di cicli anziché riguardare la durata di
un unico ciclo: una sorta di riedizione, in chiave scientifica, del mito
dell’eterno ritorno. Ma proprio dal punto di vista strettamente
scientifico egli rileva che non vi sono mai stati elementi sperimentali
tali da suggerire l’idea del collasso gravitazionale o tali da far
propendere per essa. Il
mito della teoria definitiva Nel
quarto capitolo, L’ombra di Gödel, l’autore approfondisce il tema
della contingenza dell’universo, riapparso di prepotenza nel dibattito
cosmologico attraverso le cosiddette "teorie del tutto" o
"teorie definitive": queste, nella loro versione estrema,
tentano di ridurre a un’unica formula l’intera fenomenologia fisica,
essendo fondate sul duplice postulato che l’universo non può non
esistere e non può non essere quello che è. In altri termini, secondo
tali teorie, l’universo avrebbe in sé le ragioni della propria
esistenza e questa autoconsistenza dovrebbe emergere dallo stesso apparato
fisico-matematico con cui viene descritto il mondo fisico. Ma — sostiene
dom Stanley L. Jaki — anche "[...] quando un fisico considera
scontata l’esistenza di un universo molto reale, il quale esiste anche
quando egli non ci pensa, lascia aperte questioni sulla sua contingenza,
ossia sulla sua dipendenza ontologica da una Realtà che è al di là o
dietro ad es-sa". La
ricerca di una teoria definitiva è il tema conduttore di un’opera, Dal
Big Bang ai buchi neri (36), divenuta ben presto un successo mondiale sia
per la fama del suo autore, il fisico-matematico inglese Stephen W.
Hawking, titolare della cattedra lucasiana di matematica a Cambridge, sia
per l’imponente battage pubblicitario che ne ha accompagnato l’uscita,
accreditandola come l’ultima parola in materia di questioni fondamentali
come lo spazio, il tempo, la creazione e Dio. La critica che lo studioso
benedettino muove a quest’opera, esemplare di una pubblicistica
scientifico-divulgativa molto diffusa, è costruita intorno alla
confusione che il suo autore compie fra il piano della fisica e quello
della filosofia nel corso dell’indagine cosmologica: si tratta di una
confusione che rovescia l’ordine della conoscenza e lo stesso statuto
ontologico degli enti e dei sistemi oggetto dell’indagine. Ignorando che
"[...] l’universo esiste anche quando i cosmologi non scrivono
equazioni esoteriche su di esso", avviene che le equazioni, anziché
presupporre l’esistenza dell’universo, finiscono per diventarne
garanti. Di qui, afferma dom Stanley L. Jaki, le domande, invariabilmente
lasciate senza risposta, di cui è disseminato il libro di Stephen Hawking:
perché l’universo esiste? La teoria definitiva può non esistere?
Oppure ha bisogno di un Creatore? E chi ha creato il Creatore? Domande che
testimoniano come anche la mente più brillante possa smarrirsi se rifiuta
di compiere quel passo fondamentale verso la metafisica cui dovrebbe
spingerla la ricerca della comprensione completa dell’universo. Tale
ricerca costituisce infatti una "[...] domanda metafisica
sull’esistenza di un Creatore che, scegliendo un mondo specifico, decide
perché il mondo diventi quello che è, quale sia il motivo per cui
esiste" Una
teoria, come quella "definitiva", che avanzi la pretesa di
essere completa, cioè di spiegare tutto, e, quindi, anche sé stessa, non
può, secondo dom Stanley L. Jaki, non confrontarsi con i teoremi di Gödel,
evocati nel titolo del capitolo. Kurt Gödel, studioso austriaco di logica
naturalizzato statunitense, pubblicò nel 1931 un articolo sulla
completezza dei sistemi non banali di proposizioni aritmetiche: secondo
quello studio, divenuto celebre, nessun sistema di tale natura può
contenere la prova della sua coerenza. Solo successivamente, però, si
cominciò ad apprezzare l’enorme portata della "prova di Gödel"
e a capire che il suo campo di applicazione andava ben oltre
l’aritmetica, potendosi estendere a ogni insieme non banale di
proposizioni, quindi anche alle "teorie del Tutto", relative
alla comprensione dell’universo. Ma tale estensione condanna
irrevocabilmente ogni teoria definitiva: infatti, come può una teoria che
si definisce necessariamente vera non contenere in sé la prova della
propria coerenza, come appunto vietato dai teoremi di Gödel? Si tratta,
afferma lo studioso benedettino, di una "contraddizione in
termini" da cui deriva "[...] la principale conseguenza dei
teoremi di Gödel sulla cosmologia, ossia che la contingenza del cosmo non
può essere contraddetta". Tuttavia egli mette in guardia anche da
una eccessiva confidenza nel loro utilizzo, che porterebbe ad attribuire a
essi quel carattere ontologico, che essi giustamente sottraggono ai
sistemi di proposizioni. Infatti, la coerenza di un sistema di
proposizioni nulla aggiunge o toglie all’esistenza dell’oggetto cui si
