Un quarto di Roma è in mano alle società ombra panamensi, del Liechtenstein,
lussemburghesi, svizzere. Un altro quarto è di enti pubblici e dello Stato. Un
quarto ancora è di privati grandi e piccoli. Ma
l'ultimo quarto, forse il migliore, è nelle mani del Vaticano. Alla
vigilia della revisione del Concordato del 1929, vale forse la pena
di occuparsene. Soprattutto quando, a proposito del nuovo patto fra
Stato e Chiesa,
si fa un gran parlare di educazione religiosa nelle
scuole, di regimi matrimoniali, ma solo di sfuggita s'è accennato al
futuro fiscale e tributario dell'immenso patrimonio della Santa Sede.
Ufficialmente, il patrimonio immobiliare della Chiesa al di fuori
delle mura vaticane e considerato "extraterritoriale" è contemplato
negli articoli dal 13 al 16 dei Patti Lateranensi. Si tratta delle basiliche di
San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore e San
Paolo (con edifici annessi), del palazzo pontificio di Castelgandolfo,
della villa Barberini sempre a Castelgandolfo, di alcuni edifici sul
colle gianicolense già di proprietà dello Stato, di edifici ex-conventuali
annessi alla basilica dei Santissimi Apostoli e alle chiese di
Sant'Andrea della Valle e di San Carlo ai Catinari, del palazzo della
Dataria, della Cancelleria, di Propaganda Fide a piazza di Spagna,
del Sant'Offizio, dei Convertendi di piazza Scossacavalli, del palazzo del
Vicariato e di un edificio a via della Conciliazione (dove sono
finiti i "Convertendi", che hanno lasciato la vecchia sede della
Chiesa Orientale). Come questi già elencati, godono del privilegio di non
poter essere espropriati «se non previo accordo con la Santa Sede» e
di essere esenti da tributi anche l'università Gregoriana, gli istituti
Biblico, Orientale, Archeologico, Seminario Russo, Collegio Lombardo, i due
palazzi di Sant'Apollinare e la casa per gli Esercizi per
il Clero di San Giovanni e Paolo.
Oltre a questi
immobili "privilegiati", il Concordato prevedeva
speciali esenzioni fiscali e tributarie per le proprietà della Santa Sede e
degli «enti ecclesiastici o religiosi». Il tutto fu condito da una sanatoria
degli strascichi della "questione romana" che costò allo Stato 750
milioni del 1929. A quasi cinquant'anni di distanza le cose sono rimaste
immutate. Un quarto della città è ancora saldamente in
mano ad aspirantati, titoli cardinalizi, parrocchie, caritas, apostolica
santa sede, provincie, commissariati, segretariati, conventi, istituti,
monasteri, congregazioni, collegi e collegiate, case sante, generalizie,
provinciali, religiose e di procura, oratori, seminari, studentati,
basiliche e
arcibasiliche, compagnie, società, opus, domus, pie società, pie case, atenei,
università, istituti e seminari pontifici, pellegrinaggi, curie vescovili,
vescovadi, episcopati, diocesi, arcidiocesi,
asili, capitoli, comitati, conferenze episcopali, curati, comunità, ordini,
chiese, curie generalizie, stabilimenti, sodalizi, apostolati, conservatori,
confraternite e arciconfratemite, postulazioni generali,
procure generali, rettorìe, nunziature e segnature apostoliche, suore
(adoratrici, amanti, ancelle, apostole, ausiliatrici, bigie, bianche,
canonichesse, catechiste, crocifisse, clarisse, dame apostoliche, donne,
diaconesse, insegnanti, infermiere, figlie, mantellate, maestre, mercedarie,
minime, ministre, misericordine, missionarie, monache,
oblate, nobili oblate, ospitaliere, passioniste, piccole apostole, piccole
suore, piccole sorelle, piccole ancelle, piccole figlie, piccole discepole,
piccole serve, operaie, povere, predilette, rosarie, riparatrici, sacramentine,
serve, stigmatine, terziarie, trinitarie, visitatrici, signorine operaie e
vocazioniste), frati (che in tutti gli ordini religiosi
compaiono come: padri, sacerdoti, servi, missionari, terziari, fratelli, figli,
legionari, abati, arcipreti, minimi, scalzi, bigi, regolari, chierici, diaconi,
reverendi, priori, minori, canonici, ospitalieri, regolari,
trinitari, riformati). Insomma, i soli ordini femminili che compaiono
come proprietari di immobili nella città di Roma sono 325. I maschili sono un
po' di meno: 87.
La Santa Sede ha, in
Roma, delle zone preferenziali. Il centro storico in mano al Vaticano va da
Campo de' Fiori fino al Tevere di
fronte al Castel Sant'Angelo, passando per piazza Navona e adiacenze. Passato il
fiume, le proprietà ecclesiastiche si ramificano: da
una parte vanno a lambire la città del Vaticano, su fino al colle del
Gianicolo e giù verso il quartiere di Trastevere, per risalire poi verso
la via Aurelia dove, attorno ai più antichi collegi e alle case generalizie,
sono stati acquistati o ricevuti in donazione rustici e terreni.
Dall'altra entrano di prepotenza nel quartiere Prati, quel quartiere
che fu costruito dai "piemontesi" dopo la presa di Roma con un
orientamento tale che da nessuna strada si potesse vedere la cupola
di San Pietro. Le grandi enclavi di Santa Maria Maggiore e di San
Giovanni hanno calamitato le altre grandi proprietà immobiliari della Chiesa.
Tutta la zona che parte dal fondo di via Nazionale e si
estende verso il Colosseo è patrimonio della Santa Sede. Stesso discorso vale
per il cuore del centro storico e commerciale: vaste proprietà immobiliari
della Santa Sede punteggiano via Condotti, piazza della Pigna, San Sebastianello,
piazza di Spagna, via Sant'Andrea
delle Fratte. Le terrazze dei frati maroniti dominano poi il colle Fagutale e
tutta l'oasi di verde che dalla chiesa di San Pietro in Vincoli
scende verso il Colosseo. Dove finisce il quartiere della stazione
centrale, comincia un'altra grossa fetta di proprietà della Chiesa: da
via Merulana a via Manzoni, da piazza Dante a via Emanuele Filiberto, da Santa
Croce in Gerusalemme fino alla piazza di San Giovanni in Laterano. Proprietà
sparse si trovano ancora lungo le strade
consolari verso le periferie e, qua e là, nel cuore dell'ex-quartiere
della Roma-bene, i Paridi.
Dare un valore commerciale a questo impero è impossibile. Ci si
può trovare indifferentemente di fronte a ettari di terreno edificabile o
al palazzetto storico pronto alla ristrutturazione. Si inciampa in
collegi o conventi, abitati ora da
pochi religiosi, che potrebbero (ed
è stato già fatto) essere trasformati agevolmente in residence di lusso, in
alberghi, in centri commerciali. Il valore attuale di queste proprietà
immobiliari dovrebbe essere moltiplicato per mille, diecimila
volte. Il tutto, come si può leggere nelle norme capestro del vecchio
Concordato, esentasse.
