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Gladio
Missioni
Estere Gladio 1974-1991
4)
- Primavera dei Garofani di Luanda.
15)
- Operazione Akbar Maghreb.
16)
- Operazione A.M.: Guerra del Pane.
18)
- Morte del Generale Manuel Ochoa "Silverado".
19)
- Diffamazione e Calunnia.
Premessa
al memoriale
Nel
1997 un certo Antonio Arconte registra un sito internet su cui pubblica
pochi giorni dopo la sua travagliata storia sotto forma di memoriale. Non
è una storia come tante, si tratta del vero e particolareggiato racconto
della vita di un gladiatore,
sin dagli inzi del reclutamento (appena sedicenne), fino alle più
rischiose operazioni militari segrete, e la cancellazione finale da parte
dello stato che cerca di insabbiare più in fretta che può questa scomoda
organizzazione. Arconte racconta dell’addestramento durissimo nella base
di Poglina, le prime missioni atlantiche, cita sotto riconoscibili
pseudonimi i più alti vertici dello stato militare dell’epoca: Santovito,
Miceli, Maletti, Hanke, Borghese. Per la prima volta viene alla luce che
Gladio ha svolto operazioni militari all’estero: in Vietnam durante la
guerra coi vietcong (a cui afferma partecipò addirittura il “terrorista
di stato” Nardi), in Portogallo, in Libia per rovesciare Gheddafi, in
quasi tutto il corno d’Africa, persino a Leningrado. Ma ci sono cose che
Arconti non dice, se non dopo un tentativo di omicidio che subisce e lo
spinge a rivelare al periodico GQ elementi nuovi e eclatanti: il rapimento
Moro, Ustica, il caso Raul Gardini, i falsi “suicidi-omicidi” dei suoi
commilitoni, il tentativo di zittirlo con le buone (una “persecuzione
giudiziaria” riconosciuta persino secondo il Tribunale dei diritti
dell’uomo di Bruxelles) e
con le cattive (minaccie di morte e un tentato omicidio), le lettere di
Craxi e parla dei suoi superiori senza più usare pseudonimi.
Arconte
dice di essere stato un fedele servitore della Nato e della democrazia, e
probabilmente è in buonafede, ma aggiunge (con buon fegato) di aver
operato per l’affermazione di una società dal modello
Ateniese,
ed è convinto che le missioni a cui ha partecipato siano state attuate
solo in chiave anti-comunista.
Non
si accorge o forse finge di non sapere, di aver operato per
un’organizzazione militare clandestina in mano ai servizi segreti deviati
e alla massoneria golpista (come è stato appurato in sede giudiziaria,
parlamentare e storiografica).
Allora
perché Arconte viene perseguitato? Perché Arconte è uno che sà. Non le
rivela ma evidentemente è in possesso di informazioni ancora più
segretissime soprattutto di operazioni militari “interne” (quelle più
legate alla strategia della tensione e alla loggia p2) che potrebbero
renderlo pericoloso agli occhi di quegli altissimi “mandanti” militari
e politici che in quegli stessi anni tessevano le loro trame eversive
golpiste e che ora cercano frettolosamente e brutalmente di nascondere
quegli inequivocabili scheletri dall’armadio del loro passato
nient’affatto remoto. Invece con chi se la prende Arconte? Se la prende
coi soliti comunisti.
Arconte è un militare, di quelli vecchio stile da Guerra Fredda, ha
combattuto per quindici anni (rischiando la vita ogni volta) contro il
Comunsimo e oggi non riesce a capire che il Muro è crollato, che il KGB ha
inesorabilmente chiuso i battenti e che se c’è qualcuno che ha avuto e
ha tuttora interesse ad ucciderlo è proprio quella elitè
politico-militare che per anni lo ha addestrato, pagato e infine congedato
senza prevedere che un giorno lui disobbedisse al primo comandamento Gladio
(mai rivelare la propria identità e far menzione ad alcuno delle missioni
militari).
Come
militare però non scherza, partecipa a tutte le missione estere segrete e
ne esce sempre vivo. Si tratta di missioni suicida, dove il rischio di
morire in battaglia è elevatissimo, forse è proprio questo che rende il
memoriale dell’Arconte ancora più prezioso e valido. Infine viene da
chiedersi, perché Arconte parla? perché non tace come fanno gli altri
veterani di Gladio? Forse perché l’Arconte più di altri ha pagato a
caro prezzo il peso della doppia identità, ha visto quasi tutti i suoi
compagni di Decuria morire sui campi di battaglia di mezzo mondo, e proprio
non ci stà a vedere i soliti
comunisti (che
all’epoca erano entrati al governo) screditare i gladiatori dalle pagine
dei giornali. O più semplicemente ha bisogno di contanti. Infatti dopo la
chiusura di Gladio, lo stato ha secretatato le schede delle migliaia di
gladiatori del secondo, terzo e quarto livello, e automaticamente ha
annullato i buoni del tesoro con cui venivano in gran parte pagati, poiché
costituivano la prova del legame tra stato e “stato occulto” e provava
che nonostante Gladio fosse
un’apparato militare costosissimo al di fuori delle regole delle
democrazie occidentali, in realtà veniva finanziato democraticamente
da tutti gli italiani.
N.B.:
Segnaliamo al lettore di non prendere come verità assolute ogni
rivelazione dell’Arconte, soprattutto quelle rivelazioni a cui Arconte è
venuto a conoscenza in maniera indiretta. Informazioni che gli giungevano a
volte palesemente false, a volte parzialmente vere, dai suoi superiori (il
piano di Disinformazione era sistematicamente applicato a tutti i
gladiatori per renderli più “malleabili” agli ordini e rientrava nei
piani di addestramento psicologico). Quel
tipo di informazioni escludeva infatti qualsiasi tipo di coinvolgimento
degli Usa, dei servizi segreti italiani, della P2, di Gladio, negli affari
sporchi internazionali, scaricando ogni volta tutte le
responsabilità sul dittatore comunista di turno: Castro, Gheddafi,
Bourghiba, Kruschev…
Simone
Falanca
Memoriale
di un Gladiatore
Scrivo
questa storia ad Ajaccio, in Corsica, in questo 10 Febbraio 1997,
anniversario del Tet dell'anno della Tigre di legno, (1975), per evitare
che, con la mia morte, la cancellazione mia e dei miei commilitoni giunga a
compimento e di noi non restino altro che le diffamazioni e le calunnie che
ci sono state riservate in questi anni di infamie. Se morirò prima di
essere riuscito a portare a termine la mia ultima missione, affido a Voi,
popolo di Internet, la nostra storia, quella vera !. La storia delle
tre Centurie dei Gladiatori di Stay-behind Italia. I Gladiatori del S.I.D :
ciò che furono e ciò che ne è stato ! !
Dio
perdoni chi ci ha cancellato ... io non posso ! La
storia che vi racconto è incompleta, non posso raccontarvi ciò che non
so. Posso narrare, per filo e per segno, le operazioni della II° Centuria
di Gladio detta "Lupi" e più dettagliatamente della IX° Decuria
di cui facevo parte e ... la vita di G.71 VO 155 M (G.stava per Gladiatore
ed M per Marina Militare Italiana) . Ciò perché io ero Lui ... prima di
essere cancellato, con tutti noi!. Perdonate qualche errore di
grammatica, noi eravamo addestrati a combattere dietro le Linee nemiche e
ad imparare presto ad usare qualsiasi tipo di arma, anche e soprattutto
quelle del nemico. Ma, del nostro addestramento, non faceva parte lo
scrivere !, non veniva considerata un arma e, ancor meno, un arma del
nemico !. Con la Nostra storia Vi dimostrerò, invece, che mai arma fu
più subdola e mortale. Si sbagliavano quanti ci addestrarono ... avrebbero
dovuto insegnarci a scrivere o, perlomeno, garantirci scrittori amici. Cosa
che non si preoccuparono mai di fare. Io, ultimo (e forse unico)
sopravvissuto di Gladio, ho dovuto imparare a farlo e, credetemi, mai un
compito mi fu più arduo, mai un impresa fu più disperata, mai le forze più
impari !. Ho dovuto anche imparare i Codici della Legge e dei Diritti
per i quali ci siamo battuti con Onore sui campi di battaglia di mezzo
mondo ... e scoprire che coloro per i quali ci siamo battuti non li
conoscono, li umiliano violandoli sistematicamente e vendendo la Patria al
miglior offerente ! Ho imparato tutto questo. Ho dimostrato a me
stesso, facendo Onore a chi non c’è più, che per Noi nessuna impresa
era ed è impossibile ... e del ritorno chi se ne frega ! Solo ... se
morirò anch’io ... cosa resterà di Noi ! ? Solo quello che
"Loro" hanno scritto ! ? Per questo ho imparato ad
usare il Computer. Per questo ho imparato ad usare Internet. Per questo,
come potrete leggere, ho denunciato l’Italia, ai sensi degli Artt.13 e 25
della Convenzione Europea per i Diritti e le Libertà fondamentali
dell’Uomo di Strasburgo, per la violazione dei miei Diritti e per tutti
gli abusi commessi dai Pubblici Ufficiali di questa Italia che non
riconosco certo come mia Patria, ma come "Loro" Patria. Leggerete
che questa mia ultima missione dura ormai da anni, ... da quando fui
cancellato. Cancellazione certo più comoda e conveniente, ... piuttosto
che pagare gli arretrati e le liquidazioni spettanti !. Tuttavia, non
ebbi motivi provati per denunciare il saccheggio delle Nostre spettanze.
Ma, dice il proverbio : "il Lupo perde il pelo, ma non il vizio !".