riferisce, in quanto, "[...] a meno che non si consideri la propria
certezza della realtà immediatamente percepita come il primo fondamento
affidabile, non c’è una base per ritenere con sicurezza una qualsiasi
realtà, tanto meno la realtà dell’universo". Gli
idoli della "nuova fisica": il nulla, il caso, il
"caos" Nei
due capitoli successivi lo studioso benedettino introduce il lettore alle
questioni implicate dalla meccanica quantistica, la branca della fisica
che ha come oggetto la dinamica dei sistemi atomici e subatomici e che,
per questo, comporta una riflessione sulla struttura intima del mondo
materiale, sulla nozione di causalità e, in ultima istanza, sulla
relazione fra l’apparente determinismo che governa l’universo e la
libertà della mente umana. La critica che l’autore svolge nel quinto
capitolo, Tartarughe e tunnels, riguarda, in particolare,
l’interpretazione antirealista del principio di indeterminazione, il
caposaldo concettuale di tutta la meccanica quantistica. Formulato nel
1927 dal fisico tedesco Werner Heisenberg, il principio di
indeterminazione stabilisce l’impossibilità, a livello quantistico, di
misurare con qualsivoglia precisione coppie di grandezze fisiche
complementari come la posizione e la velocità oppure l’energia e il
tempo. È da notare che non si tratta dell’imprecisione o
indeterminazione, inevitabile, dovuta allo strumento di misura: il
principio intende sancire un’indeterminazione intrinseca al mondo
subatomico, una specie di "soglia", che divide il mondo
osservabile da un mondo dove sono possibili anche comportamenti non
fisici. La
critica che dom Stanley L. Jaki muove alla meccanica quantistica non mette
in discussione gli innegabili successi operativi della teoria, quanto
piuttosto le interpretazioni che uomini di scienza e di filosofia hanno
dato del quadro concettuale da essa implicato. L’interpretazione ancor
oggi dominante risale alle riflessioni prodotte, sul finire degli anni
1920, dalla Scuola di Copenaghen, il circolo scientifico raccoltosi
intorno al fisico danese Niels Bohr, che per primo formulò un modello
dell’atomo — per molti versi definitivo — fondato proprio sui princìpi
quantistici. Secondo la Scuola di Copenaghen il fattore quantico rende
priva di senso ogni domanda sulla realtà del mondo atomico e subatomico,
mentre il principio di indeterminazione sancirebbe, almeno a quel livello,
l’inapplicabilità di ogni rapporto causale. Il misconoscimento del
"[...] fatto importantissimo che la teoria fisica non riguarda
l’"essere" di per sé, ovvero l’ontologia, ma solo gli
aspetti quantitativi delle cose che esistono già" è — secondo dom
Stanley L. Jaki — all’origine della radicalità antimetafisica
dell’interpretazione della Scuola di Copenaghen e delle sue aberranti
conseguenze, anche in campo cosmologico. Infatti, una volta ammesso che
"[...] la causalità di un processo fisico dipende dalla sua esatta
misurabilità", ovvero che "[...] l’incapacità dei fisici di
misurare la natura con esattezza [...] [dimostra] che la natura [...] [è]
incapace di agire con esattezza", è stato possibile nascondere
dentro il cappello a cilindro dell’indeterminazione tutto quanto la
fisica non è in grado di spiegare. A questo proposito dom Stanley L. Jaki
attira l’attenzione sull’importanza che la nozione di nulla ha assunto
nella teoria quantistica: dal nulla quantistico possono infatti apparire
materia, energia e perfino lo stesso universo, anzi infiniti universi.
L’esito di un simile modo di pensare è, naturalmente, la fantascienza,
come suggerisce lo studioso benedettino commentando una sentenza divenuta
celebre negli ambienti della cosmologia scientifica, e cioè che
"l’universo in definitiva potrebbe essere un pasto gratis":
quasi a dire che l’apparizione dell’universo non è poi un fatto così
singolare come si potrebbe credere. L’affermazione è del noto cosmologo
statunitense Alan H. Guth, autore della teoria inflazionaria
dell’universo, il quale, molto coerentemente, sostiene pure che, per
quel che ne sappiamo, "il nostro universo potrebbe essere stato
creato nello scantinato di uno scienziato di un altro universo".
Queste farneticazioni, soprattutto quando provengono da scienziati di
grido, sono avvertite non come tali, ma come un’espressione
dell’"umiltà" con cui la scienza, nel corso degli ultimi
secoli, avrebbe rivelato agli uomini la marginalità della terra
nell’universo. Secondo questa prospettiva, che trasforma inopinatamente
la reale marginalità cosmica della terra in una marginalità assoluta,
neppure l’universo può godere di uno statuto particolare e pertanto
deve essere considerato un incidente del "caso". Si tratta, con
ogni evidenza — osserva dom Stanley L. Jaki —, di una "[...]
farsesca dimostrazione di umiltà", che nasconde il "[...]
