LA MULTINAZIONALE PEDOFILA
Di seguito riporto vari episodi relativi ai soli due ultimi anni che vedono coinvolti preti e gerarchie pedofile o omertose. Le notizie provengono tutte dal meritorio lavoro di un sito di credenti stimabilissimi e coraggiosissimi http://www.ildialogo.org/Ratzinger/pedofiliachiese.htm# .
Non ci vuole troppo a capire la gravità delle cose che qui risultano (e si tratta solo di quelle poche di cui si viene a conoscenza a volte anche per il pudore delle piccole vittime e/o delle famiglie). La vicenda è vergognosamente estesa ai Paesi dove allignano le gerarchie di Roma. Da parte delle massime autorità non si fa nulla, anzi si copre il tutto.
Questa gente è quella che vorrebbe spiegarci la morale e l'etica. E' quella che sputa veleno contro PACS ed ogni altra organizzazione della vita civile.
Speriamo che qualcuno capisca con quali perversioni si ha a che fare.
Avverto che altre notizie, precedenti a queste, si possono trovare, sempre in Fisicamente, nell'articolo Lasciate che i pargoli vengano a me.
Il mea culpa dei vescovi sudafricani
Tratto da Nigrizia
di Cardinale Wilfrid Napier [*]
La chiesa cattolica conferma le ripetute accuse di abusi sessuali compiuti da preti, suore e personale ecclesiale nel paese africano. Il Cardinale Wilfrid Napier, presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici Sudafricani, in un documento pubblicato il 29 giugno dal Sunday Times - il settimanale più diffuso in Sudafrica - assicura l’impegno della chiesa a collaborare con la giustizia.
I
recenti rapporti di abusi sessuali da parte
di preti cattolici hanno provocato un
diffuso dibattito causando parecchio
disturbo e confusione per molte persone.
Pertanto accogliamo con piacere
l’opportunità, offertaci dal Sunday Times di
puntualizzare ai suoi lettori e ai fedeli,
il punto di vista e la politica della Chiesa
Cattolica riguardo all’abuso sessuale
perpetrato da preti, suore, fratelli e da
collaboratori ecclesiali (insegnanti,
catechisti ecc).
Innanzitutto vogliamo affermare in termini
inequivocabili che l’abuso sessuale commesso
da chiunque, ma specialmente da personale
ecclesiale, va condannato come un male
morale e dev’essere trattato come un crimine
aberrante.
Ammettiamo che atti di degenerazione
sessuale sono stati commessi da preti,
uomini e donne consacrati, e collaboratori
ecclesiali. Consapevoli dell’enorme danno
che un tale comportamento causa agli
innocenti, in particolare a ragazzi e
ragazze affettuosi e fiduciosi, noi, Chiesa
Cattolica del Sudafrica, ci scusiamo
sinceramente con le vittime, le loro
famiglie, le loro parrocchie e le loro
comunità.
Accettiamo il nostro obbligo morale di fare
qualsiasi cosa in nostro potere per
continuare a sostenere le vittime e i
sopravvissuti con la necessaria terapia
psicologica e il necessario supporto
spirituale. Intendiamo garantire che le
persone responsabili di gravi abusi
sessuali, in particolare nel caso di abusi
su bambini, non abbiano mai più la
possibilità di esercitare un ministero
ecclesiale che dia loro accesso a potenziali
vittime.
Consideriamo nostro dovere suggerire alle
vittime di abusi sessuali, o ai loro
genitori o tutori di minori, di riferire
alle autorità civili il crimine compiuto
contro di loro da personale ecclesiale.
Studieremo con i commissariati provinciali
di polizia i termini più efficaci per
facilitare il rapporto, magari nominando
esperti coordinatori di polizia i cui nomi
ed estremi siano resi disponibili in ogni
diocesi e parrocchia per essere contattati.
Nel caso di abuso su bambini, la materia
sarà riferita alla Commissione per la Tutela
dei Minori nella locale Corte di Giustizia.
Sappiamo per esperienza che non è sempre
facile convincere una vittima di abuso
sessuale a riferire l’accaduto quando questa
non vuole farlo. Abbastanza spesso è il
genitore che si rifiuta di riferirlo,
temendo che questo possa esporre sua figlia
o suo figlio ad un’altra esperienza
dolorosa, dopo aver subito il trauma della
violenza sessuale.
Anche se siamo vicini a questi genitori e
comprendiamo la loro riluttanza a fare il
proprio dovere con la legge, incoraggiamo
caldamente le vittime o i loro tutori o
genitori a denunciare l’abuso alle autorità
pubbliche competenti, allo scopo di
proteggere altre possibili vittime. Se i
genitori o tutori di un minore non
riferiscono l’accaduto, sarà la Chiesa ad
assolvere il suo obbligo morale di farlo.
Come abbiamo già dichiarato in una pubblica
affermazione il 23 Maggio, ribadiamo che la
Chiesa non si considera al di sopra della
legge, ma ha un sistema interno non
differente nella sua funzione e nei suoi
scopi da quelli adottati da organizzazioni
professionali, compagnie private, nonché
dagli organi di Governo.
Né la procedura interna della Chiesa è un
sistema di giustizia parallelo a quello
dello Stato. La sua funzione è
esclusivamente disciplinare e
amministrativa, ed è governata dal Codice di
Legge Canonica.
La procedura esistente è stata evidenziata
in alcuni documenti ufficiali,
particolarmente nel Protocollo per il
Personale Ecclesiale riguardo all’Abuso
Sessuale su Bambini (1999) e nel Protocollo
per il Personale Ecclesiale riguardo
all’Abuso Sessuale tra Adulti, approvato dai
Vescovi nell’Agosto 2002. Questi documenti
sono disponibili nell’ufficio vescovile di
ogni diocesi.
Vogliamo qui sottolineare i passi principali
della nostra procedura interna.
a) la vittima dovrebbe riferire dell’abuso,
direttamente o tramite una persona di
fiducia, al prete, religioso o collaboratore
ecclesiale appositamente nominato dal
Vescovo in ogni diocesi del Sudafrica (i
nomi di queste persone saranno disponibili
in ogni parrocchia).
b) Una volta in possesso di informazioni
rilevanti, la persona scelta discuterà il
rapporto con il delegato del Vescovo (ci
sono quattro delegati nominati dal Vescovo
nelle quattro province di Bloemfontein,
Capetown, Durban e Pretoria).
c) Il delegato del Vescovo convocherà
prontamente un incontro del Comitato di
Condotta Professionale Provinciale (una
squadra composta da preti e religiosi, un
terapeuta professionale, un assistente
sociale, un avvocato civile e un incaricato
dei rapporti con i media).
d) Dopo aver informato l’accusato che nei
suoi confronti è stata elevata una denuncia,
il comitato provinciale avvierà un processo
formale di accertamento.
e) Due funzionari saranno nominati per
interrogare la vittima, l’accusato e i
testimoni.
f) Dopo l’accertamento, i funzionari
forniranno un rapporto scritto con le loro
osservazioni al Comitato Provinciale.
g) Quest’ultimo dopo aver esaminato il
rapporto fornirà le proprie considerazioni
all’autorità ecclesiale, che dovrà prendere
gli appropriati provvedimenti nei confronti
di chi ha commesso l’abuso.
Il processo è lungo ed è stato pensato in
modo tale da rispettare i diritti delle
persone coinvolte. Ha un doppio obiettivo:
garantire giustizia alla vittima e
riabilitare il colpevole.
La procedura disciplinare interna della
Chiesa sarà sospesa quando lo Stato comincia
ad occuparsi del caso. Una volta che il
corso della giustizia criminale è stato
completato, la Chiesa deve ancora seguire il
proprio protocollo. Quando una persona
colpevole di abuso sessuale ha scontato la
propria condanna in carcere, è dovere della
Chiesa decidere se e a quali condizioni
questa persona possa essere reintegrata alle
sue funzioni ecclesiali con la dovuta
sicurezza.
Le stesse procedure disciplinari interne
devono essere applicate nei casi in cui vi
sia evidenza, sufficiente per obiettivi
amministrativi, che una persona è colpevole
di abuso sessuale anche se tale persona è
stata assolta dal sistema giudiziario del
paese.
In quanto Chiesa siamo consapevoli che
l’aver messo a punto procedure e politiche
sane è soltanto il primo passo teso ad
assicurare che i diritti delle persone siano
rispettati e che gli abusi sessuali da parte
di personale ecclesiale siano trattati con
la necessaria severità e prontezza. Le
strutture del protocollo ecclesiale sono
aperte ad aggiornamenti e revisioni alla
luce dell’esperienza, di nuove conoscenze o
di nuove leggi.
Consapevole del pericolo che personale
ecclesiale colpevole di abusi sessuali possa
essere trasferito da una diocesi all’altra
senza che il Vescovo che lo accoglie ne sia
a conoscenza, il Comitato di Condotta
Professionale, a livello nazionale, è stato
investito del compito di raccogliere dati
riguardanti li abusi sessuali nella Chiesa.
Inoltre i Vescovi Cattolici del Sudafrica
stanno preparando una Lettera Pastorale che
esaminerà in termini più dettagliati quello
che in questa sede abbiamo brevemente
delineato. La lettera si occuperà del
problema dell’abuso sessuale commesso da
preti, religiosi e collaboratori ecclesiali,
ma anche della sua grande diffusione nella
società in genere, e chiamerà ogni cattolico
a cooperare concretamente per sfidare la
mentalità di omertà che ancora circonda i
crimini e le trasgressioni sessuali.
Questo è un tempo in cui la Chiesa deve
trovare il coraggio di parlare e agire.
Continueremo a fare tutto quel che possiamo
per proteggere gli innocenti dagli abusi.
Faremo tutto il possibile per far sì che
coloro che hanno subito un abuso sessuale
non siano condannati a soffrire in silenzio
la colpa e la vergogna inevitabilmente
inflitti loro.
Note
[*]Presidente
della Conferenza dei Vescovi Cattolici
Sudafricani
Mercoledì, 16 luglio 2003
Arrestato per pedofilia un sacerdote a
Bolzano
Avrebbe compiuto abusi sessuali per 5 anni su una bambina oggi maggiorenne che ha denunciato il religioso dopo una cura psicanalitica
BOLZANO - Don Giorgio
Carli, 40 anni, sacerdote della parrocchia
Don Bosco a Bolzano è stato arrestato il 14
luglio scorso con l’accusa di atti sessuali
contro minori. E non si tratta di un prete
qualunque. A Bolzano Don Giorgio è molto
noto perchè cura una rubrica quotidiana
mattutina sull’emittente Radio Sacra
Famiglia. Egli è inoltre impegnato ad
organizzare spettacoli e attività che
coinvolgono il mondo giovanile.
Da poco la Curia lo aveva destinato a una
nuova parrocchia, dove avrebbe dovuto
occuparsi di bambini tra i 9 e i 12 anni. Ed
è per tale motivo, per impedire cioè il
ripetersi del reato, che il pm Cuno
Tarfusser ha chiesto al Gip l’ordinanza di
custodia cautelare.
La vicenda ha preso le mosse dalla denuncia
di una ragazza oggi maggiorenne, che ha
querelato Don Giorgio Carli dopo una cura
psicanalitica "che avrebbero rimosso i
blocchi psicologici che le impedivano di
ricordare compiutamente i fatti accaduti
nella sua infanzia".
