FISICA/MENTE

 

http://www.zaratustra.it/ 

 

Documento Gladio

 

Memoriale di un Gladiatore

Missioni Segrete Estere

 

 

Missioni Estere Gladio 1974-1991

 

1) - Nel Maggio 1970 ...

2) - Primavera dei Garofani.

3) - Operazione Tet.

4) - Primavera dei Garofani di Luanda.

5) - I Giornali Italiani.

6) - Operazione Beirut.

7) - Operazione Aden.

8) - Operazione Stefano.

9) - Operazione Alexandria.

10) - Operazione Leningrado.

11) - Operazione Costanza.

12) - Operazione Speranza.

13) - Modulo Kennedy.

14) - Operazione Tripoli.

15) - Operazione Akbar Maghreb.

16) - Operazione A.M.: Guerra del Pane.

17) - Cancellazione.

18) - Morte del Generale Manuel Ochoa "Silverado".

19) - Diffamazione e Calunnia.

20) - L'Ultima Missione.

21) - Antenati

 

 

Premessa al memoriale

 

 

Nel 1997 un certo Antonio Arconte registra un sito internet su cui pubblica pochi giorni dopo la sua travagliata storia sotto forma di memoriale. Non è una storia come tante, si tratta del vero e particolareggiato racconto della vita di un gladiatore, sin dagli inzi del reclutamento (appena sedicenne), fino alle più rischiose operazioni militari segrete, e la cancellazione finale da parte dello stato che cerca di insabbiare più in fretta che può questa scomoda organizzazione. Arconte racconta dell’addestramento durissimo nella base di Poglina, le prime missioni atlantiche, cita sotto riconoscibili pseudonimi i più alti vertici dello stato militare dell’epoca: Santovito, Miceli, Maletti, Hanke, Borghese. Per la prima volta viene alla luce che Gladio ha svolto operazioni militari all’estero: in Vietnam durante la guerra coi vietcong (a cui afferma partecipò addirittura il “terrorista di stato” Nardi), in Portogallo, in Libia per rovesciare Gheddafi, in quasi tutto il corno d’Africa, persino a Leningrado. Ma ci sono cose che Arconti non dice, se non dopo un tentativo di omicidio che subisce e lo spinge a rivelare al periodico GQ elementi nuovi e eclatanti: il rapimento Moro, Ustica, il caso Raul Gardini, i falsi “suicidi-omicidi” dei suoi commilitoni, il tentativo di zittirlo con le buone (una “persecuzione giudiziaria” riconosciuta persino secondo il Tribunale dei diritti dell’uomo di  Bruxelles) e con le cattive (minaccie di morte e un tentato omicidio), le lettere di Craxi e parla dei suoi superiori senza più usare pseudonimi.

Arconte dice di essere stato un fedele servitore della Nato e della democrazia, e probabilmente è in buonafede, ma aggiunge (con buon fegato) di aver operato per l’affermazione di una società dal modello Ateniese, ed è convinto che le missioni a cui ha partecipato siano state attuate solo in chiave anti-comunista. Non si accorge o forse finge di non sapere, di aver operato per un’organizzazione militare clandestina in mano ai servizi segreti deviati e alla massoneria golpista (come è stato appurato in sede giudiziaria, parlamentare e storiografica).

Allora perché Arconte viene perseguitato? Perché Arconte è uno che sà. Non le rivela ma evidentemente è in possesso di informazioni ancora più segretissime soprattutto di operazioni militari “interne” (quelle più legate alla strategia della tensione e alla loggia p2) che potrebbero renderlo pericoloso agli occhi di quegli altissimi “mandanti” militari e politici che in quegli stessi anni tessevano le loro trame eversive golpiste e che ora cercano frettolosamente e brutalmente di nascondere quegli inequivocabili scheletri dall’armadio del loro passato nient’affatto remoto. Invece con chi se la prende Arconte? Se la prende coi soliti comunisti.  Arconte è un militare, di quelli vecchio stile da Guerra Fredda, ha combattuto per quindici anni (rischiando la vita ogni volta) contro il Comunsimo e oggi non riesce a capire che il Muro è crollato, che il KGB ha inesorabilmente chiuso i battenti e che se c’è qualcuno che ha avuto e ha tuttora interesse ad ucciderlo è proprio quella elitè politico-militare che per anni lo ha addestrato, pagato e infine congedato senza prevedere che un giorno lui disobbedisse al primo comandamento Gladio (mai rivelare la propria identità e far menzione ad alcuno delle missioni militari).

Come militare però non scherza, partecipa a tutte le missione estere segrete e ne esce sempre vivo. Si tratta di missioni suicida, dove il rischio di morire in battaglia è elevatissimo, forse è proprio questo che rende il memoriale dell’Arconte ancora più prezioso e valido. Infine viene da chiedersi, perché Arconte parla? perché non tace come fanno gli altri veterani di Gladio? Forse perché l’Arconte più di altri ha pagato a caro prezzo il peso della doppia identità, ha visto quasi tutti i suoi compagni di Decuria morire sui campi di battaglia di mezzo mondo, e proprio non ci stà a vedere i soliti comunisti  (che all’epoca erano entrati al governo) screditare i gladiatori dalle pagine dei giornali. O più semplicemente ha bisogno di contanti. Infatti dopo la chiusura di Gladio, lo stato ha secretatato le schede delle migliaia di gladiatori del secondo, terzo e quarto livello, e automaticamente ha annullato i buoni del tesoro con cui venivano in gran parte pagati, poiché costituivano la prova del legame tra stato e “stato occulto” e provava che  nonostante Gladio fosse un’apparato militare costosissimo al di fuori delle regole delle democrazie occidentali, in realtà veniva finanziato democraticamente da tutti gli italiani. 

N.B.: Segnaliamo al lettore di non prendere come verità assolute ogni rivelazione dell’Arconte, soprattutto quelle rivelazioni a cui Arconte è venuto a conoscenza in maniera indiretta. Informazioni che gli giungevano a volte palesemente false, a volte parzialmente vere, dai suoi superiori (il piano di Disinformazione era sistematicamente applicato a tutti i gladiatori per renderli più “malleabili” agli ordini e rientrava nei piani di addestramento psicologico).  Quel tipo di informazioni escludeva infatti qualsiasi tipo di coinvolgimento degli Usa, dei servizi segreti italiani, della P2, di Gladio, negli affari sporchi internazionali, scaricando ogni volta tutte le  responsabilità sul dittatore comunista di turno: Castro, Gheddafi, Bourghiba, Kruschev…

 

Simone Falanca

  

Memoriale di un Gladiatore

 

Scrivo questa storia ad Ajaccio, in Corsica, in questo 10 Febbraio 1997, anniversario del Tet dell'anno della Tigre di legno, (1975), per evitare che, con la mia morte, la cancellazione mia e dei miei commilitoni giunga a compimento e di noi non restino altro che le diffamazioni e le calunnie che ci sono state riservate in questi anni di infamie. Se morirò prima di essere riuscito a portare a termine la mia ultima missione, affido a Voi, popolo di Internet, la nostra storia, quella vera !. La storia delle tre Centurie dei Gladiatori di Stay-behind Italia. I Gladiatori del S.I.D : ciò che furono e ciò che ne è stato ! !

Dio perdoni chi ci ha cancellato ... io non posso ! La storia che vi racconto è incompleta, non posso raccontarvi ciò che non so. Posso narrare, per filo e per segno, le operazioni della II° Centuria di Gladio detta "Lupi" e più dettagliatamente della IX° Decuria di cui facevo parte e ... la vita di G.71 VO 155 M (G.stava per Gladiatore ed M per Marina Militare Italiana) . Ciò perché io ero Lui ... prima di essere cancellato, con tutti noi!. Perdonate qualche errore di grammatica, noi eravamo addestrati a combattere dietro le Linee nemiche e ad imparare presto ad usare qualsiasi tipo di arma, anche e soprattutto quelle del nemico. Ma, del nostro addestramento, non faceva parte lo scrivere !, non veniva considerata un arma e, ancor meno, un arma del nemico !. Con la Nostra storia Vi dimostrerò, invece, che mai arma fu più subdola e mortale. Si sbagliavano quanti ci addestrarono ... avrebbero dovuto insegnarci a scrivere o, perlomeno, garantirci scrittori amici. Cosa che non si preoccuparono mai di fare. Io, ultimo (e forse unico) sopravvissuto di Gladio, ho dovuto imparare a farlo e, credetemi, mai un compito mi fu più arduo, mai un impresa fu più disperata, mai le forze più impari !. Ho dovuto anche imparare i Codici della Legge e dei Diritti per i quali ci siamo battuti con Onore sui campi di battaglia di mezzo mondo ... e scoprire che coloro per i quali ci siamo battuti non li conoscono, li umiliano violandoli sistematicamente e vendendo la Patria al miglior offerente ! Ho imparato tutto questo. Ho dimostrato a me stesso, facendo Onore a chi non c’è più, che per Noi nessuna impresa era ed è impossibile ... e del ritorno chi se ne frega ! Solo ... se morirò anch’io ... cosa resterà di Noi ! ? Solo quello che "Loro" hanno scritto ! ? Per questo ho imparato ad usare il Computer. Per questo ho imparato ad usare Internet. Per questo, come potrete leggere, ho denunciato l’Italia, ai sensi degli Artt.13 e 25 della Convenzione Europea per i Diritti e le Libertà fondamentali dell’Uomo di Strasburgo, per la violazione dei miei Diritti e per tutti gli abusi commessi dai Pubblici Ufficiali di questa Italia che non riconosco certo come mia Patria, ma come "Loro" Patria. Leggerete che questa mia ultima missione dura ormai da anni, ... da quando fui cancellato. Cancellazione certo più comoda e conveniente, ... piuttosto che pagare gli arretrati e le liquidazioni spettanti !. Tuttavia, non ebbi motivi provati per denunciare il saccheggio delle Nostre spettanze. Ma, dice il proverbio : "il Lupo perde il pelo, ma non il vizio !".

