http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=158
Risorse energetiche e controllo geopolitico.Il Grande Gioco
nell’Asia centrale
Sergio
Cararo
Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale;
chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica; chi governa la massa
eurasiatica comanda il mondo.
Harold Mackinder (padre della moderna geopolitica)
1. Introduzione
Per cercare di comprendere le cause e gli obiettivi di una
guerra, occorre prendere in esame tutte le ipotesi, gli interessi materiali in
gioco, le forze sociali o economiche che spingono verso un conflitto e
soprattutto verso un esito dello stesso che corrisponda ai propri obiettivi.
L’amministrazione statunitense, ha dichiarato che la
"guerra infinita" durerà mesi se non anni, che un intero sistema
politico, economico, civile ed internazionale dovrà piegarsi alle esigenze di
un conflitto con caratteristiche nuove.
È indubbio che, in questa vicenda, il casus belli -
gli attentati dell’11 settembre al cuore economico e politico degli Stati
Uniti sia stato al di sopra dell’immaginazione [1].
È anche vero che nella storia più recente, gli autori degli
attentati e gli attentati stessi, sono passati in secondo piano rispetto allo
sviluppo degli avvenimenti. Nell’esame della storia, che rapporto di grandezza
è rimasto tra l’attentato di Sarajevo, l’affondamenento del piroscafo
Lusitania e la Prima Guerra Mondiale? O tra l’affondamento della nave
americana Maine e la conquista di Cuba e l’espulsione definitiva della Spagna
dal gruppo delle potenze coloniali? Oppure, per parlare di casus belli, tra
il bombardamento su Pearl Harbour e la parte della Seconda Guerra Mondiale
combattuta in Asia e nel Pacifico?
Della guerra infinita conosciamo solo alcuni dettagli:
l’individuazione e la caccia a Osama Bin Laden ritenuto il responsabile degli
attentati sulle Twin Towers, i bombardamenti e i massacri sull’Afganistan dei
taliban accusato di ospitarlo, il pieno controllo della prima fase della guerra
nelle mani degli Stati Uniti.
Gli obiettivi dichiarati di questa guerra sono la lotta al
terrorismo internazionale e la "dissuasione" per chiunque - siano essi
una organizzazione terroristica o Stati - dal minacciare o attaccare gli
interessi strategici statunitensi nel proprio territorio nazionale o nel resto
del mondo.
È noto che le dottrine elaborate dai vari centri decisionali
del potere degli Stati Uniti, hanno una concezione molto ampia e flessibile dei
propri interessi strategici. In fasi diverse, mutano le linee guida che ispirano
e orientano la politica internazionale statunitense (inclusa quella militare).
In alcune fasi si impongono interessi materiali, scuole di pensiero e chiavi di
lettura, in fasi diverse se ne impongono altre. Il cambiamento della politica
USA verso il Medio Oriente, cioè verso Israele e palestinesi, oppure verso
l’Iraq e l’Arabia saudita, indica la "flessibilità" degli
orientamenti che si impongono di volta in volta.
In questo lavoro, si è cercato di ricostruire i passaggi
delle scelte operate nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti in un’area come
l’Asia centrale che oggi - con l’attacco all’Afganistan - appare al centro
dell’azione politica e militare degli USA. Dalla ricostruzione degli eventi,
emerge un cambiamento di posizione degli Stati Uniti già nella seconda metà
degli anni Novanta.
Con la nuova amministrazione Bush, sembrano aver acquisito
maggiore influenza e potere decisionale i settori ispirati da una chiave di
lettura fortemente geopolitica degli interessi strategici statunitensi.
Consiglieri come Brzezinski, Huntington, Wolfowitz in questa fase paiono avere
maggiore peso decisionale nella formazione degli orientamenti della politica
internazionale statunitense e di una amministrazione fortemente compenetrata con
il business del petrolio e l’economia di guerra.
2. La preparazione geopolitica della guerra infinita
Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene
che chi ha il controllo della zona centrale controlla l’Eurasia e chi
controlla l’Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell’URSS, gli
Stati Uniti hanno sicuramente ipotecato il comando della zona centrale a proprio
favore. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre
passare al comando della massa eurasiatica. "La capacità degli Stati
Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in
cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia,
scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista
in questa regione". [2]
Questa ambizione, esplicitata da Brzezinski, sembra aver ispirato la
"svolta" della amministrazione statunitense nella seconda metà degli
Novanta e soprattutto l’escalation di questi ultimi mesi. L’Afganistan
dunque potrebbe trovarsi - suo malgrado - al posto giusto.
Per comprendere le motivazioni "forti"
dell’attuale intervento militare contro l’Afganistan ed in Asia Centrale,
sarebbe sufficiente aprire una carta geografica che includa tutta l’area
definita eurasiatica. È un’area assai ampia che include paesi con
sistemi, risorse economiche e potenzialità militari assai diverse tra loro. Ma
è soprattutto l’area che a partire dal biennio 1989-91, con la dissoluzione
dell’URSS e del COMECON è stata "aperta" agli interessi ed agli
investimenti americani ed europei.
3. Negli anni Novanta inizia l’assalto all’Eurasia
Dal 1993 l’Unione Europea ha lanciato il Traceca (Corridoio
Caucasico TransEuropeo) entrato in fase attiva tra il 1994 e il 1995. Obiettivo
di questo progetto era quello di bypassare la Russia per i trasporti, gli
oleodotti e gli investimenti più generali tra l’Europa e l’Asia Centrale.
Tale progetto, non investiva solo le ambizioni degli europei
e degli Stati Uniti, ma coinvolgeva anche le ambizioni di altri Stati della
regione come la Turchia (membro della NATO, alleato di ferro degli USA,
candidato ad entrare nell’Unione Europea).
Tra il 1993 e il 1994, a seguito di due incidenti navali,la
Turchia avviava una offensiva a tutto campo tesa a ridurre il traffico di
petroliere nello stretto del Bosforo. Veniva addirittura ventilata l’ipotesi
di annullare il Trattato di Montreaux che "internazionalizza" il
traffico nei Dardanelli e nel Bosforo. Le petroliere incriminate, provenivano
tutte dai terminali petroliferi russi sul Mar Nero.
Nel 1994, un articolo comparso sul quotidiano turco Milliyet,
rendeva nota l’esistenza di un progetto di oleodotto tra Baku (Azerbaijan) e
Ceyhan (Turchia) che avrebbe tagliato defitivamente fuori la Russia dalle nuove
rotte del petrolio dall’Asia centrale.
Nel 1994, con il "contratto del secolo" firmato tra
l’Azerbaijan ed un consorzio di compagnie petrolifere guidato dalla British
Petroleum (AIOC) è iniziata la "corsa" all’oro nero, al gas e ai
mercati dell’Asia Centrale.
Sono state create così le condizioni per la
"svolta" della strategia geopolitica degli Stati Uniti su
quest’area. Parlare di svolta, non è una semplificazione ma è un indicatore
storico, economico e geopolitico capace di spiegare molti avvenimenti della
seconda metà degli anni Novanta.
Fino al 1993, infatti, gli USA puntavano a cooptare la Russia
negli accordi sul Traceca e sulle pipelines. Dopo una fase di discussione,
intorno al 1995 l’approccio dell’amministrazione statunitense cambia
radicalmente sia per quanto riguarda l’Asia Centrale che i Balcani.
Nello stesso anno - il 1995, oltre l’Azerbaijan, anche
Georgia e Uzbekistan, entrano nell’orbita degli interessi americani.
Tale cambiamento di posizione produrrà scelte operative a
partire dal 1996, ossia l’anno in cui i Taleban conquistano Kabul dopo una
"marcia trionfale" partita dal Pakistan e iniziata proprio nel 1995.
La dissoluzione dell’URSS e la frantumazione delle sue
repubbliche, hanno consentito agli Stati Uniti di intervenire con efficacia in
quest’area sia sul piano bilaterale sia sul piano multilaterale (es:
includendo alcuni di questi paesi nella "parnership for peace" con la
NATO).
I paesi europei ex Comecon (Polonia, Repubblica Ceca,
Ungheria etc.) sono già stati integrati nella NATO e nella penetrazione degli
IDE grazie alle privatizzazioni, alle facilitazioni per gli investimenti esteri,
al cambiamento delle leggi sulla proprietà imposti dal FMI e dagli istituti
finanziari internazionali. Ma nelle repubbliche asiatiche della ex URSS e nei
Balcani le cose ancora non erano a questo punto.
4. La "normalizzazione" della regione Balcanica
Nel 1999 è stata "sistemata" la regione balcanica.
Sono stati necessari due interventi militari della NATO (uno, cronologicamente
indicativo, nel ’95 in Bosnia ed uno più pesante nel ’99 in Kossovo e
Federazione Jugoslava) per definire degli assetti soddisfacenti per gli
interessi americani e più vulnerabili per i "partner europei".
Attualmente nei Balcani, gli USA possono contare su alcuni
risultati sicuri: hanno costruito una grande base militare in Kossovo (Camp
Bondsteel); hanno neutralizzato il Corridoio strategico nr.10 sul quale
convergevano gli interessi di Russia, Serbia, Grecia ed anche Germania; hanno
dato il via al versante più occidentale del Corridoio strategico nr.8 sul quale
convergono invece gli interessi americani e inglesi; possono contare
sull’alleanza di tre paesi funzionali al Corridoio: Albania/Kossovo, Bulgaria
ed una parte della riottosa Macedonia. L’attuale convergenza con i movimenti
nazionalistici pan-albanesi, consente inoltre di controllare tutti gli snodi
strategici dell’area in Kossovo, Albania e Macedonia. [3]
La situazione è talmente consolidata, che il Dipartimento di
Stato USA sta valutando l’ipotesi di ritirare una parte dei contingenti
operativi in Kossovo, Macedonia e Bosnia, di lasciare solo gli uomini incaricati
della piena operatività della base di Camp Bondesteel e di affidare il compito
di polizia militare e di controllo al contingente militare italiano destinato a
diventare il più numeroso nei Balcani.
5. I rapporti di forza nella regione eurasiatica
La situazione nel versante orientale della regione
euroasiatica (Asia Centrale), presenta maggiori problemi per l’egemonia e il
controllo da parte degli Stati Uniti. In questa regione convergono infatti gli
interessi strategici della Russia e in qualche modo quelli della Cina. Vi sono
poi potenze regionali ostili come l’Iran e potenze alleate come la Turchia in
espansione nell’area turcofona ma con crescenti contraddizioni e spinte
dissonanti all’interno. Alla sua periferia più prossima vi sono due potenze
nucleari regionali come il Pakistan e l’India (quest’ultima dispone però di
un potenziale umano enorme).
In mezzo, ma proprio in mezzo, vi è una terra di nessuno
(una no man’s land) chiamata Afganistan.
Quando l’URSS occupò l’Afganistan nel dicembre 1979, vi
furono reazioni diverse. I palestinesi esultarono perché la videro come un
ritorno dell’URSS ad occuparsi dell’area più prossima al Medio Oriente ed
un possibile punto di resistenza dopo il goodbye di Brzezinski all’OLP.
Per gli Stati Uniti - anche a seguito della caduta del regime
dello sciah in Iran - ebbe lo stesso effetto, fatte le dovute proporzioni, degli
attentati alle Twin Towers. Scattò dunque l’escalation della seconda guerra
fredda che portò all’installazione dei missili in Europa, alla costituzione
della Rapid Deployment Force (Forza di Intervento Rapido) con base nell’isola
di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, al confronto globale Est-Ovest in tutte
le aree e all’organizzazione economica, militare e politica delle forze che si
opponevano alla presenza sovietica in Afganistan (tra questi anche Osama Bin
Laden).
Le mappe a disposizione dimostrano alcune cose.
1. Gli Stati Uniti sono ancora assenti dall’Eurasia sul
piano di strutture di controllo permanenti (basi militari, corridoi aerei
riservati, accordi bilaterali o organismi multilaterali in cui operare come primus
inter pares.
2. In quest’area possono manifestarsi ambizioni di
potenze rivali all’egemonia statunitense (Cina, Russia, India, singolarmente o
in accordo tra loro);
3. In Eurasia si sono rivelate riserve petrolifere
significative e ancora poco sfruttate. Con la dissoluzione dell’URSS si è
aperta la possibilità di raggiungerle e controllarle, cosa questa impossibile
fino al 1991.