I magistrati sono stati impegnati
nell’inchiesta per mesi, e ora, dopo
l’arresto, stanno interrogando tutti i
testimoni.
La vicenda degli abusi di don Giorgio Galli
nasce in un ambiente ecclesiastico
caratterizzato da forte sessuofobia.
Ricordiamo che alcuni mesi fa proprio la
curia Vescovile di Bolzano si era
decisamente schierata contro il registro
delle unioni di fatto. La repressione della
sessualità porta inevitabilmente a fenomeni
di violenza di cui sono sempre più spesso
vittime i bambini e le bambine. Anche questo
caso, infine, mette bene in evidenza come la
pedofilia non possa essere associata con
l’omosessualità ma anzi essa nasce
nell’ambito di ambienti sessuofobici e
repressivi.
Mercoledì, 16 luglio 2003
Abusi sessuali.
La Polonia non
fa eccezione
Da Adista
Tylawa-Adista. Abusi
sessuali. La Polonia non fa eccezione. Padre
Michal Moskwa, parroco sessantaquattrenne di
Tylawa, un piccolo villaggio della Polonia
meridionale, affronterà quest’autunno un
processo nel quale dovrà difendersi
dall’accusa di aver abusato sessualmente di
sei bambine. Il dibattimento rappresenta
l’atto conclusivo di un’inchiesta cominciata
nel luglio del 2001 e avvalsasi di varie
testimonianze, fra le quali particolare
rilievo assume quella di Ewa Orlowska, madre
di due delle presunte vittime ed essa stessa
un tempo molestata dal parroco. Orlowska
sostiene di aver dovuto sopportare le
attenzioni di Moskwa dai 7 agli 11 anni,
evitando in seguito di rivelare il tutto per
paura di non essere creduta e di venire
ostracizzata dalla comunità. Solo quando
alcuni osservatori esterni arrivarono a
Tylawa per documentare le accuse rivolte al
parroco si sarebbe sentita in grado di
uscire allo scoperto. Quello di Moskwa è il
primo caso, in Polonia, in cui il velo di
omertà e di paura è stato sollevato per far
luce su un crimine sessuale commesso da un
uomo di Chiesa. Dopo di esso, altri
religiosi sono stati denunciati e chiamati a
rendere conto della loro condotta, ma per
lungo tempo è stato pressoché impossibile,
nel cattolicissimo Paese che ha dato i
natali a Karol Wojtyla, porre all’attenzione
dell’opinione pubblica un problema così
scottante. La Chiesa polacca, del resto, ha
sempre mantenuto il più stretto riserbo in
merito a simili accuse, evitando di
pronunciarsi ufficialmente anche dopo le
dimissioni, nel marzo 2002, dell’arcivescovo
Juliusz Paetz, grande amico di Giovanni
Paolo II ed egli stesso accusato di avances
sessuali nei confronti di alcuni giovani
seminaristi.
Mercoledì, 08 ottobre 2003
Contro i preti di Boston
Droga, sesso e violenze: le prove sui religiosi pedofili. Il documento mina la fiducia, crollano le offerte alla Chiesa
dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI
WASHINGTON - Tremila
pagine di vergogne indicibili, un "faldone"
processuale pesante come una macina da
mulino appesa al collo della cattolicissima
Boston, della sua diocesi, della Chiesa
americana tutta che tenta di non affogare
nella bancarotta finanziaria, e soprattutto
morale, nella quale si è trascinata.
Sarebbe facile chiamare il processo di
Boston contro il molto poco reverendo Paul
Shanley e, indirettamente, contro il
Cardinale Law, un calvario, perché questa
che vediamo nell’aula del tribunale non è
una scalata al cielo, ma una discesa
all’inferno, percorsa da bambini tormentati
da chi li doveva guidare, da novizie
stuprate e sedotte nel nome di Cristo, di
cocaina in oratorio, di ménage a trois, di
scene da orridi conventi medioevali, non da
diocesi nel secolo XX.
Eppure questo brulica fuori dal sepolcro di
ipocrisia scavato da una gerarchia di
vescovi e di cardinali più preoccupati di
"sopire e sedare", di evitare lo scandalo,
piuttosto che di punire i colpevoli e di
proteggere il gregge. Ora i giornali ci
sguazzano, il Boston Globe riempie pagine
intere con i documenti presi dal faldone
processuale, e così fanno le televisioni, le
radio, così facciamo noi perché ci
consoliamo al pensiero di farlo per il bene.
Ma che cosa ci può essere di bene nel prete
che tirava di cocaina davanti ai catechisti
affidati a lui, che offriva a donne
tossicodipendenti una "linea" in cambio di
sesso a tre o quattro, del direttore
spirituale nel convento delle novizie che le
toccava e le molestava spiegando loro che
quelli erano i contatti con il corpo di
Cristo? Niente, se non la rabbia che a
Boston, come nelle altre diocesi d’America
squassate da dozzine di casi come questi, si
sta alzando contro i prìncipi e i pastori
della Chiesa che nascondevano la verità a
loro stessi, prima che ai fedeli. E
giocavano alle tre cartine con i preti
pedofili, drogati, corruttori spostandoli di
parrocchia in parrocchia dopo qualche
tentativo a vuoto di psicoterapia.
Tutti sapevano tutto, dentro le stanze della
curia, e nessuno faceva niente. Sulla
lettera di accompagnamento per un prete
dimesso da un centro di rieducazione, padre
Robert Burns, e sottoposta al cardinale Law
perché fosse riassegnato, c’è una notazione
a mano a grandi lettere, problem: children,
è un pedofilo. E padre Burns fu mandato a
lavorare in una parrocchia del vicino New
Hampshire, nel 1982 e soltanto nove anni, e
molte denunce di stupro su bambini piccoli,
dopo, nel 1991, fu finalmente rimosso con
una lettera di encomio di cardinale.
La curia di Boston, la città del
cattolicesimo irlandese e poi italiano,
fiera della propria primazia gerarchica, di
avere prodotto il primo e unico presidente
cattolico, Kennedy, tentava di rimescolare
la carte, di muovere da una parrocchia
all’altra gli almeno 57 preti che in questi
anni venivano denunciati, nella disperata
illusione, come scrisse il vescovo
ausiliario Madeiro, oggi cardinale di New
Orleans, "che ricominciare da zero, in
ambiente nuovo" potesse aiutare questi
disgraziati fratelli a emendarsi, perché i
sacerdoti sono sempre troppo pochi, perché
le messe non hanno mai abbastanza
celebranti, perché la speranza della grazia,
del pentimento, della resurrezione non
voleva morire in un pastore.
Le tremila pagine diffuse dal giudice che
presiede la causa contro padre Shanley
raccontano una storia ben diversa. Ci sono
le lettere terrificanti contro un certo
padre Morissette, che attirava le vittime in
sacrestia mostrando loro raccolte di
materiale pornografico. C’è la denuncia di
una parrocchiana contro Thomas Forrey, dal
quale lei era andata per chiedere aiuto a
salvare il proprio matrimonio e fu percossa,
violentata e sistemata in una casa che padre
Forrey aveva costruito per lei, tenendola
schiava con le botte e con il ricatto della
rivelazione vergognosa, fino a quando lei
trovò la forza di denunciarlo.
E’ facile immaginare i giorni di sconforto e
di scoramento, nelle vecchie stanze della
curia al centro di Boston da dove si vede
attraverso i mosaici dei vetri il porto dal
quale il "gregge" arrivò per decenni, tra
pie statue e vecchi libri, quando tre
novizie trovarono il coraggio di fare il
nome di padre Robert Meffan, che le aveva
convinte a fare sesso con lui spiegando che
quello sarebbe stato "il matrimonio con la
Chiesa" e che lui portava a loro "il secondo
avvento di Cristo" nella fusione mistica di
"carne e spirito".
Eppure ancora e ancora, almeno dal 1984
quando Bernard Law divenne cardinale di
Boston, le risposte della gerarchia furono
evasive, minimizzatrici, addirittura
apologetiche. O consumate in piccole
transazioni private con le vittime, tacitate
con piccole somme, con la temporanea
rimozione del reprobo o intimidite dalla
potenza di una diocesi troppo importante per
una novizia sedotta o per un bambino
violentato, anche se portava i filmini
girati da un complice del prete, durante
l’atto.
Fino a quando il paravento di porpora non ha
retto più e la legge, i pubblici ministeri,
i giudici lo hanno strappato. Troppe
denunce, troppe testimonianze, troppi
documenti e soprattutto troppe vittime - 470
soltanto nel processo in corso contro padre
Shanley, che ha prodotto le 3 mila pagine -
perché tutto fosse mitomania di donne e di
uomini, avarizia di avvocati, concorrenza di
altre confessioni che, nel mercato americano
della religione, competono per le anime e i
borsellini del popolo.
Il lungo silenzio della Chiesa cattolica si
ruppe a Chicago, a Milwaukee, a New York, a
New Orleans, a Miami, a Washington. I Pm e i
giudici costrinsero monsignori e vescovi a
deporre, minacciando anche il Cardinale Law
di carcerazione se non avesse consegnato i
documenti, perché nessuno, né un Cardinale
di Santa Romana Chiesa né un Presidente, può
sottrarsi alla legge o rifugiarsi, in un
caso tanto atroce, sotto le sottane del
Quinto Emendamento e non rispondere.
Una prima condanna tributò 500mila dollari
alla vittima di un prete bostoniano. Milioni
di dollari li seguirono, mentre i fedeli,
nella colletta domenicale, cominciavano a
tirare indietro la mano dal bussolotto,
inorriditi, scandalizzati da "queste
rivelazioni di orrore indicibile" come le
chiama la portavoce della Curia, la signora
Morissey e decisi a boicottare il Cardinale
Law che non si dimette.
E ancora nessuno aveva visto il faldone
delle tremila pagine, sentito il peso del
macigno. Si mormora di una prossima
dichiarazione di bancarotta, di insolvenza,
da parte della Curia di Boston che è, come
tutte le Curie americane, una società
privata non profit, dove tutto è formalmente
di proprietà del Cardinale in carica. Ma ci
vorranno anni, non dollari, perché una madre
di Boston possa lasciare il proprio bambino
a un prete senza tremare.
(5 dicembre 2002)
Lunedì, 19 gennaio 2004
In Gran Bretagna la Chiesa Cattolica paga
indennizzo per abusi sessuali
La Chiesa cattolica inglese pagherà un indennizzo di 460.000 euro ad un uomo di 38 anni vittima di abusi sessuali da parte di un sacerdote negli anni ’70. Per la prima volta, secondo i legali dell’uomo, la Chiesa si è fatta carico dei problemi psicologici sofferti per il resto della vita a causa delle violenze subite durante l’infanzia. Simon Grey è stato molestato da padre Christofer Clonan per circa sei anni. Da grande, Grey ha assunto spesso comportamenti violenti ed è stato alcolizzato."Non riuscivo a mantenere un lavoro - ha raccontato l’uomo - il più lungo è stato per sei mesi. Ho finito col darmi fuoco, provocandomi bruciature profonde e ho passato sei mesi in ospedale (da Repubblica on line 13.1.2004)
Lunedì, 19 gennaio 2004
Usa: 4450 preti denunciati per abuso di
minori
Notizia tratta dal sito
http://www.reporterassociati.org
Speciale!
di redazione
17 Feb 2004
OLTRE 4.450 PRETI DENUNCIATI PER ABUSO
MINORI DA 1950
Roma, 17 febbraio 2004 -- (Apcom) - Un
totale di 4.450 sacerdoti degli Stati Uniti
sono stati denunciati per abuso sessuale a
minori fra il 1950 e il 2002. Lo rivela uno
studio commissionato dalla Conferenza
episcopale cattolica dell’America del Nord.