"Quei Lupi" ... non hanno perso il vizio del saccheggio ed hanno continuato con i miei beni di famiglia. Ormai vittoriosi, non si sono preoccupati nemmeno di non lasciare tracce dei Loro delitti. "Questo Lupo" ... non ha perso il vizio di battersi a morte contro i Tiranni ed i loro servi ... e così sia ! Ma se morirò prima di aver vinto ottenendo Giustizia, i traditori codardi ed assassini della Patria, li avrai conosciuti anche Tu ! ! !. La somma che ti viene richiesta è un contributo alle spese. Nessuno mi aiuta in questa guerra, gli Avvocati mi sono costati un occhio e ancora ne avrò bisogno ed anche Internet ha i suoi costi ed io ...Non ho nessuna intenzione di arrendermi ! ! !

Inoltre, vorrei costruire un monumento funebre alla Nostra memoria e di tutti i caduti per la Libertà e la Democrazia! Se ce la farò ... ad Alghero!

Del S.I.D, durante i corsi, ci fu detto che suo compito Istituzionale era :"Assolvere ai compiti informativi (III° Centuria "Colombe") e di sicurezza per la difesa, sul piano Militare (I° Aquile e II° Lupi), dell’Indipendenza e dell’integrità dello Stato da ogni pericolo, minaccia o aggressione. Le attività principali sono l’offensiva e la difensiva ..." (e non è ciò che abbiamo fatto ! ?). Nelle pagine che seguono, leggerai che è proprio ciò che Noi abbiamo fatto : il nostro dovere verso la Nostra Patria e ... ci è costato caro !.

Della N.A.T.O "North Atlantic Treaty Organization", durante i corsi, ci fu detto che era stata costituita allo scopo di assicurare, in conformità e a integrazione delle finalità e dei principi della Carta delle Nazioni Unite, la sicurezza internazionale e il benessere dei rispettivi Paesi. In sostanza, si mirava a fronteggiare, con l'aiuto Americano e attraverso una preordinata collaborazione soprattutto militare, l'eventuale espansione della potenza Sovietica verso l'Europa Occidentale. Ci fu anche detto che, la "Guerra fredda", per Noi, sarebbe stata calda, anzi caldissima! e negli anni che seguirono ci fu dimostrato quanto erano veritiere queste parole. Nelle pagine che seguono, leggerai che, anche in questo, sui campi di battaglia di mezzo mondo, Noi facemmo il nostro dovere verso la Nostra Patria e ... ci è costato altrettanto caro!.

Nel Maggio 1970, compiuti 16 anni, come tutti i primogeniti maschi della mia famiglia, mi arruolai volontario nell’Esercito Italiano. Nell’Estate dello stesso anno, nella scuola Militare S.A.S di Viterbo, nell’Aula Magna della Scuola, ci fu un concorso, ed io fui selezionato da Ufficiali del S.I.D. (Servizio Informazioni Difesa) per i "Reparti Speciali". Non mi fu detto quali, ma accettai. Mi si fece concludere il corso di addestramento in quella scuola. Trasferito, dopo il corso, alla Cittadella Militare della Cechignola a Roma, caserma Trasmissioni, dove imparai ad usare i mezzi di radio comunicazione dell’epoca, mi fu ordinato da un alto Ufficiale del S.I.D. di fare domanda di proscioglimento dalla ferma volontaria, la quale, anche se non prevista dai regolamenti, sarebbe stata accolta. Avrei dovuto presentare domanda di arruolamento volontario in Marina Militare, dove si sarebbe completato il mio addestramento con l’apprendimento della qualifica di Macchinista Navale. Non mi fu spiegato perchè, ma obbedii. Furono accettate, contemporaneamente, le mie domande di proscioglimento dalla ferma volontaria nell’Esercito e quella con la quale chiedevo l’arruolamento volontario a Maripers.

Nell’Estate 1971, dopo una visita all’Ammiragliato di La Spezia "dall’Ammiraglio Henke", fui inviato alle scuole C.E.M.M. della Maddalena, in Sardegna, dove iniziai il corso da Motorista e Macchinista Navale. Fui iscritto anche alle matricole della Gente di mare della Marina mercantile al n.16200 CA. Durante quel Corso, periodicamente, venivo condotto in un campo Militare sui monti intorno alla base di Poglina, vicino ad Alghero. Iniziava così un corso di addestramento parallelo ed una doppia identità anche all’interno delle forze Armate Italiane. Insieme ad altri miei coetanei frequentavo corsi di perfezionamento alle tecniche di guerriglia e sabotaggio in azioni da commandos, ipoteticamente, condotte dietro le linee nemiche. La parte più dura, ma anche quella che veniva definita "fondamentale" al superamento delle varie fasi del corso, consisteva nell’essere lasciati nel territorio montuoso tutt’intorno al campo con l’unico possesso di un "Gladio", così veniva chiamata la baionetta, più lunga e robusta di quelle in dotazione alle forze Armate Italiane. Ci venivano date 24 ore di vantaggio, dopo di che venivamo cercati dai gruppi cinofili ed elicotteristi che, "contemporaneamente", ignari, svolgevano addestramenti ed operazioni Anti-sequestri. Non dovevamo essere ritrovati e/o segnalati, nè chiedere aiuto ... acqua e viveri ad alcuno, nè rientrare al campo prima che fossero trascorsi dieci giorni. Dovevamo temprare il corpo alla resistenza e ci immergevamo d’inverno nelle acque del mare sotto le scogliere. L’unico sistema concesso per non gelare era la lotta tra noi ... e lottavamo per ore, anche dimostrando la nostra abilità nel riuscire ad impedire che le onde, sempre molto forti in quelle scogliere, ci sfracellassero sugli scogli. Non superare queste prove significava essere considerati "non idonei" e rientrare nei rispettivi reparti. Ci era fatto divieto di identificarci tra noi in maniera diversa dal numero di matricola e di fornire gli uni agli altri, notizie utili all’identificazione. Io ero G.71 VO 155 M (G. stava per Gladiatore, 71 era l’anno del corso, M. per Marina Militare, VO stava per Volontario e 155 era il mio numero personale, ma, essendo il "cucciolo", cioè il più giovane dell'ultimo corso, per tutti fui G.71). Superai quei corsi ed anche quello da Macchinista Navale. Fui inviato a La Spezia per il tirocinio sulle navi della Squadra (dovevo imparare a fare il macchinista navale e lavorare in sala macchine). Lo feci ... e feci anche molti giorni di C.P.R. (cella di rigore) perchè la Spezia era piena di belle ragazze ed io dimenticavo spesso (ogni volta che capitava l'occasione!) di rientrare a bordo!

(Tre Donne: Tre Colombe?)

Nel mese di Novembre 1973, dovevo essere impiegato in una Missione all’Estero, la prima. Dovevo presentarmi alla base di Aviano dove avrei avuto Ordini sulla destinazione e gli obiettivi della Missione. Da indiscrezioni su ... radio G. (Gladio), seppi che dovevamo raggiungere una base nel Sud della Sicilia in aereo. Da lì la II° Centuria avrebbe dovuto raggiungere, con mezzi navali, il Golfo della Sirte fino al limite delle acque Internazionali, poi, con i gommoni, la spiaggia di Bengasi ed una pista d’atterraggio con aeroporto militare e stazione radar, alle spalle della città (un altro obiettivo era una pista d'atterraggio circa 5 Km. alle spalle di Sirte, ma era un obiettivo delle Aquile e non ne sapevo di più). Saremmo stati aiutati dai ribelli Libici che stavano tentando di rovesciare il regime del dittatore Libico ed instaurare una Democrazia. Una volta preso l’aeroporto, saremmo stati raggiunti dalla I° Centuria ed avremmo dovuto convergere su Tripoli, più precisamente, verso un campo nomadi dove, i ribelli, ci avrebbero guidato verso la tenda di Muhammar Gheddafi. Il tutto nel massimo silenzio !. Pare che il numero 1 (il Generale, nostro Comandante) volesse fare un improvvisata al Colonnello Gheddafi che, in quel periodo, si diceva che avesse bisogno di una "pettinata !" (queste però erano spacconate ... o no !?). Era vero, però, che in quegli anni, Gheddafi lanciava continue minacce di atti terroristici contro l’Italia ed era opportuno che capisse, secondo il nostro Comando, che nessuno aveva intenzione di tollerare le sue aggressioni. Ricevemmo un contrordine : l’aereo sul quale ci saremmo dovuti imbarcare era stato "abbattuto". Così ci fu detto dal Generale Comandante, il numero 1, quello che dava gli ordini, (di persona o al telefono, dopo avermi identificato recitando il mio numero di Matricola) a me come a tutti i miei commilitoni. Ci disse che eravamo stati traditi, che dovevamo essere tutti morti su quell’aereo e che solo un contrattempo dell’ultim’ora ci aveva salvati !. Infatti, il primo ordine ci voleva imbarcati su quell’aereo a Napoli, e poi diretti ad Aviano, per imbarcare l’equipaggiamento ed altro personale. Altri ancora, le Aquile, le avremmo imbarcate a Pisa sulla rotta verso la base in Sicilia (forse Augusta). Sentii dire in quei giorni che la nostra Missione era necessaria per impedire che il Regime filo Sovietico della Libia di Gheddafi, portasse a termine l'Unione con la Tunisia di Alì Ben Bourghiba. Pare che questa Unione (disastrosa per il quadrante Sud della Difesa del Mediterraneo) fosse preparata per i primi mesi del 1974 e che, la stessa, fosse organizzata e seguita passo dopo passo dai migliori agenti del K.G.B. Sovietico che avevano anche già scelto l'ubicazione di alcune nuove basi aeronavali sulle rive del Mediterraneo Libico-Tunisino.

