FISICA/MENTE

 

http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=158 

Risorse energetiche e controllo geopolitico.Il Grande Gioco nell’Asia centrale

Sergio Cararo

 

Chi governa l’Europa orientale comanda la zona centrale; chi governa la zona centrale comanda la massa eurasiatica; chi governa la massa eurasiatica comanda il mondo.

Harold Mackinder (padre della moderna geopolitica)

1. Introduzione

 

Per cercare di comprendere le cause e gli obiettivi di una guerra, occorre prendere in esame tutte le ipotesi, gli interessi materiali in gioco, le forze sociali o economiche che spingono verso un conflitto e soprattutto verso un esito dello stesso che corrisponda ai propri obiettivi.

L’amministrazione statunitense, ha dichiarato che la "guerra infinita" durerà mesi se non anni, che un intero sistema politico, economico, civile ed internazionale dovrà piegarsi alle esigenze di un conflitto con caratteristiche nuove.

È indubbio che, in questa vicenda, il casus belli - gli attentati dell’11 settembre al cuore economico e politico degli Stati Uniti sia stato al di sopra dell’immaginazione [1].

È anche vero che nella storia più recente, gli autori degli attentati e gli attentati stessi, sono passati in secondo piano rispetto allo sviluppo degli avvenimenti. Nell’esame della storia, che rapporto di grandezza è rimasto tra l’attentato di Sarajevo, l’affondamenento del piroscafo Lusitania e la Prima Guerra Mondiale? O tra l’affondamento della nave americana Maine e la conquista di Cuba e l’espulsione definitiva della Spagna dal gruppo delle potenze coloniali? Oppure, per parlare di casus belli, tra il bombardamento su Pearl Harbour e la parte della Seconda Guerra Mondiale combattuta in Asia e nel Pacifico?

Della guerra infinita conosciamo solo alcuni dettagli: l’individuazione e la caccia a Osama Bin Laden ritenuto il responsabile degli attentati sulle Twin Towers, i bombardamenti e i massacri sull’Afganistan dei taliban accusato di ospitarlo, il pieno controllo della prima fase della guerra nelle mani degli Stati Uniti.

Gli obiettivi dichiarati di questa guerra sono la lotta al terrorismo internazionale e la "dissuasione" per chiunque - siano essi una organizzazione terroristica o Stati - dal minacciare o attaccare gli interessi strategici statunitensi nel proprio territorio nazionale o nel resto del mondo.

È noto che le dottrine elaborate dai vari centri decisionali del potere degli Stati Uniti, hanno una concezione molto ampia e flessibile dei propri interessi strategici. In fasi diverse, mutano le linee guida che ispirano e orientano la politica internazionale statunitense (inclusa quella militare). In alcune fasi si impongono interessi materiali, scuole di pensiero e chiavi di lettura, in fasi diverse se ne impongono altre. Il cambiamento della politica USA verso il Medio Oriente, cioè verso Israele e palestinesi, oppure verso l’Iraq e l’Arabia saudita, indica la "flessibilità" degli orientamenti che si impongono di volta in volta.

In questo lavoro, si è cercato di ricostruire i passaggi delle scelte operate nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti in un’area come l’Asia centrale che oggi - con l’attacco all’Afganistan - appare al centro dell’azione politica e militare degli USA. Dalla ricostruzione degli eventi, emerge un cambiamento di posizione degli Stati Uniti già nella seconda metà degli anni Novanta.

Con la nuova amministrazione Bush, sembrano aver acquisito maggiore influenza e potere decisionale i settori ispirati da una chiave di lettura fortemente geopolitica degli interessi strategici statunitensi. Consiglieri come Brzezinski, Huntington, Wolfowitz in questa fase paiono avere maggiore peso decisionale nella formazione degli orientamenti della politica internazionale statunitense e di una amministrazione fortemente compenetrata con il business del petrolio e l’economia di guerra.

2. La preparazione geopolitica della guerra infinita

Uno dei padri della geopolitica, Harold Mackinder, sostiene che chi ha il controllo della zona centrale controlla l’Eurasia e chi controlla l’Eurasia controlla il mondo. Con la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti hanno sicuramente ipotecato il comando della zona centrale a proprio favore. Per aspirare a conquistare e mantenere la supremazia mondiale, occorre passare al comando della massa eurasiatica. "La capacità degli Stati Uniti di esercitare un’effettiva supremazia mondiale, dipenderà dal modo in cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell’Eurasia, scongiurando soprattutto l’emergere di una potenza predominante e antagonista in questa regione". [2] Questa ambizione, esplicitata da Brzezinski, sembra aver ispirato la "svolta" della amministrazione statunitense nella seconda metà degli Novanta e soprattutto l’escalation di questi ultimi mesi. L’Afganistan dunque potrebbe trovarsi - suo malgrado - al posto giusto.

Per comprendere le motivazioni "forti" dell’attuale intervento militare contro l’Afganistan ed in Asia Centrale, sarebbe sufficiente aprire una carta geografica che includa tutta l’area definita eurasiatica. È un’area assai ampia che include paesi con sistemi, risorse economiche e potenzialità militari assai diverse tra loro. Ma è soprattutto l’area che a partire dal biennio 1989-91, con la dissoluzione dell’URSS e del COMECON è stata "aperta" agli interessi ed agli investimenti americani ed europei.

3. Negli anni Novanta inizia l’assalto all’Eurasia

Dal 1993 l’Unione Europea ha lanciato il Traceca (Corridoio Caucasico TransEuropeo) entrato in fase attiva tra il 1994 e il 1995. Obiettivo di questo progetto era quello di bypassare la Russia per i trasporti, gli oleodotti e gli investimenti più generali tra l’Europa e l’Asia Centrale.

Tale progetto, non investiva solo le ambizioni degli europei e degli Stati Uniti, ma coinvolgeva anche le ambizioni di altri Stati della regione come la Turchia (membro della NATO, alleato di ferro degli USA, candidato ad entrare nell’Unione Europea).

Tra il 1993 e il 1994, a seguito di due incidenti navali,la Turchia avviava una offensiva a tutto campo tesa a ridurre il traffico di petroliere nello stretto del Bosforo. Veniva addirittura ventilata l’ipotesi di annullare il Trattato di Montreaux che "internazionalizza" il traffico nei Dardanelli e nel Bosforo. Le petroliere incriminate, provenivano tutte dai terminali petroliferi russi sul Mar Nero.

Nel 1994, un articolo comparso sul quotidiano turco Milliyet, rendeva nota l’esistenza di un progetto di oleodotto tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) che avrebbe tagliato defitivamente fuori la Russia dalle nuove rotte del petrolio dall’Asia centrale.

Nel 1994, con il "contratto del secolo" firmato tra l’Azerbaijan ed un consorzio di compagnie petrolifere guidato dalla British Petroleum (AIOC) è iniziata la "corsa" all’oro nero, al gas e ai mercati dell’Asia Centrale.

Sono state create così le condizioni per la "svolta" della strategia geopolitica degli Stati Uniti su quest’area. Parlare di svolta, non è una semplificazione ma è un indicatore storico, economico e geopolitico capace di spiegare molti avvenimenti della seconda metà degli anni Novanta.

Fino al 1993, infatti, gli USA puntavano a cooptare la Russia negli accordi sul Traceca e sulle pipelines. Dopo una fase di discussione, intorno al 1995 l’approccio dell’amministrazione statunitense cambia radicalmente sia per quanto riguarda l’Asia Centrale che i Balcani.

Nello stesso anno - il 1995, oltre l’Azerbaijan, anche Georgia e Uzbekistan, entrano nell’orbita degli interessi americani.

Tale cambiamento di posizione produrrà scelte operative a partire dal 1996, ossia l’anno in cui i Taleban conquistano Kabul dopo una "marcia trionfale" partita dal Pakistan e iniziata proprio nel 1995.

La dissoluzione dell’URSS e la frantumazione delle sue repubbliche, hanno consentito agli Stati Uniti di intervenire con efficacia in quest’area sia sul piano bilaterale sia sul piano multilaterale (es: includendo alcuni di questi paesi nella "parnership for peace" con la NATO).

I paesi europei ex Comecon (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria etc.) sono già stati integrati nella NATO e nella penetrazione degli IDE grazie alle privatizzazioni, alle facilitazioni per gli investimenti esteri, al cambiamento delle leggi sulla proprietà imposti dal FMI e dagli istituti finanziari internazionali. Ma nelle repubbliche asiatiche della ex URSS e nei Balcani le cose ancora non erano a questo punto.

4. La "normalizzazione" della regione Balcanica

Nel 1999 è stata "sistemata" la regione balcanica. Sono stati necessari due interventi militari della NATO (uno, cronologicamente indicativo, nel ’95 in Bosnia ed uno più pesante nel ’99 in Kossovo e Federazione Jugoslava) per definire degli assetti soddisfacenti per gli interessi americani e più vulnerabili per i "partner europei".

Attualmente nei Balcani, gli USA possono contare su alcuni risultati sicuri: hanno costruito una grande base militare in Kossovo (Camp Bondsteel); hanno neutralizzato il Corridoio strategico nr.10 sul quale convergevano gli interessi di Russia, Serbia, Grecia ed anche Germania; hanno dato il via al versante più occidentale del Corridoio strategico nr.8 sul quale convergono invece gli interessi americani e inglesi; possono contare sull’alleanza di tre paesi funzionali al Corridoio: Albania/Kossovo, Bulgaria ed una parte della riottosa Macedonia. L’attuale convergenza con i movimenti nazionalistici pan-albanesi, consente inoltre di controllare tutti gli snodi strategici dell’area in Kossovo, Albania e Macedonia. [3]

La situazione è talmente consolidata, che il Dipartimento di Stato USA sta valutando l’ipotesi di ritirare una parte dei contingenti operativi in Kossovo, Macedonia e Bosnia, di lasciare solo gli uomini incaricati della piena operatività della base di Camp Bondesteel e di affidare il compito di polizia militare e di controllo al contingente militare italiano destinato a diventare il più numeroso nei Balcani.

5. I rapporti di forza nella regione eurasiatica

La situazione nel versante orientale della regione euroasiatica (Asia Centrale), presenta maggiori problemi per l’egemonia e il controllo da parte degli Stati Uniti. In questa regione convergono infatti gli interessi strategici della Russia e in qualche modo quelli della Cina. Vi sono poi potenze regionali ostili come l’Iran e potenze alleate come la Turchia in espansione nell’area turcofona ma con crescenti contraddizioni e spinte dissonanti all’interno. Alla sua periferia più prossima vi sono due potenze nucleari regionali come il Pakistan e l’India (quest’ultima dispone però di un potenziale umano enorme).

In mezzo, ma proprio in mezzo, vi è una terra di nessuno (una no man’s land) chiamata Afganistan.

Quando l’URSS occupò l’Afganistan nel dicembre 1979, vi furono reazioni diverse. I palestinesi esultarono perché la videro come un ritorno dell’URSS ad occuparsi dell’area più prossima al Medio Oriente ed un possibile punto di resistenza dopo il goodbye di Brzezinski all’OLP.

Per gli Stati Uniti - anche a seguito della caduta del regime dello sciah in Iran - ebbe lo stesso effetto, fatte le dovute proporzioni, degli attentati alle Twin Towers. Scattò dunque l’escalation della seconda guerra fredda che portò all’installazione dei missili in Europa, alla costituzione della Rapid Deployment Force (Forza di Intervento Rapido) con base nell’isola di Diego Garcia nell’Oceano Indiano, al confronto globale Est-Ovest in tutte le aree e all’organizzazione economica, militare e politica delle forze che si opponevano alla presenza sovietica in Afganistan (tra questi anche Osama Bin Laden).

Le mappe a disposizione dimostrano alcune cose.

1. Gli Stati Uniti sono ancora assenti dall’Eurasia sul piano di strutture di controllo permanenti (basi militari, corridoi aerei riservati, accordi bilaterali o organismi multilaterali in cui operare come primus inter pares.