David Clohessy, presidente dell’Associazione
che raggruppa le vittime di questo tipo di
abuso (Snap), ha già detto che la cifra è
"troppo bassa". Lo studio, che sarà
pubblicato il 27 febbraio, afferma che,
secondo un’analisi dei dati della Chiesa
cattolica statunitense durante il periodo
succitato, 4.450 sacerdoti furono oggetto di
11.000 denunce di abuso a minori. Ciò
significa che alcuni sacerdoti furono
protagonisti di ripetuti abusi. Così il 25%
dei preti sospettati furono accusati in due
o tre occasioni, il 13% fra le quattro e le
nove, e il 3% oltre le 10, si legge sullo
studio di cui ne dà notizia l’edizione
digitale del quotidiano spagnolo "El Mundo".
Il 78% dei bambini che presumibilmente
subirono gli abusi avevano fra gli 11 e i 17
anni, il 16% fra gli 8 e i 10 e il 6% meno
di 7 anni. Sempre secondo lo studio delle
11.000 incriminazioni circa 6.700 furono
investigate e confermate mentre oltre 1.000
si rivelarono false e oltre 3.300 non furono
indagate perché al momento dell’accusa i
preti erano deceduti. Circa 11.000 sacerdoti
servirono nella Chiesa cattolica negli anni
coperti da questo studio realizzato dal
collegio universitario John Jay di giustizia
penale, con sede a New York.
Martedì, 17 febbraio 2004
Documento Vaticano sui pedofili
La tolleranza
zero è contro-producente
Da ADISTA febbraio 2004
32218. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Un lavoro gomito a gomito con persone competenti e qualificate per identificare potenziali responsabili di abusi sessuali e per garantire la totale sicurezza dei minori: è questo l’obiettivo fissato dal Vaticano per risolvere la questione degli abusi sessuali da parte di membri del clero e sistematizzato in un documento di 220 pagine della Pontificia Accademia per la Vita, dal titolo "Abuso sessuale nella Chiesa cattolica: Prospettive scientifiche e legali". Il documento rappresenta il primo tentativo di esaminare la questione in modo onnicomprensivo, analizzandone anche le cause psicologiche, le procedure di monitoraggio, il tasso di recidiva, nonché gli effetti sulle vittime e le possibilità di successo di una terapia per i responsabili. In linea generale, il documento, che prende le mosse da un simposio scientifico tenuto in Vaticano lo scorso aprile, di cui riporta gli atti, verrà inviato alle Conferenze episcopali ai primi di marzo. A descriverne contenuti e prospettive è il "Catholic News Service" (18/2). Assolutamente inedita per un documento vaticano è l’insistenza sugli aspetti clinici del problema dell’abuso sessuale. Pur basandosi sull’esperienza degli Stati Uniti, il documento critica la politica di "tolleranza zero" che lì è stata adottata, suggerendo invece una sorta di sacerdozio protetto, lontano da bambini, per i preti colpevoli, che non verrebbero così troppo isolati. Gli esperti intervenuti, non cattolici, che operano nel campo della psichiatria, della psicologia e della psicoterapia, hanno espresso parere negativo sulla tolleranza zero (definita una soluzione "controproducente"), perché questa dissuaderebbe i preti in questione dal cercare aiuto prima di commettere reato e dal farsi curare dopo: potrebbe lasciarli emotivamente devastati e delegherebbe le responsabilità alla società, dove il controllo e la supervisione sono per forza di cose minori. È apparsa vincente l’opinione dello psichiatra infantile tedesco Jorg Fegert, che ha suggerito l’adozione di un’unica e uniforme politica valida per tutta la Chiesa a livello mondiale. Quanto all’identikit del prete pedofilo, gli esperti hanno ravvisato tratti comuni ad altri soggetti pericolosi per i minori: disordini sessuali e della personalità, abuso di sostanze, danni neurologici o cerebrali. I preti pedofili hanno però un’educazione più elevata, meno antisociale e meno tendente alla recidiva rispetto ad altre categorie di pedofili. Un elemento chiave è la cura e la riabilitazione dei preti in questione. Si parla di farmaci e di psicoanalisi, ma la maggior parte degli esperti ha raccomandato caldamente un "cocktail" di tecniche cognitive behaviouristiche e consulenza spirituale. Tuttavia la deviazione sessuale che sta alle origini dell’abuso sui minori, hanno detto concordi gli esperti, è qualcosa che non si può curare. È già un grande successo, hanno detto, quando il soggetto riesce a controllare il proprio impulso, ma non vi è situazione scevra da rischi. Perlomeno il tasso di recidiva, secondo studi recenti, è sceso con i metodi cognitivi dal 17 al 10%. Altro tema importantissimo trattato nel documento è l’accettazione o meno di candidati omosessuali nei seminari. Lo psichiatra della Harvard Medical School, Martin Kafka, ha detto che l’omosessualità non è causa di abuso sessuale quanto piuttosto "un fattore di rischio probabile" che va ulteriormente studiato. Sta di fatto che nei casi di abuso sessuale nella Chiesa la grande maggioranza riguarda preti omosessuali che molestano maschi adolescenti. Per William Marshall, canadese, è tuttavia irrealistico pensare che i candidati al sacerdozio abbiano chiara la loro identità sessuale. E il celibato? È un fattore di rischio per l’abuso sessuale? Certamente un celibato vissuto positivamente, è stato detto, può essere un elemento chiave nella lotta all’abuso, e la Chiesa dovrebbe accertarsi che i preti abbiano la forza spirituale di viverlo con serenità; di qui la necessità di concentrare l’attenzione sul celibato come chiave di volta nella questione degli abusi. Per quanto attiene alla prevenzione, il seminario, con il suo ambiente chiuso, è stato detto, offre un terreno privilegiato per il monitoraggio dei fattori di rischio. Resta da definire il "livello di rischio" che i vescovi locali sono disposti a correre prima di chiudere eventualmente le porte del sacerdozio ad un candidato. È stata prospettata, a scopo di sostegno nei primi anni di sacerdozio, la possibilità di istituire gruppi di supporto: una via, per i giovani preti, per esprimere liberamente disagi e problemi.
Mercoledì, 25 febbraio 2004
Nuovo caso di pedofilia ecclesiastica in
Italia: prete di Colleferro arrestato
E’ stata un’indagine lampo
quella che ha portato all’arresto di Don
Paolo Mauro Pellegrini, il parroco di
Colleferro arrestato dai carabinieri della
compagnia Casilina di Roma. Gli uomini del
maggiore Oronzo Greco hanno concentrato in
una settimana gli accertamenti necessari a
verificare le dichiarazioni di un 18enne che
ha denunciato di aver subito abusi sessuali
per quasi quattro anni. Nell’abitazione del
prete sono stati ritrovati anche alcuni
filmini che aveva girato con le sue giovani
vittime. L’arresti risale alla scorsa
settimana ma la notizia è trapela solo ieri
26 febbraio. L’accusa nei confronti di don
Pellegrini, 51 anni, e’ di violenza sessuale
aggravata e atti sessuali con minori.
Singolare è la dichiarazione che il prete
arrestato ha rilasciato al momento del suo
arresto e che è stata riportata da alcuni
organi di stampa. «Devo curarmi, lo so, sto
cercando di curarmi, aiutatemi», avrebbe
detto don Mauro Pellegrini. La dichiarazione
è singolare perché viene dopo l’arresto e il
dichiararsi malato suona come un vero e
proprio alibi dietro cui nascondere le
proprie responsabilità. Sarebbe anche
interessante sapere se i suoi superiori
sapevano e non hanno fatto nulla. Da quello
che molti organi di stampa hanno riportato
sembrerebbe che gli atteggiamenti di don
Pellegrini non fossero ignoti alla stessa
popolazione di Colleferro. Già nel ’98 il
prete di Colleferro era stato raggiunto da
una denuncia per atti osceni contro un
minore.
Ma il vescovo di Colleferro dice di non
sapere nulla: «Vediamo, aspettiamo, per il
momento è solo indagato - dice monsignor
Giovanni Maria Erba, vescovo della diocesi
di Segni e Velletri da cui dipende la chiesa
di San Gioacchino di cui è parroco don
Pellegrini -. Il sacerdote verrà sospeso
soltanto se le accuse verranno provate e se
ci sarà una condanna. Noi non sapevamo
nulla, non conoscevamo questa situazione,
ora siamo sconvolti». Una dichiarazione
tutta dalla parte del prete che, come da
tradizione, la chiesa ha sempre difeso anche
di fronte all’evidenza, salvo riservarsi poi
il diritto di condannarlo in proprio. Nessun
accenno alle vittime, a coloro che
porteranno per sempre nella propria psiche
le violenze subite.
Venerdì, 27 febbraio 2004
Ancora pedofilia ecclesiastica questa
volta a Bari
Rinviato a giudizio frate domenicano
di Paola D’Anna
Una
vera e propria antologia dell’orrore quella
che è stata rinvenuta nell’abitazione di un
frate domenicano di Bari, Giancarlo
Locatelli di 44 anni, segretario
dell’Istituto di teologia ecumenica "San
Nicola" di Bari, uno dei referenti della
Parrocchia di San Nicola, presso l’omonima
Basilica.. Un centinaio le foto
pedopornografiche sequestrate al frate già
un anno fa ma di cui si è avuto notizia solo
ieri quando si è svolta l’udienza per il
rinvio a giudizio del frate.
Le fotografie sono state acquistate via
Internet, utilizzando una carta di credito,
da una società americana, e poi scaricate
sul computer del frate. Il materiale era
stato scoperto dai carabinieri durante una
perquisizione nell’appartamento, nel 7
maggio 2002.
Il frate avrebbe collezionato le fote per un
anno, dal 31 maggio 2001 al giorno in cui è
avvenuta la perquisizione. Le indagini sono
state svolte nell’ambito di una più vasta
operazione di polizia denominata "Peter
Pan", e che l’8 maggio 2002 impegnò 300
carabinieri del Comando di Biella che
realizzarono 150 perquisizioni in abitazioni
e uffici con il sequestro di migliaia di cd
rom, videocassette, foto e pc portatili.
Oltre al frate barese, tra gli indagati
scoperti avvocati, medici, ingegneri,
tecnici informatici, 141 persone sparse in
43 province italiane. L’inchiesta ha portato
alla luce un vero e proprio mercato della
pornografia minorile i cui fruitori erano
persone di tutte le età dai 20 ai 60 anni.
In tutti i casi si è verificato sia l’uso di
internet che di carte di credito.
Alla prova dei fatti la difesa di Padre
Giancarlo Locatelli si è dimostrata falsa.
Egli aveva asserito che le carte di credito,
utilizzate per navigare nei siti a luci
rosse e comprare fotografie di piccoli
indifesi, gli erano state rubate giorni
prima che fosse registrato l’accesso in
Internet. Ma il contenuto del suo PC non ha
lasciato aditi a dubbi da cui la decisione
del rinvio a giudizio del frate che però
continua a svolgere le sue funzioni
religiose come se nulla fosse.