In seguito a questa infausta vicenda mi fu detto che sarei stato "congedato" (previa la mia solita richiesta) con il contingente di leva del I° ‘52, che si congedava a Dicembre del 1973. Obiettai che: "se fossi stato di leva, essendo nato il 10 febbraio 1954, sarei stato del I° ‘54 che ancora non era stato nemmeno "chiamato". Mi fu ordinato di attenermi alle disposizioni impartitemi e così feci. Fui congedato con il I° contingente del 1952 il 14 Dicembre 1973 a La Spezia. Dovetti recarmi a Roma, al Ministero della Difesa Ufficio X° al Primo piano. Lì, il Generale, "numero 1", mi presentò gli altri componenti della II° Centuria di Gladio detta "Lupi": 70 ... 69 ... 68 ... etc. Conoscevo di vista solo quelli della IX° e X° Decuria perché ci eravamo addestrati insieme. Ero inserito nella IX° decuria. Le Centurie erano : la detta delle Aquile, perché era composta da Aviatori, Elicotteristi, Paracadutisti e roba simile ; la II° detta dei Lupi, perché composta da uomini provenienti dalla Marina e dall’Esercito; la III°, detta delle Colombe, perché composta anche da donne e non veniva impiegata in operazioni di combattimento in prima linea o oltre le linee, ma per informazioni ed assistenza logistica. Ci fu consegnata in quella occasione una piastrina d’acciaio (con i primi soldi me la feci rifare di platino, ci tenevamo molto!) sulla quale era incisa la Matricola ed il gruppo sanguigno di ognuno e ci furono impartite le istruzioni: il numero di telefono era di una segreteria telefonica e mediamente ogni settimana, se non impegnati in missioni, bisognava chiamare per ricevere istruzioni. Solitamente un indirizzo dove presentarci "ovunque fosse!". Prima di partire per le Missioni si salutava:

"AVE ITALIA MORITURI TE SALUTANT" (per questo venivamo chiamati Gladiatori). Questo ci veniva insegnato fin dalle prime lezioni dei corsi sui monti di Poglina, per ribadire che, dalle Missioni, il ritorno era un imprevisto e, Noi, lo avevamo accettato!. Ci fu insegnato che gli ordini sbagliati non si eseguono e che sono sbagliati tutti gli ordini che violano le leggi di guerra e di pace, i Diritti Umani ed il codice d’Onore di Gladio. Il Codice d’Onore di un Gladiatore vieta la resa, il saccheggio, lo stupro ed ogni azione infamante di questo genere. Impone di combattere a morte la Tirannia e chiunque la serva, ovunque e comunque. I Gladiatori hanno giurato fedeltà all’Occidente Democratico ed all’Italia membro della NATO. Nessuno può violare o modificare questo Giuramento. In nessun caso è permesso di farsi identificare per chiedere aiuto, nemmeno ai Consolati ed Ambasciate Italiane all’Estero. Chi cade prigioniero durante una Missione, in nessun caso deve rivelare la sua identità. Ogni Gladiatore è Ufficiale Comandante di se stesso. Durante le operazioni si obbedisce a chi è stato designato per il comando. Caduto questo, assume il Comando il più anziano. A Missione compiuta, se è necessario prendere decisioni dalle quali dipendono la vita e il destino di ognuno, si indirà un Assemblea dei Gladiatori durante la quale, assunte tutte le informazioni necessarie e disponibili, e sentito il parere di ognuno, si metterà ai voti per alzata di mano. La Decisione, così assunta, avrà valenza di ordini sul campo come da Leggi di guerra. Detto questo, il numero Uno ci diede appuntamento per il giorno dopo in Piazza Venezia, sulle scalinate dell’Altare della Patria alle ore 09.00. Fummo tutti puntuali, c’era la IX e la X Decuria al completo : venti Gladiatori ... tutti in borghese. Presumo tutti "congedati" come me, ma nessuno lo disse ed io nemmeno. Ricordo che mi venne da ridere pensando al divieto di farsi identificare anche per ciò che riguarda la provenienza : c’erano tre Italo- Eritrei, quattro Italo- Somali e, per quanto riguarda gli Italiani "Italiani", bastava che aprissimo bocca per farci riconoscere. Dissi a G.70 : Infilaci almeno un "ostregheta ciò" tra tutti quei "minchia e bedda matri !". Ridemmo tutti a crepapelle ... l’accento e le espressioni dialettali erano un problema di tutti. Il numero Uno arrivò qualche minuto dopo di noi, in abiti civili, salì le scale senza guardarci e lo seguimmo fino in cima. Tra le colonne si fermò. Attese in silenzio che ci raggiungesse un altro, in Borghese anche lui, dimostrava circa 60 anni, non aveva niente che lo identificasse, ma sembrava esattamente quello che era : un cappellano militare. Lo dimostrò, infatti, iniziando a recitare il "Requiem aeternam" in Latino. Era la preghiera per le anime dei morti, la conoscevo perché mio Padre, da bambini, era l’unica preghiera che ci faceva recitare, ogni sera, prima di addormentarci. Per le anime dei morti - diceva il mio vecchio, ma non la ricordavo più ! . Il numero Uno la stava recitando ed anche noi iniziammo a farlo. Per chi morirà senza conforto - disse - ha avuto qui il suo funerale ... requiem stat in pax. Amen - dicemmo tutti in coro. (Come mi insegnò il mio povero Babbo, ...però, non trascurai di toccare ferro agguantandomi le palle). "E’ una sana abitudine !, io sono scampato così alla guerra d'Etiopia ed alla prigionia in Kenia, sul Lago Vittoria" - diceva sempre il mio vecchio. Colpimmo il petto col pugno destro e tendendo il braccio salutammo :Ave Italia Morituri te salutant. (...Sarà per questo che ci definivano fascisti ?. Una bella sciocchezza, era il saluto Romano dei Gladiatori a Cesare, prima di iniziare i combattimenti e la Repubblica Romana, a cui ci ispiravamo, era Democratica, non fascista!. Rituali, forse sciocchi, ma sulle tradizioni si reggono tutti gli eserciti, anche i reparti piccoli come il nostro e ... noi ci credevamo grandi, grandissimi !). Alla fine il cappellano ci benedisse e ci salutammo tutti stringendoci la mano. Mi fu detto in quell’occasione che, in assenza di ordini, dovevo svolgere la mia attività di Macchinista Navale presso la Marina Mercantile e che, di volta in volta, all’occorrenza, mi si sarebbe indicata qualche compagnia di Navigazione "Amica" e la nave diretta verso il "teatro delle operazioni". Nella Primavera del 1974, la mia Centuria ricevette la prima Missione. Nome in codice : Primavera dei Garofani.

 

 

"Primavera dei Garofani". La metà delle decurie raggiunsero Lisbona per garantire il successo della "Primavera dei Garofani di Lisbona" che doveva rovesciare la Dittatura degli Oligarchi di Caetano Marçelo, ostili alla Politica dell’Europa Occidentale e della Nato, oltre che avversari delle politiche di Democratizzazione delle Colonie Africane(nel 1974, ci fu una grave crisi interna all'Alleanza culminata con l'uscita della Grecia dopo l'attacco Turco a Cipro ed anche il Regime di Caetano, viste le insistenze della Nato per l'attuazione di Riforme sulle politiche verso le colonie Africane, minacciava di uscire dall'Alleanza). In caso di insuccesso dovevano proteggere la vita del Generale de Spinola. La VI° VII° VIII° IX° e X° decuria furono inviate in Angola per la "Primavera dei garofani di Luanda", Missione: Organizzare la resistenza ed addestrare alla Guerriglia volontari Angolani in previsione della caduta dell’Impero coloniale Portoghese e delle mire espansionistiche Sovietiche in Africa Occidentale. Truppe Cubane ed Istruttori Sovietici avevano tentato più volte di prendere il potere in Africa Sud Occidentale.