4. L’Afganistan, dal punto di vista geopolitico, è
collocato al posto giusto.
Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso di
intervenire in Afganistan, la situazione sul campo a livello euroasiatico era la
seguente:
1) I Balcani (terminale del Corridoio nr.8), dopo la guerra
contro la Jugoslavia nel 1999 e la "rimozione" di Milosevic nel 2000,
sono in gran parte sotto controllo statunitense. Le ambizioni europee e
l’influenza della Russia sull’area slava sono state ridimensionate.
2) Nella regione caucasica, Georgia e Azerbaijan (tratto
intermedio del Corridoio nr.8) sono sotto controllo statunitense. La prima con
il porto di Supsa sul Mar Nero, è il terminale petrolifero di un oleodotto
proveniente da Baku. Questo corridoio è alternativo a quello che da Baku va in
Russia, attraversa la Cecenia e sfocia sul terminale russo di Novorossik sul Mar
Nero. Georgia e Azerbaijan hanno chiesto di entrare nella NATO. In attesa di
definizione dello status di membri NATO, la Georgia nel 1997 ha dato vita al
GUUAM (patto di assistenza militare tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan,
Moldavia) sotto la supervisione americana (è indicativo che la seconda riunione
del GUUAM sia stata tenuta... a Washington). La Turchia, vantando anche le
comunanze turcofone, si è incaricata di custodire l’Azerbaijan e di
affiancarlo contro il nemico comune, l’Armenia, che si è ovviamente legata
alla Russia e ne ospita alcune basi militari. L’Azerbaijan ha assunto un
valore strategico particolare:"Un Azerbajian indipendente, collegato ai
mercati occidentali da oleodotti che non passino attraverso il territorio
controllato dai russi, rappresenterebbe un importante canale di accesso per le
economie avanzate e consumatrici di energia alle repubbliche ricche di petrolio
dell’Asia centrale" esplicita ancora una volta Brzezinski.
3) A Sud-ovest, nell’autunno del 1999, il progetto
petrolifero Baku-Ceyhan (Turchia) era riuscito a vincere le resistenze delle
compagnie petrolifere statunitensi impegnate in Azerbaijan (grazie alla promessa
di rilevanti sgravi fiscali). Questo percorso avrebbe dovuto tagliare
definitivamente fuori la Russia dalle rotte del petrolio del Mar Caspio.
Più a nord, dopo mesi di attentati e "sifonamenti"
dei secessionisti islamici (vicini anch’essi a Bin Laden) all’oleodotto
Baku-Novorossik ed a quello in costruzione tra Kazachistan e Novorossik, il
riaccendersi della guerra in Cecenia (ottobre ’99) aveva il compito di
evidenziare agli occhi degli investitori come quella rotta non "fosse più
sicura";
4) Più a Est gli Stati Uniti avevano cercato di bypassare la
Russia e l’Iran avviando un corridoio energetico (gas e petrolio) verso sud.
Dai giacimenti del Turkmenistan e tendenzialmente del Kazachistan, il corridoio
doveva attraversare l’Afganistan, il Pakistan e sfociare nel porto pakistano
di Gwadar. In pratica questo sarebbe diventato il terminale orientale del
Corridoio nr.8. Era la quadratura del cerchio. Le riserve di idrocarburi
sarebbero state veicolate a Ovest ed a Est saltando i "rivali" Russia
e Iran e sotto stretto controllo americano. Il regime dei taliban in Afganistan
e quello militare in Pakistan dovevano assicurare tale quadratura del cerchio.
6. Il "Silk Road Strategy Act"
Come è stato già segnalato, dal 1993 è iniziata la grande
marcia di avvicinamento degli USA al controllo dell’Eurasia. Per dare un ritmo
sostenuto a questa marcia, alla fine del 1997, il Congresso USA ha discusso il
"Silk Road Strategy Act" (Documento strategico per la "Via della
Seta").
Il primo obiettivo del documento era quello di recidere le
relazioni tra le repubbliche asiatiche della ex URSS e la Russia.
Il secondo era quello di riannodare il filo del dialogo con
l’Iran approfittando di eventuali divisioni tra "riformisti" e
"conservatori" come suggerito in un articolo di Foreign Affairs del
maggio/giugno 1997 scritto a sei mani proprio da Brzezinski insieme a Scowcroft
e Murphy e da un documento curato nel 1998 dall’attuale viceministro della
Difesa, il falco Wolfowitz.
Il terzo era quello di installare basi militari permanenti
negli snodi strategici della regione. A tale scopo può essere utilizzata
l’estensione della NATO ai paesi dell’Est (inclusi Georgia e Azerbaijan). Ma
nel versante orientale non esisteva fino ad oggi nulla di paragonibile alla
NATO, ragione per cui gli Stati Uniti hanno ritenuto di dover operare
direttamente sul campo e dotarsi delle strutture necessarie: "La densità
dell’infrastruttura fissa e mobile degli Stati Uniti è minore che in altre
regioni cruciali. Ciò rende importante assicurare agli Stati Uniti ulteriori
accessi alle regione e sviluppare sistemi capaci di effettuare operazioni
impegnative a grandi distanze con un minimo supporto basato sul teatro di
operazioni" ammette una importante pubblicazione strategica americana [4]
Il progetto di costruzione di basi militari statunitensi in
Afganistan, Uzbekistan e Pakistan, corrisponde pienamente ai disegni strategici
USa in Asia Centrale. Anche qui, una volta diradato il polverone della guerra e
dell’emergenza, resteranno così come è accaduto nel Golfo e nei Balcani,
delle basi militari permanenti degli Stati Uniti.
7. La competizione energetica e geopolitica in Asia Centrale
Quali sono i problemi che fino ad oggi hanno ostacolato il
progetto di penetrazione e controllo statunitense degli snodi strategici
euroasiatici? E come si stanno modificando i rapporti di forza nella regione a
seguito della guerra?
1) I rapporti tra Stati Uniti e Russia. Alla fine del
’99 veniva pensionato Eltsin e saliva al potere Putin. Con lui è tornata al
potere anche una nuova forma di percezione degli interessi
"strategici" russi. Sostenuto dai boss delle società petrolifere e
del gas, Putin ha avviato una politica più "aggressiva" sulle
repubbliche ex sovietiche tesa ad impedire che la Russia venga tagliata fuori
dalle rotte del petrolio che continua a rappresentare il 70% dell’export
russo. Indicativa è la recente notizia dell’inaugurazione della pipeline tra
Kazachistan e il terminale russo di Novorossik e quella di una joint venture tra
Russia e Kazachistan per la fornitura di gas kazaco alla Russia che sarebbe in
dirittura d’arrivo. La sua commercializzazione verrebbe quindi affidata alle
infrastrutture russe capaci di arrivare anche sui terminali di sbocco. In questi
mesi le relazioni tra Stati Uniti e Russia sembrano essere migliorate. Se su
alcuni temi dell’agenda bilaterale come lo Scudo antimissili e l’estensione
della NATo alle repubbliche baltiche non c’è ancora intesa, alcuni
osservatori sostengono che sul business petrolifero stiano invece crescendo
accordi e cooperazione strategica. Il segretario americano all’energia Spencer
Abraham ha partecipato all’inaugurazione della pipeline kazaco-russa che,
secondo il Sole 24 Ore, "rappresenta una vittoria della Russia" dopo
aver rappresentato negli anni novanta una sfida contro il tentativo degli USA e
della Turchia di togliergli il controllo dei flussi petroliferi e di gas
dell’area. In cambio di questa sconfitta della strategia politico-energetica
seguita deagli USA, la Russia ha ignorato le richieste dell’OPEC di tagliare
la produzione per far risalire i prezzi del petrolio. L’amministrazione
statunitense ha dichiarato di aver "molto apprezzato" la scelta russa [5].
2) Le relazioni tra Stati Uniti e Cina. A luglio 2001,
Russia e Cina avevano raggiunto un importante trattato della durata di 20 anni.
Era il "Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra la
Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese". Il trattato parla di
"partnership strategica per far fronte alla crescente egemonia
americana".Quasi contemporaneamente anche l’India ha siglato un accordo
militare-commerciale con la Russia per 10 miliardi di dollari. È abbastanza
chiaro come queste iniziative nuocessero profondamente agli interessi strategici
americani in Asia Centrale. Cogliendo l’occasione della guerra in Afganistan,
tra Stati Uniti e Cina è iniziato un linkage a più facce.
A ottobre, al vertice dell’APEC di Shangai, la Cina aveva
fatto gli onori di casa consentendo agli Stati Uniti di "incassare" un
documento politico (contro il terrorismo) in una sede dove storicamente si parla
solo di problemi economici. La Cina si è schierata con la coalizione
internazionale contro il terrorismo architettata da Washington per legittimare
la "guerra infinita" e l’aggressione all’Afganistan. In compenso
ha ottenuto due risultati: uno è molto simile a quello portato a casa dalla
Russia sulla Cecenia ossia il placet americano ed occidentale per
le soluzioni di forza contro i secessionisti musulmani nello Xinkiang (i cinesi
lo definiscono Turkestan orientale). "Anche la Cina è vittima del
terrorismo" ha detto il ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan "il
gruppo del Turkestan orientale è certamente un’organizzazione terroristica e
colpirla è parte della lotta contro il terrorismo".
L’altro risultato, forse ancora più ambìto, è che Bush
ha fatto propria - almeno in questa fase - la dottrina de "Una sola
Cina", dottrina con cui la Repubblica Popolare Cinese nega da sempre
l’esistenza della Repubblica Cinese di Taiwan. Alla luce di quanto avvenuto
nei mesi scorsi tra Cina e Stati Uniti, questo non è certamente un dettaglio [6].
3) Competizione a tutto campo tra le multinazionali
petrolifere.
Nella competizione senza esclusioni di colpi in corso da anni
nell’Asia centrale, anche l’Italia, tramite l’ENI, ha cominciato a
manifestare ambizioni di grandezza nell’area.
L’ENI, ha recentemente soffiato alle compagnie USA (Exxon-Mobil)
il contratto sugli immensi giacimenti di Kachagan, in Kazachistan. Ha inoltre
siglato un supercontratto con la Russia sul giacimento di Astrakan. L’ENI ha
avviato il gasdotto sottomarino Bluestream in collaborazione con la Russia.
Questo gasdotto, che porterà dalla Russia il gas in Turchia, rimette in gioco
Mosca e, nei fatti, rende obsoleto il progetto Baku-Ceyhan sul quale
l’amministrazione USA aveva riposto molte aspettative. Nel 1998 gli USA
avevano dichiarato apertamente la loro opposizione al progetto Blue Stream e nel
corso del 2000 hanno fatto pressione sui parlamentari turchi affinchè non
approvassero il progetto, ma il pressing si è rivelato inutile.
Infine, ENI e TotalFinaElf stanno "dilagando" in
Iran firmando contratti e concessioni miliardarie sui giacimenti di South Pars
approfittando dell’assenza USA dovuta all’embargo contro Teheran. Emergono
indiscrezioni su telefonate di fuoco tra l’Albright prima e Powell poi verso
le autorità italiane. Contatti e preparativi fervono anche con l’Iraq
suscitando anche qui l’ira degli Stati Uniti. "Le divergenze con
l’Europa in merito all’Iran e all’Iraq sono state considerate dagli Stati
Uniti non come una questione tra pari, bensì come una manifestazione di
insubordinazione" è stato il commento perentorio di Brzezinski. Le
vecchie ingerenze di una volta dunque non avevano funzionato.
Lo scontro per il controllo delle riserve energetiche è
ormai decisivo e frontale. In gioco ci sono le prospettive di tenuta e sviluppo
delle principali economie capitaliste ed innanzitutto di quella statunitense,
che dell’energia a basso costo ha fatto uno dei suoi pilastri. Ma la partita
per le risorse energetiche è ancora più complessa e vitale per gli interessi
strategici. Su questo ci sono in circolazione analisi tecniche, economiche e
politiche molto dettagliate [7].
4) Alleanza e rottura con i taliban e i sauditi.
In questi anni, più di qualche osservatore ha documentato
gli stretti rapporti tra gli Stati Uniti, i sauditi e il regime dei taliban in
Afganistan. L’interesse comune era rappresentato dal progetto di
oleodotto/gasdotto dal Turkmenistan a Gwandar in Pakistan attarverso l’Afganistan.