Come al solito in questi casi, anche la
Curia barese ha preferito non commentare la
vicenda ne prendere alcuna iniziativa contro
il frate domenicano che ha continuato, fra
l’altro, a svolgere il suo lavoro di
segretario dell’Istituto di teologia
ecumenica di Bari.
Mercoledì, 03 marzo 2004
Abusi sessuali dei preti
Processi
ordinari per i preti colpevoli
Da Agenzia ASCA
Lo chiedono tre teologhe curatrici di un numero speciale della rivista teologica internazionale ’’Concilium’’.
(ASCA) - Roma, 17 giu - In
ogni caso di violenza sessuale e di abuso
verso minori i sacerdoti e religiosi
responsabili dovrebbero essere sottoposti a
processi ordinari e non ecclesiastici. A
chiederlo sono tre teologhe (la tedesca
Regina Ammicht-Quinn, l’irlandese Maureen
Junker-Kenny e la statunitense Hille Haker)
che hanno curato l’ultimo fascicolo della
rivista internazionale di teologia ’’Concilium’’
dedicato al tema degli abusi sessuali che
hanno prodotto una grave crisi nella Chiesa
cattolica. Le stesse teologhe rifiutano
di ridurre la questione a semplice problema
di omosessualità, criminalizzando perciò gli
omosessuali, perché la violenza sessuale é
opera anche di eterosessuali.
Il titolo del numero della rivista é ’’Il
tradimento strutturale della fiducià’, e
trova una spiegazione non solo nel corso dei
servizi scritti per la maggior parte da
donne, ma specialmente nelle conclusioni
firmate dalle tre teologhe.
Esse partono anzitutto da una richiesta di
perdono alle vittime. ’’Chiediamo perdono
alle vittime - scrivono le teologhe -, siamo
loro grate per il coraggio di aver rotto il
silenzio, proviamo vergogna per i crimini
della nostra chiesa e chiediamo che sia
fatta giustizia nei confronti delle vittime
e dei sacerdoti che si sono resi colpevoli,
senza che ci si limiti a una riparazione o a
una condannà’.
E’ stata messa gravemente in gioco
’’l’autorità etica del sacerdoté’ sostengono
le tre teologhe e neppure i vescovi che
hanno trattato la questione, si sono resi
conto del terremoto avvenuto e che ha
convinto i fedeli che vige tuttora ’’un
disprezzo dei fedeli trasformatosi in
strutturà’. Ma questo ’’é il tradimento del
cuore di ciò che é fondamentale per questa
chiesa: tradimento della sequela di Cristò’.
Le tre teologhe, anche in quanto donne e
madri, chiedono perciò alla chiesa di
’’affrontare la questione di come ricreare
l’autorità del sacerdoté’. ’’Non possiamo e
non vogliamo tollerare strutture che
consentono a singoli sacerdoti e vescovi di
ledere, o in alcuni casi addirittura
distruggere, la salute psichica di alcune
persone.
Non possiamo e non vogliamo tollerare
decisioni e prassi più orientate al
mantenimento di relazioni autoritarie che al
consentire esperienze e pratiche di fede che
mettano al centro dell’attenzione la
vulnerabilità di ogni essere umano.
Non possiamo e non vogliamo tollerare che
non sia fatta giustizia nei confronti di
sacerdoti che hanno sorpassato i limiti di
ogni comportamento ammissibile nei confronti
di bambini e ragazzi.
Tale giustizia può venire cercata solo in
processi situati al di fuori del
coinvogimento di una situazione specifica,
come dovrebbe essere in ogni caso di
violenza sessuale; nel nostro caso
significa: i processi devono essere processi
extra-ecclesiastici. In tal caso i
sacerdoti - spiegano le autrici - non
possono essere semplicemente ripudiati
dall’istituzione in cui spesso hanno vissuto
e lavorato per decenni. La responsabilità
della chiesa non termina con la consegna
degli atti processuali al pubblico ministero
incaricato. In ogni sistema giuridico
moderno esiste la pena, per il bene della
vittima, ed esiste la riabilitazione, per il
bene del colpevole.
Nel suo rapporto con i sacerdoti
interessati, la chiesa deve considerare
entrambi i versanti dela giustizia. Con
sorpresa e indignazione osserviamo come, in
ambiti ecclesiastici e sociali, la violenza
sessuale venga associata all’omosessualità,
come reazione ai casi di abuso sessuale
nella chiesa. Il fatto che spesso non
esclusivamente, le vittime siano state
bambini e adolescenti maschi, non deve
trasformarsi in pretesto per ridare vita a
pregiudizi latenti e criminalizzare
l’omosessualità, come se le persone
omosessuali, a causa della loro tendenza
sessuale, fossero più inclini degli
eterosessuali a esercitare violenza sui
minori. Noi prendiamo le distanze da questa
insinuazione espressa frequentemente ma
assurda e ci aspettiamo dalla nostra chiesa
che faccia lo stesso, pubblicamente e con
chiarezzà’.
Se poi si dovesse scoprire che non solo
nelle chiese occidentali ma anche in quelle
del Sud fosse vivo il problema della
violenza sessuale, nasce allora ’’una
responsabilità della chiesa tutta per un
ripensamento alle radici delle strutture
ecclesiastiche e una revisione alle radici
dell’ecclesiologia. La
questione dell’autorità etica dei sacerdoti
non può essere intesa solo come una
questione di virtù o di comportamento, ma
deve essere tematizzata come problema
strutturale dell’identità e del ruolo dei
sacerdoti, come problema dell’interazione
sociale in relazioni asimettriche e come
problema della funzione di controllo e
tutela dei vescovì’. E’ solo l’inizio di
un processo che sarà lungo, ma, secondo le
teologhe, pone un interrogativo sulla
sopravvivenza stessa del messaggio cristiano
in occidente come messaggio che incide sulle
persone e sulla cultura.
’’La violenza sessuale compiuta e
nascosta nella chiesa e attraverso le
strutture di potere ecclesiastiche, confuta
l’umanitarismo del messaggio cristiano. Solo
una conversione secondo lo spirito biblico
potrebbe evitare ’’la sconfitta di Dio nella
Chiesa di Dio".
Martedì, 22 giugno 2004
Brescia
Accuse di
pedofilia: la curia difende 3 suoi
sacerdoti
A cura di Paolo Pavin
Da Il Mattino di Padova
Brescia. La procura di Brescia mette sotto
indagine 3 sacerdoti sospettati di abusi
sessuali su bambini, i sacerdoti reagiscono
addirittura dal pulpito e la Diocesi li
tutela respingendo le loro dimissioni e
difendendoli pubblicamente. Sullarete
intranet diocesana circola una lettera molto
forte in cui si parla di un clima da
inquisizione. L’inchiesta però é partita
dopo la denuncia di alcuni bambini di una
scuola materna pubblica (2 le maestre
arrestate a settembre) e poi con episodi
analoghi segnalati in istituti religiosi. Ma
il clima si é arroventato in questi ultimi
giorni, quando la procura ha chiuso la
seconda inchiesta sugli abusi sessuali:
nell’inchiesta figurano fra gli indagati ben
3 sacerdoti.
A Brescia, come a Boston, come a Sidney, come a Vienna... la chiesa cattolica (e in primis il Pulcinella di Roma) continua a proteggere gli stupratori di bambini.
Mercoledì, 23 giugno 2004
Il post scriptum da Concilium 3 del 2004
sulla pedofilia
I supposed Him to exist only
within the walls of a church - in fact, of
our church - and I also supposed that God
and safety were synonymous. The word "safety"
brings us to the real meaning of the word "religious"
as we use it (JAMES BALDWIN)1.
Chiediamo perdono alle vittime, siamo loro
grate per il coraggio di aver rotto il
silenzio, proviamo vergogna per i crimini
della nostra chiesa e chiediamo che sia
fatta giustizia nei confronti delle vittime
e dei sacerdoti che si sono resi colpevoli,
senza che ci si limiti a una "riparazione" o
una "condanna".
La crisi in cui è incappata la chiesa
cattolica con i crimini ai danni di bambini
e ragazzi, è la nostra crisi. Siamo membri
di una chiesa che - ancora una volta - ha
taciuto; ha coperto uomini che hanno leso
irreparabilmente la salute psichica di
alcuni bambini; per anni ha passato sotto
silenzio crimini che in altri contesti
spingono immediatamente all’azione i
pubblici ministeri. Negli anni passati molte
cose sono state scritte e accertate; di
molte altre noi, come membri della chiesa e
parte dell’opinione pubblica, continuiamo a
rimanere all’oscuro.
Questo è quanto sappiamo: siamo di fronte a
una catastrofe doppia e su un duplice piano.
Bambini e ragazzi sono stati trasformati in
vittime, nel luogo più sensibile e intimo
immaginabile della loro identità, da coloro
che avrebbero dovuto guidarli e proteggerli;
queste vittime sono state tradite da coloro
che, come comunità, intendono rappresentare
un segno di santità nel mondo.
La fiducia è una componente necessaria di
ogni chiesa viva. Qui si è abusato di questa
fiducia su entrambi i piani della
catastrofe; non sappiamo ancora se sia stata
definitivamente distrutta. Il tradimento
delle vittime è allo stesso tempo anche il
tradimento della fiducia nei rappresentanti
della chiesa a cui, conformemente al loro
ufficio, spetta la responsabilità
particolare di strutturare la propria
autorità in modo etico. Il tradimento della
fiducia è il tradimento della convinzione
secondo cui i sacerdoti e i vescovi devono
rendere metro del proprio agire la
responsabilità etica nei confronti di coloro
con cui comunicano in quanto sacerdoti e
vescovi; in caso contrario la loro autorità
diventa esercizio autoritario di potere,
indegno di una chiesa.
Questo tradimento, che si esprime in ogni
singolo caso dell’esercizio di violenza e
che si è protratto nel modo in cui la chiesa
e i vescovi hanno gestito le violenze, non
ci scuote solo come individui; scuote le
fondamenta della chiesa come luogo della
sequela di Cristo. Soltanto: la chiesa non
ne viene scossa. Risarcimenti in denaro,
dimissioni di vescovi, sospensioni di
sacerdoti dal loro ufficio sono tutti quanti
dei passi estremamente necessari, e tuttavia
non di rado non sono stati accordati come
cosa ovvia alle vittime, ma si sono dovuti
strappare e devono essere strappati mediante
processi lunghi e complicati.
