FISICA/MENTE

 

LA PROSSIMA ONDATA DI CRISI IN ARRIVO DALL’ EUROPA DELL’EST
 

DI F. WILLIAM ENGDAHL
globalresearch.ca



        Le banche europee sono di fronte ad un’ondata completamente nuova di perdite per i mesi a venire che non sono ancora state calcolate in nessun piano di aiuti al settore bancario da parte dei governi. A differenza delle perdite delle banche americane che provengono originariamente dalle loro esposizioni in un mercato immobiliare subprime di bassa qualità e in altre forme di cartolarizzazione dei prestiti, i problemi delle banche dell’Europa Occidentale, soprattutto in Austria, Svezia e forse Svizzera nascono dagli enormi volumi di prestiti erogati durante il periodo 2002-2007 con tassi di interesse internazionali estremamente bassi a clienti nei paesi dell’Europa Orientale.
I problemi nell’Europa dell’Est che stanno emergendo solo ora con piena forza sono, se si può dire, una conseguenza indiretta delle politiche monetarie libertine della Fed di Greenspan dal 2002 al 2006, il periodo in cui ha iniziato ad avere successo lo schema Ponzi di Wall Street di cartolarizzazioni garantite da beni.

La pericolosità di questi prestiti all’Europa dell’Est sta ora venendo alla luce mentre la recessione economica globale sia nell’Europa Orientale che in quella Occidentale sta obbligando le banche occidentali a fare marcia indietro, rifiutando di rinnovare i prestiti e i crediti e lasciando migliaia di mutuatari con debiti impagabili. La dimensione della crisi emergente dei prestiti dell’Europa Orientale fa impallidire qualunque altra cosa sia stata concepita prima. Nelle prossime settimane obbligherà ad un punto di vista radicalmente nuovo di tutta l’intera questione della nazionalizzazione delle banche, indipendentemente dalle belle speranze che nutrono i politici di qualunque schieramente politico.
Il servizio di valutazione di Moody’s ha appena annunciato che “potrebbe” declassare un certo numero di banche dell’Europa Occidentale con ampie esposizioni nell’Europa Orientale. Sul rapporto, l’euro è sceso ai minimi da due mesi e mezzo nei confronti del dollaro.

Il rapporto di Moody’s accenna principalmente alle banche nell’Europa dell’Est di proprietà delle banche dell’Europa Occidentale, tra cui specificatamente Raiffeisen Zenetralbank Österreich e Swedbank. La diffida pubblica di Moody’s ora obbligherà le banche occidentali che hanno delle consociate nell’Europa Orientale a restringere fortemente le condizioni dei prestiti all’Est proprio nel momento in cui c’è bisogno del contrario per impedire che la crescita economica precipiti scatenando una reazione a catena di insolvibilità dei prestiti. Le banche occidentali sono state catturate in un buco nero.

Secondo le mie fonti ben informate a Londra, le nuove preoccupazioni sulle esposizioni bancarie nell’Europa Orientale determineranno la prossima ondata della crisi finanziaria globale, un’ondata che potrebbe essere ancor più devastante del crollo delle cartolizzazioni americane subprime che ha scatenato l’intera crisi di fiducia.
Come risultato alla diffida di Moody’s, le banche dell’Europa Occidentale probabilmente ora saranno esigenti nell’aiutare le proprie consociate. Il rapporto di Moody’s ha fatto notare che “le banche nei paesi associati con rischi sistemici più elevati potrebbero avere un’assistenza ridotta.” I governi dell’Europa Occidenale potrebbero anche stabilire delle regole per assicurare che le banche ricevano gli aiuti statali, che sono attualmente proibiti, per aiutare le consociate all’estero. Le cose stanno già così per quanto riguarda le banche greche e il governo greco. Il risultato sarà quello di peggiorare una situazione già critica.