2. In quest’area possono manifestarsi ambizioni di potenze rivali all’egemonia statunitense (Cina, Russia, India, singolarmente o in accordo tra loro);

3. In Eurasia si sono rivelate riserve petrolifere significative e ancora poco sfruttate. Con la dissoluzione dell’URSS si è aperta la possibilità di raggiungerle e controllarle, cosa questa impossibile fino al 1991.

4. L’Afganistan, dal punto di vista geopolitico, è collocato al posto giusto.

Nel momento in cui gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire in Afganistan, la situazione sul campo a livello euroasiatico era la seguente:

1) I Balcani (terminale del Corridoio nr.8), dopo la guerra contro la Jugoslavia nel 1999 e la "rimozione" di Milosevic nel 2000, sono in gran parte sotto controllo statunitense. Le ambizioni europee e l’influenza della Russia sull’area slava sono state ridimensionate.

2) Nella regione caucasica, Georgia e Azerbaijan (tratto intermedio del Corridoio nr.8) sono sotto controllo statunitense. La prima con il porto di Supsa sul Mar Nero, è il terminale petrolifero di un oleodotto proveniente da Baku. Questo corridoio è alternativo a quello che da Baku va in Russia, attraversa la Cecenia e sfocia sul terminale russo di Novorossik sul Mar Nero. Georgia e Azerbaijan hanno chiesto di entrare nella NATO. In attesa di definizione dello status di membri NATO, la Georgia nel 1997 ha dato vita al GUUAM (patto di assistenza militare tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan, Moldavia) sotto la supervisione americana (è indicativo che la seconda riunione del GUUAM sia stata tenuta... a Washington). La Turchia, vantando anche le comunanze turcofone, si è incaricata di custodire l’Azerbaijan e di affiancarlo contro il nemico comune, l’Armenia, che si è ovviamente legata alla Russia e ne ospita alcune basi militari. L’Azerbaijan ha assunto un valore strategico particolare:"Un Azerbajian indipendente, collegato ai mercati occidentali da oleodotti che non passino attraverso il territorio controllato dai russi, rappresenterebbe un importante canale di accesso per le economie avanzate e consumatrici di energia alle repubbliche ricche di petrolio dell’Asia centrale" esplicita ancora una volta Brzezinski.

3) A Sud-ovest, nell’autunno del 1999, il progetto petrolifero Baku-Ceyhan (Turchia) era riuscito a vincere le resistenze delle compagnie petrolifere statunitensi impegnate in Azerbaijan (grazie alla promessa di rilevanti sgravi fiscali). Questo percorso avrebbe dovuto tagliare definitivamente fuori la Russia dalle rotte del petrolio del Mar Caspio.

Più a nord, dopo mesi di attentati e "sifonamenti" dei secessionisti islamici (vicini anch’essi a Bin Laden) all’oleodotto Baku-Novorossik ed a quello in costruzione tra Kazachistan e Novorossik, il riaccendersi della guerra in Cecenia (ottobre ’99) aveva il compito di evidenziare agli occhi degli investitori come quella rotta non "fosse più sicura";

4) Più a Est gli Stati Uniti avevano cercato di bypassare la Russia e l’Iran avviando un corridoio energetico (gas e petrolio) verso sud. Dai giacimenti del Turkmenistan e tendenzialmente del Kazachistan, il corridoio doveva attraversare l’Afganistan, il Pakistan e sfociare nel porto pakistano di Gwadar. In pratica questo sarebbe diventato il terminale orientale del Corridoio nr.8. Era la quadratura del cerchio. Le riserve di idrocarburi sarebbero state veicolate a Ovest ed a Est saltando i "rivali" Russia e Iran e sotto stretto controllo americano. Il regime dei taliban in Afganistan e quello militare in Pakistan dovevano assicurare tale quadratura del cerchio.

6. Il "Silk Road Strategy Act"

Come è stato già segnalato, dal 1993 è iniziata la grande marcia di avvicinamento degli USA al controllo dell’Eurasia. Per dare un ritmo sostenuto a questa marcia, alla fine del 1997, il Congresso USA ha discusso il "Silk Road Strategy Act" (Documento strategico per la "Via della Seta").

Il primo obiettivo del documento era quello di recidere le relazioni tra le repubbliche asiatiche della ex URSS e la Russia.

Il secondo era quello di riannodare il filo del dialogo con l’Iran approfittando di eventuali divisioni tra "riformisti" e "conservatori" come suggerito in un articolo di Foreign Affairs del maggio/giugno 1997 scritto a sei mani proprio da Brzezinski insieme a Scowcroft e Murphy e da un documento curato nel 1998 dall’attuale viceministro della Difesa, il falco Wolfowitz.

Il terzo era quello di installare basi militari permanenti negli snodi strategici della regione. A tale scopo può essere utilizzata l’estensione della NATO ai paesi dell’Est (inclusi Georgia e Azerbaijan). Ma nel versante orientale non esisteva fino ad oggi nulla di paragonibile alla NATO, ragione per cui gli Stati Uniti hanno ritenuto di dover operare direttamente sul campo e dotarsi delle strutture necessarie: "La densità dell’infrastruttura fissa e mobile degli Stati Uniti è minore che in altre regioni cruciali. Ciò rende importante assicurare agli Stati Uniti ulteriori accessi alle regione e sviluppare sistemi capaci di effettuare operazioni impegnative a grandi distanze con un minimo supporto basato sul teatro di operazioni" ammette una importante pubblicazione strategica americana [4]

Il progetto di costruzione di basi militari statunitensi in Afganistan, Uzbekistan e Pakistan, corrisponde pienamente ai disegni strategici USa in Asia Centrale. Anche qui, una volta diradato il polverone della guerra e dell’emergenza, resteranno così come è accaduto nel Golfo e nei Balcani, delle basi militari permanenti degli Stati Uniti.

7. La competizione energetica e geopolitica in Asia Centrale

Quali sono i problemi che fino ad oggi hanno ostacolato il progetto di penetrazione e controllo statunitense degli snodi strategici euroasiatici? E come si stanno modificando i rapporti di forza nella regione a seguito della guerra?

1) I rapporti tra Stati Uniti e Russia. Alla fine del ’99 veniva pensionato Eltsin e saliva al potere Putin. Con lui è tornata al potere anche una nuova forma di percezione degli interessi "strategici" russi. Sostenuto dai boss delle società petrolifere e del gas, Putin ha avviato una politica più "aggressiva" sulle repubbliche ex sovietiche tesa ad impedire che la Russia venga tagliata fuori dalle rotte del petrolio che continua a rappresentare il 70% dell’export russo. Indicativa è la recente notizia dell’inaugurazione della pipeline tra Kazachistan e il terminale russo di Novorossik e quella di una joint venture tra Russia e Kazachistan per la fornitura di gas kazaco alla Russia che sarebbe in dirittura d’arrivo. La sua commercializzazione verrebbe quindi affidata alle infrastrutture russe capaci di arrivare anche sui terminali di sbocco. In questi mesi le relazioni tra Stati Uniti e Russia sembrano essere migliorate. Se su alcuni temi dell’agenda bilaterale come lo Scudo antimissili e l’estensione della NATo alle repubbliche baltiche non c’è ancora intesa, alcuni osservatori sostengono che sul business petrolifero stiano invece crescendo accordi e cooperazione strategica. Il segretario americano all’energia Spencer Abraham ha partecipato all’inaugurazione della pipeline kazaco-russa che, secondo il Sole 24 Ore, "rappresenta una vittoria della Russia" dopo aver rappresentato negli anni novanta una sfida contro il tentativo degli USA e della Turchia di togliergli il controllo dei flussi petroliferi e di gas dell’area. In cambio di questa sconfitta della strategia politico-energetica seguita deagli USA, la Russia ha ignorato le richieste dell’OPEC di tagliare la produzione per far risalire i prezzi del petrolio. L’amministrazione statunitense ha dichiarato di aver "molto apprezzato" la scelta russa [5].

2) Le relazioni tra Stati Uniti e Cina. A luglio 2001, Russia e Cina avevano raggiunto un importante trattato della durata di 20 anni. Era il "Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese". Il trattato parla di "partnership strategica per far fronte alla crescente egemonia americana".Quasi contemporaneamente anche l’India ha siglato un accordo militare-commerciale con la Russia per 10 miliardi di dollari. È abbastanza chiaro come queste iniziative nuocessero profondamente agli interessi strategici americani in Asia Centrale. Cogliendo l’occasione della guerra in Afganistan, tra Stati Uniti e Cina è iniziato un linkage a più facce.

A ottobre, al vertice dell’APEC di Shangai, la Cina aveva fatto gli onori di casa consentendo agli Stati Uniti di "incassare" un documento politico (contro il terrorismo) in una sede dove storicamente si parla solo di problemi economici. La Cina si è schierata con la coalizione internazionale contro il terrorismo architettata da Washington per legittimare la "guerra infinita" e l’aggressione all’Afganistan. In compenso ha ottenuto due risultati: uno è molto simile a quello portato a casa dalla Russia sulla Cecenia ossia il placet americano ed occidentale per le soluzioni di forza contro i secessionisti musulmani nello Xinkiang (i cinesi lo definiscono Turkestan orientale). "Anche la Cina è vittima del terrorismo" ha detto il ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan "il gruppo del Turkestan orientale è certamente un’organizzazione terroristica e colpirla è parte della lotta contro il terrorismo".

L’altro risultato, forse ancora più ambìto, è che Bush ha fatto propria - almeno in questa fase - la dottrina de "Una sola Cina", dottrina con cui la Repubblica Popolare Cinese nega da sempre l’esistenza della Repubblica Cinese di Taiwan. Alla luce di quanto avvenuto nei mesi scorsi tra Cina e Stati Uniti, questo non è certamente un dettaglio [6].

3) Competizione a tutto campo tra le multinazionali petrolifere.

Nella competizione senza esclusioni di colpi in corso da anni nell’Asia centrale, anche l’Italia, tramite l’ENI, ha cominciato a manifestare ambizioni di grandezza nell’area.

L’ENI, ha recentemente soffiato alle compagnie USA (Exxon-Mobil) il contratto sugli immensi giacimenti di Kachagan, in Kazachistan. Ha inoltre siglato un supercontratto con la Russia sul giacimento di Astrakan. L’ENI ha avviato il gasdotto sottomarino Bluestream in collaborazione con la Russia. Questo gasdotto, che porterà dalla Russia il gas in Turchia, rimette in gioco Mosca e, nei fatti, rende obsoleto il progetto Baku-Ceyhan sul quale l’amministrazione USA aveva riposto molte aspettative. Nel 1998 gli USA avevano dichiarato apertamente la loro opposizione al progetto Blue Stream e nel corso del 2000 hanno fatto pressione sui parlamentari turchi affinchè non approvassero il progetto, ma il pressing si è rivelato inutile.

Infine, ENI e TotalFinaElf stanno "dilagando" in Iran firmando contratti e concessioni miliardarie sui giacimenti di South Pars approfittando dell’assenza USA dovuta all’embargo contro Teheran. Emergono indiscrezioni su telefonate di fuoco tra l’Albright prima e Powell poi verso le autorità italiane. Contatti e preparativi fervono anche con l’Iraq suscitando anche qui l’ira degli Stati Uniti. "Le divergenze con l’Europa in merito all’Iran e all’Iraq sono state considerate dagli Stati Uniti non come una questione tra pari, bensì come una manifestazione di insubordinazione" è stato il commento perentorio di Brzezinski. Le vecchie ingerenze di una volta dunque non avevano funzionato.

Lo scontro per il controllo delle riserve energetiche è ormai decisivo e frontale. In gioco ci sono le prospettive di tenuta e sviluppo delle principali economie capitaliste ed innanzitutto di quella statunitense, che dell’energia a basso costo ha fatto uno dei suoi pilastri. Ma la partita per le risorse energetiche è ancora più complessa e vitale per gli interessi strategici. Su questo ci sono in circolazione analisi tecniche, economiche e politiche molto dettagliate [7].

4) Alleanza e rottura con i taliban e i sauditi.