"Quei
Lupi" ... non hanno perso il vizio del saccheggio
ed hanno continuato con i miei beni di famiglia. Ormai vittoriosi, non si
sono preoccupati nemmeno di non lasciare tracce dei Loro delitti.
"Questo Lupo" ... non ha perso il vizio di battersi a morte
contro i Tiranni ed i loro servi ... e così sia ! Ma se morirò prima
di aver vinto ottenendo Giustizia, i traditori codardi ed assassini della
Patria, li avrai conosciuti anche Tu ! ! !. La somma che ti
viene richiesta è un contributo alle spese. Nessuno mi aiuta in questa
guerra, gli Avvocati mi sono costati un occhio e ancora ne avrò bisogno ed
anche Internet ha i suoi costi ed io ...Non ho nessuna intenzione di
arrendermi ! ! !
Inoltre,
vorrei costruire un monumento funebre alla Nostra memoria e di tutti i
caduti per la Libertà e la Democrazia! Se ce la farò ... ad Alghero!
Del
S.I.D, durante i corsi, ci fu detto che suo compito Istituzionale era :"Assolvere
ai compiti informativi (III° Centuria "Colombe") e di sicurezza
per la difesa, sul piano Militare (I° Aquile e II° Lupi),
dell’Indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo,
minaccia o aggressione. Le attività principali sono l’offensiva e la
difensiva ..." (e non è ciò che abbiamo fatto ! ?). Nelle
pagine che seguono, leggerai che è proprio ciò che Noi abbiamo fatto :
il nostro dovere verso la Nostra Patria e ... ci è costato caro !.
Della
N.A.T.O "North Atlantic Treaty Organization", durante i corsi, ci
fu detto che era stata costituita allo scopo di assicurare, in conformità
e a integrazione delle finalità e dei principi della Carta delle Nazioni
Unite, la sicurezza internazionale e il benessere dei rispettivi Paesi. In
sostanza, si mirava a fronteggiare, con l'aiuto Americano e attraverso una
preordinata collaborazione soprattutto militare, l'eventuale espansione
della potenza Sovietica verso l'Europa Occidentale. Ci fu anche detto che,
la "Guerra fredda", per Noi, sarebbe stata calda, anzi
caldissima! e negli anni che seguirono ci fu dimostrato quanto erano
veritiere queste parole. Nelle pagine che seguono, leggerai che, anche in
questo, sui campi di battaglia di mezzo mondo, Noi facemmo il nostro dovere
verso la Nostra Patria e ... ci è costato altrettanto caro!.
Nel
Maggio 1970,
compiuti 16 anni, come tutti i primogeniti maschi della mia famiglia, mi
arruolai volontario nell’Esercito Italiano. Nell’Estate dello stesso
anno, nella scuola Militare S.A.S
di
Viterbo, nell’Aula Magna della Scuola, ci fu un concorso, ed io fui
selezionato da Ufficiali del
S.I.D.
(Servizio Informazioni Difesa) per i "Reparti Speciali". Non mi
fu detto quali, ma accettai. Mi si fece concludere il corso di
addestramento in quella scuola. Trasferito, dopo il corso, alla Cittadella
Militare della Cechignola a Roma, caserma Trasmissioni, dove imparai ad
usare i mezzi di radio comunicazione dell’epoca, mi fu ordinato da un
alto Ufficiale del S.I.D.
di fare domanda di proscioglimento dalla ferma volontaria, la quale, anche
se non prevista dai regolamenti, sarebbe stata accolta. Avrei dovuto
presentare domanda di arruolamento volontario in Marina Militare, dove si
sarebbe completato il mio addestramento con l’apprendimento della
qualifica di Macchinista Navale. Non mi fu spiegato perchè, ma obbedii.
Furono accettate, contemporaneamente, le mie domande di proscioglimento
dalla ferma volontaria nell’Esercito e quella con la quale chiedevo
l’arruolamento volontario a Maripers.
Nell’Estate
1971,
dopo una visita all’Ammiragliato di La Spezia "dall’Ammiraglio
Henke",
fui inviato alle scuole
C.E.M.M.
della Maddalena, in Sardegna, dove iniziai il corso da Motorista e
Macchinista Navale. Fui iscritto anche alle matricole della Gente di mare
della
Marina mercantile al n.16200 CA.
Durante quel Corso, periodicamente, venivo condotto in un campo Militare
sui monti intorno alla base di Poglina,
vicino ad Alghero.
Iniziava così un corso di addestramento parallelo ed una doppia identità
anche all’interno delle forze Armate Italiane. Insieme ad altri miei
coetanei frequentavo corsi di perfezionamento alle tecniche di guerriglia e
sabotaggio in azioni da commandos, ipoteticamente, condotte dietro le linee
nemiche. La parte più dura, ma anche quella che veniva definita
"fondamentale" al superamento delle varie fasi del corso,
consisteva nell’essere lasciati nel territorio montuoso tutt’intorno al
campo con l’unico possesso di un "Gladio", così veniva
chiamata la baionetta, più lunga e robusta di quelle in dotazione alle
forze Armate Italiane. Ci venivano date 24 ore di vantaggio, dopo di che
venivamo cercati dai gruppi cinofili ed elicotteristi che,
"contemporaneamente", ignari, svolgevano addestramenti ed
operazioni Anti-sequestri. Non dovevamo essere ritrovati e/o segnalati, nè
chiedere aiuto ... acqua e viveri ad alcuno, nè rientrare al campo prima
che fossero trascorsi dieci giorni. Dovevamo
temprare il corpo alla resistenza
e ci immergevamo d’inverno nelle acque del mare sotto le scogliere.
L’unico sistema concesso per non gelare era la lotta tra noi ... e
lottavamo per ore, anche dimostrando la nostra abilità nel riuscire ad
impedire che le onde, sempre molto forti in quelle scogliere, ci
sfracellassero sugli scogli. Non
superare queste prove significava essere considerati "non idonei"
e rientrare nei rispettivi reparti.
Ci era fatto divieto di identificarci tra noi in maniera diversa dal numero
di matricola e di fornire gli uni agli altri, notizie utili
all’identificazione. Io ero G.71
VO 155 M
(G.
stava per Gladiatore, 71
era l’anno del corso, M.
per Marina Militare, VO
stava per Volontario e 155
era il mio numero personale, ma, essendo il "cucciolo",
cioè il più giovane dell'ultimo corso, per tutti fui G.71).
Superai quei corsi ed anche quello da Macchinista Navale. Fui inviato a La
Spezia per il tirocinio sulle navi della Squadra (dovevo imparare a fare il
macchinista navale e lavorare in sala macchine). Lo feci ... e feci anche
molti giorni di C.P.R. (cella di rigore) perchè la Spezia era piena di
belle ragazze ed io dimenticavo spesso (ogni
volta che capitava l'occasione!)
di rientrare a bordo!
(Tre
Donne: Tre Colombe?)
Nel
mese di Novembre 1973,
dovevo essere impiegato in una Missione all’Estero, la prima. Dovevo
presentarmi alla base di Aviano dove avrei avuto Ordini sulla destinazione
e gli obiettivi della Missione. Da indiscrezioni su ... radio G. (Gladio),
seppi che dovevamo raggiungere una base nel Sud della
Sicilia
in aereo. Da lì la II° Centuria avrebbe dovuto raggiungere, con mezzi
navali, il Golfo della Sirte fino al limite delle acque Internazionali,
poi, con i gommoni, la spiaggia di Bengasi ed una pista d’atterraggio con
aeroporto militare e stazione radar, alle spalle della città (un altro
obiettivo era una pista d'atterraggio circa 5 Km. alle spalle di Sirte, ma
era un obiettivo delle Aquile e non ne sapevo di più). Saremmo stati
aiutati dai ribelli Libici che stavano tentando di rovesciare il regime del
dittatore Libico ed instaurare una Democrazia. Una volta preso
l’aeroporto, saremmo stati raggiunti dalla I° Centuria ed avremmo dovuto
convergere su Tripoli, più precisamente, verso un campo nomadi dove, i
ribelli, ci avrebbero guidato verso la tenda di Muhammar Gheddafi. Il tutto
nel massimo silenzio !. Pare che il numero 1 (il Generale, nostro
Comandante) volesse fare un improvvisata al Colonnello Gheddafi che, in
quel periodo, si diceva che avesse bisogno di una "pettinata !"
(queste però erano spacconate ... o no !?). Era vero, però, che in
quegli anni, Gheddafi lanciava continue minacce di atti terroristici contro
l’Italia ed era opportuno che capisse, secondo il nostro Comando, che
nessuno aveva intenzione di tollerare le sue aggressioni. Ricevemmo un
contrordine : l’aereo sul quale ci saremmo dovuti imbarcare era
stato "abbattuto".
Così ci fu detto dal Generale Comandante, il numero 1, quello che dava gli
ordini, (di persona o al telefono, dopo avermi identificato recitando il
mio numero di Matricola) a me come a tutti i miei commilitoni. Ci
disse che eravamo stati traditi, che dovevamo essere tutti morti su
quell’aereo e che solo un contrattempo dell’ultim’ora ci aveva
salvati !.
Infatti, il primo ordine ci voleva imbarcati su quell’aereo a Napoli, e
poi diretti ad Aviano, per imbarcare l’equipaggiamento ed altro
personale. Altri ancora, le Aquile, le avremmo imbarcate a Pisa sulla rotta
verso la base in Sicilia (forse Augusta). Sentii dire in quei giorni che la
nostra Missione era necessaria per impedire che il Regime filo Sovietico
della Libia di Gheddafi, portasse a termine l'Unione con la Tunisia di Alì
Ben Bourghiba. Pare che questa Unione (disastrosa per il quadrante Sud
della Difesa del Mediterraneo) fosse preparata per i primi mesi del 1974 e
che, la stessa, fosse organizzata e seguita passo dopo passo dai migliori
agenti del K.G.B. Sovietico che avevano anche già scelto l'ubicazione di
alcune nuove basi aeronavali sulle rive del Mediterraneo Libico-Tunisino.