La dimensione dei rischi è sconcertante

L’ammontare dei prestiti potenzialmente a rischio coinvolge perlopiù banche italiane, austriache, svizzere, svedesi e, si pensa, anche tedesche. Quando i paesi dell’ex Unione Sovietica e del patto di Varsavia dichiarono la loro indipendenza all’inizio degli anni ’90 le banche dell’Europa Occidentale si precipitare ad acquistare a buon mercato le più importanti banche dei paesi da poco divenuti indipendenti. Mentre i tagli dei tassi di interesse negli Stati Uniti dopo la crisi azionaria del 2002 spinsero i tassi di interesse in tutto il mondo verso nuovi minimi, il credito facile condusse a prestiti oltreconfine a più alto rischio in valuta straniera. In paesi come l’Ungheria, le banche austriache e svizzere hanno sostenuto i mutui ipotecari sulla casa espressi in franchi svizzeri, sui quali il tasso di interesse era decisamente inferiore. L’unico rischio all’epoca era che la valuta ungherese doveva essere svalutata, obbligando i proprietari di casa ungheresi a ripagare talvolta una somma doppia in franchi svizzeri. Questo è quello che è accaduto negli ultimi 18 mesi mentre le banche e i fondi occidentali hanno drasticamente ridotto i loro investimenti speculativi nei paesi dell’Est per riportare in patria il capitale dove la casa madre ha avuto dei gravi problemi causati dalla catastrofe bancaria americana. Nel caso dello zloty polacco, negli ultimi mesi la valuta è scesa del 50%. Non si conosce il volume dei mutui ipotecari in valuta straniera presenti in Polonia ma Londra stima che potrebbe essere enorme.

Nel caso delle banche austriache, il paese si trova di fronte ad una replica della crisi del 1931 della Vienna Creditanstalt in cui una reazione a catena si diffuse alle banche tedesche e portò il Vecchio Continente alla crisi economica del 1931-33. Nel recente incontro tenutosi a Bruxelles dei ministri delle finanze dell’Unione Europea, il ministro delle finanze austriaco Josef Pröll, stando a quanto si dice, ha supplicato i suoi colleghi di arrivare ad un pacchetto di salvataggio da 150 miliardi di euro per le banche dell’Europa Orientale. Solo le banche austriache hanno prestato 230 miliardi di dollari, l’equivalente del 70% del PIL del paese. La più grande banca austriaca, Bank Austria, a sua volta di proprietà dell’italiana Unicredito insieme alla tedesca Hypo Vereinsbank, sta fronteggiando quella che la stampa locale definisce una “Stalingrado monetaria” sulla sua esposizione dei prestiti all’Est. Ironia della sorte, Bank Austria ha acquistato da qualche anno Vienne Creditanstalt nella sua ventata di fusioni.
Secondo le stime pubblicate dalla stampa finanziaria di Vienna, se nei prossimi mesi soltanto il 10% dei prestiti austriaci all’Est dovesse risultare insolvente, “porterebbe al crollo del sistema finanziario austriaco.” La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) a Londra stima che i debiti scadenti all’Est supereranno il 10% e “potrebbero toccare il 20%”.

Il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück, a quanto si dice, ha scartato categoricamente qualunque fondo di salvataggio europeo per l’Est, sostenendo che non si tratta di un problema tedesco. Potrebbe presto rimpiangere quanto detto mentre la crisi si diffonde alle banche tedesche e ha costi maggiori sul consumatore tedesco. Uno degli aspetti che più colpisce della crisi attuale che si è sprigionata per la prima volta nell’estate del 2007 è la sempre maggior incompetenza dei più importanti ministri delle finanze e dei banchieri centrali, da Washington a Bruxelles a Parigi a Francoforte, per affrontare con decisione la crisi.

La sede londinese della banca americana di investimenti Morgan Stanley ha pubblicato un rapporto nel quale si stima il numero totale delle banche dell’Europa Occidentale che erogano prestit all’Est. Secondo questo rapporto, l’Europa Orientale ha preso a prestito un totale di 1.700 miliardi di dollari, prevalentemente da banche dell’Europa Occidentale. In buona parte si tratta prestiti a breve termine della durata inferiore ad un anno. Nel 2009 le banche dell’Est devono ripagare o rinnovare qualcosa come 400 miliardi di dollari, il 33% del PIL totale della regione. Mentre le recessione globale si aggrava stanno diminuendo dopo giorno giorno le possibilità che questo possa avvenire. Ora le banche occidentali si stanno rifiutando di rinnovare quei prestiti, sotto pressioni politiche e finanziarie interne. La finestra del credito all’Est, che solo due anni fa era la fonte di un boom di utili per le banche dell’Europa Occidentale, ora si è chiusa di colpo. Persino la Russia, che un anno fa aveva più di 600 miliardi di dollari di riserve in valuta straniera, si trova in una situazione difficile. Quest’anno le grandi aziende russe devono ripagare o rinnovare 500 miliardi di dollari. Da agosto, la Russia ha subìto un salasso del 36 per cento delle proprie riserve straniere per difendere il rublo.

