Abbiamo studiato
gli atomi.
Ma la
gran parte
delle sostanze
che ci
circondano sono formate da gruppi di atomi (o molecole), scindendo i quali
si hanno delle sostanze con delle caratteristiche diverse da quelle della
sostanza considerata.
Come abbiamo già ricordato fu Democrito il primo ad intuire che la
materia fosse composta da atomi. Ma Democrito credeva che ogni sostanza
diversa esistente fosse formata da atomi di diverso tipo: tante sostanze
diverse, tanti atomi diversi. Un contemporaneo di Democrito, Empedocle,
sviluppò ulteriormente l'idea dello stesso Democrito. Egli sosteneva che
vi sono solo poche specie di atomi diversi, i quali, combinandosi insieme
in vari modi originavano tutti gli oggetti che ci è possibile osservare
nell'universo. Empedocle riteneva che solo quattro fossero le specie di
atomi costituenti tutte le sostanze: atomi di terra, atomi di aria, atomi
di fuoco ed atomi di acqua.
Questi atomi erano tenuti insieme dall'amore, si disgregavano a
causa dell'odio. Queste due entità, amore ed odio, governavano tutti i
cam
pi delle umane attività.
Queste idee vennero in qualche modo riprese dagli alchimisti
alessandrini (~ 300 d.C.) e dagli alchimisti dell'Islam orientale (~ 800
d.C.). Le premesse fondamentali dell'alchimia, che
hanno probabilmente origine alessandrina (~ 100 d.C.) si possono così
riassumere:
1)
Tutte le materie sono formate da alcuni componenti,
i quattro elementi
di Empedocle, in varie mescolanze tra loro.
2) Vi
è una scala di nobiltà e purezza degli elementi. Il più nobile è
l'oro; segue l'argento.
3) E'
possibile che un metallo si trasformi in un altro metallo mutando il
rapporto quantitativo dei quattro elementi che lo costituiscono.
4)
Si può ottenere un metallo nobile da uno vile,
impregnando il metallo
vile di una sostanza preziosa spesso chiamata il quinto elemento (quintessenza) o elisir.
Il lavoro degli alchimisti consistette in una serie di osservazioni
pratiche sulla formazione di vari composti ottenuti miscelando, riscal
dando, distillando e con altri procedimenti.
Gradualmente furono isolate e catalogate circa 90 sostanze (elementi) che
non potevano essere decomposte ulteriormente e furono descritte
centinaia di sostanze (composti) ottenute come combinazione delle prime.
Nasce così la prima definizione di molecola (da molecula
= piccola massa. Il nome ed il concetto di molecola furono coniati intorno al
1618 dal medico francese Daniel Sennert): la più piccola par
te di una sostanza che ha in sé tutte le proprietà della sostanza.
Una ulteriore estensione di questa idea a molecole formate da atomi
della stessa specie (H2 , N2 , O2 ...) fu
fatta da Avogadro come del resto
abbiamo già detto nella prima parte di questo lavoro. Negli ultimi cento
anni sono state catalogate molte centinaia di molecole e sono state stabilite
con precisione le loro costituzioni atomiche. Sono state inoltre
trovate molte leggi empiriche riguardanti i tipi di molecole che certi atomi possono entrare a formare.
2 - Le prime idee sulle forze chimiche. Van der Waals
La prima volta che venne avanzata l'ipotesi che le forze che tengono
uniti gli atomi tra loro per formare le molecole (le forze chimiche)
sono di natura elettrica, fu agli inizi del diciannovesimo secolo.
I primi indizi di questa idea si ebbero proprio nel 1800 quando
Nicholson e Carlisle riuscirono a decomporre l'acqua in idrogeno ed ossigeno mediante il passaggio attraverso essa di una corrente elettrica (il
fenomeno è quello noto come elettrolisi su cui si iniziò a lavorare, subito
dopo la realizzazione della pila da parte di Volta nel 1799).
"Se una corrente elettrica riesce a decomporre delle molecole, l'elettricità deve essere alla base delle forze che tengono legati gli atomi costituenti
le molecole stesse": questa era l'idea al suo nascere.
In questo senso si mosse anche, nel 1807, Sir Humphry Davy, il quale,
cercando di interpretare alcuni fatti sperimentali (la separazione del sodio
dalla soda caustica e del potassio dalla potassa caustica) avanzò l'ipotesi che
le forze che legano gli atomi nelle combinazioni chimiche sono di natura
elettrica.
Nella sua teoria elettrochimica Davy sostenne le seguenti idee:
1)
II contatto fra le particelle, capaci
di combinarsi chimicamente,
produce la loro elettrizzazione (per contatto queste particelle assumono cariche
elettriche di segno opposto).
2)
II fatto che particelle si combinino chimicamente consiste in un
pareggiamento delle cariche elettriche opposte; il legame chimico si stabilisce
tanto più rapidamente quanto più grande è la differenza tra queste cariche.
3)
Se una corrente elettrica attraversa un composto, i componenti si separano riacquistando la loro polarità elettrica (negli esperimenti di
elettrolisi le cariche positive vanno sull'elettrodo negativo e le cariche
negative vanno sull'elettrodo positivo) .
4)
Gli elementi hanno maggiore affinità chimica (disponibilità a
combinarsi)
se hanno maggiore polarità elettrica e viceversa.
5)
I processi chimici sono sempre in stretta relazione con i processi
elettrici.
Anche Berzelius (1812) si convinse della fondatezza di questa
teoria e la sviluppò introducendo nuovi concetti nella chimica. Egli
ipotizzò che gli atomi fossero costituiti da una carica positiva e da
una negativa (teoria dualistica). Chiamò elettropositivi gli atomi con
un eccesso di carica positiva e elettronegativi quelli con un eccesso di carica
negativa.