(Volontaria Portuguesa:Rita )

Il numero Uno era certo che non si sarebbero fatti sfuggire l’occasione della smobilitazione dell’esercito coloniale Portoghese per tentare di nuovo. Durante tutto quell’anno la Missione fu eseguita con successo. Circa 2.000 Volontari Angolani (tra ragazzi e ragazze) formarono una Colonna unitaria con l’appoggio sul territorio di forze politiche Democratiche e Liberal-Socialiste Anti Sovietiche. Fummo inviati lì come Istruttori militari. Quel periodo è una storia troppo lunga ed io non sono certo di saperla descrivere in maniera comprensibile e non noiosa. Infatti, si trattò per lo più di insegnare ad operai, contadini, studenti ed intellettuali, ( in una parola : alla popolazione civile), a non spararsi nei piedi ; a non farsi cadere addosso le bombe a mano ; a non abbattere (per sbaglio) a fucilate il vicino, a non aver paura degli scoppi ! ? ... ed un minimo di Arti Marziali. Non fu davvero un compito facile, ma il loro entusiasmo era contagioso. Avevano molta fede nella possibilità di riuscire, finalmente, a mantenere Libera e Democratica la loro Patria, l’Angola. Ricordo sempre la prima volta che vidi l'altopiano del Bihe in tutto il suo splendore. La volta lussurreggiante della Jungla, fitta e verdissima, si estendeva sotto un cielo che iniziava a ribollire di colori, mentre il sole annunciava un nuovo giorno. Uno strato pesante di nebbia grigia, come una corona di cemento sospesa, cingeva le cime delle montagne che, di quando in quando, interrompevano l'altipiano del Bihè. Presto il sole avrebbe cominciato a diffondere il suo calore in tutto l'altopiano. L'umidità sarebbe diventata soffocante come una coperta calda e bagnata, avvolta intorno alla testa. Eppure, in quei giorni felici, durante l'addestramento , tutto sembrava calmo, tranquillo e straordinariamente bello. Niente lasciava presagire che, presto, molto presto, tutte quelle armi sarebbero servite per la guerra più lunga e feroce che quella parte d'Africa ricordi. Terminato l’addestramento misero ai voti il nome da assegnare alla loro formazione e la chiamarono : "Colonna Libertad". (In Onore di non so chi, ... forse un Portoghese-Brasiliano.)

(Volontaria Portuguesa)

Lasciammo l’Angola nel Dicembre di quell’anno a bordo di un Mercantile che ci portò a Cape Town in Sud Africa, prima di fare rotta per Genova (ero rientrato in Italia solo una volta, in aereo, per una breve licenza di 20 giorni, nel mese di ottobre, perchè mia madre stava male). Ci presentammo a Roma a fare rapporto (ed a ritirare gli stipendi arretrati, per la parte che non accantonavano in Titoli di Stato ... "per gli eredi eventuali". Facemmo baldoria sapendo che anche la parte "Portoghese" della missione era pienamente riuscita. L’Oligarca Caetano Marçelo era riparato in Brasile e le truppe dei giovani Ufficiali dell’esercito Portoghese, con un garofano rosso infilato nelle canne dei fucili (una trovata per non spaventare la popolazione civile e fargli capire che era un colpo di stato per instaurare la Democrazia in Portogallo e non contro il popolo) erano entrate a Lisbona, esattamente il 25 Aprile del 1974. Era la nostra prima Missione ed avevamo tutti paura di sbagliare.

L'"Isola sul Me-Kong Hau-Giang

Passai il Natale ed il capodanno 1974-75 con mia Madre e mio Padre. Fui libero fino a fine Gennaio 1975. Fui chiamato all’Ufficio X° a Roma . Là fummo informati che in Vietnam era in corso una grande offensiva contro l’Armata Americana che stava già smobilitando e ritirandosi da Saigon in seguito agli Accordi di pace. Secondo le informazioni raccolte dalla III° Centuria delle "Colombe", alcune Divisioni Corazzate Viet-Kong, attraverso la Cambogia, al riparo dagli attacchi aerei Americani, spostandosi di notte, si dirigevano verso una serie di ponti di barche, preparati da tempo e nascosti tra le rive di diversi bracci del Mekong ; ed alcune Divisioni di fanteria, attraverso la catena dell’Annam, sfruttando Ponti di corde sospesi tra le gole di quei monti, stavano marciando a tappe forzate verso Saigon e la retroguardia Americana. Le Colombe avevano procurato mappe molto precise degli obiettivi, ma non era possibile identificarli e colpirli dal cielo. Da ricognizioni aeree Americane effettuate, infatti, non risultava niente, ed il comando Americano, sotto un pesante attacco, giudicò inattendibili le informazioni delle Colombe. Loro, invece, erano sicure che i Viet-kong, arrivando in Viet-nam dalla Cambogia e potendo utilizzare quei ponti di barche già pronti, sarebbero piombati su Saigon con centinaia di Carri T-54 e centinaia di migliaia di uomini con i quali fare strage della retroguardia U.S.A. Questo piano lo avevano chiamato :"offensiva del Tet" e l’attacco in forze, su Saigon, contemporaneamente, da W-SW, Nord ed E-NE, sarebbe stato sferrato il dieci febbraio 1975. Era l'ultimo giorno dell'anno della "Tigre di legno", poi, sarebbe iniziato l'anno del Gatto di legno e, Vò Nguyèn Giap, era nato nell'anno del "Topo d'Acqua" il più astuto, avventuroso e agile, di movimento e di pensiero, dei segni dell'Oroscopo Cinese, di cui Giap era fanatico conoscitore!

(Annam: Aquile?)

...non avrebbe mai iniziato un offensiva nell'anno del Gatto! ...Ma gli Americani non conoscevano l'Oroscopo Cinese!!!

 

Era stata scelta quella data personalmente dal Generale Vò Nguyèn Giap, membro del Vietminh e Capo dell’Armata Viet-kong, anche perché portò fortuna ai Viet-Kong in tutte le precedenti offensive iniziate in corrispondenza del capodanno Viet, a partire da Dien Bien Phu, contro i Francesi, nel ’54, e ... nessuno è superstizioso quanto Loro ! Io la ricordo con precisione perché era il mio compleanno, 10 Febbraio 1954, anno del Cavallo di Legno Yang. L’America si stava già ritirando da Saigon, stava evacuando gli ultimi reparti ed i civili. L’attacco Viet-kong aveva solo scopo dimostrativo. Volevano dare una lezione agli U.S.A e dimostrare tutta la Potenza del blocco Comunista in Asia. Se fosse riuscito, per tutto l’Occidente Democratico sarebbe stato un colpo mortale, forse la storia avrebbe avuto un altro finale. Questo almeno era ciò che pensava il numero 1.

Aveva informato il capo della C.I.A a Roma di quanto ci aveva detto, ma non era stato creduto e la C.I.A si atteneva ai rapporti delle ricognizioni aeree che davano esito negativo. Il disinteresse mostrato, verso le nostre informazioni, era tale che il numero uno pensava che "qualcuno" desiderasse una strage di Marines, in trappola a Saigon, che avrebbe avuto nell’opinione pubblica Americana, da sempre poco propensa all’intervento militare in Vietnam, gli stessi effetti che ebbe l’attacco giapponese a Pearl Harbour. Nessuno aveva autorizzato la missione che ci proponeva e ce lo disse. Ma avendo, Lui, la certezza assoluta, data dal materiale fotografico in nostro possesso, di quanto preparavano i Viet-Kong e preoccupato per l’effetto che, una simile disfatta, avrebbe avuto in tutto l’Occidente Democratico, chiese volontari disposti a partire. Assicurò un viaggio comodo stavolta, addirittura in aereo ... e nessuno potè dire di no! Questa missione fu chiamata in Onore al Generale Giap : operazione Tet Arrivammo in Viet-nam dopo due scali, era la prima volta che facevo un viaggio così lungo in aereo. Durante il volo ci furono mostrate Mappe e fotografie degli obiettivi. Era incredibile quello che avevano escogitato e realizzato i genieri Viet-Kong : soprattutto era impressionante il "dove" avevano costruito quei ponti sull’Annam che, fotografati dal basso, parevano costruiti tra le nuvole. Senza considerare che erano "mobili", nel senso che, per non farli identificare dalle ricognizioni aeree, erano costruiti in maniera da poterli far scendere lungo i crepacci e renderli completamente invisibili, mimetizzandoli con muschi e cespugli vari, quando non dovevano essere utilizzati. Che dire poi delle "Tane ?" Erano gallerie scavate sotto la Jungla, con ingressi invisibili a chi non ci cade dentro ! ; di quelle avevamo le coordinate geografiche, altrimenti non le avremmo potute trovare mai. Ci fu spiegato che quello che ci veniva mostrato era tutto ciò che chiamavano : la Pista Ho-Chi-Minh. Ci fu detto che i Servizi Americani cercavano la Pista Ho-Chi-Minh da anni senza successo, a parte qualche spezzone di galleria (Tana) che credevano secondaria e che, invece, secondo le "Colombe", era parte di quella pista che permetteva alle truppe Nord Vietnamite di spostarsi indisturbate in territorio Sud Vietnam entrando ed uscendo dal territorio occupato dalle forze Americane ed attaccandoli dietro le loro linee per poi sparire nel nulla ("giustiziando", spesso, chi accusavano di collaborazionismo !).

Il fattore che aveva impedito, agli Americani, di scoprire la "pista Ho-Chi-Minh" era, secondo i nostri servizi, che loro ne cercavano una mentre, in realtà, ... erano quattro !. Due scendevano a Sud attraverso la catena montuosa dell’Annam ed erano un obiettivo della I° Centuria Aquile. Due scendevano in Cocincina sul filo del confine Cambogiano, lungo la riva settentrionale del Me-Kong, nel territorio occupato dai Khmer rossi. Attraversavano il fiume sui ponti galleggianti che erano il nostro obiettivo e poi si dividevano su ulteriori quattro direttrici di marcia, (uscendo in superficie solo al coperto della jungla o della macchia), che si coprivano e fiancheggiavano a vicenda per disorientare i Marines, che non capivano mai da dove arrivava l’attacco. Non era solo ingegnoso ... era diabolico ! Chi si veniva a trovare lì in mezzo, non sapendo di che si trattava, non aveva scampo ... era come un tiro al piccione ! e se lo avesse saputo, ma ci fosse finito dentro lo stesso, non avrebbe avuto scampo comunque !

