http://www.kattoliko.it/leggendanera/galileo.htm
Roberto Renzetti
Galileo Galilei
(panorama sulle sciocchezze continue dei cattolici)
Galileo Galilei /1
di Vittorio Messori
Il 22 giugno del 1633, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva tenuto dai domenicani, udita la sentenza, il Galileo "vero" (non quello del mito) sembra mormorasse un ringraziamento per i dieci cardinali - tre dei quali avevano votato perché fosse prosciolto - per la mitezza della pena. Anche perché era consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il tribunale, cercando per di più di prendere in giro quei giudici - tra i quali c'erano uomini di scienza non inferiore alla sua - assicurando che, nel libro contestatogli (e che era uscito con una approvazione ecclesiastica estorta con ambigui sotterfugi), aveva in realtà sostenuto il contrario di quanto si poteva credere. Di più: nei quattro giorni di discussione, ad appoggio della sua certezza che la Terra girasse attorno al Sole aveva portato un solo argomento. Ed era sbagliato. Sosteneva, infatti, che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle acque provocato dal moto terrestre. Tesi risibile, alla quale i suoi giudici-colleghi ne opponevano un'altra che Galileo giudicava "da imbecilli": era, invece, quella giusta. L'alzarsi e l'abbassarsi dell'acqua dei mari, cioè, è dovuta all'attrazione della Luna. Come dicevano, appunto, quegli inquisitori insultati sprezzantemente dal Pisano.
Altri argomenti sperimentali, verificabili, sulla centralità del Sole e sul moto terrestre, oltre a questa ragione fasulla, Galileo non seppe portare. Né c'è da stupirsi: il Sant'Uffizio non si opponeva affatto all'evidenza scientifica in nome di un oscurantismo teologico. La prima prova sperimentale, indubitabile, della rotazione della Terra è del 1748, oltre un secolo dopo. E per vederla quella rotazione, bisognerà aspettare il 1851, con quel pendolo di Foucault caro a Umberto Eco. In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano difeso dal Galilei (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da Lutero.
Del resto, Galileo non solo sbagliava tirando in campo le maree, ma già era incorso in un altro grave infortunio scientifico quando, nel 1618, erano apparse in cielo delle comete. Per certi apriorismi legati appunto alla sua "scommessa" copernicana, si era ostinato a dire che si trattava solo di illusioni ottiche e aveva duramente attaccato gli astronomi gesuiti della Specola romana che invece - e giustamente - sostenevano che quelle comete erano oggetti celesti reali. Si sarebbe visto poi che sbagliava ancora, sostenendo il moto della Terra e la fissità assoluta del Sole, mentre in realtà anche questo è in movimento e ruota attorno al centro della Galassia.
Niente frasi "titaniche" (il troppo celebre "Eppur si muove!") comunque, se non nelle menzogne degli illuministi e poi dei marxisti - vedasi Bertolt Brecht - che crearono a tavolino un "caso" che faceva (e fa ancora) molto comodo per una propaganda volta a dimostrare l'incompatibilità tra scienza e fede.
Torture? carceri dell'Inquisizione? addirittura rogo? Anche qui, gli studenti europei del sondaggio avrebbero qualche sorpresa. Galileo non fece un solo giorno di carcere, né fu sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma per il processo, si sistemò (a spese e cura della Santa Sede), in un alloggio di cinque stanze con vista sui giardini vaticani e cameriere personale. Dopo la sentenza, fu alloggiato nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì, il "condannato" si trasferì come ospite nel palazzo dell'arcivescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che gli volevano bene, che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, si sistemò nella sua confortevole villa di Arcetri, dal nome significativo "Il gioiello".
Non perdette né la stima né l'amicizia di vescovi e scienziati, spesso religiosi. Non gli era mai stato impedito di continuare il suo lavoro e ne approfittò difatti, continuando gli studi e pubblicando un libro - Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze - che è il suo capolavoro scientifico. Né gli era stato vietato di ricevere visite, così che i migliori colleghi d'Europa passarono a discutere con lui. Presto gli era stato tolto anche il divieto di muoversi come voleva dalla sua villa. Gli rimase un solo obbligo: quello di recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali. Questa "pena", in realtà, era anch'essa scaduta dopo tre anni, ma fu continuata liberamente da un credente come lui, da un uomo che per gran parte della sua vita era stato il beniamino dei Papi stessi; e che, ben lungi dall'ergersi come difensore della ragione contro l'oscurantismo clericale, come vuole la leggenda posteriore, poté scrivere con verità alla fine della vita: "In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa".
Morì a 78 anni, nel suo letto, munito dell'indulgenza plenaria e della benedizione del papa. Era l'8 gennaio 1642, nove anni dopo la "condanna" e dopo 78 di vita. Una delle due figlie suore raccolse la sua ultima parola. Fu: "Gesù!".
I suoi guai, del resto, più che da parte "clericale" gli erano sempre venuti dai "laici": dai suoi colleghi universitari, cioè, che per invidia o per conservatorismo, brandendo Aristotele più che la Bibbia, fecero di tutto per toglierlo di mezzo e ridurlo al silenzio. La difesa gli venne dalla Chiesa, l'offesa dall'Università.
In occasione della recente visita del papa a Pisa, un illustre scienziato, su un cosiddetto "grande" quotidiano, ha deplorato che Giovanni Paolo II "non abbia fatto ulteriore, doverosa ammenda dell'inumano trattamento usato dalla Chiesa contro Galileo". Se, per gli studenti del sondaggio da cui siamo partiti, si deve parlare di ignoranza, per studiosi di questa levatura il sospetto è la malafede. Quella stessa malafede, del resto, che continua dai tempi di Voltaire e che tanti complessi di colpa ha creato in cattolici disinformati. Eppure, non solo le cose non andarono per niente come vuole la secolare propaganda; ma proprio oggi ci sono nuovi motivi per riflettere sulle non ignobili ragioni della Chiesa. Il "caso" è troppo importante, per non parlarne ancora.
© Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 383.Galileo Galilei /2
di Vittorio Messori
Il Galilei - alla pari, del resto, di un altro cattolico fervente come Cristoforo Colombo - convisse apertamente more uxorio con una donna che non volle sposare, ma dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine. Lasciata Padova per ritornare in Toscana, dove gli era stata promessa maggior possibilità di far carriera, abbandonò in modo spiccio (da qualcuno, anzi, sospettato di brutalità) la fedele compagna, la veneziana Marina Gamba, togliendole anche tutti i figli. "Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una loro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Senonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l'altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d'Arcetri e dopo poco vestirono l'abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia" (Sofia Vanni Rovighi). Sul piano personale, dunque, sarebbe stato vulnerabile. "Sarebbe", diciamo, perché, grazie a Dio, quella Chiesa che pure lo convocò davanti al Sant'Uffizio, quella Chiesa accusata di un moralismo spietato, si guardò bene dal cadere nella facile meschineria di mescolare il piano privato, le scelte personali del grande scienziato, con il piano delle sue idee, le sole che fossero in discussione. "Nessun ecclesiastico gli rinfaccerà mai la sua situazione familiare. Ben diversa sarebbe stata la sua sorte nella Ginevra di Calvino, dove i "concubini" come lui venivano decapitati" (Rino Canimilleri).
E' un'osservazione che apre uno spiraglio su una situazione poco conosciuta. Ha scritto Georges Bené, uno dei maggiori conoscitori di questa vicenda: "Da due secoli, Galileo e il suo caso interessano, più che come fine, come mezzo polemico contro la Chiesa cattolica e contro il suo "oscurantismo" che avrebbe bloccato la ricerca scientifica". Lo stesso Joseph Lortz, cattolico rigoroso e certo ancora lontano da quello spirito di autoflagellazione di tanta attuale storiografia clericale, autore di uno dei più diffusi manuali di storia della Chiesa, cita, condividendola, l'affermazione di un altro studioso, il Dessauer: "Il nuovo mondo sorge essenzialmente al di fuori della Chiesa cattolica perché questa, con Galileo, ha cacciato gli scienziati".
Questo non risponde affatto alla verità. Il temporaneo divieto (che giunge peraltro, lo vedremo meglio, dopo una lunga simpatia) di insegnare pubblicamente la teoria eliocentrica copernicana, è un fatto del tutto isolato: né prima né dopo la Chiesa scenderà mai (ripetiamo: mai) in campo per intralciare in qualche modo la ricerca scientifica, portata avanti tra l'altro quasi sempre da membri di ordini religiosi. Lo stesso Galileo è convocato solo per non avere rispettato i patti: l'approvazione ecclesiastica per il libro "incriminato", i Dialoghi sopra i massimi sistemi, gli era stata concessa purché trasformasse in ipotesi (come del resto esigevano le stesse ancora incerte conoscenze scientifiche del tempo) la teoria copernicana che egli invece dava ormai come sicura. Il che non era ancora. Promise di adeguarsi: non solo non lo fece, dando alle stampe il manoscritto così com'era, ma addirittura mise in bocca allo sciocco dei Dialoghi, dal nome esemplare di Simplicio, i consigli di moderazione datigli dal papa che pur gli era amico e lo ammirava.
Galileo, quando è convocato per scolparsi, si sta occupando di molti altri progetti di ricerca, non solo di quello sul movimento della Terra o del Sole. Era giunto quasi ai settant'anni avendo avuto onori e aiuti da parte di tutti gli ambienti religiosi, a parte un platonico ammonimento del 1616, ma non diretto a lui personalmente; subito dopo la condanna potrà riprendere in pieno le ricerche, attorniato da giovani discepoli che formeranno una scuola. E potrà condensare il meglio della sua vita di studio negli anni che gli restano, in quei Discorsi sopra due nuove scienze che è il vertice del suo pensiero scientifico.
Del resto, proprio nell'astronomia e proprio a partire da quegli anni la Specola Vaticana - ancor oggi in attività, fondata e sempre diretta da gesuiti - consolida la sua fama di istituto scientifico tra i più prestigiosi e rigorosi nel mondo. Tanto che, quando gli italiani giungono a Roma, nel 1870, si affrettano a fare un'eccezione al loro programma di cacciare i religiosi, quelli della Compagnia di Gesù innanzitutto.
Il governo dell'Italia anticlericale e massonica fa votare così dal Parlamento una legge speciale per mantenere come direttore a vita dell'Osservatorio già papale il padre Angelo Secchi, uno dei maggiori studiosi del secolo, tra i fondatori dell'astrofisica, uomo la cui fama è talmente universale che petizioni giungono da tutto il mondo civile per ammonire i responsabili della "nuova Italia" che non intralcino un lavoro giudicato prezioso per tutti.
Se la scienza sembra emigrare, a partire dal Seicento, prima nel Nord Europa e poi oltre Atlantico - fuori, cioè, dall'orbita di regioni cattoliche - le cause sono legate al diverso corso assunto dalla scienza stessa. Innanzitutto, i nuovi, costosi strumenti (dei quali proprio Galileo è tra i pionieri) esigono fondi e laboratori che solo i Paesi economicamente sulla cresta dell'onda possono permettersi, non certo l'Italia occupata dagli stranieri o la Spagna in declino, rovinata dal suo stesso trionfo.
La scienza moderna, poi, a differenza di quella antica, si lega direttamente alla tecnologia, cioè alla sua utilizzazione diretta e concreta. Gli antichi coltivavano gli studi scientifici per se stessi, per gusto della conoscenza gratuita, pura. I greci, ad esempio, conoscevano le possibilità del vapore di trasformarsi in energia ma, se non adattarono a macchina da lavoro quella conoscenza, è perché non avrebbero considerato degno di un uomo libero, di un "filosofo" come era anche lo scienziato, darsi a simili attività "utilitarie". (Un atteggiamento che contrassegna del resto tutte le società tradizionali: i cinesi, che da tempi antichissimi fabbricavano la polvere nera, non la trasformarono mai in polvere da sparo per cannoni e fucili, come fecero poi gli europei del Rinascimento, ma l'impiegarono solo per fini estetici, per fare festa con i fuochi artificiali. E gli antichi egizi riservavano le loro straordinarie tecniche edilizie solo a templi e tombe, non per edifici "profani").
E' chiaro che, da quando la scienza si mette al servizio della tecnologia, essa può svilupparsi soprattutto tra popoli, come quelli nordici, che conoscono una primissima rivoluzione industriale; che hanno - come gli olandesi o gli inglesi - grandi flotte da costruire e da utilizzare; che abbisognano di equipaggiamento moderno per gli eserciti, di infrastrutture territoriali, e così via. Mentre, cioè, prima, la scienza era legata solo all'intelligenza, alla cultura, alla filosofia, all'arte stessa, a partire dall'epoca moderna è legata al commercio, all'industria, alla guerra. Al denaro, insomma.
Che questa - e non la pretesa "persecuzione cattolica" di cui, l'abbiamo visto, parlano anche storici cattolici - sia la causa della relativa inferiorità scientifica dei popoli restati legati a Roma, lo dimostra anche l'intolleranza protestante di cui quasi mai si parla e che è invece massiccia e precoce. Copernico, da cui tutto inizia (e nel cui nome Galileo sarebbe stato "perseguitato") è un cattolicissimo polacco. Anzi, è addirittura un canonico che installa il suo rudimentale osservatorio su un torrione della cattedrale di Frauenburg. L'opera fondamentale che pubblica nel 1543 - La rotazione dei corpi celesti - è dedicata al papa Paolo III, anch'egli, tra l'altro, appassionato astronomo. L'imprimatur è concesso da un cardinale proveniente da quei domenicani nel cui monastero romano Galileo ascolterà la condanna.
Il libro del canonico polacco ha però una singolarità: la prefazione è di un protestante che prende le distanze da Copernico, precisando che si tratta solo di ipotesi, preoccupato com'è di possibili conseguenze per la Scrittura. Il primo allarme non è dunque di parte cattolica: anzi, sino al dramma finale di Galileo, si succedono ben undici papi che non solo non disapprovano la teoria "eliocentrica" copernicana, ma spesso l'incoraggiano. Lo scienziato pisano stesso è trionfalmente accolto a Roma e fatto membro dell'Accademia pontificia anche dopo le sue prime opere favorevoli al sistema eliocentrico.