Questa teoria non riusciva però a spiegare alcuni fatti molto
importanti (tra cui le leggi
dell'elettrolisi di Faraday e alcune questioni inerenti la chimica organica), venne quindi abbandonata
per molti anni, fino a quando, nel 1881, Helmholtz non la riprese in
un suo lavoro.
Nel frattempo, nel 1873, si stava laureando all'università di
Leida in Olanda il non troppo giovane fisico J. D. Van der Waals (era
nato nel 1837). Il suo lavoro di tesi riguardava la continuità dello
stato liquido e gassoso (e fu pubblicato poi, tradotto in tedesco, a
Lipsia nel 1881). Cerchiamo di vedere in un certo dettaglio il lavoro
di Van der Waals, tentando di apprezzarne tutta la portata per i futuri
sviluppi della fisica.
Sappiamo già che la legge (1660) di Boyle-Mariotte [a
temperatura costante la pressione P esercitata su di un gas è inversamente
proporzionale al volume V occupato dal gas: PV = K] , la legge (1787)
di Charles [se si riscalda un gas, a volume costante, la sua pressione
aumenta secondo la relazione: Pt = P0 (1 + at),
dove a (1)è una costante]
e la legge (1804) di Gay Lussac [se
si riscalda un gas, a pressione
costante, il suo volume aumenta secondo la relazione: V = V0(1 + at),
dove a è una
costante] che trovano una loro espressione comune
nella formula:
pV = p0V0 (1 + at)
=> pV = nRT(3)
(equazione di stato
dei gas perfetti)
si
deducono assai semplicemente (come per la legge di Boyle abbiamo
già visto) dall'ipotesi di Bernouilli (1797) sulla costituzione dei
gas. Per arrivare però a questo risultato si fa una sensibile approssimazione
considerando i gas come perfetti, tali cioè che:
1)
non esistano forze di attrazione tra le molecole che compongono i gas;
2) le
molecole del gas possono essere rappresentate da punti senza
dimensioni (abbiamo, cioè, dimensioni nulle e quindi volume nullo).
Ma in realtà non esistono gas perfetti, tutti i gas sono reali:
le molecole
del gas
esercitano tra
di loro
una debole
forza di
attrazione ed inoltre queste molecole hanno delle dimensioni diverse da
zero, hanno cioè volume. E quando , ad esempio, facciamo il conto
che fece Bernouilli nel 1797 (vedi Parte 1) [considerando una massa
gassosa
contenuta in un recipiente cubico e ammettendo implicitamente che il
cammino percorso da una particella che si sposta perpendicolarmente
da una parete del recipiente a quella opposta è strettamente uguale
alla distanza che separa le due pareti] non teniamo in considerazione il volume della particella.(3)
Infatti, per fare un conto più preciso, dovremmo sottrarre alla distanza
che separa le due pareti del
recipiente il diametro della particella (supposta sferica):

La linea continua corrisponde al percorso effettuato da una particella
secondo il
conto fatto da Bernouilli; la linea tratteggiata corrisponde, invece,
al percorso
effettivo della particella, quando si
tiene conto del suo volume.
Van
der Waals ha modificato l'equazione, che abbiamo vista più su, tenendo conto
delle correzioni alle quali abbiamo accennato, ed ha ottenuto in sua vece
l'equazione:
(p
+ a/V2)(V - b) = nRT (4)
Nell'espressione
che abbiamo scritto la quantità b è un valore costante per ogni tipo di gas e risulta misurabile sperimentalmente, a è anch'esso
costante e misurabile sperimentalmente.
Cerchiamo di interpretare da un punto di vista microscopico il
significato dell'equazione di Van der Waals.
Le molecole hanno un volume proprio. La somma b dei volumi del
le singole molecole costituenti il gas deve essere sottratta al volume
V del gas: e questo perché si possa ottenere l'effettivo volume (V - b)
che le molecole del gas hanno a disposizione.(5) Inoltre
le molecole
esercitano, l'una sull'altra, una debole attrazione e questo fatto aumenta di
una quantità p' = a/V2
la pressione che si esercita sul gas:
infatti le molecole che si trovano sulla superficie che delimita il
volume del gas sono attratte dalle molecole che si trovano più internamente e ciò origina una forza diretta verso l'interno.(6)
Vediamo
meglio questo fatto.
Supponiamo di avere una molecola all'interno del volume occupato dal gas.
Su di essa si eserciteranno delle forze (sulla cui natura e sulla cui legge di
variazione con la distanza non facciamo per
ora alcuna ipotesi) da parte delle molecole vicine. La risultante di
queste forze, su questa molecola interna, è però nulla, in quanto in media
questa molecola sarà circondata simmetricamente da un certo numero di altre
molecole:
La
molecola non sarà allora in alcun modo influenzata da quelle vicine.
Supponiamo ora di avere una molecola vicina alla superficie
che delimita il volume occupato dal gas. Le molecole che la circondano, e che
esercitano forze su di essa, non saranno più disposte
simmetricamente intorno alla molecola stessa:

Le
forze non si faranno allora più equilibrio ed avranno una risultante, non
nulla, diretta verso l'interno. Questa forza risultante
agisce sulla molecola in modo tale da rallentarne l'urto contro la
parete del recipiente.
Ricordando che sono proprio gli urti delle particelle costituenti un gas,
contro le pareti del contenitore, che originano la
pressione, si capisce subito che, diminuendo l'intensità di questi
urti, si diminuisce la pressione esercitata dal gas.
E proprio questo è il significato del termine a/V2,
introdotto
nell'equazione di Van der Waals.