disprezzo per la capacità dell’uomo di dedurre dalla natura il Dio
della natura". Nel
sesto capitolo, Dadi truccati, l’autore sembra invitare il lettore a una
sana cautela anche verso il dibattito aperto dall’irruzione dei concetti
di caso e di caos nella fisica contemporanea. Si tratta di un dibattito
che i mass media orientano costantemente in senso antirealista,
attribuendo al caso e al caos possibilità ordinatrici e sorvolando sul
fatto che "un caos non può mai essere un tutto, ovvero una
coordinazione delle parti, senza con questo cessare di essere un caos
degno di questo nome". L’opera
Order out of Chaos. Man’s New Dialogue with Nature, "Ordine dal
caos. Nuovo dialogo
dell’uomo con la natura", di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, è
— secondo dom Stanley L. Jaki — un esempio rivelatore delle
contraddizioni e delle difficoltà in cui si dibattono i sostenitori del
caso: infatti, "l’indeterminazione radicale [che] avvolge tutto in
quel libro" non solo non offre una risposta su cosa sia il caso,
anche solo come formalismo matematico, ma finisce per coinvolgere anche la
nozione stessa di Dio. Quindi non stupisce la conclusione del monaco
benedettino, secondo cui "[...] non è il Creatore della Bibbia ma
quello del Talmud che Prigogine e Stengers trovano congeniale al loro
pensiero. Quel "creatore" non dice che tutto è andato molto
bene, ma semplicemente: "Speriamo che funzioni". E ciò che è
peggio, lo dice solo dopo che ha fatto due dozzine di tentativi e di
sbagli per creare un universo". Con
il settimo capitolo, La fortuna della terra , si apre idealmente la
seconda parte di Dio e i cosmologi. Dopo la critica circostanziata svolta
nei capitoli precedenti, dom Stanley L. Jaki guida il lettore alla ricerca
degli elementi sui quali è possibile fondare una cosmologia scientifica,
che sia autentica scienza del cosmo e non occasione di esercitazioni
filosofiche di basso profilo. Per questa impresa egli parte dalla terra e
dalle sue immediate vicinanze cosmiche: solamente da qui, infatti, gli
uomini possono occuparsi di cosmologia e, a partire da qui, cioè dalla
terra, dalla luna e dal sistema solare, possono riscoprire quelle
caratteristiche di specificità il cui riconoscimento è la condizione
necessaria per lo sviluppo della scienza. La "fortuna", che
costituisce il motivo conduttore del capitolo, è appunto la serie dei
segni, naturali e storici, imprevedibili e inaspettati, attraverso i quali
la scienza è giunta a vedere la luce nel Medioevo cristiano, dopo
innumerevoli brancolamenti nel buio. Secondo
lo studioso benedettino, il primo caso di fortuna è quello di Eratostene
di Cirene, che misurò con notevole precisione la circonferenza della
terra grazie a una serie impressionante di circostanze
geografico-astronomiche estremamente particolari: infatti, "[...] non
fu possibile dare inizio proficuamente alla comprensione scientifica
dell’universo finché la terra non fu letteralmente misurata più di
duemila anni fa". Tuttavia, prosegue dom Stanley L. Jaki, le felici
circostanze che permisero a Eratostene di elaborare il suo metodo, non
sarebbero state sufficienti a far sì che la cosmologia si avviasse a
diventare una scienza della natura "[...] se la terra non fosse stata
accompagnata dalla luna, che merita di essere definita come la più grande
fortuna della terra". Fortunata
è anzitutto l’identità fra le dimensioni apparenti del sole e della
luna, che consentì ad Aristarco di Samo, nel 150 a.C., di ricavare le
dimensioni della luna, del sole e le distanze terra-luna e terra-sole in
unità del raggio terrestre. Ma il punto in cui il sistema terra-luna
rivela tutta la sua misteriosa specificità, con conseguenze inaspettate
anche per la comprensione del sistema solare, riguarda l’origine stessa
del nostro satellite. Fino alla metà degli anni 1970 le teorie più
accreditate sulla formazione della luna erano varianti di quella proposta
da Pierre Simon de Laplace, verso la fine del Settecento, a proposito
della formazione del sistema solare, nota come ipotesi della nebulosa e i
cui "[...] aspetti più discutibili [...] sono rimasti parte
integrante della prospettiva scientifica". Debole dal punto di vista
scientifico, essa resistette al tempo solo a causa del suo retroterra
ideologico, di cui è testimonianza la celebre risposta che lo scienziato
francese dette a Napoleone Bonaparte, incuriosito dal fatto che Dio non
era nominato in una teoria sull’origine del mondo: "Sire, non ho
bisogno di questa ipotesi". Ma, "di fatto se c’è un aspetto
del sistema solare che non si spiega tramite la teoria di Laplace, o
tramite i suoi rimaneggiamenti successivi, è il sistema terra-luna",
che presenta vistose anomalie rispetto agli altri sistemi satellitari,
soprattutto in termini di dimensioni e di rapporti di massa. Ora, secondo
lo studioso benedettino, proprio questa diversità infligge un colpo
mortale non solo alle teorie derivate dall’ipotesi laplaciana della
nebulosa, ma anche al suo principale retaggio, ovvero "[...] alla
spiegazione del nostro sistema solare come un fatto tipico che si
presenterebbe in ogni cantuccio dell’universo. Naturalmente — osserva
l’autore — potrebbe essere proprio così, ma tutte le prove offerte
dalla teoria e dall’osservazione negli ultimi cent’anni indicano il
contrario". Tuttavia, se anche "[...] in questa situazione
sconcertante fu chiaramente delimitata la direzione da seguire, ciò è
collegato con l’origine della luna", spiegata però mediante una
teoria non riconducibile a nessuna ascendenza laplaciana, la teoria del
megaimpatto, secondo cui la luna sarebbe stata originata da una gigantesca
collisione fra la terra e un corpo celeste con una massa di circa un
decimo di quella terrestre. Ciò su cui l’autore richiama l’attenzione
sono le numerose condizioni che devono essere soddisfatte simultaneamente
affinché l’intero processo abbia luogo: se, da un lato, la teoria della
collisione gigantesca "funziona" come spiegazione della
formazione lunare, dall’altro essa suggerisce pure che un simile
fenomeno è estremamente improbabile e che, a maggior ragione, è
estremamente improbabile anche la formazione di un intero sistema
planetario. Se ne deduce— afferma lo studioso benedettino — che è
"essenzialmente aprioristica" la "[...] convinzione [...]