Ecco, invece, la reazione testuale di Lutero alle prime notizie sulle tesi di Copernico: "La gente presta orecchio a un astrologo improvvisato che cerca in tutti i modi di dimostrare che è la Terra a girare e non il Cielo. Chi vuol far sfoggio di intelligenza deve inventare qualcosa e spacciarlo come giusto. Questo Copernico, nella sua follia, vuol buttare all'aria tutti i princìpi dell'astronomia". E Melantone, il maggior collaboratore teologico di fra Martino, uomo in genere piuttosto equilibrato, qui si mostra inflessibile: "Simili fantasie da noi non saranno tollerate".
Non si trattava di minacce a vuoto: il protestante Keplero, fautore del sistema copernicano, per sfuggire ai suoi correligionari che lo giudicano blasfemo perché parteggia per una teoria creduta contraria alla Bibbia, deve scappare dalla Germania e rifugiarsi a Praga, dopo essere stato espulso dal collegio teologico di Tubinga. Ed è significativo quanto ignorato (come, del resto, sono ignorate troppe cose in questa vicenda) che giunga al "copernicano" e riformato Keplero un invito per insegnare proprio nei territori pontifici, nella prestigiosissima università di Bologna.
Sempre Lutero ripeté più volte: "Si porrebbe fuori del cristianesimo chi affermasse che la Terra ha più di seimila anni". Questo "letteralismo", questo "fondamentalismo" che tratta la Bibbia come una sorta di Corano (non soggetta, dunque a interpretazione) contrassegna tutta la storia del protestantesimo ed è del resto ancora in pieno vigore, difeso com'è dall'ala in grande espansione - negli Usa e altrove - di Chiese e nuove religioni che si rifanno alla Riforma.
A proposito di università (e di "oscurantismo"): ci sarà pure una ragione se, all'inizio del Seicento, proprio quando Galileo è sulla quarantina, nel pieno del vigore della ricerca, di università - questa tipica creazione del Medio Evo cattolico - ce ne sono 108 in Europa, alcune altre nelle Americhe spagnole e portoghesi e nessuna nei territori non cristiani. E ci sarà pure una ragione se le opere matematiche e geometriche degli antichi (prima fra tutte quelle di Euclide) che costituirono la base fondamentale per lo sviluppo della scienza moderna, giunsero a noi soltanto perché ricopiate dai monaci benedettini e, appena inventata la tipografia, stampate sempre a cura di religiosi. Qualcuno ha addirittura rilevato che, proprio in quell'inizio del Seicento, è un Grande Inquisitore di Spagna che fonda a Salamanca la facoltà di scienze naturali dove si insegna con favore la teoria copernicana...
Storia complessa, come si vede. Ben più complessa di come abitualmente ce la raccontino. Bisognerà parlarne ancora.
© Pensare la storia, San Paolo, Milano 1992, p. 386.Galileo Galilei /3
di Vittorio Messori
Qualcuno ha fatto notare un paradosso: è infatti più volte successo che la Chiesa sia stata giudicata attardata, non al passo con i tempi. Ma il prosieguo della storia ha finito col dimostrare che, se sembrava anacronistica, è perché aveva avuto ragione troppo presto.
É successo, ad esempio, con la diffidenza per il mito entusiastico della "modernità", e del conseguente "progresso", per tutto il XIX secolo e per buona parte del XX. Adesso, uno storico come Émile Poulat può dire: "Pio IX e gli altri papi "reazionari" erano in ritardo sul loro tempo ma sono divenuti dei profeti per il nostro. Avevano forse torto per il loro oggi e il loro domani: ma avevano visto giusto per il loro dopodomani, che è poi questo nostro tempo postmoderno che scopre l'altro volto, quello oscuro, della modernità e del progresso".
É successo, per fare un altro esempio, con Pio XI e Pio XII, le cui condanne del comunismo ateo erano sino a ieri sprezzate come "conservatrici", "superate", mentre ora quelle cose le dicono gli stessi comunisti pentiti (quando hanno sufficiente onestà per riconoscerlo) e rivelano che quegli "attardati" di papi avevano una vista che nessun altro ebbe così acuta. Sta succedendo, per fare un altro esempio, con Paolo VI, il cui documento che appare e apparirà sempre più profetico è anche quello che fu considerato il più "reazionario": l'Humanae Vitae.
Oggi siamo forse in grado di scorgere che il paradosso si è verificato anche per quel "caso Galileo" che ci ha tenuti impegnati per i due frammenti precedenti.
Certo, ci si sbagliò nel mescolare Bibbia e nascente scienza sperimentale. Ma facile è giudicare con il senno di poi: come si è visto, i protestanti furono qui assai meno lucidi; anzi, assai più intolleranti dei cattolici. E certo che in terra luterana o calvinista Galileo sarebbe finito non in villa, ospite di gerarchi ecclesiastici, ma sul patibolo.
Dai tempi dell'antichità classica sino ad allora, in tutto l'Occidente, la filosofia comprendeva tutto lo scibile umano, scienze naturali comprese: oggi ci è agevole distinguere, ma a quei tempi non era affatto così; la distinzione cominciava a farsi strada tra lacerazioni ed errori.
D'altro canto, Galileo suscitava qualche sospetto perché aveva già mostrato di sbagliare (sulle comete, ad esempio) e proprio su quel suo prediletto piano sperimentale; non aveva prove a favore di Copernico, la sola che portava era del tutto erronea. Un santo e un dotto della levatura di Roberto Bellarmino si diceva pronto - e con lui un'altra figura di altissima statura come il cardinale Baronio - a dare alla Scrittura (la cui lettera sembrava più in sintonia col tradizionale sistema tolemaico) un senso metaforico, almeno nelle espressioni che apparivano messe in crisi dalle nuove ipotesi astronomiche; ma soltanto se i copernicani fossero stati in grado di dare prove scientifiche irrefutabili. E quelle prove non vennero se non un secolo dopo.
Uno studioso come Georges Bené pensa addirittura che il ritiro deciso dal Sant'Uffizio del libro di Galileo fosse non solo legittimo ma doveroso, e proprio sul piano scientifico: "Un po' come il rifiuto di un articolo inesatto e senza prove da parte della direzione di una moderna rivista scientifica". D'altro canto, lo stesso Galileo mostrò come, malgrado alcuni giusti princìpi da lui intuiti, il rapporto scienza-fede non fosse chiaro neppure per lui. Non era sua, ma del cardinal Baronio (e questo riconferma l'apertura degli ambienti ecclesiastici) la formula celebre: "L'intento dello Spirito Santo, nell'ispirare la Bibbia, era insegnarci come si va al Cielo, non come va il cielo".
Ma tra le cose che abitualmente si tacciono è la sua contraddizione, l'essersi anch'egli impelagato nel "concordismo biblico": davanti al celebre versetto di Giosuè che ferma il Sole non ipotizzava per niente un linguaggio metaforico, restava anch'egli sul vecchio piano della lettura letterale, sostenendo che Copernico poteva dare a quella "fermata" una migliore spiegazione che Tolomeo. Mettendosi sullo stesso piano dei suoi giudici, Galileo conferma quanto fosse ancora incerta la distinzione tra il piano teologico e filosofico e quello della scienza sperimentale.
Ma è forse altrove che la Chiesa apparve per secoli arretrata, perché era talmente in anticipo sui tempi che soltanto ora cominciamo a intuirlo. In effetti - al di là degli errori in cui possono essere caduti quei dieci giudici, tutti prestigiosi scienziati e teologi, nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, e forse al di là di quanto essi stessi coscientemente avvertivano - giudicando una certa baldanza (se non arroganza) di Galileo, stabilirono una volta per sempre che la scienza non era né poteva divenire una nuova religione; che non si lavorava per il bene dell'uomo e neppure per la Verità, creando nuovi dogmi basati sulla "Ragione" al posto di quelli basati sulla Rivelazione. "La condanna temporanea (donec corrigatur, fino a quando non sia corretta, diceva la formula) della dottrina eliocentrica, che dai suoi paladini era presentata come verità assoluta, salvaguardava il principio fondamentale che le teorie scientifiche esprimono verità ipotetiche,vere ex suppositione, per ipotesi e non in modo assoluto". Così uno storico d'oggi. Dopo oltre tre secoli di quella infatuazione scientifica, di quel terrorismo razionalista che ben conosciamo, c'è voluto un pensatore come Karl Popper per ricordarci che inquisitori e Galileo erano, malgrado le apparenze, sullo stesso piano. Entrambi, infatti, accettavano per fede dei presupposti fondamentali sulla cui base costruivano i loro sistemi. Gli inquisitori accettavano come autorità indiscutibili (anche sul piano delle scienze naturali) la Bibbia e la Tradizione nel loro senso più letterale. Ma anche Galileo e, dopo di lui, tutta la serie infinita degli scientisti, dei razionalisti, degli illuministi, dei positivisti - accettava in modo indiscusso, come nuova Rivelazione, l'autorità del ragionare umano e dell'esperienza dei nostri sensi.
Ma chi ha detto (e la domanda è di un laico agnostico come Popper) - se non un'altra specie di fideismo - che ragione ed esperienza, che testa e sensi ci comunichino il "vero"? Come provare che non si tratta di illusioni, così come molti considerano illusioni le convinzioni su cui si basa la fede religiosa? Soltanto adesso, dopo tanta venerazione e soggezione, diveniamo consapevoli che anche le cosiddette "verità scientifiche" non sono affatto "verità" indiscutibili a priori, ma sempre e solo ipotesi provvisorie, anche se ben fondate (e la storia in effetti è lì a mostrare come ragione ed esperienza non abbiano preservato gli scienziati da infinite, clamorose cantonate, malgrado la conclamata "oggettività e infallibilità della Scienza").
Questi non sono arzigogoli apologetici, sono dati ben fondati sui documenti: sino a quando Copernico e tutti i copernicani (numerosi, lo abbiamo visto, anche tra i cardinali, magari tra i papi stessi) restarono sul piano delle ipotesi, nessuno ebbe da ridire, il Sant'Uffizio si guardò bene dal bloccare una libera discussione sui dati sperimentali che via via venivano messi in campo.
L'irrigidimento avviene soltanto quando dall'ipotesi si vuol passare al dogma, quando si sospetta che il nuovo metodo sperimentale in realtà tenda a diventare religione, quello "scientismo" in cui in effetti degenererà. "In fondo, la Chiesa non gli chiedeva altro che questo: tempo, tempo per maturare, per riflettere quando, per bocca dei suoi teologi più illuminati, come il santo cardinale Bellarmino, domandava al Galilei di difendere la dottrina copernicana ma solo come ipotesi e quando, nel 1616, metteva all'Indice il De revolutionibus di Copernico solo donec corrigatur, e cioè finché non si fosse data forma ipotetica ai passi che affermavano il moto della Terra in forma assoluta. Questo consigliava Bellarmino: raccogliete i materiali per la vostra scienza sperimentale senza preoccuparvi, voi, se e come possa organizzarsi nel corpus aristotelico. Siate scienziati, non vogliate fare i teologi!" (Agostino Gemelli).
Galileo non fu condannato per le cose che diceva; fu condannato per come le diceva. Le diceva, cioè, con un'intolleranza fideistica, da missionario del nuovo Verbo che spesso superava quella dei suoi antagonisti, pur considerati "intolleranti" per definizione. La stima per lo scienziato e l'affetto per l'uomo non impediscono di rilevare quei due aspetti della sua personalità che il cardinale Paul Poupard ha definito come "arroganza e vanità spesso assai vive". Nel contraddittorio, il Pisano aveva di fronte a sé astronomi come quei gesuiti del Collegio Romano dai quali tanto aveva imparato, dai quali tanti onori aveva ricevuto e che la ricerca recente ha mostrato nel loro valore di grandi, moderni scienziati anch'essi "sperimentali".
Poiché non aveva prove oggettive, è solo in base a una specie di nuovo dogmatismo, di una nuova religione della Scienza che poteva scagliare contro quei colleghi espressioni come quelle che usò nelle lettere private: chi non accettava subito e tutto il sistema copernicano era (testualmente) "un imbecille con la testa tra le nuvole", uno "appena degno di essere chiamato uomo", "una macchia sull'onore del genere umano", uno "rimasto alla fanciullaggine"; e via insultando. In fondo, la presunzione di essere infallibile sembra più dalla sua parte che da quella dell'autorità ecclesiastica.
Non si dimentichi, poi, che, precorrendo anche in questo la tentazione tipica dell'intellettuale moderno, fu quella sua "vanità", quel gusto di popolarità che lo portò a mettere in piazza, davanti a tutti (con sprezzo, tra l'altro della fede dei semplici), dibattiti che proprio perché non chiariti dovevano ancora svolgersi, e a lungo, tra dotti. Da qui, tra l'altro, il suo rifiuto del latino: "Galileo scriveva in volgare per scavalcare volutamente i teologi e gli altri scienziati e indirizzarsi all'uomo comune. Ma portare questioni così delicate e ancora dubbie immediatamente a livello popolare era scorretto o, almeno, era una grave leggerezza" (Rino Cammilleri).
Di recente, l'"erede" degli inquisitori, il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio, cardinale Ratzinger, ha raccontato di una giornalista tedesca - una firma famosa di un periodico laicissimo, espressione di una cultura "progressista" - che gli chiese un colloquio proprio sul riesame del caso-Galileo. Naturalmente, il cardinale si aspettava le solite geremiadi sull'oscurantismo e dogmatismo cattolici. Invece, era il contrario: quella giornalista voleva sapere "perché la Chiesa non avesse fermato Galileo, non gli avesse impedito di continuare un lavoro che è all'origine del terrorismo degli scienziati, dell'autoritarismo dei nuovi inquisitori: i tecnologi, gli esperti...". Ratzinger aggiungeva di non essersi troppo stupito: semplicemente quella redattrice era una persona aggiornata, era passata dal culto tutto "moderno" della Scienza alla consapevolezza "postmoderna" che scienziato non può essere sinonimo di sacerdote di una nuova fede totalitaria.