In Polonia, il 60% di tutti i mutui ipotecari è in franchi svizzeri. Lo zloty polacco è diminuito di metà del proprio valore nei confronti del franco svizzero. L’Ungheria, i Balcani, i Paesi baltici e l’Ucraina stanno tutti soffrendo delle varianti della stesso problema. Come atto di follia collettiva – sia per chi chiede un prestito e sia per chi lo concede – si può paragonare alla débâcle dei subprime americani. Questa crisi, per le banche europee, svetta sulle perdite avute nei titoli del mercato immobiliare americano. E’ la prossima ondata della crisi che è pronta a colpire. Quasi tutto il debito del blocco orientale deve essere ripagato all’Europa Occidentale, soprattutto a banche austriache, svedesi, greche, italiane e belghe. Gli europei incidono per un sorprendente 74% per l’intero portafoglio da 4.900 miliardi di dollari di prestiti ai mercati emergenti. Sono cinque volte più esposti a quest’ultima crisi rispetto alle banche americane e giapponesi, e stanno utilizzando una leva del 50 per cento superiore secondo il FMI.

Anche se occorreranno mesi, o solamente alcune settimane, il sistema finanziario europeo sta ora affrontando una prova importante e la situazione è complicata dal fatto che quando le regole della Banca Centrale Europea sono state perfezionate alla fine degli anni ’90, i governi non hanno convenuto nel cedere il potere totale di centralità bancaria alla nuova BCE. Come risultato, in questa prima prova della BCE in una crisi sistemica, la banca non è in grado di agire allo stesso modo, per esempio, della Federal Reserve e ricoprire il ruolo di prestatore di ultima istanza o di inondare i mercati con degli incentivi di emergenza. Secondo alcune stime la banca Centrale Europa ha già bisogno di portare i tassi a zero e poi acquistare in blocco obbligazioni e Pdfandbriefe. E’ frenata dalla geopolitica – un veto tedesco-olandese – e dal Trattato di Maastricht. La BERS stima che l’Europa dell’Est ha bisogno di almeno 400 miliardi di euro di aiuti per coprire i prestiti e sostenere il sistema creditizio.

I governi europei stanno peggiorando le cose. Alcuni di loro stanno facendo pressioni sulle loro banche per fare marcia indietro, vendendo sottocosto le loro consociate nell’Europa Orientale. Atene ha ordinato alle banche greche di ritirarsi dal Balcani. Le somme necessarie vanno oltre i limiti del FMI, che ha già tirato fuori dai guai Ungheria, Ucraina, Lettonia, Bielorussia, Islanda e Pakistan – e prossimamente la Turchia – e sta rapidamente esaurendo la sua riserva da 155 miliardi di euro, obbligandolo a vendere le proprie riserve d’oro per aumentare la liquidità.
Il recente salvataggio del FMI da 16 miliardi di dollari in Ucraina si è districato. Il paese – che sta subendo una contrazione del 12 per cento del PIL dopo il crollo dei prezzi dell’acciaio – si sta avviando verso l’insolvenza, lasciando Unicredit, Raffeisen e ING di fronte al disastro. Il governatore della banca centrale della Lettonia ha dichiarato la sua economia “clinicamente morta” dopo essere diminuita del 10,5 per cento nel quarto trimestre. I manifestanti hanno causato danni al Tesoro e preso d’assalto il Parlamento.

Forse l’aspetto più allarmante è che le istituzioni dell’Unione Europea non abbiano nessuna struttura per far fronte a tutto questo. Il giorno in cui decideranno di non salvare uno di questi paesi sarà l’innesco di una gigantesca crisi che si diffonderà in tutta l’Unione Europea.

Al momento, è chiaro che per meschine ragioni politiche Berlino non trarrà in salvo Irlanda, Spagna, Grecia e Portogallo mentre il crollo delle loro bolle del credito porterà all’aumento delle insolvenze, o non trarrà in salvo l’Italia accettando dei piani per le “obbligazioni dell’Unione” se i mercati del debito dovessero boicottare il debito pubblico italiano che sta ormai esplodendo, e che raggiungerà il 112% del PIL il prossimo anno, da poco corretto al rialzo dal 101%.

F. William Engdahl
Fonte: http://globalresearch.ca
Link http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=12339
18.02.2009


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