La fine dell'Ottocento era piena di attività scientifica sperimentale e
teorica. Sulla strada aperta da Faraday iniziò a muoversi Maxwell che, se da
una parte sviluppò le idee di Faraday relative al campo e quindi ad una materia
costituita da atomi evanescenti, dall'altra dette un enorme contributo alla
teoria cinetica dei gas che non poteva in alcun modo essere trattata con gli
atomi-campo. Questa
strana situazione era abbastanza comune all'epoca: la trattazione dei fenomeni
elettromagnetici doveva far ricorso alla teoria di campo, cioè all'azione a
contatto, cioè a punti-atomi che non sembravano più avere le loro caratteristiche
materiali; la trattazione dei fenomeni riguardanti la
teoria cinetica e, più in generale, di quelli riguardanti la termodinamica
trattata con metodi statistici, doveva far ricorso all'atomo
materiale, alla minuscola pallina che rimbalzava incessantemente tra le
pareti di un recipiente.
Intorno alla metà del secolo iniziarono le prime misure della velocità
con cui le perturbazioni elettromagnetiche si propagavano nei
cavi conduttori. E qui, pian piano, si riaffaccia un costituente
della materia dalla natura corpuscolare: sarebbe un flusso di particelle
cariche elettricamente che spostandosi da una parte all'altra, trasporta la
perturbazione elettromagnetica. Queste particelle sono ancora del
tutto indefinite: c'è chi pensa che questa corrente sia dovuta ad un solo
flusso di particelle, cariche di un determinato segno, in un sol verso;
c'è chi pensa si tratti di un doppio flusso contrapposto, in modo
che le particelle
cariche di un segno vanno in un verso mentre quelle
di segno
opposto vanno in verso opposto. Si susseguono moltissimi lavori teorici ma non
si coglie ancora con chiarezza l'eventuale senso dell'ammissione di queste
particelle cariche come costituenti la materia. In particolare se ancora di
atomi si doveva parlare, visto che la materia è di per sé neutra e visto che
eventualmente bisogna ammettere in essa delle particelle cariche, si dovrà
ammettere, sempre in essa, la presenza di una carica di segno opposto che la
renda
neutra. Ed in ogni caso, se si deve parlare di atomi, bisogna cominciare
a rinunciare al loro essere dei grani inscindibili.
Intanto, nel 1874, l'irlandese G. J. Stoney riprese il fenomeno
dell'elettrolisi del quale Faraday aveva fornito la legge nel 1833. E
sulla stessa strada si mosse anche Helmholtz nel 1881, con in più il
grande vantaggio che l'autorità scientifica di Helmholtz era tale che
una qualunque cosa egli sostenesse veniva subito presa in seria considerazione.
Ebbene, sia Stoney che Helmholtz, mostrarono che se la materia
e l'elettricità
sono considerate discontinue (cioè formate da tante piccole particelle)
allora gli esperimenti di Faraday sono semplici da spiegare.
Se ciascun atomo di materia, nel passare attraverso la soluzione,
porta con sé una quantità di carica definita e ben determinata, allora
la quantità di materia depositata su di un elettrodo sarà direttamente
proporzionale a questa quantità di carica. Ora, un grammo-atomo di materia
contiene un numero di atomi pari al numero N di Avogadro e quindi ciascun atomo
trasporta una carica q pari a:
q
= z.(96.522/N) coulomb
con z
numero intero. Così la carica che ogni ione elettrolitico, di qualsiasi tipo
esso sia,
trasporta è sempre multipla di 96.522/N, che risulta quindi essere la
carica elementare. A questa carica elementare Stoney, nel 1891, dette
il nome di
elettrone (agli inizi Stoney con la parola elettrone indicava
la carica elettrica associata ad uno ione monovalente).
Alla possibile conclusione di esistenza di una carica elementare
di elettricità si arrivò anche da una strada completamente diversa,
quella dello studio della scarica nei gas rarefatti.
Nel 1879 il
britannico W. Crookes, impegnato nello studio della scarica elettrica in gas
rarefatti, sulla strada aperta fin dal 1751 da Watson e poi seguita da
moltissimi ricercatori (Davy, Faraday, Abria, Geissler, Plücker, Hittorf,
Karley, ...) produce una scarica elettrica
in un tubo di vetro in
cui aveva praticato un vuoto molto spinto (dell'ordine di un millesimo di
atmosfera). Da questa esperienza ricava
l'esistenza &i raggi emessi dal catodo, costituiti, secondo la sua teoria,
da molecole elettrizzate espulse dal catodo stesso (raggi catodici).