che i sistemi planetari debbano essere un aspetto onnipresente in tutto
l’universo". Molte
altre sono le coincidenze fortunate, elencate dall’autore, che fanno
della terra un punto di osservazione privilegiato: tutto ciò — secondo
dom Stanley L. Jaki — non è più soltanto una conferma dell’unicità
del "fenomeno terra" dal punto di vista astronomico, ma lo è
anche da quello biologico: e, a fare le spese di questa unicità, è il
mito dell’evoluzione darwiniana, ovvero l’idea di un processo
generalizzato e costante che pervaderebbe tutto l’universo e "[...]
che ha necessariamente come risultato degli esseri intelligenti". A
questo proposito, egli osserva che la prospettiva scientifica moderna è a
tal punto asservita al dogma culturale dell’evoluzione da assecondarne
anche gli sviluppi più fantasiosi. Solo così, infatti, si possono
spiegare i novanta milioni di dollari destinati dal Congresso degli Stati
Uniti d’America, sul finire degli anni 1980, per finanziare un ambizioso
progetto di "ascolto" di emissioni radio intelligenti
provenienti dallo spazio. Le critiche, peraltro assai tiepide, che vengono
mosse contro tali progetti e, in generale, contro l’idea del contatto
con intelligenze extra-terrestri, secondo l’autore raramente colgono il
cuore della questione, che è costituito, invece, dal significato stesso
del comunicare. Infatti, "all’interno di una prospettiva
genuinamente darwinista non ci sono i fondamenti per presumere che degli
extra-terrestri [...] possano comunicare, se non con i loro consanguinei.
Di fatto, all’interno di questa prospettiva non ci sono i fondamenti per
presupporre che svilupperebbero strumenti scientifici che, per come li
conosciamo noi, sono intrinsecamente collegati con il nostro modo di
concettualizzare e verbalizzare le nostre percezioni del mondo
esterno". D’altra parte — conclude l’autore — non vi sono
neppure i presupposti per immaginare che lo stesso sviluppo scientifico
sia un esito inevitabile dell’evoluzione tanto della specie umana quanto
delle presunte civiltà extra-terrestri, come invece postula un altro mito
di matrice darwiniana. Al contrario, l’unico sviluppo scientifico
osservabile, cioè quello avvenuto presso la specie umana, è a tal punto
costellato di coincidenze, di casualità e di "fortuna", che
parlare di una sua inevitabilità sarebbe quanto mai temerario. Ma
ciò che rende assolutamente inaccettabile questa tesi evoluzionista è,
secondo l’autore, la constatazione che la scienza, anche prescindendo
dalle "fortune" di cui si è detto, non sarebbe stata possibile
senza la conversione di un’intera cultura alla religione cristiana, cioè
alla fede in un Dio personale, creatore di tutte le cose "dal nulla
[...] [e] nel corso del tempo", come avvenuto nei secoli della
Cristianità medioevale. Infatti, il cristianesimo, introducendo la
distinzione fra "il soprannaturale ed il naturale" in luogo
della distinzione fra "le regioni celesti e quelle terrestri",
propria di tutti i paganesimi, "[...] permise [...] di considerare le
regioni celesti allo stesso livello del resto, e quindi governate dalle
stesse leggi". È questa fede "la più grande fortuna della
scienza", ed essendo fondata in "[...] Cristo, come unico Figlio
generato in cui il Padre creò tutto", cioè "[...] su un evento
che certamente si qualifica come l’esatto contrario dell’inevitabilità",
essa non solo si oppone a ogni ipotesi evoluzionista, ma rende anche conto
dello "[...] sviluppo del tutto inaspettato, per cui un sottoprodotto
che si potrebbe presumere accidentale di cieche forze materiali ha una
mente che gli permette di avere la padronanza intellettuale del
cosmo". Nell’ultimo
capitolo del volume, Cosmo e culto, dom Stanley L. Jaki porta a
conclusione la riflessione sull’intimo legame esistente fra la
cosmologia scientifica e la fede nel Creatore, messo in evidenza nel
capitolo precedente. "Che il riconoscimento di una totalità rigorosa
e coerente di tutte le cose, ovvero dell’universo, spinga logicamente
verso un culto" nei confronti del Creatore è "una storia con
molte pagine rivelatrici". Infatti, se "[...] uno dei due culti
che l’universo può ispirare" è il panteismo, in cui è
l’universo stesso ad assumere connotazioni divine; l’altro,
"[...] che adora il Creatore dell’universo, forma la base di tutte
le religioni monoteistiche, ma con differenze considerevoli: tutte
professano di essere le destinatarie di una rivelazione particolare
riguardo al coinvolgimento diretto di Dio nella storia dell’uomo; tutte
hanno la loro storia particolare della salvezza, da cui derivano la loro
forza principale e la loro occasionale e, in alcuni casi, sistematica
illusione; sono invece notevolmente differenti nella specificazione della
misura in cui una visione dell’universo puramente razionale può essere
una fonte per il riconoscimento dell’esistenza del Creatore e quindi una
parte integrante di un culto monoteistico". L’osservazione appare
assai evidente se si considera l’accoglienza che l’argomento
cosmologico ha ricevuto nelle diverse culture religiose monoteistiche.