Molti credenti sono scossi come individui;
sembra dubbio che tale sconvolgimento, al di
là dello sbigottimento personale, sfoci in
uno sconvolgimento delle strutture. Non
riusciamo a liberarci dall’impressione che
qui si stia "sbrigando" un problema, che
siano state modificate alcune procedure, ma
che in ogni caso si siano evitati gli
interrogativi di fondo. Questi interrogativi
di fondo sono quelli relativi alla struttura
di una chiesa che punta su una gerarchia
impossibile da mettere in discussione
"dall’esterno", generando così mentalità
strutturalmente "adeguate" nei presbiteri e
in chi dipende da loro. Invece di porsi
questi interrogativi e analizzarli, proprio
negli ultimi anni la posizione del sacerdote
nella liturgia e alla guida della comunità è
stata ancor più rafforzata, difendendo così
una struttura gerarchica a svantaggio di una
comunicativa. Per quanto necessari siano
quindi i singoli passi per scoprire e
trattare le violenze, essi non possono
risolvere il problema che abbiamo posto al
centro della discussione: che cosa succede a
una chiesa a cui molte persone tolgono la
propria fiducia? Come può essa, in generale,
andare incontro a persone che tornano sempre
ad affidarsi alla chiesa e, nella chiesa, ai
suoi sacerdoti? I sacerdoti - non soltanto
loro, ma, appunto, anche loro e, sotto certi
punti di vista, soprattutto loro -
incontrano spesso bambini, adolescenti e
adulti in situazioni "di soglia" che
presentano un alto grado di intimità. In
situazioni del genere - nella guida
spirituale in situazioni esistenziali
difficili, come l’assistenza ai malati o un
funerale, ma appunto anche nella prassi
sacramentale della santa comunione, della
confessione e del matrimonio - la fiducia è
l’elemento costitutivo affinché la prassi di
fede sia di per sé resa possibile. Se manca
questa fiducia, la prassi di fede si muta in
un simulacro, nell’apparenza di se stessa.
Per un lungo intervallo di tempo nella
storia della chiesa la fiducia nel rapporto
tra sacerdoti e credenti è stata generata
solo strutturalmente: non attraverso la
personalità, bensì attraverso l’ufficio e la
comprensione reciproca. Questo e non la
persona del sacerdote era considerato
essenziale all’interazione. Ma in questa
forma tale maniera strutturale di intendere
la persona del sacerdote come intermediaria
non è più valida da tempo. È stata
sostituita da una visione individualizzata
in cui il sacerdote acquisisce autorità in
conformità del proprio ufficio nonché della
propria persona. Solo così è in grado di
compensare il disorientamento che spesso
accompagna le situazioni di soglia.
L’autorità etica del sacerdote che,
nonostante tutto il risalto dato al popolo
di Dio e allo Spirito nel concilio Vaticano
II, nella concezione della chiesa cattolica
continua a essere al centro dell’interazione
di fede, è particolarmente evidente in
relazioni doppiamente asimmetriche, cioè in
quelle relazioni che non sono asimmetriche
soltanto per la struttura di interazione
della gerarchia ecclesiastica, ma anche, in
aggiunta, per la particolare vulnerabilità
di una delle due parti. Questa particolare
asimmetria è sempre presente nel caso di
bambini e ragazzi. Esiste anche in altri
contesti, come per esempio nelle scuole
materne o nelle scuole per i più grandi;
qui, però, gli educatori e gli insegnanti
sono soggetti a un controllo particolare:
abusi e violenze vengono immediatamente
sottoposti all’azione penale, nella misura
in cui - o meglio, non appena - se ne viene
a conoscenza. Nel caso delle relazioni
asimmetriche nella chiesa, molti dei
vescovi, in quanto superiori responsabili,
hanno agito in base al motto: «Ciò che non
deve esistere, non esiste e anche se
esistesse lo stesso, almeno non parliamone,
altrimenti esisterebbe davvero». In questa
strategia esistono dei colpevoli, ma essi
vengono nascosti o resi invisibili,
attraverso reprimende, trasferimenti oppure,
oggi, sospensioni. Chi per molto tempo non è
entrato nella visuale dei vescovi sono le
vittime.
Quando dei sacerdoti hanno tradito la
fiducia di chi era loro affidato, i vescovi
(cor-)responsabili di questi sacerdoti hanno
doppiamente tradito i fedeli:
"dimenticandoli" e lasciandoli soli con i
sacerdoti in questione. Per l’esistenza
della vittima il primo tradimento è
determinante. Per noi, membri della chiesa,
il secondo tradimento è inconcepibile e
insostenibile: esso non si basa sui crimini
di "singoli" sacerdoti, magari sottoposti a
una pressione eccessiva, talvolta anche
malati, bensì sul disprezzo dei fedeli
trasformatosi in struttura. Questo è il
tradimento del cuore di ciò che è
fondamentale per questa chiesa: tradimento
della sequela di Cristo.
I vescovi hanno visto se stessi - talvolta
prevalentemente, talvolta esclusivamente -
come responsabili nei confronti dei loro
sacerdoti, che non di rado hanno protetto.
Non hanno evidentemente visto una
responsabilità al di là della loro struttura
di potere, una responsabilità verso i deboli
e la parte lesa, perché ciò avrebbe dovuto
portarli a prendere sul serio le vittime
nonché la tutela dei fedeli ben prima della
coraggiosa diffusione in pubblico delle
accuse. Eppure unicamente tale
responsabilità verso i deboli è quanto
distingue l’autorità etica del sacerdote da
una posizione di potere violenta. L’autorità
si muta in potere quando la vulnerabilità di
altre persone viene sfruttata per procurarsi
dei vantaggi, di qualunque natura essi
siano. La violenza sessuale dei sacerdoti
verso persone da loro dipendenti si fonda su
un tale abuso di autorità che si muta in
potere. I sacerdoti che esercitano il potere
per mezzo e attraverso la sessualità - una
sessualità al cui esercizio rinunciano
(devono rinunciare) nella loro identità di
sacerdoti cattolici - non soltanto compiono
un atto criminale, non soltanto non rendono
giustizia all’identità che hanno scelto, ma
ledono inoltre anche l’istituzione del
sacerdozio come autorità etica e distruggono
il messaggio che rappresentano come persone
e detentori del loro ufficio.
Che cosa dunque si richiede alla chiesa?
La chiesa deve affrontare la questione di
come (ri-)creare l’autorità del sacerdote.
Tale questione non può essere intesa
unicamente come questione dell’identità
individuale di coloro che hanno scelto e
continuano a scegliere il sacerdozio. È
anche un interrogativo rivolto
all’istituzione: la preparazione, la guida e
il controllo dei sacerdoti nell’adempimento
del loro ufficio sono una cosa, la
conformazione strutturale delle interazioni
tra sacerdoti e credenti un’altra, la
questione teologico-ecclesiologica relativa
alla forma della chiesa una terza.
Noi, le curatrici di questo fascicolo, siamo
teologhe. Siamo donne. Siamo madri. Non di
rado, nella prospettiva delle strutture
tradizionali della chiesa, stiamo
"dall’altra parte", per cui non siamo noi a
decidere dove, di volta in volta, vadano
tracciati i confini. Siamo cristiane,
cattoliche, membri di comunità in cui anche
i nostri figli devono avere e trovare uno
spazio. Non possiamo e non vogliamo
tollerare strutture che consentono a singoli
sacerdoti e vescovi di ledere, o in alcuni
casi addirittura di distruggere, la salute
psichica di alcune persone. Non possiamo e
non vogliamo tollerare decisioni e prassi
più orientate al mantenimento di relazioni
autoritarie che al consentire esperienze e
pratiche di fede che mettano al centro
dell’attenzione la vulnerabilità di ogni
essere umano. Non possiamo e non vogliamo
tollerare che non sia fatta giustizia nei
confronti di sacerdoti che hanno sorpassato
i limiti di ogni comportamento ammissibile
nei confronti di bambini e ragazzi. Tale
giustizia può venire cercata solo in
processi situati al di fuori del
coinvolgimento di una situazione specifica,
come dovrebbe essere in ogni caso di
violenza sessuale; nel nostro caso
significa: i processi devono essere processi
extra-ecclesiastici.
In tal caso i sacerdoti non possono essere
semplicemente ripudiati dall’istituzione in
cui spesso hanno vissuto e lavorato per
decenni. La responsabilità della chiesa non
termina con la consegna degli atti
processuali al pubblico ministero
incaricato. In ogni sistema giuridico
moderno esiste la pena, per il bene della
vittima, ed esiste la riabilitazione, per il
bene del colpevole.
Nel suo rapporto con i sacerdoti
interessati, la chiesa deve considerare
entrambi i versanti della giustizia. Con
sorpresa e indignazione osserviamo come, in
ambiti ecclesiastici e sociali, la violenza
sessuale venga associata all’omosessualità,
come reazione ai casi di abuso sessuale
nella chiesa. Il fatto che spesso, ma non
esclusivamente, le vittime siano state
bambini e adolescenti maschi, non deve
trasformarsi in pretesto per ridare vita a
pregiudizi latenti e criminalizzare
l’omosessualità, come se le persone
omosessuali, a causa della loro tendenza
sessuale, fossero più inclini degli
eterosessuali a esercitare violenza sui
minori.
Noi prendiamo le distanze da questa
insinuazione - espressa frequentemente ma
assurda - e ci aspettiamo dalla nostra
chiesa che faccia lo stesso, pubblicamente e
con chiarezza.
Altrettanta scarsa utilità ha l’equiparare
in blocco la violenza sessuale alla malattia
o alla pedofilia. Può senz’altro esserci un
nesso tra disturbi psichici e violenza
sessuale, ma ciò non può essere
generalizzato e usato come meccanismo di
discolpa. È evidente soltanto che anche per
i colpevoli è necessaria una rielaborazione
terapeutica dei reati.
Il problema della violenza sessuale può
forse essere più palese nelle chiese
occidentali che in quelle non occidentali.
Significa però che solo nelle comunità
occidentali esiste una struttura autoritaria
che impedisce di riconoscere e combattere la
violenza individuale e strutturale su
bambini e ragazzi, ma in fin dei conti anche
sugli adulti in rapporto di dipendenza? In
caso affermativo, le chiese locali
occidentali hanno allora in quelle del Sud
del mondo degli aiuti critici per quanto
riguarda i cambiamenti strutturali da
compiersi. In caso negativo, nasce qui una
responsabilità della chiesa tutta per un
ripensamento alle radici delle strutture
ecclesiastiche e una revisione alle radici
dell’ecclesiologia. La questione
dell’autorità etica dei sacerdoti non può
essere intesa (solo) come una questione di
virtù o di comportamento, ma deve essere
tematizzata come problema strutturale
dell’identità e del ruolo dei sacerdoti,
come problema dell’interazione sociale in
relazioni asimmetriche e come problema della
funzione di controllo e tutela dei vescovi.
Siamo solo all’inizio di questo processo che
ci costringe ad affrontare i problemi dove
sono nati e dove si situano davvero. È
l’inizio di un processo che ci costringe a
riflettere in modo nuovo sul rapporto tra
sacerdoti e fedeli, a migliorare le
strutture di controllo e a porre in maniera
nuova la questione dell’autorità etica dei
presbiteri.
In una situazione in cui la perdita di
rilevanza delle chiese cristiane nelle
società occidentali è eclatante, si pone
l’interrogativo della sopravvivenza del
messaggio cristiano come messaggio che
incide sulle persone e sulla cultura. La
violenza sessuale, compiuta e nascosta nella
chiesa e attraverso strutture di potere
ecclesiastiche, confuta l’umanitarismo del
messaggio cristiano. Solo una conversione
secondo lo spirito biblico potrebbe evitare
«la sconfitta di Dio nella chiesa di Dio» (Rainer
Bucher).
(traduzione dal tedesco di ANNA BOLOGNA)
[REGINAAMMICHT-QUINN è docente di etica
teologica presso la Facoltà di teologia
dell’Università di Tubinga (Germania);
MAUREEN JUNKER-KENNY è docente di teologia
pratica ed etica cristiana al Trinity
College di Dublino (Irlanda); HILLE HAKER è
docente di etica cristiana presso la
Divinity School all’Harvard University di
Cambridge/Mass. (USA)].