Mentre anche altri ricercatori , come E. Riecke, erano convinti della
natura corpuscolare dei raggi catodici, alcuni, tra cui l'autorevole
Hertz, non erano della stessa opinione.
Hertz, insieme al suo assistente Lenard, fece una serie di esperienze con
i gas rarefatti. In particolare osservò (1892) che i raggi
catodici erano in grado di attraversare sottili lamine metalliche. Da
ciò egli concluse che
non poteva trattarsi di fenomeni corpuscolari e che,
al contrario, i raggi catodici non sono altro che delle vibrazioni dell'etere,
allo stesso modo della luce.
Intanto Goldstein, servendosi di un catodo perforato, aveva scoperto
resistenza dei raggi anodici, o positivi, o canale (1886); e
Schuster era riuscito a misurare, anche se con scarsa precisione, il
rapporto tra la carica e la massa delle ipotetiche particelle emesse dal
catodo, osservandone la deviazione in un campo magnetico.
.
Per rendere conto di una molteplicità di problemi teorici
l'olandese H. A. Lorentz, nel 1892, elaborò una teoria degli elettroni
nella quale l'elettricità
era considerata un fenomeno di spostamento
di particelle, gli elettroni, dotate di carica e di massa.
Da questo proto c'è un dato teorico da sottoporre alla prova
dell'esperienza e le ricerche, appunto sperimentali si faranno sempre
più frenetiche. Eccone una breve cronologia.
1894
- il britannico J.J. Thomson (1856-1940), usando di uno specchio ruotante,
riesce a calcolare la velocità dei raggi catodici trovando un valore
di circa 10.000 Km/sec, velocità molto più piccola di quella della
luce ed enormemente più grande di quella delle molecole di un gas.
Quindi, conclude Thomson, né Hertz né Crookes hanno ragione: non si
tratta né di vibrazioni dell'etere né di molecole, ma di particelle
d'altra natura e cariche negativamente;
1894
- P. Lenard dimostra che i raggi catodici possono uscire dal tubo di scarica,
attraversando foglie sottili di alluminio come finestre e quindi
diffondendosi nell'aria;
1895
- il tedesco W.C. Rontgen (1845-1923) scopre
che, nelle vicinanze di un
tubo di Crookes, le lastre fotografiche rimangono impressionate ed interpreta il
fenomeno come originato da nuovi e misteriosi raggi provenienti dal tubo, che
egli chiama raggi X;
1895
- il francese J. Perrin (1670-1941) dimostra che i raggi catodici sono
costituiti da particelle cariche negativamente, gli elettroni;
1896
- Rontgen approfondisce lo studio dei raggi X scoprendo che essi sono generati
da tutti i punti colpiti dai raggi catodici e che hanno la proprietà di
scaricare i corpi elettrizzati;
1896
- il francese G. Gouy (1654-1926) scopre la rifrazione e la diffrazione
dei raggi X;
1897
- J. J. Thomson dimostra che quando i raggi X passano attraverso un gas
lo rendono conduttore di elettricità;
1897
- il tedesco K.F. Braun (1850-1918) dimostra che i raggi catodici sono
deviati da un campo magnetico, ma anche da un campo elettrico e su
questo principio costruisce un tubo (tubo di Braun), del tipo del tubo catodico
di un televisore. Sul fondo del tubo è cosparsa sostanza fluorescente
sulla quale si produce una piccola scintilla quando è colpita da un
raggio catodico;
1897
- il tedesco W. Wiechert (l86l-1928) fornisce un'altra determinazione del
rapporto tra massa e carica dell'elettrone, dalla deviazione dei raggi
catodici sotto l'influenza di un campo magnetico e dal confronto dei
dati così ottenuti con quelli che erano stati ottenuti mediante elettrolisi;
1897
- J.J. Thomson misura il rapporto e/m, tra carica e massa di un elettrone,
trovando che esso vale 770 volte l'analogo rapporto per lo ione idrogeno;
1897
- il tedesco W. Kaufmann (1871-1947), usando il tubo di Braun, corregge
in 1770 il valore trovato da Thomson. Per le sue misure Kaufman si basa
sempre sulla deviazione dei raggi catodici mediante campo magnetico ma
anche sulla differenza di potenziale tra gli elettrodi.