In questi anni, più di qualche osservatore ha documentato gli stretti rapporti tra gli Stati Uniti, i sauditi e il regime dei taliban in Afganistan. L’interesse comune era rappresentato dal progetto di oleodotto/gasdotto dal Turkmenistan a Gwandar in Pakistan attarverso l’Afganistan. Su questo progetto convergevano la compagnia americana Unocal e quella saudita Delta Oil. "Nonostanti si ostini a negarlo, Washington appoggia completamente questo progetto... Non appena la città (Kabul, NdR) è caduta in mano ai talebani, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un documento in cui giudica "positiva" la loro vittoria e annuncia l’invio di una delegazione ufficiale a Kabul" scriveva cinque anni fa Le Monde Diplomatique [8].

Ma l’accordo tra la compagnia statunitense Unocal, quella saudita Delta Oil e il regime dei Taliban per la pipelines attraverso l’Afganistan, è poi saltato. Alcuni dicono perché non è stato raggiunto l’accordo per le royalties sull’oledotto-gasdotto. Altri perché i sauditi avrebbero voluto gestire interamente l’operazione (è questo lo zampino di Bin Laden che ha fatto imbufalire definitivamente gli americani?).

Nell’agosto del 1998 gli USA lanciarono dei missili sull’Afganistan come rappresaglia per gli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania. Ma l’Unocal abbandonerà il progetto e l’Afganistan solo quattro mesi dopo, nel dicembre 1998. In compenso, il "neo-presidente" afgano Kirzai, un pashtun nominato come nuovo leader del paese dalla recente conferenza di Bonn, era ed è ancora un consigliere sul libro paga della Unocal.

8. L’Afganistan nel "Grande Gioco" euroasiatico

L’Afganistan, pur essendo un paese povero e inospitale, è collocato geopoliticamente al posto giusto per consentire agli Stati Uniti di entrare di forza e direttamente nel "Grande Gioco sull’Eurasia".

"In virtù della sua ubicazione geografica, l’Afganistan ha sempre giocato un ruolo importante nella stabilità regionale ed è stato frequentemente al centro dell’attenzione delle grandi potenze" sostiene il Ten. Col. Lester W. Grau uno dei maggiori esperti militari americani della regione. [9]

La campagna contro il terrorismo islamico si rivela a tale scopo pienamente calzante.

"Anche una possibile sfida del fondamentalismo islamico al primato americano potrebbe essere parte del problema in una regione contrassegnata dall’instabilità. Facendo leva su una condanna religiosa dello stile di vita americano e approfittando del conflitto arabo-israliano potrebbe provocare in Medio Oriente la crisi di più di un governo filo-occidentale, in definitiva compromettere gli interessi dell’America in quella regione, soprattutto nel Golfo Persico.

Fermo restando che, senza coesione politica e in assenza di uno Stato islamico, forte nel vero senso della parola, una sfida da parte del fondamentalismo islamico sarebbe priva di un centro geopolitico e rischierebbe, pertanto, di esprimersi soprattutto attraverso una violenza diffusa" scriveva quattro anni fa in modo sospettosamente "profetico" Brzezinski.

Poteva essere l’Afganistan lo Stato islamico "forte" in grado di rappresentare il centro geopolitico capace di compromettere gli interessi degli USA? Alla luce di quanto conosciamo e di quanto abbiamo visto di questo paese inospitale, povero e devastato da venti anni di guerre, appare difficile crederci. Eppure la maggiore potenza militare del mondo si è accanita su di esso in nome della lotta contro il terrorismo e la minaccia islamica. È evidente come quest’ultima sia talmente indefinibile da potersi prestare a molte operazioni.

La Russia e la Cina, ad esempio, hanno lo stesso problema in Cecenia e nel Xinkiang, l’India ce l’ha nel Kashmir, l’Iran aveva persino minacciato di invadere la parte occidentale dell’Afganistan per proteggere gli sciiti filo-iraniani sconfitti e decimati dai Taliban. Tutte queste potenze regionali eurasiatiche non nascondono affatto di sostenere politicamente e militarmente i mojaheddin dell’Alleanza del Nord contro il regime dei Taliban e le ambizioni del Pakistan, sostenuti entrambi fino a pochi mesi fa dagli Stati Uniti.

Per una fase non certo lunga, gli interessi di questi "competitori" eurasiatici potranno essere cooptati dagli americani. Per questi ultimi occorre però uscire velocemente e in maniera definitiva dal rischio di impantanarsi in un lungo conflitto in Afganistan. In tal senso, occorre concordare con due potenze come Russia e Cina i limiti e gli interessi comuni nell’area (vedi il vertice APEC di Shangai, ottobre 2001) ma per Washington diventa urgente e necessario consolidare al più presto la presenza militare nella regione in un quadro di relativa stabilità.

Installarsi stabilmente in Afganistan e Pakistan, inserirsi in Uzbekistan e nel gigante eurasiatico del Kazachistan, testare le relazioni con Turkmenistan e Tagikistan, coronerebbe il progetto strategico degli Stati Uniti sull’Eurasia.

9. Obiettivo Kazachistan

Il giornale del business russo "Argumenty e fakti", riporta il 5 dicembre del 2000 che gli Stati Uniti hanno in progetto di costruire basi militari in Kazachistan, Georgia e Azerbaijan. La prima di queste tre repubbliche della ex URSS, è la "gallina dalle uova d’oro" dell’area. Le sue riserve di idrocarburi (petrolio e gas) sono le più grandi di tutta la regione e le uniche in grado di rendere economicamente vantaggiosi gli oleodotti.

Sul Kazachistan è già in corso una guerra per l’accaparramento dei giacimenti che sta mettendo in duro contrasto Stati Uniti, Russia, Cina e ...Italia.

Alla fine dello scorso anno, la Shell ha perso il ruolo di "operatore" per il giacimento di Kashagan. Su questo giacimento tra il dicembre 2000 e il gennaio 2001 rimangono in campo solo l’italiana ENI (già presente nei giacimenti di Tengiz e Karachaganan) e la francese ELF/TotalFina. Resta invece tagliata fuori l’americana Exxon/Mobil. Un’altra compagnia americana - la Chevron/Texaco - è invece presente a Tengiz. Ma la Chevron/Texaco, di cui è consigliere anche Condoleeza Rice, è anche una rivale della Exxon/Mobil. Quest’ultima ha finanziato la campagna elettorale di Al Gore, la sua rivale quella di Bush.

Il 12 febbraio di quest’anno, il governo del Kazachistan ha firmato la concessione all’ENI per il giacimento di Kashagan e la Exxon/Mobil ha fatto fuoco e fiamme chiedendo ed ottenendo anche le pressioni sull’Italia da parte del nuovo Segretario di Stato Colin Powell.

Non solo, il governo del Kazachistan, annunciava che entro il 2001 sarebbe entrata in funzione la pipelines tra Tengiz e Novorossik ossia quella preferita dalla Russia e sabotata dai secessionisti ceceni. I progetti statunitensi subiscono così un altro duro colpo.

Chi metterà le mani sul Kazachistan, metterà le mani sulle riserve energetiche, sulla seconda repubblica della ex URSS, su una regione che confina direttamente con la Russia e la Cina... stringerà in pugno il cuore dell’Eurasia.

10. Nell’area del Mar Caspio la guerra già c’era

La zona del Caspio, negli anni novanta è costellata da conflitti. All’interno delle singole repubbliche e nelle relazioni tra le varie repubbliche, esistono da tempo tensioni e conflitti fino ad oggi valutati come di "bassa intensità".

Il 23 luglio di quest’anno, alcune navi della marina militare iraniana nel Mar Caspio, hanno minacciati e fatto allontanare due navi per le prospezioni petrolifere dell’Azerbaijan con a bordo tecnici della compagni Anglo-americana BP/Amoco.

Qualche giorno dopo, il governo del Turkmenistan ha accusato l’Azerbaijan di sfruttare giacimenti nel Mar Caspio di cui il Turkmenistan rivendica la sovranità.

La questione irrisolta dello status delle acque Mar Caspio, sta alimentando una’aspra conflittualità tra le repubbliche che vi si affacciano.

Secondo alcuni osservatori la Chevron/Texaco intenderebbe ritirarsi dall’Azerbaijan perché non sarebbe più conveniente ed anche l’ENI avrebbe sospeso le trivellazioni.

Come abbiamo visto sembra per ora in liquidazione il progetto di pipeline tra Baku (Azerbaijan) e Ceyhan (Turchia) fortemente voluta dall’amministrazione USA ed a cui molte compagnie anglo-americane avevano aderito con grande riluttanza. I costi di questa pipeline sarebbero già lievitati da 2 a 3 miliardi di dollari. Se, a quanto pare, non si riuscirà ad agganciare a questo progetto di olodeotto il petrolio del Kazachistan, la pipeline Baku-Ceyhan dovrà essere definitivamente abbandonata perché diseconomica e il progetto azero-statunitense subirebbe la sconfitta strategica di cui parlavamo in precedenza.

L’Uzbekistan da almeno sei anni si è apertamente schierato con gli Stati Uniti. Il Turkmenistan si barcamena e si è detto neutrale nella campagna contro l’Afganistan. Ma entrambi questi paesi hanno il problema di come far arrivare ai mercati di sbocco le loro riserve di gas e petrolio. Sul piano economico resterebbe più vantaggiosa l’opzione russa, su quello politico per ora è fallita la "via afgana" sostenuta dagli Stati Uniti e imposta con il controllo sul territorio dei Talebani.

L’amministrazione USA ha deciso dunque di dare una "spallata" per entrare decisamente in campo nella regione.

L’Afganistan è la prima sperimentazione diretta degli USA per arrivare ad inserirsi in modo permamente nel "cuore" dell’Eurasia. L’ ammissione del segretario alla Difesa Rumsfeld sull’obiettivo della costruzione di una base militare in Afganistan conferma tale chiave di lettura. Anche alla fine della guerra del Golfo, una volta diradata la polvere della guerra, sono rimaste nell’area - dove prima non c’erano - tre grandi basi militari: in Arabia Saudita, in Kuwait e in Oman.

Camp Bondsteel in Kossovo e Camp Rhino in Afganistan vorrebbero rappresentare le due "fortezze" estreme per il controllo del Grande Corridoio nr.8, un corridoio che corre da Est a Ovest seguendo la "Via della Seta". In mezzo ci sono paesi alleati come Turchia, Georgia, Azerbajian, Uzbekistan, c’è il cuore dell’Eurasia e, secondo i geopolitici... c’è il dominio del mondo.

È evidente come gli Stati Uniti se intendono mantenere e rafforzare la loro egemonia mondiale non possono che intervenire stabilmente in Eurasia. Tutti i rischi indicati dal Rapporto Wolfowitz nel 1992 e più recentemente da Brzezinski, si stavano presentando tutti: emersione di potenze rivali in competizione con gli USA, perdurante assenza dallo scacchiere eurasiatico, fallimento del progetto di tagliare fuori dalle rotte strategiche Russia, Iran ma anche la Cina. Un quadro aggravato dalla possibilità che alcuni dei più importanti paesi petroliferi del Medio Oriente comincino tra pochi mesi ad adottare l’euro piuttosto che il dollaro per le loro transazioni internazionali. Impedire tutto questo è probabilmente una parte della vera posta in gioco di questa guerra.

 

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[1] In realtà sarebbe più corretto parlare della "nostra immaginazione", perché è impressionante il numero di libri pubblicati negli Stati Uniti che vedevano come scenario attentati suicidi contro la Casa Bianca o le Twin Towers.

[2] Zbignew Brzezinski: "La Grande Scacchiera", p.8, Longanesi 1998.

[3] Vogliamo ricordare l’intervista al gen. Jackson di Alberto Negri del Sole 24 Ore, nel quale si affermava testualmente che i contingenti militari americano e inglese, erano nei Balcani "per rimanerci a protezione degli oleodotti strategici che attraverseranno questa regione" (Sole 24 Ore, aprile ’99).

[4] Quadriennal Defense Review, 30 settembre 2001.

[5] Piero Sinatti: "E nel gioco del petrolio Russia e USA sono alleati", Sole 24 Ore del 4 dicembre 2001.

[6] Intervista del ministro degli esteri cinese Tang Jiaxuan su "La Stampa" del 24 novembre.