Da
qualche anno a questa parte però la Santa Sede ha rimesso in
movimento questo patrimonio. Lo ha fatto abbastanza in sordina,
senza clamori e senza pubblicità. Il fenomeno è spiegabile. Non solo la Chiesa
sa da tempo che il particolare e favorevole regime fiscale regalatele dal
vecchio Concordato ha le settimane contate, ma soprattutto sta cercando di
modificare le strutture delle sue proprietà: i
grandi e piccoli palazzi, scarsamente sfruttati dalle sue comunità religiose o
da pii istituti, stanno diventando società anonime, società a
responsabilità limitata, alberghi, imprese commerciali, residence. In
questa operazione di ringiovanimento, la Chiesa è favorita. Quando
non rivende in pratica a se stessa attraverso società di cui è azionista
di maggioranza, si trova di fronte un ansioso ventaglio di partner:
banche, assicurazioni, società immobiliari, società di comodo. La
spiegazione è semplice: per reperire oggi nel centro della città palazzi di
una certa dimensione e in mano a un unico proprietario non c'è
che da rivolgersi oltre il portone di bronzo. La Santa Sede non fa certo cattivi
affari, trova decine di miliardi pronta cassa, forniti volentieri dalle banche
in cerca di investimenti sicurissimi, con cui liberarsi, per esempio, di un
vecchio collegio o di un convento fatiscente che non produce alcun reddito. O
vende, e reinveste in immobili
moderni o terreni un po' fuori dalla città, attendendo l'espansione
naturale urbana. Oppure, negli altri casi, attraverso le banche a essa
legate ottiene i mutui necessari per chiudere la vecchia casa generalizia,
rifarla da capo a piedi e farne un grande albergo.
Questo immenso patrimonio s'è accumulato attraverso un processo secolare di
sedimentazione e, più recentemente, con l'afflusso di
lasciti e donazioni da parte di cittadini italiani, autorizzati una volta
dal re, ora dal presidente della Repubblica. Spesso la Santa Sede non
tiene in gran conto le condizioni cui sono sottoposte le donazioni.
Una volta che il bene è nelle sue mani ne dispone a piacimento. Spesso
l'orfanotrofio o l'asilo voluto dal pio defunto autore della donazione viene,
dopo pochi anni, trasferito altrove o semplicemente lasciato andare in malora.
Ci sono casi in cui (per esempio due palazzi di via Sant'Andrea
delle Fratte donati alla veneranda confraternita del Santissimo rosario di
Besazio, diocesi di Lugano, con «l'onere di una messa quotidiana nella cappella
del Santissimo rosario a Besazio, un anniversario, due doti per nubendo o
monacande di scudi romani trenta con vesti bianche per scudi romani cinque»),
l'acquirente (sempre nel caso
in esame si tratta della "Milena immobiliare sri" che ha comprato nel
'74 i due stabili per soli 160 milioni, praticamente un regalo) oltre alle case
s'è preso anche l'onere di far celebrare le messe in Svizzera e
di trovare le vesti bianche per le monacande, conteggiando anche il
valore attuale dello "scudo romano". Probabilmente la
"Milena", a
sua volta, dopo aver ristrutturato i palazzi, venderà, insieme agli
appartamenti, anche quote di messe e di vesti bianche.
La gestione del patrimonio della Santa Sede gode di una rendita di
posizione rispetto a quello dello Stato italiano. Non è sottoposto a
controlli, non ha bisogno di autorizzazioni. Il papa ha nominato con
un chirografo del 13 maggio del '69 il cardinale Jean Villot, attuale
segretario di Stato, presidente del patrimonio della Sede Apostolica.
Villot, a sua volta, rilascia una procura negoziale a un monsignore di
sua fiducia. Segue una specie di catena di firme autenticate: quella
del "notare attuario delegato", della segreteria di Stato pontificia,
della nunziatura apostolica, per finire alla Farnesina sul tavolo del
ministro degli Esteri [il quale] formalizza il tutto, senza entrare nel
merito.
Tra i moltissimi, abbiamo scelto i casi più clamorosi che dimostrano ciò che
abbiamo detto più sopra a proposito dei recenti movimenti che interessano il
patrimonio immobiliare romano della Santa
Sede. Il 4 dicembre del 1970, la Santa Sede vende alla Banca d'Italia il palazzo
Antonelli di via Quattro Novembre (a cento metri dal
Quirinale e dirimpetto alla sede principale della stessa Banca d'Italia) per un
miliardo e mezzo. Questo fabbricato era arrivato alla Santa Sede per un
"legato della contessa Maria Emma Garcia della Palmira vedova Antonelli"
nel 1932. Lo stabile era già occupato dalla
Banca d'Italia che pagava 44 milioni l'anno alla Santa Sede per affitto. Tutto
l'isolato è alto sei piani, 1.350 metri quadrati di superficie. Questa
operazione non è costata una lira di tasse né alla Banca
d'Italia né tantomeno alla Santa Sede. In precedenza la Banca d'Italia s'era già
affacciata in zona acquistando un palazzo di sette piani
con ingresso su via Parma e via della Consulta (i lavori di restauro
sono iniziati da poco). La compravendita avvenne per soli 240 milioni: l'altro
contraente era la "Immobiliare Paco spa" che due anni
prima aveva acquistato lo stesso stabile per 200 milioni dalla Congregazione
delle suore scolastiche del Terz'Ordine di San Francesco
d'Assisi di Cristo Re. A loro volta, le suore lo avevano avuto in donazione nel
1957 dalla Casa generalizia dell'Ordine dei frati minori
francescani. Questi frati detengono un record: sono stati gli unici
colpiti da un sequestro per lavori abusivi in un enorme stabile di loro proprietà
in piazza della Pigna 24, in pieno centro storico.
Ristrutturazione
L'esempio era già stato dato dalla
Banca Nazionale del Lavoro il
14 luglio del 1962, quando dal Pontificio Collegio Beda, per 355 milioni comperò
un fantastico palazzo di sette piani all'angolo fra via
del Basilico e via San Nicola da Tolentino, proprio di quinta a via Veneto. La
banca fu fortunata: il palazzone aveva già ottenuto una licenza di restauro che
gli stessi religiosi avevano già iniziato a compiere. Ancor oggi c'è una parte
degli uffici della sede centrale della
banca (che, a mano a mano, si impossessò di tutto l'isolato all'intorno). C'è
però anche un'inchiesta penale che si trascina: i lavori superarono i limiti
concessi dalla licenza e il Comune ha chiesto (ma
non ha ancora ottenuto) un risarcimento di alcuni miliardi.
Un altro affare con la Santa Sede lo ha fatto il Banco di Roma che,
il 25 giugno del '71, ha comprato per 550 milioni un grande palazzo
di sei piani a via dell'Umiltà (cento metri da piazza Venezia e adiacente alla
sede centrale del Banco). Gli inquilini sono stati in parte
sfrattati, in parte allontanati con una buonuscita. I lavori di ristrutturazione
sono cominciati proprio in questi giorni. Anche questo mezzo miliardo abbondante
è entrato nelle casse del Vaticano assolutamente indenne.
Il 28 gennaio di
quest'anno un'altra banca, il Credito Artigiano di
Milano, ha acquistato dalla Santa Sede (che questa volta è comparsa
dietro il nome di "Luoghi Pii dei catecumeni e neofiti di Roma", ente
presieduto dal vicario di Roma, Ugo Poletti) un grazioso palazzetto in via in
Selci 88 (a cento metri dal Colosseo) per 500 milioni. Ne
farà la sua sede, nonostante i divieti del piano regolatore. Particolare
curioso: i due ettari di terreno adiacenti e una parte dello stesso
fabbricato sono andati invece, lo stesso giorno, a una società di Milano, la
"Nibbio spa", per altri 650 milioni. È una società collegata al
Credito Artigiano. Anche qui sono cominciati i lavori di restauro la
cui licenza era stata concessa fin dal 1975, cioè prima della stessa
vendita. Cosa diavolo ne faranno di quel terreno?