Si possono allora cominciare a trarre delle prime conclusioni:
il
termine p' = a/V2 è responsabile delle forze attrattive tra le
molecole, mentre il termine b è in qualche modo responsabile della repulsione
tra le molecole (il volume proprio occupato dalle molecole
fa si che queste al massimo possono essere avvicinate fino a toccarsi:
impenetrabilità della materia).
(7)
Abbiamo riportato con maggiori dettagli l'opera di Van der Waals
perché essa fu gravida di conseguenze. Grazie alla sua equazione (ed
alle ipotesi da lui fatte relative alla pressione interna ed al covolume)
da quel momento le deboli forze di attrazione che si esercitano tra le molecole
a breve distanza e le notevoli forze di repulsione che si esercitano tra le stesse a brevissima distanza presero il
suo nome (forze di Van der Waals).
In quegli anni nulla si sapeva sulla natura di queste forze, ol
tre all'ipotesi, che si faceva, che fossero di natura elettrostatica.(8)
Ma da allora, appunto, le
azioni che si esercitano tra le molecole
in un aggregato qualsiasi, e che abbiamo citato qualche riga più su,
sono chiamate forze di Van der Waals.
Ancora oggi la natura di queste forze non è
completamente chiara, anche se si sono fatti dei buoni passi avanti.
Tra qualche pagina affronteremo una discussione più dettagliata di
queste forze inserendole nel contesto storico in cui cominciarono ad avere una
spiegazione.
Intorno al 1885 gli studi sull'elettrolisi si erano arricchiti di una
notevole mole di esperienze ed Arrhenius in una sua teoria
sulla dissociazione elettrolitica avanzò l'ipotesi secondo cui i sali diluiti
in soluzioni acquose sono dissociati in ioni positivi e
negativi. (Questa teoria venne adottata ed ampliata successivamente,
nel 1891, da Werner il quale introdusse nel problema i concetti di
valenza principale e di valenza ausiliaria).
Un notevole impulso alle teorie che volevano di natura elettrica il
legame tra atomi nella formazione delle molecole venne dopo
il 1897 quando J.J.Thomson scoprì l'elettrone misurandone la carica
e la massa con una certa precisione. Il fatto che l'elettrone fosse
un costituente comune di tutti gli atomi aprì nuove entusiasmanti
prospettive.
Lo stesso Thomson sviluppò (1907) una teoria del legame chimico(10) basata
appunto sul fatto che gli elettroni dovevano avere
una parte preponderante nella formazione dei legami tra atomi. Thomson
sosteneva che vi sono degli atomi elettropositivi e degli atomi elettronegativi.
Sono elettropositivi quegli atomi che perdendo degli
elettroni riescono a raggiungere una configurazione stabile; elettronegativi
quelli che raggiungono questa stabilità di configurazione
acquistando degli elettroni degli atomi vicini.
Su questa strada si mossero, all'incirca nello stesso periodo:
Abegg (1904), Ramsay (1908), Falk e Nelson (1910 ÷1918), Bray e Branch
(1915) ed altri chimici e fisici.
Intorno al 1914 si ebbe poi ancora un contributo di J.J.Thomson
il quale studiando vari tipi di molecole le distinse in molecole polari(10)
(quelle del tipo NaCl = cloruro di sodio = sale da cucina)
e molecole non polari (quasi tutte quelle costituenti le sostanze
organiche). Inoltre precisò alcuni concetti collegati alla sua precedente
teoria del legame chimico: la valenza elettropositiva dell'atomo in un elemento
è uguale al numero di elettroni che questo
atomo può perdere facilmente, la valenza elettronegativa è invece
uguale alla differenza tra il numero otto e la valenza elettopositiva.
Un notevole passo avanti, nella soluzione del problema del
legame chimico, fu fatto dopo che Bohr nel 1913 propose il suo modello atomico.
Nel 1916 i due fisici W.Kossel (tedesco) e G.N.Lewis (statunitense)
svilupparono una teoria che oggi è conosciuta come teoria
elettronica del legame chimico. In particolare W.Kossel, studiando
le molecole polari (quelle ionizzabili, quelle cioè a cui possono
essere tolti elettroni con facilità), elaborò la teoria del legame
ionico; G.N.Lewis, per tener conto della formazione delle molecole
non polari, sviluppò invece una seconda teoria (notevolmente estesa
da I. Langmuir nel 1919), quella del legame covalente.
Va detto comunque che la natura delle forze che entrano in
gioco in questi legami rimane oscura. Bisognerà aspettare la meccanica
quantistica (dal 1926 in poi) per avere una soluzione di que
sto problema.
Vediamo un poco più da vicino questi due tipi di legame tra
atomi, ricapitolando prima un poco sull'atomo di Bohr e sul principio di Pauli.
3 - Legame ionico e legame covalente
Come abbiamo già detto il modello di Bohr, a cui applichiamo il
principio di Pauli (su un livello energetico vi possono essere al massimo due
elettroni se hanno spin opposti), raccoglie in gruppi tutte le orbite
che possono essere occupate da elettroni (orbite permesse),
ciascuno dei quali viene ad occupare uno strato nello spazio che circonda il
nucleo dell'atomo. Questi strati possono contenere un numero
limitato di elettroni; per esempio lo strato più interno, formato da
un solo livello energetico (1 s) può contenere al massimo due elettroni;
lo strato successivo, formato da quattro livelli energetici (2s, 2px,
2py,
2pz), può contenere al massimo otto elettroni. Nella tabella
seguente sono riportati da un lato il diagramma dei valori delle energie
dei livelli energetici - elettronici che si hanno intorno al nucleo [le
riquadrature indicano i vari gruppi di
livelli che formano i
successivi strati] , dall'altro il numero degli elettroni che al massimo si
possono trovare in ogni strato:

In
questo schema ci interessa solo l'ordine di
successione dei livelli
dal basso in alto,
e
non
il valore numerico
della
loro energia che non potrebbe essere precisato
se non
atomo
per atomo.