Su questo progetto convergevano la compagnia americana Unocal e quella saudita
Delta Oil. "Nonostanti si ostini a negarlo, Washington appoggia
completamente questo progetto... Non appena la città (Kabul, NdR) è caduta in
mano ai talebani, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un documento in cui
giudica "positiva" la loro vittoria e annuncia l’invio di una
delegazione ufficiale a Kabul" scriveva cinque anni fa Le Monde
Diplomatique [8].
Ma l’accordo tra la compagnia statunitense Unocal, quella
saudita Delta Oil e il regime dei Taliban per la pipelines attraverso l’Afganistan,
è poi saltato. Alcuni dicono perché non è stato raggiunto l’accordo per le
royalties sull’oledotto-gasdotto. Altri perché i sauditi avrebbero voluto
gestire interamente l’operazione (è questo lo zampino di Bin Laden che ha
fatto imbufalire definitivamente gli americani?).
Nell’agosto del 1998 gli USA lanciarono dei missili sull’Afganistan
come rappresaglia per gli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania. Ma l’Unocal
abbandonerà il progetto e l’Afganistan solo quattro mesi dopo, nel dicembre
1998. In compenso, il "neo-presidente" afgano Kirzai, un pashtun
nominato come nuovo leader del paese dalla recente conferenza di Bonn, era ed è
ancora un consigliere sul libro paga della Unocal.
8. L’Afganistan nel "Grande Gioco" euroasiatico
L’Afganistan, pur essendo un paese povero e inospitale, è
collocato geopoliticamente al posto giusto per consentire agli Stati Uniti di
entrare di forza e direttamente nel "Grande Gioco sull’Eurasia".
"In virtù della sua ubicazione geografica, l’Afganistan
ha sempre giocato un ruolo importante nella stabilità regionale ed è stato
frequentemente al centro dell’attenzione delle grandi potenze" sostiene
il Ten. Col. Lester W. Grau uno dei maggiori esperti militari americani della
regione. [9]
La campagna contro il terrorismo islamico si rivela a tale
scopo pienamente calzante.
"Anche una possibile sfida del fondamentalismo islamico
al primato americano potrebbe essere parte del problema in una regione
contrassegnata dall’instabilità. Facendo leva su una condanna religiosa dello
stile di vita americano e approfittando del conflitto arabo-israliano potrebbe
provocare in Medio Oriente la crisi di più di un governo filo-occidentale, in
definitiva compromettere gli interessi dell’America in quella regione,
soprattutto nel Golfo Persico.
Fermo restando che, senza coesione politica e in assenza di
uno Stato islamico, forte nel vero senso della parola, una sfida da parte del
fondamentalismo islamico sarebbe priva di un centro geopolitico e rischierebbe,
pertanto, di esprimersi soprattutto attraverso una violenza diffusa"
scriveva quattro anni fa in modo sospettosamente "profetico"
Brzezinski.
Poteva essere l’Afganistan lo Stato islamico
"forte" in grado di rappresentare il centro geopolitico capace di
compromettere gli interessi degli USA? Alla luce di quanto conosciamo e di
quanto abbiamo visto di questo paese inospitale, povero e devastato da venti
anni di guerre, appare difficile crederci. Eppure la maggiore potenza militare
del mondo si è accanita su di esso in nome della lotta contro il terrorismo e
la minaccia islamica. È evidente come quest’ultima sia talmente indefinibile
da potersi prestare a molte operazioni.
La Russia e la Cina, ad esempio, hanno lo stesso problema in
Cecenia e nel Xinkiang, l’India ce l’ha nel Kashmir, l’Iran aveva persino
minacciato di invadere la parte occidentale dell’Afganistan per proteggere gli
sciiti filo-iraniani sconfitti e decimati dai Taliban. Tutte queste potenze
regionali eurasiatiche non nascondono affatto di sostenere politicamente e
militarmente i mojaheddin dell’Alleanza del Nord contro il regime dei Taliban
e le ambizioni del Pakistan, sostenuti entrambi fino a pochi mesi fa dagli Stati
Uniti.
Per una fase non certo lunga, gli interessi di questi
"competitori" eurasiatici potranno essere cooptati dagli americani.
Per questi ultimi occorre però uscire velocemente e in maniera definitiva dal
rischio di impantanarsi in un lungo conflitto in Afganistan. In tal senso,
occorre concordare con due potenze come Russia e Cina i limiti e gli interessi
comuni nell’area (vedi il vertice APEC di Shangai, ottobre 2001) ma per
Washington diventa urgente e necessario consolidare al più presto la presenza
militare nella regione in un quadro di relativa stabilità.
Installarsi stabilmente in Afganistan e Pakistan, inserirsi
in Uzbekistan e nel gigante eurasiatico del Kazachistan, testare le relazioni
con Turkmenistan e Tagikistan, coronerebbe il progetto strategico degli Stati
Uniti sull’Eurasia.
9. Obiettivo Kazachistan
Il giornale del business russo "Argumenty e fakti",
riporta il 5 dicembre del 2000 che gli Stati Uniti hanno in progetto di
costruire basi militari in Kazachistan, Georgia e Azerbaijan. La prima di queste
tre repubbliche della ex URSS, è la "gallina dalle uova d’oro"
dell’area. Le sue riserve di idrocarburi (petrolio e gas) sono le più grandi
di tutta la regione e le uniche in grado di rendere economicamente vantaggiosi
gli oleodotti.
Sul Kazachistan è già in corso una guerra per
l’accaparramento dei giacimenti che sta mettendo in duro contrasto Stati
Uniti, Russia, Cina e ...Italia.
Alla fine dello scorso anno, la Shell ha perso il ruolo di
"operatore" per il giacimento di Kashagan. Su questo giacimento tra il
dicembre 2000 e il gennaio 2001 rimangono in campo solo l’italiana ENI (già
presente nei giacimenti di Tengiz e Karachaganan) e la francese ELF/TotalFina.
Resta invece tagliata fuori l’americana Exxon/Mobil. Un’altra compagnia
americana - la Chevron/Texaco - è invece presente a Tengiz. Ma la Chevron/Texaco,
di cui è consigliere anche Condoleeza Rice, è anche una rivale della Exxon/Mobil.
Quest’ultima ha finanziato la campagna elettorale di Al Gore, la sua rivale
quella di Bush.
Il 12 febbraio di quest’anno, il governo del Kazachistan ha
firmato la concessione all’ENI per il giacimento di Kashagan e la Exxon/Mobil
ha fatto fuoco e fiamme chiedendo ed ottenendo anche le pressioni sull’Italia
da parte del nuovo Segretario di Stato Colin Powell.
Non solo, il governo del Kazachistan, annunciava che entro il
2001 sarebbe entrata in funzione la pipelines tra Tengiz e Novorossik ossia
quella preferita dalla Russia e sabotata dai secessionisti ceceni. I progetti
statunitensi subiscono così un altro duro colpo.
Chi metterà le mani sul Kazachistan, metterà le mani sulle
riserve energetiche, sulla seconda repubblica della ex URSS, su una regione che
confina direttamente con la Russia e la Cina... stringerà in pugno il cuore
dell’Eurasia.

10. Nell’area del Mar Caspio la guerra già c’era
La zona del Caspio, negli anni novanta è costellata da
conflitti. All’interno delle singole repubbliche e nelle relazioni tra le
varie repubbliche, esistono da tempo tensioni e conflitti fino ad oggi valutati
come di "bassa intensità".
Il 23 luglio di quest’anno, alcune navi della marina
militare iraniana nel Mar Caspio, hanno minacciati e fatto allontanare due navi
per le prospezioni petrolifere dell’Azerbaijan con a bordo tecnici della
compagni Anglo-americana BP/Amoco.
Qualche giorno dopo, il governo del Turkmenistan ha accusato
l’Azerbaijan di sfruttare giacimenti nel Mar Caspio di cui il Turkmenistan
rivendica la sovranità.
La questione irrisolta dello status delle acque Mar Caspio,
sta alimentando una’aspra conflittualità tra le repubbliche che vi si
affacciano.
Secondo alcuni osservatori la Chevron/Texaco intenderebbe
ritirarsi dall’Azerbaijan perché non sarebbe più conveniente ed anche
l’ENI avrebbe sospeso le trivellazioni.
Come abbiamo visto sembra per ora in liquidazione il progetto
di pipeline tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) fortemente voluta
dall’amministrazione USA ed a cui molte compagnie anglo-americane avevano
aderito con grande riluttanza. I costi di questa pipeline sarebbero già
lievitati da 2 a 3 miliardi di dollari. Se, a quanto pare, non si riuscirà ad
agganciare a questo progetto di olodeotto il petrolio del Kazachistan, la
pipeline Baku-Ceyhan dovrà essere definitivamente abbandonata perché
diseconomica e il progetto azero-statunitense subirebbe la sconfitta strategica
di cui parlavamo in precedenza.
L’Uzbekistan da almeno sei anni si è apertamente schierato
con gli Stati Uniti. Il Turkmenistan si barcamena e si è detto neutrale nella
campagna contro l’Afganistan. Ma entrambi questi paesi hanno il problema di
come far arrivare ai mercati di sbocco le loro riserve di gas e petrolio. Sul
piano economico resterebbe più vantaggiosa l’opzione russa, su quello
politico per ora è fallita la "via afgana" sostenuta dagli Stati
Uniti e imposta con il controllo sul territorio dei Talebani.
L’amministrazione USA ha deciso dunque di dare una
"spallata" per entrare decisamente in campo nella regione.
L’Afganistan è la prima sperimentazione diretta degli USA
per arrivare ad inserirsi in modo permamente nel "cuore" dell’Eurasia.
L’ ammissione del segretario alla Difesa Rumsfeld sull’obiettivo della
costruzione di una base militare in Afganistan conferma tale chiave di lettura.
Anche alla fine della guerra del Golfo, una volta diradata la polvere della
guerra, sono rimaste nell’area - dove prima non c’erano - tre grandi basi
militari: in Arabia Saudita, in Kuwait e in Oman.
Camp Bondsteel in Kossovo e Camp Rhino in Afganistan
vorrebbero rappresentare le due "fortezze" estreme per il controllo
del Grande Corridoio nr.8, un corridoio che corre da Est a Ovest seguendo la
"Via della Seta". In mezzo ci sono paesi alleati come Turchia,
Georgia, Azerbajian, Uzbekistan, c’è il cuore dell’Eurasia e, secondo i
geopolitici... c’è il dominio del mondo.
È evidente come gli Stati Uniti se intendono mantenere e
rafforzare la loro egemonia mondiale non possono che intervenire stabilmente in
Eurasia. Tutti i rischi indicati dal Rapporto Wolfowitz nel 1992 e più
recentemente da Brzezinski, si stavano presentando tutti: emersione di potenze
rivali in competizione con gli USA, perdurante assenza dallo scacchiere
eurasiatico, fallimento del progetto di tagliare fuori dalle rotte strategiche
Russia, Iran ma anche la Cina. Un quadro aggravato dalla possibilità che alcuni
dei più importanti paesi petroliferi del Medio Oriente comincino tra pochi mesi
ad adottare l’euro piuttosto che il dollaro per le loro transazioni
internazionali. Impedire tutto questo è probabilmente una parte della vera
posta in gioco di questa guerra.
______________________
[1] In
realtà sarebbe più corretto parlare della "nostra immaginazione",
perché è impressionante il numero di libri pubblicati negli Stati Uniti che
vedevano come scenario attentati suicidi contro la Casa Bianca o le Twin Towers.
[2] Zbignew
Brzezinski: "La Grande Scacchiera", p.8, Longanesi 1998.
[3]
Vogliamo ricordare l’intervista al gen. Jackson di Alberto Negri del Sole 24
Ore, nel quale si affermava testualmente che i contingenti militari americano e
inglese, erano nei Balcani "per rimanerci a protezione degli oleodotti
strategici che attraverseranno questa regione" (Sole 24 Ore, aprile ’99).
[4]
Quadriennal Defense Review, 30 settembre 2001.
[5] Piero
Sinatti: "E nel gioco del petrolio Russia e USA sono alleati", Sole 24
Ore del 4 dicembre 2001.
[6]
Intervista del ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan su "La
Stampa" del 24 novembre.
