Un modello semplificato per la struttura cristallina di un
metallo vede un reticolo tridimensionale di atomi disposti ai
vertici di figure solide regolari.
Volendo considerare l'energia potenziale in un punto all'interno del
metallo occorre tener conto che essa è la risultante di tutte le energie
potenziali che sono prodotte in quel
punto dagli ioni che occupano i vertici del reticolo.
L'atomo che occupa un vertice del reticolo ha poi, esso
stesso, una struttura che, in prima approssimazione, può essere pensata
costituita da un nucleo di carica positiva Z·e circondato da Z elettroni (in
orbite che approssimativamente si
svolgono lungo una sfera).
Se prendiamo in considerazione un elettrone sull'ultimo
livello energetico atomico (un elettrone di valenza) di uno di
questi atomi del reticolo è facile capire cosa accade. Questo
elettrone avrà carica q1 = - e; vedrà
quindi la parte rimanente del
« suo » atomo come uno ione di
carica q2 = + e.
Facciamo ora l'ipotesi di scegliere l'infinito come riferimento V = 0 di
potenziale e ricordiamo che, per un atomo
isolato, l'espressione che ci fornisce il potenziale V in un punto a
distanza r dal nucleo è:
V = q1 /r
dove
q1 è la carica totale racchiusa in una sfera di raggio r.
E'
allora evidente che l'energia potenziale U è data da:
U
= q2·V.
Poiché nel nostro caso la carica totale fornita dallo ione è
q1 = + e, si trova subito che il valore per l'energia
potenziale di un elettrone nel campo dello ione è:
U = q2V =>
U=q2(q1/r)
=> U = - e2/r
Rappresentando
graficamente questa espressione (si tratta evidentemente di una iperbole
equilatera riferita ai propri assi: U·r = - e2 )
si trova (figura 1):

E' bene, a questo punto, ricordare che r è una distanza
radiale dallo ione (in figura indicato con a) e
quindi deve essere considerata in tutto lo spazio circostante lo ione.
Scelta quindi una direzione arbitraria a partire dallo ione,
la curva S di figura rappresenta la funzione U = U (r) a destra
dello ione mentre la curva tratteggiata rappresenta U (r) a sinistra dello
stesso ione.
Il metodo induttivo ci
permette facilmente di arrivare
alla situazione del cristallo da cui eravamo partiti.
Consideriamo allora due ioni (a e
b) adiacenti e trascuriamo tutti gli altri.
Nella figura 2 si vede come vanno le cose, tenuto conto
che:
S rappresenta la funzione U (r) per lo ione a ;
S'
» »
» »
»
» b
;
S" rappresenta la funzione U (r) risultante dall'interazione (somma)
dei due ioni (si osservi infatti che: ab+ac = ad).
Una importante caratteristica della curva S" risultante è
il suo essere praticamente coincidente con le curve
S ed
S'
nelle vicinanze degli ioni e più schiacciata delle altre due
nella zona tra essi compresa.
Consideriamo ora una intera fila di ioni (a, b,
g, d, ...) all'interno del reticolo metallico e
cerchiamo di trovarci l'andamento dell'energia potenziale da ione a ione fino ad
arrivare
alla superficie del metallo.
Il procedimento, analogo a quanto visto per due ioni adiacenti (si tiene
conto solo della piccola influenza che sulle curve risultanti danno ioni
vicini), fornisce la curva di figura 3.
Quello che si nota subito è che all'interno del metallo
c'è una ampia regione che è ,con buona approssimazione, equipotenziale a campo
medio nullo (basta osservare che, a parte
la rapida variazione di U nelle immediate vicinanze degli ioni,
dove tende a - oo, le curve risultanti sono molto schiacciate nelle
zone tra ione e ione, fatto questo che sta appunto ad
indicare la lenta variazione di U (r) in queste zone).
Soffermiamoci ancora sulla figura 3; si vede che lo ione
d
è l'ultimo sulla destra della fila di ioni presa in considerazione. Il che, è
ovvio, vuol dire che alla sua destra non vi
sono più ioni. Ebbene questo ultimo ione non può essere
considerato esso stesso la « superficie » del metallo; alla sua
destra c'è infatti una piccola zona a cui compete un certo
valore di energia potenziale di cui bisogna tener conto.
Questa piccola zona alla destra di d sposta la
«superficie» del metallo di poco ed in un modo non perfettamente definito.
Dalla figura si vede che la curva che ci dà U
alla destra di d è molto più « alta » di tutte le
altre.
Se si tiene conto dell'ovvia osservazione che interno del
metallo è circa a sinistra di d ed esterno del
metallo è circa a destra di d, la maggiore «
altezza » della U (r) alla destra di d implica che
nel passaggio dall'interno all'esterno
del metallo (e viceversa) c'è una barriera di energia potenziale.