Sulle mappe era tutto chiaro. In certi punti le tane correvano in maniera parallela a distanza di circa trecento metri l’una dall’altra e, sulle mappe, appariva il disegno con cui si coprono con listelli di legno i ponti delle navi oppure, per capirci, quella posa di parquet’s (pavimento in legno) chiamato a "tolda di nave". Non osservai con troppa attenzione la cartografia sulle tane, non erano un nostro obiettivo, ma notai che, per permettere alla fanteria di spostarsi allo scoperto della Jungla, alcune gallerie erano indicate sotto le dighe che separavano le acque delle risaie. Anzi, per l’esattezza, le "tane" più lunghe erano vere e proprie gallerie costruite in bambù, rivestite di stuoie e ricoperte di terra in maniera da apparire dighe tra le risaie. Come detto, con questo incredibile sistema, il Generale Giap, era in grado di manovrare la sua fanteria, dalla Cambogia fin quasi a Saigon, senza mai uscire, completamente, allo scoperto.

Un altra cosa che notai era che, sulla carta, sia le "Tane" che venivano dal Me-Kong che quelle che venivano dall’Annam, dirigevano su Saigon e vi appariva il disegno di una tenaglia che stringeva la città da Ovest e NW e Nord-NE. Pensai che questo Generale Giap era un grande stratega ,... lo ammirammo tutti !. Il viaggio trascorse così. Negli intervalli ci passavano fotografie di trappole, di cui la jungla era piena, escogitate da quei "buontemponi" Viet-Kong e che ... erano assolutamente da evitare. Ricordo che, seduto in fondo, riuscii a farmi un caffè con la mia moka ed il fornelletto da campo. Lo bevemmo insieme ad uno delle Aquile, non ricordo il suo numero ... ricordo la sua faccia.( Non lo vidi più fino al 1996, (quindi aveva ottenuto anche lui "l’imprevisto" ritorno dal Viet-nam), ma solo per sapere che era morto in un incidente d’auto in spagna, nel ’77, come un fesso ... o forse no ?. Lo vidi in televisione in una foto di venti anni fa, per questo lo riconobbi. Ma è una storia incomprensibile, dove una certa Signora Donatella di Rosa diceva di averlo conosciuto vivo, mentre tutti dicevano che era morto, che trafficava armi e cose di questo genere. Ormai, in Italia, è meglio non stare a seguire tutte queste chiacchere perché è tutto immerso nella follia più totale .

Mi addormentai nonostante gli scricchiolii ed il rumore insopportabile che faceva quell’aereo. Pensai che avrebbero potuto prenderne uno un pò più recente. Era un cargo e stavamo sistemati tra casse e pacchi di non so che, ma non era roba nostra. Alla fine arrivammo, era l’alba e non atterrammo a Saigon, pare che tutte le piste fossero occupate per l’evacuazione di militari e civili e che l’avanguardia (o gruppi di guerriglieri) Viet-kong stesse già combattendo in alcuni quartieri della Città (sembrava che i guerriglieri Viet saltassero fuori dalle fogne e nessuno capiva come facessero e da dove venissero !) . Atterrammo a Nord Ovest di Saigon in una specie di ex-pista d’atterraggio. Ci dissero che eravamo tra Son-Nhut e Long-Xuyen a circa 65 Mls. (100 Km.) da Saigon ed a 40 Mls. dal confine Cambogiano, (ed a 55 Mls. da Kien-Thanh, la costa più vicina, ... già, non mi dispiaceva studiare una possibilità di "imprevisto ritorno"). Eravamo anche più vicini agli obiettivi e ci andava meglio così. Sulle carte avevo visto che gli obiettivi delle Aquile erano alcune croci segnate in rosso tra il confine Cambogiano e due città sui monti dell’Annam: Da Lat e Di Linh. Mi sembrò di vedere anche una ferrovia, ma non ne sono certo. Scendemmo dall’Aereo protestando per la mancanza di ragazze tra il comitato di ricevimento. Qualcuno si era convinto che, prima di partire per il Me-Kong, avrebbe avuto il tempo di fare due salti in Discoteca, ... un pò di luci rosse, come si vede nei film ! . Scaricando il nostro "nécessaire de voyage", (come lo chiamava uno dei nostri, un Italo-Eritreo che, prima di arruolarsi in Italia, era stato nella Légion étrangèr, a Djibouti, nella Somalia Francese) scherzavamo con le Aquile che proseguivano in aereo : "... i soliti raccomandati - dicevamo - ... i signorini vanno sui monti in aereo a ... sssciare e noi, invece, sempre nel fango o nella polvere, con la merda fino al collo !", ... ma era per ridere un pò. Secondo gli ordini non dovevamo ingaggiare combattimento, solo distruggere quei ponti di barche (avevo chiesto, durante il volo, cosa avremmo dovuto fare se i Viet-Kong avessero avuto da ridire e, anziché rispondermi, risero tutti, ... ma la mia era una domanda seria !). Possibilmente gli obiettivi dovevano saltare tutti, più o meno, nello stesso momento, per evitare di segnalare la nostra presenza troppo presto a chi, sicuramente, quei ponti li proteggeva. Il nostro "nécessaire de voyage" erano una ventina di Kg. di esplosivo e 100 metri di miccia detonante a testa (più l’innesco a lenta combustione), cinque bombe a mano, fucile F.A.L - 7,62 lungo N.A.T.O., gladio, beretta cal.9, munizioni quanto basta, toscanelli e fiammiferi (per l’innesco delle micce), gallette e, per contorno, come al solito, ... secondo capacità e fantasia ! Ci separammo. La marcia per giungere sui nostri obiettivi durò circa due giorni. Ci spostavamo stando al coperto e a parte Truppe Americane che, sulla strada o su piste tra macchie e risaie, dirigevano su Saigon e qualche agglomerato di capanne di risicoltori, non incontrammo "nessuno !". Le mappe erano davvero precise e le Colombe avevano fatto proprio un buon lavoro. C’erano sentinelle, ma non furono un problema (se si escludono i problemi di portafoglio perchè, fattili prigionieri, i Kong, per ingannare il tempo, ci sfidarono ad ogni gioco d'azzardo possibile ed immaginabile e ci stavano ripulendo come gonzi!). Anche i genieri Viet-Kong avevano fatto un buon lavoro, le barche usate erano solide, potevano reggere i Giganteschi Carri sovietici che, ormai non avevamo dubbi, sarebbero dovuti passare da lì. Il ponte era pronto sulla riva opposta alla nostra, era ancorato sotto gli alberi, ricoperto di vegetazione e steso lungo la riva, impossibile vederlo se non da terra. Restammo letteralmente ammirati a guardare quell’opera di ingegno, a raccontarlo non ci si crede. Non sapevamo nemmeno se era giusto chiamarlo "ponte di barche". In realtà si sarebbe dovuto chiamare : "Isola galleggiante". Infatti, era una vera e propria isola costruita su Sampan (barche Viet) con bambù e ricoperta di vegetazione del tutto identica a quella sulla riva. Era invisibile fino a che non ci si arrivava di fronte. All’occorrenza, sarebbe bastato sganciare le cime d’ormeggio a monte e si sarebbe aperto da solo unendo le due rive e portando l’intera Armata Viet-kong ,in arrivo, a 98 Km da Saigon.

Però, a dire il vero, guardando quella struttura, pensai che poteva essere usata proprio come "isola galleggiante", cioè ...cosa impediva, in effetti, a chiunque si fosse imbarcato là sopra, di scivolare con la corrente verso Sud, verso il mare: navigando di notte ed ormeggiandosi lungo la riva di giorno. Alle ricognizioni aeree Americane, sarebbe sembrato un agglomerato di vegetazione fluviale, come ce ne erano tante, anche vicine alle risaie della Cocincina! Sarebbero potuti sbarcare fin oltre My Tho, 20 Mls circa a Sud di Saigon. Ce n'erano altre come questa ...e se fosse stato proprio questo il piano di "Caesar" Giap? Spingerli tutti a Saigon attaccando Hue e poi prendere la città da tutte le direzioni, tagliando Loro anche la via al mare! Non era lo stesso piano che aveva realizzato con successo a Dien Bien Phu? Gli Americani ci stavano cadendo in pieno, proprio come i Francesi nell'offensiva del Tet dell'Anno del Cavallo di legno. ... Ma che genere di servizi informazioni avevano gli Americani?... Che importava? tanto sarebbero saltate tutte in aria! Via radio le altre Decurie avevano già segnalato di essere sugli obiettivi: eravamo quasi pronti ad innescare le mine!.

Era "quasi" un peccato distruggerlo !. Minammo il ponte in più punti, in maniera che non restasse niente da poter riparare e ci mettemmo in contatto con gli altri per attendere che fossimo tutti pronti. Avevamo esplosivo in eccesso, ma non era previsto che arrivassimo tutti sugli obiettivi. (Invece avemmo fortuna e non incontrammo proprio nessuno a parte vedere, di quando in quando, in lontananza, sulle strade tra le risaie, colonne di mezzi militari Americani e Sud Vietnamiti che ripiegavano verso Saigon e, in celo, gli aerei Americani che non potevano vedere alcunchè.)