Il disegno non è fatto in
scala e può valere per
molti elementi.
La successione degli elementi atomici nella tavola periodica
presenta il riempimento successivo di questi strati da parte degli elettroni.
Vediamo qualche esempio.
Il primo elemento della tavola periodica è l'idrogeno che ha un
solo elettrone il quale si troverà sul livello 1s nello strato K. Il secondo,
l'elio, ha due elettroni che si troveranno sul livello 1s nello
strato K (il quale risulterà completo). Il terzo, il litio, ha tre elet
troni, due dei quali si troveranno sullo strato K riempiendolo, mentre
il terzo si troverà nel livello 2s dello strato L.
Si va avanti così fino al neon che ha 10 elettroni due dei quali
completano lo strato K, i rimanenti otto, invece, completano lo strato L.
Con il sodio, 11 elettroni, completati gli strati K ed L, un elettrone
andrà ad occupare un livello energetico dello strato M.
Si va così avanti via via riempiendo i livelli energetici più vicini al
nucleo.
Con il raffinarsi del modello atomico descritto, si trovò il modo di
usarlo per spiegare le regole chimiche della valenza.
Il fatto che i gas nobili non entrano con facilità in legami chi
mici con altri elementi attirò l'attenzione di Kossel sul fatto che gli
atomi sono particolarmente stabili quando i loro strati elettronici sono
completi, così che, per raggiungere questa stabilità, un atomo cercherà
di acquistare o perdere elettroni.
Gli elettroni che si trovano nell'ultimo strato dell'atomo sono
gli elettroni di valenza.
Nel caso del doro (Cl), lo strato più esterno è mancante di un
elettrone per essere completo. Il cloro quindi, per la sua stabilità,
cercherà di unirsi con un atomo che nel suo strato esterno ha un solo elettrone.
II sodio (Na) ha un solo elettrone nel suo strato più esterno e
tenderà quindi a perderlo con facilità per rimanere con lo strato
immediatamente più interno completamente occupato. Il cloro ed il sodio si
uniranno quindi con facilità originando il cloruro di sodio
(NaCl o sale da cucina). Il cloro ed il sodio si legano quindi con un
legame particolare: quello ionico.
4
- Legame ionico (Kossel).
La teoria di Kossel del legame ionico spiega la formazione degli ioni e
l'unione di ioni positivi (atomi a cui mancano elettroni)
e negativi (atomi che hanno degli elettroni in più) mediante la forza
di attrazione coulombiana.(11)
Nel legame ionico si ammette il passaggio di elettroni da un
atomo ad un altro.
Supponiamo di avere un elemento (ad es. il sodio Na) che abbia
sull'ultimo strato un numero di elettroni inferiore a quattro ed un al
tro elemento (ad es. il doro Cl) che abbia sull'ultimo strato un numero di
elettroni superiore a quattro. Poiché la configurazione più
stabile è quella in cui un atomo ha il suo ultimo strato completo di
elettroni e poiché quest'ultimo strato è generalmente completo quando
ha otto elettroni, è evidente che l'atomo con un numero di elettroni
inferiore a quattro sull'ultimo strato tenderà a perderli, mentre l'atomo che
ha un numero di elettroni superiore a quattro nell'ultimo
strato tenderà ad acquistarne in numero tale da far si che quest'ultimo strato
risulti completo (cioè con otto elettroni). Questa configurazione risulterà
molto stabile (si sarà formata una molecola di NaCl).
Vediamo più in dettaglio, come esempio, il caso della molecola, più
volte citata, di cloruro di sodio (NaCI).
Nella formazione del cloruro di sodio, il metallo (Na) che, come
tale, possiede meno di quattro elettroni di valenza (uno soltanto), si
ionizza, perde cioè l'unico elettrone che possedeva nell'ultimo strato,
acquistando di conseguenza una carica positiva (Na+); il non metallo
(Cl) che ha nell'ultimo guscio sette elettroni di valenza, assume l'elettrone
perduto dal metallo (Na) e diviene anch'esso uno ione, dotato però di una
carica negativa (Cl-). Fra i due ioni, che possiedono
entrambi una carica elettrica, ma di segno opposto, si esercita una
forza elettrostatica (la forza di Coulomb) che li tiene uniti, formando un
legame tra ioni, un legame, cioè, ionico. In questo processo, naturalmente, è
necessario che il numero degli elettroni perduto da una
specie atomica sia uguale a quello acquistato dall'altra specie (è necessario
quindi un atomo di sodio ogni atomo di cloro) .

Un
altro tipo di legame, per mezzo degli elettroni (e quindi originato
da una forza di tipo elettrico), tra gli atomi si realizza, secondo la teoria
di Lewis e Langmuir, nell'unione di due o più atomi nella formazione di un
composto non polare(12) (come ad esempio nelle molecole
più semplici: H2 , Cl2 , O2 ). In questo caso,
poiché non si formano ioni,
il legame è detto non polare (o covalente).
5
- Legame covalente (Lewis-Langmuir)(13)
Nella molecola composta (ad esempio) da atomi di uno stesso elemento, i
singoli atomi, uguali fra loro, per raggiungere il riempimento
completo dell'ultimo strato, mettono in comune (appunto in questo ultimo
strato) uno o più elettroni.