E invece la
"Intereuropea Assicurazioni" che per un miliardo si assicura,
nell'ottobre del '73, palazzo Alberini (un piccolo capolavoro
di Giulio Romano, allievo di Raffaello) in via Banco Santo Spirito,
di fronte al Castel Sant'Angelo, e un vecchio fabbricato adiacente in
vicolo San Gelso. Palazzo Alberini era l'antica dimora del "Pontificio
collegio portoghese". I lavori di restauro sono stati però sospesi e
il palazzo sequestrato per ordine del pretore Adalberto Albamente per
"abusi edilizi". La "Intereuropea" (di cui uno dei
consiglieri è
l'ex-ministro socialdemocratico Giuseppe Lupis) aveva addirittura
chiesto l'applicazione della legge Tupini e la demolizione del fabbricato
considerato un gioiello architettonico. A onor del vero la Santa
Sede s'era opposta a tanto scempio.
In cerca non di una
sede ma di buoni investimenti, ecco che l'Italcasse si affaccia in Vaticano e,
attraverso la Socogen, mette le mani
sull'ex-Collegio Intemazionale dei Cappuccini compresa la chiesa
di San Lorenzo da Brindisi. Un immenso quadrilatero delimitato da
via Boncompagni, via Puglia, via Sicilia e via Romagna (siamo alle
spalle di via Veneto). I Cappuccini l'avevano venduto alla Socogen
di Milano il 29 aprile del '70 per 5 miliardi e 700 milioni. Dopo i lavori il
collegio è scomparso e della chiesa resta solo l'involucro. Qui
verrà un super residence con piscina, alloggi, biblioteche, sale riunioni.
Sull'area dell'ex-collegio è in via di ultimazione un monumento di uffici,
abitazioni, studi professionali e negozi. Negli scantinati si possono ancora
vedere i resti delle antiche mura romane inglobate nel calcestruzzo. Per capire
di chi è la Socogen basta ricordare che il presidente è un tale cavaliere del
lavoro Alessandro
Alexandri, presidente anche dell'asilo Santa Rita e console onorario
di Malta, Questo ben di dio è stato comperato dall'Italcasse il 5 aprile del
'73 per la bellezza di 24 miliardi. A rappresentare, l'Italcasse
nell'affare c'è andato Giuseppe Arcaini in persona.
Un altro residence
(superlusso, due milioni al metro quadrato è il
suo prezzo di vendita, la Socogen questa volta si limita a compiere i
lavori di restauro), è spuntato nella famosissima ed esclusiva via dell'Orso
della Roma dei Borgia. È un palazzo rinascimentale donato
nel 1945 alle suore Orsoline di Somasca per venire «in aiuto alle
opere di religione e beneficenza». Il 28 febbraio del '73 le suore si liberano
del palazzo per poco meno di 400 milioni. È la "Senofonte
srl", controllata però dalla fantomatica "Satafinco Trust et
placement reg." di Vaduz 2, la nuova proprietaria. Amministratore della
"Senofonte" è l'avvocato Tommaso Addario, condirettore generale
dell'Italcasse e braccio destro di Giuseppe Arcaini. Tommaso Addano,
dimissionario dopo l'operazione, ricompare nel maggio di quest'anno e con 840
milioni in contanti diventa il legittimo proprietario
degli otto migliori appartamenti del complesso. Forse l'affare è stato meno
buono del previsto: dopo l'intervento del collettivo extraparlamentare di Tor di
Nona ("L'asino che vola", autore degli ormai
famosi murales) il residence di via dell'Orso è stato messo sotto sequestro per
lavori «eseguiti in difformità delle licenze» (i dodici appartamenti previsti
erano diventati ventiquattro).
L' 11 dicembre del
'74, la Santa Sede vende sei ettari e mezzo, più una villa detta "I tre
colli", che ospitava la sede della "Loyola University", in via
della Camilluccia 180 (è la via delle ville più chic
nella zona nord di Roma), alla "Minerva spa" di Roma per un miliardo
e mezzo. La "Minerva", al momento dell'operazione era controllata da
due fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro e della
Banque Nationale de Paris. Ora su quei sei ettari c'è il residence "Tre
colli". Amministratore unico è il dottor Claudio Reichlin di Milano,
segretario del consiglio d'amministrazione della Ras, dell'Assicuratrice
Italiana, del Lloyd Siciliano. Come una ciliegia sulla torta, le
stesse due banche hanno comperato il 30 giugno del '75, attraverso
la "Fioranna srl", per 290 milioni, anche un terreno confinante di
poco più di un ettaro. Anche questi due miliardi sono finiti nelle casse
del Vaticano, senza colpo ferire.
Il residence più
esclusivo di Roma si chiama "Residence Aldrovandi". Si affaccia sullo
zoo di Roma ed è nel cuore dell'angolo più
sofisticato del quartiere Paridi. Fino a qualche anno fa era il liceo
Cabrini delle suore missionarie del Sacro cuore di Gesù. Lo vendettero, o
meglio lo regalarono, alla Immobiliare Aldrovandi spa di Napoli per 250 milioni,
una sciocchezza per 2.500 metri quadri di terreno, compreso l'edificio del
vecchio collegio. L'Immobiliare Aldrovandi ha anche acquisito la prelazione sul
resto della proprietà
delle monache che, dietro il residence, confina con le tre strade più
eleganti della città. Le pie missionarie hanno reinvestito il capitale e,
aggiungendoci altri 80 milioni, si sono trasferite in un villino di via
Cortina d'Ampezzo 269, altra zona residenziale che corre parallela
alla via Camilluccia e di cui abbiamo già parlato.
In cima a via Veneto
è scomparsa un'altra scuola, l'Assunzione,
collegio per le ragazze della buona borghesia prebellica. Per un po'
l'edificio ha ospitato il Collegio pontificio francese. Ora ci si può
specchiare nel ferro e vetrocemento del lussuoso Jolly Hotel. L'Italjolly comperò
tutto il blocco nel 1967 per un miliardo e 145 milioni. Doveva costruire un
albergo, ma non di lusso. Naturalmente, il
vincolo è stato disatteso.
Donazioni
Le suore d'Egitto di
via Cicerone (cioè le francescane missionarie
del cuore immacolato di Maria), il 28 maggio del '71 abbandonarono un'altra
scuola, a due passi da piazza Cavour, al suo destino. La
"Residence Cicerone spa" acquistò il caseggiato e il terreno delle
suore per un miliardo e 100 milioni. Demolì il tutto e ricostruì un albergo di
prima categoria. Per 4 miliardi e mezzo l'albergo (undici
piani per 2.500 metri quadrati), passò alla "Genghini spa". In realtà
rivendette a se stessa, poiché la Residence Cicerone era fin dall'inizio
controllata da Mario Genghini, presidente dell'Immobiliare, attraverso la società
di comodo "Socan Holding" del Lussemburgo.
Un classico rigiro di coperture fiscali.
Un
altro convento s'è trasformato in albergo dopo un passaggio
intermedio fra enti ecclesiastici. Di proprietà della Curia generalizia
dell'Istituto della Sacra Famiglia di Nazareth, il convento di via Machiavelli
22 (siamo accanto a Santa Maria Maggiore) fu "donato" alla Procura
generale dell'Istituto dello Spirito Santo. Il valore della
donazione (cento milioni) raddoppiò il mese successivo quando l'istituto lo
rivendette alla "Machiavelli srl" il cui amministratore era
Francesco Fina. La questura concesse all'albergo la licenza di esercizio
limitatamente all'Anno Santo. Curioso, l'albergo fu inaugurato senza nemmeno le
regolari licenze di costruzione.