Mercoledì, 30 giugno 2004
Nuovi scandali sessuali nella chiesa
cattolica in Austria ed in Italia
La rassegna stampa
Panorama.it
Austria, foto e video hard in un seminario
12/7/2004
Oltre 40 mila scatti e un
certo numero di filmati di giovani preti
intenti in incontri sessuali. Anche
materiale pedoponografico
I vertici della Chiesa cattolica
austriaca hanno chiesto una riunione
d’urgenza in seguito alla scoperta di circa
40.000 fotografie e un numero imprecisato
di video di giovani preti intenti in
incontri sessuali al seminario.
Secondo l’autorevole settimanale austriaco
Profil, il materiale rinvenuto, che
include anche pornografia infantile,
era stato scaricato sui computer al
seminario di St. Poelten, circa 80
chilometri ad ovest di Vienna.
"NO COMMENT" DALLA DIOCESI
I vertici della locale diocesi si sono
rifiutati di rilasciare pubbliche
dichiarazioni ma si starebbero incontrando
in privato sullo scandalo, ha riportato
la televisione di Stato austriaca.
L’organo di stampa ha precisato che il
direttore del seminario, il reverendo Ulrich
Kuechl, ha rassegnato le dimissioni e che
anche il suo vice, lfgang Rothe, le ha
sottoposte al suo superiore. La Conferenza
dei vescovi austriaci ha emesso in data
odierna un comunicato in cui promette
un’accurata e approfondita indagine sulla
questione.
"Tutto ciò che ha a vedere con l’omossesualità
o la pornografia non può avere spazio in un
seminario per preti", ha scritto nel
comunicato.
I vertici della Chiesa per la prima volta
hanno scoperto il materiale un anno fa su un
computer del seminario, ha precisato Profil.
In esso figuravano numerose immagini di
giovani preti e loro insegnanti che si
baciavano e indulgevano in giochi sessuali e
orge.
Il vescovo Kurt Krenn che supervisiona la
diocesi di St. Poelten, ha detto alla
televisione austriaca di aver visto
forografie di insegnanti del seminario in
situazioni sessuali con gli studenti.
La Gazzetta del Mezzogiorno
Austria - Sesso in seminario
Pubblicate le foto pedo-pornografiche che coinvolgono seminaristi ed insegnanti nel seminario diocesano di St. Poelten. Almeno 40mila le immagini sequestrate. Ex-seminarista siciliano scrive al vescovo: Tu sapevi
VIENNA - E’ di nuovo scandalo nella chiesa cattolica austriaca: le accuse di pedo-pornografia, decine di migliaia di fotografie dai contenuti sessuali e presunti contatti omosessuali tra direzione e seminaristi a St.Poelten ricordano un po’ i tempi dello scandalo legato alle presunte pratiche omosessuali e pedofile del cardinale Hans Hermann Groer, venuto alla luce nel 1995. Stavolta le accuse riguardano il seminario della diocesi di St. Poelten (Bassa Austria) del vescovo ultraconservatore Kurt Krenn. Finora si sono dimessi il rettore del seminario, Ulrich Kuechl, e il suo vice, Wolfgang Rothe - due foto pubblicate oggi dal settimanale di Vienna, Profil, li mostrano in atteggiamenti inequivocabili ciascuno con un seminarista -. Ma emergono già voci apertamente critiche nei confronti di Krenn stesso che in una prima reazione aveva parlato di «ragazzate che non hanno niente a che vedere con omosessualità». «E’ certamente sconvolgente che ciò accada. La responsabilità è del vescovo», ha detto oggi il presidente dei rettori dei seminari austriaci, Martin Walchhofer. Anche il teologo pastorale austriaco Paul Zulehner ha chiesto le dimissioni di Krenn. La conferenza episcopale austriaca ha parlato invece di un «urgente bisogno di azione da parte della chiesa».
Secondo Profil, Krenn era da tempo al corrente su cosa stava succedendo dietro le mura del seminario di St. Poelten e che sei mesi fa era stato anche informato per iscritto. Il vescovo avrebbe però cercato di mettere a tacere la vicenda. Il vescovo di St.Poelten, che ha 68 anni, è stato in passato un strenuo difensore del cardinale Groer, che nel 1995 era stato costretto alle dimissioni per accuse di abusi sessuali, gettando la chiesa cattolica in una crisi d’identità senza precedenti nel Paese alpino. Groer è morto a marzo dell’anno scorso all’età di 83 anni.
Il seminario di St. Poelten è già dall’inizio di quest’anno nel mirino della procura regionale. Su un computer sequestrato sono state trovate recentemente 11 mila foto scaricate da internet, tra cui anche immagini di pedofilia. Profil scrive che gli inquirenti avrebbero inoltre trovato «nelle stanze dei seminaristi almeno 40 mila fotografie e alcuni filmati con rappresentazioni sessuali in parte perverse che mostrano anche giovani preti di St. Poelten con superiori». «Si fotografavano vicendevolmente, perchè anche in questa maniera si eccitavano. E siccome lo facevano anche con il capo e con il suo vice, tutto sembrava così normale, si sentivano al sicuro», ha detto un inquirente a Profil. Interpellato questo pomeriggio dall’agenzia stampa austriaca Apa, il procuratore Walter Nemec non ha tuttavia confermato il numero di fotografie trovate. «Da quale fonte possa emergere il numero 40.000, non lo so», pur affermando di non essere al corrente sugli ultimi sviluppi delle indagini.
Altro dettaglio riferito oggi da Profil: l’ex rettore Kuechl avrebbe anche dato, a giugno del 2003, «una specie di sacramento del matrimonio» a due seminaristi, uno dei quali è cittadino polacco. La cerimonia sarebbe avvenuta in un locale pubblico di St. Poelten.
«Un largo fronte di personalità ecclesiastiche della diocesi di St. Poelten trovano insopportabile il doppio gioco e si sono decisi a un’azione concordata per portare alla luce la verità, dopo che per anni i loro tentativi dietro le quinte non hanno avuto successo», scrive Profil.
Christine Maieron
12/7/2004
La Gazzetta del Mezzogiorno
Ex seminarista vittima di abusi scrive al vescovo: tu sapevi
PALERMO - Cita Giovanni Paolo II che, rivolto ai giovani riuniti a Toronto, «ha avuto il coraggio, ancora una volta, di dire: Mi vergogno per i preti pedofili e per chi ha coperto con il silenzio questi abomini». E chiosa «Possano queste parole risvegliare la sua coscienza, assopita in un torpore durato troppo a lungo».
E’ questa l’esortazione che M. M., 22 anni, un ex seminarista del seminario di Agrigento, rivolge, attraverso l’Adista, un’agenzia di stampa cattolica, al vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro, che «dopo essere stato informato degli abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista non prende alcun provvedimento».
La «vittima» degli abusi sessuali è proprio l’autore della lettera. La vicenda ebbe inizio nel 1994 a Favara quando il seminarista aveva 12 anni. Il 7 luglio scorso, dopo l’esposto del seminarista, il sacerdote, don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena: gli sono stati inflitti 2 anni e 6 mesi di reclusione. Attualmente don Puleo è parroco a Sant’Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.
«Scrivo a lei, Eccellenza reverendissima monsignor Carmelo Ferraro, arcivescovo metropolita della Chiesa Agrigentina. Scrivo proprio a lei che, una sera di novembre del 2000, ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto - afferma l’ ex seminarista -. Forse lei non immagina nemmeno quanto mi sia costato, in quell’occasione, rivivere i momenti più brutti della mia vita. Ma a lei che importa? Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio. Non per lei, di cui m’importa ben poco, ma per questa povera Chiesa, che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi».
Il giovane infine ricorda le parole del cardinale Ersilio Tonini secondo cui è «meglio avere dieci sacerdoti in meno che averne uno sbagliato. La pedofilia e l’omosessualità vanno affrontati tempestivamente e con fermezza». E oggi l’ex seminarista annuncia l’intenzione di avviare una causa civile «contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere». «Certamente - puntualizza - il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente - e moralmente - responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso». La vittima degli abusi sottolinea poi alcuni aspetti dell’inchiesta: «A me non risulta - dice - che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma».
L’ex seminarista parla anche dei suoi progetti futuri: «all’università sto studiando psicologia, per aiutare le persone che subiscono abusi. Per questo ho già fondato un’associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto».
12/7/2004
L’espresso
Caserta,08 lug 2004 -17:25
Pedofilia, 100 indagati: c’è anche nome Taricone
Oltre cento persone sono indagate dalla
procura di Santa Maria Capua Vetere
nell’ambito di un’inchiesta su materiale
pedopornografico acquistato su internet. Tra
i nomi c’è anche quello dell’attore Pietro
Taricone. Alcuni video e immagini
pornografiche sarebbero state acquistate su
internet con la sua carta di credito. Il
legale di Taricone si è detto certo
dell’estraneità del suo assistito. "Penso -
ha detto il legale - che potrebbe trattarsi
di una problema di carte di credito clonate:
magari qualcuno ha ’spiato’ su internet i
numeri della carta di Pietro durante qualche
normale transazione, e poi li ha usati per
comprare quella roba in rete". Sulla
circostanza la procura casertana sta
effettuando controlli.
Una abitazione di Pietro Taricone (ha rivelato oggi "il Giornale") è stata perquisita nei giorni scorsi ad Avezzano, ma secondo quanto si è appreso non sarebbe stato trovato materiale pedopornografico.
Titolare dell’indagine è il pubblico ministero Donato Ceglie che ha indagato un centinaio di persone tra cui professionisti, avvocati, studenti. Nel registro degli indagati risulta iscritto anche un sacerdote di Alife, nel Casertano.
La procura di Santa Maria
Capua Vetere ha ordinato nei giorni scorsi
decine di perquisizioni. E’ stata, tra
l’altro, passata al setaccio una casa
discografica di Rieti, che, secondo gli
investigatori sarebbe una sorta di crocevia
del traffico di materiale pedopornografico.
PEDOFILIA: TROPPE RICHIESTE INDENNIZZI, FALLISCE ARCIDIOCESI
Los Angeles - Schiacciata dalle richieste di indennizzo, è fallita l’arcidiocesi degli scandali: l’arcidiocesi di Portland (Oregon) ha annunciato la bancarotta e la notizia è il primo segnale palpabile delle conseguenze che ha avuto sulla Chiesa cattolica statunitense il pagamento degli indennizzi alle vittime di abusi sessuali commessi da alcuni sacerdoti su minori. Le attività ecclesiastiche continueranno regolarmente; e la richiesta di bancarotta -ha detto l’arcivescovo, reverendo John Vlazny, "non è un modo per evitare le responsabilità", "ma di fatto è l’unico sistema per fare in modo che altri ricevano il giusto compenso". La decisione dell’arcidiocesi di Portland sospenderà l’inizio di un processo civile contro un prete accusato di aver molestato più di 50 ragazzini: per i presunti abusi commessi negli anni ’80 dal sacerdote Maurice Grammand, deceduto nel 2002, sono state presentate due domande collettive per un totale di indennizzo di circa 160 milioni di dollari. Prima di dichiararsi insolvente, l’arcidiocesi della principale città dello stato dell’Oregon sulle coste orientali degl Usa, aveva già sborsato 53 milioni di dollari in accordi extragiudiziari siglati con 130 presunte vittime. Durante gli ultimi tre anni, la Chiesa cattolica statunitense è stata al centro di una serie di scandali che hanno coinvolto decine di sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori. Un rapporto della Conferenza episcopale statunitense, del febbraio di quest’anno, ha calcolato che siano stati più di 4000 i preti cattolici accusati di abusi negli ultimi cinquant’anni, per un totale di circa 11.00 denuncie da parte di minori (in gran parte maschi); ma secondo i legali delle vittime, la stima è largamente sottostimata.