Sulla strumentalizzazione propagandistica che è stata fatta di Galileo, trasformato - da uomo con umanissimi limiti, come tutti, quale era - in un titano del libero pensiero, in un profeta senza macchia e senza paura, ha scritto cose non trascurabili la filosofa cattolica (uno dei pochi nomi femminili di questa disciplina) Sofia Vanni Rovighi. Sentiamo:
"Non è storicamente esatto vedere in Galileo un martire della verità, che alla verità sacrifica tutto, che non si contamina con nessun altro interesse, che non adopera nessun mezzo extra-teorico per farla trionfare, e dall'altra parte uomini che per la verità non hanno alcun interesse, che mirano al potere, che adoperano solo il potere per trionfare su Galileo. In realtà ci sono invece due parti, Galileo e i suoi avversari, l'una e l'altra convinte della verità della loro opinione, l'una e l'altra in buona fede ma che adoperano l'una e l'altra anche mezzi extra-teorici per far trionfare la tesi che ritengono vera. Né bisogna dimenticare che, nel 1616, l'autorità ecclesiastica fu particolarmente benevola con Galileo e non lo nominò neppure nel decreto di condanna e nel 1633, sebbene sembrasse procedere con severità, gli concesse ogni possibile agevolazione materiale. Secondo il diritto di allora, prima, durante e, se condannato, dopo la procedura, Galileo avrebbe dovuto essere in carcerato; e invece non solo in carcere non fu neanche per un'ora, non solo non subì alcun maltrattamento, ma fu alloggiato e trattato con ogni conforto".
Ma continua la Vanni Rovighi, quasi con particolare sensibilità femminile verso le povere figlie del grande scienziato: "Non è poi equo operare con due pesi e due misure e parlare di delitto contro lo spirito quando si allude alla condanna di Galileo, ma non battere ciglio quando si narra della monacazione forzata che egli impose alle sue due figliuole giovinette, facendo di tutto per eludere le savie leggi ecclesiastiche che tutelavano la dignità e libertà personale delle giovani avviate alla vita religiosa, col fissare un limite minimo di età per i voti. Si osserverà che quell'azione di Galileo va giudicata tenendo presente l'epoca storica, che Galileo cercò di rimediare, di farsi perdonare quella violenza, usando gran e bontà soprattutto verso Virginia, divenuta suor Maria Celeste; e noi troviamo giustissime queste considerazioni, ma domandiamo che egual metro di comprensione storica e psicologica venga usato anche quando si giudicano gli avversari di Galileo".
Prosegue la studiosa: "Occorrerà anche tenere presente questo: quando si condanna severamente l'autorità che giudicò Galileo ci si mette da un punto di vista morale (da un punto di vista intellettuale, infatti, è pacifico che ci fu errore nei giudici; ma l'errore non è delitto e non si dimentichi mai che ciò non riguarda affatto la fede: sia il giudizio del 1616 che quello del 1633 sono decreti di una Congregazione romana approvati dal papa in forma communi e come tali non cadono sotto la categoria delle affermazioni nelle quali la Chiesa è infallibile; si tratta di decreti di uomini di Chiesa, non certo di dogmi della Chiesa). Se ci si pone, dunque, a un punto di vista morale, non bisogna confondere questo valore con il successo. Tanto vale il tormento dello spirito del grande Galileo quanto il tormento dello spirito sconvolto della povera suor Arcangela, monacata a forza dal padre a 12 anni. E se poi si osserva che - diamine! - Galileo è Galileo, mentre suor Arcangela non è che un'oscura donnetta, per concludere almeno implicitamente che tormentare l'uno è colpa ben più grave che tormentare l'altra, ci si lascia affascinare dal potere e dal successo. Ma da questo punto di vista non ha più senso parlare di spirito: né per stigmatizzare i delitti compiuti contro di esso né per esaltarne le vittorie".
Nella "Lettera alla Granduchessa Cristina", Galileo si fece giudice ed
esegeta "scientifico" della Bibbia, dicendo - in merito all'arresto
del sole e della luna al comando di Giosue' - che "coll'aiuto del sistema
Copernicano noi abbiamo il senso facile, letterale e chiaro del comando".
_______________
Inoltre,
"[...] Galileo aveva scritto che alcune volte le Scritture
"oscurano" il loro proprio significato. Nella copia mandata a Roma la
parola "oscurano" era cambiata in "pervertono". Questa e
l'altra parola contraffatta, "falso", furono le uniche due criticate
dal consultore del Santo Uffizio al quale la lettera era stata sottoposta. La
lettera nell'insieme fu trovata in accordo con l'insegnamento cattolico".
(cit. in James Brodrick s.j., "S. Roberto Bellarmino", Ancora, Milano
1965, p. 431-432 e 436)
GALILEO
GALILEI. LA LEGGENDA DEL «MARTIRE»
DELLA SCIENZA MODERNA
Autore: Luciano Benassi, Processi alla Chiesa. Mistificazione e apoogia,
Ed. Piemme, pp. 329-352 (di questo ignobile cialtrone, nonché prete, parleremo
ancora a proposito di creazionismo, concezione che lo lega a Zichichi n.d.r.)
Introduzione
Fra le «leggende nere» che la cultura laicista sovrappone
alla realtà della storia, una in particolare ha dimostrato caratteri di
straordinaria resistenza alla prova dei secoli e della verità: è la leggenda o
mitologia sorta intorno a Galileo Galilei, pisano, Padre della Scienza e Vittima
della Inquisizione.
Quali le cause di tanta tenacia? La risposta può essere
trovata scorrendo, ad esempio, qualcuna delle opere più diffuse dedicate allo
scienziato pisano e cercarvi il senso con cui viene presentata la vicenda che lo
vide protagonista, nonché il messaggio che, attraverso essa, viene veicolato:
Galileo fu colui che, volendo innovare il metodo di indagine nel regno della
natura, trovò sulla sua strada la Chiesa cattolica e il suo apparato repressivo
e oscurantista, l'Inquisizione; da questa fu obbligato ad una umiliante
autoaccusa e sottoposto ad una lunga e dura carcerazione. Ma il suo esempio,
continua il messaggio, fu raccolto dagli spiriti più liberi d'Europa e consentì
di aprire la strada a quel sapere scientifico che ha rimosso la superstizione e
ha beneficato l'umanità con i risultati delle sue scoperte.
Questo racconto, che non è la storia di Galileo, è
nato oltre due secoli fa, nello stesso ambiente culturale che operava, in nome
della «ragione», alla demolizione sistematica della memoria storica
dell'Europa cristiana. Gli intellettuali dell'Enciclopedia, che già avevano
avviato la demonizzazione delle Crociate, della civiltà medievale e che stavano
gettando cumuli di calunnie sulla conquista delle Americhe da parte delle
potenze cattoliche di Spagna e Portogallo, non si lasciarono sfuggire le
opportunità che la vicenda legata a Galileo Galilei offriva in termini di
polemica anticattolica: e quello che era, e poteva restare, un caso umano,
ancorché doloroso e drammatico, fu trasformato in un caso - il caso Galileo appunto
-, esemplare, nell'intenzione dei suoi formulatori, di una costitutiva
inconciliabilità tra fede e ragione, tra religione e scienza, tra dogma e
libertà di ricerca.
Dal secolo dei Lumi la mitologia galileiana si è radicata
nella cultura europea, e non solo scientifica; si è arricchita, nei decenni, di
una aneddotica divenuta ormai patrimonio scolastico comune; è entrata
nell'immaginario collettivo attraverso la letteratura, il teatro, il cinema; è
venuta a costituire, con tutto ciò, l'elemento separatore fra due mondi, fra
due culture, la prova di una pretesa irriducibilità fra l'attitudine religiosa,
- con il suo inevitabile corollario costituito dalla adesione ad una «chiesa»
- e il bisogno dell'uomo di battere liberamente le vie della conoscenza, senza
«costrizioni» o «condizionamenti».
Nella crisi grandiosa che ha colpito la Cristianità a
partire dalla fine del Medioevo, crisi che si presenta in una veste passiva -
come diminuzione del senso religioso - e in una attiva - come attacco polemico
alla religione e alle sue incarnazioni storiche -,il caso Galileo, per la
sua innegabile portata dialettica, è ascrivibile alla seconda tipologia.
All'interno della cultura cattolica, infatti, esso ha costituito, e costituisce
tuttora, un fattore di imbarazzo e di divisione, essendo la vicenda galileiana
sentita comunemente come una colpa e considerata come una macchia nella storia
della Chiesa. E certamente ha anche alimentato quel dissenso dalla gerarchia
che, in epoca moderna, si è rivestito di valenze scientifiche e ha individuato
nel «progresso» la via per superare l'«immobilismo» della «Chiesa-istituzione».
Da ultimo, ma non per l'importanza che la questione riveste, l'immagine di
Galileo «martire» della scienza ha condizionato negativamente il rapporto
degli uomini di scienza con la religione in generale e con la fede cattolica in
particolare.
Ma se il caso, nelle intenzioni dei suoi ideatori,
doveva costituire lo strumento privilegiato per l'affrancamento dalla religione
nel nome di una scienza in grado di salvare l'umanità, a distanza di oltre
trecentocinquant'anni dai fatti e dopo quasi tre secoli di polemiche, tale
pretesa ha invece perduto molte delle sue certezze, come dimostra la
generalizzata diffidenza dell'opinione pubblica verso il mondo della ricerca:
diffidenza che emerge, per esempio, in tema di ecologia e di corsa agli
armamenti. Tuttavia uno storico dei pensiero scientifico come Stanley L. Jaki ha
osservato acutamente che la diminuita fiducia nel ruolo salvifico della scienza
è stata provocata anche da un profondo mutamento di fattori, sia filosofici che
storici, ai quali il caso Galileo è strettamente collegato. «Nella
misura in cui la scienza non è semplice strumento ma attività intellettuale
creativa, - afferma lo studioso benedettino - essa è intessuta di
presupposti di carattere chiaramente ideologico. Anche su questo punto si
ammette più oggi che non una o due generazioni fa, quando scienza e positivismo
[…] erano praticamente sinonimi. Anche in ambienti dove fino a poco tempo fa
la prospettiva indiscussa era uno stato di guerra perenne si può ormai sentire
dire che la scienza e l'ideologia per eccellenza, il cristianesimo, non sono
necessariamente irriconciliabili E l'affermazione che la scienza non ha avuto
inizio improvvisamente col piano inclinato di Galileo la si può trovare perfino
in alcuni dei più recenti trattati sull'inizio del pensiero moderno. Ciò è
conseguenza del fatto che alcuni eminenti scienziati hanno preso nota delle
vaste prove storiche su alcuni predecessori medioevali di Galileo» (1).
L'idea che l'impresa scientifica sia nata molto prima del
caso Galileo e che il suo significato generale affondi le radici nel rapporto
religioso che ha come principio il Dio della tradizione cristiana, trascendente
la natura e libero creatore di essa, ha favorito, negli ultimi anni
l'instaurarsi di un clima propizio alla riflessione sui limiti della scienza da
un lato e, dall'altro, alla riconsiderazione di casi storici che, come quello
legato a Galileo Galilei, hanno per secoli condizionato negativamente il
rapporto tra scienza e fede; un rapporto che, invece, si è venuto manifestando
sempre più necessario e strutturale per la ricerca del vero.
Lo sfondo storico
La vicenda galileiana si svolge a cavallo di due secoli
cruciali - ma quale secolo non è stato cruciale? - per la storia dell'Europa:
il Sedicesimo e il Diciassettesimo. Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero
dà il via allo scisma protestante con la affissione delle 95 tesi alla porta
della cattedrale di Wittenberg. Nel 1520 lo stesso Martin Lutero brucerà
pubblicamente la bolla Exsurge Domine con cui Papa Leone X gli intima la
ritrattazione e l'anno successivo riceverà la formale scomunica.
L'avvio della rivolta antiromana in Germania si innesta per
di più in un contesto europeo, che vive le tensioni politiche tra la Francia di
Francesco I e la Spagna di Carlo V, erede quest'ultimo dell'Impero asburgico. Il
conflitto che ne scaturisce durerà, con diverse interruzioni, dal 1521 al 1559
e verrà a sovrapporsi, quando non a coincidere, con le contemporanee lotte fra
cattolicesimo e protestantesimo.
Nel pieno di questi conflitti la Chiesa cattolica arriva, non
senza difficoltà, al Concilio di Trento (1545-1563) nell'intento di
rilanciare l'unità religiosa e dottrinale della Cristianità. Anche se il primo
obiettivo non sarà raggiunto, in quanto l'Europa settentrionale aderirà al
protestantesimo e rimarrà protestante, il Concilio consentirà alla Chiesa di
ritrovare l'unità dottrinale attraverso la riaffermazione e la riproposizione
vigorosa dei valori propri del cattolicesimo romano: unità intorno al Papa,
disciplina nella gerarchia, vita comunitaria del clero, ristabilimento della
Tradizione. L'impresa promossa dal Concilio tridentino sarà ardua e difficile,
talora condotta con una decisione e una determinazione tali da apparire
coercitive e anche dolorose per chi ne subisce i rigori. Ma questo imponente
sforzo conseguirà grandi risultati, tanto che la ripresa della vita religiosa
in quella parte di Europa rimasta fedele alla Chiesa appare ancora oggi molto più
che il risultato di una semplice reazione alle tesi luterane. La stessa
fioritura di ordini religiosi durante tutto il XVI secolo - ancora prima della
rivoluzione protestante -,la presenza attiva della Chiesa nei più diversi campi
della vita sociale e la stessa ampiezza d'orizzonte che traspare dai documenti
tridentini, consentono di affermare che il periodo a cavallo fra il XVI e il
XVII secolo fu testimone di una vera e propria Riforma cattolica, le cui
motivazioni non sono riducibili ad un'unica causa scatenante, quale fu la
rivolta luterana.
È in questo clima, di difesa ma anche di rilancio della
fede, che si svolge la vicenda galileiana. E anzi, per molti versi, è difficile
separare il primo dalla seconda senza deformare inevitabilmente le valutazioni e
i giudizi. Quando Galileo nasce a Pisa, il 15 febbraio 1564, il Concilio
di Trento è appena terminato. Fra i provvedimenti di tipo istituzionale
organizzativo emanati dall'assise che più legheranno il proprio nome a quello
dello scienziato, sono da annoverare l'istituzione del Sant'Uffizio (1542)
e la pubblicazione di un Indice dei libri proibiti (1559), per
l'aggiornamento del quale fu istituita, poco dopo, una Congregazione
dell'Indice: due organismi che diventeranno altrettanti «classici» della
polemica anticattolica, arrivati fino a noi dall'epoca illuministica con il loro
cumulo di pregiudizi e di falsità. Ma, lo stesso processo a Galileo, il quale
non subirà torture né patirà il carcere, è una prova che le modalità con
cui operano queste istituzioni non corrisponde a quanto comunemente si crede
(2).