La Casa generalizia della Congregazione delle suore di Nostra Signora
della Carità del Buon Pastore, 1'8 novembre del '72 vendette
per 400 milioni un terreno di due ettari all'inizio della via Aurelia,
già munito di licenza, alla "Aurelia Palace spa", che aveva come
azionista di maggioranza la "Primalux Holding", società anonima
del Lussemburgo. Da due anni però ha cambiato nome: si chiama
"Midas Hotel" spa, presieduta da Aldo De Luca. Abche la "Midas"
è
controllata da una società lussemburghese che, guarda caso, si chiama anch'essa
"Midas". Tutto ciò per ammirare, da due anni, un albergo enorme, il
più vicino in linea d'aria all'aeroporto di Fiumicino.
Una donazione alla Procura generale dell'Istituto dello Spirito
Santo (un terreno di due ettari e mezzo in via Aurelia Antica 162) è
finita per 915 milioni nel corso del '73 all'"Immobiliare Consea spa"
con sede a Roma in via Lovanio 2. A quest'indirizzo troviamo un
ospite illustre: le "Condotte d'acqua", società in parte controllata
dall'Iri, azionista della "Consea", insieme all'olandese "Four
Seasons Hotels Administration". Ora su quel terreno c'è un cantiere.
Doveva esserci già un albergo, ma tutto è ancora sotto sequestro.
Un esempio della sorte riservata alle donazioni è dato da un terreno di
101 ettari piovuto dal cielo nel 1969 alle Opere di Religione.
Il terreno, che corre accanto al raccordo anulare vicino alla località
chiamata "Magliana", fu venduto, appena due anni dopo, dalle stesse
"Opere" alla società "Alitalia" per 2 miliardi 119.981.500
lire.
Che fossero stati, invece, tre milioni e mezzo di dollari?
Buoni affari con la Santa Sede li ha combinati anche il costruttore
Alvaro Marchini il quale, il 2 ottobre del '65, ha acquistato dalla
"Provincia Italiana della Congregazione dei Servi della Carità"
(Opera don Guanella di Como), due palazzi a un passo dal Colosseo,
uno in via Celimontana 16 e l'altro in via dei Santi Quattro Coronati,
attraverso la sua società "Pomar Immobiliare spa". Il prezzo fu
incredibile: 50 milioni per tutt'e due.
Gli "Ibemesi" (che sono poi i frati minori irlandesi) il 31
ottobre
del '68 vendettero, invece, il solo diritto di superficie del sottosuolo
del giardino del convento di Sant'Isidoro, tra via Crispi, via Ludovisi, via
degli Artisti (siamo a un passo da via Veneto), alla "Edilcrispi
spa". Adesso, sotto il giardino, c'è un parcheggio sotterraneo di
quattro piani per una superficie utile di 17.700 metri quadri. Il presidente
della "Edilcrispi" è Pellegrino De Strobel che risulta, fra l'altro,
vicepresidente della "Vianini" 3 il cui capitale, quotato in borsa,
è controllato per il quaranta per cento dall'Istituto per le Opere di
Religione", la grande finanziaria vaticana. Solo che, di questo quaranta
per cento, una parte è di proprietà della "Immobiliare Tirrena
spa", nata nel 1928. Ha un capitale di 2 miliardi e settecento milioni.
Il novanta per cento è sempre delle "Opere di Religione". Il resto è
della fantomatica "Etablissement Herold" di Vaduz. La
"Tirrena"
denuncia nell'ultimo bilancio proprietà di terreni per 9 miliardi e 100
milioni, fabbricati per 5 miliardi
e 600 milioni. La "Vianini", naturalmente, è socia di maggioranza
della "Edilcrispi": il socio di minoranza è, altra sorpresa, la
"Ambrolat Anstalt" di Vaduz, amministrata dal console svizzero a Vaduz.
Ai frati ibemesi andrà, in canoni
trimestrali, un miliardo e 600 milioni.
Dalla parte opposta di via Ludovisi, attraversato l'incrocio con via
Veneto, ritroviamo la Socogen che acquista dalla Curia generalizia
dell'istituto delle suore del Santo Bambino di Roma, il 15 dicembre
del 1972, un palazzo di cinque piani (più un altro corpo secondario
con giardino) in via Boncompagni 8. La Socogen sborsa 700 milioni e sei mesi
dopo rivende il tutto alla "Immobiliare Rattazzi spa" di
Milano per 2 miliardi e 650 milioni. I lavori di ristrutturazione del
vecchio stabile sono in corso. Cosa ne uscirà è ancora un mistero.
Il 15 febbraio del 1972 sparisce la "Congregazione dei frati della
Carità" detta anche "dei frati bigi". Tutti i beni dei frati
rientrano nelle capaci braccia della Santa Sede. Tutto l'ex-convento dei
"bigi" tra
via Emanuele Filiberto, viale Manzoni, via Tasso (siamo esattamente a metà
strada fra il Colosseo e San Giovanni), viene venduto il 2
maggio del '75 alla "Edif Immobiliare sri" di Roma, per 1 miliardo e
50 milioni. La "Edif sta trasformando tutto in uffici. Peccato però
che la "Edif esiste solo sulla carta: è una società ombra controllata
per il novantanove per cento dalla "Costruzione Franconetti Sas", il
cui socio accomandante è al novanta per cento la "Modem Building
Corporation" di Panama.
Ha cambiato bandiera anche un enorme quadrilatero tra via Lanza, largo
Visconti Venosta, via Cavour e via Sforza. Era dell'Istituto
delle figlie del Sacro Cuore di Gesù, che il 21 dicembre del '73 lo
vendettero, diviso in tre lotti, ad altrettante società collegate: la
"Iniziativa Immobiliare romana spa", la "Iniziativa Immobiliare
Cavour
spa" e la "Fondiaria Giovanni Lanza spa". Le tre società
appartengono per il novantotto per cento alla Banca di Credito e Commercio
di Lugano. Le suore intascarono 1 miliardo e 400 milioni. I lavori di
trasformazione della vecchia scuola sono ancora in corso. Sono imponenti, c'è
dietro un mutuo dell'Iccrea di 4 miliardi, acceso nel
maggio di quest'anno.
Presa dall'ansia di reinvestire il suo patrimonio, la Santa Sede in
periodi successivi si disfa persino dell'intero complesso di via della
Dataria (fra il Quirinale e Fontana di Trevi) che, per una parte, era
riconosciuto dai Patti Lateranensi come extraterritoriale. Il 24 ottobre
del '72 la "Edilappia '77 srl" se ne aggiudica una fetta per soli 200
milioni. L'"Edilappia" dei tre fratelli Tonelli (un ingegnere, un
architetto, un avvocato) ha trasformato tutto in studi e appartamenti.
Le vendite sono già iniziate. Due mesi più tardi, la Santa Sede in pratica
regala una seconda fetta della Dataria alla società "I Muschi",
costituita a bella posta. Con soli 17 milioni, la piccola società si assicura
uno degli angoli più caratteristici di Roma: piazza Scanderbeg. Lì vivono
ancora gli antichi inquilini, ma "I Muschi" non hanno
fretta, considerando anche l'insignificante immobilizzo di capitale.