In
seguito a questa infausta vicenda mi
fu detto che sarei stato "congedato" (previa la mia solita
richiesta) con il contingente di leva del I° ‘52, che si congedava a
Dicembre del 1973. Obiettai che: "se fossi stato di leva, essendo nato
il 10 febbraio 1954, sarei stato del I° ‘54 che ancora non era stato
nemmeno "chiamato". Mi fu ordinato di attenermi alle disposizioni
impartitemi e così feci. Fui congedato con il I° contingente del 1952 il
14 Dicembre 1973 a La Spezia. Dovetti recarmi a Roma, al Ministero della
Difesa Ufficio X° al Primo piano. Lì, il Generale, "numero 1",
mi presentò gli altri componenti della II° Centuria di Gladio detta
"Lupi": 70 ... 69 ... 68 ... etc. Conoscevo di vista solo quelli
della IX° e X° Decuria perché ci eravamo addestrati insieme. Ero
inserito nella IX° decuria. Le Centurie erano : la I°
detta delle Aquile,
perché era composta da Aviatori, Elicotteristi, Paracadutisti e roba
simile ; la II°
detta dei Lupi,
perché composta da uomini provenienti dalla Marina e dall’Esercito; la III°,
detta delle Colombe, perché composta anche da donne e non veniva impiegata
in operazioni di combattimento in prima linea o oltre le linee, ma per
informazioni ed assistenza logistica. Ci fu consegnata in quella occasione
una piastrina d’acciaio (con i primi soldi me la feci rifare di platino,
ci tenevamo molto!) sulla quale era incisa la Matricola ed il gruppo
sanguigno di ognuno e ci furono impartite le istruzioni: il numero di
telefono era di una segreteria telefonica e mediamente ogni settimana, se
non impegnati in missioni, bisognava chiamare per ricevere istruzioni.
Solitamente un indirizzo dove presentarci "ovunque fosse!".
Prima di partire per le Missioni si salutava:
"AVE
ITALIA MORITURI TE SALUTANT"
(per questo venivamo chiamati Gladiatori). Questo ci veniva insegnato fin
dalle prime lezioni dei corsi sui monti di Poglina, per ribadire che, dalle
Missioni, il ritorno era un imprevisto e, Noi, lo avevamo accettato!. Ci fu
insegnato che gli ordini sbagliati non si eseguono e che sono sbagliati
tutti gli ordini che violano le leggi di guerra e di pace, i Diritti Umani
ed il codice d’Onore di Gladio. Il Codice d’Onore di un Gladiatore
vieta la resa, il saccheggio, lo stupro ed ogni azione infamante di questo
genere. Impone di combattere a morte la Tirannia e chiunque la serva,
ovunque e comunque. I
Gladiatori hanno giurato fedeltà all’Occidente Democratico ed
all’Italia membro della NATO.
Nessuno può violare o modificare questo Giuramento. In nessun caso è
permesso di farsi identificare per chiedere aiuto, nemmeno ai Consolati ed
Ambasciate Italiane all’Estero. Chi cade prigioniero durante una
Missione, in nessun caso deve rivelare la sua identità. Ogni Gladiatore è
Ufficiale Comandante di se stesso. Durante le operazioni si obbedisce a chi
è stato designato per il comando. Caduto questo, assume il Comando il più
anziano. A Missione compiuta, se è necessario prendere decisioni dalle
quali dipendono la vita e il destino di ognuno, si indirà un Assemblea dei
Gladiatori durante la quale, assunte tutte le informazioni necessarie e
disponibili, e sentito il parere di ognuno, si metterà ai voti per alzata
di mano. La Decisione, così assunta, avrà valenza di ordini sul campo
come da Leggi di guerra. Detto questo, il numero Uno ci diede appuntamento
per il giorno dopo in Piazza Venezia, sulle scalinate dell’Altare
della Patria
alle ore 09.00. Fummo tutti puntuali, c’era la IX e la X Decuria al
completo : venti Gladiatori ... tutti in borghese. Presumo tutti
"congedati" come me, ma nessuno lo disse ed io nemmeno. Ricordo
che mi venne da ridere pensando al divieto di farsi identificare anche per
ciò che riguarda la provenienza : c’erano tre Italo- Eritrei,
quattro Italo- Somali e, per quanto riguarda gli Italiani
"Italiani", bastava che aprissimo bocca per farci riconoscere.
Dissi a G.70 : Infilaci almeno un "ostregheta ciò" tra
tutti quei "minchia e bedda matri !". Ridemmo tutti a
crepapelle ... l’accento e le espressioni dialettali erano un problema di
tutti. Il numero Uno arrivò qualche minuto dopo di noi, in abiti civili,
salì le scale senza guardarci e lo seguimmo fino in cima. Tra le colonne
si fermò. Attese in silenzio che ci raggiungesse un altro, in Borghese
anche lui, dimostrava circa 60 anni, non aveva niente che lo identificasse,
ma sembrava esattamente quello che era : un cappellano militare. Lo
dimostrò, infatti, iniziando a recitare il "Requiem
aeternam"
in Latino. Era la preghiera per le anime dei morti, la conoscevo perché
mio Padre, da bambini, era l’unica preghiera che ci faceva recitare, ogni
sera, prima di addormentarci. Per le anime dei morti - diceva il mio
vecchio, ma non la ricordavo più ! . Il numero Uno la stava recitando
ed anche noi iniziammo a farlo. Per
chi morirà senza conforto -
disse - ha
avuto qui il suo funerale
... requiem
stat in pax. Amen
- dicemmo tutti in coro. (Come mi insegnò il mio povero Babbo, ...però,
non trascurai di toccare ferro agguantandomi le palle). "E’
una sana abitudine !, io
sono scampato così alla guerra d'Etiopia ed alla prigionia in Kenia, sul
Lago Vittoria"
- diceva sempre il mio vecchio. Colpimmo il petto col pugno destro e
tendendo il braccio salutammo :Ave
Italia Morituri te salutant.
(...Sarà per questo che ci definivano fascisti ?. Una bella
sciocchezza, era il saluto Romano dei Gladiatori a Cesare, prima di
iniziare i combattimenti e la Repubblica
Romana,
a cui ci ispiravamo, era Democratica,
non fascista!. Rituali, forse sciocchi, ma sulle tradizioni si reggono
tutti gli eserciti, anche
i reparti piccoli come il nostro e ... noi ci credevamo grandi, grandissimi !). Alla
fine il cappellano ci benedisse e ci salutammo tutti stringendoci la mano.
Mi fu detto in quell’occasione che, in assenza di ordini, dovevo svolgere
la mia attività di Macchinista Navale presso la Marina Mercantile e che,
di volta in volta, all’occorrenza, mi si sarebbe indicata qualche
compagnia di Navigazione "Amica" e la nave diretta verso il
"teatro delle operazioni". Nella
Primavera del 1974,
la mia Centuria ricevette la prima Missione. Nome in codice : Primavera
dei Garofani.
"Primavera
dei Garofani".
La metà delle decurie raggiunsero Lisbona per garantire il successo della
"Primavera dei Garofani di Lisbona" che doveva rovesciare
la Dittatura degli Oligarchi di Caetano
Marçelo,
ostili alla Politica dell’Europa Occidentale e della Nato, oltre che
avversari delle politiche di Democratizzazione delle Colonie Africane(nel
1974, ci fu una grave crisi interna all'Alleanza culminata con l'uscita
della Grecia dopo l'attacco Turco a Cipro ed anche il Regime di Caetano,
viste le insistenze della Nato per l'attuazione di Riforme sulle politiche
verso le colonie Africane, minacciava di uscire dall'Alleanza). In caso di
insuccesso dovevano proteggere la vita del Generale de Spinola.
La VI° VII° VIII° IX° e X° decuria furono inviate in Angola
per la "Primavera dei garofani di Luanda", Missione:
Organizzare la resistenza ed addestrare alla Guerriglia volontari Angolani
in previsione della caduta dell’Impero coloniale Portoghese e delle mire
espansionistiche Sovietiche in Africa Occidentale. Truppe Cubane ed
Istruttori Sovietici avevano tentato più volte di prendere il potere in
Africa Sud Occidentale.
(Volontaria
Portuguesa:Rita )
Il
numero Uno era certo che non si sarebbero fatti sfuggire l’occasione
della smobilitazione dell’esercito coloniale Portoghese per tentare di
nuovo. Durante tutto quell’anno la Missione fu eseguita con successo.
Circa 2.000 Volontari Angolani (tra ragazzi e ragazze) formarono una
Colonna unitaria con l’appoggio sul territorio di forze politiche
Democratiche e Liberal-Socialiste Anti
Sovietiche.
Fummo
inviati lì come Istruttori militari.
Quel periodo è una storia troppo lunga ed io non sono certo di saperla
descrivere in maniera comprensibile e non noiosa. Infatti, si trattò per
lo più di insegnare ad operai, contadini, studenti ed intellettuali, ( in
una parola : alla popolazione civile), a non spararsi nei piedi ;
a non farsi cadere addosso le bombe a mano ; a non abbattere (per
sbaglio) a fucilate il vicino, a non aver paura degli scoppi ! ?
