Etsi Deus non daretur
Intervento.
Laicismo tra Europa e Italia. Dalla procreazione assistita alla ricerca
sulle staminali passando per il velo
Mario Pireddu*
In questi ultimi anni il problema si è imposto con forza – non solo
in Italia – anche e soprattutto per via dell’acceso dibattito
sull’integrazione di cittadini musulmani in Europa. I dubbi espressi
da un cittadino italiano di fede musulmana sulla presenza del crocifisso
nei luoghi pubblici (come scuole, tribunali, ospedali) ha spinto a
schierarsi dalla parte della “tradizione” e delle “radici” anche
insospettabili laici e filosofi non certo vicini alle gerarchie
ecclesiastiche. È successo anche per i cosiddetti “atei devoti”,
che si sono affrettati a riscoprire le virtù della tradizione religiosa
a loro culturalmente più vicina, per tema di ritrovarsi con un'Europa
svuotata di valori e contenuti morali “occidentali”, e dunque debole
nei confronti della “nazione araba” che preme ai confini. Ma se è
la paura dell’altro a guidare la politica ai più alti livelli, fino
alla legittimazione istituzionale di quanto viene visto come “identità
storica” (e in realtà è solo una parte di un patrimonio culturale
molto più vasto), quale futuro si cerca di disegnare concretamente?
Se la separazione tra potere temporale e potere spirituale è
considerata dai più una conquista, così come la separazione dei poteri
all’interno dello Stato, è davvero possibile ritornare a forme di
commistione più o meno intima tra precetto religioso (qualunque esso
sia) e fatto istituzionale?
La risposta della Francia, paese dalla forte tradizione laica, appare
deludente per le forti limitazioni delle libertà individuali imposte da
una legge frettolosa e “laicista”, più che laica. Non si capisce in
base a quale motivo l’ostentazione di simboli religiosi nelle scuole
debba essere considerata negativamente (e a voler essere pignoli ci si
potrebbe chiedere: perché a scuola sì e in altri luoghi pubblici no?
Forse sono meno “pubblici”?). Il rispetto laico di una istituzione
che non distingue tra credi differenti imporrebbe un atteggiamento più
libertario. Se poi tutto si riduce a un velo che copre interamente il
viso, è sufficiente una norma che vieti quella – e solo quella –
forma di copricapo (d’altronde il niqab e il burqu non sono gli unici
tipi di velo islamico). Può sembrare un paragone azzardato, ma una
legge come quella francese ricorda le norme di uno stato totalitario. Il
crocifisso nelle scuole e nei tribunali italiani, all’opposto,
testimonia di uno Stato nient’affatto equidistante dalle varie forme
di religiosità, e vicino allo Stato del Vaticano più che a qualsiasi
altra autorità morale, spirituale, o religiosa.
Per quale motivo si definisce laica una istituzione che quotidianamente
ostenta particolari simboli religiosi, prima ancora che i propri (in
questo caso il simbolo della Repubblica o la foto del Presidente in
carica), e che dedica ore di insegnamento alla religione cattolica? La
possibilità di scegliere di non seguire tali lezioni non è una reale
possibilità di scelta: sarebbe come dire a un musulmano “oggi si
serve maiale, ma sei libero di non mangiare”. Si dica con forza che
uno Stato come questo non è affatto uno Stato laico, ma qualcosa di
diverso.
La scelta di una data balneare per il referendum sulla Legge 40 sarebbe
anch’essa una vittoria di chi ritiene che va bene così, che le nostre
“radici religiose e spirituali” devono essere ben presenti nella
vita dello Stato. Ma la vera libertà – e questo dovrebbe capirlo a
maggior ragione chi si sente distante dalle teocrazie mediorientali –
risiede nell’equidistanza istituzionale da qualunque forma di vita
religiosa. Laico è un paese in cui ciascuno è libero di vivere il
proprio credo (o non-credo, naturalmente), e di mandare alla scuola
pubblica i propri figli sapendo che l’istruzione che gli verrà data
non riguarderà una particolare religione “di Stato”, ma semmai uno
studio delle religioni che dia anche il senso della vastità e della
ricchezza del fenomeno “religione” nel mondo.
