L'intervista ad Adolf Hitler di Piergiorgio Odifreddi
Ugo Varnai
In diversi siti compare un'intervista immaginaria di Piergiorgio Odifreddi ad
Adolf Hitler. Un sito premette, a scanso di equivoci: si tratta "di pungente
provocazione culturale, non già di apologia di nazismo. Dati i tempi, ci preme
sottolinearlo" (www.kelebekler.com/occ/odifreddi_hitler.htm).
Ed è proprio dati i tempi che si dovrebbe avvertire la necessità di prestare più
attenzione riguardo alla ricostruzione di taluni eventi storici, specialmente se
proposti unilateralmente e senza un serio contraddittorio.
Scrive Odifreddi:
Adolf Hitler nacque in Austria il 20 aprile 1889, e dedicò la sua vita alla
realizzazione del piano politico esposto nel 1924 nel Mein Kampf, "La mia
battaglia'', scritto in prigione dopo un fallito tentativo di colpo di stato. Il
suo regno di terrore potè iniziare legalmente nel 1933, grazie al 44% dei voti
del Partito Nazionalsocialista, e all'8 % del Partito Nazionalista (20,5 milioni
in tutto), ottenuti alle elezioni: a dimostrazione del paradosso che un
dittatore può anche arrivare al potere democraticamente.
Sfatiamo un mito: Hitler non è arrivato al potere perché ha vinto
democraticamente le elezioni.
Nel 1928 i nazisti raccolgono solo il 2% dei voti. Crebbero a seguito della
crisi economica mondiale che non risparmiò la Germania. Ciò nonostante, nel
novembre 1932 i nazisti persero clamorosamente le elezioni e il partito si trovò
pieno di debiti, alla bancarotta. Contro ogni aspettativa, grazie alle manovre
di von Papen, "dopo una crisi lunghissima e oscura", il quasi novantenne
presidente Hindemburg, affiderà nel gennaio 1933 l'incarico di cancelliere a
Hitler. L'immediata indizione di nuove elezioni permise a Hitler di costruire,
con la complicità della grande industria (basti pensare all'alleanza famigliare
tra Goebbels e la più potene dinastia industriale, quella dei Quandt) e
dell'apparato militare legale e para-legale, e in forza della violenza
sistematica delle "camicie brune" e l'incendio del Reichstag, il successo
elettorale con il 44% dei voti. Pertanto Hitler è già al potere quando organizza
la sua vittoria elettorale.
Non è proprio la stessa cosa, sul piano della ricostruzione storica, di come la
racconta Odifreddi.
L'altra questione di rilievo di cui si occupa l'intervista è quella relativa
all'eugenetica, al fatto sostanziale, secondo Hitler, che egli non dovette
inventarsi nulla.
Era un mezzo per ottenere la purezza della razza. Ma non capisco cosa ci trovi
di aberrante: la mia legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari,
era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale
noi demmo per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. Lo sa,
lei, che la prima legge per la sterilizzazione di "criminali, idioti, stupratori
e imbecilli'' fu promulgata nel 1907 dall'Indiana? Che fu poi imitata da una
trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corta
Suprema? Che negli anni '30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati
Uniti, metà dei quali nella sola California?
Hitler-Odifreddi, dimentica di citare la Svezia e altri paesi nordici quali
campioni della sterilizzazione; inoltre, che ad inizio Novecento, anche grazie
all'impegno di soggetti come la Fondazione Rockefeller e la Massoneria di Rito
Scozzese, l'Inghilterra divenne il centro della diffusione delle teorie
eugenetiche; ecc.. In linea di principio l'"intervistato" sembra trovare ragione
nel fatto che la propaganda totalitaria non inventa né propone i temi della
propria ideologia. Il nazismo trova i propri postulati già preparati dal
cinquantennio dell'ascesa dell'imperialismo, dalla disgregazione dello stato
nazionale e dalla comparsa delle masse sulla scena politica europea. Ciò vale
anche per le questioni eugenetiche, per le teorie geopolitiche, ecc.. In tal
senso non bisogna dimenticare che in Italia imperversava un certo Cesare
Lombroso e che negli Anni Trenta eminenti accademici fecero parte del Consiglio
superiore della Demografia e Razza.
Insomma, bisogna tener conto del quadro storico: il darwinismo riscuoteva uno
straordinario successo perché, sulla base dell'ereditarietà, fornì le armi
ideologiche per sviluppare teorie sul dominio di razza così come per un dominio
di classe; si prestò quindi ad essere impiegato per e contro la discriminazione
razziale. Politicamente neutrale, contò invero tra i suoi seguaci tanto
pacifisti o cosmopoliti d'ogni tendenza quanto gli imperialisti più accaniti.