... ed un minimo di Arti Marziali. Non fu davvero un compito facile, ma il
loro entusiasmo era contagioso. Avevano molta fede nella possibilità di
riuscire, finalmente, a mantenere Libera e Democratica la loro Patria,
l’Angola. Ricordo sempre la prima volta che vidi l'altopiano del Bihe in
tutto il suo splendore. La volta lussurreggiante della Jungla, fitta e
verdissima, si estendeva sotto un cielo che iniziava a ribollire di colori,
mentre il sole annunciava un nuovo giorno. Uno strato pesante di nebbia
grigia, come una corona di cemento sospesa, cingeva le cime delle montagne
che, di quando in quando, interrompevano l'altipiano del Bihè. Presto il
sole avrebbe cominciato a diffondere il suo calore in tutto l'altopiano.
L'umidità sarebbe diventata soffocante come una coperta calda e bagnata,
avvolta intorno alla testa. Eppure, in quei giorni felici, durante
l'addestramento , tutto sembrava calmo, tranquillo e straordinariamente
bello. Niente lasciava presagire che, presto, molto presto, tutte quelle
armi sarebbero servite per la guerra più lunga e feroce che quella parte
d'Africa ricordi. Terminato l’addestramento misero ai voti il nome da
assegnare alla loro formazione e la chiamarono : "Colonna
Libertad". (In Onore di non so chi, ... forse un
Portoghese-Brasiliano.)
(Volontaria
Portuguesa)
Lasciammo
l’Angola nel Dicembre di quell’anno a bordo di un Mercantile che ci
portò a Cape Town in Sud Africa, prima di fare rotta per Genova (ero
rientrato in Italia solo una volta, in aereo, per una breve licenza di 20
giorni, nel mese di ottobre, perchè mia madre stava male). Ci presentammo
a Roma a fare rapporto (ed a ritirare gli stipendi arretrati, per la parte
che non accantonavano in Titoli di Stato ... "per gli eredi
eventuali". Facemmo baldoria sapendo che anche la parte
"Portoghese" della missione era pienamente riuscita. L’Oligarca
Caetano Marçelo era riparato in Brasile
e le truppe dei giovani Ufficiali dell’esercito Portoghese, con un
garofano rosso infilato nelle canne dei fucili (una trovata per non
spaventare la popolazione civile e fargli capire che era un colpo di stato
per instaurare la Democrazia in Portogallo e non contro il popolo) erano
entrate a Lisbona, esattamente il 25 Aprile del 1974. Era
la nostra prima Missione ed avevamo tutti paura di sbagliare.
L'"Isola
sul Me-Kong Hau-Giang
Passai
il Natale ed il capodanno 1974-75 con mia Madre e mio Padre.
Fui libero fino a fine Gennaio 1975. Fui chiamato all’Ufficio X° a Roma
. Là fummo informati che in Vietnam era in corso una grande offensiva
contro l’Armata Americana che stava già smobilitando e ritirandosi da
Saigon in seguito agli Accordi di pace. Secondo le informazioni raccolte
dalla III° Centuria delle "Colombe", alcune Divisioni Corazzate
Viet-Kong, attraverso la Cambogia, al riparo dagli attacchi aerei
Americani, spostandosi di notte, si dirigevano verso una serie di ponti di
barche, preparati da tempo e nascosti tra le rive di diversi bracci del
Mekong ; ed alcune Divisioni di fanteria, attraverso la catena dell’Annam,
sfruttando Ponti di corde sospesi tra le gole di quei monti, stavano
marciando a tappe forzate verso Saigon e la retroguardia Americana. Le
Colombe avevano procurato mappe molto precise degli obiettivi, ma non era
possibile identificarli e colpirli dal cielo. Da ricognizioni aeree
Americane effettuate, infatti, non risultava niente, ed il comando
Americano, sotto un pesante attacco, giudicò inattendibili le informazioni
delle Colombe. Loro, invece, erano sicure che i Viet-kong, arrivando in
Viet-nam dalla Cambogia e potendo utilizzare quei ponti di barche già
pronti, sarebbero piombati su Saigon con centinaia di Carri T-54 e
centinaia di migliaia di uomini con i quali fare strage della retroguardia
U.S.A. Questo piano lo avevano chiamato :"offensiva
del Tet"
e l’attacco in forze, su Saigon, contemporaneamente, da W-SW, Nord ed
E-NE, sarebbe
stato sferrato il dieci febbraio 1975. Era
l'ultimo giorno dell'anno della "Tigre
di legno",
poi, sarebbe iniziato l'anno del Gatto
di legno e, Vò Nguyèn Giap,
era nato
nell'anno del
"Topo d'Acqua" il più astuto, avventuroso e agile, di movimento
e di pensiero, dei segni dell'Oroscopo Cinese, di cui Giap era fanatico
conoscitore!
(Annam:
Aquile?)
...non
avrebbe mai iniziato un offensiva nell'anno del
Gatto! ...Ma gli Americani non conoscevano l'Oroscopo Cinese!!!
Era
stata scelta quella data personalmente dal Generale Vò Nguyèn Giap,
membro del Vietminh e Capo dell’Armata Viet-kong, anche perché portò
fortuna ai Viet-Kong in tutte le precedenti offensive iniziate in
corrispondenza del capodanno Viet, a partire da Dien
Bien Phu,
contro i Francesi, nel ’54, e ...
nessuno è superstizioso quanto Loro !
Io la ricordo con precisione perché era il mio compleanno, 10
Febbraio 1954,
anno del Cavallo
di Legno Yang.
L’America
si stava già ritirando da Saigon, stava evacuando gli ultimi reparti ed i
civili.
L’attacco Viet-kong aveva solo scopo dimostrativo. Volevano
dare una lezione agli U.S.A e dimostrare tutta la Potenza del blocco
Comunista in Asia.
Se fosse riuscito, per tutto l’Occidente Democratico sarebbe stato un
colpo mortale, forse
la storia avrebbe avuto un altro finale. Questo
almeno era ciò che pensava il numero 1.
Aveva
informato il capo della C.I.A a Roma di quanto ci aveva detto,
ma non era stato creduto e la C.I.A si atteneva ai rapporti delle
ricognizioni aeree che davano esito negativo. Il disinteresse mostrato,
verso le nostre informazioni, era tale che il numero uno pensava che
"qualcuno" desiderasse una strage di Marines, in trappola a
Saigon, che avrebbe avuto nell’opinione pubblica Americana, da sempre
poco propensa all’intervento militare in Vietnam, gli stessi effetti che
ebbe l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Nessuno aveva autorizzato la
missione che ci proponeva e ce lo disse. Ma avendo, Lui, la certezza
assoluta, data dal materiale fotografico in nostro possesso, di quanto
preparavano i Viet-Kong e preoccupato per l’effetto che, una simile
disfatta, avrebbe avuto in tutto l’Occidente Democratico, chiese
volontari disposti a partire. Assicurò un viaggio comodo stavolta,
addirittura in aereo ... e nessuno potè dire di no! Questa
missione fu chiamata in Onore al Generale Giap : operazione Tet
Arrivammo in Viet-nam dopo due scali,
era la prima volta che facevo un viaggio così lungo in aereo. Durante il
volo ci furono mostrate Mappe e fotografie degli obiettivi. Era incredibile
quello che avevano escogitato e realizzato i genieri Viet-Kong :
soprattutto era impressionante il "dove" avevano costruito quei
ponti sull’Annam che, fotografati dal basso, parevano costruiti tra le
nuvole. Senza considerare che erano "mobili", nel senso che, per
non farli identificare dalle ricognizioni aeree, erano costruiti in maniera
da poterli far scendere lungo i crepacci e renderli completamente
invisibili, mimetizzandoli con muschi e cespugli vari, quando non dovevano
essere utilizzati. Che dire poi delle "Tane ?" Erano
gallerie scavate sotto la Jungla, con ingressi invisibili a chi non ci cade
dentro ! ; di quelle avevamo le coordinate geografiche,
altrimenti non le avremmo potute trovare mai. Ci fu spiegato che quello che
ci veniva mostrato era tutto ciò che chiamavano : la
Pista Ho-Chi-Minh.
Ci fu detto che i Servizi Americani cercavano la Pista Ho-Chi-Minh da anni
senza successo, a parte qualche spezzone di galleria (Tana) che credevano
secondaria e che, invece, secondo le "Colombe", era parte di
quella pista che permetteva alle truppe Nord Vietnamite di spostarsi
indisturbate in territorio Sud Vietnam entrando ed uscendo dal territorio
occupato dalle forze Americane ed attaccandoli dietro le loro linee per poi
sparire nel nulla ("giustiziando", spesso, chi accusavano di
collaborazionismo !).
Il
fattore che aveva impedito, agli Americani, di scoprire la "pista
Ho-Chi-Minh"
era, secondo i nostri servizi, che loro ne cercavano una mentre, in realtà,
... erano quattro !. Due scendevano a Sud attraverso la catena
montuosa dell’Annam ed erano un obiettivo della I° Centuria Aquile. Due
scendevano in Cocincina sul filo del confine Cambogiano, lungo la riva
settentrionale del Me-Kong, nel territorio occupato dai Khmer rossi.
Attraversavano il fiume sui ponti galleggianti che erano il nostro
obiettivo e poi si dividevano su ulteriori quattro direttrici di marcia,
(uscendo in superficie solo al coperto della jungla o della macchia), che
si coprivano e fiancheggiavano a vicenda per disorientare i Marines, che
non capivano mai da dove arrivava l’attacco. Non era solo ingegnoso ...
era diabolico ! Chi si veniva a trovare lì in mezzo, non sapendo di
che si trattava, non aveva scampo ... era come un tiro al piccione ! e
se lo avesse saputo, ma ci fosse finito dentro lo stesso, non avrebbe avuto
scampo comunque !
Sulle
mappe era tutto chiaro.