Agi (mercoledì 7 luglio)
Martedì, 13 luglio 2004
INERTE E INDIFFERENTE, IL VESCOVO DI
AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE
CHE ABUSA.
INTERVISTA
ADISTA N°53 del 17 luglio 2004
32423. AGRIGENTO-ADISTA. Un vescovo viene informato di abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista e non prende alcun provvedimento. Dirà, poi, che la questione non lo riguardava. I drammatici fatti non avvengono nell’ennesima diocesi statunitense, dove il "bubbone" è esploso ormai da anni, grazie anche al coraggio delle vittime e alla dismissione dell’atteggiamento omertoso di persone coinvolte e dei vertici ecclesiastici. Il vescovo in questione è italiano: si tratta di mons. Carmelo Ferraro, che era alla guida della diocesi di Agrigento all’epoca dei fatti e lo è anche adesso.
Il sacerdote, don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena il 7 luglio: gli sono stati inflitti 2 anni e 6 mesi di reclusione (è stato un secondo patteggiamento fra le parti: il primo era per una pena di due anni, che era stata giudicata insufficiente dal gip Luigi Patronaggio). Ha preferito il patteggiamento al processo, che avrebbe molto probabilmente aggravato la sua posizione. Il patteggiamento infatti ha riguardato una sola vittima. Le indagini, condotte dal pm Caterina Sallusti, avevano però riscontrato abusi nei confronti di altri sette ragazzi, sei dei quali dello stesso seminario (quello arcivescovile di Agrigento che si trova a Favara) dove don Puleo, inizialmente diacono, era stato assistente per un periodo che si è concluso nel 1995. Attualmente don Puleo è parroco a Sant’Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.
Marco Marchese, la vittima che ha sporto denuncia, ha subìto abusi nel seminario arcivescovile di Agrigento a partire dall’età di 12 anni. Oggi ne ha 22, ha lasciato il seminario nel 2000 e, a vicenda giudiziaria conclusa, ci tiene a sottolineare che non era il carcere per il suo "carnefice" lo scopo della sua azione, ma l’emersione di un fenomeno che causa sofferenza indicibile a tanti bambini, con la speranza inoltre che la Chiesa abbia il coraggio di mettersi dalla parte degli offesi. March ese si era deciso a presentare un esposto dopo aver constatato che né il rettore del seminario, don Gaetano Montana, né il vescovo Ferraro - ai quali aveva raccontato tutto - avevano preso provvedimenti per fermare don Puleo.
Il giorno dopo il patteggiamento, Marco ha inviato al vescovo una lettera molto severa e accorata. "Scrivo proprio a lei che - recita l’apertura della lettera - una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto (…). Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio", amareggiato "per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi". Ne riportiamo il testo integrale nel numero di Adista-documenti allegato.
Ma Marchese non intende fermarsi a questo: intende procedere in sede civile contro quanti - sicuramente il rettore e il vescovo - hanno omesso di prendere provvedimenti contro don Puleo, malgrado, avendone l’autorità, fosse per loro un obbligo intervenire.
In ambito ecclesiale, non esiste nel Diritto Canonico un canone riguardante eventuali pene da comminare a chi non denuncia un reato avendone conoscenza. Ma è anche vero che il card. Bernard Law ha subìto così forti pressioni (anche dalla Santa Sede?) proprio per aver "coperto" i preti pedofili della sua diocesi da vedersi costretto, nel dicembre del 2002, a dimettersi da vescovo di Boston. Il Diritto Canonico lascia peraltro molta autonomia di gestione ai vescovi che si trovino di fronte a reati dei loro sacerdoti. Anche se per costoro ci sono canoni precisi. In particolare, per i delitti contro il sesto comandamento, commessi "con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni", il canone 1395, al paragrafo 2, prevede "giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale". Ma non è stato applicato finora contro don Puleo, il quale è stato solo spostato dalla parrocchia, popolo! sa e ric ca di bambini, di Palma di Montechiaro a quella ben più piccola di Sant’Anna, piccolo borgo nella provincia di Agrigento. Spostamento avvenuto però nel 2002: l’esposto di Marco Marchese contro don Puleo è della primavera del 2001. Il vescovo non poteva non esserne a conoscenza.
Tutta la vicenda è ricostruita qui di seguito nell’intervista che abbiamo realizzato con Marco Marchese.
Come comincia la tua storia?
Sono entrato nel seminario minore nel 1994 perché la mia vocazione era di diventare sacerdote. Avevo 12 anni, frequentavo la seconda media. Avevamo come assistente don Puleo, che allora era diacono. Lui aveva per me molte attenzioni, mi faceva anche dei regali. Poi, ai primi di dicembre, mi fece accomodare nella sua stanza e successe il tutto.
La cosa si ripeté?
Sì, soprattutto nei giorni di pioggia, perché altrimenti preferivo giocare a calcio e non andavo a riposare con lui.
Nessuno faceva caso al fatto che andassi a riposare con lui?
Penso di no, perché capitava che noi ragazzi trascorressimo del tempo in camera sua a chiacchierare. Poi si trattava delle prime ore del pomeriggio, ognuno stava per conto proprio. Questa cosa è durata fino a quando lui, l’anno successivo, è diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore. Il nostro rapporto però è continuato. Lui è diventato il mio padrino di cresima. Io andavo a trovarlo, o in parrocchia o in casa sua.
Lui continuava con le sue attenzioni verso di te?
Sì.
Non riuscivi ad opporti?
La prima volta rimasi perplesso. Era ovviamente la mia prima esperienza sessuale, precocissima e sbagliata. Lui mi diceva che era solo una questione di amicizia, che la nostra era un’amicizia particolare, mi diceva di non parlarne con nessuno perché avrei suscitato delle gelosie, che era normale il nostro comportamento, che era giusto. Io gli credevo. E mi sono affezionato ! a lui. A nche se cominciai subito a star male: mi fu diagnosticata una colite nervosa che mi portai dietro per un bel po’.
Quando hai capito che il vostro rapporto era sbagliato?
Quando sono andato al liceo, una scuola pubblica, perché nel seminario maggiore non esisteva una scuola superiore, e sono entrato in contatto con altri ragazzi e con le ragazze. Allora avevo minori possibilità di passare del tempo con don Puleo, perché ero impegnato in varie attività comunitarie. Succedeva quando lui chiedeva al rettore del seminario, don Gaetano Montana, che mi inviasse nella sua parrocchia, in occasione delle cosiddette giornate per il seminario in cui si fa raccolta di fondi per le istituzioni di formazione sacerdotale, perché altrimenti non ci vedevamo mai. Sicché andavo nella chiesa dove celebrava.
Fino a che età hai dunque mantenuto il rapporto con don Puleo?
Fin verso i 16 anni, perché a quel punto le nostre strade si sono divise: io non volevo più incontrarlo, e anche lui non faceva pressione per vedermi perché, a quanto ho capito dopo, aveva altri ragazzi sotto mano. E in effetti sono venuti fuori i nomi di altri ragazzi vittime delle stesse attenzioni morbose da parte sua.
Ragazzi del tuo stesso seminario?
Sei sì. Del settimo non so nulla di preciso.
In tutti questi anni non ti sei confidato con nessuno?
Mai. Fino a quando uno degli assistenti che mi accompagnavano a Palermo per una delle tante visite a motivo della colite, e che aveva sentito di strani episodi che accadevano in seminario, riuscì a farmi parlare e mi consigliò di parlare subito con il vice-rettore. A me non interessava fare del male a quell’uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto.
E andasti dal vice-rettore?
Sì, il giorno dopo. Mi assicurò che avrebbe parlato con il rettore, che dovevo stare tranquillo, che avrei dovuto pensare agli studi e basta. Non ho! avuto n essun tipo di riscontro. Durante un ritiro spirituale parlai anche con il rettore che mi disse che era stato messo al corrente della mia situazione dal vice-rettore e che avrebbe parlato con il vescovo, monsignor Carmelo Ferraro, tuttora in carica. Io mi fidai. Inoltre, se mi capitava di incontrare don Puleo, erano sempre incontri pubblici, ritiri spirituali, ci si salutava normalmente come se i nostri rapporti in passato fossero stati normali e basta. Nel giugno del 2000 lasciai il seminario.
Quali furono i tuoi passi successivi?
Continuavo ad aspettarmi
qualche riscontro alla mia denuncia. Invece
non succedeva niente. Allora chiesi un
incontro con il vescovo che mi ricevette
subito. Stranamente, perché quando eravamo
in seminario, se gli chiedevamo udienza,
dovevamo attendere a lungo. Il vescovo mi
ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che
nessuno mai l’aveva informato di quanto era
avvenuto. Io gli confidai la mia paura che
don Puleo potesse continuare a fare del male
ad altri ragazzi. Aggiunsi anche che il
sacerdote andava aiutato perché la pedofilia
è una malattia. "Cerchi di fare qualcosa",
insistetti, "lei è il padre spirituale di
tutti i sacerdoti". Era anche la massima
autorità cui io potessi rivolgermi. Il
vescovo mi assicurò che ci avrebbe pensato
lui e che dovevo stare tranquillo. Mi
licenziò regalandomi un libro. Da allora non
ho avuto più notizie dal vescovo, non ho più
avuto a che fare con lui. Invece il giorno
successivo ebbi notizie da don Puleo, perché
si precipitò a casa mia e mi rimproverò
aspramente perché gli avevo fatto perdere la
fiducia del vescovo.
Dunque il vescovo, in
seguito al colloquio con te, l’aveva
chiamato?
Sì. Mi disse che il vescovo lo aveva mandato a chiedermi scusa se mi aveva provocato dei turbamenti.
Come si è arrivati alla denuncia davanti all’autorità giudiziaria?
Qualche giorno dopo parlai con il mio parroco, don Giuseppe Veneziano, che tra l’altro era stato suo retto! re quand o don Puleo era in seminario. Si meravigliò del mio racconto, sia perché don Puleo era stimato in diocesi, sia perché il vescovo non gliene aveva fatto parola. Successivamente mi chiamò per dirmi che aveva parlato col vescovo. "Questa storia con don Puleo è acqua passata, ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui". Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco. Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro.
Neanche un’ammonizione al prete?
Non so che dire. Però, a seguito di non so quali vicende, due anni fa, è stato spostato e gli è stata affidata un’altra parrocchia: non è più a Palma di Montechiaro ma in un piccolo paesino nei dintorni di Agrigento, Sant’Anna.
A causa di altre vicende di pedofilia?
Beh, tre di questi ragazzi sono di Palma di Montechiaro. Qualcuno avrà saputo qualcosa… Ma non posso dirlo con certezza.
Don Gaetano Montana è ancora al suo posto?
