FISICA/MENTE

 

 

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Etsi Deus non daretur


Intervento. Laicismo tra Europa e Italia. Dalla procreazione assistita alla ricerca sulle staminali passando per il velo
 

Mario Pireddu*

 

            La probabile proroga del referendum per l’abrogazione della Legge 40 e l’appello all’astensionismo della Conferenza Episcopale Italiana (per bocca del suo presidente Ruini) mettono in luce ancora una volta la debolezza delle istituzioni repubblicane nel difendere un’idea forte di laicità dello Stato. Quella idea, a ben vedere, ha cominciato a perdere consistenza sin dalla firma dei Patti Lateranensi, per trasformarsi nel periodo postbellico in una sorta di laicità leggera, garantita sì a livello formale, ma non concretizzata pienamente nella pratiche istituzionali quotidiane.
            In questi ultimi anni il problema si è imposto con forza – non solo in Italia – anche e soprattutto per via dell’acceso dibattito sull’integrazione di cittadini musulmani in Europa. I dubbi espressi da un cittadino italiano di fede musulmana sulla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici (come scuole, tribunali, ospedali) ha spinto a schierarsi dalla parte della “tradizione” e delle “radici” anche insospettabili laici e filosofi non certo vicini alle gerarchie ecclesiastiche. È successo anche per i cosiddetti “atei devoti”, che si sono affrettati a riscoprire le virtù della tradizione religiosa a loro culturalmente più vicina, per tema di ritrovarsi con un'Europa svuotata di valori e contenuti morali “occidentali”, e dunque debole nei confronti della “nazione araba” che preme ai confini. Ma se è la paura dell’altro a guidare la politica ai più alti livelli, fino alla legittimazione istituzionale di quanto viene visto come “identità storica” (e in realtà è solo una parte di un patrimonio culturale molto più vasto), quale futuro si cerca di disegnare concretamente?

            Se la separazione tra potere temporale e potere spirituale è considerata dai più una conquista, così come la separazione dei poteri all’interno dello Stato, è davvero possibile ritornare a forme di commistione più o meno intima tra precetto religioso (qualunque esso sia) e fatto istituzionale?
            La risposta della Francia, paese dalla forte tradizione laica, appare deludente per le forti limitazioni delle libertà individuali imposte da una legge frettolosa e “laicista”, più che laica. Non si capisce in base a quale motivo l’ostentazione di simboli religiosi nelle scuole debba essere considerata negativamente (e a voler essere pignoli ci si potrebbe chiedere: perché a scuola sì e in altri luoghi pubblici no? Forse sono meno “pubblici”?). Il rispetto laico di una istituzione che non distingue tra credi differenti imporrebbe un atteggiamento più libertario. Se poi tutto si riduce a un velo che copre interamente il viso, è sufficiente una norma che vieti quella – e solo quella – forma di copricapo (d’altronde il niqab e il burqu non sono gli unici tipi di velo islamico). Può sembrare un paragone azzardato, ma una legge come quella francese ricorda le norme di uno stato totalitario. Il crocifisso nelle scuole e nei tribunali italiani, all’opposto, testimonia di uno Stato nient’affatto equidistante dalle varie forme di religiosità, e vicino allo Stato del Vaticano più che a qualsiasi altra autorità morale, spirituale, o religiosa.
            Per quale motivo si definisce laica una istituzione che quotidianamente ostenta particolari simboli religiosi, prima ancora che i propri (in questo caso il simbolo della Repubblica o la foto del Presidente in carica), e che dedica ore di insegnamento alla religione cattolica? La possibilità di scegliere di non seguire tali lezioni non è una reale possibilità di scelta: sarebbe come dire a un musulmano “oggi si serve maiale, ma sei libero di non mangiare”. Si dica con forza che uno Stato come questo non è affatto uno Stato laico, ma qualcosa di diverso.