[7] Tra le altre, segnaliamo i preziosi e allarmanti contributi di Alberto Di Fazio su "Contro le nuove guerre", edizioni Odradek che raccoglie le relazioni al convegno degli Scienziati e scienziate contro la guerra tenutosi al Politecnico di Torino nel giugno del 2000. Una sintesi della relazione di Di Fazio è disponibile anche sull’inserto di Contropiano del febbraio 2001.

[8] Olivier Roy: "Sharia e gasdotto, la ricetta dei talebani" in Le Monde Diplomatique, novembre 1996.

[9] Military Review, US Army, settembre 2001.


http://www.gabrieleadinolfi.it/articoli/O_R207.DOC

L’EUROPA SULLA GRANDE SCACCHIERA

 

La politica estera americana è da tempo alla ricerca di una dottrina precisa.

Chiamata a fare fronte a svariate necessità strategiche, anche contrastanti tra loro, la Superpotenza d’oltreoceano tenta di coniugare in qualche modo una filosofia ed una linea di condotta.

Il che non è cosa agevolissima in quanto le direttrici di tutta la politica statunitense sono contraddittorie ed oscillano storicamente tra la tentazione all’autoisolamento ed il desiderio di ostentazione di un’insaziabile volontà di potenza giustificata dalla convinzione di espletare una missione morale.

Gli Stati Uniti del resto non hanno mai saputo quale delle loro vocazioni scegliere di rappresentare fino in fondo: se la Predestinazione mistica di origine calvinista, l’Egualitarismo di origine storica (ideologia della frontiera ecc) o il Pragmatismo. Anche se in un ultima analisi è stato sempre e solo quest’ultimo a permettere loro di non soccombere alle contraddizioni irrisolte.

Ma l’unico modo per assumere le proprie contraddizioni se non le si dominano o se non si risolvono è quello di ignorarle, il che diviene agevole quando si  identifica un Antagonista, una rappresentazione del Male assoluto, per fronteggiare la minaccia del quale si giustifica il continuo rinvio della resa dei conti con se stessi.

La Superpotenza Americana è così possibile solo nel Dualismo, a tal punto che pur di garantirlo essa è disposta a finanziare l’Altro, come ha fatto per settant’anni con l’Unione Sovietica e più recentemente nei confronti delle organizzazioni militari e terroristiche di stampo religioso.

In altre parole si potrebbe sostenere che l’assenza dell’Altro, dell’Avversario allo specchio, ingenera debolezza ed incertezza in America; ovvero che gli USA patiscono oggi dell’eccessivo successo conseguito e della mancanza di un nemico che funga da catalizzatore e da mobilizzatore.

Lo sguardo lucido di Brzezinski

Di questo paradosso è perfettamente conscio l’ideologo geostrategico più qualificato della Casa Bianca, Zbigniew Brzezinski.

Nel 1997, ne “La grande scacchiera”, egli identificava nell’implosione del sistema sovietico un grande fattore d’instabilità ed un grande rischio per l’avvenire della civilizzazione yankee.

Brzezinski sosteneva che a causa del suicidio moscovita era improvvisamente venuta meno la contrapposizione ideologica e geopolitica che aveva sobillato ma anche equilibrato tra loro la Potenza navale e la Potenza terrestre per eccellenza.

L’effetto più preoccupante del fallimento sovietico oggi è dato, secondo lo studioso, dal gran vuoto di potere che si è venuto a verificare in Asia Centrale, teatro della partita per la conquista del mondo.

L’ideologo parte dal presupposto che la stabilità, la libertà, la ricchezza, il progresso e la democrazia sono garantiti solo ed esclusivamente dall’America e che, pertanto, quest’ultima deve assumere ed esercitare la gestione mondiale impedendo ad altri di farle ombra, il che deve soprattutto essere garantito nell’Asia centrale.

Chi sono questi altri che possono mettere a rischio l’unipolio americano ?

Brzezinski identifica cinque attori principali che egli definisce giocatori geostrategici. Costoro sono a suo avviso: Francia, Germania, Russia, India e Cina. Manca sorprendentemente la Gran Bretagna che però egli ritiene orientata al di fuori dell’Eurasia o, al massimo, alla sua periferia e considera pertanto essere il più fedele alleato americano ma totalmente assente, se non come vassallo, dalla partita che dovrebbe definire i destini del mondo.

I cinque giocatori geostrategici

Nell’analizzare le cinque potenze regionali Brzezinski giunge alle seguenti conclusioni.

L’India non svolge una politica atta a mettere in pericolo il predominio americano.

La Cina rappresenta al contempo la grande speranza e la grande incognita degli Usa. Speranza in quanto ha tutte le caratteristiche per divenire l’alter ego geopolitico di New York, grande incognita in quanto determinate tentazioni di sviluppo economico o di rivendicazionismo territoriale possono comportare l’insorgere di conflittualità anche violente tra le due potenze (ci siamo andati vicinissimi pochi mesi orsono) o tra Pechino ed alleati geostrategici preziosissimi per Washington, come il Giappone.

La Russia è un pericolo potenziale. Brzezinski si felicita del fatto che è troppo debole e troppo dipendente dall’Occidente per assumere un ruolo pericoloso, ma va ricordato che, al momento in cui l’ideologo scrive, a Mosca c’è ancora Eltsin e che i pericoli potenziali che mostra di temere (relazioni organiche con l’Europa occidentale, ravvicinamento con l’Ucraina, interessamento attivo verso la regione caucasica) sono invece divenuti realtà durante il mandato di Putin.

La Germania è considerata pericolosa soltanto se strettamente legata alla Russia in quanto essa è ritenuta una rivale economica ed eventualmente diplomatica, ma non politica.

La Francia, a sorpresa, è considerata dallo scrittore come l’elemento più pericoloso in quanto è l’unica micropotenza che abbia mania di grandeur e convinzione di avere un destino da compiere.

Il che può indurla a compiere davvero un destino perché non c’è nulla più di una volontà per determinare una via.

 

Le direttrici essenziali della geopolitica americana

 

Il pericolo principale per l’egemonia dell’America secondo Brzezinski sta nella possibile realizzazione di un’alleanza russotedesca o, peggio ancora, francotedesca.

Per evitare ogni problema egli suggerisce di alimentare le rivalità tra Parigi e Francoforte in seno all’Unione Europea e quelle sinorusse in Asia cercando di giocare così gli uni contro gli altri.

Mantenere e consolidare l’unipolio se da un lato vuol dire dividere et imperare, dall’altro significa controllare militarmente le cerniere strategiche che, secondo l’analista, sono l’Ucraina, l’Azerbaijan e l’Uzbekistan.

Ecco dettate le direttrici essenziali della politica americana che riviste e corrette, specie sotto l’impulso di Huntington, sono state applicate finora.

Queste chiavi di lettura, di per sé non esaurienti, sono assai propedeutiche alla comprensione di quanto avviene in seguito all’11 settembre.

Effetti geostrategici dell’impresa afgana

Inserire un cuneo tra Russia e Cina era un primo obiettivo essenziale per la Casa Bianca.

L’avvento di Putin, il prolungato finanziamento americano ai fondamentalisti islamici, il contenzioso nel Golfo del Tonchino, le preoccupazioni americane per alcuni elementi di crescita del gigante giallo, avevano finito col generare una cooperazione militare russocinese, del tutto inaccettabile per gli Stati Uniti.

La situazione era divenuta vieppiù preoccupante allorché era stato dato vita al Gruppo di Shangai, formato di nazioni asiatiche disposte a combattere il terrorismo islamico, gruppo al quale aveva recentemente aderito proprio quell’Uzbekistan che secondo Brzezinski gli Usa non possono assolutamente permettersi di far uscire dal proprio controllo.

L’intervento in Afghanistan, spacciato caccia a Bin Laden e come risposta all’attacco alle Twin Towers rivestirebbe dunque un particolare valore strategico.

Gli Usa non potevano lasciar fare e pertanto dovevano scegliere: o continuare a sostenere insieme ad Israele un réseau integralista musulmano ma in tal caso avrebbero optato per l’entrata in rotta di collisione con la Russia e forse anche con la Cina, oppure rovesciare i termini della questione. Secondo il noto insegnamento di Metternich che recita: “fai in modo di verificare tu stesso quello che non puoi impedire che avvenga”, l’amministrazione Bush ha così liquidato una serie di alleati (primi fra tutti i Talebani) e si è messa alla testa delle potenze asiatiche. Le quali tutte, tranne forse l’India, hanno ottenuto risultati apprezzabili dalla soluzione intrapresa.

La Russia che ha conseguito di poter partecipare al banchetto del prossimo governo afgano, verosimilmente a spese dei Pakistani e degli Israeliani, ha altresì ottenuto carta bianca per affrontare l’annoso problema ceceno. In cambio subisce una battuta d’arresto per quanto riguarda l’espansione nei Paesi degli oleodotti ma esce comunque assai avvantaggiata dalla posta della prima manche.

La Cina ha guadagnato tempo ben sapendo che il tempo è il suo maggiore alleato ma ha anche progredito in quanto ad estensione d’influenza verso l’occidente asiatico al punto che può oggi svolgere più di un’opera di mediazione fra le grandi rivali Iran e Turchia.

Riguardo l’unità europea

La grande opera di riassetto non è finita: non lo è perché gli equilibri sono precari ma anche perché lo stato dell’economia oggi richiede imperativamente la guerra. Le future scelte americane possono rivelarsi pertanto stabilizzatrici o devastanti.

Vige dunque un alto grado d’incertezza sugli scenari futuri, sui quali si staglia costantemente un’incognita particolare: resta da determinare il ruolo europeo.

Un ruolo che non sembra poter essere altrettanto subalterno che nel recente passato e ciò per via del fatto che il post-bipolarismo impone l’avvento di soggetti geopolitici macroregionali se non continentali.

Anche a questo proposito è paradigmatico il pensiero di Brzezinski il quale, malgrado ogni considerazione realistica sul suo scarso grado di potenza, sembra comunque ossessionato dall’unità europea. Egli la ritiene al contempo pericolosissima, inevitabile ed auspicabile.

Auspicabile forse proprio perché inevitabile, ma anche perché a suo avviso il processo di unificazione farà perdere tempo e potenza sia alla Francia che alla Germania, logorandole.

Nel frattempo egli suggerisce agli Stati Uniti di destabilizzare dolcemente la Russia al fine di ritardare il momento in cui si arriverà ad un’alleanza stretta tra la medesima e l’Unione Europea e quella della certa integrazione russa nella Nato.

Il risultato finale cui finirebbe col condurre quest’azione di logorio non è però altro che il presupposto temuto in partenza perché l’ideologo suggerisce di non opporsi al processo di unificazione dell’Europa dall’Atlantico agli Urali, ed al conseguente varo di un comando militare autonomo ma semplicemente di tenerlo sotto stretta osservazione.

E allora, se lo si accetta quando non lo si auspichi addirittura, perché osteggiarne il processo ?

L’Europa, ossessione atavica degli Usa

L’ideologia americana si fonda su di una contraddizione in termini e ciò a qualunque livello la si analizzi (filosofico, religioso, politico, etnico ecc) ed eccola allora esprimersi in un’ulteriore contraddizione.

Essa suona così: l’America odia ed ama l’Europa.

E’ perfettamente consapevole che non vi è Civiltà senza di essa, che anzi quel minimo di reminiscenza di civiltà che ancora permane nel suo mixage culturale è radicato nel Vecchio Continente.

L’America vorrebbe però divenire faro di civiltà essa stessa, il che ingenera ed alimenta una rabbiosa gelosia ed un desiderio di annientamento e di avvilimento verso la Terra Avita.

Il circolo vizioso finisce però con l’avvolgersi su se stesso perché l’intelligentia transatlantica è sempre più consapevole dell’incapacità degli Usa di creare un modello formatore e, a cominciare dallo stesso Brzezinski, gli osservatori più qualificati si rendono perfettamente conto che il loro unico quanto fragile polo d’attrazione è offerto dall’edonismo, il quale ultimo è fonte storica di disgregazione e non offre prospettive stabili.