[7] Tra le
altre, segnaliamo i preziosi e allarmanti contributi di Alberto Di Fazio su
"Contro le nuove guerre", edizioni Odradek che raccoglie le relazioni
al convegno degli Scienziati e scienziate contro la guerra tenutosi al
Politecnico di Torino nel giugno del 2000. Una sintesi della relazione di Di
Fazio è disponibile anche sull’inserto di Contropiano del febbraio 2001.
[8] Olivier
Roy: "Sharia e gasdotto, la ricetta dei talebani" in Le Monde
Diplomatique, novembre 1996.
[9]
Military Review, US Army, settembre 2001.
http://www.gabrieleadinolfi.it/articoli/O_R207.DOC
L’EUROPA
SULLA GRANDE SCACCHIERA
La politica estera americana è da tempo alla ricerca di
una dottrina precisa.
Chiamata a fare fronte a svariate necessità strategiche,
anche contrastanti tra loro, la Superpotenza d’oltreoceano tenta di coniugare
in qualche modo una filosofia ed una linea di condotta.
Il che non è cosa agevolissima in quanto le direttrici di
tutta la politica statunitense sono contraddittorie ed oscillano storicamente
tra la tentazione all’autoisolamento ed il desiderio di ostentazione di
un’insaziabile volontà di potenza giustificata dalla convinzione di espletare
una missione morale.
Gli Stati Uniti del resto non hanno mai saputo quale delle
loro vocazioni scegliere di rappresentare fino in fondo: se la Predestinazione
mistica di origine calvinista, l’Egualitarismo di origine storica (ideologia
della frontiera ecc) o il Pragmatismo. Anche se in un ultima analisi è stato
sempre e solo quest’ultimo a permettere loro di non soccombere alle
contraddizioni irrisolte.
Ma l’unico modo per assumere le proprie contraddizioni se
non le si dominano o se non si risolvono è quello di ignorarle, il che diviene
agevole quando si identifica un
Antagonista, una rappresentazione del Male assoluto, per fronteggiare la
minaccia del quale si giustifica il continuo rinvio della resa dei conti con se
stessi.
La Superpotenza Americana è così possibile solo nel
Dualismo, a tal punto che pur di garantirlo essa è disposta a finanziare
l’Altro, come ha fatto per settant’anni con l’Unione Sovietica e più
recentemente nei confronti delle organizzazioni militari e terroristiche di
stampo religioso.
In altre parole si potrebbe sostenere che l’assenza
dell’Altro, dell’Avversario allo specchio, ingenera debolezza ed incertezza
in America; ovvero che gli USA patiscono oggi dell’eccessivo successo
conseguito e della mancanza di un nemico che funga da catalizzatore e da
mobilizzatore.
Lo sguardo lucido di Brzezinski
Di questo paradosso è perfettamente conscio l’ideologo
geostrategico più qualificato della Casa Bianca, Zbigniew Brzezinski.
Nel 1997, ne “La grande scacchiera”, egli identificava
nell’implosione del sistema sovietico un grande fattore d’instabilità ed un
grande rischio per l’avvenire della civilizzazione yankee.
Brzezinski sosteneva che a causa del suicidio moscovita era
improvvisamente venuta meno la contrapposizione ideologica e geopolitica che
aveva sobillato ma anche equilibrato tra loro la Potenza navale e la Potenza
terrestre per eccellenza.
L’effetto più preoccupante del fallimento sovietico oggi
è dato, secondo lo studioso, dal gran vuoto di potere che si è venuto a
verificare in Asia Centrale, teatro della partita per la conquista del mondo.
L’ideologo parte dal presupposto che la stabilità, la
libertà, la ricchezza, il progresso e la democrazia sono garantiti solo ed
esclusivamente dall’America e che, pertanto, quest’ultima deve assumere ed
esercitare la gestione mondiale impedendo ad altri di farle ombra, il che deve
soprattutto essere garantito nell’Asia centrale.
Chi sono questi altri che possono mettere a rischio l’unipolio
americano ?
Brzezinski identifica cinque attori principali che egli
definisce giocatori geostrategici. Costoro sono a suo avviso: Francia,
Germania, Russia, India e Cina. Manca sorprendentemente la Gran Bretagna che però
egli ritiene orientata al di fuori dell’Eurasia o, al massimo, alla sua
periferia e considera pertanto essere il più fedele alleato americano ma
totalmente assente, se non come vassallo, dalla partita che dovrebbe definire i
destini del mondo.
I cinque giocatori geostrategici
Nell’analizzare le cinque potenze regionali Brzezinski
giunge alle seguenti conclusioni.
L’India non svolge una politica atta a mettere in
pericolo il predominio americano.
La Cina rappresenta al contempo la grande speranza e la
grande incognita degli Usa. Speranza in quanto ha tutte le caratteristiche per
divenire l’alter ego geopolitico di New York, grande incognita in quanto
determinate tentazioni di sviluppo economico o di rivendicazionismo territoriale
possono comportare l’insorgere di conflittualità anche violente tra le due
potenze (ci siamo andati vicinissimi pochi mesi orsono) o tra Pechino ed alleati
geostrategici preziosissimi per Washington, come il Giappone.
La Russia è un pericolo potenziale. Brzezinski si felicita
del fatto che è troppo debole e troppo dipendente dall’Occidente per assumere
un ruolo pericoloso, ma va ricordato che, al momento in cui l’ideologo scrive,
a Mosca c’è ancora Eltsin e che i pericoli potenziali che mostra di temere
(relazioni organiche con l’Europa occidentale, ravvicinamento con l’Ucraina,
interessamento attivo verso la regione caucasica) sono invece divenuti realtà
durante il mandato di Putin.
La Germania è considerata pericolosa soltanto se
strettamente legata alla Russia in quanto essa è ritenuta una rivale economica
ed eventualmente diplomatica, ma non politica.
La Francia, a sorpresa, è considerata dallo scrittore come
l’elemento più pericoloso in quanto è l’unica micropotenza che abbia mania
di grandeur e convinzione di avere un destino da compiere.
Il che può indurla a compiere davvero un destino perché
non c’è nulla più di una volontà per determinare una via.
Le
direttrici essenziali della geopolitica americana
Il pericolo principale per l’egemonia dell’America
secondo Brzezinski sta nella possibile realizzazione di un’alleanza
russotedesca o, peggio ancora, francotedesca.
Per evitare ogni problema egli suggerisce di alimentare le
rivalità tra Parigi e Francoforte in seno all’Unione Europea e quelle
sinorusse in Asia cercando di giocare così gli uni contro gli altri.
Mantenere e consolidare l’unipolio se da un lato vuol
dire dividere et imperare, dall’altro significa controllare
militarmente le cerniere strategiche che, secondo l’analista, sono
l’Ucraina, l’Azerbaijan e l’Uzbekistan.
Ecco dettate le direttrici essenziali della politica
americana che riviste e corrette, specie sotto l’impulso di Huntington, sono
state applicate finora.
Queste chiavi di lettura, di per sé non esaurienti, sono
assai propedeutiche alla comprensione di quanto avviene in seguito all’11
settembre.
Effetti geostrategici dell’impresa afgana
Inserire un cuneo tra Russia e Cina era un primo obiettivo
essenziale per la Casa Bianca.
L’avvento di Putin, il prolungato finanziamento americano
ai fondamentalisti islamici, il contenzioso nel Golfo del Tonchino, le
preoccupazioni americane per alcuni elementi di crescita del gigante giallo,
avevano finito col generare una cooperazione militare russocinese, del tutto
inaccettabile per gli Stati Uniti.
La situazione era divenuta vieppiù preoccupante allorché
era stato dato vita al Gruppo di Shangai, formato di nazioni asiatiche disposte
a combattere il terrorismo islamico, gruppo al quale aveva recentemente aderito
proprio quell’Uzbekistan che secondo Brzezinski gli Usa non possono
assolutamente permettersi di far uscire dal proprio controllo.
L’intervento in Afghanistan, spacciato caccia a Bin Laden
e come risposta all’attacco alle Twin Towers rivestirebbe dunque un
particolare valore strategico.
Gli Usa non potevano lasciar fare e pertanto dovevano
scegliere: o continuare a sostenere insieme ad Israele un réseau integralista
musulmano ma in tal caso avrebbero optato per l’entrata in rotta di collisione
con la Russia e forse anche con la Cina, oppure rovesciare i termini della
questione. Secondo il noto insegnamento di Metternich che recita: “fai in modo
di verificare tu stesso quello che non puoi impedire che avvenga”,
l’amministrazione Bush ha così liquidato una serie di alleati (primi fra
tutti i Talebani) e si è messa alla testa delle potenze asiatiche. Le quali
tutte, tranne forse l’India, hanno ottenuto risultati apprezzabili dalla
soluzione intrapresa.
La Russia che ha conseguito di poter partecipare al
banchetto del prossimo governo afgano, verosimilmente a spese dei Pakistani e
degli Israeliani, ha altresì ottenuto carta bianca per affrontare l’annoso
problema ceceno. In cambio subisce una battuta d’arresto per quanto riguarda
l’espansione nei Paesi degli oleodotti ma esce comunque assai avvantaggiata
dalla posta della prima manche.
La Cina ha guadagnato tempo ben sapendo che il tempo è il
suo maggiore alleato ma ha anche progredito in quanto ad estensione
d’influenza verso l’occidente asiatico al punto che può oggi svolgere più
di un’opera di mediazione fra le grandi rivali Iran e Turchia.
Riguardo l’unità europea
La grande opera di riassetto non è finita: non lo è perché
gli equilibri sono precari ma anche perché lo stato dell’economia oggi
richiede imperativamente la guerra. Le future scelte americane possono rivelarsi
pertanto stabilizzatrici o devastanti.
Vige dunque un alto grado d’incertezza sugli scenari
futuri, sui quali si staglia costantemente un’incognita particolare: resta da
determinare il ruolo europeo.
Un ruolo che non sembra poter essere altrettanto subalterno
che nel recente passato e ciò per via del fatto che il post-bipolarismo impone
l’avvento di soggetti geopolitici macroregionali se non continentali.
Anche a questo proposito è paradigmatico il pensiero di
Brzezinski il quale, malgrado ogni considerazione realistica sul suo scarso
grado di potenza, sembra comunque ossessionato dall’unità europea. Egli la
ritiene al contempo pericolosissima, inevitabile ed auspicabile.
Auspicabile forse proprio perché inevitabile, ma anche
perché a suo avviso il processo di unificazione farà perdere tempo e potenza
sia alla Francia che alla Germania, logorandole.
Nel frattempo egli suggerisce agli Stati Uniti di
destabilizzare dolcemente la Russia al fine di ritardare il momento in cui si
arriverà ad un’alleanza stretta tra la medesima e l’Unione Europea e quella
della certa integrazione russa nella Nato.
Il risultato finale cui finirebbe col condurre
quest’azione di logorio non è però altro che il presupposto temuto in
partenza perché l’ideologo suggerisce di non opporsi al processo di
unificazione dell’Europa dall’Atlantico agli Urali, ed al conseguente varo
di un comando militare autonomo ma semplicemente di tenerlo sotto stretta
osservazione.
E allora, se lo si accetta quando non lo si auspichi
addirittura, perché osteggiarne il processo ?
L’Europa, ossessione atavica degli Usa
L’ideologia americana si fonda su di una contraddizione
in termini e ciò a qualunque livello la si analizzi (filosofico, religioso,
politico, etnico ecc) ed eccola allora esprimersi in un’ulteriore
contraddizione.
Essa suona così: l’America odia ed ama l’Europa.
E’ perfettamente consapevole che non vi è Civiltà senza
di essa, che anzi quel minimo di reminiscenza di civiltà che ancora permane nel
suo mixage culturale è radicato nel Vecchio Continente.
L’America vorrebbe però divenire faro di civiltà essa
stessa, il che ingenera ed alimenta una rabbiosa gelosia ed un desiderio di
annientamento e di avvilimento verso la Terra Avita.
Il circolo vizioso finisce però con l’avvolgersi su se
stesso perché l’intelligentia transatlantica è sempre più consapevole
dell’incapacità degli Usa di creare un modello formatore e, a cominciare
dallo stesso Brzezinski, gli osservatori più qualificati si rendono
perfettamente conto che il loro unico quanto fragile polo d’attrazione è
offerto dall’edonismo, il quale ultimo è fonte storica di disgregazione e non
offre prospettive stabili.