            La scelta di una data balneare per il referendum sulla Legge 40 sarebbe anch’essa una vittoria di chi ritiene che va bene così, che le nostre “radici religiose e spirituali” devono essere ben presenti nella vita dello Stato. Ma la vera libertà – e questo dovrebbe capirlo a maggior ragione chi si sente distante dalle teocrazie mediorientali – risiede nell’equidistanza istituzionale da qualunque forma di vita religiosa. Laico è un paese in cui ciascuno è libero di vivere il proprio credo (o non-credo, naturalmente), e di mandare alla scuola pubblica i propri figli sapendo che l’istruzione che gli verrà data non riguarderà una particolare religione “di Stato”, ma semmai uno studio delle religioni che dia anche il senso della vastità e della ricchezza del fenomeno “religione” nel mondo.

            Lo scontro interno allo schieramento di centro-sinistra sul referendum può essere letto in due modi: da un lato si ha paura dell’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche (e di perdere i voti del centro, determinanti per la vittoria alle elezioni del 2006), e dall’altro si ha paura di esplicitare un’idea forte di laicità che pure dovrebbe essere familiare per chi sta “a sinistra”. Le riforme attuate in Spagna dal governo Zapatero potrebbero servire da modello per lo schieramento che si presenterà alle prossime elezioni politiche per cercare di contrastare il centro-destra. Gli ultimi avvenimenti, però, indicano che la direzione intrapresa è un’altra: in particolare, il veto posto dalla componente centrista dell’Unione sul nome di Luca Coscioni per le elezioni regionali di aprile indica che ha prevalso il timore che quella candidatura “potesse suonare come una vera e propria sfida alle gerarchie cattoliche che a difesa della Legge 40 e contro i referendum stanno mobilitando il massimo delle loro forze”, come ha scritto Miriam Mafai su Repubblica. C’è di che preoccuparsi, se persino il segretario dello Sdi Enrico Boselli ha dichiarato che a quella decisione “si è arrivati in un clima nel quale settori influenti e autorevoli della Chiesa cattolica si sono esercitati in pressioni politiche che tutti speravamo appartenessero a un’epoca del passato”. Pare che il nome di Luca Coscioni non possa comparire in un simbolo elettorale, perché – come ha scritto giustamente Il Riformista – “evoca battaglie per la libertà della ricerca scientifica, attraverso il corpo di un uomo martoriato dalla malattia, che ha deciso di continuare a sperare in quella cosa che una volta era il faro della cultura occidentale, di destra o di sinistra, e che si chiama progresso, scoperta”. È proprio Coscioni che – con la sua malattia – incarna il senso di un progetto laico di speranza, contro politiche della sofferenza mascherate da politiche “per la vita”.

            E naturalmente il corpo del malato non è solo: l’altra vittima della Legge 40 è il corpo della donna, leso nel diritto alla maternità e alla genitorialità cosciente e responsabile. Oltre al dramma della sterilità si aggiunge la punizione della legge. Su questi temi si ode un coro di voci sovrapposte, in cui molti parlano di ciò che non conoscono, e gli “esperti di morale” giustificano il paradosso tutto italiano di un embrione tutelato ancor più del feto. Se questa è la strada, il prossimo passo sarà rivedere la legge sull’interruzione di gravidanza (e d’altronde c’è da tempo chi ci sta lavorando). Scrive Filomena Gallo: “E’ scivoloso il terreno nel quale si vuol normare la morale. Può accadere facilmente che la coercizione di una legge che disciplina la modalità per perseguire i propri desideri crei delle discriminazioni crudeli e irragionevoli, oltre che dei veri e propri paradossi”.
            E tutta qui sta la differenza fondamentale tra un ordinamento laico e uno sottomesso alla morale religiosa: il primo lascia libertà di scelta a ogni individuo, il secondo impone a tutti la morale di alcuni. E non si dica che l’embrione è un soggetto terzo, perché – come afferma Sartori – logica vuole che esso debba essere visto come “ciò che ancor non è”, e non come soggetto di diritto. Sugli embrioni la scienza medica ha il diritto e il dovere di studiare e lavorare per cercare di migliorare la vita di chi realmente soffre, come Luca Coscioni. Chiediamolo a lui, ai malati di sclerosi laterale amiotrofica, ai malati di distrofia muscolare, e a tutti quelli che potrebbero sperare nella ricerca medica per condurre un’esistenza migliore. È in gioco non solo il futuro della ricerca, ma il senso stesso del nostro stare insieme.

* Università di Roma "La Sapienza"

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