Secondo l’autore, "il solo luogo all’interno della cristianità
in cui il culto del Creatore basato sull’argomento cosmologico è stato
sistematicamente evidenziato è la Chiesa Cattolica Romana".
Naturalmente "questo non vuol suggerire che molti teologi e filosofi
della Chiesa Cattolica Romana non siano stati influenzati dalle onde
sempre ricorrenti di "intuizionismo" o di qualcosa di anche
peggiore", ma si può affermare che la solenne dichiarazione del
Concilio Vaticano I "[...] sulla certezza grazie alla quale la
ragione può riconoscere l’esistenza del Creatore dall’evidenza del
cosmo" continua a essere un insegnamento ufficiale del Magistero. Tuttavia
l’argomento cosmologico, secondo lo studioso benedettino, non
costituisce solo la via più affidabile per la riconquista della nozione
di Dio creatore, ma rappresenta anche un sano "allenamento
mentale", un’occasione per ricostituire la fiducia
nell’intelletto e il bisogno di certezza, che la moderna cultura
dell’assurdo si compiace di distruggere: infatti, il bagno di realismo e
di concretezza cui obbliga la semplice constatazione della specificità
delle cose consente all’uomo di sperimentare "[...] qualcosa di
molto diverso da quel salto nel buio che tentano dolorosamente coloro che
non hanno mai veramente sentito l’universo, e a volte nemmeno le
semplici cose comuni, sotto i loro piedi. Il movimento verso Dio, per
essere sicuro, non deve essere una separazione dall’universo. Il
movimento consiste piuttosto nell’avvertire la pulsazione della
contingenza cosmica, il fatto che l’universo indica implacabilmente
qualcosa al di là di se stesso". Tale, del resto — ricorda dom
Stanley L. Jaki —, è l’esperienza di conversione che sant’Agostino
riporta nel decimo libro delle Confessioni: "[...] ho chiesto del mio
Dio a tutta la massa dell’universo, e mi ha risposto: "Io non sono
Dio. Dio è colui che mi ha fatto". La leggenda nera e
l'Inquisizione Non v'è dubbio che l'Inquisizione sia ancora oggi uno degli istituti più
demonizzati della storia, di quella della Chiesa in particolare. I libri
scolastici la descrivono come strumento efficace, spietato ed infallibile,
utilizzato dal Papato per affermare la propria egemonia e per condannare al rogo
eretici e miscredenti. E molti tra gli studenti, ovviamente, rimandano a memoria
questo insegnamento. Che i tribunali dell'Inquisizione fossero luogo di
inenarrabili torture e di sadiche condanne (ci furono, in realtà, ben tre
Inquisizioni: la medievale, la spagnola e la romana, ciascuna con una storia
propria, ma per i più, purtroppo, questi sono dettagli irrilevanti) è opinione
assai diffusa. Questa immagine nasce nel Cinquecento protestante, cresce nel
Settecento degli Illuministi e si nutre con la letteratura popolare
ottocentesca, ispirata dalla Massoneria. Come si vede, tutte fonti interessate,
certamente non amiche della Chiesa. Sarà da vedere quanto siano storicamente
attendibili. Gli effetti di tanto accanimento si vedono, eccome, anche in casa
cattolica. Al solo pronunciare la parola "Inquisizione" i nostri
ammutoliscono, si vergognano, si rifugiano in un imbarazzante "non so che
cosa dire". Non sempre è così, meno male. I più recenti studi storici
stanno gradualmente modificando questa "leggenda nera"
dell'Inquisizione, grazie ad una considerevole quantità di dati di cui si viene
a conoscenza, che smascherano le falsificazioni e rendono possibile conoscere la
verità. Ne emerge una Inquisizione diversa da quella comunemente denigrata, una
Inquisizione non scevra da errori ed eccessi, certo, ma pur sempre limitati,
circoscritti, subito corretti non appena denunciati. Insomma, sta emergendo con
sorpresa una Inquisizione sostanzialmente mite e tutt'altro che sanguinaria.