Sia per la consapevolezza di questi chiari limiti che per
la presa d’atto della speciale evoluzione dei rapporti di forza su scala
internazionale, gli Usa si vedono così costretti a dover rivedere il loro
atteggiamento nei riguardi del Continente Antico.
Ben sapendo di non essere in condizioni di gestire
stabilmente l’unipolio l’America si ripiega, dunque, prospetticamente verso
l’Europa ma vuole cercare dapprima di avvilirla, svilirla, indebolirla; la
vuole insomma americanizzare fino in fondo.
Ciò è follia perché se dovesse accadere non si potrebbe
più parlare di Europa ma di un’estrema appendice dell’America incapace di
offrire qualsiasi via d’uscita al fallimento dell’ american way of life.
E’ il paradosso dei paradossi, la contraddizione
originaria della coscienza americana che si vuole allo stesso tempo europea ed
antieuropea. Uccidere il padre per sentirsi uomo, sentirsi uomo divenendo il
proprio padre: questa la direttrice psicologica di un secolo di storia americana
che volge all’estremo crocevia: ricorrere al padre per l’evidente incapacità
di emancipazione.
Oggi va però registrata una regressione nella relazione
tra i soggetti con annessa modifica nella sfera dei rapporti sottili. Quanto
accade non ha più connessioni con le patologie freudiane ma è piuttosto
paragonabile a quel che avviene
nella testa di una donna a vocazione matriarcale che si sia innamorata di un
giovane indipendente ed avventuroso: lo vuole e lo teme al tempo stesso e
s’illude allora di poterlo avere possedendolo e svirilizzandolo. Il che non ha
alcun senso perché non può verificarsi per definizione; ciò che potrebbe
ottenere è soltanto il possesso di un fuco vacuo che non le consentirebbe perciò
di alimentarsi alla fonte della virilità.
L’Europa
è costretta ad assumere un ruolo
Tralasciando le contraddizioni psicologiche e spirituali
che contrassegnano le relazioni americane verso l’Europa, soffermiamoci su di
un dato di fatto: i rivolgimenti internazionali hanno aperto la via ad un
riassetto trans-nazionale nel quale, sia che questo si affermi sia che fallisca,
l’Europa è costretta ad assumere un ruolo.
Comunque si leggano, le preoccupazioni di Brzezinski e le
proposizioni di Kissinger confermano che il Vecchio Continente è chiamato nel
medio termine, dalla geografia e dalla storia, a coprire uno spazio strategico
di primo piano.
Che lo faccia da alleato o da antagonista dell’America è
la questione nodale sulla quale si deciderà il futuro dell’umanità.
Attualmente è improbabile che la presa di coscienza e
l’assunzione di quote di potere possano andare in controtendenza rispetto al
Pentagono e a Wall Street; alla lunga, come teme Brzezinski, è invece probabile
proprio il contrario.
Non a caso “la grande scacchiera” è la definizione
attribuita all’Eurasia, ovvero allo spazio geografico, storico e di destino
che si staglia imperioso al futuro del mondo.
Il destino eurasiatico è il nostro avvenire inesorabile
contro il quale le menti più acute della potenza imperialistica ancora in sella
cercano di frapporre intelligenti ostacoli, dando però mostra in questo di una
disincantata predisposizione all’accettazione dell’ineluttabile, quasi di
una resa di fronte al Fato.
Si preparano le condizioni per il secolo eurasiatico ?
a cura del
Centro Studi ed Iniziative Metapolitiche
ORIENTAMENTI & RICERCA
http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_10427.html
I bolscevichi di Bush scuotono il Kirzichistan
"Da quando i continenti hanno iniziato a interagire politicamente,
circa cinquecento anni fa, l'Eurasia è stata il centro del potere mondiale.
Adesso, l'America è l'unica superpotenza globale, e l'Eurasia è l'arena
centrale del globo. Pertanto, ciò che accadrà alla distribuzione del
potere nel continente eurasiatico sarà di importanza fondamentale per la
supremazia globale e per il retaggio storico dell'America".
Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera: la supremazia americana e i
suoi imperativi geostrategici (Basic Books, 1997)
"Questa non è una rivoluzione; è vandalismo"
Una non identificata settantenne di Bishkek commenta il massiccio
saccheggio della città seguito al colpo di Stato di venerdì scorso.
________________________________
Il colpo di stato di Washington in Kirghizistan è stato un perfetto esempio
di dimostrazione di forza imperiale. Come gli altri recenti cambiamenti di
regime in Ucraina, in Georgia e in Serbia, la "rivoluzione dei
tulipani" è stata fomentata e successivamente finanziata e appoggiata
dalle ONG americane che collaborano con i gruppi di opposizione del
Kirghizistan. Lo schema è inconfondibile, e tuttavia mozzafiato. Nel giro
di poche ore, il regime di Askar Akayev, in vigore da quattordici anni, è
stato spazzato via col pretesto di elezioni fraudolente e sostituito
Kurmanbek Bakiev, favorito di Washington. Al momento la situazione è
instabile, ed è impossibile dire con certezza chi, tra Bakiev e Felix Kulov,
il nuovo capo della sicurezza, manterrà la testa del nuovo governo.
Per chi è interessato alle false rivoluzioni americane, il
"Rapporto segreto di Steven M. Young, Ambasciatore statunitense nella
Repubblica del Kirghizistan, rappresenta una lettura interessante. Nel suo
rapporto pre-elettorale del 30 dicembre 2004, si trova ben più di qualche
informazione di prima scelta che suggerisce che gli USA erano direttamente
coinvolti nel rovesciamento del governo di Akayev. Qualche stralcio delle
annotazioni dell'Ambasciatore Young: "Il nostro primo obiettivo -
secondo i piani precedentemente approvati - è di aumentare la pressione su
Akayev per costringerlo a dimettersi anticipatamente dopo le elezioni
parlamentari. Realizzare il piano è di importanza fondamentale perché,
crediamo, l'attuale opposizione non è abbastanza forte per sfidare le
attuali autorità". E ancora: "Secondo il materiale che abbiamo
inviato al Dipartimento di Stato, sono venute a determinarsi due formazioni
nell'arena politica del Kirghizistan. Kurmanbek Bakiev, ex Primo Ministro e
membro del Parlamento, è l'unico candidato per il ruolo presidenziale.
Credo che sia il candidato più ben accetto in previsione del fruttuoso
sviluppo dei rapporti tra gli Usa e il Kirghizistan.".
Bene, riassumiamo: Washington era direttamente coinvolta nella
deposizione di un leader eletto democraticamente (ricordate: erano le
elezioni parlamentari che venivano invalidate, non quella di Akayev) in una
nazione che non costituisce alcuna minaccia per la sicurezza nazionale
dell'America. Secondo le annotazioni, il Dipartimento di Stato contribuì a
pianificare il colpo di stato, al punto da scegliere un leader di
opposizione. E quali gruppi hanno aiutato Washington nel suo piano di
estromettere Akayev?
Secondo gli appunti è il calderone delle ONG attive nel Kirghizistan:
"L'ambasciata statunitense in collaborazione con l'USAID, l'NDI e
l'IRI, altre organizzazioni internazionali tra cui la Freedom House,
l'Internews Network, la fondazione Soros e la fondazione Eurasia."
Questi sono i nuovi bolscevichi americani, che diffondono la rivoluzione
neoliberale in tutto il globo e che fanno pressione perché le nazioni
entrino al trotto nell'orbita economica e politica dell'America.
Esaminando i principali personaggi che gestiscono queste ONG, compaiono i
maggiori nomi della politica americana. Madeleine Albright (Segretario di
Stato di Clinton), è il presidente dell'Istituto Democratico Nazionale (NDI),
James Woolsey (ex capo della CIA e membro del PNAC - Progetto per un Nuovo
Secolo Americano) è il presidente della Freedom House, George Soros è a
capo della fondazione Soros e John McCain (che nasconde i suoi saccheggi
internazionali dietro la maschera di un onesto anticonformista) è il
presidente dell'Istituto Repubblicano Internazionale (IRI).
Il padrino spirituale e ideologico di questo movimento globale è
Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e
architetto dell'intervento in Afghanistan negli anni '80, sfociato nell'11
settembre (arruolando e addestrando estremisti islamici per combattere una
guerra per conto dell'America contro l'Unione Sovietica). Brzezinski ha
delineato i suoi piani aggressivi per la presa di potere nell'Asia centrale
e nel Medio Oriente nella sua opera seminale, "La Grande
Scacchiera", un progetto per il dominio a livello mondiale che
l'Amministrazione Bush segue con religiosa devozione. Nel suo libro,
Brzezinsky articola in modo chiaro l'attuale politica americana nella
regione:
"Per l'America, la principale ricompensa geopolitica è l'Eurasia. e
la supremazia globale dell'America dipende direttamente da quanto a lungo ed
efficacemente sarà mantenuta questo predominio sul continente
eurasiatico". (p. 30)
Ciò spiega perché il presidente Akayev abbia cessato di essere nelle
grazie dell'Amministrazione Bush. Sebbene i media occidentali dipingessero
il pacato Akayev come "sempre più autocratico", il suo vero
fallimento "frenava gli sforzi del suo governo che miravano a coltivare
e a rafforzare i legami politici ed economici con la Russia e con la
Cina." (Andrea Peters, World Socialist Website)
Akayev poneva un ostacolo alla crescente influenza americana nella
regione, perciò, per deporlo, sono state sguinzagliate le forze armate.
Tuttavia Akayez, che si trova adesso in Russia, ha rifiutato di dimettersi
da Presidente e ha screditato la rivolta definendola un "crimine di
stato" condotta da "avventurieri e cospiratori."
Annotazioni dell'Ambasciatore Young
Le annotazioni continuano: "Il nostro primo obiettivo nel periodo
pre-elettorale è quello di suscitare la sfiducia nei confronti delle
autorità al potere e del regime di Akayev, reso inabile dalla corruzione,
verso il suo orientamento pro-Russia e l'uso illegale di una 'risorsa
amministrativa' per truccare le elezioni. A questo proposito, la commissione
democratica dell'ambasciata, la fondazione Soros, la fondazione Eurasia di
Bishkek in collaborazione con l'USAID, hanno organizzato gruppi
politicamente attivi di elettori per incitare sommosse contro i candidati a
favore del presidente.
"Abbiamo aperto un finanziamento per un centro di documentazione
indipendente - il Media Support center - e per una nuova agenzia di stampa,
la AKI, per interpretare in maniera imparziale il corso delle elezioni e
minimizzare l'impatto della propaganda dei mezzi di comunicazioni statali.
Abbiamo intenzione, inoltre, di fornire un appoggio finanziario alle
compagnie televisive e radiofoniche non governative che consideriamo
promettenti."
Vale la pena di considerare che, secondo gli standard statunitensi qui
applicati, sarebbe del tutto ineccepibile se la Cina prendesse piede,
politicamente, negli USA; fondando centri di documentazione, incitando i
gruppi di opposizione a bloccare le strade e a prendere d'assalto gli
edifici del governo, e diffondendo una propaganda anti-governativa
nell'ottica di un cambiamento della leadership che sarebbe più gradita a
Pechino. Questo intervento flagrante negli affari di una nazione sovrana è
ciò che i media dell'establishment stanno tentando di far passare per un
movimento "pro-democrazia".
Le annotazioni dell'Ambasciatore Young continuano così: "Tenendo in
considerazione le misure stabilite dal Programma del Dipartimento di Stato
per il biennio 2005-2006 per intensificare la nostra influenza nell'Asia
Centrale, in modo particolare in Kirghizistan, consideriamo il Paese come la
base per avanzare nel processo di democratizzazione del Tagichistan, nel
Kazachistan, nell'Uzbeschistan e per limitare l'influenza cinese e russa
nell'area."
Questo è il bolscevismo moderno, che tenta di nascondersi dietro la
copertura degli slogan dei media e del falso servizio alla democrazia.
L'America sta estendendo la propria portata globale per comprendere tutta
l'Asia centrale e controllare così i due terzi delle risorse mondiali e
indebolire possibili rivali nella regione, come la Cina e la Russia.
L'amministrazione pare rallegrarsi del caos suscitato nel Medio Oriente e
in Eurasia. Attualmente l'influenza distruttiva si percepisce da Caracas a
Tashkent, da Beirut a Bishkek; e non è possibile dire quando cesserà
l'effetto domino o quali saranno le implicazioni a lungo termine. Questo è
ciò che il neoconservatore Michael Ledeen definisce "caos
creativo", la politica di trasformazione della belligeranza e dei
tumulti globali.