Secondo
la spiegazione data parlando del principio di Pauli, gli atomi
dovrebbero tendere a respingersi, poiché, quando essi si avvicinavano,
gli elettroni, per evitare di occupare stati già occupati, devono portarsi in
stati ad energia più elevata; tenendo conto però che alcuni
livelli energetici (meglio: alcuni strati) sono incompleti, il legame
si forma attraverso questi livelli energetici. Quando gli strati più
esterni degli atomi sono completi, l'eventuale legame dovrebbe avvenire mediante
livelli di energia superiore a quelli degli strati completi;
se, però, l'energia necessaria per portare gli elettroni a livelli ener
getici superiori è considerevole, la repulsione tra gli atomi impedisce
la
formazione del
possibile legame;
è questo
il caso
degli strati
completi dei gas nobili (o inerti) a cui abbiamo già accennato.(14)
6 -
Ritorniamo a Van der Waals. Legame tra molecole.
Come avevamo accennato, parlando di Van der Waals, la natura
delle forze, che si esercitavano tra molecole originando la loro attrazione (a/V2)
e la loro repulsione (b) non era affatto chiara. Si cer
cò quindi per diversi anni di spiegare la natura delle forze di Van
der Waals.
Nel 1885 Boltzmann, riprendendo un lavoro di J.C.Maxwell (1868),(15)
iniziò ad affrontare il
problema dell'esatta natura di queste forze,
studiando il loro campo di azione e la loro dipendenza dalla distanza
tra le molecole. Il lavoro di Boltzmann non portò degli utili risultati;
egli costruì comunque un modello in termini di energia (una buca di potenziale
in tre dimensioni con barriere verticali) che, secondo lui,
avrebbe spiegato i fatti sperimentali fino ad allora conosciuti.
Nel 1886 cominciò a studiare il problema W.Sutherland, il quale
provò ad applicare ai molti dati sperimentali che aveva a disposizione
una legge che fornisce la forza F di attrazione tra due molecole di massa m
1 ed m2
ad una distanza r:(16)
F = A.(m1m2)/r4
(dove
A è un parametro che varia da sostanza a sostanza)
questa legge
gli era stata suggerita da precedenti lavori di Laplace (Teoria generale
dell'azione capillare - 1806) e di Gauss (Principia Generalia -
1830). Sutherland,
operando in questo modo,
riuscì a spiegare alcuni fatti sperimentali (ad esempio: l'azione capillare e
l'effetto Joule-Thomson (leggi: Kelvin) relativo ad un gas fortemente
compresso che attraversa una parete porosa raffreddandosi: effetto che
dimostra che la coesione tra i gas non è nulla).
Qualche anno dopo, nel 1893, lo stesso Sutherland ipotizzò qual
cosa di più interessante per gli sviluppi futuri. Egli stabilì una stretta e
generale correlazione tra il parametro A della sua formula con la
polarizzabilità(17) degli atomi delle sostanze che agiscono per
formare
le molecole, e, di conseguenza, provò a studiare le forze interatomiche ed
intermolecolari tenendo conto dell'intrinseca struttura degli
atomi e delle molecole interessati ai fenomeni.
Ancora Sutherland, nel 1902, sviluppò ed ampliò le precedenti
idee. Intanto, nello stesso periodo (tra il 1901 ed il 1903), anche il
fisico M.Reniganum si stava interessando al problema. Sutherland ed,
indipendentemente, Reniganum ipotizzarono che le molecole neutre trasportano
delle cariche elettriche positive e negative che sono concentrate interamente o
parzialmente in due punti. Ragionando
in questi termini, per la forza di attrazione tra le molecole, si trova che
questa
forza varia con la distanza tra le molecole come 1/r4 . Niente però
dava ragione a questo andamento. Molti altri fenomeni erano bene spiegati da
leggi empiriche con andamenti 1/r5 e 1/r6 (questi fenomeni
erano
stati studiati, mediante l'applicazione di queste leggi empiriche, sempre da
Sutherland tra il 1886 ed il 1893).
Con lo stesso metodo di Sutherland (utilizzando cioè una legge
di forza, scelta allo scopo, ed andando ad analizzare poi i dati sperimentali al
variare di alcuni parametri che compaiono nella legge)
lavorarono più tardi, dal 1924 in poi, anche J. E. Lennard e Jones ed
i loro assistenti.
I due fisici usarono una legge in cui erano considerate le forze
attrattive e quelle repulsive oltre a dei parametri, modificando i quali
dal confronto con i dati sperimentali, si arrivava ad un aggiustamento
dell'intera legge.
La legge da loro usata era della forma:
dove
il primo termine rappresenta la forza repulsiva; il secondo la forza
attrattiva; A, B, n ed m (con n > m)(18)
sono i parametri da modificare via
via; r è la distanza tra gli atomi o le molecole che si considerano; F è
la forza risultante.
Anche per Lennard e Jones le costanti A e B, diverse per diverse
sostanze, erano in qualche modo legate alla struttura intrinseca degli
atomi e delle molecole (in particolare alla loro polarizzabilità).
Con questo metodo si sono ottenuti dei buoni risultati.
7 -
Diagrammi di energie e forze relativi a molecole
Vediamo ora meglio, aiutandoci con un grafico, il significato di
una
legge di tipo or ora visto.
Supponiamo di avere tanti atomi (o molecole) in moto rapido e casuale (è
quanto si verifica, ad esempio, in un gas). L'energia del moto è l'energia
cinetica mentre la temperatura è la misura dell'energia cinetica
di questi atomi (o molecole).
Quando due atomi (o molecole), si avvicinano tra di loro
considerevolmente rispetto agli altri atomi (o molecole), allora c'è la
possibilità
che si formi un legame chimico. Supponiamo che questi due atomi (fissiamo
le idee su due atomi) si possano rappresentare come due sfere rigide,(19)
vediamo cosa succede, in
termini di energia (e di forza),(19) quando questi due atomi si
avvicinano tra di loro fino ad arrivare a contatto.