In certi punti le tane correvano in maniera parallela a distanza di circa
trecento metri l’una dall’altra e, sulle mappe, appariva il disegno con
cui si coprono con listelli di legno i ponti delle navi oppure, per
capirci, quella posa di parquet’s (pavimento in legno) chiamato a
"tolda di nave". Non osservai con troppa attenzione la
cartografia sulle tane, non erano un nostro obiettivo, ma notai che, per
permettere alla fanteria di spostarsi allo scoperto della Jungla, alcune
gallerie erano indicate sotto le dighe che separavano le acque delle
risaie. Anzi,
per l’esattezza, le "tane" più lunghe erano vere e proprie
gallerie costruite in bambù, rivestite di stuoie e ricoperte di terra in
maniera da apparire dighe tra le risaie.
Come detto, con questo incredibile sistema, il Generale Giap, era in grado
di manovrare la sua fanteria, dalla Cambogia fin quasi a Saigon, senza mai
uscire, completamente, allo scoperto.
Un
altra cosa che notai era che,
sulla carta, sia le "Tane" che venivano dal Me-Kong che quelle
che venivano dall’Annam, dirigevano su Saigon e vi appariva il disegno di
una tenaglia che stringeva la città da Ovest e NW e Nord-NE. Pensai che
questo Generale Giap era un grande stratega ,... lo ammirammo tutti !.
Il viaggio trascorse così. Negli intervalli ci passavano fotografie di
trappole, di cui la jungla era piena, escogitate da quei
"buontemponi" Viet-Kong e che ... erano assolutamente da evitare.
Ricordo che, seduto in fondo, riuscii a farmi un caffè con la mia moka ed
il fornelletto da campo. Lo bevemmo insieme ad uno delle Aquile, non
ricordo il suo numero ... ricordo la sua faccia.( Non lo vidi più fino al
1996, (quindi aveva ottenuto anche lui "l’imprevisto" ritorno
dal Viet-nam), ma solo per sapere che era morto in un incidente d’auto in
spagna, nel ’77, come un fesso ... o forse no ?. Lo vidi in
televisione in una foto di venti anni fa, per questo lo riconobbi. Ma è
una storia incomprensibile, dove una certa Signora Donatella di Rosa diceva
di averlo conosciuto vivo, mentre tutti dicevano che era morto, che
trafficava armi e cose di questo genere. Ormai, in Italia, è meglio non
stare a seguire tutte queste chiacchere perché è tutto immerso nella
follia più totale .
Mi
addormentai nonostante gli scricchiolii
ed il rumore insopportabile che faceva quell’aereo. Pensai che avrebbero
potuto prenderne uno un pò più recente. Era un cargo e stavamo sistemati
tra casse e pacchi di non so che, ma non era roba nostra. Alla fine
arrivammo, era l’alba e non atterrammo a Saigon, pare che tutte le piste
fossero occupate per l’evacuazione di militari e civili e che
l’avanguardia (o gruppi di guerriglieri) Viet-kong stesse già
combattendo in alcuni quartieri della Città (sembrava che i guerriglieri
Viet saltassero fuori dalle fogne e nessuno capiva come facessero e da dove
venissero !) . Atterrammo a Nord Ovest di Saigon in una specie di
ex-pista d’atterraggio. Ci dissero che eravamo tra Son-Nhut
e Long-Xuyen
a circa 65 Mls. (100 Km.) da Saigon ed a 40 Mls. dal confine Cambogiano,
(ed a 55 Mls. da Kien-Thanh,
la costa più vicina, ... già, non mi dispiaceva studiare una possibilità
di "imprevisto ritorno"). Eravamo anche più vicini agli
obiettivi e ci andava meglio così. Sulle carte avevo visto che gli
obiettivi delle Aquile erano alcune croci segnate in rosso tra il confine
Cambogiano e due città sui monti dell’Annam: Da Lat e Di Linh. Mi
sembrò di vedere anche una ferrovia, ma non ne sono certo. Scendemmo
dall’Aereo protestando per la mancanza di ragazze tra il comitato di
ricevimento. Qualcuno si era convinto che, prima di partire per il Me-Kong,
avrebbe avuto il tempo di fare due salti in Discoteca, ... un pò di luci
rosse, come si vede nei film ! . Scaricando il nostro "nécessaire
de voyage",
(come lo chiamava uno dei nostri, un Italo-Eritreo che, prima di arruolarsi
in Italia, era stato nella Légion étrangèr, a Djibouti, nella Somalia
Francese) scherzavamo con le Aquile che proseguivano in aereo :
"... i soliti raccomandati - dicevamo - ... i signorini vanno sui
monti in aereo a ... sssciare e noi, invece, sempre nel fango o nella
polvere, con la merda fino al collo !", ... ma era per ridere un
pò. Secondo gli ordini non dovevamo ingaggiare combattimento, solo
distruggere quei ponti di barche (avevo chiesto, durante il volo, cosa
avremmo dovuto fare se i Viet-Kong avessero avuto da ridire e, anziché
rispondermi, risero tutti, ... ma la mia era una domanda seria !).
Possibilmente gli obiettivi dovevano saltare tutti, più o meno, nello
stesso momento, per evitare di segnalare la nostra presenza troppo presto a
chi, sicuramente, quei ponti li proteggeva. Il nostro "nécessaire de
voyage" erano una ventina di Kg. di esplosivo e 100 metri di miccia
detonante a testa (più l’innesco a lenta combustione), cinque bombe a
mano, fucile F.A.L - 7,62 lungo N.A.T.O., gladio, beretta cal.9, munizioni
quanto basta, toscanelli e fiammiferi (per l’innesco delle micce),
gallette e, per contorno, come al solito, ... secondo capacità e fantasia !
Ci separammo. La marcia per giungere sui nostri obiettivi durò circa due
giorni. Ci spostavamo stando al coperto e a parte Truppe Americane che,
sulla strada o su piste tra macchie e risaie, dirigevano su Saigon e
qualche agglomerato di capanne di risicoltori, non incontrammo
"nessuno !". Le mappe erano davvero precise e le Colombe
avevano fatto proprio un buon lavoro. C’erano sentinelle, ma non furono
un problema (se si escludono i problemi di portafoglio perchè, fattili
prigionieri, i Kong, per ingannare il tempo, ci sfidarono ad ogni gioco
d'azzardo possibile ed immaginabile e ci stavano ripulendo come gonzi!).
Anche i genieri Viet-Kong avevano fatto un buon lavoro, le barche usate
erano solide, potevano reggere i Giganteschi Carri sovietici che, ormai non
avevamo dubbi, sarebbero dovuti passare da lì. Il ponte era pronto sulla
riva opposta alla nostra, era ancorato sotto gli alberi, ricoperto di
vegetazione e steso lungo la riva, impossibile vederlo se non da terra.
Restammo letteralmente ammirati a guardare quell’opera di ingegno, a
raccontarlo non ci si crede. Non sapevamo nemmeno se era giusto chiamarlo
"ponte di barche". In realtà si sarebbe dovuto chiamare :
"Isola
galleggiante".
Infatti, era una vera e propria isola costruita su Sampan (barche Viet) con
bambù e ricoperta di vegetazione del tutto identica a quella sulla riva.
Era invisibile fino a che non ci si arrivava di fronte. All’occorrenza,
sarebbe bastato sganciare le cime d’ormeggio a monte e si sarebbe aperto
da solo unendo le due rive e portando l’intera Armata Viet-kong ,in
arrivo, a 98 Km da Saigon.
Però,
a dire il vero, guardando quella struttura, pensai che poteva essere usata
proprio come "isola galleggiante", cioè ...cosa impediva, in
effetti, a chiunque si fosse imbarcato là sopra, di scivolare con la
corrente verso Sud, verso il mare: navigando di notte ed ormeggiandosi
lungo la riva di giorno. Alle ricognizioni aeree Americane, sarebbe
sembrato un agglomerato di vegetazione fluviale, come ce ne erano tante,
anche vicine alle risaie della Cocincina! Sarebbero potuti sbarcare fin
oltre My Tho, 20 Mls circa a Sud di Saigon. Ce n'erano altre come questa
...e se fosse stato proprio questo il piano di "Caesar" Giap?
Spingerli tutti a Saigon attaccando Hue
e poi prendere la città da tutte le direzioni, tagliando Loro anche la via
al mare! Non era lo stesso piano che aveva realizzato con successo a Dien
Bien Phu?
Gli Americani ci stavano cadendo in pieno, proprio come i Francesi
nell'offensiva del Tet
dell'Anno del Cavallo di legno. ... Ma che genere di servizi informazioni
avevano gli Americani?...
Che importava? tanto sarebbero saltate tutte in aria! Via radio le altre
Decurie avevano già segnalato di essere sugli obiettivi: eravamo quasi
pronti ad innescare le mine!.
Era
"quasi" un peccato distruggerlo !. Minammo il ponte in più
punti, in maniera che non restasse niente da poter riparare e ci mettemmo
in contatto con gli altri per attendere che fossimo tutti pronti. Avevamo
esplosivo in eccesso, ma non era previsto che arrivassimo tutti sugli
obiettivi. (Invece avemmo fortuna e non incontrammo proprio nessuno a parte
vedere, di quando in quando, in lontananza, sulle strade tra le risaie,
colonne di mezzi militari Americani e Sud Vietnamiti che ripiegavano verso
Saigon e, in celo, gli aerei Americani che non potevano vedere alcunchè.)