A questo punto comincia a porsi il problema: se e/m calcolato per l'elettrone
è tanto più grande del Q/M dello ione, ciò dipende dal fatto che è molto
più grande di Q o dal fatto che è molto più piccolo di M ?
Proprio allora il britannico C.T.R. Wilson (1869-1959) costruì uno strumento
che permetteva di visualizzare le tracce delle particelle cariche (camera di
Wilson o camera a nebbia).
1899
- J.J. Thomson, utilizzando una camera di Wilson, scopre che la carica
di uno ione gassoso è la stessa dello ione idrogeno da fenomeni elettrolitici
ed è anche la stessa di quelle particelle che vengono emesse
da una superficie metallica per effetto fotoelettrico. Thomson trasse
la conclusione che la carica dell'elettrone doveva essere uguale a
quella dello ione idrogeno (che oggi sappiamo essere un protone), e di
conseguenza era la massa m dell'elettrone che doveva essere molto piccola
rispetto a quella di questo ione. Il valore che Thomson trovò per
m era più piccolo di circa 1700 volte del valore della massa dello ione
idrogeno. Questo valore fu in seguito perfezionato da ulteriori misure e
mediante strumenti sempre più perfezionati.
Scoperta l'esistenza di una carica negativa costituente la materia e dato per
scontato che la materia è neutra, si cominciò a porre il problema delle
cariche positive che, all'interno della stessa materia, avrebbero dovuto
neutralizzare le negative.
Altri fenomeni da campi diversi si accumulavano sulla strada
dell'evidenza sperimentale dell'elettrone. L'effetto fotoelettrico, scoperto
casualmente da Hertz nel 1877, è uno di questi. Questo effetto, così come era
stato scoperto,
consisteva sella carica positiva che acquistava una determinata lastra
metallica sottoposta ad una radiazione ultravioletta. Il fatto notevole
è che l'effetto si
produce solo per radiazioni da una data frequenza
in su (frequenza di
soglia) ed è indipendente dall'intensità della radiazione che colpisce la
lastra metallica (non si ha l'effetto anche
per elevatissime intensità di una radiazione che abbia frequenza inferiore a
quella di soglia). Nel 1899 il tedesco Lenard ed il britannico J.
J. Thomson comprendono che si tratta di elettroni emessi dalla superficie
metallica (si noti che nel 1902 lo stesso Lenard affermò l'inconciliabilità di
questo effetto con l'idea di energia che si propaga con
continuità).
Altri fenomeni ancora si presentavano nella radioattività che,
proprio sul finire del secolo, veniva scoperta. Nel 1896 il francese H.
Becquerel scopriva che alcuni sali di uranio riescono ad impressionare
lastre fotografiche attraverso sostanze opache interposte. Dallo studio
di questi fenomeni sia Becquerel che il britannico Rutherford ricavarono, nel
1899, che l'uranio emetteva due tipi differenti di radiazione con differenti
proprietà elettriche e di
penetrazione (i raggi a ed i raggi b).
La conclusione cui arrivarono i due fisici era che si doveva trattare di
radiazioni costituite da particelle dotate di carica.
Appena un anno dopo (1900) P. Villard scoprì un terzo tipo di radiazione emessa
dai sali di uranio con caratteristiche analoghe ai raggi X, (raggi g).
L'accumularsi di tutti questi fatti provenienti da fenomeni completamente
diversi convinse i più dell'esistenza dell'elettrone ma,
fatto ancora più importante, mostrò che questo elettrone doveva essere
un costituente comune
di tutti gli atomi di tutti gli elementi.
Nel 1910, lo statunitense R. Millikan, migliorando alcuni apparati
sperimentali realizzati precedentemente da J. J. Thomson, riuscì
a misurare
con una certa precisione la carica dell'elettrone, trovando:
e
= 1,602 . 10-19 coulomb
Allo
stesso modo si è riusciti più tardi (l911) a misurarne la massa:
me
= 9,108 . 10-31 Kgm.