L'appoggio del Congresso
Le rivoluzioni in atto nell'Asia Centrale non sono opera esclusivamente
dei neoconservatori della Casa Bianca. John McCain e Joe Lieberman hanno
guidato la carica approvando lo scorso mese l' "Advance Democracy Act".
La legge aggiunge altri 250 milioni di dollari da spillare ai contribuenti e
da investire in gruppi rivoluzionari come l'IRI di McCain, l'NDI di Albright,
la Freedom House di Woolsey perché continuino la loro opera di cambiamento
di regime nel mondo.
Le ONG si sono trasformate nella parte più morbida del militarismo
americano, il guanto di velluto che viene sostituito dal pugno di ferro
dell'intervento miliare. Infatti, tra i due c'è poca differenza. Entrambi
perseguono la politica non democratica dell'elite dominante; entrambi
credono nella forza e nel sotterfugio come strumenti fondamentali per la
politica estera; ed entrambi sono pronti a sacrificare le vite di numerosi
civili innocenti per raggiungere i loro scopi di accrescimento.
Apparentemente, le ONG operano con gli stessi mezzi delle organizzazione
terroriste, sebbene con un appoggio politico considerevole e risorse
infinitamente maggiori. La logistica di queste false rivoluzioni è stata
gestita con un'incredibile attenzione ai dettagli. Tutto, dalle tende
impermeabili ai sandwich monodose, alle bandiere vivacemente colorate, agli
slogan accattivanti, è stato testato attentamente dai sondaggi e fabbricato
dal serbatoio del pensiero di sinistra e delle ONG americane. Si tratta di
eventi puramente americani coordinati dai burocrati, appoggiati dal governo
e dalle corporazioni multinazionali, e architettati dai gruppi più
sofisticati di pubbliche relazioni in America. È la rivoluzione come un
teatro di strada, un modello contraffatto di una reale agitazione politica.
Il cambiamento di regime si è trasformato nel passatempo preferito di
Washington e senza dubbio nuovi obiettivi entreranno preso nel reticolo
imperiale. L'Iran, il Venezuela, Cuba, la Russia e la Cina, sono tutte nella
lista dei potenziali nemici per i quali potrebbe essere necessaria un'azione
sovversiva. I successi in Ucraina, Serbia, Georgia e Kirzichistan hanno
incoraggiato gli architetti dell'attuale strategia che adesso mirano ad
obiettivi maggiori. Tutti sperimenteremo sulla nostra pelle se "la
rivoluzione come politica estera" sia dopo tutto un'idea tanto saggia.
Note:
27-9-01
Un significativo articolo scritto prima dell’11 settembre 2001
Spunti da un articolo
apparso sul N. 86 de "La Contraddizione"
chiuso in redazione il 3 settembre 2001
a cura di Vinicio
Gasparrone
"Sfoglio annoiato gli indicatori
statistici. Il Superindice americano è positivo per la quarta volta di
seguito. Poi vai a leggere dentro e scopri che è positivo perché è
aumentata l'offerta di moneta, sono diminuite le domande di sussidi di
disoccupazione, che è sempre più difficile richiedere ecc. ecc .. La
produzione è invece in calo per il decimo mese consecutivo. E allora
capisci che la recessione deve ancora venire. E che sarà dura.
"Gli americani sono liberisti finché
il dollaro è sopravvalutato e flussi di capitali si riversano a comprare
la "mondezza" della new economy. Ma per combattere la recessione
ora devono abbassare il dollaro. Un poco, solo un poco, quel tanto che gli
basta per recuperare quote di mercato. Se per caso di abbassa un po' di
più la frittata è fatta. Devono atterrare tenendo su il muso dell'aereo.
Se no è la fine di tutto ... Gli Stati Uniti oggi attirano il 64 % del
totale dei flussi netti di capitale, pari al 7,75%, del risparmio
mondiale. Se i "mercati' si convincono che il dollaro può scendere
assisteremo al più grande deflusso di capitali della Storia...
"Il liberismo è l'ideologia
rovesciata del monopolio monetario e finanziario che l'America impone
sul resto del mondo. Comprate quello che volete, basta che lo paghiate in
dollari. Fate tutti i debiti che volete, basta che li contraete presso una
banca americana e che siano denominati in dollari. Ma questa volta il buco
è troppo grosso : 450 miliardi di dollari nel 2000. Nel solo mese di
giugno 2001 il disavanzo commerciale è di 29,41 miliardi di dollari. Alzare
le spese militari. Questo è l'unico sistema. Investire in armi,
venderle, usarle. Distruggere ricchezza e poi ricostruirla : warfare
invece di wefflare. Benessere selettivo, keynesismo elitario e quìndi
ampiamente giustificato e gradito dai 1iberisti" del Texas. L'unico
dubbio è dove.
"Qui entrano in scena i
geopolitici.
Attenzione sono una famiglia con strette regole di eugenetìca e
filiazione spirituale. Prendiamo Condoleeza Rice, stella emergente
nel "clan" dei Bush. 1 suoi mentoris sono il Gen. Brent
Scowcroft (consigliere alla sicurezza di papà Bush) e Josef Korbel, che
è stato mentore e padre adottivo anche di quella gentildonna che risponde
al nome di Madeleine Albright. Korbel era un professore specializzato in
"Russia e comunismo", amico di Zbìgnew Brezinski, quello della
Grande Scacchiera. Tutti fanno capo a due grandi vecchi della politica
estera usa : Kissinger e Huntington, l'autore indimenticabile dello
Scontro di civiltà.
"Zbygniew Brzezinsky, La grande
scacchiera:
<<L’Eurasia occupa la scacchiera
sulla quale si svolge la lotta per il dominio sul mondo. La maniera in
cui gli Usa "gestiscono" l'Eurasia è di importanza
cruciale. Il più grande "continente" sulla faccia del
pianeta ne costituisce anche l'asse geopolitico. Qualunque potenza che
la controlli, controlla anche due delle tre aree più sviluppate e
maggiormente produttive. Il compito più urgente per gli Usa è
sorvegliare affinché nessuno stato o gruppo di stati abbia la
possibilità di cacciarli dall'Eurasia o anche solo di indebolirne il
ruolo di arbitro. Nel 2010, la collaborazione franco-tedesca (polacco-ukraina)
potrebbe diventare la colonna portante geostrategica dell'Europa. Ma
potrebbe anche presentarsi uno scenario potenzialmente molto
insidioso: la nascita di una grande coalizione tra Cina, Russia, e
forse Iran, in chiave antiegemonica>>.
"Samuel P. Huntington,
Lo
scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale:
<<La guerra del Golfo è stata la
prima "guerra tra civiltà" dell'epoca post-guerra fredda. La
posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve
petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e
degli emirati oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e
forse decisi a utilizzare l'arma del petrolio contro l'occidente. Si
assicurò un'imponente presenza militare nel Golfo anche in tempo di pace.
Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago
americano. Se avrà seguito, l'ascesa della Cina produrrà nei primi anni
del XXI secolo tensioni tremende sulla stabilità internazionale.
L'emergere della Cina quale potenza dominante in Asia orientale e
sudorientale andrebbe contro gli interessi americani così come questi
sono stati storicamente concepiti>>.
"Israele è la miccia
sempre
accesa. Quanto è lunga la miccia e fino a dove può bruciare? La
polveriera non è in Medioriente. Il Medioriente al massimo è la seconda
parte della miccia. La polveriera è in un punto imprecisato
della cosiddetta area "turanica" (Iran, Afghanistan,
Tagikistan, Khirghisistan Azerbaijan, Uzsbekistan, Pakistan) da secoli il
ventre molle della Russia; ma (attenzione) è il ventre molle anche della
Cina. Dalle etnie Uigure (turche) si risale verso lo Xin Xiang: il più
grande bacino minerario e petrolifero del mondo.
"Da lì si controlla tutta l'Eurasia.
Si controllano "corridoi" del terzo millennio. Da lì - da quei
"corridoi eurasiatici" - passano gli oleodotti. Da lì passano
le vie della droga. Da lì passano i mercanti di "schiavi" che
riforniscono le industrie e i commerci di tutto il mondo.
"I democratici di Clinton avevano
preferito la più nota "via dei Balcani". Puntavano anche loro
verso il centro dell'Eurasia, ma volevano arrivarci con le bandiere della
"democrazia", la Nato, gli europei. E soprattutto non volevano
problemi con la Cina. Anzi volevano "pacificare" tutto il
Pacifico. Bush no. Ha bloccato qualsiasi accordo sulla riunificazione
delle Coree, ha ripreso le "guerre stellari" ....
" "Octopus" come
viene chiamato il complesso militare di spionaggio e droga (intelligence,
dicono) che da oltre 40 anni governa la politica estera americana punta
verso l'Eurasia.
"Da troppo tempo per mollare la presa
oggi".
http://www.italiasociale.org/Geopolitica_articoli/Ucraina.htm
Ucraina:
tra Eurasia e Occidente.
Stefano
Vernole
Tratto da
www.eurasia-rivista.org
“Sarà
molto più difficile che [la Russia] accetti l’ingresso dell’Ucraina
nella NATO, in quanto ciò equivarrebbe a riconoscere che il suo destino
non è più organicamente legato a Mosca … E se la Russia sarà disposta
ad accettare questo nuovo stato di cose, ciò significherà che
anch’essa sarà davvero propensa a divenire parte integrante
dell’Europa, anziché scegliere una solitaria vocazione
eurasiatica(1)”.
“La
sovranità dell’Ucraina rappresenta per la geopolitica russa un fenomeno
a tal punto pernicioso che, in linea di principio, può facilmente
innescare un conflitto armato. L’Ucraina, come Stato autonomo e non
privo di qualche ambizione territoriale, costituisce un enorme pericolo
per tutta l’Eurasia. Sotto il profilo strategico l’Ucraina non deve
essere che una proiezione di Mosca verso Sud e verso Occidente(2)”.
“I
risultati delle elezioni non possono essere accettati come
legittimi(3)”.
“Il
presidente russo Vladimir Putin si congratula con il vincitore delle
elezioni Victor Yanukovic(4)”.
_________________
Se qualcuno non capisse
le reali motivazioni del tam tam mediatico di questi giorni sulle elezioni
ucraine, dovrebbe forse correre a leggere il noto saggio di Zbigniew
Brzezinski, “La grande scacchiera”, dove l’ex consigliere per la
sicurezza nazionale statunitense avverte dell’importanza della posta in
gioco.
Queste le sue
considerazioni più interessanti: “L’Ucraina assumeva un’importanza
decisiva. La crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare
un’alta priorità ai rapporti con questo Paese e ad aiutarlo a difendere
la sua nuova indipendenza veniva visto da molti a Mosca –
filo-occidentali compresi – come una politica contraria all’interesse
vitale della Russia a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un
obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti
dell’élite politica russa … Tra il 2005 e il 2010, l’Ucraina,
specie se avrà fatto progressi significativi sulla via delle riforme,
assumendo sempre un carattere di Stato centroeuropeo, dovrebbe essere
pronta ad avviare seri negoziati sia con l’U.E. sia con la NATO …
L’indipendenza dell’Ucraina ha privato inoltre la Russia della sua
posizione dominante sul Mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto
strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La
perdita dell’Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche,
poiché ha drasticamente limitato le opzioni geostrategiche della Russia.
Anche senza i Paesi Baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato
il controllo sull’Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di
un impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi
del Sud e nel Sud-Est dell’Ex Unione Sovietica(5)”.
Ubi maior minor cessat,
si sarebbe detto in altri tempi, senonchè riteniamo doveroso svolgere
alcuni considerazioni su quello che sta succedendo in Ucraina, dove le
elezioni presidenziali hanno visto la vittoria del candidato filo-russo
Victor Yanukovic sul candidato filo-occidentale Victor Yushenko,
affermazione subito contestata dall’opposizione spalleggiata da OCSE,
NATO, Casa Bianca e mass media atlantisti.
I sondaggi che subito
dopo il voto attribuivano il successo a Yushenko e la repentina calata in
piazza dei suoi sostenitori, fanno innanzitutto pensare a un complotto ben
organizzato dagli apparati spionistici mondialisti, alfine di mettere in
difficoltà il neoeletto Yanukovic e il suo padrino di Mosca, Vladimir
Putin, vero obiettivo della manovra destabilizzante.