Costruiamoci dei grafici:

Nella
figura: r rappresenta
la distanza fra i centri degli atomi.
Le
curve tratteggiate ed indicate con
1
danno la parte attrattiva.
La
curva
tratteggiata ed indicata con 2 dà la
parte repulsiva.
Il
punto indicato
con 3 dà la parte repulsiva (questo
punto si
trova
ad una F = ∞).
Le
curve a tratto continuo (compreso il
punto
di cui prima) indicate con 3 danno l'effetto
risultante.
[Riguardo
al punto indicato con 3 c'è da dire che, al momento
del
contatto tra i due atomi, c'è
una forza di repulsione infinita e
questa
forza infinita è rappresentata, appunto dal punto indicato
con
3J.
La re è di equilibrio. Intorno
a questo valore di r
la molecola
compie
delle piccole
oscillazioni di origine
termica. La
quantità
D
riportata in figura rappresenta
l'energia necessaria per
dissociare
la molecola: questa energia è tanto più piccola quanto più
piccolo
è il valore di D. Più è
grande D più la molecola è stabile.
I grafici di figura rappresentano la seguente situazione: a grandi
distanze(20) i due atomi
esercitano una debole attrazione l'uno sull'altro; questa forza di,.attrazione
diminuisce molto rapidamente con l'aumenta
re della distanza;(21)
se gli atomi si avvicinano la forza di attrazione
cresce e raggiunge il valore massimo quando le due sfere rigide si toccano;
un tentativo di avvicinamento ulteriore comporta una violenta (infinita)
repulsione (completa impenetrabilità della materia).(22)
Quando due atomi entrano nella composizione di una molecola si
stabiliscono nella
buca di energia potenziale che appare disegnata in
figura,compiendo
delle piccole oscillazioni, di origine termica, intorno alla posizione
(re ) di equilibrio.(23)
Consideriamo ora questi due atomi che si avvicinano, secondo il
modello atomico di Bohr-Pauli (modello atomico di Bohr con l'introduzione del principio di Pauli).
In questo caso, in termini di forza e di energia, si hanno i grafici
seguenti:

(a)- Curva dell'energia potenziale
di una molecola
biatomica in
funzione della distanza r tra
i nuclei degli atomi che la costituiscono.
La curva 1 è relativa alla
repulsione; la
curva
2 all'attrazione;
la curva
3 è
quella risultante. Il punto di
ascissa re è
quello di
equilibrio:la molecola che si forma vibra
intorno a questa posizione.
(b)-Curva della forza che si esercita tra due atomi costituenti una
molecola biatomica in
funzione
della distanza
r tra
i nuclei.
La curva 1 è relativa alla
repulsione; la curva 2 all'attrazione;
la
curva 3 è quella risultante.
II punto
di ascissa
rm è quello
di
massima forza attrattiva tra
le
molecole.
I grafici di figura precedente rappresentano la seguente situazione: a
grandi distanze i due atomi esercitano una debole attrazione l'uno sull'altro;
questa forza di attrazione diminuisce molto rapidamente con
l'aumentare della distanza; se gli atomi si avvicinano la forza di attrazione
cresce e raggiunge il valor massimo per un dato valore (rm),
sempre piccolissimo, della distanza fra i nuclei atomici; un avvicinamento
ulteriore comporta una diminuzione dell'attrazione ed infine, ad
una distanza A (sull'ascissa di figura, chiamata distanza di equilibrio), ten
de a zero. Quando due atomi entrano nella composizione di una molecola
si stabiliscono nella buca di energia potenziale che appare
disegna
ta in figura, compiendo piccole oscillazioni, di origine termica, intorno alla posizione di equilibrio. Per una distanza tra gli atomi minore
di A si ha il sorgere di forze di repulsione che crescono molto rapidamente e
rendono praticamente impossibile l'avvicinamento ulteriore dei
due atomi.[Forze molto simili a quelle agenti tra gli atomi agiscono
tra molecole. Le caratteristiche essenziali dell'attrazione tra molecole sono
ancora rappresentate dalla curva dell'energia potenziale e dalla
curva della forza tracciata per gli atomi (va tuttavia osservato che tra
i due tipi di attrazione vi sono differenze sostanziali come risulterà
implicitamente da quanto diremo oltre].
Confrontiamo in un dettaglio le due ultime figure . Se
gli atomi fossero, come avevamo ipotizzato per la costruzione dei grafici della
prima,
delle sfere rigide, la forza di repulsione che si eserciterebbe tra di
essi sarebbe nulla nel caso in cui la distanza tra i due atomi fosse
maggiore della somma dei raggi delle due sfere; questa forza sarebbe in
vece infinita nel caso in cui la distanza tra i due atomi fosse minore
della somma dei raggi delle due sfere. Nell'ultima figura abbiamo invece visto
che, con l'introduzione dell'atomo di Bohr-Pauli, la curva risultante
ha un andamento continuo e regolare. Questo fatto suggerisce che gli
atomi non sono completamente impenetrabili. In ogni caso l'impenetrabilità della materia, che si manifesta nella piccola compressibilità dei
solidi e dei liquidi, può essere considerata come conseguenza del principio di Pauli che origina, appunto, le notevoli forze repulsive ad una
piccolissima distanza tra gli atomi costituenti la molecola. Infatti,
se due nuclei appartenenti a due
atomi potessero avvicinarsi l'uno all'altro mentre gli elettroni intorno ad essi
rimanessero indisturbati,
alla fine i nuclei (a parte la repulsione elettrostatica) si toccherebbero,
formando un unico nucleo, e più elettroni, provenienti da atomi
diversi, si verrebbero a trovare nella stessa orbita. La repulsione tra
gli atomi dipende allora dal fatto che gli elettroni dovrebbero sistemarsi su
orbite diverse (a causa del principio di Pauli) acquistando in
definitiva energia. Questo acquisto di energia da parte degli elettroni
è grande ed allora gli atomi si respingono (ci vuole meno energia per
respingerli che non per far acquistare energia agli elettroni). Oltre
alla repulsione dovuta al principio di Pauli c'è una piccola repulsione
elettrostatica.(24)
Vediamo di confrontare con un grafico analogo ai precedenti i valori
delle attrazioni e repulsioni elettrostatiche delle repulsioni dovute al
principio di Pauli, delle curve teoriche e sperimentali:
La
curva 1 è relativa alla repulsione dovuta al principio di Pauli;
la
curva 2 è relativa all'attrazione e
repulsione elettrostatica;
la
curva 3 è quella ricavata
teoricamente (25) e comprende la
repulsione
di Pauli e l'attrazione e repulsione coulombiana;(26)
la
curva 4 è
quella ricavata da dati sperimentali. (27)
[Si
osservi che il piccolo minimo della
curva 2 non spiegherebbe la
stabilità
delle molecole] .