Lo scontro interno allo schieramento di centro-sinistra sul referendum
può essere letto in due modi: da un lato si ha paura dell’ostilità
delle gerarchie ecclesiastiche (e di perdere i voti del centro,
determinanti per la vittoria alle elezioni del 2006), e dall’altro si
ha paura di esplicitare un’idea forte di laicità che pure dovrebbe
essere familiare per chi sta “a sinistra”. Le riforme attuate in
Spagna dal governo Zapatero potrebbero servire da modello per lo
schieramento che si presenterà alle prossime elezioni politiche per
cercare di contrastare il centro-destra. Gli ultimi avvenimenti, però,
indicano che la direzione intrapresa è un’altra: in particolare, il
veto posto dalla componente centrista dell’Unione sul nome di Luca
Coscioni per le elezioni regionali di aprile indica che ha prevalso il
timore che quella candidatura “potesse suonare come una vera e propria
sfida alle gerarchie cattoliche che a difesa della Legge 40 e contro i
referendum stanno mobilitando il massimo delle loro forze”, come ha
scritto Miriam Mafai su Repubblica. C’è di che preoccuparsi, se
persino il segretario dello Sdi Enrico Boselli ha dichiarato che a
quella decisione “si è arrivati in un clima nel quale settori
influenti e autorevoli della Chiesa cattolica si sono esercitati in
pressioni politiche che tutti speravamo appartenessero a un’epoca del
passato”. Pare che il nome di Luca Coscioni non possa comparire in un
simbolo elettorale, perché – come ha scritto giustamente Il
Riformista – “evoca battaglie per la libertà della ricerca
scientifica, attraverso il corpo di un uomo martoriato dalla malattia,
che ha deciso di continuare a sperare in quella cosa che una volta era
il faro della cultura occidentale, di destra o di sinistra, e che si
chiama progresso, scoperta”. È proprio Coscioni che – con la sua
malattia – incarna il senso di un progetto laico di speranza, contro
politiche della sofferenza mascherate da politiche “per la vita”.
E naturalmente il corpo del malato non è solo: l’altra vittima della
Legge 40 è il corpo della donna, leso nel diritto alla maternità e
alla genitorialità cosciente e responsabile. Oltre al dramma della
sterilità si aggiunge la punizione della legge. Su questi temi si ode
un coro di voci sovrapposte, in cui molti parlano di ciò che non
conoscono, e gli “esperti di morale” giustificano il paradosso tutto
italiano di un embrione tutelato ancor più del feto. Se questa è la
strada, il prossimo passo sarà rivedere la legge sull’interruzione di
gravidanza (e d’altronde c’è da tempo chi ci sta lavorando). Scrive
Filomena Gallo: “E’ scivoloso il terreno nel quale si vuol normare
la morale. Può accadere facilmente che la coercizione di una legge che
disciplina la modalità per perseguire i propri desideri crei delle
discriminazioni crudeli e irragionevoli, oltre che dei veri e propri
paradossi”.
E tutta qui sta la differenza fondamentale tra un ordinamento laico e
uno sottomesso alla morale religiosa: il primo lascia libertà di scelta
a ogni individuo, il secondo impone a tutti la morale di alcuni. E non
si dica che l’embrione è un soggetto terzo, perché – come afferma
Sartori – logica vuole che esso debba essere visto come “ciò che
ancor non è”, e non come soggetto di diritto. Sugli embrioni la
scienza medica ha il diritto e il dovere di studiare e lavorare per
cercare di migliorare la vita di chi realmente soffre, come Luca
Coscioni. Chiediamolo a lui, ai malati di sclerosi laterale amiotrofica,
ai malati di distrofia muscolare, e a tutti quelli che potrebbero
sperare nella ricerca medica per condurre un’esistenza migliore. È in
gioco non solo il futuro della ricerca, ma il senso stesso del nostro
stare insieme.
* Università di Roma "La Sapienza"