Chiunque abbia la
pazienza di ascoltare e leggere i commenti delle tv e della stampa
occidentale sulla situazione ucraina non può che giungere a due
conclusioni:
1) la vittoria è stata
scippata a Yushenko grazie a brogli clamorosi e la stragrande maggioranza
della popolazione lo appoggia nelle sue rivendicazioni;
2) l’obiettivo di
Putin è quello di annettere antidemocraticamente l’Ucraina alla Russia
al fine di ricreare una sorta di Impero zarista o Unione Sovietica.
Se sul secondo punto le
citazioni sopra riportate sono sufficientemente esplicative, sul primo è
invece doverosa un’analisi di controinformazione, visto che le numerose
manifestazioni di sostegno a Yanukovic sembrano essere state
“oscurate” dai mass media nostrani.
Appare prematuro ora
fare previsioni sulla possibile evoluzione della crisi, fermo restando che
l’eventuale degenerazione della disputa elettorale (soluzione militare,
spaccatura del paese …) ricade tutta sulle spalle dell’Occidente,
pronto ad appoggiare o a contestare i risultati delle urne esclusivamente
in funzione del proprio interesse contingente (Algeria docet).
Subito dopo
l’indipendenza concessa da Mosca nei primi anni Novanta, la classe
dirigente ucraina fece tutto il possibile per lasciarsi alle spalle gli
stretti legami culturali, economici e religiosi che la legavano alla
Russia, ma per vari motivi ottenne scarsi risultati.
Iniziamo col ricordare
che almeno ¼ della popolazione dell’Ucraina è russa o russofona,
specie nelle regioni orientali di Doneck e Dnepetrovsk, che sono anche le
più ricche e industrializzate, così come nei territori costieri sul Mar
Nero (conquistati dall’Impero zarista nel XVIII secolo) vi è una
predominanza linguistica russa.
Secondo un censimento
del 1989, i russi in Ucraina sono il 67,9% nella regione di Doneck, il
65,5% in quella di Lugan, il 50,1% in quella di Charkov, il 53,4% in
quella di Zaporoz e il 67% tra gli abitanti della Crimea.
Risultano perciò vani
i tentativi governativi d’ imporre l’ucraino come lingua di Stato, di
considerare nell’ambito della scuola media la letteratura russa come
straniera e di sottolineare grazie all’uso dei mass media le
peculiarità della cultura ucraina.
I russi che abitano in
Ucraina non si sentono una minoranza etnica e tantomeno sono percepiti
come tali dagli stessi ucraini, se si fa eccezione per le regioni
occidentali del paese.
Sondaggi condotti nel
1999, dimostrano che il 61% degli abitanti dell’Ucraina hanno una
percezione positiva della Russia, più di 1/3 di essi desidererebbe vivere
con i russi in unico Stato e la maggioranza assoluta si dice favorevole a
frontiere con Mosca del tutto trasparenti, vale a dire senza controlli
doganali o richieste di visto(6).
La situazione più
complicata è sicuramente quella dei russi di Crimea, che rifiutano ogni
forma di ucrainizzazione e tendono piuttosto alla creazione di una loro
forma di autonomia, sia per la passata politica di Kiev sia per le pretese
avanzate dai tatari che rivendicano le loro terre di origine e vorrebbero
trasformare la regione in un’entità statale poggiante sulla propria
eredità culturale.
Qui i russi hanno
creato non solo propri organi di stampa quotidiani e periodici, ma anche
partiti politici, perciò un’eventuale inasprimento della
contrapposizione potrebbe creare conseguenze pericolose.
Anche sotto il profilo
religioso i risultati ottenuti dagli indipendentisti non sono così
lusinghieri, malgrado lo sforzo congiunto della dirigenza ucraina e
dell’uniatismo cattolico(7).
Già dal 1990, il
Patriarcato di Mosca ha concesso alle proprie diocesi e parrocchie sul
territorio ucraino lo status di chiesa autonoma, il che presuppone la
piena sovranità nelle questioni riguardanti la vita interna e l’ambito
amministrativo e finanziario.
Tuttavia, dal
momento stesso in cui l’Ucraina ha avuto la propria indipendenza
statuale, una parte dei vescovi della Chiesa ortodossa ucraina –
sostenuta dai politici locali – ha sollevato più volte il problema
dell’autocefalia, cioè della piena autonomia canonica dal Patriarcato
russo.
Sono così sorte nel
1993 tre chiese ortodosse reciprocamente ostili: la Chiesa ortodossa
ucraina (UPC-MP) sotto la giurisdizione di Mosca, che resta ancora alla
fine degli anni novanta nettamente la maggiore organizzazione religiosa
del paese con 7.986 parrocchie; la Chiesa ortodossa ucraina del
Patriarcato di Kiev (UPC-KP), alla quale appartengono 2.187 parrocchie e
la Chiesa ortodossa ucraina autocefala (UAPC) che di parrocchie ne conta
1.026(8).
Per ritornare invece a
un quadro più strettamente geopolitico, occorre ricordare che se per la
Russia la perdita dell’Ucraina era stata assai grave per ragioni
strettamente economiche, Kiev dipendeva completamente da Mosca per le sue
forniture di petrolio e gas naturale.
Senza l’Ucraina, la
Russia non solo perde le sue terre più fertili, ma anche i tradizionali
sbocchi portuali di Odessa, Mariupol e Ilicevsk, nonché quelli della
Crimea.
Inizialmente il governo
moscovita aveva perciò deciso di sviluppare un asse alternativo,
Pietroburgo-Mosca-Voronez-Rostov-Novorrosijsk che, contribuendo al declino
dei porti ucraini, aveva aumentato l’attrazione delle regione orientali
e russofone dell’Ucraina verso di esso.
Il compromesso, firmato
nel 1997, prevedeva che la Russia affittasse per 20 anni le infrastrutture
portuali all’Ucraina, in parziale pagamento dell’immenso debito
energetico che Kiev stava accumulando verso Mosca, mentre la quasi
totalità delle unità della flotta rimanevano in mano russa(9) :
ricordiamo che nella rada di Sebastopoli la flotta sovietica aveva le sue
basi migliori.
Gradatamente i legami
economici tra le due nazioni hanno ripreso a tornare forti.
Dalle statistiche
emerge che nel 1997 i paesi aderenti alla CSI hanno investito
nell’economia russa 55,6 miliardi di rubli, di essi 26,2 sono
dell’Ucraina (47,1% del volume complessivo) e malgrado una lieve discesa
nel 1998 (6,2 miliardi pari al 23,4% degli investimenti totali operati dai
paesi della CSI), ancora nel 1999 l’Ucraina riceve dalla Russia il 40%
delle sue importazioni, mentre quest’ultima continua a sua volta ad
essere il principale importatore della produzione di Kiev(10).
L’ultimo sgarbo
arriva perciò nel 1999, quando l’Ucraina si segnala come il membro più
attivo del GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajdzan e Moldavia),
un blocco che intende fare da contrappeso geopolitico all’influenza
della Russia nello spazio postsovietico.
Ad esso segue la virata
operata dallo stesso presidente ucraino Leonid Kuchma, che rilancia la
cooperazione con Mosca in vari settori.
Prima con la firma di
un accordo per la riunificazione delle reti elettriche dei due paesi, poi
garantendo l’acquisto da parte della Lukoil (la maggiore compagnia
petrolifera russa) di quote della raffineria di Odessa(11), infine con la
sottoscrizione di un rilevante pacchetto di accordi intergovernativi fra i
quali spicca un’intesa per il transito del gas per un periodo di 15
anni(12).
Si deve perciò
concludere che gran parte delle suggestioni instillate dall’opinione
pubblica mondialista in questi giorni non sono veritiere e a riprova
segnaliamo l’atteggiamento prudente mantenuto dai vari capi di governo
europei (Chirac e Schroeder in testa) sull’esito delle elezioni, a
dispetto dell’arrogante aggressione condotta dagli sgherri atlantisti
Barroso e Solana.
La decisa opzione
strategico-militare adottata proprio recentemente da Vladimir Putin(13)
lascia ben sperare sulla possibile evoluzione della crisi ucraina,
malgrado le forti pressioni diplomatiche statunitensi e la cecità dei
burocrati di Bruxelles, autori di una politica europea evidentemente
suicida nel suo supino adeguarsi alle logiche di Washington.
Per Mosca,
d’altronde, potrebbe essere l’ultimo treno utile, prima di essere
definitivamente inghiottita dall’espansione occidentalista.
_________________________
(1)
Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera”,
Milano, 1998, p. 165.
(2)
Aleksandr Dugin, citato in Vladimir A. Kolosov, “La collocazione
geopolitica della Russia”, Torino, 2001, p. 17.
(3)
Dichiarazione di Colin Powell, Segretario di Stato USA, riportate
dall’ANSA il 24/11/2004.
(4)
Notizia riportata dall’ANSA il 25/11/2004.
(5)
Brzezinski, op. cit., pp. 117-127-141-142.
(6)
Kolosov, op. cit., p. 324.
(7)
Per comprendere il ruolo dell’Uniatismo in Ucraina, bisogna
ricordare che nel XVI secolo, nel quadro della Controriforma, la Chiesa
cattolica – appoggiata dalle potenze dell’epoca come Austria e Polonia
– tentò di sottrarre intere regioni all’ Ortodossia. Il meccanismo
era molto semplice; in cambio di vantaggi materiali concessi dagli Stati
cattolici, i fedeli dovevano riconoscere l’autorità di Roma, pur
conservando la totalità delle loro tradizioni, dei loro costumi, riti e
rituali, cfr. Francois Thual, “Geopolitica dell’Ortodossia”, Milano,
1995, p. 95. Significativo in questo momento della crisi ucraina,
l’arrivo a Kiev di Lech Walesa …
(8)
Kolosov, op. cit., p. 201.
(9)
Aldo Ferrari in Autori Vari, “Il grande Medio Oriente”, Milano,
2002, p. 74.
(10)
Kolosov, op. cit., p. 324.
(11) La Lukoil sta peraltro
valutando anche la possibilità di acquistare la raffineria di Cherson,
in Crimea, cfr. Aldo Ferrari,
ibidem.
(12) Fabrizio Vielmini,
ibidem, p. 235.
(13) cfr. Giulietto Chiesa,
“Torna la superpotenza russa e non è un bluff”, www.lastampa.it,
24/11/2004. Il nuovo missile
antiportaerei costruito dai russi, sarebbe stato venduto oltre
che all’Iran anche alla
Cina, cfr. Maurizio Blondet, su www.effedieffe.com.
Articolo pubblicato sul numero 48 di "Giano. Pace ambiente problemi
globali", gennaio 2005
Sulla crisi ucraina.
Una guerra geopolitica chiamata “democrazia”
di Luigi Cortesi
Già annunciato nelle elaborazioni Usa e negli scenari della Cia,
il disegno strategico antirusso si è innestato con relativa facilità e
pochi scrupoli
in un’esigenza autentica di rinnovamento democratico
L’instabilità della situazione interna in Ucraina nell’imminenza
delle elezioni politiche, il rischio d’una crisi internazionale e nei
rapporti con la Russia e la possibilità d’un “ricambio non guidato
di dirigenza politica” erano stati rilevati da Andrea Panaccione nel
precedente fascicolo di “Giano” (Una rete di interdipendenze
storiche. Russia ed ex-Urss nel nuovo disordine mondiale, n. 47, pp.
97-122; si vedano in particolare le pp. 112-113). Panaccione coglieva
anche – e questo era anzi il Leitmotiv della sua analisi – il punto
centrale dei problemi della Russia di Putin e dell’intera area
ex-sovietica nella mancata formazione d’una democrazia interna e
nell’incapacità russa di gestire i problemi propri e dell’estero
vicino – le Repubbliche dell’Urss resesi indipendenti – sulla base
di un’egemonia politico¬culturale. Il bubbone è scoppiato ora
proprio in Ucraina e quell’analisi ne risulta confermata.