In breve prima di ritornare a dove avevamo lasciato il discorso,
ricapitoliamo brevemente questi ultimi concetti (aggiungendone un paio)
dicendo che:
1)
Gli atomi di una molecola interagiscono a causa di due tipi di forze
di natura essenzialmente elettrica (almeno in origine).
2) In
primo luogo vi sono forze attrattive che interessano il legame chimico (forze di
valenza). Questo tipo di forze decresce molto rapidamente al crescere della
distanza tra i due atomi.
3)
In secondo luogo vi sono forze repulsive trascurabili a grande distanza
ma che
crescono più rapidamente di quelle attrattive a piccolissima distanza
(impenetrabilità della materia).
4) Ad
una certa distanza tra gli atomi (punto
di ascissa re della penultima figura)
si
ha una situazione di equilibrio e gli atomi possono rimanere a tale
distanza per un tempo indefinito [e questa è la distanza che normalmente separa
gli atomi in una molecola o in un aggregato qualsiasi
(ad es.: un solido)].
5)
Gli atomi vibrano intorno a questa posizione di equilibrio e l'ampiezza
dell'oscillazione è proporzionale all'aumento di temperatura (moti
di vibrazione).
6)
Inoltre una molecola può ruotare su se stessa con una velocità
(angolare) che cresce anch'essa con la temperatura (moti di rotazione).
7)
Infine tutta la molecola può muoversi lungo una determinata direzione
con un moto di traslazione (moto di traslazione).
***
Prima di tornare ancora sulle forze di Van der Waals, per cercarne le
successive spiegazioni, occupiamoci per un momento della definizione di alcune
grandezze e concetti che abbiamo già incontrato e che ci
serviranno in seguito: dipolo elettrico, dipolo indotto, polarizzabilità,
orientamento dei dipoli sotto l'azione di un campo elettrico, molecole
polari e dipolo istantaneo.
NOTE
(1)
La costante a rappresenta l'aumento di energia delle
molecole per ogni
grado centigrado di aumento di temperatura a =
1/273.
Ma si sta parlando di
pressione e volume, che c'entra l'energia?
Vediamolo.
Ricordiamo che l'espressione più generale che conosciamo per l'energia è
E = mv2 , che si può scrivere: E = m(l2/t2 ).
Troviamoci le dimensioni di
questa energia: [E]
= [M] [L]2 [T]-2.
Calcoliamoci
ora le dimensioni del prodotto pV di una pressione per un volume (che
incontreremo tra
qualche riga) che si può anche scrivere:

Si
ha:
[pV]
= [M][L]2[T]-2 = [E]
Come
si può quindi vedere il prodotto pressione per volume ha le dimensioni di una
energia!
(2)
Dove n è un numero di
grammomolecole, R è la costante universale
dei gas e T è la temperatura assoluta o temperature Kelvin [T °K =
(t+273)°C]..
Cerchiamo di vedere come si passa dalla prima alla seconda relazione
scritta.
Introducendo nella prima equazione la temperatura assoluta T = t + 273
=> t = T - 273,
Ricordando
ora la legge di Avogadro [alla temperatura t0 = 0°C ed alla
pressione p0= 1 atmosfera, cioè a T0 = 273°K, ogni
grammomolecola di
gas occupa un volume di litri 22,4. Se avremo quindi n grammomolecole
avremo un volume V0 = 22,4 x n ( si può scrivere:
pv = (22,4/273).nT
Indicando
poi con R la costante universale dei gasi [ R = 22,4/273
(litri.atmosfere/gradi.grammomolecole) = 0,821 (litri.atmosfere/gradi.grammomolecole)
si ha la relazione
che cercavamo:
pV = nRT.
(3)
Osserviamo a parte che la legge di Boyle (pV = K), se non sottoposta a limiti di
validità, condurrebbe ad un assurdo. Infatti, secondo questa legge, se si
aumenta la pressione P infinitamente il
volume V di una determinata massa di gas si dovrebbe ridurre a zero.
(4)
Ha cioè aggiunto al termine p, che compare nell'equazione dei gas
perfetti, il termine a/V2 ed al termine V, che compare sempre
nell'equazione dei gas perfetti, il termine -b.
(5)
La costante b è comunemente chiamata "covolume". Osserviamo a
parte che il volume effettivamente occupato dalle molecole di un gas
è soltanto un quarto di b (come si può calcolare).