La terza fetta della Dataria parte il 29 ottobre del '73. È una fetta
piuttosto grossa che occupa l'angolo della via omonima con via San
Vincenzo che scende verso Fontana di Trevi. Anche questo è un regalo piovuto
nelle tasche della "Dataria di Roberto Palea & C. sas"
di Torino per soli 170 milioni. Anche la "Dataria" ha ristrutturato e
ha messo in vendita appartamenti e uffici di lusso.
Solo due mesi dopo l'operazione si completa con la vendita del
pezzo forte. L'acquirente è l'Ansa, l'agenzia nazionale di notizie che
per 650 milioni in contanti e 825 di mutuo entra nel corpo principale
dell'antico palazzo extraterritoriale (3.900 metri quadri per quattro piani).
L'interno, questa volta, non è stato ristrutturato. Per questa transazione,
trattandosi di "immobile situato in Stato estero", è
stata pagata solo la tassa fissa di duemila lire.
Nomi
di comodo
Per soli 280 milioni,
il 26 giugno del '74 la Santa Sede vende un
palazzo di quattro piani con giardino in via di Priscilla 12-14, in faccia al
parco di Villa Ada e attiguo all'ingresso delle catacombe di
Santa Priscilla. Chi compra è la "Delta Tau '74 srl", centomila lire
di
capitale, del conte Piero Spalletti. La "Delta Tau '74" nasce per
questa specifica operazione insieme a due sorelline: la "Tau Delta
'74"
e la "Delta Sigma '74". Per ora, il conte Spalletti si limita a
riscuotere affitti per dieci milioni l'anno.
Le
suore francescane dell'Immacolata concezione di Belle Prairie
abbandonano nel luglio del '70 la sede della congregazione in via
Dandolo (siamo nel centro di Trastevere) angolo via Fabrizi. Alle
suore subentra per 600 milioni la "Villa delle Mimose srl"
(l'amministratore è di nuovo Francesco Fina, già incontrato con la "Machiavelli
srl"). Tra i soci di minoranza si trova la "Cespelminis Holding",
società anonima di Ginevra, 500 milioni di capitale. Il fabbricato è
stato raso al suolo. La licenza era stata concessa per la costruzione di
«civili abitazioni non di lusso». Invece alla fine del '74 si poteva ammirare
un palazzo di nove piani, 27 appartamenti, altrettanti box, sei
ascensori, impianti termici e di condizionamento, una piscina.
Le "Maestre Pie Venerini", ente religioso di "educazione e
istruzione", il 24 luglio del '70 vende per 225 milioni, un prezzo
veramente irrisorio, due fabbricati, uno in via del Teatro Pace, e l'altro in
via del Governo Vecchio 62 (palazzo seicentesco, vincolato dalle
Belle Arti), alla "Restauri Centro Storico" srl. La "Rcs" ha
subito rivenduto il primo palazzo e ha presentato i progetti di trasformazione
del secondo. Come mai le pie maestre hanno praticato un prezzo così
ridicolmente basso? La risposta è agevole. La "Rcs" non è altro
che una diversa etichetta dell'Immobiliare, unica azionista e, com'è
noto, all'epoca controllata interamente dal Vaticano. A proposito di
questa "Restauri Centro Storico" è necessaria una breve parentesi: ci
si era sempre chiesti come mai l'Immobiliare trascurasse il centro
storico della città. Si potevano vedere i cantieri con le tabelle dei
"Beni Stabili", di altre società importanti, ma l'Immobiliare non
figurava mai. Ora il mistero non è più tale: all'interno delle mura Aureliane,
l'Immobiliare preferisce farsi chiamare "Restauri Centro
Storico". Così ha modificato le antiche strutture di via di Grottapinta
41, via di Monterò 15, via Giulia, via dei Cimatori, via in Caterina 83, vicolo
delle Palle. I suoi clienti preferiti restano sempre o enti morali, o opere pie
ed ecclesiastiche.
Infine,
abbiamo pescato, per un caso, alcuni esempi di società ombra gestite
direttamente da enti ecclesiastici e dal Vaticano.
La società agricola immobiliare "Cafaggiolo srl", che
apparteneva fino al maggio del '76 alla comunità dei Cistercensi riformati
(sono i noti Trappisti), è passata alle stesse "fiduciarie" del
residence
"Tre colli" di cui abbiamo parlato più sopra: la "Servizio
Italia" e la
"Saf". La sede, in via San Nicola da Tolentino, dice tutto: è la
stessa
sede della Banca Nazionale del Lavoro. La "Cafaggiolo" possiede
un palazzo in via San Nicola dei Cesarmi 5 (adiacente a piazza Argentina, due
passi da piazza Venezia), un magazzino in via Monteverde 240 (è il deposito
delle cioccolate e del centerbe dei Trappisti?), un terreno in località
"La mamma", mezzo ettaro sulla via Laurentina dove poi hanno eretto la
nuova casa generalizia.
Altre società di questo tipo sono la "Pro Juventute", la
"Pro Infantia", la "Pro Orfanis", la "Pro Castris".
La Pro Juventute srl è nata nel
1950, con sede in via della Conciliazione 10, capitale 900 mila lire,
ed è amministrata da Luigi Mennini, un grosso personaggio del mondo degli
affari vaticani. Appena nata, la "Pro Juventute" si mise in
moto. Comperò dai "Canonici regolari premostratensi" (come a dire
che il Vaticano
vendette a se stesso) un immenso palazzo di cinque
piani vincolato dalle Belle Arti in via Urbana 157, ai piedi di Santa Maria
Maggiore. Prezzo pattuito: 52 milioni e mezzo. Oggi però
questa società risulta debitrice nei confronti della Santa Sede di 63
milioni.
La "Pro Infantia" è nata sempre nel 1950, stesso indirizzo,
stessa
sede, stesso amministratore. Non risulta però aver fatto affari nella
città di Roma.
La "Pro Orfanis" nacque un anno più tardi. Anche questa è
stata
costituita per intraprendere affari immobiliari. Fra i suoi soci ce n'è
uno illustre: le Opere di Religione. Aveva un ettaro di terreno alla Pineta
Sacchetti (siamo sul Monte Mario) che è passato all'Inpdai negli anni '60,
quale nuovo azionista.
L'ultima è la "Opus pro Castris srl", anche questa nata nel
'55,
stessi dati caratteristici, che acquistò subito un villino di 4 piani in
via Monte Nevoso 8, nel quartiere di Montesacro. Lo pagò dieci milioni.
L'amministratrice di questo villino, destinato a «opere di religione», è suor
Maria Giuseppa Cinotti di Campobasso. Tre anni fa fu
deciso di donare il villino alle "suore della Sacra Famiglia di Bordeaux .
Ma ancora le suore non si sono decise. Forse perché in attesa della nuova
legislazione concordataria.
Queste sono vere e proprie mimetizzazioni societarie Qui ci troviamo di
fronte a beni vaticani gestiti però da società che sono di
fatto e di diritto, italiane. Dovrebbero essere sottoposte alle nostre
leggi, al nostro fisco. Ma sono "srl" di comodo con tutti i vantaggi
che ne seguono. Queste cinque le abbiamo trovate per caso tra le
duecentomila società registrate presso il tribunale di Roma quante
altre se ne nascondono?