Il Sant'Uffizio, composto da nove cardinali, è
incaricato di sovrintendere al Tribunale dell'Inquisizione, già istituito al
tempo di Innocenzo III, verso la fine del XII secolo, come strumento per
contrastare la diffusione delle eresie. Il Tribunale decadde nel XIV e nel XV
secolo, per venire ripristinato in Spagna intorno al 1480 e a Roma da Papa Paolo
III.
La Congregazione dell'Indice è l'organo ecclesiastico
che ha il compito di ascoltare gli autori e i redattori dei libri a stampa,
nonché di valutare la presenza nei testi di dottrine eretiche o immorali. Il
possesso, la lettura e la diffusione dei libri messi all'Indice comporta diverse
pene, che vanno dalla scomunica al carcere e al confino.
Tuttavia, come nel caso dell'Inquisizione, anche alla
Congregazione dell'Indice interessa l'aspetto pubblico e pastorale della pena
che, una volta raggiunto, comporta spesso l'attenuazione o l'abbandono della
pena stessa.
I temi della polemica anticattolica suscitati dal caso
Galileo sono innumerevoli e di diverso livello, come del resto il caso
stesso impone. Nella questione galileiana, infatti, si trovano raccolti, ma più
spesso intrecciati, elementi di svariata natura: filosofici, se si guarda ai
problemi legati al conflitto tra la «nuova fisica» e la fisica aristotelica;
teologici, se si considera il dibattito sullo statuto e la probanza della Sacra
Scrittura; giuridici, se si affronta la questione della competenza dei tribunali
ecclesiastici in materie non teologiche; scientifici, se si indaga sulla
originalità delle intuizioni galileiane; e infine storici, quando si voglia
considerare il contesto in cui la vicenda si è svolta e gli «attori» che ne
sono stati protagonisti. È ovvio che ridurre a sintesi tutti i temi richiamati
in questi ambiti e confrontarli con le tesi più erroneamente consolidate
risulta impresa talmente onerosa da esulare dagli scopi di questo lavoro. E
certamente più utile passare in rassegna alcuni dei miti maggiormente
ricorrenti intorno al caso Galileo, scegliendoli tra quelli che offrono
un più ampio spettro di questioni implicate.
La presunta ostilità dei Gesuiti nei confronti di Galileo
Il tema dell'ostilità e dell'antagonismo fra Galileo e i
Gesuiti, soprattutto quelli del Collegio Romano, non è certamente uno
dei più conosciuti nell'ambito del caso. Tuttavia esso cala
puntualmente, quasi come un fondale scenico, allorché occorra accreditare e
confermare l'atteggiamento dogmatico e intransigente della Chiesa cattolica nei
confronti del «mondo nuovo» che le idee del Pisano si accingevano a rivelare.
Ludovico Geymonat, nella sua purtroppo diffusissima biografia scientifica di
Galileo, fornisce una testimonianza esemplare di questo atteggiamento. Anche se
i Gesuiti, spiega lo studioso marxista, «rappresentavano indubbiamente - in
quel momento - l'ordine religioso più aperto verso le scienze esatte, erano però,
malgrado tale apertura, i più ligi custodi dell'ortodossia cattolica e quindi
intendevano usare la propria competenza scientifica soprattutto ad un fine:
quello di impedire che la scienza moderna assumesse un qualsiasi significato
contrario al dogma. Non bisogna dimenticare che proprio alla Compagnia di Gesù
apparteneva il più autorevole rappresentante, allora vivente, dello spirito
controriformistico: voglio dire il cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), già
professore di Controversie al Collegio Romano e, in seguito, teologo del Papa,
consultore del Sant'Uffizio, esaminatore dei vescovi» (3).
La Compagnia di Gesù, approvata nel 1540 da Papa
Paolo III - dopo circa quindici anni che il gruppo originario di Compagni di
Cristo si era raccolto intorno a Ignazio di Loyola (1491-1556) nel
periodo in cui questi, trentasettenne, frequentava la Sorbona -, era venuta
effettivamente a costituire una milizia sceltissima di cattolici consacrati al
servizio della fede e del Papa. Attraverso una selezione e una preparazione
assai severe - esercizi spirituali, studi profani e sacri - il Gesuita
perveniva, dopo un tirocinio di sedici anni e anche più, all'ordinazione
sacerdotale. Ai voti di castità, povertà e obbedienza, egli aggiunge un
particolare voto di obbedienza al pontefice, da cui la Compagnia dipende
direttamente, senza la normale mediazione gerarchica. I sessanta antichi seguaci
di Sant'Ignazio erano diventati duemila dopo venticinque anni e raggiunsero il
numero di dodicimila nel primo decennio del XVII secolo, a dimostrazione che la
radicalità ignaziana trovava una profonda corrispondenza nei sentimenti della
Cristianità. Unendo, con straordinario equilibrio, fermezza e carità, prudenza
e senso pratico, rigore dottrinale e intelligenza del nuovo, consapevoli della
necessità di servire la Chiesa e il suo Capo, i Gesuiti operarono con successo
per il ricompattamento della Cristianità lacerata dal protestantesimo e
rivalutarono, per questa impresa, le armi della cultura e della educazione, ciò
che ancora oggi qualifica l'apostolato ignaziano. Intere regioni d'Europa devono
alla Compagnia la loro permanenza nella fede di Roma: e sono la Baviera, la
Boemia, l'Ungheria, la Polonia. Non va dimenticato neppure lo slancio
missionario che animò la Compagnia fin dalle origini e che portò suoi eminenti
esponenti in Cina, in India, in Giappone, dove dettero prova di grande duttilità
nell'incontro con quelle culture tanto diverse dalla cultura europea. E dove,
per ritornare a Galileo, insegnavano una astronomia copernicana già sul
finire del XVII secolo, tanto che la rapida diffusione, in Estremo Oriente,
della dottrina del movimento della Terra avvenne principalmente per merito degli
astronomi della Compagnia.
Ora, questi Gesuiti, certamente rigorosi e prudenti, ma anche
intelligenti, colti e appassionati, nei confronti di Galileo e della scienza
sperimentale che stava nascendo, avrebbero invece dimostrato tutta la grettezza
e tutta la miopia di cui gli uomini possono essere capaci.
Il contesto abituale è la controversia sulle macchie solari,
poi quella sulla natura e sulla posizione delle comete, infine la disputa sui Massimi
Sistemi, ovvero sul copernicanesimo e sulle prove disponibili a suo
sostegno. In questa polemica i principali avversari di Galileo sono considerati
i padri Cristopther Scheiner (1579-1650) e Orazio Grassi (1583-1654),
descritti solitamente come poco informati, maldisposti e ostruzionisti nei
confronti delle idee dell'astronomo pisano.
La realtà storica è alquanto diversa. In un documentato
saggio del padre domenicano William A. Wallace (4) viene fatto stato del quadro
generale relativo alle ricerche condotte dai Gesuiti del Collegio Romano, dei
loro rapporti con Galileo e li alcune scoperte che, secondo l'Autore, implicano
«una revisione sostanziale dell'analisi critica del ruolo di Galileo nella
rivoluzione scientifica e nelle sue origini nel pensiero tardo medioevale e
scolastico», al punto che si può parlare di un «debito di Galileo nei
confronti dei Gesuiti».
Il Collegio Romano fu fondato dallo stesso Sant'Ignazio di
Loyola nel 1551 e divenne, sul finire del secolo, la più importante università
cattolica guidata da Gesuiti dell'Europa. Lo studio sia dei libri di testo
adottati dai docenti per le loro lezioni sia degli appunti degli stessi docenti,
dimostra che al Collegio Romano le questioni «scientifiche» - secondo
l'accezione dell'epoca - venivano affrontate regolarmente, facendo parte dei
corsi di studio. Anche la matematica, che caratterizza modo galileiano di fare
scienza, era fortemente presente nel piano di studi del Collegio. Il principale
artefice del programma di matematica era il tedesco Christopher Clavius (1537-612),
già allievo di Pedro Nunez a Coimbra e figura eminente suo campo tanto da
essere definito, all'epoca «l'Euclide del sedicesimo secolo». Dopo il primo
incontro con Galileo a Roma, nel 1587, il Gesuita rimase molto impressionato da
un lavoro del Pisano sul centro di gravità dei solidi. Per questo ollaborò con
il protettore di Galileo, il marchese Guidobaldo del Monte, per assicurare al
giovane matematico un posto di insegnante in una università. Non si può
parlare certo di atteggiamento ostile! E anzi, secondo il padre William A.
Wallace, lo stesso «Galileo si dedicò a proseguire il programma di Clavius,
nell’applicare la matematica allo studio della natura e nel generare una
fisica matematica che potesse fornire valide spiegazioni causali sia per i
fenomeni astronomici sia per quelli fisici» Con questo, precisa l'Autore,
non si vuole insinuare che Galileo sia debitore verso il Collegio Romano di
tutta la sua scienza, ma che le basi su cui egli sviluppò la propria attitudine
scientifica furono attinte dalla cerchia dei professori gesuiti: frequentandoli
e potendo disporre degli appunti delle loro lezioni, il giovane studioso poté
acquisire un «complesso di opinioni» che lo spinse ad applicare il
ragionamento fisico e matematico nell'indagine della natura, ciò che costituirà
il risultato migliore dei suoi anni più maturi. Con una battuta, padre William
A. Wallace sintetizza questo rapporto: se è indiscutibile che Galileo possa
essere considerato il «padre della scienza moderna», tale titolo non esclude
un «nonno» o altri progenitori per la nuova fisica. Per venire alla disputa
sulle comete, essa è rivelatrice tanto del carattere astioso di Galileo quanto
della malafede di molti suoi biografi, che hanno visto in lui sempre e soltanto
una vittima degli «scolastici oscurantisti». «Serpe lacerata», «scorpione»,
«balordissimo», «solennissima bestia»: così Galileo ebbe modo
di nominare quel padre Orazio Grassi che gli fu contraddittore dotto e puntuale,
con lo pseudonimo di Lotario Sarsi, a partire dal 1619, quando la comparsa di
tre comete obbligò gli astronomi a pronunciarsi sull'argomento. Orazio Grassi,
staccandosi da Aristotele e appoggiandosi a Tycho Brahe e alle numerose
osservazioni celesti compiute dai Gesuiti in tutta l'Europa, precisò, quanto
alla natura e alla distanza, molto meglio di Galileo, il quale negò persino
l'esistenza delle comete come oggetti reali.
Il fatto propone un insegnamento: né Grassi né Galileo
potevano disporre, all'epoca, di prove conclusive per suffragare le rispettive
posizioni circa le comete. Eppure, i «meriti» del gesuita non sono magnificati
nello stesso modo con cui normalmente si esaltano i «meriti» di Galileo nel
sostenere il sistema eliocentrico, benché né lui né i partigiani del sistema
tolemaico disponessero delle prove definitive (che, come noto, arrivarono circa
un secolo dopo, almeno per quanto riguarda il movimento annuale della Terra; per
quello diurno bisognerà attendere il 1851).
Da ultimo va ricordato che la «solennissima bestia»
Orazio Grassi fu al contrario un uomo di profonda cultura, studioso di ottica e
soprattutto grande matematico. Fra i massimi architetti del suo tempo, eresse la
chiesa di Sant'Ignazio in Roma, la cui cupola, che non fu mai innalzata, avrebbe
dovuto essere non molto inferiore alla cupola di San Pietro.
La polemica sui Massimi Sistemi
É il tema che domina tutto il caso Galileo e riguarda
l'antagonismo fra due opposte cosmologie, fra due modi irriducibili di
descrivere l'Universo: da un lato il sistema geocentrico o tolemaico, con
la Terra in posizione centrale e immobile, e la Luna, il Sole, i pianeti e le
stelle rotanti attorno ad essa; dall'altro il sistema eliocentrico o copernicano,
con il Sole in posizione centrale e gli altri corpi celesti, Terra compresa,
rotanti attorno al Sole.
Innanzitutto occorre precisare che la comparsa sulla scena
astronomica del sistema copernicano, a noi oggi così evidente e plausibile, per
la cultura del tempo costituì invece un autentico trauma. Il sistema tolemaico
era infatti generalmente accolto fin dall'antichità: Eudosso di Cnido, nella
prima metà del IV secolo a.C., fu il primo a immaginare un ingegnoso e
complesso sistema di 26 sfere concentriche e collegate i cui movimenti rendevano
conto dei movimenti degli astri osservabili; il suo discepolo Callippo ne
aggiunse altre sette, pervenendo ad una descrizione straordinariamente precisa
dei moti celesti; Aristotele, introducendo l'etere come sostanza celeste,
immise ulteriori 22 sfere, questa volta retrograde, allo scopo di compensare gli
effetti dei movimenti delle sfere superiori su quelle inferiori; Ipparco di
Nicea, nel II secolo a.C., toccò il vertice della concezione geocentrica
adottando epicicli ed eccentrici per ricomprendere nel sistema
anche quei fenomeni che, come i movimenti retrogradi del Sole e dei pianeti,
erano rimasti inspiegati; infine Claudio Tolomeo, nel II secolo d.C., completò
e sigillò la cosmologia greca nella versione di Ipparco, codificando un sistema
nel quale, sia pure a prezzo di artifici e assunzioni, i dati di osservazione
dei vari pianeti vi apparivano totalmente coerenti e giustificati. In questa
forma il geocentrismo superò i successivi 1500 anni, senza che seri
ripensamenti potessero metterne in dubbio la validità.