Sia per la consapevolezza di questi chiari limiti che per la presa d’atto della speciale evoluzione dei rapporti di forza su scala internazionale, gli Usa si vedono così costretti a dover rivedere il loro atteggiamento nei riguardi del Continente Antico.

Ben sapendo di non essere in condizioni di gestire stabilmente l’unipolio l’America si ripiega, dunque, prospetticamente verso l’Europa ma vuole cercare dapprima di avvilirla, svilirla, indebolirla; la vuole insomma americanizzare fino in fondo.

Ciò è follia perché se dovesse accadere non si potrebbe più parlare di Europa ma di un’estrema appendice dell’America incapace di offrire qualsiasi via d’uscita al fallimento dell’ american way of life.

E’ il paradosso dei paradossi, la contraddizione originaria della coscienza americana che si vuole allo stesso tempo europea ed antieuropea. Uccidere il padre per sentirsi uomo, sentirsi uomo divenendo il proprio padre: questa la direttrice psicologica di un secolo di storia americana che volge all’estremo crocevia: ricorrere al padre per l’evidente incapacità di emancipazione.

Oggi va però registrata una regressione nella relazione tra i soggetti con annessa modifica nella sfera dei rapporti sottili. Quanto accade non ha più connessioni con le patologie freudiane ma è piuttosto paragonabile  a quel che avviene nella testa di una donna a vocazione matriarcale che si sia innamorata di un giovane indipendente ed avventuroso: lo vuole e lo teme al tempo stesso e s’illude allora di poterlo avere possedendolo e svirilizzandolo. Il che non ha alcun senso perché non può verificarsi per definizione; ciò che potrebbe ottenere è soltanto il possesso di un fuco vacuo che non le consentirebbe perciò di alimentarsi alla fonte della virilità.

 

L’Europa è costretta ad assumere un ruolo

 

Tralasciando le contraddizioni psicologiche e spirituali che contrassegnano le relazioni americane verso l’Europa, soffermiamoci su di un dato di fatto: i rivolgimenti internazionali hanno aperto la via ad un riassetto trans-nazionale nel quale, sia che questo si affermi sia che fallisca, l’Europa è costretta ad assumere un ruolo.

Comunque si leggano, le preoccupazioni di Brzezinski e le proposizioni di Kissinger confermano che il Vecchio Continente è chiamato nel medio termine, dalla geografia e dalla storia, a coprire uno spazio strategico di primo piano.

Che lo faccia da alleato o da antagonista dell’America è la questione nodale sulla quale si deciderà il futuro dell’umanità.

Attualmente è improbabile che la presa di coscienza e l’assunzione di quote di potere possano andare in controtendenza rispetto al Pentagono e a Wall Street; alla lunga, come teme Brzezinski, è invece probabile proprio il contrario.

Non a caso “la grande scacchiera” è la definizione attribuita all’Eurasia, ovvero allo spazio geografico, storico e di destino che si staglia imperioso al futuro del mondo.

Il destino eurasiatico è il nostro avvenire inesorabile contro il quale le menti più acute della potenza imperialistica ancora in sella cercano di frapporre intelligenti ostacoli, dando però mostra in questo di una disincantata predisposizione all’accettazione dell’ineluttabile, quasi di una resa di fronte al Fato.

Si preparano le condizioni per il secolo eurasiatico ?

 

a cura del Centro Studi ed Iniziative Metapolitiche

ORIENTAMENTI & RICERCA


 http://italy.peacelink.org/conflitti/articles/art_10427.html 

I bolscevichi di Bush scuotono il Kirzichistan

di Mike Whitney

Fonte: Dissident Voice - www.dissidentvoice.org 

4 aprile 2005

"Da quando i continenti hanno iniziato a interagire politicamente, circa cinquecento anni fa, l'Eurasia è stata il centro del potere mondiale. Adesso, l'America è l'unica superpotenza globale, e l'Eurasia è l'arena centrale del globo. Pertanto, ciò che accadrà alla distribuzione del potere nel continente eurasiatico sarà di importanza fondamentale per la supremazia globale e per il retaggio storico dell'America".

Zbigniew Brzezinski, La grande scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici (Basic Books, 1997)

"Questa non è una rivoluzione; è vandalismo"
Una non identificata settantenne di Bishkek commenta il massiccio saccheggio della città seguito al colpo di Stato di venerdì scorso.
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Kirghizistan Map Il colpo di stato di Washington in Kirghizistan è stato un perfetto esempio di dimostrazione di forza imperiale. Come gli altri recenti cambiamenti di regime in Ucraina, in Georgia e in Serbia, la "rivoluzione dei tulipani" è stata fomentata e successivamente finanziata e appoggiata dalle ONG americane che collaborano con i gruppi di opposizione del Kirghizistan. Lo schema è inconfondibile, e tuttavia mozzafiato. Nel giro di poche ore, il regime di Askar Akayev, in vigore da quattordici anni, è stato spazzato via col pretesto di elezioni fraudolente e sostituito Kurmanbek Bakiev, favorito di Washington. Al momento la situazione è instabile, ed è impossibile dire con certezza chi, tra Bakiev e Felix Kulov, il nuovo capo della sicurezza, manterrà la testa del nuovo governo.

Per chi è interessato alle false rivoluzioni americane, il "Rapporto segreto di Steven M. Young, Ambasciatore statunitense nella Repubblica del Kirghizistan, rappresenta una lettura interessante. Nel suo rapporto pre-elettorale del 30 dicembre 2004, si trova ben più di qualche informazione di prima scelta che suggerisce che gli USA erano direttamente coinvolti nel rovesciamento del governo di Akayev. Qualche stralcio delle annotazioni dell'Ambasciatore Young: "Il nostro primo obiettivo - secondo i piani precedentemente approvati - è di aumentare la pressione su Akayev per costringerlo a dimettersi anticipatamente dopo le elezioni parlamentari. Realizzare il piano è di importanza fondamentale perché, crediamo, l'attuale opposizione non è abbastanza forte per sfidare le attuali autorità". E ancora: "Secondo il materiale che abbiamo inviato al Dipartimento di Stato, sono venute a determinarsi due formazioni nell'arena politica del Kirghizistan. Kurmanbek Bakiev, ex Primo Ministro e membro del Parlamento, è l'unico candidato per il ruolo presidenziale. Credo che sia il candidato più ben accetto in previsione del fruttuoso sviluppo dei rapporti tra gli Usa e il Kirghizistan.".

Bene, riassumiamo: Washington era direttamente coinvolta nella deposizione di un leader eletto democraticamente (ricordate: erano le elezioni parlamentari che venivano invalidate, non quella di Akayev) in una nazione che non costituisce alcuna minaccia per la sicurezza nazionale dell'America. Secondo le annotazioni, il Dipartimento di Stato contribuì a pianificare il colpo di stato, al punto da scegliere un leader di opposizione. E quali gruppi hanno aiutato Washington nel suo piano di estromettere Akayev?

Secondo gli appunti è il calderone delle ONG attive nel Kirghizistan: "L'ambasciata statunitense in collaborazione con l'USAID, l'NDI e l'IRI, altre organizzazioni internazionali tra cui la Freedom House, l'Internews Network, la fondazione Soros e la fondazione Eurasia." Questi sono i nuovi bolscevichi americani, che diffondono la rivoluzione neoliberale in tutto il globo e che fanno pressione perché le nazioni entrino al trotto nell'orbita economica e politica dell'America.

Esaminando i principali personaggi che gestiscono queste ONG, compaiono i maggiori nomi della politica americana. Madeleine Albright (Segretario di Stato di Clinton), è il presidente dell'Istituto Democratico Nazionale (NDI), James Woolsey (ex capo della CIA e membro del PNAC - Progetto per un Nuovo Secolo Americano) è il presidente della Freedom House, George Soros è a capo della fondazione Soros e John McCain (che nasconde i suoi saccheggi internazionali dietro la maschera di un onesto anticonformista) è il presidente dell'Istituto Repubblicano Internazionale (IRI).

Il padrino spirituale e ideologico di questo movimento globale è Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Carter e architetto dell'intervento in Afghanistan negli anni '80, sfociato nell'11 settembre (arruolando e addestrando estremisti islamici per combattere una guerra per conto dell'America contro l'Unione Sovietica). Brzezinski ha delineato i suoi piani aggressivi per la presa di potere nell'Asia centrale e nel Medio Oriente nella sua opera seminale, "La Grande Scacchiera", un progetto per il dominio a livello mondiale che l'Amministrazione Bush segue con religiosa devozione. Nel suo libro, Brzezinsky articola in modo chiaro l'attuale politica americana nella regione:

"Per l'America, la principale ricompensa geopolitica è l'Eurasia. e la supremazia globale dell'America dipende direttamente da quanto a lungo ed efficacemente sarà mantenuta questo predominio sul continente eurasiatico". (p. 30)

Ciò spiega perché il presidente Akayev abbia cessato di essere nelle grazie dell'Amministrazione Bush. Sebbene i media occidentali dipingessero il pacato Akayev come "sempre più autocratico", il suo vero fallimento "frenava gli sforzi del suo governo che miravano a coltivare e a rafforzare i legami politici ed economici con la Russia e con la Cina." (Andrea Peters, World Socialist Website)

Akayev poneva un ostacolo alla crescente influenza americana nella regione, perciò, per deporlo, sono state sguinzagliate le forze armate. Tuttavia Akayez, che si trova adesso in Russia, ha rifiutato di dimettersi da Presidente e ha screditato la rivolta definendola un "crimine di stato" condotta da "avventurieri e cospiratori."

Annotazioni dell'Ambasciatore Young

Le annotazioni continuano: "Il nostro primo obiettivo nel periodo pre-elettorale è quello di suscitare la sfiducia nei confronti delle autorità al potere e del regime di Akayev, reso inabile dalla corruzione, verso il suo orientamento pro-Russia e l'uso illegale di una 'risorsa amministrativa' per truccare le elezioni. A questo proposito, la commissione democratica dell'ambasciata, la fondazione Soros, la fondazione Eurasia di Bishkek in collaborazione con l'USAID, hanno organizzato gruppi politicamente attivi di elettori per incitare sommosse contro i candidati a favore del presidente.

"Abbiamo aperto un finanziamento per un centro di documentazione indipendente - il Media Support center - e per una nuova agenzia di stampa, la AKI, per interpretare in maniera imparziale il corso delle elezioni e minimizzare l'impatto della propaganda dei mezzi di comunicazioni statali. Abbiamo intenzione, inoltre, di fornire un appoggio finanziario alle compagnie televisive e radiofoniche non governative che consideriamo promettenti."

Vale la pena di considerare che, secondo gli standard statunitensi qui applicati, sarebbe del tutto ineccepibile se la Cina prendesse piede, politicamente, negli USA; fondando centri di documentazione, incitando i gruppi di opposizione a bloccare le strade e a prendere d'assalto gli edifici del governo, e diffondendo una propaganda anti-governativa nell'ottica di un cambiamento della leadership che sarebbe più gradita a Pechino. Questo intervento flagrante negli affari di una nazione sovrana è ciò che i media dell'establishment stanno tentando di far passare per un movimento "pro-democrazia".

Le annotazioni dell'Ambasciatore Young continuano così: "Tenendo in considerazione le misure stabilite dal Programma del Dipartimento di Stato per il biennio 2005-2006 per intensificare la nostra influenza nell'Asia Centrale, in modo particolare in Kirghizistan, consideriamo il Paese come la base per avanzare nel processo di democratizzazione del Tagichistan, nel Kazachistan, nell'Uzbeschistan e per limitare l'influenza cinese e russa nell'area."

Questo è il bolscevismo moderno, che tenta di nascondersi dietro la copertura degli slogan dei media e del falso servizio alla democrazia. L'America sta estendendo la propria portata globale per comprendere tutta l'Asia centrale e controllare così i due terzi delle risorse mondiali e indebolire possibili rivali nella regione, come la Cina e la Russia.