Ecco l'interessante quadro che presenta la Santa Sede nell'esposizione
dei suoi beni immobiliari, solo prendendo in esame la città di
Roma, anche se è vero che
soprattutto nella capitale questo particolare aspetto delle ricchezze vaticane
s'è, negli anni, concentrato. Le
guarentigie racchiuse negli articoli del Concordato e nella legge di
attuazione del febbraio 1929 garantiscono a questo patrimonio un invidiabile
regime di evasione fiscale legalizzata. E questo sarebbe pure stato ammissibile
quando la Chiesa giustificava il riconoscimento
di questo particolare status giuridico con il fatto che, altrimenti non
avrebbe potuto mantenere comunità religiose, ordini, monasteri e
conventi che, di per sé, non producono alcun reddito e che al contrario, hanno
come "scopo sociale" le beneficenze, le assistenze ai
poveri, agli ammalati. Ma dal momento che la Santa Sede rimette in
movimento questo ingente patrimonio e lo ricicla con transazioni vere o fittizie
a puri scopi speculativi, la pace fiscale accordata al potere regnante dentro le
mura leonine non ha più senso. Le pie suore impegnate in improduttivi servizi
di misericordia meritano forse la tregua fiscale Ma non le pie suore che
smistano impunemente cifre
che, male che vada, sono dell'ordine di miliardi .
[A
questo punto seguono bel 7 pagine del settimanale fitte fitte di tutte le
proprietà terriere ed immobiliari del Vaticano. L'osservatore Romano si scaglia
frontalmente contro Ojetti, ma Melega non si lascia intimidire e continua con
l'inchiesta con un secondo articolo dal titolo:]
I
MERCANTI DI SAN PIETRO
ed
I
CONTI DELLE CASSE VATICANE
Sarà perché è uscita alla vigilia del terzo incontro fra il sindaco [di
Roma] Giulio Carlo Argan e Paolo VI, sarà perché ha scosso un Parlamento poco
attento agli slalom governativi sulle materie fiscali
della nuova carta concordataria, sarà perché i radicali ne hanno fatto
oggetto di interpellanze e mozioni, fatto sta che l'inchiesta sul patrimonio
immobiliare del Vaticano pubblicata dall'Europeo ha provocato una serie di
reazioni interessanti: il comune di Roma ha annunciato di voler censire tutti i
beni vaticani presenti nella capitale; il
Parlamento ha aperto gli occhi sulla "bozza" del nuovo Concordato;
L'Osservatore Romano ha preso la penna e, in due fitte colonne di
piombo sulla prima pagina del numero del 6 gennaio, ha chiarito il
pensiero della curia in merito a quei servizi giornalistici che si permettono di
alzare un timido velo sugli affari ecclesiastici: il nostro
lavoro — secondo il giornale vaticano — era disinformato, falso,
anticulturale, confusionario, irresponsabile, scandalistico, anticlericale,
goffo.
Per evitare una
inutile polemica verbale, andiamo alla sostanza.
Le accuse
dell'Osservatore sono: di aver confuso i beni immobiliari della Santa Sede
garantiti dal Trattato del 1929 come "extraterritoriali" con tutti gli
altri; di aver surrettiziamente detto che il Vaticano ha, in ultima analisi, il
controllo sui beni degli enti ecclesiastici; di aver sostenuto che Vaticano ed
enti religiosi godono di incredibili privilegi fiscali.
Non c'è dubbio che una cosa sono i beni immobiliari che, inseriti
nel Trattato, godono del privilegio della "extraterritorialità", e
una
cosa siano tutti gli altri beni della Santa Sede e degli enti ecclesiastici.
Nell'inchiesta erano tenuti, infatti, accuratamente divisi. Abbiamo persino
"integrato" il testo del Trattato con le estensioni previste
da leggi successive, tanto che aggiungemmo il palazzo dei "convertendi"
di via della Conciliazione (scambio di note tra ambasciate nel
1937), i terreni e i fabbricati allegati alla villa Barberini di Castelgandolfo
(legge del 21 marzo del 1950, numero 178), i terreni della
radio vaticana (circa 541 ettari tra Ponte Galeria e la via Pontina,
un'estensione di terreno veramente spropositata che non giustifica
l'estensione del privilegio della extraterritorialità con la sola scusa
di costruirci i
centri trasmittenti e riceventi della radio vaticana).
Il fatto che abbiamo
parlato dei beni extraterritoriali del Vaticano
ha fatto scrivere all'Osservatore che L'Europeo compie operazioni
anticulturali e che non c'è oggi nessuno «che voglia seriamente riaprire la
questione romana», chiusa nel 1929 con il famoso "indennizzo" d'un
miliardo (in titoli di Stato) e 750 milioni (in lire) e che fu
definito (fatte le debite proporzioni si tratta dell'equivalente di circa
2.000 miliardi odierni - del 1977! n.d.r. -) da Pio XI «limitato allo stretto
necessario».
Per molto tempo alcuni circoli cattolici si chiesero che fine avesse
fatto quella somma, pagata quasi come risarcimento di danni di
guerra. Ma, a parte ciò, quel che asserisce L'Osservatore Romano
sulla questione romana non è del tutto esatto. Il pomeriggio del 2 dicembre
scorso, durante la discussione sul progetto di legge sul nuovo Concordato,
proprio un democristiano, campione della destra cattolica, l'onorevole Giuseppe
Costamagna, piemontese, ha dichiarato: «Io, come cattolico, chiedo la modifica
del Trattato, strappato da
Mussolini con un baratto che ripugna alle coscienze: concedere molto con il
Concordato e poco con il Trattato. Il mondo cattolico italiano, a fronte di
modifiche al Concordato, dovrebbe chiedere la modifica del Trattato per
accordare alla Santa Sede un territorio degno
delle sue esigenze e comunque non inferiore a quello che è riconosciuto a Stati
come il Principato di Monaco e la Repubblica di San
Marino, che hanno certo minori
tradizioni storiche della Santa Sede.
Solo a questo modo si potrebbe
rimediare all'ingiustizia perpetrata
nel 1929». Questa stravagante omelìa dell'onorevole Costamagna fu
seguita, con buona pace dell' Osservatore, da nutriti applausi.
L'operazione "anticulturale" dell'Europeo è proseguita,
secondo
L'Osservatore Romano, quando s'è parlato di "Impero vaticano",
"confondendo" i beni
della Santa Sede come tale e quelli che fanno
capo agli enti ecclesiastici
maggiori e minori. Allora, di chi sono in
realtà questi beni immobili? Se, come sostiene la voce ufficiale del
Vaticano, fossero realmente
distinti, bisognerebbe aprire una lunga
discussione sulla figura della "devoluzione canonica".
Prendiamo, per esempio, i "frati bigi", ovvero la
"congregazione
dei frati della carità". La congregazione è stata sciolta con decreto
della "Sacra Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari" il
15
febbraio del 1972 e i beni sono stati "devoluti" canonicamente alla
Santa Sede. Concretamente, è finito sotto l'ala della Santa Sede un
enorme complesso situato fra via Tasso e viale Manzoni. Con atto
del 2 maggio 1975, la
Santa Sede vendette il tutto alla "Edif", una società immobiliare
controllata da una società fantasma panamense,
per 1 miliardo e 50 milioni. Già un anno prima, però, la "Edif aveva
ottenuto il possesso di fatto dell'immobile. Fu una compravendita veramente
singolare: insieme alla Santa Sede, che "canonicamente" era divenuta
proprietaria del bene, erano presenti anche i resti di
quei "frati bigi", che per il nostro diritto civile erano ancora i
legittimi intestatari del patrimonio della congregazione appena disciolta. A
questo punto ci si chiede come fu spartito il miliardo.