Ma il sistema tolemaico non costituiva soltanto un metodo di
descrizione dei movimenti degli astri: come già nell'antichità fu inseparabile
da una filosofia che si interrogava sulle cause prime e cercava risposte «religiose»
agli interrogativi dell'esistenza, così più tardi esso entrò a pieno titolo
nel vasto sistema di valori della cultura cristiana, permanendovi fino all'epoca
di Galileo, in omaggio a quel carattere unitario della cultura che era un
retaggio della scolastica medioevale. Tale carattere unitario, «in sé
positivo ed auspicabile ancor oggi», come ha affermato Giovanni Paolo II
proprio in occasione della conclusione dei lavori della commissione da lui
istituita per approfondire il caso Galileo (5), includeva tuttavia la
convinzione che la conoscenza della struttura del mondo fisico fosse imposta dal
senso letterale della Sacra Scrittura. Dunque, il rischio di una trasposizione
indebita di questioni appartenenti alla fisica nel campo della dottrina della
fede era molto elevato, come pure era elevata la tendenza a rinunciare alla
verifica dei fatti quando questi sembravano non concordare con il dettato della
Sacra Scrittura.
Sarebbe però un errore confondere il pensiero ufficiale
della Chiesa cattolica con la posizione di quei teologi che, sia pure numerosi,
non percepivano la distinzione formale tra la Bibbia e la sua interpretazione.
Della disposizione dei Gesuiti al confronto con i dati dell'osservazione si è
già detto. La loro attitudine è peraltro riassunta nella raccomandazione del
cardinale Roberto Bellarmino al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini, che
si era schierato in favore di Copernico e contenuta nella celebre lettera del 12
aprile 1612: «1. Dico che mi pare che V.P. ed il Sig.r Galileo facciano
prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come
io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico [...] 3. Dico che quando ci
fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel 3°
cielo, e che d sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole,
allora bisogneria andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che
paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso
quello che si dimostra» (6).
La linea di pensiero del cardinale non era affatto isolata.
Prima di lui, Sant'Agostino era stato guidato dalla stessa saggezza e dallo
stesso rispetto per la Sacra Scrittura: «Se ad una ragione evidentissima e
sicura si cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa
questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture,
che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire ciò che
non ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso» (7);
dopo di lui Leone XIII confermava, nell'enciclica Provvidentissimus Deus
che «Poiché il vero non può in alcun modo contraddire il vero, si può esser
certi che un errore si è insinuato o nell'interpretazione delle parole sacre, o
in un altro luogo della discussione» (8).
Secondo questi criteri il copernicanesimo poteva essere
tranquillamente studiato, anche se si mostrava contrario al senso letterale di
alcuni passi della Bibbia, purché venisse presentato come ipotesi e non
come verità comprovata. Del resto l'opera di Copernico, il De revolutionibus
orbium coelestium, pubblicato nel 1543, uscì con una dedica al Papa Paolo
III, che l'aveva accettata; lo stesso canonico polacco trovò influenti e
autorevoli protettori, come il vescovo Tiedemann Giese e il cardinale Schoenberg;
al tempo di Galileo fu accolta e incoraggiata da numerosi cardinali, fra cui
Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII, e da molti astronomi
gesuiti. Fino al fatidico 1616 la discussione sul sistema copernicano era non
solo permessa, ma persino incoraggiata: all'unica condizione che rimanesse
confinata in ambito «scientifico», ovvero senza sconfinare nella teologia.
Arthut Koestler, che non si può certo sospettare di simpatie cattoliche,
azzardava l'ipotesi che la titubanza, prima di Copernico e poi dello stesso
Galileo, a schierarsi apertamente per l'eliocentrismo fosse dettata, più che
dal timore di sanzioni improbabili, dalla paura di esporsi al ridicolo, di
subire il sarcasmo dei «dotti», dal timore di farsi fischiare, a causa
dell'apparente «enormità» costituita dal portato eliocentrico di fronte alla
«naturalezza» dell'assunto tolemaico.
Fa certamente onore a Galileo e alle sue doti di intuizione
avere rotto gli indugi dopo le prime, straordinarie scoperte fatte con il
cannocchiale a partire dall'estate del 1610, e rivelare sempre più apertamente
la sua propensione per il sistema copernicano. Ma tutto questo avvenne in un
clima polemico, in cui si mescolavano fattori intrinseci ed estrinseci alla
questione: la mancanza della prova decisiva - l'experimentum crucis - richiesta
dagli avversari e che Galileo non riusciva a portare (quella delle maree non fu
giustamente accolta dai contemporanei, che ne avevano compreso l'inconsistenza);
il fatto che le impressionanti osservazioni compiute da Galileo con il
cannocchiale, nonostante avessero assestato un duro colpo alla nozione
aristotelica di un cosmo «perfetto», non intaccassero sostanzialmente la bontà
descrittiva del sistema tolemaico; la preoccupazione della Chiesa, e soprattutto
degli organismi preposti alla difesa dell'ortodossia dottrinale, di fare fronte
alla crisi protestante, allora in pieno svolgimento; un'eccessiva preoccupazione
di tipo giuridico, un'incapacità di affrontare l'esegesi biblica su presupposti
più aperti da parte di uomini di Chiesa; da ultimo, il carattere dello stesso
Galileo, incline alla polemica, incurante delle inimicizie, teso all'umiliazione
del contraddittore piuttosto che alla disamina leale delle idee.
La storia è nota, e qui merita ricordarla solo per sommi
capi. Nel marzo del 1615 il domenicano Tommaso Caccini, che già dal pulpito di
Santa Maria Novella, in Firenze, aveva tuonato contro i copernicani, rilasciava
una deposizione al Sant'Uffizio, specificando che Galileo sosteneva il moto
della Terra: aveva inizio il primo procedimento a carico dello scienziato. Il 15
giugno Galileo scrisse la famosa lettera a Cristina di Lorena, Granduchessa
Madre, in cui rivendicava l'autonomia della ricerca scientifica nel quadro
teologico-morale fornito dalla Sacra Scrittura parafrasando una celebre sentenza
del cardinale Cesare Baronio: la Bibbia non intende insegnare l'astronomia - «come
vadia il cielo?» -, bensì che cosa deve credere ogni uomo per raggiungere
la vita eterna - «come si vadia al cielo»-. Alla fine di quell'anno si
recò a Roma, dove ricevette, nonostante tutto, un'accoglienza lusinghiera e
dove si incontrò con lo stesso Niccolò Caccini. Tuttavia non riuscì ad
impedire che le tesi circa la stabilità del Sole e il moto della terra fossero
censurate: il 24 febbraio 1616 una commissione di undici teologi rese operativa
la dichiarazione di censura, con la conseguente ammonizione di Galileo e la
messa all'Indice del libro di Copernico, donec corrigatur, ossia fino a
quando la situazione non fosse chiarita.
L'ammonizione non cambiò la vita di Galileo, che continuò a
godere la stima del Papa e di moltissimi cardinali. Lo stesso Roberto Bellarmino,
sollecitato dal Pisano, scrisse una dichiarazione a tutela del suo onore,
minacciato dai numerosi calunniatori che auspicavano provvedimenti più gravi.
Nel 1623 salì al soglio pontificio, con il nome di Urbano VIII, Maffeo
Barberini, molto favorevole a Galileo, il quale si affrettò a dedicargli Il
Saggiatore, l'opera con cui intendeva confutare il gesuita Orazio Grassi
nella disputa sulle comete: un'opera di notevole pregio letterario, ma al
servizio di una causa errata, quale quella delle comete come fenomeno ottico di
origine terrestre.
Dopo diversi tentativi di fare togliere l'ammonizione e dopo
avere respinto qualunque offerta di riconciliazione con il gesuita, Galileo si
dedicò completamente alla ricerca della prova conclusiva a sostegno del sistema
copernicano. Lavorando intorno alla questione delle maree, credette di avere
trovato in esse la prova che cercava. Nel 1630 aveva terminato l'opera che
raccoglieva questi studi e che voleva intitolare, appunto, Delle maree. Urbano
VIII, disposto a permetterne la pubblicazione, consigliò di mutarne il titolo,
in modo che apparisse evidente che la questione del movimento terrestre
risultasse solo un'ipotesi e non un fatto reale, capace di produrre effetti
reali come le maree: nacque così il Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo, tolemaico e copernicano, opera di grande vigore polemico, ma debole
proprio nel punto che ne avrebbe dovuto costituire il fondamento. Incoraggiato
dall'apertura del pontefice, con il beneplacito del Granduca di Toscana Galileo,
che dal 1616 non aveva mai rinunciato a pronunciarsi in favore del movimento
terrestre, si recò a Roma. Tuttavia, il tono polemico dell'opera e la evidente
apologia del sistema copernicano, non più presentato solo come ipotesi,
ritardarono il sospirato imprimatur. A mani vuote Galileo ritornò a
Firenze, dove comunque il libro venne stampato dal Landini nell'estate del 1631.
Nel marzo del 1632 due copie giunsero a Roma.
A questo punto la vicenda diventa nebulosa. È certo che
Urbano VIII si contrariò per la pubblicazione dell'opera. Si sono avanzate, a
tale proposito, diverse ipotesi: la più diffusa riguarda il fatto che il Papa
potesse essere identificato, fra i personaggi del Dialogo, proprio in
quel Simplicio le cui argomentazioni a difesa del sistema tolemaico e della
fisica aristotelica cadono regolarmente nel ridicolo; altri sostengono che il
Papa e i suoi collaboratori avessero intravisto, nella «nuova fisica»
galileiana un attentato al dogma della transustanziazione delle specie
eucaristiche (9). Comunque sia, è certo che a Roma ebbero l'impressione di
essere stati raggirati, senza avere avuto la possibilità di introdurre le
modifiche suggerite dalla prudenza. Il 13 febbraio 1633 Galileo giunse
nuovamente a Roma, chiamato dall'Inquisizione. Il 12 aprile venne sottoposto a
un primo esame, che doveva accertare le modalità seguite per la stampa del Dialogo;
cinque giorni dopo gli fu contestata la contravvenzione all'ammonimento del
decreto del 1616, in quanto nell'opera era manifestata l'adesione al sistema
copernicano; infine, il 22 giugno, nel convento di Santa Maria sopra Minerva,
Galileo pronunciò l'abiura famosa. Seguì la condanna, ma qui conviene
dissipare un'altra serie di fosche leggende.
Nascita di un mito
Si favoleggia molto, infatti, intorno al processo e alla
relativa condanna. Anche in questo caso la storia vera si discosta notevolmente
da quanto è sedimentato nell'immaginario collettivo. Sebbene il clima fosse di
generale freddezza - certamente distante da quello trionfale del 1611, al tempo
delle osservazioni col cannocchiale; e certamente distante anche da quello
tollerante del 1616, durante il primo processo -, il trattamento riservato a
Galileo in questa occasione fu estremamente favorevole. Gli fu ingiunto di
presentarsi a Roma non più tardi dell'ottobre 1632, ma, in considerazione
dell'età, egli poté ritardare il viaggio fino al febbraio dell'anno
successivo. Durante il processo non fu relegato in carcere, ma abitò in una
sorta di foresteria nel palazzo del Sant'Uffizio.
Anche le motivazioni della condanna devono essere comprese
correttamente. Come ha osservato Pier Carlo Landucci, il verdetto non ebbe
alcuna pretesa di «infallibilità», limitandosi al «puro quadro
pragmatistico e disciplinare» e fu improntato ad una «equilibrata
giustificazione» dottrinale (10). Secondo le parole della sentenza,
infatti, Galileo fu condannato per avere «tenuto» una dottrina «contraria
alla Scrittura», non di averla soltanto ipotizzata e considerata sul solo
piano matematico: in tal caso sarebbe stata permessa. Nella parte finale della
sentenza emerge la vera questione di principio: si condanna di «sostenere e
difendere come probabile un'opinione... per definizione contrastante con la
Sacra Scrittura». Ora, la nozione di probabilità implica un certo
grado di possibilità, e ciò innalza l'ipotesi su un piano di realtà
che, qualora l'ipotesi contrasti con la Sacra Scrittura, non può essere
tollerata. Naturalmente non bisogna dimenticare il contesto teologico più volte
richiamato, secondo cui il senso letterale della Scrittura prevaleva
legittimamente in mancanza di prove contrarie.
Per quanto riguarda i punti della condanna, il rigore
letterale della sentenza fu alquanto mitigato nei fatti, Oltre all'abiura
formale della dottrina copernicana, la sentenza prevedeva un periodo di carcere
a discrezione del Sant'Uffizio e l'obbligo di recitare per tre anni, una volta
alla settimana, i salmi penitenziali. Avvenne che la prigionia consistette in un
soggiorno di cinque mesi nella villa del Granduca di Toscana, a Trinità dei
Monti, seguito da una permanenza nell'«abitazione del mio più caro amico
che avessi in Siena - racconta lo stesso Galileo al padre olivetano Vincenzo
Renieri - monsignor arcivescovo Piccolominì, della cui gentilissima
conversazione io godetti con tanta quiete e soddisfazione dell'animo mio che
quivi ripigliai i miei studi trovai e dimostrai gran parte delle conclusioni
meccaniche sopra la resistenza dei solidi con altre speculazioni e dopo circa
cinque mesi; cessata la pestilenza della mia patria, verso il principio di
dicembre di quest'anno 1633, da sua santità mi è stata permutata la strettezza
di quella casa, nella libertà della campagna, da me tanto gradita, onde me ne
tornai alla villa di Bellosguardo e dopo in Arcetri, dove tutt'ora mi trovo a
respirare quest'aria salubre, vicino alla mia cara patria Firenze». Quanto
ai salmi penitenziali, incaricò di recitarli, con il consenso della Chiesa, la
figlia Maria Celeste, suora carmelitana.
Ad Arcetri lo scienziato chiuse la sua vita terrena l'8
gennaio 1644 non prima di avere completato i Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed i movimenti
locali, l'opera con cui ritornò alla sua vera vocazione di
fisico-matematico e che meritatamente lo colloca tra quei «giganti»
che, come amava dire Isaac Newton, «mi hanno portato sulle loro spalle».
Ma nessuna tortura, nessuna tetra galera, nessuna umiliazione o vessazione
caratterizzò gli anni successivi alla condanna, che, anzi, furono densi di
attività e di relazioni, anche quando, ormai al termine, fu colpito dalla
totale cecità.