L'amministrazione pare rallegrarsi del caos suscitato nel Medio Oriente e in Eurasia. Attualmente l'influenza distruttiva si percepisce da Caracas a Tashkent, da Beirut a Bishkek; e non è possibile dire quando cesserà l'effetto domino o quali saranno le implicazioni a lungo termine. Questo è ciò che il neoconservatore Michael Ledeen definisce "caos creativo", la politica di trasformazione della belligeranza e dei tumulti globali.

L'appoggio del Congresso

Le rivoluzioni in atto nell'Asia Centrale non sono opera esclusivamente dei neoconservatori della Casa Bianca. John McCain e Joe Lieberman hanno guidato la carica approvando lo scorso mese l' "Advance Democracy Act". La legge aggiunge altri 250 milioni di dollari da spillare ai contribuenti e da investire in gruppi rivoluzionari come l'IRI di McCain, l'NDI di Albright, la Freedom House di Woolsey perché continuino la loro opera di cambiamento di regime nel mondo.

Le ONG si sono trasformate nella parte più morbida del militarismo americano, il guanto di velluto che viene sostituito dal pugno di ferro dell'intervento miliare. Infatti, tra i due c'è poca differenza. Entrambi perseguono la politica non democratica dell'elite dominante; entrambi credono nella forza e nel sotterfugio come strumenti fondamentali per la politica estera; ed entrambi sono pronti a sacrificare le vite di numerosi civili innocenti per raggiungere i loro scopi di accrescimento.

Apparentemente, le ONG operano con gli stessi mezzi delle organizzazione terroriste, sebbene con un appoggio politico considerevole e risorse infinitamente maggiori. La logistica di queste false rivoluzioni è stata gestita con un'incredibile attenzione ai dettagli. Tutto, dalle tende impermeabili ai sandwich monodose, alle bandiere vivacemente colorate, agli slogan accattivanti, è stato testato attentamente dai sondaggi e fabbricato dal serbatoio del pensiero di sinistra e delle ONG americane. Si tratta di eventi puramente americani coordinati dai burocrati, appoggiati dal governo e dalle corporazioni multinazionali, e architettati dai gruppi più sofisticati di pubbliche relazioni in America. È la rivoluzione come un teatro di strada, un modello contraffatto di una reale agitazione politica.

Il cambiamento di regime si è trasformato nel passatempo preferito di Washington e senza dubbio nuovi obiettivi entreranno preso nel reticolo imperiale. L'Iran, il Venezuela, Cuba, la Russia e la Cina, sono tutte nella lista dei potenziali nemici per i quali potrebbe essere necessaria un'azione sovversiva. I successi in Ucraina, Serbia, Georgia e Kirzichistan hanno incoraggiato gli architetti dell'attuale strategia che adesso mirano ad obiettivi maggiori. Tutti sperimenteremo sulla nostra pelle se "la rivoluzione come politica estera" sia dopo tutto un'idea tanto saggia.

 

Note:

Mike Whitney vive nello stato di Washington, e può essere contattato al
seguente indirizzo email: fergiewhitney@msn.com.

Tradotto da Chiara Manfrinato per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte, l'autore e la traduttrice


http://spazioinwind.libero.it/cobas/guerra/2001/contraddizione.htm 

27-9-01  

Un significativo articolo scritto prima dell’11 settembre 2001

Spunti da un articolo apparso sul N. 86 de "La Contraddizione"
chiuso in redazione il 3 settembre 2001

a cura di Vinicio Gasparrone

"Sfoglio annoiato gli indicatori statistici. Il Superindice americano è positivo per la quarta volta di seguito. Poi vai a leggere dentro e scopri che è positivo perché è aumentata l'offerta di moneta, sono diminuite le domande di sussidi di disoccupazione, che è sempre più difficile richiedere ecc. ecc .. La produzione è invece in calo per il decimo mese consecutivo. E allora capisci che la recessione deve ancora venire. E che sarà dura.

"Gli americani sono liberisti finché il dollaro è sopravvalutato e flussi di capitali si riversano a comprare la "mondezza" della new economy. Ma per combattere la recessione ora devono abbassare il dollaro. Un poco, solo un poco, quel tanto che gli basta per recuperare quote di mercato. Se per caso di abbassa un po' di più la frittata è fatta. Devono atterrare tenendo su il muso dell'aereo. Se no è la fine di tutto ... Gli Stati Uniti oggi attirano il 64 % del totale dei flussi netti di capitale, pari al 7,75%, del risparmio mondiale. Se i "mercati' si convincono che il dollaro può scendere assisteremo al più grande deflusso di capitali della Storia...

"Il liberismo è l'ideologia rovesciata del monopolio monetario e finanziario che l'America impone sul resto del mondo. Comprate quello che volete, basta che lo paghiate in dollari. Fate tutti i debiti che volete, basta che li contraete presso una banca americana e che siano denominati in dollari. Ma questa volta il buco è troppo grosso : 450 miliardi di dollari nel 2000. Nel solo mese di giugno 2001 il disavanzo commerciale è di 29,41 miliardi di dollari. Alzare le spese militari. Questo è l'unico sistema. Investire in armi, venderle, usarle. Distruggere ricchezza e poi ricostruirla : warfare invece di wefflare. Benessere selettivo, keynesismo elitario e quìndi ampiamente giustificato e gradito dai 1iberisti" del Texas. L'unico dubbio è dove.

"Qui entrano in scena i geopolitici. Attenzione sono una famiglia con strette regole di eugenetìca e filiazione spirituale. Prendiamo Condoleeza Rice, stella emergente nel "clan" dei Bush. 1 suoi mentoris sono il Gen. Brent Scowcroft (consigliere alla sicurezza di papà Bush) e Josef Korbel, che è stato mentore e padre adottivo anche di quella gentildonna che risponde al nome di Madeleine Albright. Korbel era un professore specializzato in "Russia e comunismo", amico di Zbìgnew Brezinski, quello della Grande Scacchiera. Tutti fanno capo a due grandi vecchi della politica estera usa : Kissinger e Huntington, l'autore indimenticabile dello Scontro di civiltà.

"Zbygniew Brzezinsky, La grande scacchiera:

  • <<L’Eurasia occupa la scacchiera sulla quale si svolge la lotta per il dominio sul mondo. La maniera in cui gli Usa "gestiscono" l'Eurasia è di importanza cruciale. Il più grande "continente" sulla faccia del pianeta ne costituisce anche l'asse geopolitico. Qualunque potenza che la controlli, controlla anche due delle tre aree più sviluppate e maggiormente produttive. Il compito più urgente per gli Usa è sorvegliare affinché nessuno stato o gruppo di stati abbia la possibilità di cacciarli dall'Eurasia o anche solo di indebolirne il ruolo di arbitro. Nel 2010, la collaborazione franco-tedesca (polacco-ukraina) potrebbe diventare la colonna portante geostrategica dell'Europa. Ma potrebbe anche presentarsi uno scenario potenzialmente molto insidioso: la nascita di una grande coalizione tra Cina, Russia, e forse Iran, in chiave antiegemonica>>.
  • "Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale:

    <<La guerra del Golfo è stata la prima "guerra tra civiltà" dell'epoca post-guerra fredda. La posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli emirati oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e forse decisi a utilizzare l'arma del petrolio contro l'occidente. Si assicurò un'imponente presenza militare nel Golfo anche in tempo di pace. Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago americano. Se avrà seguito, l'ascesa della Cina produrrà nei primi anni del XXI secolo tensioni tremende sulla stabilità internazionale. L'emergere della Cina quale potenza dominante in Asia orientale e sudorientale andrebbe contro gli interessi americani così come questi sono stati storicamente concepiti>>.

    "Israele è la miccia sempre accesa. Quanto è lunga la miccia e fino a dove può bruciare? La polveriera non è in Medioriente. Il Medioriente al massimo è la seconda parte della miccia. La polveriera è in un punto imprecisato della cosiddetta area "turanica" (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Khirghisistan Azerbaijan, Uzsbekistan, Pakistan) da secoli il ventre molle della Russia; ma (attenzione) è il ventre molle anche della Cina. Dalle etnie Uigure (turche) si risale verso lo Xin Xiang: il più grande bacino minerario e petrolifero del mondo.

    "Da lì si controlla tutta l'Eurasia. Si controllano "corridoi" del terzo millennio. Da lì - da quei "corridoi eurasiatici" - passano gli oleodotti. Da lì passano le vie della droga. Da lì passano i mercanti di "schiavi" che riforniscono le industrie e i commerci di tutto il mondo.

    "I democratici di Clinton avevano preferito la più nota "via dei Balcani". Puntavano anche loro verso il centro dell'Eurasia, ma volevano arrivarci con le bandiere della "democrazia", la Nato, gli europei. E soprattutto non volevano problemi con la Cina. Anzi volevano "pacificare" tutto il Pacifico. Bush no. Ha bloccato qualsiasi accordo sulla riunificazione delle Coree, ha ripreso le "guerre stellari" ....

    " "Octopus" come viene chiamato il complesso militare di spionaggio e droga (intelligence, dicono) che da oltre 40 anni governa la politica estera americana punta verso l'Eurasia.

    "Da troppo tempo per mollare la presa oggi".


    http://www.italiasociale.org/Geopolitica_articoli/Ucraina.htm 

    Ucraina: tra Eurasia e Occidente.

     

      Stefano  Vernole

                                                      Tratto da  www.eurasia-rivista.org

    “Sarà molto più difficile che [la Russia] accetti l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, in quanto ciò equivarrebbe a riconoscere che il suo destino non è più organicamente legato a Mosca … E se la Russia sarà disposta ad accettare questo nuovo stato di cose, ciò significherà che anch’essa sarà davvero propensa a divenire parte integrante dell’Europa, anziché scegliere una solitaria vocazione eurasiatica(1)”.

     

    “La sovranità dell’Ucraina rappresenta per la geopolitica russa un fenomeno a tal punto pernicioso che, in linea di principio, può facilmente innescare un conflitto armato. L’Ucraina, come Stato autonomo e non privo di qualche ambizione territoriale, costituisce un enorme pericolo per tutta l’Eurasia. Sotto il profilo strategico l’Ucraina non deve essere che una proiezione di Mosca verso Sud e verso Occidente(2)”.

     

    “I risultati delle elezioni non possono essere accettati come legittimi(3)”.

     

    “Il presidente russo Vladimir Putin si congratula con il vincitore delle elezioni Victor Yanukovic(4)”.  

    _________________

     

    Se qualcuno non capisse le reali motivazioni del tam tam mediatico di questi giorni sulle elezioni ucraine, dovrebbe forse correre a leggere il noto saggio di Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera”, dove l’ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense avverte dell’importanza della posta in gioco.

    Queste le sue considerazioni più interessanti: “L’Ucraina assumeva un’importanza decisiva. La crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo Paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza veniva visto da molti a Mosca – filo-occidentali compresi – come una politica contraria all’interesse vitale della Russia a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa … Tra il 2005 e il 2010, l’Ucraina, specie se avrà fatto progressi significativi sulla via delle riforme, assumendo sempre un carattere di Stato centroeuropeo, dovrebbe essere pronta ad avviare seri negoziati sia con l’U.E. sia con la NATO … L’indipendenza dell’Ucraina ha privato inoltre la Russia della sua posizione dominante sul Mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita dell’Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche, poiché ha drasticamente limitato le opzioni geostrategiche della Russia. Anche senza i Paesi Baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato il controllo sull’Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di un impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi del Sud e nel Sud-Est dell’Ex Unione Sovietica(5)”.

    Ubi maior minor cessat, si sarebbe detto in altri tempi, senonchè riteniamo doveroso svolgere alcuni considerazioni su quello che sta succedendo in Ucraina, dove le elezioni presidenziali hanno visto la vittoria del candidato filo-russo Victor Yanukovic sul candidato filo-occidentale Victor Yushenko, affermazione subito contestata dall’opposizione spalleggiata da OCSE, NATO, Casa Bianca e mass media atlantisti.

    I sondaggi che subito dopo il voto attribuivano il successo a Yushenko e la repentina calata in piazza dei suoi sostenitori, fanno innanzitutto pensare a un complotto ben organizzato dagli apparati spionistici mondialisti, alfine di mettere in difficoltà il neoeletto Yanukovic e il suo padrino di Mosca, Vladimir Putin, vero obiettivo della manovra destabilizzante.