Se fosse vero quello che sostiene oggi L'Osservatore, c'è da ritenere
che il miliardo sia stato poi diviso fra i singoli frati. In realtà, il
miliardo è finito nelle casse vaticane grazie a questa "devoluzione
canonica". Queste "devoluzioni" equivalgono a veri e propri
passaggi di ricchezze fra "enti" che la stessa Santa Sede si affanna a
dichiarare separati fra loro. Ed è sorprendente, a questo punto, che su questi
passaggi di ricchezza non ci siano né controlli né imposte.
Di casi come quello dei "frati bigi" se ne contano a decine. Ma
ci
sono anche altre forme di mascheramento, ancora più elementari.
Per esempio, è sempre la Santa Sede che compare sotto l'etichetta di
"Luoghi pii dei
catecumeni", "Luoghi pii dei catecumeni e neofiti",
"Pio istituto dei catecumeni e neofiti", "Casa pia dei catecumeni
e
neofiti". Quest'ultima, che viene definita «ente avente personalità
giuridica riconosciuta», è presieduta da «sua eminenza cardinale
Ugo Poletti, vicario generale di
sua santità papa Paolo VI». Un anno
fa vendette un enorme complesso di fabbricati e giardini in via in
Selci al "Credito Artigiano" di Milano e alla "Nibbio spa"
per un miliardo e 150 milioni. Dato che il piano regolatore vieta l'insediamento
di uffici in quel punto del centro storico, perché il "Credito
Artigiano" s'è sacrificato, sia pure per una cifra insignificante? La
risposta è agevole: una parte del "Credito" è controllata dal
Vaticano. Già nell'assemblea dei soci del 1971, monsignor Ferdinando
Maggioni, dopo avere ringraziato dirigenti, funzionari e impiegati
per l'opera svolta, assicurava all'istituto di credito «l'assistenza della
divina provvidenza».
La stessa esenzione fiscale che, di fatto, accompagna le
"devoluzioni canoniche" protegge anche i lasciti e le donazioni che
piovono
nelle casse del Vaticano. Il 26 giugno del 1974 la Santa Sede ha venduto per 280
milioni uno stabile di sei piani e 103 vani in via di Priscilla 14 alla
"Delta Tau" srl, una società creata ad hoc. Com'era
giunto lo stabile alla Santa Sede (che qui compare a proposito come
Santa Sede Pontificia opera di assistenza)? Attraverso un "legato" di
suor Maria della Croce, al secolo Valerla Cavalieri, con testamento
segreto del 28 maggio del 1962, depositato il 9 giugno del '63 al consolato
d'Italia a Rio de Janeiro. Dopo la morte di suor Maria, il lascito fu
autorizzato nel 1969 dal presidente Saragat e accettato subito dalla Santa Sede.
Tutto ciò avvenne assolutamente gratis.
Una parte dell'isolato di via della Dataria, quello che fa angolo
con la via San Vincenzo, fu venduto dalla Santa Sede il 30 dicembre
1972 alla "Dataria sas" di Roberto Palea & C., di Torino, per 170
milioni. Un regalo. Alla Santa Sede d'altra parte non era costato nulla
perché le era arrivato dalla pietà della signora Elvira Mannoni fu Tobia,
maritata Francesco Rosi Bernardini, il 29 luglio 1921. Per non
doverci pagare sopra nemmeno l'Invim, che sarebbe entrato in vigore il primo
gennaio 1973, la Santa Sede s'affrettò a liberarsene.
Citiamo altri tre
casi, recentissimi, di lasciti immobiliari gratuiti.
L'8
aprile 1975,una certa Olga Zayo dona alla Santa Sede un complesso immobiliare in
via delle Nespole (quartiere Centocelle). Il 9
luglio '76 la Santa Sede, questa volta sotto l'etichetta di
"Amministrazione patrimonio della Sede Apostolica", accetta una
donazione
da parte dei monsignori Giuseppe e Giovanni De Andrea. Si tratta di
un appartamento al quarto piano, scala A interno 12, via del Mascherino 12. La
donazione è stata autorizzata dalle firme di Leone e Cossiga il 21 febbraio
dell'anno scorso, "udito il Consiglio di Stato".
Poiché sono stati invocati i benefici fiscali previsti dalla legge perché la
donazione è stata fatta a "fini di culto e religione" (oltre all'Invim
non pagato, trattandosi di beni della Santa Sede) e queste
motivazioni sono state accolte a occhi chiusi da Leone nel decreto da
lui firmato, vorremmo essere sicuri che la presidenza della Repubblica o il
ministero degli Interni ci garantissero che in questo appartamento del quarto
piano sia presto aperta una parrocchia o, almeno,
un centro di esercizi spirituali.
Il 6 agosto del 1976, infine, la Santa Sede accetta una cospicua
donazione dai fratelli Letizia, Giuseppina, Domitilla e Luigi Mollari. È
un terreno di venti ettari con fabbricati rurali in località "La
Mandria" sulla via Laurentina, al numero civico 1351. Vengono invocati
gli stessi benefici. A proposito di questa donazione ci sono da registrare due
novità. La prima, che come in innumerevoli altri casi, la
perizia dei beni donati è inattendibile: solo 500 milioni. La seconda,
che il decreto del presidente Leone impone alla Santa Sede di rivendere il tutto
entro 5 anni. Saremmo curiosi di sapere: con quale criterio sarà poi effettuata
questa vendita? Quale sarà l'utile che ne ricaverà alla fine il Vaticano, che
pure ha ricevuto gratis "La Mandria"?
Quali «esercizi di culto, di religione, di istruzione, assistenza, apostolato,
evangelizzazione, misericordia» vi eserciterà mai la Santa
Sede per giustificare in qualche modo le esenzioni fiscali ottenute
accettando la donazione?
Dice ancora L'Osservatore Romano nel suo editoriale che «risulta
positivamente che parecchi istituti religiosi che hanno case a Roma,
amareggiati e afflitti per
difficoltà di ogni genere, sono del parere
che converrebbe loro stabilire la propria sede in altri Paesi». A parte
il tono vagamente intimidatorio del capoverso, esso contiene un'inesattezza:
nessun istituto, per quanto "amareggiato", potrebbe lasciare Roma, a
meno che la Santa Sede non dia la sua autorizzazione. Allo stesso modo,
qualunque istituto voglia compiere un'operazione di
compravendita, non può farlo senza l'autorizzazione che, secondo i
casi, viene concessa dalla Santa Sede attraverso la "Sacra congregatio
clericis", la "Sacra congregatio pro religiosis et institutis
saecularibus", l'"Istituto di Propaganda Fide", o l'intervento
diretto e personale di cardinali.
L'autorizzazione non solo è obbligatoria (e ciò dimostra la nostra
tesi di una stretta connessione, almeno sul piano della gestione patrimoniale,
tra gli enti ecclesiastici e la stessa Santa Sede) ma è anche
costosa: per ottenerla, l'ente, l'istituto, il collegio, la casa pia, devono, in
latino, «implorare umilmente» la Santa Sede attraverso una serie di passaggi
gerarchici, motivare con abbondanza di particolari
l'"implorazione", assicurare che, sotto sotto, non vi saranno «inhonestos
usus», e pagare intorno alle 200 mila lire di tasse varie, di «libellarum
italicarum».
Dunque, non è vero che la Santa Sede ignora gli affari dei suoi enti.