I temi della «leggenda nera» galileiana nacquero in epoca
illuministica e, paradossalmente, proprio nel momento in cui la Chiesa cattolica
attenuava sia gli effetti giuridici dei provvedimenti del 1616 e del 1633, sia
la diffidenza verso il sistema copernicano. Si trattò di un attacco ideologico,
di un'operazione di intenzionale disinformazione, il cui obiettivo era quello di
dimostrare l'incompatibilità del sistema cattolico con le ragioni della libertà
di ricerca nei vari campi del sapere. Le critiche alla Chiesa in relazione al caso,
che da allora divenne tale, iniziarono nei paesi protestanti, in
concomitanza con la pubblicazione delle prime storie sulla Inquisizione, come la
traduzione inglese dell'Historia Inquisitionis del 1692, pubblicata a
Londra nel 1731 ed utilizzata per suscitare l'odio contro Roma al tempo della
seconda ribellione scozzese: i cardinali che si opposero a Galileo vi sono
descritti come nemici del vero sapere e della vera scienza.
I philosophes francesi del XVIII secolo si ispirarono
invece alle opere di Fontenelle e di Pierre Bayle, in cui veniva ripreso
l'eliocentrismo e si ribadiva l'opposizione tra ragione e fede. Su questa linea,
Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, dirà che «Ogni
inquisitore dovrebbe arrossire fino in fondo all'anima solo alla vista di una
sfera di Copernico».
In Italia, sul finire del '700, Giovanni Targioni Tozzetti e
Girolamo Tiraboschi ripresero il tema dell'oscurantismo clericale, attribuendo i
guai di Galileo ai «Regolari» e agli «Ecclesiastici», responsabili anche
dell'offuscamento della memoria dello scienziato.
In realtà la Chiesa cattolica, attraverso le Congregazioni
romane, aveva adottato diverse misure a favore di Galileo. Nel 1734 il
Sant'Uffizio ne riabilitava la memoria autorizzando l'erezione di un mausoleo in
suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze. È utile ricordare che tale
concessione avvenne durante il pontificato di Clemente XII, il primo Papa che
condannò la Massoneria e che affidò all'architetto fiorentino Alessandro
Galilei, pronipote dello scienziato, la costruzione delle facciate di San
Giovanni in Laterano e di San Giovanni dei Fiorentini. Un secondo gesto di
disponibilità fu compiuto da Benedetto XIV il quale, nel 1757 tolse dall'Indice
i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già
tacitamente aveva fatto Papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto
del 1616. Benedetto XIV aveva peraltro dimostrato il suo interesse per le
scienze fin da quando era arcivescovo di Bologna, dove istituì un museo e una
cattedra di anatomia. Salito al soglio pontificio, riformò l'Accademia dei
Lincei, istituì cattedre di chimica e di matematica all'Università della
Sapienza, prescrisse che i teologi incaricati di esaminare opere controverse
fossero affiancati da esperti nelle scienze profane e tenne rapporti con un
newtoniano come Pierre L.M. de Maupertuis, cui si deve la formulazione del
principio di minima azione.
La definitiva autorizzazione all'insegnamento del moto della
Terra e dell'immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra
Congregazione dell'inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822,
anche se già da molto tempo la teoria copernicana, ormai diventata newtoniana,
veniva insegnata in tutte le università cattoliche dell'Europa, sia pure
come ipotesi, per rispetto ai decreti della Chiesa.
Per quanto riguarda le prove del moto annuale della Terra
attorno al Sole, il primo fenomeno che deponeva seriamente in suo favore fu
l'aberrazione della luce, rilevato dall'astronomo inglese James Bradley nel
1725: egli collegò gli sfasamenti osservati durante passaggi successivi della
stella
Va ricordato, infine, che la Chiesa non rimase estranea allo
straordinario sviluppo dell'astronomia - e della scienza - dei secoli XVIII e
XIX. Per citare solo un esempio, quell'Osservatorio Pontificio Vaticano, fondato
nel 1579 da Gregorio XIII e che fu uno dei luoghi della vicenda galileiana, operò
attivamente anche nei secoli successivi e raggiunse una grande notorietà
internazionale alla metà dell'800, quando padre Angelo Secchi, introducendo
l'analisi spettroscopica nello studio della luce stellare, iniziò una
classificazione delle stelle in base al tipo spettrale. Il 14 marzo 1891 Leone
XIII, con il motu proprio «Ut mysticam», decretò la trasformazione
dell'antico Osservatorio nell'attuale Specola Vaticana. Affidata ancora ad
astronomi gesuiti, la Specola ha partecipato fin dalla sua nascita ai programmi
internazionali di realizzazione di carte fotografiche del cielo. Per questo
lavoro fu necessario costruire un particolare telescopio, ancora oggi utilizzato
per la fotografia dei campi stellari. Attualmente la Specola Vaticana
rappresenta ufficialmente la Santa Sede in seno all'Unione Astronomica
Internazionale e i suoi programmi di ricerca si sono dilatati allo studio della
astrofisica e della cosmologia. Da oltre dieci anni è attivo a Tucson, in
Arizona, un centro di ricerche che dipende direttamente dalla Specola.
[se il Benassi ci raccontasse della
Cattedra di Fisica Sacra alla Sapienza, darebbe una informazione più completa]
Ultimo atto: dal creato a Dio creatore
Il 10 novembre 1979, in occasione delle celebrazioni del
primo centenario della nascita di Albert Einstein, Giovanni Paolo II, di fronte
ai membri della Pontificia Accademia delle Scienza, esprimeva l'auspicio «che
teologi, scienziati e storici, animati da uno spirito di sincera collaborazione [approfondissero]
l'esame del caso Galileo e, nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque
parte provengano, [rimuovessero] le differenze che quel caso tuttora
frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa collaborazione tra scienza e
fede, tra Chiesa e mondo. A questo compito», aggiungeva il Santo Padre, «che
potrà onorare la verità della fede e della scienza, e dischiudere le porte a
future collaborazioni, io assicuro tutto il mio appoggio» (11). Il 3 luglio
1981 veniva istituita una Commissione Pontificia per lo studio della
controversia tolemaico-copernicana dei secoli Sedicesimo e Diciassettesimo nella
quale il caso Galileo si inserisce. La Commissione era articolata in
quattro gruppi di lavoro, presieduti dal cardinale Carlo Maria Martini, per i
problemi esegetici; dal cardinale Paul Poupard per la sezione culturale; dal
professor Carlos Chagas e dal padre George Coyne per le questioni scientifiche
ed epistemologiche; da monsignor Michele Maccarrone per le questioni storiche e
giuridiche. Il padre Enrico di Rovasenda svolgeva le funzioni di segretario.
Dopo oltre dieci anni di lavori e a trecentocinquant'anni dalla morte dello
scienziato pisano, il 31 ottobre 1992 la Commissione chiudeva solennemente il
decennio di studi galileiani durante la Sessione Plenaria della Pontificia
Accademia delle Scienze. Sarebbe errato interpretare l'iniziativa pontificia
come la tardiva «riabilitazione» di Galileo da parte della Chiesa, come
puntualmente hanno fatto i mass media ignorando il reale contenuto sia
del discorso con cui il cardinale Paul Poupard ha presentato i risultati delle
ricerche, sia della replica conclusiva di Giovanni Paolo II. Infatti, se una
riabilitazione vi è stata, si è trattato della riabilitazione della verità
storica intorno a tutta la vicenda (sottolineatura mia). [per leggere la
vergognosa posizione, nonché falsa ed ipocrita, della Chiesa, leggi qui].
Secondo il cardinale Paul Poupard il fatto che Galileo «ebbe
molto a soffrire» e che, quindi, «[...] Bisogna riconoscere [. ..] con
lealtà, come ha chiesto Vostra Santità» i torti da lui subiti, non
impedisce di considerare che fu in «una congiuntura storico-culturale, ben
lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo, incapaci di dissociare la
fede da una cosmologia millenaria, credettero a torto che l'adozione della
rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale
da fare vacillare la tradizione cattolica, e che era loro dovere proibirne
l'insegnamento». Si è trattato, di un «errore soggettivo di giudizio»
e non di una cieca avversione alla scienza o di una chiusura acritica alla novità:
«Le qualifiche filosofiche e teologiche abusivamente attribuite alle teorie
nuove per allora sulla centralità del Sole e la mobilità della Terra furono
conseguenza di una situazione di transizione nell'ambito delle conoscenze
astronomiche, e di una confusione esegetica riguardo alla cosmologia».
La conclusione, per il cardinale, non può che essere «ancora una volta»quella
dimostrata dalla «rilettura dei documenti d'archivio» e cioè che «tutti
gli attori di un processo, senza eccezioni, hanno diritto al beneficio della
buona fede, in assenza di documenti processuali contrari».
Se, dunque, il «beneficio della buona fede» deve
considerarsi la chiusura «storica» del caso, quella «culturale» - cioè
quella sui valori in gioco nella vicenda galileiana - è stata delineata da
Giovanni Paolo II. Il Santo Padre ricorda innanzitutto l'importanza della
filosofia, «che è ricerca del senso globale dei dati dell'esperienza, e
dunque ugualmente dei fenomeni raccolti ed analizzati dalle scienze», per
l'uomo di scienza, il cui ricorso sempre più frequente a concetti
metascientifici necessita di uno sforzo costante di chiarificazione, onde «evitare
di procedere a delle estrapolazioni indebite che leghino le scoperte
strettamente scientifiche a una visione del mondo o a delle affermazioni
ideologiche o filosofiche che non ne sono affatto dei corollari».
In secondo luogo il Santo Padre ricorda quanto possa
diventare «grande il rischio di giungere ad una "cultura
frantumata" che sarebbe di fatto la negazione della vera cultura»
qualora la altissima specializzazione delle ricerche, cui pure «sono dovuti
i successi che constatiamo», non fosse «equilibrata da una riflessione
attenta a notare l’articolazione dei saperi».
Si tratta di due richiami di valore generale, ma non può
sfuggire la loro puntualità a fronte di una tendenza della scienza moderna a
egemonizzare gli ambiti propri della ricerca filosofica e teologica e a
screditare ogni approccio al reale che non ricade sotto il suo metodo di
indagine: per esempio molti dei testi divulgativi di fisica moderna o «nuova
fisica» -, i cui autori sono spesso premi Nobel o insigni docenti universitari,
affrontano problemi come la creazione, il tempo, la coscienza con il piglio
aggressivo di chi, finalmente, ha trovato la strada giusta per risolvere
questioni che secoli di filosofia e di teologia hanno lasciato irrisolte.
Venendo alla vicenda galileiana, Giovanni Paolo II ripete che
«i problemi soggiacenti a quel caso toccano la natura delle scienze come
quella del messaggio della fede»; quindi che non si deve «escludere che
ci si trovi un giorno davanti ad una situazione analoga, che richiederà agli
uni e agli altri una coscienza consapevole del campo e dei limiti delle
rispettive competenze».
Anche in questo caso il richiamo è preciso, e se costituisce
una doverosa messa in guardia da eventuali ingerenze filosofico-teologiche nelle
questioni scientifiche, descrive pure l'ipotesi opposta, ovvero la pretesa della
scienza di fornire il senso globale dei dati dell'esperienza, di rispondere non
solo al «come» dei fenomeni, ma anche al «perché» del loro esistere.
D'altra parte questa mancata «distinzione tra quello che è l'approccio
scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine
filosofico, che essa generalmente richiama», dice Giovanni Paolo II, fu
proprio l'errore che accomunò i sostenitori del sistema tolemaico e Galileo: i
primi ritenendo che bastassero i passi scritturali a provare la loro cosmologia,
il secondo, in paradossale contraddizione il metodo sperimentale di cui fu
sostenitore, ostinandosi a presentare come vera la propria, benché in assenza
di prove conclusive. Alla fine ebbe ragione Galileo, ma sì può veramente
parlare di una vittoria della scienza sperimentale? Oggi, dopo la teoria della
relatività, dopo le galassie, dopo le stelle di neutroni e i buchi neri, la
polemica, almeno sul piano strettamente scientifico appare stemperata e lontana
e, in questo senso, il Pontefice ricorda che «spesso, al di là di due
visioni parziali e contrastanti, esiste una visione più larga che entrambe
le include e le supera».
Ma le ultime riflessioni che la vicenda galileiana suggerisce
riguardano, per Giovanni Paolo II, il senso finale dell'impresa scientifica, «che
concerne quanto c'è di più profondo nell'essere umano allorché, trascendendo
il mondo e se stesso, egli si rivolge a Colui che è il Creatore di ogni cosa».
Al di là delle legittime esigenze di autonomia - che il caso Galileo ha
contribuito a definire -, l'autentica necessità di chi si impegna nella ricerca
scientifica continuerà ad essere, allora come oggi, l'intima consapevolezza «che
il mondo non è un caos, ma un "cosmos", ossia che c'è un ordine e
delle leggi naturali che si lasciano apprendere e pensare, e che hanno pertanto
una certa affinità con lo spirito [...] Questa intelligibilità, attestata
dalle prodigiose scoperte delle scienze e delle tecniche, rinvia in definitiva
al Pensiero trascendente e originario di cui ogni cosa porta l'impronta».
(1) Stanley L. Jaki, Il Salvatore della scienza,
Libreria Editrice Vaticana, CdV 1992, pp. 5-6.
(2) Per una informazione non conformista sulla Inquisizione,
soprattutto quella spagnola, cfr. Jean Dumont, L'Église au rìsque de l'histoire,
Criterion, Limoges Cedex 1984, pp. 343-413.
(3) Ludovico Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi,
Torino 1957 e 1969.
(4) Cfr. William A. Wallace, Galileo e i professori del
Collegio Romano alla fine del secolo XVI, in Mons. Paul Poupard (a cura di),
Galileo Galileo. 350 anni di storia (1633-83). Studi e ricerche, Edizioni
Piemme, Casale Monferrato 1984, pp. 76-97.
(5) Cfr. il Supplemento a «L’Osservatore Romano»,
7 novembre 1992, pp. 5-7. Nel seguito, salvo diversa indicazione, le citazioni
di Giovanni Paolo II e del card. Paul Poupard sono tratte da questo documento. I
corsivi sono nel testo.
