'Ethnos' versus 'demos' e dialetti versus 'lingua':
le antinomie del populismo
Eros Barone
Il populismo, per quanto appaia oggi politicamente rampante, è in realtà
segnato da un congenito difetto epistemico, quello derivante dalla
contrapposizione tra generale e particolare, che, se può spiegare la sua
momentanea incidenza di massa nella fase attuale caratterizzata dal
disorientamento politico-culturale e dall'assenza di visioni complessive della
società e della storia dotate di forza mobilitante, ne determina in modo
altrettanto necessario quello che è il suo limite intrinseco e insuperabile.
Quest'ultimo emerge non appena si considera il rapporto inversamente
proporzionale che intercorre, nel concetto logico di 'popolo', tra l'estensione
di tale concetto, che designa la 'totalità' degli oggetti che si riferiscono ad
esso, e l'intensione, che designa soltanto 'uno o più' oggetti che rientrano
nella classe logica in parola. Così, in base al primo significato abbiamo il
popolo come 'demos', mentre in base al secondo abbia-mo il popolo come 'ethnos'.
È evidente allora che il 'demos', in quanto ha un signifi-cato estensivo, è
anche inclusivo: ciò implica che una popolazione che ha un'identità comune in
forza di un territorio comune, di una storia comune e di una lingua d'uso
comune, nonché di istituzioni e di diritti comuni, 'include' anche l''ethnos',
ossia un popolo che ha caratteri più specifici, quali la razza, la religione e
particolari diritti. Al contrario, il popolo in quanto 'ethnos' esclude
costitutivamente da sé coloro (altri po-poli) che non hanno tali caratteri,ossia
non appartengono a quella razza, a quella reli-gione ecc. ecc. Di conseguenza,
chi vuole comunità aperte opterà per il popolo come 'demos', mentre chi le teme
sceglierà il popolo come 'ethnos'.
Dal punto di vista economico, sociale e culturale dovrebbe essere tuttavia
evidente (non solo la superiorità etica ma anche) la maggiore utilità politica,
rispetto a quella 'etnica', della prospettiva 'democratica', che è in grado di
produrre, soprattutto per la convivenza civile e per le generazioni future,
risultati a lungo termine di gran lunga più vantaggiosi. È sufficiente
chiedersi: utilità per chi e per quanti? In tal modo risul-ta palese come un
certo concetto di popolo risulti utile a tutti e perché un altro concet-to di
popolo, quello 'etnico', venga adoperato per legittimare (non i diritti di tutti
ma) i privilegi particolari di gruppi ristretti. Sempre a questo proposito, vi è
poi da fare un'altra considerazione, e cioè che, da quando il genere umano
esiste ed opera, la sto-ria ha dimostrato che la strada maestra
dell'incivilimento passa attraverso le mesco-lanze e il meticciato, non
attraverso i recinti e i ghetti, che è quanto dire attraverso l'universalizzazione
dei diritti, contrapposta alla istituzione dei privilegi per questa o quella
razza, per questa o quella regione, per questa o quella classe. Asserire che le
diversità biologiche tra le razze e le stirpi producono diversità morali e
culturali e che l'ordinamento politico-giuridico deve conformarsi ad esse è
quindi un modo per 'na-turalizzare' ed eternizzare le disuguaglianze
politico-sociali esistenti.
Un'altra antinomia che affligge le concezioni populistiche è quella che si
esprime nel falso al dualismo tra lingua nazionale e dialetti locali. Il fatto
che si pretenda di privilegiare la conoscenza dei dialetti rispetto a quella
della lingua nazionale non è soltanto frutto di ignoranza storico-culturale e
analfabetismo glottologico, ma è an-che, se non soprattutto, un'operazione
ideologica con la quale si punta a riproporre, utilizzando il dialetto come
veicolo, l'ideologia dei localismi, della tradizione più stantìa e
dell'idiotismo di marca medievale. La natura ideologica culturalmente
re-gressiva e schiettamente reazionaria di questa operazione si manifesta nella
moda dei cartelli stradali e toponomastici in dialetto locale: una
proliferazione in cui l'ideologia localistico-vernacolare celebra, per dirla con
Hegel, il carnevale della 'cattiva infini-tà', poiché non vi è luogo, per quanto
sperduto, che non possa far valere una sua spe-cificità dialettale o idiomatica.
Da questa antinomia grottesca aveva messo in guardia, già cent'anni orsono, Karl
Kautsky, teorico marxista del periodo della Seconda Inter-nazionale, allorché
aveva osservato che «una valle montana stretta e isolata, lontana dalle strade
di grande traffico e che produce quanto basta per gli abitanti, può svilup-pare
una lingua particolare e mantenerla per secoli; gli abitanti della regione di un
grande fiume, che serve loro come strada commerciale, facilmente finiranno
invece per formare una più estesa comunità linguistica». Muovendo da questa
premessa Kautsky giungeva alla necessaria conclusione per cui, quando la
comunità nazionale si unifica attraverso una comune lingua scritta usata e
compresa dalle varie comunità locali, allora gli idiomi della valle e del bacino
fluviale, le «lingue parlate dai singoli popoli nell'àmbito di questa nuova
comunità nazionale regrediscono a semplici dia-letti».
Questi due tipi di antinomie spiegano dunque il momentaneo successo delle
conce-zioni populistiche, ma fissano anche i confini entro cui tale successo è
destinato, per 'la contradizion che no'l consente', a introflettersi, a rifluire
e ad esaurirsi.