Sì, continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà. Dico questo perché, riguardo a don Gaetano, devo aggiungere una cosa. Non avendo raggiunto alcun risultato con i miei colloqui, ho parlato con i miei genitori, i quali hanno contattato un avvocato. Questi, prima di fare l’esposto alla magistratura (presentato poi nella primavera del 2001), ha voluto incontrare il vescovo per capire come mai la massima autorità non avesse preso alcun provvedimento. Il vescovo rispose che lui era super partes, che bisognava prendersela con il prete e che comunque il polverone che sarebbe seguito allo scandalo non conveniva a nessuno.
Dopo la presentazione dell’esposto cos’è successo?
Parlai con il Sostituto Procuratore che chiamò tutte le persone che io avevo citato.
Facesti anche il nome del vescovo fra le persone informate dei fatti?
Sì, e furono chiamate. Ma non so se fu chiamato anche il vescovo. Fui messo a confronto con il parroco, don Giuseppe Veneziano, e con il rettore, don Gaetano Montana. Il parroco inizialmente negò che gli avevo parlato degli abusi subiti. Poi, caduto in contraddizione, si è trincerato dietro il segreto confessionale. Cosa che non sta in piedi: io non mi ero confidato con lui in confessione. Il rettore non negò, anche se disse che non ricordava bene quando gli avevo parlato della mia storia. Alla domanda: "come mai non parlò con il vescovo?", rispose che era preso da altre cose, c’era da ristrutturare il seminario, e siccome il ragazzo, cioè io, sembrava abbastanza tranquillo, tutta la faccenda si poteva rimandare. Lui parlò con il vescovo quando questi, in seguito al nostro colloquio, lo interpellò.
Qualche giorno fa, il 7 luglio, don Puleo è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Finisce qui o farai ulteriori mosse?
Intendo intentare una causa civile contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere. Certamente il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente - e moralmente - responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso. A me non risulta che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma.
Un’altra cosa che intendo fare, ed è il motivo per cui all’università sto studiando psicologia, è aiutare le persone che subiscono abusi. Per la qual cosa ho già fondato un’associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto
Martedì, 13 luglio 2004
Scandalo pedofilia in seminario, choc in
Austria
di Paolo Valentino
Il direttore e il vice dell’istituto si sono
dimessi. Sei anni fa il primate di Vienna costretto
a lasciare per una vicenda di abusi
martedì 13 luglio 2004 , tratto da il Corriere della
Sera. Una nota di Giovanni Felice Mapelli.
Nella foto i protagonisti dello scandalo pornografia nel seminario austriaco: mons Kurt Krenn, vescovo di Saint Poelten e mons Capellari
Inchiesta su 40 mila foto e
filmati trovati nella biblioteca della più
conservatrice scuola cattolica per sacerdoti
In apparenza è un seminario. Anzi, il più
tradizionalista e ultraconservatore dei
seminari cattolici in Austria, luogo di
religiosa purezza, preghiera e pio magistero
alla cura delle anime, dove volentieri
l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava,
bollando con parole di fuoco i rei contro
natura.
In realtà, quello della diocesi di Sankt
Pölten, ottanta chilometri a Ovest di
Vienna, è stato in questi anni un antro di
orchi pedofili, teatro di perversioni
peccaminose, una Sodoma asburgica dove
preposti e seminaristi indulgevano spesso e
volentieri in orge omosessuali, giochi
erotici e notti scandite da alcol e sesso,
al posto delle orazioni. Qualcuno parla
anche di parodie naziste e cerimonie
ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la
celebrazione di un finto matrimonio gay, fra
due aspiranti preti, officiato dal
direttore, inutile precisare tutti in
costume adamitico.
C’è ancora del marcio nella Chiesa
austriaca. A sei anni dallo scandalo del
cardinale Hans Hermann Groer, l’ex primate,
morto nel 2003, che era stato riconosciuto
colpevole di aver sessualmente abusato di
giovani religiosi, una nuova, devastante
scoperta scuote le fondamenta del
cattolicesimo viennese.
Non più sospetti o bugie di "querulanti
ubriachi", come aveva fin qui sostenuto
monsignor Krenn, capo della diocesi
incriminata, quando il tema era più volte
venuto a galla in passato. Ma un’incredibile
documentazione fotografica, scoperta un anno
fa nei computer della biblioteca del
seminario e ora al vaglio delle autorità di
polizia, in attesa della formale apertura di
un’inchiesta criminale da parte della
magistratura. Almeno 40 mila istantanee e
una quantità imprecisata di filmati
pornografici, che illustrano con precisione
e ricchezza di dettagli gli esercizi, non
esattamente spirituali, di Sankt Pölten.
Alcune di queste ! comprend erebbero atti
sessuali dei preposti con minorenni.
A svelare lo scandalo, il settimanale Profil
, che nell’edizione in edicola ieri ha
pubblicato alcune delle foto, dove i
religiosi e i loro allievi vengono
immortalati mentre si baciano
appassionatamente sulla bocca. Secondo il
periodico, l’inchiesta è partita, dopo che
diverse immagini e film girati a Sankt
Pölten erano apparsi su un sito a luci rosse
polacco.
Il direttore del seminario, Ulrich Küchl e
il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono
dimessi, pur protestando la loro innocenza.
Su di loro pende l’accusa di pedofilia. La
diocesi si è schierata a quadrato in loro
difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha
definito gli addebiti infondati, liquidando
addirittura le foto, che ha ammesso di aver
visto, come "ragazzate".
Fortunatamente, i vertici della Chiesa
viennese sono di ben altro parere. "Tutto
ciò che ha a che fare con la pratica
dell’omosessualità, non può trovare spazio
in un seminario per preti", recita un
comunicato della Conferenza episcopale
austriaca, che ha anche annunciato l’avvio
di una indagine interna, al termine della
quale non è difficile prevedere le
dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di
Sankt Pölten.
E in questo senso si sono già levate diverse
voci dall’interno del mondo cattolico: "Krenn
è il vero responsabile e deve rispondere di
tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio".
ha detto Martin Walchhofer, il prelato che
supervisiona tutti i seminari austriaci.
Anche la politica è intervenuta.
"Collezionare materiale pornografico, che
coinvolge bambini, non può essere liquidato
come una ragazzata", ha dichiarato Thomas
Huber, leader dei Verdi. Un portavoce
dell’opposizione socialdemocratica, Hannes
Jarolim, ha chiesto al ministero
dell’Interno di indagare per favoreggiamento
nei confronti dello stesso arcivescovo e
aprire una procedura formale.
Secondo Profil , una foto documenterebbe la
celebrazione del matrimonio gay da parte del
rever! endo K Cchl. Il resto del materiale,
con le parole del procuratore Walter Nemec,
"mostra i seminaristi in situazione perverse
con i loro superiori".
Un seminarista di Sankt Pölten, citato dal
settimanale, afferma che "tutti sapevano
cosa succedesse da noi, non era possibile
ignorarlo, ma nella Chiesa domina un
silenzio di piombo, quando si tratta di temi
tabù, semplicemente non sappiamo in che modo
affrontare correttamente il problema".
Quelli che avevano provato a parlarne
direttamente con i due superiori o con Krenn,
sono stati subito identificati da loro come
nemici e isolati.
Anche la polizia, afferma Profil , avrebbe
trovato all’inizio grosse difficoltà a
rompere il muro dell’omertà di Sankt Pölten,
dopo la scoperta del materiale e le prime
denunce inviate via email da alcuni
seminaristi.
Paolo Valentino
____________________________________________
Un commento di Giovanni F. Mapelli:
Non condivido il tono e l’equiparazione che
l’articolo fa tra omosessualità perversione
e l’equiparazione con pedofilia: c’è una
CONFUSIONE GENERALE DI CHE SI PARLA?
Anche tra preti consenzienti non è
definibile come perversione! (dov’è il
rispetto per l’intimità delle persone...?).
IL TABU’ DELLA GERARCHIA FOMENTA QUESTE
VISIONI MORBOSE SUI GIORNALI LAICI. Vogliono
processare i sentimenti? (se non c’è abuso
ovviamente)
PER ME E’ UN PROCESSO STAMPA, UNA CAMPAGNA
DIFFAMATORIA IN GRANDE STILE CONTRO L’OMOSESSUALITA’
(nascosta) del CLERO.
Mercoledì, 14 luglio 2004
Pedofilia nella Chiesa Cattolica Italiana
Eccellenza, lei
sapeva e taceva.
di Marco Marchese
(ex seminarista del seminario di Agrigento)
Ragazzo abusato in seminario scrive al vescovo di
Agrigento.
Da ADISTA n. 54 del 17-7-2004
DOC-1539.
AGRIGENTO-ADISTA. Un prete abusa di lui,
dodicenne, sessualmente. Nel seminario
arcivescovile di Agrigento che si trova
nella vicinissima Favara. Per quattro anni.
Prende coraggio Marco Marchese e
racconta le sue sofferenze al vescovo,
mons. Carmelo Ferraro di Agrigento.
Vuole che nessun altro bambino o ragazzo
debba patire quello che lui ha patito. Quel
prete, don Bruno Puleo, è malato,
sostiene Marco; lo faccia curare, chiede al
vescovo, perché non possa più fare del male.
Lo tranquillizza il vescovo: "ci penso io".
Ma l’unica cosa che fa è ’obbligare’ il reo
a chiedere scusa all’offeso. E nulla più.
Altri sette ragazzi, si viene a sapere poi,
hanno subìto le attenzioni e le carezze
morbose di don Puleo.
Raccontiamo tutta la vicenda nel numero blu
allegato, in un’intervista a Marco Marchese.
Qui di seguito, invece, la lettera che Marco
ha inviato l’8 luglio al vescovo Ferraro.
Scrivo a lei,
Eccellenza reverendissima monsignor Carmelo
Ferraro, arcivescovo metropolita della
Chiesa Agrigentina.
Scrivo proprio a lei che, una sera di
novembre del 2000, ha ascoltato, quasi con
indifferenza, il mio racconto. Forse lei non
immagina nemmeno quanto mi sia costato, in
quell’occasione, rivivere i momenti più
brutti della mia vita.
Ma a lei che importa?
Scrivo a lei perché sono addolorato e
profondamente amareggiato dal suo silenzio.
Non per lei, di cui m’importa ben poco, ma
per questa povera Chiesa, che si ritrova ad
essere guidata da una persona che non ha
saputo dirigere il gregge affidatogli,
soprattutto i piccoli e gli indifesi.
Monsignor Wilton Gregory, presidente dei
vescovi americani ha detto (la Repubblica,
21 febbraio 2002): "Ciò che abbiamo fatto o
non abbiamo fatto ha contribuito all’abuso
sessuale di bambini e giovani da parte del
clero e di persone all’interno della
Chiesa". Forse si starà chiedendo cosa ha a
che fare tutto ciò con lei, si chiederà cosa
ha fatto o non ha fatto ed io le voglio
subito venire in aiuto. Lei era tenuto come
tutti i vescovi diocesani ad informare
tempestivamente la Congregazione Vaticana
per la Dottrina della Fede delle eventuali
accuse di pedofilia contro sacerdoti
cattolici. Non sono io a dirlo, ma due
documenti tratti dagli Acta Apostolicae
Sedis, gazzetta ufficiale della Santa
Sede, secondo cui i presuli debbono svolgere
indagini nel caso vi sia anche solo il
sospetto di pedofilia nei confronti di
preti! Lei cosa ha fatto? Mi ch