    Chiunque abbia la pazienza di ascoltare e leggere i commenti delle tv e della stampa occidentale sulla situazione ucraina non può che giungere a due conclusioni:

    1) la vittoria è stata scippata a Yushenko grazie a brogli clamorosi e la stragrande maggioranza della popolazione lo appoggia nelle sue rivendicazioni;

    2) l’obiettivo di Putin è quello di annettere antidemocraticamente l’Ucraina alla Russia al fine di ricreare una sorta di Impero zarista o Unione Sovietica.

    Se sul secondo punto le citazioni sopra riportate sono sufficientemente esplicative, sul primo è invece doverosa un’analisi di controinformazione, visto che le numerose manifestazioni di sostegno a Yanukovic sembrano essere state “oscurate” dai mass media nostrani.

    Appare prematuro ora fare previsioni sulla possibile evoluzione della crisi, fermo restando che l’eventuale degenerazione della disputa elettorale (soluzione militare, spaccatura del paese …) ricade tutta sulle spalle dell’Occidente, pronto ad appoggiare o a contestare i risultati delle urne esclusivamente in funzione del proprio interesse contingente (Algeria docet).

    Subito dopo l’indipendenza concessa da Mosca nei primi anni Novanta, la classe dirigente ucraina fece tutto il possibile per lasciarsi alle spalle gli stretti legami culturali, economici e religiosi che la legavano alla Russia, ma per vari motivi ottenne scarsi risultati.

    Iniziamo col ricordare che almeno ¼ della popolazione dell’Ucraina è russa o russofona, specie nelle regioni orientali di Doneck e Dnepetrovsk, che sono anche le più ricche e industrializzate, così come nei territori costieri sul Mar Nero (conquistati dall’Impero zarista nel XVIII secolo) vi è una predominanza linguistica russa.

    Secondo un censimento del 1989, i russi in Ucraina sono il 67,9% nella regione di Doneck, il 65,5% in quella di Lugan, il 50,1% in quella di Charkov, il 53,4% in quella di Zaporoz e il 67% tra gli abitanti della Crimea.

    Risultano perciò vani i tentativi governativi d’ imporre l’ucraino come lingua di Stato, di considerare nell’ambito della scuola media la letteratura russa come straniera e di sottolineare grazie all’uso dei mass media le peculiarità della cultura ucraina.

    I russi che abitano in Ucraina non si sentono una minoranza etnica e tantomeno sono percepiti come tali dagli stessi ucraini, se si fa eccezione per le regioni occidentali del paese.

    Sondaggi condotti nel 1999, dimostrano che il 61% degli abitanti dell’Ucraina hanno una percezione positiva della Russia, più di 1/3 di essi desidererebbe vivere con i russi in unico Stato e la maggioranza assoluta si dice favorevole a frontiere con Mosca del tutto trasparenti, vale a dire senza controlli doganali o richieste di visto(6).

    La situazione più complicata è sicuramente quella dei russi di Crimea, che rifiutano ogni forma di ucrainizzazione e tendono piuttosto alla creazione di una loro forma di autonomia, sia per la passata politica di Kiev sia per le pretese avanzate dai tatari che rivendicano le loro terre di origine e vorrebbero trasformare la regione in un’entità statale poggiante sulla propria eredità culturale.

    Qui i russi hanno creato non solo propri organi di stampa quotidiani e periodici, ma anche partiti politici, perciò un’eventuale inasprimento della contrapposizione potrebbe creare conseguenze pericolose.

    Anche sotto il profilo religioso i risultati ottenuti dagli indipendentisti non sono così lusinghieri, malgrado lo sforzo congiunto della dirigenza ucraina e dell’uniatismo cattolico(7).

    Già dal 1990, il Patriarcato di Mosca ha concesso alle proprie diocesi e parrocchie sul territorio ucraino lo status di chiesa autonoma, il che presuppone la piena sovranità nelle questioni riguardanti la vita interna e l’ambito amministrativo e finanziario.

    Tuttavia, dal  momento stesso in cui l’Ucraina ha avuto la propria indipendenza statuale, una parte dei vescovi della Chiesa ortodossa ucraina – sostenuta dai politici locali – ha sollevato più volte il problema dell’autocefalia, cioè della piena autonomia canonica dal Patriarcato russo.

    Sono così sorte nel 1993 tre chiese ortodosse reciprocamente ostili: la Chiesa ortodossa ucraina (UPC-MP) sotto la giurisdizione di Mosca, che resta ancora alla fine degli anni novanta nettamente la maggiore organizzazione religiosa del paese con 7.986 parrocchie; la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Kiev (UPC-KP), alla quale appartengono 2.187 parrocchie e la Chiesa ortodossa ucraina autocefala (UAPC) che di parrocchie ne conta 1.026(8).

    Per ritornare invece a un quadro più strettamente geopolitico, occorre ricordare che se per la Russia la perdita dell’Ucraina era stata assai grave per ragioni strettamente economiche, Kiev dipendeva completamente da Mosca per le sue forniture di petrolio e gas naturale.

    Senza l’Ucraina, la Russia non solo perde le sue terre più fertili, ma anche i tradizionali sbocchi portuali di Odessa, Mariupol e Ilicevsk, nonché quelli della Crimea.

    Inizialmente il governo moscovita aveva perciò deciso di sviluppare un asse alternativo, Pietroburgo-Mosca-Voronez-Rostov-Novorrosijsk che, contribuendo al declino dei porti ucraini, aveva aumentato l’attrazione delle regione orientali e russofone dell’Ucraina verso di esso.

    Il compromesso, firmato nel 1997, prevedeva che la Russia affittasse per 20 anni le infrastrutture portuali all’Ucraina, in parziale pagamento dell’immenso debito energetico che Kiev stava accumulando verso Mosca, mentre la quasi totalità delle unità della flotta rimanevano in mano russa(9) : ricordiamo che nella rada di Sebastopoli la flotta sovietica aveva le sue basi migliori.

    Gradatamente i legami economici tra le due nazioni hanno ripreso a tornare forti.

    Dalle statistiche emerge che nel 1997 i paesi aderenti alla CSI hanno investito nell’economia russa 55,6 miliardi di rubli, di essi 26,2 sono dell’Ucraina (47,1% del volume complessivo) e malgrado una lieve discesa nel 1998 (6,2 miliardi pari al 23,4% degli investimenti totali operati dai paesi della CSI), ancora nel 1999 l’Ucraina riceve dalla Russia il 40% delle sue importazioni, mentre quest’ultima continua a sua volta ad essere il principale importatore della produzione di Kiev(10).

    L’ultimo sgarbo arriva perciò nel 1999, quando l’Ucraina si segnala come il membro più attivo del GUUAM (Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbajdzan e Moldavia), un blocco che intende fare da contrappeso geopolitico all’influenza della Russia nello spazio postsovietico.

    Ad esso segue la virata operata dallo stesso presidente ucraino Leonid Kuchma, che rilancia la cooperazione con Mosca in vari settori.

    Prima con la firma di un accordo per la riunificazione delle reti elettriche dei due paesi, poi garantendo l’acquisto da parte della Lukoil (la maggiore compagnia petrolifera russa) di quote della raffineria di Odessa(11), infine con la sottoscrizione di un rilevante pacchetto di accordi intergovernativi fra i quali spicca un’intesa per il transito del gas per un periodo di 15 anni(12).

    Si deve perciò concludere che gran parte delle suggestioni instillate dall’opinione pubblica mondialista in questi giorni non sono veritiere e a riprova segnaliamo l’atteggiamento prudente mantenuto dai vari capi di governo europei (Chirac e Schroeder in testa) sull’esito delle elezioni, a dispetto dell’arrogante aggressione condotta dagli sgherri atlantisti Barroso e Solana.

    La decisa opzione strategico-militare adottata proprio recentemente da Vladimir Putin(13) lascia ben sperare sulla possibile evoluzione della crisi ucraina, malgrado le forti pressioni diplomatiche statunitensi e la cecità dei burocrati di Bruxelles, autori di una politica europea evidentemente suicida nel suo supino adeguarsi alle logiche di Washington.

    Per Mosca, d’altronde, potrebbe essere l’ultimo treno utile, prima di essere definitivamente inghiottita dall’espansione occidentalista.

     _________________________

    (1)   Zbigniew Brzezinski, “La grande scacchiera”,  Milano, 1998, p. 165.

    (2)   Aleksandr Dugin, citato in Vladimir A. Kolosov, “La collocazione geopolitica della Russia”, Torino, 2001, p. 17.

    (3)   Dichiarazione di Colin Powell, Segretario di Stato USA, riportate dall’ANSA il 24/11/2004.

    (4)   Notizia riportata dall’ANSA il 25/11/2004.

    (5)   Brzezinski, op. cit., pp. 117-127-141-142.

    (6)   Kolosov, op. cit., p. 324.

    (7)   Per comprendere il ruolo dell’Uniatismo in Ucraina, bisogna ricordare che nel XVI secolo, nel quadro della Controriforma, la Chiesa cattolica – appoggiata dalle potenze dell’epoca come Austria e Polonia – tentò di sottrarre intere regioni all’ Ortodossia. Il meccanismo era molto semplice; in cambio di vantaggi materiali concessi dagli Stati cattolici, i fedeli dovevano riconoscere l’autorità di Roma, pur conservando la totalità delle loro tradizioni, dei loro costumi, riti e rituali, cfr. Francois Thual, “Geopolitica dell’Ortodossia”, Milano, 1995, p. 95. Significativo in questo momento della crisi ucraina, l’arrivo a Kiev di Lech Walesa …

    (8)   Kolosov, op. cit., p. 201.

    (9)   Aldo Ferrari in Autori Vari, “Il grande Medio Oriente”, Milano, 2002, p. 74.

    (10) Kolosov, op. cit., p. 324.

          (11) La Lukoil sta peraltro valutando anche la possibilità di acquistare la raffineria di Cherson,  in Crimea, cfr. Aldo Ferrari, ibidem.

          (12) Fabrizio Vielmini, ibidem, p. 235.

          (13) cfr. Giulietto Chiesa, “Torna la superpotenza russa e non è un bluff”, www.lastampa.it, 

                 24/11/2004. Il nuovo missile antiportaerei costruito dai russi, sarebbe stato venduto oltre

                 che all’Iran anche alla Cina, cfr. Maurizio Blondet, su www.effedieffe.com.


    Articolo pubblicato sul numero 48 di "Giano. Pace ambiente problemi globali", gennaio 2005

    Sulla crisi ucraina.
    Una guerra geopolitica chiamata “democrazia”

    di Luigi Cortesi

    Già annunciato nelle elaborazioni Usa e negli scenari della Cia,
    il disegno strategico antirusso si è innestato con relativa facilità e pochi scrupoli
    in un’esigenza autentica di rinnovamento democratico


    L’instabilità della situazione interna in Ucraina nell’imminenza delle elezioni politiche, il rischio d’una crisi internazionale e nei rapporti con la Russia e la possibilità d’un “ricambio non guidato di dirigenza politica” erano stati rilevati da Andrea Panaccione nel precedente fascicolo di “Giano” (Una rete di interdipendenze storiche. Russia ed ex-Urss nel nuovo disordine mondiale, n. 47, pp. 97-122; si vedano in particolare le pp. 112-113). Panaccione coglieva anche – e questo era anzi il Leitmotiv della sua analisi – il punto centrale dei problemi della Russia di Putin e dell’intera area ex-sovietica nella mancata formazione d’una democrazia interna e nell’incapacità russa di gestire i problemi propri e dell’estero vicino – le Repubbliche dell’Urss resesi indipendenti – sulla base di un’egemonia politico¬culturale. Il bubbone è scoppiato ora proprio in Ucraina e quell’analisi ne risulta confermata.
    Le ripercussioni internazionali, in atto e in potenza, della crisi esplosa clamorosamente a Kiev ci inducono ora a tornare sulla questione in sede di primo e sommario commento, prendendo in considerazione due principali aspetti: in primo luogo quello della Ostpolitik dell’Occidente “atlantico” e del terremoto geopolitico che essa può provocare inserendosi nell’evoluzione della situazione interna ucraina e nei rapporti tra Kiev e Mosca; in secondo luogo quello della democrazia nei Paesi dell’area ex-sovietica, con i problemi suoi propri e gli intrecci con la fase offensiva della politica mondiale degli Usa, che prese avvio nel 1990 ed appare tuttora in pieno dispiegamento. Una lettura in chiave di strategie internazionali sia del “disordine mondiale” sia dei limiti che ne derivano proprio alla democrazia (interna e internazionale) ci sembra utile ad indicare le infinite implicazioni di un quadro nel quale la questione ucraina assume un ruolo di grande rilevanza.