L'aspetto più pericoloso di queste dottrine evoluzioniste consisteva nel
combinare il concetto dell'ereditarietà con l'insistenza sulla realizzazione
personale, che era diventata così importante per la coscienza borghese del XIX
secolo. La borghesia aveva interesse a dimostrare che i "grandi uomini", non gli
aristocratici, erano i veri rappresentanti della nazione, gli individui in cui
si incarnava il "genio della razza".
La politica imperialista avrebbe richiesto l'invenzione del razzismo come unica
"giustificazione" possibile, come scusa per le sue imprese, anche se nessuna
teoria razziale fosse mai venuta alla luce nel mondo civile. Purtroppo tale
teoria razziale esisteva e si dimostrò di notevole aiuto per il razzismo (cfr.
Hannah Harendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi 2004, pp. 245 e sgg.).
Ciò non toglie che negli USA effettivamente per alcuni decenni vennero
sterilizzate circa 64mila persone. È questo uno degli effetti aberranti dell'uso
della scienza, ovvero delle pseudo-scienze. Ne è prova il fatto che ancor oggi
l'opinione pubblica ma anche non pochi "addetti ai lavori" scontano miti
pseudoscientifici nei più disparati settori, per cui può capitare il medico che
invece dell'antibiotico somministra l'acqua di Lourdes.
Ma anche sotto questo aspetto, il nazismo fu tutt'altra cosa: sia in termini
quantitativi e soprattutto di eliminazione fisica degli individui. Ciò che
distingue le aberranti scemenze eugenetiche di taluni esponenti americani, è che
costoro, un po' alla Malthus, peroravano la causa eugenetica soprattutto dal
punto di vista dei costi sociali, non già come teoria assoluta della "purezza"
razziale. Ed è questa una differenza di non poco conto, soprattutto alla luce
della "soluzione finale".
Sessant'anni dopo, mentre nel mondo si sta organizzando un Quarto Reich che va
dagli Stati Uniti al Mediterraneo, abbiamo parlato del Terzo col sanguinario
vegetariano che l'ha comandato per dodici anni.
Führer, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il suo nome è diventato
sinonimo del male. Cosa ne pensa?
La storia è sempre stata scritta dai vincitori, e il bene è ciò che sta dalla
loro parte. Se avessimo vinto noi, sinonimo del male sarebbe diventati i nomi di
Churchill o di Roosevelt.
Se il signor Hitler avesse vinto la guerra, il prof. Odifreddi semplicemente non
potrebbe pubblicare un certo genere di interviste, seppur immaginarie, a
Churchill, a Roosevelt e a tantissimi altri. E comunque nessuno potrebbe
imputare al primo ministro e al presidente di aver proditoriamente scatenato un
conflitto aggredendo innumerevoli Stati sovrani, praticato il genocidio, ecc.
ecc..
Ciò che, tra l'altro, dispiace nel dover affrontare polemicamente le tesi
hitleriane così come asetticamente offerte dal prof. Odifreddi, è il dover
prendere le parti di un governo - quello degli USA - con il quale peraltro non è
difficile trovarsi in forte disaccordo, specie a riguardo della sua politica
estera, per l'interferenza, anche criminale, nelle questioni interne e
internazionali degli altri paesi; senza ovviamente dimenticare l'atteggiamento
che codesta nazione americana ha mantenuto nella sua storia a riguardo della
schiavitù e della segregazione razziale, ma anche in tema di classismo e di
contrasto violento dei movimenti politici e sindacali.
Ma tutto questo, non autorizza in alcun modo il signor Hitler, per il tramite
dell'acquiescente suo intervistatore, di mettere più o meno sullo stesso piano
situazioni e contenuti assai diversi per come si sono posti storicamente alla
ribalta.
Se è necessario essere critici in rapporto alle diverse teorie del
totalitarismo, e di conseguenza avverso le semplificazioni, ciò è tanto più
sentito proprio laddove più facile e temerario si presenta certo relativismo
storico. Gli USA non rappresentano un Quarto Reich, così come l'Urss non è stata
l'impero del male. E si smetta anche di tirare in ballo i bombardamenti di
Amburgo e di Dresda, dimostrando insomma più riguardo per i fatti complessivi,
senza fare, nel bene e nel male, di tutt'un'erba un fascio.