ELETTRONI
LIBERI ED ELETTRONI LEGATI
Rimane da vedere cosa fanno gli elettroni in questo
campo di energia potenziale. Sempre riferendoci alla figura
3, consideriamo
un elettrone
a cui
compete una energia
corrispondente al livello A di figura. Esso sarà uno degli elettroni dei
livelli energetici più interni dell'atomo e perciò risulterà fortemente
attratto dal nucleo (elettrone legato), avendo a disposizione solo il piccolo
tratto ab per i suoi movimenti. Questo elettrone infatti "colliderà"
alternativamente nei
punti a e b delle barriere di energia potenziale non avendo possibilità di
liberarsi e di entrare in qualunque processo di
conduzione quando si applichi un campo elettrico esterno.
Gli elettroni liberi sono invece quelli a cui compete, ad
esempio, un'energia corrispondente al livello B di figura 3.
Questo elettrone non possiederà solo energia potenziale
ma sarà dotato anche di energia cinetica; esso si muoverà
liberamente all'interno del metallo risentendo solo della piccola azione che gli
altri elettroni liberi hanno su di lui.
Quando questo elettrone raggiunge la superficie del metallo colliderà con la
barriera di energia potenziale nel punto
C e, rimbalzando, tornerà verso l'interno del metallo.
Un elettrone « più libero » ancora è quello a cui compete,
ad esempio, un'energia corrispondente al livello D di figura 3.
Questo elettrone ha complessivamente un'energia superiore a
quella della barriera; esso è pertanto in grado di lasciare, in
qualsiasi momento, il metallo (ad esempio: per effetto termoionico).
MODELLO
SEMPLIFICATO DELL'ENERGIA POTENZIALE
ALL'INTERNO DI UN METALLO
(IL
MODELLO DELL'ELETTRONE LIBERO)
Consideriamo ancora la figura 3 ed in essa la zona di
energia in cui gli elettroni sono liberi. Questa zona può essere schematizzata
come in figura 4 e quindi come in figura 5.

La schematizzazione che abbiamo fatto corrisponde ad
aver ammesso
che il campo agente su di un elettrone, all'interno del metallo, sia
effettivamente uguale a zero, e non solo
in media. Ci interesseremo quindi
degli elettroni liberi (quelli responsabili
dei fenomeni di conduzione) che si trovano, in
base alla nostra ipotesi, in una regione equipotenziale (non
soggetti ad alcuna forza) dove si comportano allo stesso modo di un gas
perfetto; nel far questo trascureremo completamente gli elettroni legati. Questo
punto di vista è, come si può riconoscere, in accordo con l'elettrostatica
classica anche perché non tiene conto della struttura atomica.
Poiché è un fatto sperimentale che a temperatura ambiente non si
osserva emissione di elettroni da un metallo, viene spontaneo ammettere che, a
temperature di questo ordine
(~300° K), un elettrone in riposo all'interno del metallo si
trovi ad una energia potenziale minore di quella che competerebbe ad un
elettrone in riposo al di fuori del metallo. Questo fatto significa che tutti
gli elettroni debbono trovarsi, a
temperature ordinarie, al disotto del « livello di vuoto » (energia di un
elettrone in riposo al di fuori del metallo) di figura
5, dentro la buca di energia potenziale di profondità ES. Ad una
temperatura T = 0°K tutti i livelli energetici fino ad EF sono
pieni (rispettando però il principio di Pauli), tutti quelli più
che si trovano più su sono vuoti.
Alla quantità:
F = ES -
EF
si dà
il nome di potenziale di estrazione di un elettrone da un
metallo (o funzione lavoro).
INSUFFICIENZA
DEL MODELLO
II modello
dell'elettrone libero
mentre spiega bene la
conducibilità elettrica e termica dei metalli, non spiega degli
altri fenomeni, tra cui la differenza tra conduttori ed isolanti
(perché alcune sostanze hanno degli elettroni liberi ed altre
no?) e come mai la forte corrente che può condurre un metallo diminuisce al
crescere della temperatura mentre la debole
corrente condotta da un isolante aumenta con la temperatura.
LA
TEORIA DELLE BANDE NEI SOLIDI
I fenomeni a cui abbiamo accennato alla fine del precedente paragrafo
trovano una brillante spiegazione con l'introduzione della teoria delle bande
(di energia).
Per spiegare, almeno qualitativamente, il contenuto della
teoria, occorre rifarsi per un momento ad un fenomeno ben
noto in fisica: la corda vibrante.