L’esplosivo che avevamo in dotazione (candelotti di dinamite) era antiquato anche per quel tempo : una mistura preparata dai nostri artificieri a base di nitrato d’ammonio, nitroglicerina, dinitrololuolo e molta farina vegetale come assorbente d’urto. Le Aquile ne avevano di più maneggevoli ancora (...non perche erano raccomandati!, dovevano buttarsi sui monti con quella roba sulle spalle), erano stati preparati miscelando la nitroglicerina rispettivamente con materiali assorbenti solidi come la farina fossile o gelatinizzandola con nitrocellulosa e altri ingredienti e con opportuni agenti stabilizzanti. Però il peso maggiore era della cassetta protettiva, metallica ed imbottita !. I nostri specialisti si erano preoccupati di fornirci di materiale esplodente sufficientemente potente ma, nello stesso tempo, di permetterci i movimenti e di ingaggiare combattimento, se necessario, senza esplodere come bombe umane al primo urto. Inoltre, aveva il pregio di non avere meccanismi a rischio di mal funzionamenti. Bastava il Toscanello acceso e sistemate le micce a dovere, o il cavetto della dinamo per la scossa, non ci potevano essere brutte sorprese. Il ponte era in mano nostra, dovevamo solo aspettare di essere tutti pronti. Ingannavamo il tempo pescando un pesce insipido (come tutti i pesci di fiume). La stessa cosa che facevano le sentinelle Viet al nostro arrivo!. Due volte capitò che, il Comando Viet-Kong, chiamò il posto di guardia, chiunque si trovasse davanti alla radio in quel momento, aveva la consegna di miagolare qualcosa tappandosi il naso e raschiare con un chiodo il barattolo metallico sistemato vicino alla radio e, poi, spegnere. Sarebbe sembrato un guasto o una banale interferenza. Insomma, niente di preoccupante da meritare un ispezione! Ora, le sentinelle Viet-Kong, stavano litigando furiosamente con i "vecchi" nella stiva del Sampang di testa, ne avevano fatto una specie di bisca clandestina e ne approfittai per studiarmi la mappa. Eravamo in una zona che non è possibile descrivere brevemente : il Mekong, entrando in Vietnam, si divideva in due bracci, uno era segnato con il nome di "Tien-Giang" e l’altro "Hau-Giang, ma, gli stessi, si dividono ancora in un insieme di nove rami e tutti con il loro nome "diligentemente" segnato sulla mappa dalle Colombe che ci informavano anche che, l’insieme delle bocche era chiamato Cuu-Long (in Italiano : I nove Dragoni). Il risultato di tanta precisione però, è stato che non so dove accidenti ci trovavamo noi !. Secondo i miei calcoli eravamo più a Nord, in territorio Cambogiano, sul braccio più settentrionale l’Hau-Giang e ... già in Cambogia, ma il cartografo non ero io e poi, che differenza faceva ?. Speriamo che il Dragone mi porti fortuna - pensai, ricordandomi che mio Padre (secondo l’oroscopo Cinese) era del segno del Drago ... cercando di convincermi che fosse  "Buon segno !".

Passarono così alcuni dei giorni più lunghi della mia vita. Alla fine però fummo pronti e il ponte saltò prendendo pure fuoco, doveva esserci anche un deposito di carburante sotterrato lì vicino (ben nascosto dal momento che non l’avevamo visto!) o, più probabilmente, era sotto il paiolato di Bambù, nella stiva dei Sampan. Forse c’erano bidoni di carburante per rifornire i mezzi che sarebbero arrivati lì, attraverso il Laos e sicuramente a secco. Davvero ingegnosi, era quasi un peccato aver rovinato una simile festa !. La quantità di esplosivo usata era tale che saltammo tutti per aria per il rinculo dell’esplosione nonostante le precauzioni di rito :"1) Stare sdraiati e tenersi sollevati da terra, soprattutto il ventre, facendo leva sui gomiti. 2) Portare le mani sul viso, indice e medio a coprire gli occhi, i pollici a tappare le orecchie (per salvare i timpani), anulare a chiudere il naso e tenere la bocca aperta per lo stesso motivo. 3) Chi ci tiene alle palle, dicevano gli istruttori, farà bene a tenersi sollevato anche sulle punte dei piedi !". Avevamo fatto sempre tesoro di questi consigli, si può morire per un esplosione ravvicinata e solo perché la depressione, provocata dall’esplosione, distrugge gli organi interni ... esplodono !. Dopo l’esplosione, nonostante le precauzioni, restammo tutti senza fiato, boccheggianti, ed io sperai che nessuno dei resti "dell’Isola" che stavano ripiovendo giù scegliesse proprio il mio pezzettino di foresta per atterrare ... perché ero rovesciato a pancia per aria, in cerca d’ossigeno, e non ero proprio certo di essermela cavata !... Forse avremmo dovuto allontanarci ancora un pò ! ! !. Anche i prigionieri Viet-Kong boccheggiavano, li avevamo legati, ma non per impedirgli di scappare ... La verità era che avevano letteralmente ripulito i vecchi e ... Loro non sapevano perdere, i Viet nemmeno, quindi, per far cessare l'"ammuina" ed avere finalmente un pò di silenzio, li legammo, sequestrammo: dadi, carte "Americain", dame cinesi, carte da Black jack, chemin de fer, Napoletane e Genovesi, bastoncini Shangai ed un mucchio di altri strumenti da biscazzieri! più, naturalmente, il maltolto ... l'"argeant". Restituimmo Dollari e Lire ai nostri "poveri vecchi!" (... che figura però!) e Yuan, Rubli e quant'altro d'Orientale ai "prigionieri". Ed è proprio questo che li rese furiosi, sembravano gatti arrabbiati!. Ma che altro potevamo fare? se è vero che il rientro era un imprevisto, senza soldi era puro azzardo! Li bendammo prima di andarcene ... i loro compagni li avrebbero raggiunti presto e, visti i risultati del loro turno di guardia al ponte, avrebbero passato un brutto quarto d'ora davanti a Giap o a chi per Lui del Vietminh e Noi, non volevamo che sapessero la direzione che avevamo deciso di prendere.

Sentimmo le esplosioni delle Tane più vicine a noi, dovevano essere anche imbottite di munizioni o non le avremmo potute sentire esplodere da quella distanza e sottoterra. Sulle mappe avevo visto che le tane avevano in molti punti delle "camere", degli allargamenti, pensavo che fossero per gli alloggiamenti, evidentemente erano, anche loro, depositi di munizioni. Noi della II° Lupi, eravamo tutti lì :"sulla coda del Dragone", sparsi in un raggio di circa 30 miglia tutt’intorno, su ponti e tane che saltavano una dietro l’altra. Ora veniva la parte più difficile:"l’imprevisto ritorno". Il sole era appena tramontato, in quel punto della Jungla, Cambogiana, al confine col Vietnam, e la notte scendeva rapidamente. Lassù, sulla volta lussurreggiante della Jungla, faceva pensare ad un mondo senza conflitti. Nè rabbia, nè sofferenza. Nel labirinto fitto e aggrovigliato della boscaglia, nessuno che lottasse per la sopravivenza. Solo 20 uomini, stanchi e tesi, che si apprestavano a trascorrere la notte. Era come se la terra si fosse spopolata e la natura potesse decidere del proprio destino. Improvvisamente, quel silenzio ovattato, irreale, venne rotto dal frastuono di dieci, cento Kalashnikov, o erano mille? Vidi G-30, "Adamo", cadere accanto a me, dopo l'esplosione del suo petto, colpito in pieno da una scarica. L'attimo successivo ero sdraiato a terra e scaricavo il mio FAL in direzione dei lampi che intravvedevo proprio di fronte a noi. Furono attimi d'inferno. Rotolavo e sparavo. Mi ritrovai dietro un grosso tronco, ne intravvedevo la sagoma scura. Era quello dove, un attimo prima ma sembrava che fosse passato un secolo, avevo poggiato il mio zaino e preso la mia moka per preparare un buon caffè. Avevo tre bombe a mano e 2 razzi anticarro nello zaino, di quelli che potevo lanciare innestandoli sul tromboncino lanciabombe. Avevo anche, sempre pronte alla bisogna, nel taschino laterale, cartucce a salve per l'innesto dei razzi. Il tronco mi offriva riparo sufficente per le manovre necessarie e procedetti febbrilmente. In un attimo fui pronto a lanciare. Dovevo decidere dove e per questo dovevo osservare da dove arrivasse il maggior volume di fuoco. Presumevo che lì ci fosse un riparo maggiore sul quale far esplodere i razzi. Avrebbe avuto un effetto devastante: i razzi anticarro del FAL potevano forare 40 cm di corazza d'acciaio, ma dovevano impattare su un ostacolo rigido. Uno dei grossi tronchi di quella Jungla andava benissimo, ma era buio, il cielo si intravvedeva, tra il fogliame, ancora del colore violetto che precede la notte, ma quaggiù non vedevo il mio naso. Non erano soldati del NVA (l'armata regolare del Nord). Quelli non ci avrebbero attaccati al buiocol rischio di spararsi addosso tra loro e senza poter vedere l'oboettivo. Ci avrebbero circondato in silenzio e avrebbero aspettato pazientemente l'alba ...facendoci fuori tutti! Erano sicuramente ragazzini, ...Vietkong! I miei commilitoni si erano sdraiati a ventaglio e rotolando rispondevano al fuoco. Strinsi il FAL sul fianco destro e, con un passo in affondo a sinistra, lasciai il riparo facendo immediatamente fuoco. La scia del razzo illuminò la scena e un boato ci mostrò il gruppo principale Vietkong saltare in aria, poche decine di metri davanti a noi. Fu sufficente per darci il tempo di sganciarci. Fui superato da G-47 "Alvaro": "...Via, Via, Via!" - urlava. Ma non scappava, si fermò poco oltre per coprirci la ritirata e poi raggiungerci. ...Così si fa! Corremmo nel buio finchè avemmo fiato, inciampando e rialzandoci e ricadendo ancora. Alla fine ci sentimmo al sicuro e ci predisponemmo per la notte. L'indomani avremmo dovuto riprendere la marcia. Mi assopii senza ricordare nemmeno di aver appoggiato la testa sullo zaino. L'indomani mattina, alle prime luci dell'alba, fummo tutti in piedi e pronti a muovere. Nemmeno il tempo di un caffè, ma eravamo tutti consapevoli di essere cercati. Eravamo noi, questa volta, la selvaggina della caccia. Gli anziani ci incitavano a correre, a far presto, ma per andare dove ! ?. Senza più il peso degli esplosivi eravamo più agili, ci stavamo allontanando verso Est-SE. Attraversavamo tratti di jungla molto fitta e procedere era faticoso, ma anche più sicuro. A volte procedevamo tra canne di Bambù altissime e cercavamo di non uscire mai allo scoperto.