Lasciamo parlare i fatti. Nell'immaginario popolare, il termine Inquisizione è
sinonimo, in primo luogo, di "tortura". Chi non ricorda il film
"Il nome della Rosa", del regista francese Annaud, sceneggiato dalle
pagine dell'omonimo libro di Umberto Eco? Quante altre immagini truculente nei
film e nei libri: inquisitori sadici, celle buie e profonde, tenaglie e
cavalletti, corpi straziati. Ora, qui - va detto chiaramente - ci troviamo di
fronte, quasi sempre, ad immagini che rappresentano un autentico falso storico.
In primo luogo: 1'inquisito non era affatto alla mercè del sadismo
incontrollato di qualche boia occasionale. La tortura applicata dagli
inquisitori - si applicava, allora, ovunque era regolata da norme e disposizioni
ecclesiastiche molto precise, severe, che ne stabilivano liceità e procedure,
rendendola, concretamente, molto meno dura di quanto si possa immaginare. E'
vero: la procedura inquisitoriale ha fatto ricorso alla tortura, che fu ordinata
con la bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV nel 1252: "ll podestà o il
rettore della città saranno tenuti a costringere gli eretici catturati a
confessare e a denunciare i loro complici". Ma nella bolla, tuttavia, si
precisa - e questo si dovrà pur ricordare, qualche volta che la tortura degli
imputati non doveva "far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a
repentaglio". Dunque, una tortura, si, ma senza spargimento di sangue e
senza mutilazione alcuna. Niente a che fare con quel che sulla tortura ci hanno
insegnato giudici e aguzzini dei moderni nostri tempi. Non solo: stando alle
disposizioni ecclesiali, la tortura non poteva essere decisa arbitrariamente dal
giudice inquisitore, ma necessitava del parere favorevole del Vescovo. Il fatto
non è di poco conto: fu voluto proprio per scoraggiare qualche inquisitore
troppo ansioso di ottenere confessioni, visto che, frequentemente, Vescovo e
inquisitore non andavano d'accordo. E ancora: la tortura doveva essere applicata
sotto stretto controllo medico, mai a vecchi e minori, e non poteva durare più
di 15 minuti. Immaginiamo la quantità industriale di risate che queste norme
avrebbero suscitato se proposte agli aguzzini di un lager nazista o comunista.
Inoltre, la tortura - era stabilito - si poteva utilizzare una sola volta, non
doveva essere ripetuta e la confessione eventualmente ottenuta non aveva alcun
valore ai fini del processo, se non era confermata dall'imputato dopo due giorni
ed in condizioni normali. Ora, a ben guardare, queste norme ci svelano che con
il termine "tortura" si indicava qualcosa di sostanzialmente diverso
da quanto ci hanno fatto vedere tribunali più recenti, questi si veramente
crudeli. Nazionalsocialismo e Comunismo, in materia di tortura, non avevano
certo nulla da imparare. Val la pena di aggiungere che nei processi
inquisitoriali la tortura fu applicata con estrema cautela e solo in casi
veramente eccezionali. I dati finora in nostro possesso parlano chiaro. Nelle
636 sentenze iscritte nel registro di Tolosa dal 1309 al 1323, la tortura fu
applicata una sola volta. A Valencia, dal 1478 al 1530 si celebrarono 2354
processi e la tortura si applico solo 12 volte. Se i fatti hanno un senso, il
giudizio storico sull'Inquisizione dovrà essere rivisto. Ne era consapevole
anche lo storico Luigi Firpo, laicista doc, non credente, attento al vero
storico più che alla propaganda: "(...) gli Ucciardone e le Rebibbia di
oggi sono le vere bolge infernali rispetto alle troppo diffamante celle
dell'Inquisizione, dove la vita era ritmata da regolamenti severi ma non
disumani. Era, per esempio, prescritto che le lenzuola e federe si cambiassero
due volte la settimana: roba da grande albergo [...]. Una volta al mese i
cardinali responsabili dovevano ricevere uno a uno i prigionieri per sapere di
casa avessero bisogno". E veniamo all'infamia più grave: la morte per
rogo. L'Inquisizione non comminava la morte, per il semplice motivo che non era
contemplata nel Codice di diritto canonico. Era una pena stabilita dal diritto
penale e veniva eseguita dal braccio secolare, che applicava le pene previste
dalle leggi civili. Fu Federico II di Svevia, tutt'altro che amico della Chiesa,
a dichiarare per tutto l'Impero (1231-2) l'eresia come crimine di lesa maestà e
a stabilire la pena di morte per gli eretici. Ogni sospetto doveva essere
tradotto davanti ad un tribunale ecclesiastico e arso vivo se riconosciuto
colpevole. E' vero quindi che quando il Tribunale dell'Inquisizione abbandonava
un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia
secolare, se non si pentiva; ma non era la Chiesa a condannare, ne ad eseguire
la condanna. Grazie ai dati documentati storicamente, ci accorgiamo di quanto i
tribunali dell'Inquisizione siano stati estremamente benevoli e prudenti nel
consegnare al braccio secolare gli eretici non pentiti. Lo storico danese Gustav
Henningsen ha analizzato statisticamente 44.000 casi di inquisiti tra il 1540 ed
il 1700 ed ha rilevato che vi furono meno di cinquecento esecuzioni; solo 1'1%,
quindi, venne giustiziato. Bernardo Guy, severo inquisitore, ha pronunciato dal
1308 al 1323 ben 930 sentenze e abbandonò al braccio secolare solo 42
condannati, a fronte di 139 assolti. Altri dati: 1'Inquisizione di Palmiers dal
1318 al 1324 giudicò 98 imputati e solo cinque di essi furono abbandonati al
braccio secolare, mentre 25 furono assolti. Se nella storia ciò che conta sono
i fatti, i fatti dicono che 1'Inquisizione fu più mite che crudele. E se stiamo
a questi fatti, noi cattolici abbiamo poco da vergognarci. Il resto è
propaganda. Bibliografia: Jean-Baptiste Guiraud, Elogia del1'Inquisizione, Leonardo Mondadori, Milano