(6) Edizione Nazionale delle opere di Galileo Galilei,
tomo XII, pp. 171-172.
(7) Epistula 143, n. 7, PL 33, col 588.
(8) Leonis XIII Pont Max. Acta, vol. XIII, 1894, p.
361.
(9) Renato Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino
1983.
(10) Cfr. Pier Carlo Landucci, Nuovi studi storici sulla
vicenda di Galileo, in Cultura & Libri, settembre-ottobre 1984, pp.
215-231.
(11) Cfr. «L'Osservatore Romano», 12-13 novembre 1979, p.
2.
Galileo Galilei: un po’ di verità
Vittorio Viccardi
E' il paladino della liberta` scientifica e il testimone
dell'oscurantismo religioso cattolico. Questo nell'immaginario popolare e sui
libri di testos colastici. Ma la verita` storica e` un'altra. "Eppur si
muove!". Chi non ricorda questa celebre frase attribuita a Galileo Galilei
che volle cosi` rispondere, ci viene detto, con fiero cipiglio, alla lettura
della sentenza di quei feroci inquisitori che lo condannavano per le sue
scoperte scientifiche? Gran parte degli studenti ne sono persuasi. Processato,
condannato, torturato, incarcerato e, cosi` credono in buona percentuale, anche
bruciato sul rogo: questo l'insieme delle cognizioni che la scuola e i mass
media ci propinano a proposito dello scienziato pisano. Solo una minoranza
esigua, piu` preparata, rispondera` che Galileo e` giustamente famoso per aver
applicato per primo il metodo sperimentale, tipico della scienza moderna, per
aver perfezionato e utilizzato a fini scientifici il cannocchiale, per aver
scoperto il termometro, la legge che regola le oscillazioni del pendolo, la
montuosita` della luna, la natura stellare della Via Lattea, i 4 satelliti di
Giove, le anomalie di Saturno, le macchie solari e le fasi di Venere. Diciamo la
verita`: piu` che per la sua opera scientifica, Galileo e` noto per i due
processi subiti dall'Inquisizione nel 1616 e nel 1633, che lo hanno fatto
diventare un paladino della scienza moderna e del progresso ed una vittima
dell'oscurantismo religioso e conservatore della Chiesa cattolica. Eccoci dunque
di fronte ad una vittima innocente immolata sull'altare di quel cattolicesimo
che pretendeva di possedere verità assolute anche in materie scientifiche, ad
un martire della scienza, ad un testimone dell'irriducibile contrapposizione tra
la Fede religiosa e la scienza. Senza pretesa di esaurire l'argomento, qualche
considerazione ci aiutera` ad avere le idee più chiare. In primo luogo: Galileo
non si considero` mai avversario della Chiesa, come tenta di convincerci una
delle più grandi menzogne che ci siano mai state propinate. Conservo` la fede
cattolica fino alla morte, fu amico per lungo tempo di papi e di cardinali, (il
cardinale Maffeo Barberini, poi eletto Papa con il nome di Urbano VIII, fu suo
grande ammiratore) e da molti religiosi fu protetto e incoraggiato nelle sue
ricerche. Quando nel 1611 si reco` a Roma fu molto ben accolto dal padre
Cristoforo Klaus (Clavio) e dai gesuiti del Collegio Romano. Fu ricevuto persino
da Papa Paolo V, con il quale ebbe un lungo e caloroso colloquio. Qualche mese
prima, si era convinto delle fasi di Venere analoghe a quelle della Luna, segno
che il pianeta girava intorno al Sole dal quale riceveva la luce. Il sistema
tolemaico era cosi` confutato, quello eliocentrico non era certamente
dimostrato, e tutto questo non sembrava pregiudicare i suoi rapporti con il
mondo ecclesiale. Anzi, mentre i colleghi scienziati, con in testa il famoso
Cremonini, accusavano Galileo di vedere "macchie sulle lenti del
telescopio", non mancava al pisano l'appoggio dei potentissimi astronomi e
filosofi della Compagnia di Gesu` (gesuiti), capitanati da san Roberto
Bellarmino, generale dell'Ordine dei Gesuiti e consultore del Sant'Uffizio. E
ancora. Quando padre Cavini attacchera` Galileo a Firenze, nella chiesa di santa
Novella, lo scienziato verra` difeso dal padre Benedetto Castelli, suo discepolo
e professore di matematica a Pisa, e dal maestro Generale dei Domenicani, padre
Luigi Maraffi. Sara` poi il cardinale Giustiniano ad ordinare al Cavini di
ritrattare pubblicamente le sue accuse. Senza dimenticare che a Napoli, un altro
religioso, il padre Foscarini, pubblicava un elogio di Galileo e del sistema
copernicano (che molti gesuiti dotti approvavano) ottenendo l'approvazione
ecclesiastica. E ancora. Anche dopo la sentenza del 1633, che, oltre all'abiura,
lo "condannava" a recitare una volta la settimana i sette salmi
penitenziali per un periodo di tre anni, fu ospitato nella villa del cardinale
di Siena, Ascanio Piccolomini, "uno dei tanti ecclesiastici che gli
volevano bene" (Messori). Quindi, si trasferi` nella sua villa di Arcetri,
detta "il gioiello", alla periferia di Firenze. Mori` con la
benedizione del Papa e ricevendo l'indulgenza plenaria, segno che la Chiesa non
lo considerava certamente un avversario ne` lui considerava tale la Chiesa.
Proprio una favola quella dell'inimicizia, della contrapposizione invincibile,
dell'insanabile rottura tra lo scienziato pisano e la Chiesa cattolica. Una
favola che per primo contesterebbe proprio lo scienziato pisano. Non va
dimenticato, infatti, che al termine della sua vita movimentata, lascio` scritto
che "in tutte le opere mie, non sara` chi trovar possa pur minima ombra di
cosa che declini dalla pieta` e dalla riverenza di Santa Chiesa". In
secondo luogo: la teoria eliocentrica (la Terra e i pianeti ruotano attorno al
sole) non fu inventata da Galileo. Gia` Aristarco di Samo e la scuola
pitagorica, cinque-sei secoli prima di Cristo avevano sostenuto fosse la Terra a
ruotare annualmente intorno al sole. Questa teoria venne ripresa da Copernico,
sacerdote polacco, morto 21 anni prima della nascita di Galileo. Se Copernico
decise di pubblicare i suoi studi solo l'anno della sua morte fu per timore di
essere dileggiato dai colleghi di studi, non certo da uomini di Chiesa (i papi
Clemente VII e Paolo III, cui l'opera di Copernico era dedicata), dai quali ebbe
favori e incoraggiamenti. Proprio come accadde a Galileo, che ebbe tra i suoi
piu` fieri avversari i colleghi, peraltro irritati dal carattere tutt'altro che
facile dello scienziato pisano, non i religiosi. In terzo luogo: Galileo non
porto` alcuna prova scientifica che potesse sostenere senza ombra di dubbio la
teoria eliocentrica. Per "provare" che la Terra ruotava intorno al
sole sosteneva che le maree erano dovute allo "scuotimento" delle
acque causato dal movimento terrestre. Ma questo argomento era scientificamente
insostenibile. Avevano ragione i suoi "giudici inquisitoriali", i
quali sapevano bene che le maree sono dovute all'attrazione lunare. Sentiamo
Messori: "In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e
pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano (Terra e pianeti
ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parita`, su cui
scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano
pacificamente per il "novatore" Copernico, condannato invece da
Lutero". Il Cardinale Bellarmino sosteneva che la teoria eliocentrica,
considerata come "ipotesi" scientifica (e ipotesi doveva correttamente
considerarsi, fino a quando non fosse stata dimostrata vera) non era da scartare
a priori, ma bisognava portare le prove. La posizione del Bellarmino e` assai
piu` corretta di quella di Galileo, che senza prove la spacciava per tesi
inconfutabile. Anzi, in questo specifico caso, proprio il Bellarmino aveva
assunto allora una posizione che la fisica moderna, quella dei nostri tempi, da`
per scontata. In quarto luogo: nel processo del 1616 di Galileo non si parla
nemmeno. Ma, successivamente convocato al Sant'uffizio, gli fu reso nota la
condanna della tesi copernicana e imposto di non insegnarla prima che venisse
corretta (quattro anni dopo la teoria fu corretta e qualificata come ipotesi e
non come tesi). L'ingiunzione gli venne comunicata privatamente per non esporlo
al dileggio dei colleghi. Galileo promise di obbedire (e non lo fece) e venne
ricevuto dal Papa in persona. Una "condanna" straordinariamente mite.
Come mite fu la "condanna" subita nel processo del 1633. Galileo non
passo` nemmeno un minuto in carcere, non venne mai torturato, non gli fu
impedito di incontrare colleghi e religiosi (vanno a trovarlo uomini del calibro
di Hobbes, Torricelli e Milton), di scrivere, di studiare e di pubblicare, tant'e`
che il suo capolavoro scientifico - Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno
a due nuove scienze - risale al 1638, cinque anni dopo la condanna. Ci manca
ancora un punto. La famosa frase "Eppur si muove" con la quale abbiamo
aperto queste considerazioni. Un altro falso storico. Fu inventata a Londra, nel
1757, dal brillante e spesso inattendibile giornalista Giuseppe Baretti. Come si
vede, nel caso Galilei abbiamo bisogno di un po' di verita`.
BIBLIOGRAFIA
Rino Cammilleri, La verita` su Galileo, in Fogli, n. 90, Anno
XI, settembre 1984.
Jean Pierre Lonchamp, Il caso Galileo, edizioni Paoline,
Cinisello Balsamo (MI) 1990.
© Il Timone - n. 1 Maggio/Giugno 1999
I risultati di una ricerca interdisciplinare
Card. Poupard, 31 ottobre 1992
Santo Padre, Sono passati già tredici anni da quando, nel
ricevere la Pontificia Accademia delle Scienze, in questa stessa Sala Regia, per
il 10 Centenario di Albert Einstein, Lei riportava l'attenzione del mondo della
cultura e della scienza su un altro scienziato, Galileo Galilei (1).
1. Lei auspicava che fosse intrapresa una ricerca
interdisciplinare sui difficili rapporti di Galileo con la Chiesa. E ha
istituito, il 3 luglio 1981, una Commissione Pontificia per lo studio della
controversia tolemaico-copernicana del XVI e del XVII secolo, nella quale il
caso Galileo si inserisce (2), affidando il coordinamento delle ricerche al
Cardinal Garrone. Mi avete chiesto di fare un resoconto. Questa Commissione era
costituita da quattro gruppi di lavoro, di cui erano responsabili: Sua Eminenza
il Cardinale Carlo Maria Martini, per la sezione esegetica; io stesso per la
sezione culturale; il Professor Carlos Chagas e il R.P. George Coyne per la
sezione scientifica ed epistemologica; Monsignor Michele Maccarrone per le
questioni storiche e giuridiche; il R.P. Enrico di Rovasenda, segretario. Scopo
di questi gruppi di lavoro doveva essere quello di rispondere alle aspettative
del mondo della scienza e della cultura riguardo alla questione di Galileo, di
ripensare interamente tale questione in piena fedeltà ai fatti stabiliti
storicamente e in conformità alle dottrine e alla cultura del tempo e di
riconoscere lealmente nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II, i torti
e le ragioni, da qualsiasi parte essi provenissero. Non si trattava di rivedere
un processo, ma di intraprendere una riflessione serena e obiettiva, tenendo
conto della congiuntura storico-culturale. L’inchiesta è stata ampia,
esaustiva, e condotta in ognuno dei campi interessati. E l'insieme degli studi,
delle memorie e delle pubblicazioni della Commissione hanno suscitato inoltre
numerosi lavori in ambiti diversi.
2. La Commissione si è posta tre questioni: Che cosa è
successo? Come è successo? Perchi i fatti si sono svolti in tale modo? A queste
tre questioni le risposte basate sull'esame critico dei testi mettono in luce
vari punti importanti. L'edizione critica dei documenti e in particolare di
quelli provenienti dall'Archivio Segreto Vaticano permette di consultare
facilmente e con tutte le garanzie auspicabili il dossier completo dei due
processi e in particolare i resoconti dettagliati degli interrogatori ai quali
Galileo fu sottoposto (3). La pubblicazione della dichiarazione del Cardinale
Bellarmino a Galileo, insieme a quella di altri documenti, illumina
l’orizzonte intellettuale di questo personaggio-chiave di tutta la questione
(4). La redazione e la pubblicazione di una serie di studi hanno messo in luce
il contesto culturale, filosofico e teologico del XVII secolo (5), e una
migliore comprensione delle prese di posizione di Galileo rispetto ai decreti
del Concilio di Trento (6), e agli orientamenti esegetici del suo tempo (7),
rendendo possibile una valutazione equilibrata dell'immensa letteratura dedicata
a Galileo, dal secolo dei lumi ai giorni nostri (8). In una lettera del 12
aprile 1615 indirizzata a Paolo Antonio Foscarini, il Cardinal Roberto
Bellarmino aveva già esposto le due vere questioni sollevate dal sistema di
Copernico: l'astronomia copernicana è vera nel senso che si fonda su prove
reali e verificabili o invece si basa soltanto su congetture e apparenze? Le
tesi copernicane sono compatibili con gli enunciati della Sacra Scrittura?
Secondo Roberto Bellarmino, finché non ci fossero state prove della rotazione
della Terra intorno al Sole, bisognava interpretare con molta circospezione i
passi della Bibbia che dichiaravano la Terra immobile. Se mai la rotazione
terrestre fosse stata dimostrata come certa, allora i teologi avrebbero dovuto,
secondo lui, rivedere le loro interpretazioni dei passi della Bibbia
apparentemente in contrasto con le nuove teorie copernicane, in modo da non
considerare false le opinioni la cui veridicità fosse stata provata: "...
Dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del
mondo e la terra nel 30 cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra
circonda il sole, allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare
le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l'intendiamo, che
dire che sia falso quello che si dimostra; (9).
3. Infatti Galileo non era riuscito a provare in maniera
inconfutabile il doppio moto della Terra, la sua orbita annuale intorno al sole
e la sua rotazione giornaliera intorno all'asse dei poli, mentre aveva la
convinzione di averne trovata la prova nelle maree oceaniche, delle quali
soltanto Newton doveva dimostrare la vera origine. Galileo propose un altro
abbozzo di prova nell'esistenza dei venti alisei, ma nessuno aveva in
quell'epoca le conoscenze indispensabili per ricavarne i chiarimenti necessari.