II secondo decennio del Novecento fu poi determinante per
stabilire la realtà degli atomi. La scoperta dei raggi X, alla quale
abbiamo accennato, permise a M. von Laue e quindi ai Bragg di passare allo
studio dei cristalli facendoli attraversare da questi raggi. Ne
risultarono effetti incredibili di interferenza, dallo studio (difficile) dei
quali si poté risalire con certezza al fatto che essi sono
costituiti da atomi disposti ai vertici di determinati reticoli, proprio
quelli che empiricamente erano stati studiati precedentemente in mineralogia e
teoricamente con l'uso della matematica.
Infine, negli ultimi anni, la realizzazione del microscopio elettronico
ci ha permesso di indagare ancora meglio la struttura cristallina arrivando
quasi a percepire la presenza degli atomi (vedremo più
oltre che c'è una impossibilità di principio di fotografare un atomo. A titolo
di esempio, mostro una foto realizzata con un microscopio a campo ionico di una
punta di una lega di platino iridio avvertendo che le figure che si vedono sono
dovute alla diffrazione e che in nessun caso possono essere confusi con singoli
atomi).

Tutto quanto abbiamo qui detto, in modo molto succinto, ha convinto
dell'esistenza degli atomi. Ma, abbiamo già avvertito che
le cose non sono così semplici; proprio sul finire del secolo scorso contro
gli atomi fu scatenata una vera e propria crociata in nome di
non vedo e quindi non credo. I motivi erano in realtà ben altri.
Si era costruita un'equazione che voleva atomismo = meccanicismo = materialismo
e, da contraltare, l'altra equazione che voleva inesistenza di materia =
inesistenza di atomi = idealismo.
La lotta fu durissima e per la verità, all'epoca fa vinta dagli antiatomisti
(che facevano capo alla corrente filosofica dell'empiriocriticismo, più nota
come neopositivismo) guidati dall'austriaco E. Mach e dal tedesco W. Ostwald.
Cercherò era di dare un maggior ordine e sistematicità alla
trattazione.
Allo scopo inizierò dallo studio dei primi modelli atomici che
vennero proposti per rendere conto del fatto, già annunciato, che da una
parte si erano individuate delle particelle negative come costituenti
la materia e, dall'altra, quest'ultima risulta neutra.
I
primi modelli atomici.
Già nel 1899, J.
J. Thomson stava elaborando un qualche modello
di atomo che rendesse conto dei fenomeni fisici osservati. Egli si rendeva conto
che all'interno di un atomo doveva, in qualche modo, esservi
della carica positiva. La presenza degli elettroni negativi nella materia doveva
prevedere la presenza di un qualcosa di positivo che andasse a
neutralizzare la carica di segno opposto. Ma su questa supposta carica positiva
non si sapeva nulla. Fu Kelvin che nel 1901 suggerì che
la carica positiva dovesse essere assegnata ad una massa omogenea e continua, da
pensarsi come ordinariamente sono pensati i fluidi (una specie di
massa gelatinosa a bassissima densità). Un atomo, allora, deve essere pensato
come un continuo sferico di carica positiva dentro cui si trovano queste
piccole masse che sono
gli elettroni. Riguardo poi a come sono distribuiti gli elettroni nella gelatina
positiva, dipende dal loro numero: se l'atomo
ha un solo elettrone questo si dispone al centro della sfera; se
gli elettroni sono più di uno, probabilmente (dice Kelvin), si disporranno in
superfici sferiche concentriche con la sfera ed interne ad essa.
Questi elettroni saranno, inoltre, probabilmente dotati di moto rotatatario
intorno al centro della sfera.
Quest'ultima eventualità, il moto rotatorio degli elettroni, creava però
dei problemi con gli ultimi sviluppi dell'elettromagnetismo
ed in particolare con i lavori di H.A. Lorentz del 1895 (sulla questione
tornerò, con qualche dettaglio più oltre).
J. J. Thomson si mise a studiare il problema e nel 1904 portò a compimento il
suo modello atomico servendosi di quanto Kelvin aveva sostenuto nel 1901. Tale
modello atomico era pensato come costituito da una carica elettrica positiva
distribuita uniformemente in una sfera piccolissima, neutralizzata da un
conveniente numero di elettroni immersi nella stessa sfera e liberi di muoversi
in essa:

Nel
1911 E. Rutherford, che era stato assistente di Thomson, suggerì, in base
all'esperienza, che
in un dato atomo la carica positiva e la maggior parte della
massa fosse concentrata in un nucleo di dimensioni estremamente ridotte;
la carica negativa, formata dagli elettroni
è distribuita nel resto del volume atomico che risulta essere
quindi in gran parte vuoto (se un elettrone atomico girasse
intorno al Duomo di Milano, il nucleo non sarebbe più grande
della capocchia di uno spillo).