Essa ne è tanto coinvolta che addirittura tiene a mettere in bella
evidenza in calce alle autorizzazioni di ritenersi, «in forza della sua
speciale natura di Ente di diritto pubblico ecclesiastico», non responsabile «né
economicamente, né civilmente» per atti compiuti da
ricorrenti o da terzi. Con questa formuletta, per esempio, la Santa Sede si
sente in diritto di non essere chiamata a rispondere degli abusi
edilizi compiuti in seguito alle spericolate transazioni effettuate dalle sue
congregazioni.
Ad aggravare la
situazione, la Santa Sede, che pure segue fino a un
certo momento tutta l'operazione condotta dall'ente ecclesiastico,
una volta chiusa la partita si disinteressa completamente di controllare se gli
impegni presi dall'ente siano poi stati rispettati. Per esempio, la
"Veneranda confraternita del santissimo rosario di Besazio,
diocesi di Lugano", s'era impegnata a reinvestire il ricavato della
vendita di due palazzi in via
Sant'Andrea delle Fratte (160 milioni)
nella città di Roma. Ma a Roma i
"venerabili di Besazio" non hanno
reinvestito una lira. Che siano finiti in Svizzera?
Altre volte, la Santa Sede (è il caso della vendita di un palazzetto
in vicolo Scanderbeg) si riserva in
caso di eventuali controversie, a
scanso di grane ed equivoci, la competenza del «foro della Città del
Vaticano».
L'Osservatore Romano prende poi spunto dalla destinazione del
ricavato della vendita di un edificio in via dell'Umiltà per dimostrare come il
denaro che affluisce alle casse vaticane venga poi reimpiegato in lodevoli
servizi sociali. Con quel denaro, infatti (550 milioni), è stata finanziata una
parte dei 99 alloggi popolari nella frazione periferica di Acilia. La
precisazione serve a poco. Prima di tutto, nessuno potrà mai dimostrare che
proprio quei 550 milioni furono effettivamente utilizzati a quello scopo
(all'epoca, quest'opera di
misericordia passò sotto silenzio, né la Santa Sede reclamizzò la
vendita al Banco di Roma). In secondo luogo, la cosa non fa che gettare luce su
quello che noi consideriamo uno dei problemi più scottanti che sono a monte del
"riciclaggio" dei beni immobili del Vaticano. Gli antichi inquilini di
via dell'Umiltà furono allontanati con
delle buonuscite. Al loro posto, mentre sono ancora in corso i lavori
di ristrutturazione, andranno probabilmente alcuni uffici dello stesso
Banco di Roma. I vecchi inquilini si sono dunque trasformati, anche
se non proprio fisicamente, in quei pendolari di periferia, simbolo
dell'esodo forzato verso le cinture cittadine più esterne, del progressivo
snaturamento del centro storico, causa ulteriore degli affanni
del comune, gravato dalle spese e dai problemi creati da questo artificiale
sconvolgimento del tessuto urbano.
Invece di ammantarsi dei panni del buon filantropo, perché L'Osservatore
Romano non ha fatto cenno al grande edificio di via della
Dataria, edificio "extraterritoriale", ceduto all'agenzia di
informazioni giornalistiche Ansa? Perché, oltre a non essere edificio
accatastato in quanto "extraterritoriale", la cessione del complesso
alla
Santa Sede non è costata una lira. Innanzitutto, grazie all'articolo 2
del Dpr 29 settembre 1973, numero 601, il reddito dei fabbricati
"extraterritoriali" è esente dall'imposta locale sui redditi (Ilor) e
dall'imposta sul reddito delle persone giuridiche. Inoltre, l'incremento
di valore dei fabbricati di questa natura non è soggetto all'imposta
conosciuta come Invim. Questo, dall'entrata in vigore delle nuove
norme tributarie. Prima, la Santa Sede era esente dall'imposta sui
fabbricati "extraterritoriali" grazie all'articolo 78 del Tu 29
gennaio
1958, numero 645. Oltre a tutto, l'atto di compravendita non è costato all'Ansa
nulla di imposta di registro: è stato tassato a "tassa fissa" di
duemila lire ai «sensi dell'articolo 1, ultimo comma della tariffa, parte
prima, allegata alla legge di registro, di cui al Dpr del 26
ottobre 1972, numero 634, che richiama l'articolo 16 del Trattato»;
come se non bastasse, anche per il «secondo comma dell'articolo 17
della legge istitutiva dell'Iva, perché trattasi di cessione di un bene
effettuata occasionalmente nel territorio dello Stato da soggetto residente
all'estero a soggetto residente nello Stato italiano che ha acquistato e
utilizza il bene nell'esercizio dell'impresa».
A questo punto L'Osservatore Romano potrebbe nuovamente accusarci di
confondere i beni "extraterritoriali" con gli altri. Per questi
"altri" le agevolazioni fiscali sono: l'imposta sul reddito delle
persone giuridiche è ridotta della metà grazie al richiamo che l'articolo 6,
lettera H, del Dpr del 29 settembre 1973, numero 601, fa dell'articolo 29,
lettera H, del Concordato. «In nome della Santissima
Trinità», questo articolo 29 equiparava i «fini di culto e religione» ai
«fini di beneficenza e istruzione». Nei casi in cui intervengano
"donazioni" fra enti ecclesiastici, entrano poi in gioco le esenzioni
dall'Invim, dall'imposta di registro, nonché gli altri benefici fiscali
previsti dal decreto legge 9 aprile 1925, numero 380, e dall'articolo 9
della legge 12 maggio 1949, numero 206. In sostanza, costa solo il
notaio, e la pazienza di attendere il decreto del presidente della Repubblica
che "controlla" il rispetto dei fini «religiosi, di culto, di
apostolato, di evangelizzazione degli infedeli», eccetera.
I fulmini dell'Osservatore, riveduti e corretti dalla segreteria di
Stato, intendevano incenerire L'Europeo già una settimana dopo la
pubblicazione dell'inchiesta. Invece, le "paginate di nomi" pubblicate
non sono state inutili. Tutte le nostre tesi, scaturite dall'esame
dei dati e dei documenti, restano valide. L'impero vaticano è ancora
enorme. Se si pensa che l'inchiesta era limitata alla città di Roma,
non riusciamo nemmeno ad immaginare cosa sia il resto d'Italia. Gli
esempi di ristrutturazione, riciclaggio e rinnovo degli edifici una
volta adibiti a vere opere di religione confermano che il potere temporale della
Chiesa si appoggia e si ramifica grazie alle solite complicità: chi porta alle
casse della Santa Sede i mezzi per rinsaldarne
il potere finanziario sono sempre le banche, le grandi società immobiliari, le
società assicuratrici, il capitale tradizionalmente vicino
agli ambienti della curia. Non ci si può non scandalizzare del fatto
che, nonostante i tempi nuovi, le pressioni e le ansie di rinnovamento che
provengono dallo stesso interno della Chiesa, essa alla fine si
comporti con le ottiche di una multinazionale. Tra l'investimento
misericordioso e quello redditizio, la Chiesa sceglie tuttora il secondo. Per
mantenere e sviluppare questo potere temporale, il Vaticano
non ha dovuto nemmeno aguzzare troppo l'ingegno delle gerarchle.
La strada gli è sempre stata spianata dalle carenze legislative dello
Stato italiano, dalla sudditanza degli istituti di credito a tradizione
cattolica, dalla colpevole arrendevolezza del mondo laico, dalla so-
tanziale inutilità dei formalismi delle procedure di controllo.
[A
questa seconda puntata dell'inchiesta il Vaticano non reagisce. Ci penserà il
piduista Rizzoli a licenziare in tronco il direttore Melega].