1994. Jean-Pierre Dedieu, L'Inquisizione, Paoline, Cinisello B.mo (MI) 1990.
Luigi Negri, False accuse alla Chiesa, Piemme, Casale Mon.to (AL) 1997. Franco
Cardini [a cura di], Processi alla Chiesa, Piemme, Casale Mon.to (AL) 1994. Pio
XII: un grazie dagli
Ebrei di Vittorio Viccardi "Dov'era e che cosa faceva la Chiesa Cattolica quando milioni di Ebrei
venivano perseguitati dal totalitarismo nazista? Perché Papa Pio XII non
condannò apertamente questo sterminio?". Tra le accuse rivolte alla Chiesa
Cattolica, questa è certamente una delle più infamanti perchè chiama in
causa l'operato di uno dei più grandi Papi del nostro secolo, se non di tutta
la storia della Chiesa, Pio XII. Secondo l'accusa il Papa, tacendo per viltà e
paura, sarebbe da considerarsi connivente con i colpevoli dell'Olocausto. In
verità, se ci si attiene a quanto è veramente accaduto, non si può fare a
meno di rilevare come la figura di Pio XII sia stata circondata da falsità ed
inesattezze. Lo testimonia il fatto che anche tra gli stessi Ebrei non esiste
unanimità di opinioni e non tutti condividono le critiche infamanti mosse al
Pontefice. Molti esponenti, e tra i più autorevoli, del mondo ebraico hanno
riconosciuto a Papa Pio XII innumerevoli meriti in difesa degli ebrei nella
dolorosa vicenda dell'Olocausto. Il loro grazie sincero non si comprenderebbe se
Papa Pio XII avesse avallato 1'Olocausto. A cominciare dall'allora Ministro
degli Esteri di Israele Golda Meir, che in occasione della morte di Pio XII,
avvenuta nel 1958, inviò alla Santa Sede un messaggio di cordoglio nel quale si
poteva leggere: "Durante il decennio del terrore nazista, il nostro popolo
ha subito un martirio terribile. La voce del Papa si è alzata per condannare i
persecutori e per invocare pietà per le vittime". Va da sè che nessuno è
in grado di spiegare come avrebbe potuto una così alta autorità del Governo
israeliano pronunciare questi elogi se il Pontefice fosse stato considerato
complice delle atrocità naziste. Non fu il solo riconoscimento. Nell'immediato
dopoguerra, Nahum Goldmann, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, autorità
riconosciuta nel mondo di Israele, ha scritto: "Con particolare gratitudine
ricordiamo tutto ciò che egli [Pio XII] ha fatto per gli ebrei perseguitati
durante uno dei periodi più bui della loro storia". E a dimostrazione che
non si trattava soltanto di parole di circostanza, il medesimo Congresso donò
alla Santa Sede 20.000 dollari per le opere di carità. Cinquant'anni fa, era
una bella somma.
dove p1, p2,..., pn sono le probabilità di mutazione vantaggiosa dei singoli
geni (41). Chiamando p il valore più grande tra essi si può
scrivere che la probabilità di mutazione degli n geni è
inferiore a pn , cioè
Ora, il numero probabile di individui della specie che hanno subito
la mutazione sarà
cioè la probabilità per un individuo moltiplicata per il numero totale degli
individui (42). In virtù della diseguaglianza scritta sopra vale allora che
Assegniamo adesso valori ai simboli della disequazione, cercando di essere
benevoli con la evoluzione. Supponiamo che alla mutazione siano interessati
soltanto 5 geni (n = 5); che la probabilità della singola mutazione sia di un
milionesimo (p = 10 -6) e che
la popolazione della specie sia addirittura uguale al numero massimo di
vertebrati tetrapodi (M = 10 25):
con questa ipotesi il numero di individui mutati risulta inferiore a 10 -30
x 10 -25 = 10 -5,
cioè a 1 su 100.000.
di Vittorio Viccardi
Anche Albert Einstein, scienziato ebreo di fama mondiale, commentando la non
irresistibile ascesa del nazismo in Germania, scrisse: "Solo la Chiesa
rimase in piedi a sbarrare la strada alla campagna di Hitler per sopprimere la
verità". Dire "Chiesa", allora, significava dire Papa Pio XII.