Vediamo l'esperienza dalla
quale Rutherford dedusse
il suo modello atomico. Questa esperienza fu realizzata per
la prima volta da Geiger e Mardsen nel 1909. I due fisici, allievi di
Rutherford, stavano studiando le radiazioni emesse
spontaneamente da un campione di radio con il seguente dispositivo sperimentale:
che
consisteva di:
a) un
campione S di radio le cui radiazioni sono schermate da due fogli F di piombo, a
parte quelle che riescono a passare dalla fenditura;
b)
una lamina d'oro L molto sottile (spessore ~ 10-6 cm) da far
attraversare dalla radiazione;
c)
degli schermi fluorescenti R (fatti ad esempio di solfuro di
zinco) che quando sono colpiti da una particolare radiazione
provocano una scintillazione localizzata che permette di individuare
il punto di arrivo della radiazione stessa. Tali schermi o rivelatori potevano
essere spostati tutt'intorno al sistema
La pasticca del radio emette, fra l'altro, radiazioni a,
cioè particelle formate tra l'altro da due protoni
(nuclei di elio: He2+).
Queste particelle escono a gran velocità dalla fenditura F e
vanno ad urtare ed attraversare la lamina d'oro. A quell'epoca si
aveva a disposizione il modello atomico
di Thomson ed un pezzo di materia,
costituito da questi atomi
era pensato molto compatto (vedi la figura (a)):

La
previsione era
che la maggior parte delle particelle a, emesse dal
radio riu
scisse ad attraversare l'atomo (di Thomson): quelle che passavano
per il centro non dovevano subire alcuna deviazione (nel qual
caso, per motivi di simmetria, c'è equilibrio fra le forze repulsive agenti su
di esse, quelle che passavano un poco più
distanti dal centro dovevano essere deviate di angoli piccolissimi, aumentando
la deflessione all'aumentare della distanza
dal centro dell'atomo.

In
definitiva si doveva
trovare che poche particelle risultassero non deviate, mentre
la gran parte dovesse risultare deviata.
I risultati che furono trovati dall'esperienza furono
del tutto diversi. Si trovò infatti che le particelle a
venivano deviate sempre di più quanto più passavano vicine al centro
dell'atomo finché, quando passavano nel centro, venivano rifles
se totalmente indietro. Si trovò cioè che la maggior
parte delle particelle attraversava indisturbata (senza cioè
alcuna deviazione) la lamina d'oro mentre le rimanenti altre
subivano delle forti deviazioni e addirittura delle riflessioni
all'indietro.

Questo fatto, apparentemente sorprendente, si poteva
spiegare solo in un modo: all'interno dell'atomo c'era una
forte concentrazione di carica positiva che determinava la
repulsione delle particelle a . E questa fu la
spiegazione
che diede Rutherford: l'intera carica positiva, in luogo di
essere diluita in tutto lo spazio occupato dall'atomo, è concentrata in un
nocciolo (il nucleo) al centro dell'atomo.

In questa esperienza le cariche negative (gli elettro
ni) non disturbavano, infatti il loro comportamento è analogo a quello delle
molecole d'aria quando sono attraversate
da un proiettile: si spostano. La più grossa conseguenza di
questa osservazione è che gli atomi sono in gran parte costituiti da spazio
vuoto: la materia è costituita da più vuoti che pieni
I risultati conseguiti con le esperienze sulle particel
le a diffuse da una lamina d'oro convinsero
Rutherford a for
mulare un nuovo modello atomico. [Si
osservi che per spiegare alcuni fatti sperimentali
relativi agli spettri di emissione di alcune sostanze, nel
1903, il fisico giapponese H. Nagaoka (1865-1950) propose alla
società fisico-matematica di Tokio m modello atomico costituito da un nucleo
centrale positivo circondato da particelle
cariche
negativamente (gli elettroni) disposte
in cerchio intorno al
nucleo, a distanze uguali tra di loro.
Il lavoro di Nagaoka fu pubblicato neli 1904 sulla rivista
britannica Nature e, come si vedrà, il modella atomico di
Rutherford coincide praticamente con quello di Nagaoka].