L’esplosivo
che avevamo in dotazione
(candelotti di dinamite) era antiquato anche per quel tempo : una
mistura preparata dai nostri artificieri a base di nitrato d’ammonio,
nitroglicerina, dinitrololuolo e molta farina vegetale come assorbente
d’urto. Le Aquile ne avevano di più maneggevoli ancora (...non perche
erano raccomandati!, dovevano buttarsi sui monti con quella roba sulle
spalle), erano stati preparati miscelando la nitroglicerina rispettivamente
con materiali assorbenti solidi come la farina fossile o gelatinizzandola
con nitrocellulosa e altri ingredienti e con opportuni agenti
stabilizzanti. Però il peso maggiore era della cassetta protettiva,
metallica ed imbottita !. I nostri specialisti si erano preoccupati di
fornirci di materiale esplodente sufficientemente potente ma, nello stesso
tempo, di permetterci i movimenti e di ingaggiare combattimento, se
necessario, senza esplodere come bombe umane al primo urto. Inoltre, aveva
il pregio di non avere meccanismi a rischio di mal funzionamenti. Bastava
il Toscanello acceso e sistemate le micce a dovere, o il cavetto della
dinamo per la scossa, non ci potevano essere brutte sorprese. Il ponte era
in mano nostra, dovevamo solo aspettare di essere tutti pronti. Ingannavamo
il tempo pescando un pesce insipido (come tutti i pesci di fiume). La
stessa cosa che facevano le sentinelle Viet al nostro arrivo!. Due volte
capitò che, il Comando Viet-Kong, chiamò il posto di guardia, chiunque si
trovasse davanti alla radio in quel momento, aveva la consegna di miagolare
qualcosa tappandosi il naso e raschiare con un chiodo il barattolo
metallico sistemato vicino alla radio e, poi, spegnere. Sarebbe sembrato un
guasto o una banale interferenza. Insomma, niente di preoccupante da
meritare un ispezione! Ora, le sentinelle Viet-Kong, stavano litigando
furiosamente con i "vecchi" nella stiva del Sampang di testa, ne
avevano fatto una specie di bisca clandestina e ne approfittai per
studiarmi la mappa. Eravamo in una zona che non è possibile descrivere
brevemente : il Mekong, entrando in Vietnam, si divideva in due
bracci, uno era segnato con il nome di "Tien-Giang"
e l’altro "Hau-Giang,
ma, gli stessi, si dividono ancora in un insieme di nove rami e tutti con
il loro nome "diligentemente" segnato sulla mappa dalle Colombe
che ci informavano anche che, l’insieme delle bocche era chiamato Cuu-Long
(in Italiano : I nove Dragoni). Il risultato di tanta precisione però,
è stato che non so dove accidenti ci trovavamo noi !. Secondo i miei
calcoli eravamo più a Nord, in territorio Cambogiano, sul braccio più
settentrionale l’Hau-Giang
e ... già
in Cambogia,
ma il cartografo non ero io e poi, che differenza faceva ?. Speriamo
che il Dragone mi porti fortuna -
pensai, ricordandomi che mio Padre (secondo l’oroscopo Cinese) era del
segno del Drago ... cercando di convincermi che fosse "Buon
segno !".
Passarono
così alcuni dei giorni più lunghi della mia vita.
Alla fine però fummo pronti e il ponte saltò prendendo pure fuoco, doveva
esserci anche un deposito di carburante sotterrato lì vicino (ben nascosto
dal momento che non l’avevamo visto!) o, più probabilmente, era sotto il
paiolato di Bambù, nella stiva dei Sampan. Forse c’erano bidoni di
carburante per rifornire i mezzi che sarebbero arrivati lì, attraverso il
Laos e sicuramente a secco. Davvero ingegnosi, era quasi un peccato aver
rovinato una simile festa !. La quantità di esplosivo usata era tale
che saltammo tutti per aria per il rinculo dell’esplosione nonostante le
precauzioni di rito :"1)
Stare sdraiati e tenersi sollevati da terra, soprattutto il ventre, facendo
leva sui gomiti. 2) Portare le mani sul viso, indice e medio a coprire gli
occhi, i pollici a tappare le orecchie (per salvare i timpani), anulare a
chiudere il naso e tenere la bocca aperta per lo stesso motivo. 3) Chi ci
tiene alle palle, dicevano gli istruttori, farà bene a tenersi sollevato
anche sulle punte dei piedi !".
Avevamo fatto sempre tesoro di questi consigli, si può morire per un
esplosione ravvicinata e solo perché la depressione, provocata
dall’esplosione, distrugge gli organi interni ... esplodono !. Dopo
l’esplosione, nonostante le precauzioni, restammo tutti senza fiato,
boccheggianti, ed io sperai che nessuno dei resti "dell’Isola"
che stavano ripiovendo giù scegliesse proprio il mio pezzettino di foresta
per atterrare ... perché ero rovesciato a pancia per aria, in cerca
d’ossigeno, e non ero proprio certo di essermela cavata !...
Forse avremmo dovuto allontanarci ancora un pò ! ! !.
Anche i prigionieri Viet-Kong boccheggiavano, li avevamo legati, ma non per
impedirgli di scappare ... La verità era che avevano letteralmente
ripulito i vecchi e ... Loro non sapevano perdere, i Viet nemmeno, quindi,
per far cessare l'"ammuina" ed avere finalmente un pò di
silenzio, li legammo, sequestrammo: dadi, carte "Americain", dame
cinesi, carte da Black jack, chemin de fer, Napoletane e Genovesi,
bastoncini Shangai ed un mucchio di altri strumenti da biscazzieri! più,
naturalmente, il maltolto ... l'"argeant". Restituimmo Dollari e
Lire ai nostri "poveri vecchi!" (... che figura però!) e Yuan,
Rubli e quant'altro d'Orientale ai "prigionieri". Ed
è proprio
questo che li rese furiosi,
sembravano gatti arrabbiati!. Ma che altro potevamo fare?
se è vero che il rientro era un imprevisto, senza soldi era puro azzardo!
Li bendammo prima di andarcene
... i
loro compagni li avrebbero raggiunti presto e, visti i risultati del loro
turno di guardia al ponte, avrebbero passato un brutto quarto d'ora davanti
a Giap o a chi per Lui del Vietminh e Noi,
non volevamo che sapessero la direzione che avevamo deciso di prendere.
Sentimmo
le esplosioni delle Tane più vicine a noi,
dovevano essere anche imbottite di munizioni o non le avremmo potute
sentire esplodere da quella distanza e sottoterra. Sulle mappe avevo visto
che le tane avevano in molti punti delle "camere", degli
allargamenti, pensavo che fossero per gli alloggiamenti, evidentemente
erano, anche loro, depositi di munizioni. Noi della II° Lupi, eravamo
tutti lì :"sulla coda del Dragone", sparsi in un raggio di
circa 30 miglia tutt’intorno, su ponti e tane che saltavano una dietro
l’altra. Ora veniva la parte più difficile:"l’imprevisto
ritorno". Il sole era appena tramontato, in quel punto della Jungla,
Cambogiana, al confine col Vietnam, e la notte scendeva rapidamente. Lassù,
sulla volta lussurreggiante della Jungla, faceva pensare ad un mondo senza
conflitti. Nè rabbia, nè sofferenza. Nel labirinto fitto e aggrovigliato
della boscaglia, nessuno che lottasse per la sopravivenza. Solo 20 uomini,
stanchi e tesi, che si apprestavano a trascorrere la notte. Era come se la
terra si fosse spopolata e la natura potesse decidere del proprio destino.
Improvvisamente, quel silenzio ovattato, irreale, venne rotto dal frastuono
di dieci, cento Kalashnikov, o erano mille? Vidi G-30, "Adamo",
cadere accanto a me, dopo l'esplosione del suo petto, colpito in pieno da
una scarica. L'attimo successivo ero sdraiato a terra e scaricavo il mio
FAL in direzione dei lampi che intravvedevo proprio di fronte a noi. Furono
attimi d'inferno. Rotolavo e sparavo. Mi ritrovai dietro un grosso tronco,
ne intravvedevo la sagoma scura. Era quello dove, un attimo prima ma
sembrava che fosse passato un secolo, avevo poggiato il mio zaino e preso
la mia moka per preparare un buon caffè. Avevo tre bombe a mano e 2 razzi
anticarro nello zaino, di quelli che potevo lanciare innestandoli sul
tromboncino lanciabombe. Avevo anche, sempre pronte alla bisogna, nel
taschino laterale, cartucce a salve per l'innesto dei razzi. Il tronco mi
offriva riparo sufficente per le manovre necessarie e procedetti
febbrilmente. In un attimo fui pronto a lanciare. Dovevo decidere dove e
per questo dovevo osservare da dove arrivasse il maggior volume di fuoco.
Presumevo che lì ci fosse un riparo maggiore sul quale far esplodere i
razzi. Avrebbe avuto un effetto devastante: i razzi anticarro del FAL
potevano forare 40 cm di corazza d'acciaio, ma dovevano impattare su un
ostacolo rigido. Uno dei grossi tronchi di quella Jungla andava benissimo,
ma era buio, il cielo si intravvedeva, tra il fogliame, ancora del colore
violetto che precede la notte, ma quaggiù non vedevo il mio naso. Non
erano soldati del NVA (l'armata regolare del Nord). Quelli non ci avrebbero
attaccati al buiocol rischio di spararsi addosso tra loro e senza poter
vedere l'oboettivo. Ci avrebbero circondato in silenzio e avrebbero
aspettato pazientemente l'alba ...facendoci fuori tutti! Erano sicuramente
ragazzini, ...Vietkong! I miei commilitoni si erano sdraiati a ventaglio e
rotolando rispondevano al fuoco. Strinsi il FAL sul fianco destro e, con un
passo in affondo a sinistra, lasciai il riparo facendo immediatamente
fuoco. La scia del razzo illuminò la scena e un boato ci mostrò il gruppo
principale Vietkong saltare in aria, poche decine di metri davanti a noi.
Fu sufficente per darci il tempo di sganciarci. Fui superato da G-47
"Alvaro": "...Via, Via, Via!" - urlava. Ma non
scappava, si fermò poco oltre per coprirci la ritirata e poi raggiungerci.