(Me-Kong Hau-Giang '75)

Correvo con gli altri, procedendo in fila, a qualche metro l’uno dall’altro e tenendo sempre sotto tiro alla mia sinistra. Correvo e pensavo che stavamo sbagliando, ripiegavamo su Saigon, non ci saremmo mai arrivati. Ormai tra noi e gli Americani c’erano i Viet-Kong, tutti quelli che aspettavano "l’Armata rossa" sulla pista Ho-Chi-Minh (che non c’era più) e che sapevano che non era stata distrutta dai Phantom USA. Ero sicuro che non avevamo fatto la scelta giusta, che dovevamo ripiegare andando a Nord passando il confine Cambogiano (se già non c’eravamo) e da lì raggiungere Phnom Penh, ancora tenuta dalle truppe governative e filo Occidentali di Lon Nol. Eravamo ad appena 100 Km da quella Città, ed era un percorso da fare al riparo della jungla, dicevo io. "Saigon è a quasi 200 Km da qui, ed è un percorso coperto solo per un tratto, dopo di che ci ritroveremo ad attraversare le risaie, a perdita d’occhio, che abbiamo visto venendo qui", insistevo a dire. Ma, secondo le nostre Mappe, ci saremmo trovati in un "Santuario" Viet-Kong, che stava proprio davanti a noi (erano basi militari Nord Vietnamite in territorio Cambogiano, lungo la linea di confine col Sud Vietnam). Probabilmente era proprio lì che il Generale Giap stava concentrando le sue truppe da traghettare sulla "nostra isola ... che non c’è più !" per l’invasione del Tet !. Ce n’erano molti di questi "Santuari" e tutti lungo il confine ... in territorio neutrale, al sicuro ! ... evidentemente il Generale Giap era un uomo molto, molto religioso ! ... "Senza contare che la Cambogia è quasi del tutto in mano ai Khmer rossi di Pol Pot", ribattevano altri. "A Nord non si passa, per passare ci dovremmo battere ... in 20 contro l’Armata Viet-Kong e, i vincitori ( ! ?), se la dovranno vedere con l’armata Khmer di Pol Pot" . Chiusero la mia proposta ridendo ed io, che restavo contrario ad andare a Saigon, li feci ridere ancora scattando sull’attenti alle parole di G.58 salutando :AVE ...! come se avessi accettato il combattimento proposto, poi, ridendo anch’io, mi sedetti intorno alla carta dicendo :"due sole armate contro venti di noi ! ? ... troppo facile ! Avete ragione. Allora perché non andare ad Ovest ?, è tutta foresta, passeremo i due bracci del Me-Kong e dirigeremo a Khien-Thanh, Golfo del Siam. Sono 100 Km di passeggiata da qui e se non è ancora caduta è fatta : ci faremo rimpatriare dagli Americani. Altrimenti ci procureremo un imbarcazione e lasceremo il Vietnam via mare, siamo la Marina ... o no ? !".Dissi questo perché ero davvero sicuro che era l’unica via d’uscita per noi. Insistei : "Non capite che non si aspetteranno mai che abbiamo preso quella direzione ?. Ci cercheranno tutti e ci cercheranno da qui a Saigon". Ma non ci fu verso di fargli cambiare opinione ... votammo e, 19 a 1, andammo verso la rovina ... verso Saigon ! !.

Ce li trovammo addosso all’improvviso! Non so come ci intercettarono, eravamo stati molto prudenti, forse è stato solo che erano dappertutto ... lo sapevo che avremmo dovuto andare verso Ovest-SW verso il golfo del Siam e Kien-Thanh. Fu davvero dura, anche se le tane erano saltate, ci attaccavano da tutte le parti e non finivano mai. Quelli tra noi che restavano feriti, come avevamo deciso in Assemblea, si fermavano a proteggere la nostra ritirata. Non c’era alcuna possibilità di trasportare i feriti e poi ... per portarli dove ? !. Meglio una morte onorevole, da Gladiatore, in combattimento. Chi avrebbe potuto desiderare di meglio ?. Per noi era davvero il massimo e lo si capiva con quell’ultimo saluto che "i Morituri" ci rivolgevano, consegnandoci le piastrine, prima di essere abbandonati sulla pista : Ave Italia Morituri te salutant ! e furono molti i saluti che ricevetti su quella pista in quei giorni : Ave 60 ... Ave 59 ... Ave 58 ... AVE ! ! ! (Si, forse, eravamo un po’ esaltati, ma quando ci salutavamo così ci sentivamo a Roma, tutti uniti su quell’altare di una Patria che era solo nei nostri sogni di ragazzi, a casa, e poi ... che altro ci restava ! ?) Della IX° e X° decuria riportai in Italia 19 Piastrine.

L’Armata Americana era lontana, forse aveva già ultimato l’evacuazione di Saigon e noi, "tanto per cambiare", eravamo di nuovo "Stay-behind" (dietro le linee). Rimasto solo e, vista la situazione, feci una nuova Assemblea. Questa volta avevo la maggioranza e cambiai direzione ... che diavolo ci sarei andato a fare a Saigon , a marciare con i Viet-Kong in parata ? !. Non sapevo che stava accadendo tutt’intorno a me, ma non tanto da non capire che i Kong (i rossi) avevano vinto. Anche il Vietnam era caduto ... o era stato Liberato ! ?, mah ! ... "Ai posteri l’ardua sentenza" disse un saggio. Io, adesso, avevo il solo dovere di tentare di essere tra quei posteri e, per riuscirci, tornai indietro, verso il fiume. L'odore di marcio della jungla e la paura di essere catturato da un nemico invisibile mi convinsero a valutare meglio quella realtà. Non dovevo avere fretta. Ce l'avrei fatta, lo sentivo, ma non dovevo avere fretta. Avevo perso il conto dei giorni, forse erano gli ultimi e preferivo ascoltare gli uccelli cantare al mattino ed alla sera. Mi ricordavano che un nuovo giorno era nato, un altro era passato ... ed io ero ancora vivo !. Il silenzio era rassicurante e, quando la stai per perdere, ogni attimo di vita lo assapori con gioia. Anche immerso in un lurido fiume, tormentato da insetti e a rischio sanguisughe. Una strada che conduceva a Saigon era un fiume in piena di Civili che fuggivano verso la direzione opposta. Dovevo prendere anch’io quella direzione, ma da solo, non potevo certo passare per "civile Viet". Dopo essere stato immerso nel Me-Kong quasi due giorni per sfuggire ai Viet-kong che ci cercavano, la mia carta era quasi inservibile, ma ricordavo perfettamente quella che avevo visto sull’aereo e la città sul mare : Kien-Thanh, dovevo dirigermi là. Scendere lungo il Me-Kong, pattugliato com’era dai barchini Viet-Kong, era troppo pericoloso e poi, nessun civile fuggiasco lo faceva, significa che non era consigliabile. Inoltre, se i civili in fuga non vanno a Saigon, ma se ne allontanano, questa era un ulteriore conferma che "l’imprevisto ritorno", passava per Kien-Thanh !. Mi fu prezioso l’addestramento fatto sui monti intorno a Poglina, lì era molto più difficile nascondersi. Non feci l’errore di aver fretta di lasciarmi il Vietnam alle spalle. Forse è proprio questo che portò i miei commilitoni a volersi dirigere a Saigon ... la fretta di rientrare, la speranza di arrivare in tempo per montare su un comodo aereo e ritrovarsi a casa in poche ore. Io no, non avevo fretta e non ne avrei avuta !.

Stavo immerso nel fiume, sotto una piccola zattera di rami e foglie dove stavano le mie armi, e lentamente, molto lentamente, la pilotavo verso il centro del fiume, ma come se fosse la corrente a farlo. Non c’era anima viva, ma la regola numero uno dell’addestramento era : muoviti come se tutto il mondo tenesse i riflettori su di te. Ero talmente immobile che persino piccoli animaletti e dei pesci, attirati dal calore del mio corpo, trovavano rifugio sotto la mia tuta mimetica. Regola numero due : tutto quello che si muove sono "proteine" e quello che sta fermo sono "vitamine". Non importa quanto ci avrei messo, ma sarei tornato dal Vietnam e : "si accettano scommesse" ! - gridai col pensiero a me stesso, ma non scommise nessuno contro di me. Mi ci vollero solo una decina di giorni per raggiungere il mare. Dalla carta potei calcolare che facevo una media di sei o sette Km al giorno, ma non avevo fretta. A volte mi avvicinavo al limitare della selva per spiare una strada dove colonne di civili, come un fiume in piena che non scemava mai da giorni, si allontanavano da Saigon ! ! ! Anche loro, come me, non avevano fretta, ciò che contava era riuscire ... non in quanto tempo !.