Si tratta di gratitudine che ha un fondamento storico. Stando alle cifre fornite
dall'ebreo Emilio Pinchas Lapide, storico, diplomatico, già Console generale di
Israele a Milano, la Santa Sede, i nunzi e la Chiesa cattolica hanno salvato da
morte certa tra i 700.000 e gli 850.000 ebrei. Non esiste al mondo -
ricordiamolo bene noi cattolici - una istituzione o un governo che possa vantare
un simile operato. Luciano Tas, gia direttore di Shalom e noto rappresentante
della comunità ebraica romana, ha scritto. "Se la percentuale di ebrei
deportati non è in Italia cosi alta come in altri Paesi, ciò è senza dubbio
dovuto all'aiuto attivo portato loro dalla popolazione italiana e dalle singole
istituzioni cattoliche... Centinaia di conventi, dopo 1'ordine in tal senso
impartito dal Vaticano [dunque da Pio XII] accolsero gli ebrei, migliaia di
preti li aiutarono, altri prelati organizzarono una rete clandestina per la
distribuzione di documenti falsi". E riconoscimenti significativi giunsero
a Papa Pio XII da Leo Kubowitzki, Segretario generale del Congresso Mondiale
ebraico, recatosi in udienza il 21 settembre 1945, a guerra appena finita, per
presentare "al Santo Padre, a nome dell'Unione delle Comunità
Israelitiche, i più sentititi ringraziamenti per l'opera svo1ta dal1a Chiesa
Cattolica a favore della popolazione ebraica in tutta l'Europa durante la
guerra". Riconoscimento preziosissimo, perchè formulato quando era ben
viva la memoria e vivi i testimoni.
Riguardo, poi, al presunto "silenzio" di Pio XII, non si puo far finta
di dimenticare che il Papa alzo la sua voce più di una volta. Ne dà prova il
famoso Radiomessaggio natalizio del 1942, con il quale Pio XII denuncio il
genocidio in atto nei confronti di milioni di vittime, che senza colpa, ma solo
"per ragioni di nazionalità e di stirpe [chiarissimo il riferimento agli
Ebrei] sono destinate alla morte o ad un progressivo deterioramento". Nè
si puo dimenticare che fu proprio il Cardinale Pacelli, futuro Pio XII, a
ispirare, se non a scrivere, già nel 1937, la famosa enciclica di Pio XI "Mit
brennender Sorge" (Con ardente preoccupazione) nella quale si condannava
esplicitamente il razzismo nazista. Passi di quella Enciclica furono letti in
tutte le Chiese Cattoliche del Terzo Reich e il Fuhrer, che si sentì colpito,
ne proibì la diffusione in Germania. Ci troviamo di fronte, come si è potuto
constatare, ad accuse del tutto infondate. Accuse che provengono, sia detto per
inciso, proprio da quel mondo comunista e liberale che si vanta d'essere stato
un baluardo alla furia nazionalsocialista. Eppure, proprio i Comunisti
sovietici, che nella storiografia attuale vengono eretti a campioni della lotta
antinazista, furono tra gli artefici della seconda Guerra Mondiale. Grazie
all'alleanza con Stalin, infatti, Hitler poté scatenare 1'invasione della
Polonia, foraggiato per ben 22 mesi dalle materie prime sovietiche, che
sostennero lo sforzo bellico germanico, prima del tradimento (tradimento perchè
il Furher fece invadere l'amica URSS nel 1941). Si aggiunga, solo per inciso,
che il democraticissimo Congresso americano, nel 1940, prima che gli USA fossero
coinvolti nel conflitto, aveva respinto la richiesta di aprire i confini
dell'Alaska ai profughi ebrei provenienti dalla Germania. Un anno dopo, lo
stessa Congresso respinse la mediazione svedese per accogliere 20.000 bambini
ebrei d'Europa, per giungere addirittura a respingere una nave, il Saint Louis,
con 930 profughi. Ricordiamo anche i 30.000 profughi ebrei tedeschi immigrati in
Gran Bretagna che nel 1939 furono internati come stranieri nemici e il fatto che
la Camera respinse la proposta dell'Arcivescovo di Canterbury di aprire le porte
del Paese agli ebrei, al di là delle rigide quote prestabilite. Sembra proprio
di poter dire che 1'opinione comune su Pio XII e gli Ebrei deve essere, alla
luce anche dei tanti riconoscimenti di fonte ebraica, completamente ribaltata.
La Chiesa, ed il suo Pontefice in prima fila, furono tra i pochi che non si
fecero ingannare dal nazismo, condannandolo apertamente, cosa che non avvenne
per altri Stati e uomini politici. Del tutto inaccettabile, infine, quell'accusa
del rabbino capo di Israele Meir Lau, citata all'inizio dell'articolo. Stando ad
essa, ai tempi della "Notte dei cristalli", promossa da Goebbels al
fine di perseguire gli Ebrei e privarli dei loro beni nel novembre 1938, Pio XII
non avrebbe reagito. E` vero, ma per la semplice ragione che, a quel tempo, non
era ancora Papa. Verrà eletto il 2 marzo del 1939. Un po' di precisione non
sarebbe guastata.