    Il vangelo geostrategico di Brzezinski
    Converrà tornare brevemente sulle elaborazioni di quello che è stato e ancora rimane il principale cervello del pensiero geostrategico americano. Nel 1993, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica e della prima spedizione contro l‘Iraq, Z. Brzezinski scriveva in termini di grande preoccupazione del gap tra “l’idea dell’America come unica superpotenza all’interno del nuovo ordine” e la realtà d’una dinamica mondiale in pieno sviluppo ma anche totalmente anomica e cecamente indirizzata al caos e alla violenza: “In questo contesto, la preponderanza degli Stati Uniti è al tempo stesso una realtà e un’illusione”, dato che “il potere mondiale americano non equivale all’autorità mondiale americana”. Basato su “un messaggio di libertà [...] irresistibile e affascinante”, ma fondato sui “valori” americani e quindi prevalentemente formale e “procedurale”, quel potere poteva non corrispondere al “senso della storia” e dimostrarsi quindi illegittimo e “mancante della capacità di assicurare un controllo positivo”.
    La constatazione che “Il collasso politico dell’Unione Sovietica ha trasformato il ‘cuore’ dell’Eurasia in un vuoto geopolitico” non sfociava ancora in una programma aggressivo. La preoccupazione dell’autore si rivolgeva, tra l’altro, alle “lacerazioni nella struttura della vita” dovute alla diseguaglianza delle condizioni sociali ed esistenziali e malamente occultate dall’adozione universale della retorica democratica (Z. Brzezinski, Il mondo fuori controllo, Milano, Longanesi & C. 1993, pp. 107-108, 159, 219-220).
    Questa preoccupazione non c’era più nel successivo e ancor più noto saggio di Brzezinski, La grande scacchiera, dominato dall’ambizione di “formulare un’ampia e coerente strategia euro-asiatica” capace di assicurare agli Usa “un’ effettiva supremazia mondiale”. La “scacchiera” euro-asiatica, da cinque secoli “centro del potere mondiale” non era considerata dal punto di vista del Medio Oriente; l’approccio del democratico Brzezinski. era frontale e brutale, ed assegnava all’Europa il ruolo di “testa di ponte americana sul continente euro-asiatico in modo che un’Europa allargata possa servire ad estendere all’Eurasia l’ordine democratico e il sistema di cooperazione internazionale”.
    Era a questo punto che il discorso involgeva l’Ucraina, area strategicamente cardinale il cui completo distacco dall’influenza di Mosca era necessario perché la Russia, per la quale la perdita dell’Ucraina era già stata “una catastrofe geopolitica”, cessi d’essere “un impero euro-asiatico”. La durevole acquisizione dell’Ucraina all’Occidente stabilirebbe un asse di equilibrio e di sicurezza che, da Ovest verso Est passerebbe attraverso quattro grandi Stati centrali, la Francia , la Germania, la Polonia, l’Ucraina, con 220 milioni di abitanti, un’economia sviluppata o capace di grandi sviluppi, e risorse ingenti. Ma l’Ucraina, per sopravvivere come Stato indipendente, doveva essere inglobata nell’Unione Europea e nella Nato: non dovevano infatti restare dubbi sulla volontà di espansione dell’Europa e sull’atteggiamento degli Usa al riguardo .
    Né lo smantellamento della vecchia Unione Sovietica e della Russia stessa doveva fermarsi a quel punto: occorrevano anche un’accorta politica nei “Balcani dell’Asia” – la regione tutt’intorno al Mar Caspio che dall’Iraq, dall’Iran e dall’Afganistan va fino ai confini meridionali della Russia e occidentali della Cina – e la creazione di una “repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente”, confederate ad una Russia compressa ad Ovest dalla dilatazione dell’Europa. Questa ulteriore riduzione delle ambizioni russe stabilizzerebbe la “scacchiera” nel senso politicamente più consono agli interessi americani, per i quali un sistema euro-atlantico più ampio è prioritario rispetto a qualsiasi disegno di “un migliore rapporto con Mosca” (Z. Brzezinswki, La grande scacchiera, Milano, Lomganesi & C., 1998, pp. 8-9, 119, 127, 165-166, 268).
    L’elaborazione che nel trascorso quindicennio, e specialmente da Maastricht in poi, si è rivolta ai “corridoi” europei non ha fatto che confermare l’interesse geografico (e non solo...) dell’Ucraina per l’Ue e per il funzionamento dell’intero sistema delle comunicazioni di superficie continentali e intercontinentali. Come ha fatto notare Michele Paolini (L’Europa dei corridoi e il nuovo quadro strategico, “Giano”, n. 38, maggio-settembre 2001, pp.161-171) i due tracciati principali si sviluppano nelle direzioni Nordovest-Sudest e Ovest-Est verso il mar Nero, “snodo vitale delle vie energetiche affluenti dal Golfo e dal Caucaso ai mercati occidentali [...] il cui valore strategico è [...] ampiamente noto e conseguentemente tenuto in considerazione da tutti gli attori geopolitici coinvolti” (ivi, p. 170). Un quadro (precedente la crisi) specificamente dedicato alla “straordinaria capacità di proiezione spaziale” degli Usa in funzione antirussa e alla sorda lotta che la oppone ai “flussi energetici che dalla Russia, dal Caspio e dall’Asia centrale dirigono verso i mercati occidentali” ha indicato nell’Ucraina uno degli spazi principali della strategia Usa-Nato in atto, e le relative pressioni come elementi di incentivazione dello “slittamento di Kiev verso l’Occidente” (Margherita Paolini, La Nato dell’Est, “Limes”, n. 6, 2004, La Russia in gioco, spec. pp. 126-130). Dopo la vittoria arancione è stato infatti messo in rilievo l’interesse americano ed occidentale a

    “un’Ucraina separata dalla Russia e insorta contro di essa: corridoio energetico, via di penetrazione dell’occidente al cuore e ai mercati meridionale della Russia, sbocco sul Mar Nero, vicinanza col Caucaso e con il bacino del Mar Caspio. In termini strategici si tratta di un alto valore aggiunto” (J.-M. Chauvier, Ucraina, la folla arancione e la rete blu del gas, “Le Monde diplomatique”, gennaio 2005).

    Risultano chiare dunque sia la funzione chiave dell’Ucraina nell’elaborazione geostrategica americana (oltre che europea, e in sovrordine rispetto a questa), sia la componente di ulteriore disgregazione e di potenziale fagocitazione della Russia in quell’impero globale americano che darebbe corposità totalitaria ad un rinnovata, ma già sostanzialmente presente figura di imperialismo. Ma è chiaro anche il potenziale minaccioso di vulnerazione e di umiliazione della Russia che tutto ciò rappresenta sin d’ora, dopo l’occidentalizzazione anche militare delle Repubbliche baltiche e della Polonia e in presenza d’una strategia militare e politica degli Usa già dispiegata nella sua pienezza anche militare nei “Balcani dell’Asia”. Un distacco dell’Ucraina, nella sua attuale territorialità, dall’estero vicino della Russia e la sua programmata adesione al blocco politico e militare della “civiltà” occidentale porterebbero le frontiere della Nato e degli Usa ad una distanza da Mosca non molto maggiore di quella alla quale si assestò il fronte di guerra nell’inverno 1941-42, dopo l’attacco nazista all’Unione Sovietica. Quelle frontiere saranno, in ogni caso, nel cuore originario e storico del paese, e quindi in una situazione di estremo rischio che i Russi non potrebbero avvertire se non come fine imminente. È chiaro, infine, che il passaggio, che abbiamo notato in Brzezinski, dalla possibilità all’obbligatorietà che la geopolitica preceda e faccia la storia non è la semplice avventura intellettuale d’un pensatore polacco, ma corrisponde al senso di una elaborazione e di una pratica politica (e di una politica fortemente militarizzata) che i fatti dimostrano fin qui vincente.
    L’iniziativa in materia di sicurezza–guerra preventiva è nella lettera e nello spirito del documento presidenziale The National Security Strategy del settembre 2002, che raccoglieva stimoli provenienti dalla elaborazione dei neoconsevatives; proprio in materia di Eurasia costoro hanno prodotto scritti deliranti, tanto più notevoli in quanto la punta di lancia della politica ufficiale sembrava stabilmente rivolta all’Iraq, dove – dopo la prima guerra - erano sopravvenute difficoltà impreviste. Sulla lunga preparazione americana della “rivoluzione arancione” nel quadro di una non interrotta offensiva antirussa si sono avute varie testimonianze, tra le quali sono particolarmente pesanti quelle che chiamano in causa il ruolo della Cia e di altre, più o meno spionistiche, organizzazioni americane e occidentali in Ucraina - dopo che in Serbia, in Georgia, e altrove (v. E. Ramondino, Stanko Lazendic. Otpor, arancione a stelle e strisce, “il manifesto”, 30 dicembre 2004; J.-M. Cauvier, art. cit.). E si rende via via più chiaro che il confronto decisivo (nella misura che appartiene alla logica geopolitica astratta) degli Stati Uniti con la Cina implica una precedente vittoria in campo sulla Russia e una balcanizzazione degli spazi intermedi; uno scenario, o serie di scenari intermedi, di cui si parla poco, ma che ora gli avvenimenti ucraini impongono all’attenzione e preoccupazione mondiale.

    La Russia in un circolo vizioso
    Varie sono dunque le aspirazioni che sono confluite nella concezione della politica mondiale dell’attuale amministrazione e che hanno fornito il materiale per la nuova pratica strategica dell’unilateratismo planetario preventivo. E non è certo la ostentata “amicizia” di George W. e di Vladimir che può neutralizzare le frizioni oggettivamente esistenti lungo le migliaia di chilometri di confine effettivo tra la proiezione euroasiatica degli Usa e il territorio russo, nè nascondere gli evidenti contrasti di interesse generale tra le due maggiori Potenze nucleari. Per inciso, merita anche far notare la grandiosità della sfida geopolitica, che rende ragione della radicalità dell’impegno degli Usa (e dell’Inghilterra, vecchia frequentatrice di quegli scenari) e della facilità con la quale l’impegno stesso può essere vissuto con quella partecipazione etica missionaria che sempre e sotto ogni bandiera ha propiziato gli olocausti del colonialismo-imperialismo.
    Dall’altra parte sta però la Russia (e sullo sfondo stanno anche l’India e la Cina, in atteggiamento che non è certo di attesa passiva). Caduta l’Urss, gli Stati Uniti non tollerarono che quanto di alternativo, o comunque di diverso dal capitalismo ortodosso era stato costruito dopo il 1917 potesse sopravvivere – pur in modi parziali e deformati. Il periodo eltsiniano fu quello del grande sfacelo teleguidato, con la subitanea distruzione di un’immensa organizzazione economica e finanziaria (oltre che sanitaria e assistenziale) e la sua spartizione tra potentati globali e predoni locali, tra i quali non pochi dirigenti e membri del Pcus. Dall’esperienza sovietica viene anche Vladimir Putin, che tuttavia si distingue per l’ambizione via via più chiara di riscattare la Russia dal baratro in cui è piombata, procedendo a ristrutturazioni interne, a iniziative di politica estera e a misure di riorganizzazione militare.
    Non sono qui in discussione la personalità di Putin, né la sua scelta e selezione di alleanze, né gli errori sul fronte ceceno e altrove, ma unicamente la sua funzione di rappresent