Interi villaggi di pescatori "emigravano" dal Vietnam ormai caduto. Raggiunta la costa, imparai a spostarmi dentro le foreste di mangrovie. Non fu affatto facile, non c’è intrigo di rami e radici più fitto, ma mi sentivo al sicuro là in mezzo e poi, l’acqua era salata, ero di nuovo in mare ... un buon segno per me !.

 

(Kien-Thanh: Mangrovie) 

Spostandomi così mi stavo allontanando da Kien-Thanh, ma, al mio arrivo nella periferia della Città, avevo visto colonne di soldati Viet-Kong muoversi indisturbate sotto la bandiera rossa ed avevo considerato che non era il caso di presentarmi al porto a cercare un imbarco. Stavano già procedendo con i "rastrellamenti di collaborazionisti", li avevo visti caricare sui camion diverse decine di persone, sicuramente colpevoli di non essere comunisti !. Raggiunsi il limitare di quella formazione di mangrovie a Sud di Kien-Thanh in circa tre giorni (me l’ero presa comoda, ... non sapevo dove andare !). Quel tratto di foresta si interrompeva su una spiaggetta nascosta tra gli alberi. Lì c’erano alcune imbarcazioni da pesca che, chiaramente, si preparavano a salpare. La presenza a bordo di donne, bambini ed animali mi diceva che erano profughi ... quindi non comunisti e stavano scappando, ... proprio come me !. Uscii allo scoperto e, camminando nell’acqua, li raggiunsi. Le donne ed i bambini che giocavano sulla spiaggia fuggivano, li spaventai, ... già dovevo essere impresentabile ! Erano gente pacifica ed io ero armato fino ai denti, mi preparavo a vendere cara la pelle. Usai un linguaggio universale, andai verso quello che sembrava il gruppo degli "anziani del villaggio" tenendo il Fucile alto sopra la testa. Mi fermai e dissi solo : I’m friend, ... were are you going ?. Vous n’est pas un Américain ! - rispose il più anziano, in uno stentato Francese. Ouì, Monsier, je ne suis pas un Américain, je suis un Italien - dissi io - ... en transit pour l’Italie ! Aggiunsi, alla loro sorpresa, facendoli ridere. Ma questo non cambiava la mia situazione. C’erano due Giunche Cinesi e tre Sampan ed, a colpo d’occhio, avrebbero affrontato il mare navigando al limite della linea di galleggiamento. (Giunche Cinesi e Sampan)Indovinando i miei pensieri, qualcuno aveva impugnato vecchi fucili da caccia, ma non avevo alcuna intenzione di fare la guerra a donne e bambini per ... "fuggire". Lo feci capire offrendo la mia borraccia vuota al capo villaggio. La prese e me la riconsegnò, di li a poco, piena d’acqua ; una donna, nel frattempo, mi aveva dato da bere acqua di cocco (era bello essere di nuovo in mare, ma l’acqua del fiume la potevo bere, quella del mare no). Andai a sedermi all’ombra. Non so cosa avrei fatto, ma, di sicuro, non li avrei obbligati a portarmi con loro, avrei continuato verso Sud ... chissà ! e se no ... Ave !.Assistei a tutti i preparativi, avevano imbarcato anche i cani, (ma perché li mangiavano). Tentavano ormai da tempo di far partire i motori senza riuscirci, quando mi alzai per raggiungerli. Stando nell’acqua spiegai loro come fare, ma era inutile. Il capo mi fece cenno di provarci io. Salii e riuscii a far partire il motore ... era un vecchio motore Francese dell’epoca coloniale (forse un Berliet ! ?) con avviamento a cartuccia esplosiva e manovella. Se non si dà un colpo deciso e preciso, al momento giusto, non esplode ... che Dio lo benedica !. Se li erano procurati chissà dove per lasciare il Vietnam. Per la pesca usavano le vele, ma per traversare il Golfo del Siam fino alla penisola di Malacca gli anziani avevano "saggiamente" deciso di superare le bonacce (niente vento), attrezzando di motore le due Giunche che avrebbero trainato i tre Sampan. Un bel convoglio di incoscienti non c’era che dire. Mi trovai proprio a mio agio tra loro ! Sulla Giunca, ammassati come topi, fu fatto posto anche a me (avevo trovato imbarco da macchinista !).

(Sampan)

Potei capire che erano tutti diretti nella penisola di Malacca dai loro Parenti. Seppi in seguito che persino navi Italiane si trovavano in quelle acque per raccogliere i profughi, ma non fui così fortunato. Impiegammo sette giorni a traversare il golfo della Thailandia e raggiungere la Penisola di Malacca. Da lì, uno dei loro parenti mi aiutò a raggiungere la ferrovia del Sud Est Asiatico (era stata fatta dagli Inglesi e congiungeva Bangkok con Singapore). Feci un lungo viaggio di circa 500 Kilometri (il treno impiegò quasi due giorni!) attraverso la foresta Malese fino a Singapore dove potei darmi una ripulita in un buon Hotel. Vendetti le armi e l’equipaggiamento e, con quello che avevo in tasca, trovai imbarco per l’Egitto e poi in Italia. A Roma feci rapporto al Generale, consegnai le piastrine "superstiti" dei miei commilitoni caduti (non erano 19, ne avevo perse alcune negli spostamenti e credo di ricordare che ne riportai in Italia 12) e seppi che anche altri erano rientrati.

In Italia, Giornali e Telegiornali davano la notizia che Saigon non era ancora caduta o, più precisamente, dicevano che stava cadendo in quei giorni. Potei vedere le immagini alla TV, quindi era vero ... o no!?. Si vedevano sparatorie tra Marines e i Guerriglieri di Giap, strada per strada, a Saigon. Gruppi di Guerriglieri stavano attaccando l'Ambasciata Americana ed i Marines resistevano per dare tempo alla Marina di evacuare completamente la Città ... Il piano di Giap e del Vietminh! Ma, potendo disporre delle sole avanguardie, quelle da sempre presenti intorno a Saigon e, con il grosso dell'Armata impossibilitato ad attraversare il Me-Kong, nè a scendere dall'Annam, il grande assalto a Saigon del 10 Febbraio 1975 e l'offensiva del Tet '75, il terribile piano che prevedeva il massacro di tutte le forze Americane e Sud Vietnamite confluite su Saigon, non potè essere messo in atto. Non avrei davvero voluto essere nei panni di quelle sentinelle (o dovrei dire: biscazzieri!?). Tuttavia, dalle notizie che venivano diffuse, potei capire che "Caio Giap Cesare" (così lo chiamammo dopo aver visto di cosa era capace, anche nelle progettazioni delle opere dei suoi genieri ... proprio come il "nostro" Cesare) non si perse d'animo: le forze che dal Nord dovevano attaccare Huè, come diversivo all'accerchiamento di Saigon, furono, sicuramente, rinforzate dalle riserve dirette a Sud; quelle presenti nei "Santuari", frattanto, dovevano essere state impiegate in una marcia forzata per risalire a Nord- Est e passare il confine nel tratto che costeggia l'Annam ed attendere, fiduciosamente, la rotta dell'esercito Sud Vietnamita che, secondo Cesare Giap, non sarebbe mancata ...oppure, erano una forza pronta ad essere impiegata per attaccare, "anche" alle spalle, l'Armata degli Nguyèn del Sud!. Non aveva più scampo nessuno laggiù! Come i Galli del "de Bello Gallico" e Pompeo, dopo che l'altro Cesare lanciò quei dadi!. "Alea Iacta Est, Caesar Giap!" ... se avesse rallentato l'offensiva su Huè, per attendere di ripristinare la "via Ho-Chi-Minh", sarebbe stato sconfitto: l'Armata Americana avrebbe lasciato, ai Sudisti, armi e mezzi a sufficienza per contrattaccare ed il suo momento sarebbe passato, ma non fece errori ... per questo vinse! Noi, comunque, portammo a termine la nostra missione e non ci fu alcun massacro ...a parte il nostro! La guerra del Vietnam stava finendo nell'unico modo possibile!

Fui lasciato libero solo pochi giorni, fino a fine Aprile ‘75. In Angola la "Colonna Libertad", che avevamo addestrato l’anno prima, era impegnata in combattimenti con altre formazioni guerrigliere che si contendevano l’Angola dopo l’abbandono del Portogallo. La Missione ricevuta voleva che tentassimo di formare un fronte comune con tutte le forze Anti Comuniste presenti in Angola, il nome in codice rimase: "Primavera dei Garofani di Luanda".

N.d.R.: Alcuni visitatori mi hanno scritto gradite lettere dicendomi che è incredibile quanto hanno letto su The Real History of Gladio, in quanto nessun giornale Italiano ha mai riportato una sola notizia di quanto hanno letto in questo sito. Devo dare atto che è così, ma, del resto, nella pagina "I giornali Italiani" Noi stessi ci meravigliavamo delle menzogne che leggevamo sui giornali!. Viene considerato incredibile soprattutto che i capi militari e politici del