Infine, ci attendiamo che il prof. Odifreddi, dopo l'intervista al grande
statista germanico, voglia rivolgere la propria attenzione alle vittime di tale
regime: troverà un' amplissima platea di voci e testimonianze tra cui scegliere.
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Di seguito è riportata l'intervista di Odifreddi nella sua
integrità (da:
http://www.vialattea.net/odifreddi/hitler/hitler.html e da
http://www.polesine.com/pagine/societa/politica/intervista_hitler.htm )
Intervista ad
ADOLF HITLER
Piergiorgio Odifreddi
Gennaio 2005
Adolf Hitler nacque in Austria il 20 aprile 1889, e dedicò la sua vita alla
realizzazione del piano politico esposto nel 1924 nel Mein Kampf, "La mia
battaglia'', scritto in prigione dopo un fallito tentativo di colpo di stato. Il
suo regno di terrore potè iniziare legalmente nel 1933, grazie al 44% dei voti
del Partito Nazionalsocialista, e all'8 % del Partito Nazionalista (20,5 milioni
in tutto), ottenuti alle elezioni: a dimostrazione del paradosso che un
dittatore può anche arrivare al potere democraticamente.
L'espansione del Terzo Reich iniziò nel 1938 con l'annessione dell'Austria, e
raggiunse al suo massimo un'estensione da Capo Nord al Sahara, e dalla Normandia
al Caspio. La contrazione iniziò nel 1942 con le sconfitte di Stalingrado e di
El Alamein, e si concluse il 9 maggio 1945 con l'entrata dei russi a Berlino.
Poco prima, il 30 aprile, Hitler si era ucciso con un colpo di pistola nel suo
bunker.
Sessant'anni dopo, mentre nel mondo si sta organizzando un Quarto Reich che va
dagli Stati Uniti al Mediterraneo, abbiamo parlato del Terzo col sanguinario
vegetariano che l'ha comandato per dodici anni.
Fürer, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il suo nome è diventato
sinonimo del male. Cosa ne pensa?
La storia è sempre stata scritta dai vincitori, e il bene è ciò che sta dalla
loro parte. Se avessimo vinto noi, sinonimo del male sarebbe diventati i nomi di
Churchill o di Roosevelt.
Non crede che ci siano motivazioni oggettive, oltre alla sconfitta? Stalin la
guerra l'ha vinta, eppure anche il suo nome è diventato sinonimo del male.
Milioni di persone non l'hanno pensata così, su Stalin, prima e dopo la guerra:
quanti russi hanno pianto, quando è morto? Temo che lei non sappia molto nè
dello stalinismo, nè del nazismo, a parte ciò che le ammanniscono i Ministeri
della Propaganda, del suo paese e di quello che lo comanda.
Ministeri della Propaganda? E quali sarebbero i nostri Goebbels?
Per parlarle in termini che lei può capire, se il nostro era il totalitarismo
inumano del 1984 di Orwell, il vostro è oggi il totalitarismo dal volto umano
del Mondo nuovo di Huxley. I suoi Ministeri della Propaganda sono dunque il
cinema e la televisione: se vuole trovare i nuovi Goebbels, li cerchi fra gli
Spielberg e gli Zeffirelli, o fra i Murdoch e i Berlusconi.
Cosa voleva insinuare, fra l'altro, con quel "paese che ci comanda''? Che
l'Italia sarebbe una colonia degli Stati Uniti?
E non lo è, forse? Da quando siete stati occupati, nel 1944, non vi siete più
liberati. A tutt'oggi ci sono 125 basi e 35.000 truppe statunitensi in Italia: è
indipendenza questa? In Germania, poi, stiamo ancora peggio. Quella che voi
chiamate liberazione, fu soltanto la sostituzione di un'occupazione militare a
un'altra, meno esibita ma non meno effettiva.
Non vorrà negare, però, che il nazismo si è macchiato di crimini contro
l'umanità mai visti prima.
Ah, sì? E quali?
Anzitutto, lo sterminio di sei milioni di ebrei.
Non dica cretinate. Il mio modello per la soluzione del problema ebraico è stato
il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l'analogo problema indiano: un
genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano
nell'America del Nord. Quanti indiani rimangono negli Stati Uniti, oggi? Qualche
centinaio, mantenuti in riserve come i bisonti. E quanti ebrei rimangono invece,
al mondo? Milioni, e hanno addirittura uno stato tutto per loro: il quale, tra
l'altro, sta mostrando di aver imparato la nostra lezione sul come trattare le
minoranze etniche.