In definitiva, secondo Rutherford, si ha un nucleo positivo immerso in una
atmosfera poco densa di elettroni, o meglio, si ha un si
stema solare in miniatura con il nucleo centrale ed un certo
numero di elettroni che gli ruotano intorno trattenuti dal
l'attrazione coulombiana, così come i pianeti ruotano intor
no al Sole, sottoposti
all'attrazione gravitazionale.
Alla periferia dell'atomo, questi elettroni negativi neu
tralizzano l'effetto della carica positiva del nucleo; così
che, complessivamente, l'atomo è
neutro . Questo signi
fica che il nucleo ha un

numero
di cariche elementari
positive uguale al numero degli elettroni.
Osservo
a parte che Rutherford ha scoperto il nucleo
dell'atomo . Nella figura riportata poco prima in (a), come abbiamo visto,
era rappresentato un pezzo di materia
costituito con atomi di J. J. Thomson, osseviamo ora che in (b) è riportato lo
stesso pezzo di materia costituito con atomi di Rutherford: è evidente
la profonda differenza tra i due modelli.
Questo modello atomico di Rutherford non resse però che poco tempo
alla prova teorica. Esso presentava infatti delle gravi
incongruenze, ed in particolare con
la teoria elettromagnetica di Lorentz,
come abbiamo già accennato. Secondo questa teoria, infatti, ogni
accelerazione del movimento di un elettrone dà origine ad un'onda
elettromagnetica che irradia energia proporzionalmente al quadrato
dell'accelerazione; soltanto nel moto uniforme una carica non irradia energia.
In
definitiva, quando si ha una carica elettrica in moto accelerato, essa
deve irradiare energia
nello spazio circostante sotto forma di onde elettromagnetiche. Ebbene, gli
elettroni planetari sono delle particelle cariche le quali, per di più,
muovendosi di moto rotatorio, sono dotate
di accelerazione centripeta. Questa emissione di radiazione sottrae
energia e quindi, per il principio di conservazione dell'energia, l' energia
meccanica dell'elettrone deve via via decrescere e, di conseguenza,
la sua orbita gradualmente restringersi, finché esso cade sul nucleo;
e tutto ciò in un tempo
brevissimo, dell'ordine di 10-10 secondi.
Questo fatto comportava l'instabilità dell'edificio atomico: ogni pezzo di
materia avrebbe dovuto implodere
su se stessa in tempi brevissimi ed il mondo sparirci davanti.
E questa non era l'unica difficoltà che comportava il modello di
Rutherford. Un'altra ne nasceva proprio dal confronto del possibile
comportamento degli elettroni in questo modelle con i fatti sperimentali che
offriva la spettroscopia.
Poiché gli elettroni potevano
muoversi intorno
al nucleo
su ogni possibile
orbita, questi
elettroni dovevano
possedere un continuo
di valori
di energia
a
partire da quella spettante
alla prima orbita vicino al
nucleo fino
ad arrivare
a quella corrispondente al
livello di
ionizzazione (quando
cioè l'elettrone
ha
acquistato tanta energia da andarsene via dall'atomo cui appartiene).
Guardando allo
spettroscopio la radiazione emessa
da siffatti atomi
(quando sono
eccitati) si dovrebbe
vedere uno spettro continuo
(analogo a quello della luce
solare che passa attraverso un
prisma) poiché
gli elettroni
possono avere
tutte le possibili
energie. Come già sappiamo
questa ipotesi contrastava con
l'esperienza che fino
ad allora
si era acquisita
attraverso l'osservazione degli spettri
di diversi atomi eccitati. Gli
spettri
atomici risultavano
infatti costituiti
da righe
colorate separate
da buio e non
da
un continuo
di diversi
colori
Un'altra
difficoltà era
poi legala
alla struttura
intrinseca dei singoli
atomi.
Ci si
chiedeva perché,
dato il
modello di
Rutherford in
cui gli
elettroni potevano trovarsi su di
un'orbita qualsiasi, due atomi di uno stesso elemento dovevano essere
uguali.Perché gli
elettroni di
un atomo
di
carbonio dovrebbero
muoversi sulle stesse,
identiche, orbite
di tutti
gli altri
atomi di carbonio?
Prima però di passare a vedere come furono sistemate le cose cerchiamo
di illustrare
quanto abbiamo
detto a
proposito della
prima obiezione
al modello atomico
di Rutherford: perché una carica accelerata deve emettere energia.