Una corda elastica lunga L, unidimensionale e continua, fissata
con un estremo ad una parete e tenuta in mano all'altra estremità, potrà
vibrare solo a quelle frequenze che soddisfano la seguente condizione: la
lunghezza d'onda l deve essere un sottomultiplo
intero del doppio della lunghezza L della corda (2L = nl,
con n³1
ed intero).
Le frequenze possibili sono quindi discrete (ricordiamo
che n è proporzionale ad
1/l), ad ogni valore intero di n appartiene una frequenza.
La stessa cosa si verifica per un oscillatore del tipo riportato in
figura 6 (a) (massa m collegata ad una molla che è fissata ad una parete);
si hanno cioè frequenze discrete del tipo riportato in figura 6 (b).

Se ora accoppiamo (accoppiamento debole) due oscillatori con frequenze
uguali come in figura 7, si può dimostrare che
se le frequenze possibili per i due oscillatori disaccoppiati (figura 6 (a))
sono quelle riportate in figura 8 (a) e (b), le fre
quenze possibili per i due oscillatori accoppiati (fig. 7) sono date dalla
figura 8 (c). [Per tutti i conti relativi a questa parte
vedi: Carlo e Silvia Bernardini, Fisica degli atomi e dei nuclei,
Zanichelli, 1965]. Quello che succede è che ogni frequenza degli oscillatori
isolati si scinde in due frequenze distinte.
Se abbiamo tre oscillatori disaccoppiati che oscillano con
frequenze uguali e li accoppiamo otteniamo che ogni singola
frequenza di oscillazione dell'oscillatore isolato si scinde in
tre diverse frequenze (fig. 9).
Ritornando nel campo atomico ed osservando che l'atomo
è un oscillatore, l'estensione è immediata.
Consideriamo due atomi identici a grande distanza l'uno
dall'altro. Supponiamo, per fissare le idee, che questi due atomi abbiano i loro
elettroni disposti sugli orbitali S. I livelli
energetici elettronici per questi atomi saranno come quelli
riportati in fig. 10.
Ora avviciniamoli. Essi quanto più saranno vicini tanto
più interagiranno. In definitiva non si dovranno più considerare i due atomi
(oscillatori) separati ma accoppiati.
Quello che accade è analogo a quanto abbiamo visto nel
caso degli oscillatori ed è riportato in figura 11 in cui è disegnata
l'energia E dei successivi livelli energetici in funzione
della distanza d tra i due atomi.
.
Quando i due atomi sono a grande distanza vi è un livello energetico 1S
singolo e comune (degenere) per i due atomi. Quando i due atomi interagiscono il
livello 1S, comune ai
due atomi, origina due livelli 1S per l'accoppiamento tra i due atomi, ed il
livello 2S per i due atomi separati origina due livelli 2S per l'accoppiamento
tra gli stessi due atomi.
Se portiamo ad interagire tre atomi con livelli energetici
del tipo riportato in fig. 10
otteniamo un grafico E = f(d) [energia dei livelli energetici degli atomi in
funzione della distanza
tra di essi] del tipo riportato in
figura 12.
Se il numero degli atomi che interagiscono diventa N
(circa 1023 per cm3) avremo N livelli
energetici in corrispondenza
di ogni singolo livello energetico che avevamo per ciascun atomo isolato.
Poiché il numero N è enorme, in luogo di
considerare 1023 livelli energetici in corrispondenza di ogni
livello energetico atomico, si può considerare una banda (continua) di energie
permesse agli elettroni in corrispondenza di
ogni singolo livello energetico atomico
Quindi se dobbiamo considerare l'interazione di N atomi
per cm3 (e questo è il caso di un solido) il grafico E=f(d), che
otteniamo, è del tipo riportato in figura 13.
Così per ogni livello energetico atomico avremo N livelli
energetici (che formano una banda) per il solido; e poiché per
ogni livello energetico si possono avere al massimo 2 elettroni,
in ogni banda vi possono essere al massimo 2N elettroni.
Si ha allora banda piena (semipiena) per un solido i cui
atomi hanno un numero pari (dispari) di elettroni liberi.
Poiché stiamo trattando con atomi è importante notare
che non si debbono più considerare livelli energetici elettronici relativi al
singolo atomo ma, per così dire, il singolo atomo
sparisce e si ha a che fare con livelli elettronici che sono di
tutto il cristallo. In ognuno di questi livelli poi, come abbiamo già visto, vi
possono essere al massimo due elettroni e ve ne sono due solo se hanno spin
antiparalleli. Ebbene, conseguentemente con quanto detto ora, questi elettroni
si muoveranno con traiettorie quantizzate attraverso l'intero cristallo.
E' proprio dal riempimento delle bande, costituite dai livelli
elettronici del cristallo, che è possibile trovare una distinzione tra
conduttori ed isolanti.