Lei è proprio un senza Dio!
Senza il Dio degli ebrei, magari. Ma avevamo il vostro: non è forse stato Elie
Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, a dire che "tutti gli assassini
dell'Olocausto erano cristiani, e il sistema nazista non comparve dal nulla, ma
ebbe profonde radici in una tradizione inseparabile dal passato dell'Europa
cristiana''? Non senza motivo le mie SS portavano scritto Gott mit uns sulla
fibbia della cintura.
La Chiesa non la pensa certo così!
Ma se, da quando Rolf Hochhuth ha rotto l'incantesimo con Il vicario nel 1963,
non si fa che parlare del silenzio di Pio XII nei confronti di quello che voi
chiamate Olocausto! E poi, lei non ha certo letto il mio Mein Kampf, che
immagino non sia facile da trovare nelle vostre librerie: se l'avesse fatto,
ricorderebbe però che il progetto per il trionfo del nazismo era modellato sulla
tenace adesione ai dogmi e sulla fanatica intolleranza che hanno caratterizzato
il passato della Chiesa cattolica.
In ogni caso, basterebbe a condannarvi il disprezzo per la vita umana di civili
innocenti che avete dimostrato durante la guerra.
Questa la vada a raccontare agli abitanti di Amburgo e di Dresda, sui quali
avete riversato le "tempeste di fuoco'' che ne hanno ucciso un milione. O a
quelli di Hiroshima e Nagasaki, trecentomila dei quali sono stati inceneriti da
due bombe atomiche: nessuna propaganda può cancellare il fatto che i "cattivi''
nazisti non hanno costruito queste armi di distruzione di massa, mentre i "buoni''
Stati Uniti le hanno non solo costruite, ma usate!
Almeno, non vorrà negare la sua aberrante politica eugenetica.
Perchè mai dovrei negarla? Era un mezzo per ottenere la purezza della razza. Ma
non capisco cosa ci trovi di aberrante: la mia legge del 1933, per la
prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello
statunitense di Harry Laughlin, al quale noi demmo per questo motivo una laurea
ad honorem nel 1936 a Heidelberg. Lo sa, lei, che la prima legge per la
sterilizzazione di "criminali, idioti, stupratori e imbecilli'' fu promulgata
nel 1907 dall'Indiana? Che fu poi imitata da una trentina di stati americani, e
dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corta Suprema? Che negli anni '30
furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella
sola California? E che negli anni '50, dopo la guerra, furono castrati 50.000
omosessuali?
Non vorrà dire che gli Stati Uniti, il melting pot, sono un paese razzista!
Lei è proprio un ingenuo! Secondo lei, contro cosa manifestava Martin Luther
King, ancora negli anni '60? E chi scrisse Il passaggio della Grande Razza nel
1916?
Chi?
Madison Grant, amico di Theodore Roosevelt. Quando il libro fu tradotto in
tedesco, gli mandai una lettera entusiasta, di cui lui fu molto compiaciuto. E a
proposito di Roosevelt, non dimentichi che Pierre van der Berghe, studioso della
razza, l'ha messo insieme a me e a Hendrik Verwoerd, l'artefice dell'apartheid
sudafricano, nella Trinità del Razzismo del Novecento.
Di questo passo, arriverà a dire che gli Stati Uniti furono anche un paese
nazista!
Gli Stati Uniti non possono aver seguito il nazismo, perchè l'hanno preceduto e
ispirato. In fondo, volevamo entrambi una cosa sola: come cantavano le mie SS,
Morgen die ganze Welt. Purtroppo il mondo era quasi tutto nelle mani delle
potenze coloniali, e bisognava toglierglielo con la forza. Il "male'' di cui ci
hanno accusati era tutto qui: voler fare a loro ciò che essi avevano fatto ad
altri. Noi abbiamo fallito, ma gli Stati Uniti stanno portando a termine quello
che era il nostro vero progetto: il dominio globale (militare, politico ed
economico) del pianeta.
E' questa, dunque, l'eredità del nazismo?
L'ha già dichiarato Otto Dietrich zur Linde, il giorno prima della sua
esecuzione, nell'intervista rilasciata all'argentino Borges, poi pubblicata col
titolo Deutsches Requiem: il nazismo era un'ideologia così ben congegnata, che
l'unico modo per sconfiggerla era di abbracciarla. Noi volevamo che la violenza
dominasse il mondo, e il nostro scopo è stato pienamente raggiunto. Non abbiamo
vissuto e non siamo morti invano.