...Così si fa! Corremmo nel buio finchè avemmo fiato, inciampando e
rialzandoci e ricadendo ancora. Alla fine ci sentimmo al sicuro e ci
predisponemmo per la notte. L'indomani avremmo dovuto riprendere la marcia.
Mi assopii senza ricordare nemmeno di aver appoggiato la testa sullo zaino.
L'indomani mattina, alle prime luci dell'alba, fummo tutti in piedi e
pronti a muovere. Nemmeno il tempo di un caffè, ma eravamo tutti
consapevoli di essere cercati. Eravamo noi, questa volta, la selvaggina
della caccia. Gli anziani ci incitavano a correre, a far presto, ma per
andare dove ! ?. Senza più il peso degli esplosivi eravamo più
agili, ci stavamo allontanando verso Est-SE. Attraversavamo tratti di
jungla molto fitta e procedere era faticoso, ma anche più sicuro. A volte
procedevamo tra canne di Bambù altissime e cercavamo di non uscire mai
allo scoperto.
(Me-Kong
Hau-Giang '75)
Correvo
con gli altri, procedendo in fila, a qualche metro l’uno dall’altro e
tenendo sempre sotto tiro alla mia sinistra. Correvo e pensavo che stavamo
sbagliando, ripiegavamo su Saigon, non ci saremmo mai arrivati. Ormai tra
noi e gli Americani c’erano i Viet-Kong, tutti quelli che aspettavano
"l’Armata rossa" sulla pista Ho-Chi-Minh (che non c’era più)
e che sapevano che non era stata distrutta dai Phantom USA. Ero sicuro che
non avevamo fatto la scelta giusta, che dovevamo ripiegare andando a Nord
passando il confine Cambogiano (se già non c’eravamo) e da lì
raggiungere Phnom
Penh,
ancora tenuta dalle truppe governative e filo Occidentali di Lon
Nol.
Eravamo ad appena 100 Km da quella Città, ed era un percorso da fare al
riparo della jungla, dicevo io. "Saigon è a quasi 200 Km da qui, ed
è un percorso coperto solo per un tratto, dopo di che ci ritroveremo ad
attraversare le risaie, a perdita d’occhio, che abbiamo visto venendo
qui", insistevo a dire. Ma, secondo le nostre Mappe, ci saremmo
trovati in un "Santuario"
Viet-Kong, che stava proprio davanti a noi (erano basi militari Nord
Vietnamite in territorio Cambogiano, lungo la linea di confine col Sud
Vietnam). Probabilmente era proprio lì che il Generale Giap stava
concentrando le sue truppe da traghettare sulla "nostra
isola
...
che non c’è più !"
per l’invasione del Tet !. Ce n’erano molti di questi
"Santuari" e tutti lungo il confine ... in territorio neutrale,
al sicuro !
... evidentemente il Generale Giap era un uomo molto, molto religioso !
...
"Senza contare che la Cambogia è quasi del tutto in mano ai Khmer
rossi di Pol Pot", ribattevano altri. "A Nord non si passa, per
passare ci dovremmo battere ... in 20 contro l’Armata Viet-Kong e, i
vincitori ( ! ?), se la dovranno vedere con l’armata Khmer di
Pol Pot" . Chiusero la mia proposta ridendo ed io, che restavo
contrario ad andare a Saigon, li feci ridere ancora scattando
sull’attenti alle parole di G.58 salutando :AVE ...!
come
se avessi accettato il combattimento proposto, poi, ridendo anch’io, mi
sedetti intorno alla carta dicendo :"due sole armate contro venti
di noi ! ? ... troppo facile ! Avete ragione. Allora perché
non andare ad Ovest ?, è tutta foresta, passeremo i due bracci del
Me-Kong e dirigeremo a Khien-Thanh, Golfo del Siam. Sono 100 Km di
passeggiata da qui e se non è ancora caduta è fatta : ci faremo
rimpatriare dagli Americani.
Altrimenti ci procureremo un imbarcazione e lasceremo il Vietnam via mare,
siamo la Marina ... o no ? !".Dissi
questo perché ero davvero sicuro che era l’unica via d’uscita per noi.
Insistei : "Non capite che non si aspetteranno mai che abbiamo
preso quella direzione ?. Ci cercheranno tutti e ci cercheranno da qui
a Saigon". Ma non ci fu verso di fargli cambiare opinione ... votammo
e, 19 a 1, andammo verso la rovina ... verso Saigon ! !.
Ce
li trovammo addosso all’improvviso!
Non so come ci intercettarono, eravamo stati molto prudenti, forse è stato
solo che erano dappertutto ... lo sapevo che avremmo dovuto andare verso
Ovest-SW verso il golfo del Siam e Kien-Thanh. Fu davvero dura, anche se le
tane erano saltate, ci attaccavano da tutte le parti e
non finivano mai. Quelli
tra noi che restavano feriti, come avevamo deciso in Assemblea, si
fermavano a proteggere la nostra ritirata. Non c’era alcuna possibilità
di trasportare i feriti e poi ... per portarli dove ? !. Meglio
una morte onorevole, da Gladiatore, in combattimento. Chi avrebbe potuto
desiderare di meglio ?. Per noi era davvero il massimo e lo si capiva
con quell’ultimo saluto che "i Morituri" ci rivolgevano,
consegnandoci le piastrine, prima di essere abbandonati sulla pista : Ave
Italia Morituri te salutant !
e furono molti i saluti che ricevetti su quella pista in quei giorni :
Ave
60 ... Ave 59 ... Ave 58 ... AVE ! ! !
(Si, forse, eravamo un po’ esaltati, ma quando ci salutavamo così ci
sentivamo a Roma, tutti uniti su quell’altare di una Patria che era solo
nei nostri sogni di ragazzi, a casa, e poi ... che
altro ci restava ! ?)
Della IX° e X° decuria riportai in Italia 19 Piastrine.
L’Armata
Americana era lontana,
forse aveva già ultimato l’evacuazione di Saigon e noi, "tanto per
cambiare", eravamo di nuovo "Stay-behind" (dietro le linee).
Rimasto solo e, vista la situazione, feci una nuova Assemblea. Questa volta
avevo la maggioranza e cambiai direzione
... che
diavolo ci sarei andato a fare a Saigon , a marciare con i Viet-Kong in
parata ? !.
Non sapevo che stava accadendo tutt’intorno a me, ma non tanto da non
capire che i Kong (i rossi) avevano vinto. Anche il Vietnam era caduto ...
o era stato Liberato ! ?, mah ! ... "Ai
posteri l’ardua sentenza"
disse un saggio. Io, adesso, avevo il solo dovere di tentare di essere tra
quei posteri e, per riuscirci, tornai indietro, verso il fiume. L'odore di
marcio della jungla e la paura di essere catturato da un nemico invisibile
mi convinsero a valutare meglio quella realtà. Non dovevo avere fretta. Ce
l'avrei fatta, lo sentivo, ma non dovevo avere fretta. Avevo perso il conto
dei giorni, forse erano gli ultimi e preferivo ascoltare gli uccelli
cantare al mattino ed alla sera. Mi ricordavano che un nuovo giorno era
nato, un altro era passato ... ed
io ero ancora vivo !.
Il silenzio era rassicurante e, quando la stai per perdere, ogni attimo di
vita lo assapori con gioia. Anche immerso in un lurido fiume, tormentato da
insetti e a rischio sanguisughe. Una strada che conduceva a Saigon era un
fiume in piena di Civili che fuggivano verso la direzione opposta. Dovevo
prendere anch’io quella direzione, ma da solo, non potevo certo passare
per "civile Viet". Dopo essere stato immerso nel Me-Kong quasi
due giorni per sfuggire ai Viet-kong che ci cercavano, la mia carta era
quasi inservibile, ma ricordavo perfettamente quella che avevo visto
sull’aereo e la città sul mare : Kien-Thanh,
dovevo dirigermi là. Scendere lungo il Me-Kong, pattugliato com’era dai
barchini Viet-Kong, era troppo pericoloso e poi, nessun civile fuggiasco lo
faceva, significa che non era consigliabile. Inoltre, se i civili in fuga
non vanno a Saigon, ma se ne allontanano, questa era un ulteriore conferma
che "l’imprevisto ritorno", passava per Kien-Thanh !. Mi
fu prezioso l’addestramento fatto sui monti intorno a Poglina, lì era
molto più difficile nascondersi.
Non feci l’errore di aver fretta di lasciarmi il Vietnam alle spalle.
Forse è proprio questo che portò i miei commilitoni a volersi dirigere a
Saigon ... la fretta di rientrare, la speranza di arrivare in tempo per
montare su un comodo aereo e ritrovarsi a casa in poche ore.
Io no, non avevo fretta e non ne avrei avuta !.
Stavo
immerso nel fiume, sotto
una piccola zattera di rami e foglie dove stavano le mie armi, e
lentamente, molto lentamente, la pilotavo verso il centro del fiume, ma
come se fosse la corrente a farlo. Non c’era anima viva, ma la regola
numero uno dell’addestramento era :
muoviti come se tutto il mondo tenesse i riflettori su di te.
Ero
talmente immobile che persino piccoli animaletti e dei pesci, attirati dal
calore del mio corpo, trovavano rifugio sotto la mia tuta mimetica.