Ci vollero più di 150 anni ancora per trovare le prove ottiche e meccaniche del
moto della Terra. Da parte loro, gli avversari di Galileo non hanno, né prima né
dopo di lui, scoperto nulla che potesse costituire una confutazione convincente
dell' astronomia copernicana. I fatti si imposero e fecero presto apparire il
carattere relativo della sentenza pronunciata nel 1633. Questa non aveva un
carattere irriformabile. Nel 1741, di fronte alla prova ottica della rotazione
della Terra intorno al Sole, Benedetto XIV fece concedere dal SantUffizio
l'"imprimatur; alla prima edizione delle Opere complete di Galileo.
4. Questa implicita riforma della sentenza del 1633 si
esprime nel decreto della Sacra Congregazione dell'Indice che ritirava
dall'edizione del 1757 del Catalogo dei Libri Proibiti le opere in favore della
teoria eliocentrica. Di fatto, nonostante tale decreto, numerosi furono coloro
che continuarono ad essere restii ad ammettere la nuova interpretazione. Nel
1820, il canonico Settele, professore all'Università di Roma "La
Sapienza;, si apprestava a pubblicare i suoi Elementi di ottica e di astronomia.
Egli si scontrò col rifiuto di Padre Anfossi, Maestro del Sacro Palazzo, di
concedergli l'"Imprimatur;. Questo incidente diede l’impressione che la
sentenza del 1633 fosse rimasta irriformata perché irriformabile. l'autore
ingiustamente censurato si appellò a Papa Pio VII, dal quale ricevette nel 1822
una sentenza favorevole. Fatto decisivo, Padre Olivieri già Maestro Generale
dei Frati Predicatori e Commissario del Sant’Uffizio redasse una relazione
favorevole alla concessione dell'"imprimatur; alle opere che esponevano
l’astronomia copernicana come una tesi, e non più soltanto come un'ipotesi
(10). La decisione pontificia doveva trovare la sua attuazione pratica nel 1846
all'epoca della pubblicazione di un nuovo Indice aggiornato dei libri proibiti
(11).
5. In conclusione, la rilettura dei documenti d'archivio lo
dimostra ancora una volta: tutti gli attori di un processo, senza eccezioni,
hanno diritto al beneficio della buona fede, in assenza di documenti
extraprocessuali contrari. Le qualifiche filosofiche e teologiche abusivamente
attribuite alle teorie nuove per allora sulla centralità del sole e la mobilità
della terra furono conseguenza di una situazione di transizione nell'ambito
delle conoscenze astronomiche, e di una confusione esegetica riguardo alla
cosmologia. Eredi della concezione unitaria del mondo, che si impose
universalmente fino all'alba del XVII secolo, alcuni teologi contemporanei di
Galileo non hanno saputo interpretare il significato profondo, non letterale,
delle Scritture, quando queste descrivono la struttura fisica delluniverso
creato, fatto che li condusse a trasporre indebitamente una questione di
osservazione fattuale nel campo della fede. È in questa congiuntura
storico-culturale, ben lontana dal nostro tempo, che i giudici di Galileo,
incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria credettero a torto
che ladozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente
provata, fosse tale da far vacillare la tradizione cattolica e che era loro
dovere il proibirne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, cosi
chiaro per noi oggi, li condusse ad adottare un provvedimento disciplinare di
cui Galileo "ebbe molto a soffrire;. Bisogna riconoscere questi torti con
lealtà, come ha chiesto Vostra Santità. Questi sono i frutti dell'inchiesta
interdisciplinare che ella ha chiesto alla Commissione di intraprendere. Tutti i
suoi membri, attraverso di me, la ringraziano dell'onore e della fiducia che ha
dimostrato nel lasciar loro ogni possibilità di esplorare, ricercare e
pubblicare, nella totale libertà che gli studi scientifici richiedono.
Voglia Vostra Santità gradirne il fervente e filiale
omaggio.
Note
Draconis nel campo del telescopio con il
moto della Terra lungo la sua orbita e con il fatto che la velocità di
propagazione della luce è finita. Si trattava di un effetto che tuttavia «copriva»
ancora la misura della parallasse stellare, ritenuta, a ragione, la prova
cruciale del moto di rivoluzione: bisognò attendere fino al 1837, quando il
tedesco Wilhelm F. Bassel determinò in 0,30" lo spostamento apparente della
stella 61 Cygni, attribuendolo allo spostamento reale della Terra
lungo la sua orbita. Il moto diurno del pianeta fu dimostrato ancora più tardi,
nel 1851, quando il francese Leon Foucault mise in evidenza lo spostamento del
piano di oscillazione di un grandioso pendolo sospeso alla cupola del Pantheon
di Parigi: poiché il piano di oscillazione di un pendolo libero di muoversi non
muta, l'astronomo concluse che la rotazione osservata era da attribuirsi in
realtà a quella, in direzione opposta, della Terra intorno al proprio asse.
1. Discorso di Papa Giovanni Paolo II alla Pontificia Accademia delle Scienze,
10 novembre 1979, in AAS, t. LXXI 1979, pagg. 1464-1465
2. Cfr. Edizione Nazionale delle Opere di Galileo Galilei, dir. Antonio Favaro,
Firenze, Giunti Barbera, 1890-1909; ristampa, 1929-1939. 20 vol. Cfr. Mons. Pio
Paschini, Vita e Opere di Galileo Galilei, 2 vol., Lev, 1964, citato in Gaudium
et spes, I Parte, Cap. 3, n. 36, Giusta autonomia delte realtà temporali, nota
7.
3. I Documenti del Processo di Galileo Galilei, a cura di P. Sergio M. Pagano,
Pontificiae Academiae Scientiarum Scripta Varia 53, Città del Vaticano 1984.
Cfr. M. D’Addio, Considerazioni sui processi a Galileo, Quaderni della Rivista
di Storia della Chiesa in Italia n. 8 Roma, Herder Editrice et Libreria, 1985
Chi ha condannato Galileo?
(tratto dal capitolo V, Scienza e senso comune, del libro Il genio incompreso) di F. Di Trocchio
La padronanza dei principi della dinamica dava insomma a Galilei una netta superiorità sugli scienziati suoi contemporanei che tentavano di sostenere le ragioni del sistema tolemaico contro il copernicanesimo avanzante. Lo scontro, inevitabile, era destinato a risolversi necessariamente, almeno sul piano scientifico, a suo favore, anche se Galilei non era in grado di fornire una prova definitiva della validità del sistema copernicano, non sapeva ancora spiegare quale fosse la forza che muoveva la Terra e, oltretutto, rimaneva fedele all'antiquato pregiudizio secondo il quale la Terra e gli altri pianeti si muovono attorno al Sole in orbite rigorosamente circolari. Dopo l'insuccesso di Aristarco e la disattenzionè riservata a Copernico, Galileo poteva insomma finalmente imporre l'eliocentrismo. Ma nonostante tutto non vi riuscì. La responsabilità di questo insuccesso viene in genere attribuita alla Chiesa che, pur non avendo competenza in materia, con una decisione non solo scientificamente scorretta, ma anche azzardata e compromettente sul piano teologico, condannò l'eliocentrismo come una teoria eretica. Dopo l'umiliazione di un'abiura pubblica Galilei venne posto agli arresti domiciliari "come veementemente sospetto di eresia", una formula di compromesso che consentì di evitare il rogo al "colpevole".
Le indagini storiche hanno però accertato che fu un gruppo di scienziati pisani e fiorentini a suscitare il fatale scontro tra Galileo e la Chiesa, mossa che costituiva l'ultima possibilità di arrestare il co-pernicanesimo, vista l'impossibilità di contrastarlo sul piano scientifico. L'ostilità de la comunità scientifica nei confronti dì Galilei fu infatti, almeno all' inizio, generale. L'amico Paolo Gualdo gli scriveva da Padova nel 1612: "Che la Terra giri, sinhora, non ho trovato né filosofo né astrologo che si voglia sottoscrivere all'opinione di Vostra Signoria, pensi adunque bene prima che asseverantemente pubblichi questa sua opinione per vera". I più accaniti oppositori furono però un gruppo di studiosi di Pisa e di Frenze: Giorgio Coresio, professore di greco all'università di Pisa, Vincenzo di Grazia, che insegnava invece filosofia, nonché Arturo Pannocchieschi, rettore della stessa università. Altro importante membro del gruppo era Cosimo Boscaglia, professore a Pisa prima di logica e poi di filosofia, che fu molto apprezzato da Ferdinando I e Cosimo II de' Medici. Il più agitato del gruppo era però un filosofo dilettante di Firenze, Lodovico delle Colombe, che viene descritto da un contemporaneo come un individuo "lungo, magro, nerastro e di fisionomia sgradevole". Galilei lo chiamava Pippione, che in toscano vuol dire sia "piccione" che "coglione" nel duplice senso, sia letterale sia metaforico. Tutto il gruppo veniva perciò indicato neile sue lettere come "la lega del Pippione". Il luogo dì ritrovo di questi "malotichi et invidiosi", come li chiamava Lodovico Cigoli, amico di Galilei, era la casa fiorentina dell'arcivescovo Marsimedici, dove si incontravano talora con due frati domenicani: Nicolò Lorini e Tommaso Caccini.
I motivi di risentimento dei membri di questa "lega" nei confronti di Galilei erano molteplici. Essi erano innanzitutto umiliati per la propria manifesta incapacità di controbattere le sue argomentazioni contro il sistema tolemaico e la filosofia aristotelica, della cui attendibilità scientifica si sentivano garanti e custodi. Galilei, oltretutto, aveva un modo di argomentare molto più logico, razionale e lucido del loro, e in più era arguto e sottile, sicché si divertiva a imbarazzarli con i paradossi impliciti nelle loro stesse asserzioni, il che finiva per renderli ridicoli. Accanto a questi motivi di carattere scientifico e psicologico esistevano però anche delle ragioni personali di invidia. I risultati clamorosi ottenuti con le osservazioni rese possibili dal cannocchiale e la pubblicazione del Sidereus Nuncius avevano reso Galileo rapidamente famoso, sicché per tornare dall'università di Padova a Pisa aveva preteso delle condizioni di privilegio. Per essere libero di fare ricerca, non aveva infatti alcun obbligo di insegnamento: il suo stipendio veniva però pagato con i fondi dell'università e si trattava, oltretutto, di uno stipendio superiore a quello degli altri professori, i quali erano tenuti, oltre che a insegnare, anche ad abitare a Pisa, obbligo dal quale Galilei era invece esentato. Questi e altri privilegi, accordati a chi si contrapponeva così direttamente all'ortodossia scientifica del tempo, apparivano ampiamente ingiustificati al mondo accademico pisano.
Una tale situazione di notevole animosità nei suoi confronti costituì un motivo determinante nell’evoluzione e nell’origine del dramma personale di Galilei. Fu infatti in seguito alla verificata impossibilità di arrestarlo con argomentazioni di carattere scientifico che i suoi oppositori si decisero a usare argomentazioni di carattere teologico, che consistevano essenzialmente nel mettere in evidenza la natura eretica di ogni teoria che affcrmasse l'immobilità del Siole e la mobilità della Terra, perché contraria a ciò che sostiene la Bibbia. Questo tipo di argomentazione compare per la prima volta, tra la fine del 1640 e l'inizio del 1614, in una dissertazione dal titolo Contro il moto della Terra che fu fatta circolare manoscritta da Lodovico delle Colombe. L'attacco preludeva alle denunce verbali e scritte di Lorini e di Caccini, coordinate in una sorta di piano di congiura, denunciato già dallo stesso Galilei e ricostruito, in un libro famoso, da Giorgio de Santillana. Secondo questo piano, Galileo doveva essere provocato sul problema del rapporto tra teoria copernicana e testo biblico in modo da attirare l'attenzione dei teologi sulla necessità, da parte dei copernicani, di interpretare in senso non letterale i vari passi nei quali la Bibbia, accogliendo il senso comune, affermava chiaramente che è il Sole a muoversi e che la Terra sta ferma. L’inizio dell'Ecclesiaste dice ad esempio: "Una generazione va e l'altra viene; ma la Terra rimane sempre. lì Sole sorge e tramonta e torna al suo luogo; da qui, rinascendo, gira a mezzogiorno e poi piega a settentrione". C'era poi il famoso passo del Libro di Giosuè che narrava il miracolo dell'arrestarsi del Sole, prodotto da Dio dopo la pressante richiesta di Giosuè: "O Sole, fermati a Gabaon, e tu, o Luna, alla valle di Aialon. E il Sole si fermò, e la Luna ristette finché la nazione ebbe vendetta dei suoi nemici".
Se i copernicanì avevano ragione, i casi erano due: o si ammetteva che la Bibbia aveva accettato una teoria sbagliata sulla costituzione dell'universo, oppure quei passi andavano reinterpretati. Si doveva supporre cioè che, affidandosi al senso comune e non essendo un astronomo, Giosuè avesse chiesto a Dici di fermare il Sole, e che questi avesse arrestato o rallentato il moto di rotazione della Terra per produrre il miracolo richiesto. La situazione era effettivamente molto imbarazzante per la Chiesa, che però avrebbe volentieri evitato il problema se non fosse stata costretta a prendere posizione dal clamore suscitato dagli attacchi della "lega".
Galilei capì che se voleva far trionfare il copernicanesimo doveva affrontare questione e, con l'aiuto di due preti suoi allievi, Benedetto Castelli (che fu anche un ottimo matematico) e un frate barnabita, si improvvisò teologo. In due lettere comunemente note come Lettere copernicane trovò una via d’uscita che poteva servire, non solo in quel caso specifico ma anche in futuro, a evitare contrasti e contrapposizioni tra verità di fede e verità scientifica. Si trattava semplicemente di ammettere che, in molti caso, e in particolare in rapporto a questioni scientifiche, la Bibbia non poteva essere presa alla lettera. Il suo ragionamento era semplice e facilmunte condivisibile: la verità non può essere che una ma è scritta in due