Le ripercussioni internazionali, in atto e in potenza, della crisi
esplosa clamorosamente a Kiev ci inducono ora a tornare sulla questione
in sede di primo e sommario commento, prendendo in considerazione due
principali aspetti: in primo luogo quello della Ostpolitik
dell’Occidente “atlantico” e del terremoto geopolitico che essa
può provocare inserendosi nell’evoluzione della situazione interna
ucraina e nei rapporti tra Kiev e Mosca; in secondo luogo quello della
democrazia nei Paesi dell’area ex-sovietica, con i problemi suoi
propri e gli intrecci con la fase offensiva della politica mondiale
degli Usa, che prese avvio nel 1990 ed appare tuttora in pieno
dispiegamento. Una lettura in chiave di strategie internazionali sia del
“disordine mondiale” sia dei limiti che ne derivano proprio alla
democrazia (interna e internazionale) ci sembra utile ad indicare le
infinite implicazioni di un quadro nel quale la questione ucraina assume
un ruolo di grande rilevanza.
Il vangelo geostrategico di Brzezinski
Converrà tornare brevemente sulle elaborazioni di quello che è stato e
ancora rimane il principale cervello del pensiero geostrategico
americano. Nel 1993, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica e
della prima spedizione contro l‘Iraq, Z. Brzezinski scriveva in
termini di grande preoccupazione del gap tra “l’idea dell’America
come unica superpotenza all’interno del nuovo ordine” e la realtà
d’una dinamica mondiale in pieno sviluppo ma anche totalmente anomica
e cecamente indirizzata al caos e alla violenza: “In questo contesto,
la preponderanza degli Stati Uniti è al tempo stesso una realtà e
un’illusione”, dato che “il potere mondiale americano non equivale
all’autorità mondiale americana”. Basato su “un messaggio di
libertà [...] irresistibile e affascinante”, ma fondato sui
“valori” americani e quindi prevalentemente formale e
“procedurale”, quel potere poteva non corrispondere al “senso
della storia” e dimostrarsi quindi illegittimo e “mancante della
capacità di assicurare un controllo positivo”.
La constatazione che “Il collasso politico dell’Unione Sovietica ha
trasformato il ‘cuore’ dell’Eurasia in un vuoto geopolitico” non
sfociava ancora in una programma aggressivo. La preoccupazione
dell’autore si rivolgeva, tra l’altro, alle “lacerazioni nella
struttura della vita” dovute alla diseguaglianza delle condizioni
sociali ed esistenziali e malamente occultate dall’adozione universale
della retorica democratica (Z. Brzezinski, Il mondo fuori controllo,
Milano, Longanesi & C. 1993, pp. 107-108, 159, 219-220).
Questa preoccupazione non c’era più nel successivo e ancor più noto
saggio di Brzezinski, La grande scacchiera, dominato dall’ambizione di
“formulare un’ampia e coerente strategia euro-asiatica” capace di
assicurare agli Usa “un’ effettiva supremazia mondiale”. La
“scacchiera” euro-asiatica, da cinque secoli “centro del potere
mondiale” non era considerata dal punto di vista del Medio Oriente;
l’approccio del democratico Brzezinski. era frontale e brutale, ed
assegnava all’Europa il ruolo di “testa di ponte americana sul
continente euro-asiatico in modo che un’Europa allargata possa servire
ad estendere all’Eurasia l’ordine democratico e il sistema di
cooperazione internazionale”.
Era a questo punto che il discorso involgeva l’Ucraina, area
strategicamente cardinale il cui completo distacco dall’influenza di
Mosca era necessario perché la Russia, per la quale la perdita
dell’Ucraina era già stata “una catastrofe geopolitica”, cessi
d’essere “un impero euro-asiatico”. La durevole acquisizione
dell’Ucraina all’Occidente stabilirebbe un asse di equilibrio e di
sicurezza che, da Ovest verso Est passerebbe attraverso quattro grandi
Stati centrali, la Francia , la Germania, la Polonia, l’Ucraina, con
220 milioni di abitanti, un’economia sviluppata o capace di grandi
sviluppi, e risorse ingenti. Ma l’Ucraina, per sopravvivere come Stato
indipendente, doveva essere inglobata nell’Unione Europea e nella
Nato: non dovevano infatti restare dubbi sulla volontà di espansione
dell’Europa e sull’atteggiamento degli Usa al riguardo .
Né lo smantellamento della vecchia Unione Sovietica e della Russia
stessa doveva fermarsi a quel punto: occorrevano anche un’accorta
politica nei “Balcani dell’Asia” – la regione tutt’intorno al
Mar Caspio che dall’Iraq, dall’Iran e dall’Afganistan va fino ai
confini meridionali della Russia e occidentali della Cina – e la
creazione di una “repubblica siberiana e una dell’Estremo
Oriente”, confederate ad una Russia compressa ad Ovest dalla
dilatazione dell’Europa. Questa ulteriore riduzione delle ambizioni
russe stabilizzerebbe la “scacchiera” nel senso politicamente più
consono agli interessi americani, per i quali un sistema euro-atlantico
più ampio è prioritario rispetto a qualsiasi disegno di “un migliore
rapporto con Mosca” (Z. Brzezinswki, La grande scacchiera, Milano,
Lomganesi & C., 1998, pp. 8-9, 119, 127, 165-166, 268).
L’elaborazione che nel trascorso quindicennio, e specialmente da
Maastricht in poi, si è rivolta ai “corridoi” europei non ha fatto
che confermare l’interesse geografico (e non solo...) dell’Ucraina
per l’Ue e per il funzionamento dell’intero sistema delle
comunicazioni di superficie continentali e intercontinentali. Come ha
fatto notare Michele Paolini (L’Europa dei corridoi e il nuovo quadro
strategico, “Giano”, n. 38, maggio-settembre 2001, pp.161-171) i due
tracciati principali si sviluppano nelle direzioni Nordovest-Sudest e
Ovest-Est verso il mar Nero, “snodo vitale delle vie energetiche
affluenti dal Golfo e dal Caucaso ai mercati occidentali [...] il cui
valore strategico è [...] ampiamente noto e conseguentemente tenuto in
considerazione da tutti gli attori geopolitici coinvolti” (ivi, p.
170). Un quadro (precedente la crisi) specificamente dedicato alla
“straordinaria capacità di proiezione spaziale” degli Usa in
funzione antirussa e alla sorda lotta che la oppone ai “flussi
energetici che dalla Russia, dal Caspio e dall’Asia centrale dirigono
verso i mercati occidentali” ha indicato nell’Ucraina uno degli
spazi principali della strategia Usa-Nato in atto, e le relative
pressioni come elementi di incentivazione dello “slittamento di Kiev
verso l’Occidente” (Margherita Paolini, La Nato dell’Est, “Limes”,
n. 6, 2004, La Russia in gioco, spec. pp. 126-130). Dopo la vittoria
arancione è stato infatti messo in rilievo l’interesse americano ed
occidentale a
“un’Ucraina separata dalla Russia e insorta contro di essa:
corridoio energetico, via di penetrazione dell’occidente al cuore e ai
mercati meridionale della Russia, sbocco sul Mar Nero, vicinanza col
Caucaso e con il bacino del Mar Caspio. In termini strategici si tratta
di un alto valore aggiunto” (J.-M. Chauvier, Ucraina, la folla
arancione e la rete blu del gas, “Le Monde diplomatique”, gennaio
2005).
Risultano chiare dunque sia la funzione chiave dell’Ucraina
nell’elaborazione geostrategica americana (oltre che europea, e in
sovrordine rispetto a questa), sia la componente di ulteriore
disgregazione e di potenziale fagocitazione della Russia in
quell’impero globale americano che darebbe corposità totalitaria ad
un rinnovata, ma già sostanzialmente presente figura di imperialismo.
Ma è chiaro anche il potenziale minaccioso di vulnerazione e di
umiliazione della Russia che tutto ciò rappresenta sin d’ora, dopo
l’occidentalizzazione anche militare delle Repubbliche baltiche e
della Polonia e in presenza d’una strategia militare e politica degli
Usa già dispiegata nella sua pienezza anche militare nei “Balcani
dell’Asia”. Un distacco dell’Ucraina, nella sua attuale
territorialità, dall’estero vicino della Russia e la sua programmata
adesione al blocco politico e militare della “civiltà” occidentale
porterebbero le frontiere della Nato e degli Usa ad una distanza da
Mosca non molto maggiore di quella alla quale si assestò il fronte di
guerra nell’inverno 1941-42, dopo l’attacco nazista all’Unione
Sovietica. Quelle frontiere saranno, in ogni caso, nel cuore originario
e storico del paese, e quindi in una situazione di estremo rischio che i
Russi non potrebbero avvertire se non come fine imminente. È chiaro,
infine, che il passaggio, che abbiamo notato in Brzezinski, dalla
possibilità all’obbligatorietà che la geopolitica preceda e faccia
la storia non è la semplice avventura intellettuale d’un pensatore
polacco, ma corrisponde al senso di una elaborazione e di una pratica
politica (e di una politica fortemente militarizzata) che i fatti
dimostrano fin qui vincente.
L’iniziativa in materia di sicurezza–guerra preventiva è nella
lettera e nello spirito del documento presidenziale The National
Security Strategy del settembre 2002, che raccoglieva stimoli
provenienti dalla elaborazione dei neoconsevatives; proprio in materia
di Eurasia costoro hanno prodotto scritti deliranti, tanto più notevoli
in quanto la punta di lancia della politica ufficiale sembrava
stabilmente rivolta all’Iraq, dove – dopo la prima guerra - erano
sopravvenute difficoltà impreviste. Sulla lunga preparazione americana
della “rivoluzione arancione” nel quadro di una non interrotta
offensiva antirussa si sono avute varie testimonianze, tra le quali sono
particolarmente pesanti quelle che chiamano in causa il ruolo della Cia
e di altre, più o meno spionistiche, organizzazioni americane e
occidentali in Ucraina - dopo che in Serbia, in Georgia, e altrove (v.
E. Ramondino, Stanko Lazendic. Otpor, arancione a stelle e strisce,
“il manifesto”, 30 dicembre 2004; J.-M. Cauvier, art. cit.). E si
rende via via più chiaro che il confronto decisivo (nella misura che
appartiene alla logica geopolitica astratta) degli Stati Uniti con la
Cina implica una precedente vittoria in campo sulla Russia e una
balcanizzazione degli spazi intermedi; uno scenario, o serie di scenari
intermedi, di cui si parla poco, ma che ora gli avvenimenti ucraini
impongono all’attenzione e preoccupazione mondiale.
La Russia in un circolo vizioso
Varie sono dunque le aspirazioni che sono confluite nella concezione
della politica mondiale dell’attuale amministrazione e che hanno
fornito il materiale per la nuova pratica strategica dell’unilateratismo
planetario preventivo. E non è certo la ostentata “amicizia” di
George W. e di Vladimir che può neutralizzare le frizioni
oggettivamente esistenti lungo le migliaia di chilometri di confine
effettivo tra la proiezione euroasiatica degli Usa e il territorio
russo, nè nascondere gli evidenti contrasti di interesse generale tra
le due maggiori Potenze nucleari. Per inciso, merita anche far notare la
grandiosità della sfida geopolitica, che rende ragione della
radicalità dell’impegno degli Usa (e dell’Inghilterra, vecchia
frequentatrice di quegli scenari) e della facilità con la quale
l’impegno stesso può essere vissuto con quella partecipazione etica
missionaria che sempre e sotto ogni bandiera ha propiziato gli olocausti
del colonialismo-imperialismo.
Dall’altra parte sta però la Russia (e sullo sfondo stanno anche
l’India e la Cina, in atteggiamento che non è certo di attesa
passiva). Caduta l’Urss, gli Stati Uniti non tollerarono che quanto di
alternativo, o comunque di diverso dal capitalismo ortodosso era stato
costruito dopo il 1917 potesse sopravvivere – pur in modi parziali e
deformati. Il periodo eltsiniano fu quello del grande sfacelo
teleguidato, con la subitanea distruzione di un’immensa organizzazione
economica e finanziaria (oltre che sanitaria e assistenziale) e la sua
spartizione tra potentati globali e predoni locali, tra i quali non
pochi dirigenti e membri del Pcus. Dall’esperienza sovietica viene
anche Vladimir Putin, che tuttavia si distingue per l’ambizione via
via più chiara di riscattare la Russia dal baratro in cui è piombata,
procedendo a ristrutturazioni interne, a iniziative di politica estera e
a misure di riorganizzazione militare.
Non sono qui in discussione la personalità di Putin, né la sua scelta
e selezione di alleanze, né gli errori sul fronte ceceno e altrove, ma
unicamente la sua funzione di rappresent