(6)
p' = a/V2 =
pressione interna. Si osservi
che tale pressione deve essere tanto maggiore quanto più le
molecole sono vicine; per questo motivo essa risulta inversamente
proporzionale al quadrato del volume V occupato dal gas.
(7)
Per capire meglio questo concetto vedi più avanti (anticipiamo che il
responsabile di questa repulsione tra molecole, quando si trovano a brevissima
distanza, è il principio di Pauli).
(8)
Cerchiamo di vedere perché si pensava a forze di natura elettrostatica
e non a forze di natura gravitazionale.
Ricordiamo che la legge della gravitazione universale di Newton (1666) è:

FN = G.(m1m2/r2)
dove
G = 6,67. 10 N.m2/kgm2 è una costante, m1
ed m2 sono le due masse
che si attraggono ed r è la distanza tra di esse.
Ricordiamo poi che la legge di Coulomb (1785) che studia l'attrazione (o
repulsione) elettrostatica tra due cariche elettriche q1 e q2
alla distanza r, è:

FC = K(q1q2/r2)
dove
K è una costante che vale: K = 8,98. 109 N.m2/coulomb2.
Prendiamo ora in
considerazione due elettroni (che sappiamo avere ciascuno
una carica qe = 1,60.10-19 coulomb ed una massa me
= 9,11.10-31Kgm), supponiamo che siano ad una distanza
dell'ordine di grandezza delle dimensioni
atomiche (r ~ 10-10 m),
applichiamo ad essi le leggi di Newton e di Coulomb
e confrontiamo i valori che si ottengono per le rispettive forze.
Applicando la legge di Newton si trova:
Applicando
invece la legge di Coulomb si ha:

Confrontando
le due forze si trova:
e
come si vede la forza di Coulomb, cioè la forza elettrostatica risulta essere
1047 volte
maggiore di quella gravitazionale.
(9)
Ampliata successivamente (1910) da J.Stark il quale introdusse per
primo il concetto di elettroni di valenza per indicare i legami
che si hanno tra gli atomi nei composti.
(10)Vedi
più avanti.
(11)
Se abbiamo due cariche elettriche q1
e q2 , ad una distanza r queste
si attraggono (se sono dello stesso
segno) o si respingono (se sono di segno opposto) con una forza data dalla legge
di Coulomb:

F = K (q1q2/r2)
dove
K è una costante di proporzionalità.
(12) Vedi
più avanti.
(13)
Il legame covalente fu studiato quantisticamente da Heitler e London
nel 1927 (vedi più avanti).
(14)
Un legame dello
stesso tipo di quello covalente si ha tra molecole.
Questo legame è chiamato dativo (vedi più avanti).
(15)
L'opera più importante di Maxwell, il Trattato di elettricità e
magnetisimo, fu pubblicata nel 1873.
(16)
Secondo Sutherland le molecole che agiscono sono sempre ad una certa
distanza tra loro: r non può mai annullarsi.
(17 )La
polarizzabilità misura quanto un campo elettrico distorce
un atomo od una molecola, spostando gli elettroni dell'atomo o
della molecola rispetto al nucleo positivo (vedi comunque più
avanti).
(18)
Il fatto che n sia maggiore di m fa si che le forze repulsive abbiano un
raggio di azione più piccolo di quello delle forze attrattive. Da notare
che la forza repulsiva è positiva mentre quella attrattiva è negativa.
I valori più in uso, oggi, per n ed m sono: n = l2 ed m = 7 (Potenziale 12-6).
Osserviamo a parte che questo modo di procedere è ancora oggi quello in
uso, fornendo una accurata espressione teorica per le forze intermolecolari.
(19)
Questa prima approssimazione è quella che in sostanza fece Van der Waals
e che venne ripresa nel 1912 da Keesom (vedi più avanti).
(20)
Abbiamo già visto la legge di Coulomb. Ricordiamo che Fc è negativa
se le due cariche hanno segno opposto e quindi
quando c'è attrazione; mentre Fc è positiva se le due cariche
hanno stesso segno, quindi quando c'è repulsione. Per comprendere meglio quanto segue, vediamo graficamente qual è la legge dell'attrazione e della
repulsione elettrostatica in termini di forza e di energia:

(21)
Relativamente alle dimensioni atomiche.
(22)
Praticamente ad una distanza di 6 o 7 Å
l'energia di legame
tra due atomi si annulla. Non si ha più, allora, una molecola, ma si hanno
due atomi separati.
(23)
Secondo il modello di atomi (o molecole) a sfere rigide la materia risulterebbe
completamente impenetrabile. In realtà questo fatto è in contrasto con
l'esperienza in quanto, a parte i gas, i liquidi ed i solidi risultano
comprimibili in un modo che lascia intendere la non completa
penetrabilità della materia.
(24)
Mentre la repulsione dovuta
al principio di Pauli va come r-6, la repulsione
elettrostatica va come r-13.
(25)
Le curve teoriche sono state studiate da Heitler e London nel 1927, da Siguira nel 1927, da
Born ed Oppenheimer nel 1927, da Wang nel 1928, da
Morse nel 1929 (si noti che le curve del tipo
da noi disegnato sono oggi
conosciute come curve di Morse) e da altri più tardi.
(26) Si può
dimostrare che solo il 14% dell'energia totale di legame tra molecole esistenti
in natura può essere considerata come elettrostatica.
Questo dato è stato ripreso dal testo di Syrkin e Dyatikna - Molecular
Structure - pagg.
65 e 66.
(27)
Le tecniche sperimentali
usate per studiare
le molecole sono:
1) Spettroscopia
2) Diffrazione di raggi X
3) Diffrazione di elettroni
(o neutroni)
L'interpretazione dei dati sperimentali è possibile solo con
l'introduzione della meccanica quantistica.
Segue...
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