Regola numero due : tutto
quello che si muove sono "proteine" e quello che sta fermo sono
"vitamine". Non
importa quanto ci avrei messo, ma sarei tornato dal Vietnam e :
"si accettano scommesse" ! -
gridai col pensiero a me stesso, ma non scommise nessuno contro di me. Mi
ci vollero solo una decina di giorni per raggiungere il mare. Dalla carta
potei calcolare che facevo una media di sei o sette Km al giorno, ma non
avevo fretta. A volte mi avvicinavo al limitare della selva per spiare una
strada dove colonne di civili, come un fiume in piena che non scemava mai
da giorni, si allontanavano da Saigon ! ! ! Anche
loro, come me, non avevano fretta, ciò che contava era riuscire ...
non in quanto tempo !.
Interi
villaggi di pescatori "emigravano" dal Vietnam ormai caduto.
Raggiunta la costa, imparai a spostarmi dentro le foreste
di mangrovie. Non fu affatto facile, non c’è intrigo di rami e radici più
fitto,
ma
mi sentivo al sicuro là in mezzo e poi, l’acqua era salata, ero di nuovo
in mare ... un buon segno per me !.
(Kien-Thanh:
Mangrovie)
Spostandomi
così mi stavo allontanando da Kien-Thanh, ma, al mio arrivo nella
periferia della Città, avevo visto colonne di soldati Viet-Kong muoversi
indisturbate sotto la bandiera rossa ed avevo considerato che non era il
caso di presentarmi al porto a cercare un imbarco. Stavano già procedendo
con i "rastrellamenti di collaborazionisti", li avevo visti
caricare sui camion diverse decine di persone, sicuramente colpevoli di non
essere comunisti !. Raggiunsi il limitare di quella formazione di
mangrovie a Sud di Kien-Thanh in circa tre giorni (me l’ero presa comoda,
... non sapevo dove andare !). Quel tratto di foresta si interrompeva
su una spiaggetta nascosta tra gli alberi. Lì c’erano alcune
imbarcazioni
da pesca che, chiaramente, si preparavano
a
salpare. La presenza a bordo di donne, bambini ed animali mi diceva che
erano profughi ... quindi non comunisti e stavano scappando, ... proprio
come me !. Uscii allo scoperto e, camminando nell’acqua, li
raggiunsi. Le donne ed i bambini che giocavano sulla spiaggia fuggivano, li
spaventai, ... già dovevo essere impresentabile ! Erano gente
pacifica ed io ero armato fino ai denti, mi preparavo a vendere cara la
pelle. Usai un linguaggio universale, andai verso quello che sembrava il
gruppo degli "anziani del villaggio" tenendo il Fucile alto sopra
la testa. Mi fermai e dissi solo : I’m
friend, ... were are you going ?.
Vous
n’est pas un Américain !
- rispose il più anziano, in uno stentato Francese. Ouì,
Monsier, je ne suis pas un Américain, je suis un Italien
- dissi io - ...
en transit pour l’Italie !
Aggiunsi,
alla loro sorpresa, facendoli ridere. Ma questo non cambiava la mia
situazione. C’erano due Giunche Cinesi e tre Sampan ed, a colpo
d’occhio, avrebbero affrontato il mare navigando al limite della linea di
galleggiamento. (Giunche
Cinesi
e
Sampan)Indovinando
i miei pensieri, qualcuno aveva impugnato vecchi fucili da caccia, ma non
avevo alcuna intenzione di fare la guerra a donne e bambini per ... "fuggire".
Lo feci capire offrendo la mia borraccia vuota al capo villaggio. La prese
e me la riconsegnò, di li a poco, piena d’acqua ; una donna, nel
frattempo, mi aveva dato da bere acqua di cocco (era bello essere di nuovo
in mare, ma l’acqua del fiume la potevo bere, quella del mare no). Andai
a sedermi all’ombra. Non so cosa avrei fatto, ma, di sicuro, non li avrei
obbligati a portarmi con loro, avrei continuato verso Sud ... chissà !
e se no ...
Ave !.Assistei
a tutti i preparativi,
avevano imbarcato anche i cani, (ma perché li mangiavano). Tentavano ormai
da tempo di far partire i motori senza riuscirci, quando mi alzai per
raggiungerli. Stando nell’acqua spiegai loro come fare, ma era inutile. Il
capo mi fece cenno di provarci io.
Salii e riuscii a far partire il motore ... era un vecchio motore Francese
dell’epoca coloniale (forse un Berliet ! ?) con avviamento a
cartuccia esplosiva e manovella. Se non si dà un colpo deciso e preciso,
al momento giusto, non esplode ...
che
Dio lo benedica !.
Se li erano procurati chissà dove per lasciare il Vietnam. Per la pesca
usavano le vele, ma per traversare il Golfo del Siam fino alla penisola di
Malacca gli anziani avevano "saggiamente" deciso di superare le
bonacce (niente vento), attrezzando di motore le due Giunche che avrebbero
trainato i tre Sampan. Un
bel convoglio di incoscienti non c’era che dire.
Mi trovai proprio a mio agio tra loro ! Sulla Giunca, ammassati come
topi, fu fatto posto anche a me (avevo trovato imbarco da macchinista !).
(Sampan)
Potei
capire che erano tutti diretti nella penisola di Malacca dai loro Parenti.
Seppi in seguito che persino navi Italiane si trovavano in quelle acque per
raccogliere i profughi, ma non fui così fortunato. Impiegammo sette giorni
a traversare il golfo della Thailandia e raggiungere la Penisola di
Malacca. Da lì, uno dei loro parenti mi aiutò a raggiungere la ferrovia
del Sud Est Asiatico (era stata fatta dagli Inglesi e congiungeva Bangkok
con Singapore). Feci un lungo viaggio di circa 500 Kilometri (il treno
impiegò quasi due giorni!) attraverso la foresta Malese fino a Singapore
dove potei darmi una ripulita in un buon Hotel. Vendetti le armi e
l’equipaggiamento e, con quello che avevo in tasca, trovai imbarco per
l’Egitto e poi in Italia. A
Roma feci rapporto al Generale,
consegnai le piastrine "superstiti" dei miei commilitoni caduti
(non erano 19, ne avevo perse alcune negli spostamenti e credo di ricordare
che ne riportai in Italia 12) e seppi che anche altri erano rientrati.
In
Italia, Giornali
e Telegiornali davano la notizia che Saigon
non era ancora caduta o, più precisamente, dicevano che stava cadendo in
quei giorni. Potei vedere le immagini alla TV, quindi era vero ... o no!?.
Si vedevano sparatorie tra Marines e i Guerriglieri di Giap, strada per
strada, a Saigon. Gruppi di Guerriglieri stavano attaccando l'Ambasciata
Americana ed i Marines resistevano per dare tempo alla Marina di evacuare
completamente la Città ... Il
piano di Giap e del Vietminh!
Ma, potendo disporre delle sole avanguardie, quelle da sempre presenti
intorno a Saigon e, con il grosso dell'Armata impossibilitato ad
attraversare il Me-Kong, nè a scendere dall'Annam, il grande assalto a
Saigon del 10
Febbraio 1975 e
l'offensiva del Tet '75, il terribile piano che prevedeva il massacro di
tutte le forze Americane e Sud Vietnamite confluite su Saigon, non potè
essere messo in atto. Non
avrei davvero voluto essere nei panni di quelle sentinelle (o dovrei dire:
biscazzieri!?). Tuttavia, dalle notizie che venivano diffuse, potei capire
che "Caio
Giap Cesare" (così
lo chiamammo dopo aver visto di cosa era capace, anche nelle progettazioni
delle opere dei suoi genieri ... proprio come il "nostro" Cesare)
non si perse d'animo: le forze che dal Nord dovevano attaccare Huè,
come diversivo all'accerchiamento di Saigon, furono, sicuramente,
rinforzate dalle riserve dirette a Sud; quelle presenti nei
"Santuari", frattanto, dovevano essere state impiegate in una
marcia forzata per risalire a Nord- Est e passare il confine nel tratto che
costeggia l'Annam ed attendere, fiduciosamente, la rotta dell'esercito Sud
Vietnamita che, secondo Cesare Giap, non
sarebbe mancata ...oppure,
erano una forza
pronta ad essere impiegata per attaccare, "anche"
alle
spalle, l'Armata degli Nguyèn del Sud!. Non aveva più scampo nessuno
laggiù! Come i Galli del "de
Bello Gallico"
e Pompeo, dopo che l'altro Cesare lanciò quei dadi!. "Alea
Iacta Est, Caesar Giap!"
... se avesse rallentato l'offensiva su Huè,
per attendere di ripristinare la "via
Ho-Chi-Minh",
sarebbe stato sconfitto: l'Armata Americana avrebbe lasciato, ai Sudisti,
armi e mezzi a sufficienza per contrattaccare ed il suo momento sarebbe
passato, ma
non fece errori ... per questo vinse!
Noi, comunque, portammo a termine la nostra missione e non
ci fu alcun massacro
...a
parte il nostro! La
guerra del Vietnam stava finendo nell'unico modo possibile!
Fui
lasciato libero solo pochi giorni, fino a fine Aprile ‘75.
In Angola la "Colonna Libertad", che avevamo addestrato l’anno
prima, era impegnata in combattimenti con altre formazioni guerrigliere che
si contendevano l’Angola dopo l’abbandono del Portogallo. La Missione
ricevuta voleva che tentassimo di formare un fronte comune con tutte le
forze Anti Comuniste presenti in Angola, il nome in codice rimase: "Primavera
dei Garofani di Luanda".
N.d.R.: Alcuni visitatori mi hanno scritto gradite lettere dicendomi che è incredibile quanto hanno letto su The Real History of Gladio, in quanto nessun giornale Italiano ha mai riportato una sola notizia di quanto hanno letto in questo sito. Devo dare atto che è così, ma, del resto, nella pagina "I giornali Italiani" Noi stessi ci meravigliavamo delle menzogne che leggevamo sui giornali!. Viene considerato incredibile soprattutto che i capi militari e politici del