FISICA/MENTE

 

 

 

LIBERA UNIVERSITA' DI MILANO E DEL SUO HINTERLAND
«Franco Fortini»

www.lumhi.net ; e-mail: lumhi@lumhi.net

 


Uscire dal vicolo cieco!

Sergio Bologna


(in occasione della Mayday 07 a Milano)


Il movimento contro i rapporti di lavoro precari, contro l’insicurezza, per avere
diritti uguali per tutti i cittadini, sembra riesca soltanto a manifestare disagio, a
mobilitare protesta, ma non a cambiare lo stato delle cose. Troppi sono gli
ostacoli che impediscono di fare passi avanti. L’attuale Governo e la politica del
suo Ministero del Lavoro è uno di questi, ma non meno insidiosi sembrano gli
ostacoli interni al movimento stesso.
Il pericolo che un’intera generazione sia condannata ad un’esistenza da
cittadini di serie B è reale. Nei media e nei discorsi ufficiali si diffondono inviti
alla rassegnazione dicendo che questa condizione è generalizzata a tutto
l’Occidente capitalistico. In realtà se questo è vero – ed è purtroppo vero –
costituisce una ragione di più per essere preoccupati e cercar di reagire.


Avere coscienza di sé come classe


E’ opinione abbastanza condivisa che il fordismo ha prodotto l’operaio massa.
In base a questa percezione si sono costruiti i ragionamenti politici che hanno
dato un contenuto ai movimenti sociali degli Anni 60 e 70. Non è altrettanto
chiaro, o comunque altrettanto condiviso, il ragionamento sulla classe prodotta
dal postfordismo. Molti tentativi di definire i contorni di questa classe sono stati
fatti e sono in corso, non ultimo quello di definirla come “non classe”. Ma
finché non si riesce a trovarne un profilo adeguato, che abbia la stessa
chiarezza, schematicità, evidenza e capacità di comunicazione che ha avuto il
termine di “operaio massa”, ogni sforzo per farne un soggetto politico con cui
Governo e capitale debbono confrontarsi sarà inutile.


Ricomporre un sistema di pensiero


Quello che viene definito “operaismo italiano” è stato forse l’unico sistema di
pensiero che ha cercato di mettere ordine nella percezione dei rapporti di
classe del dopoguerra. Ripercorriamo per un momento la strada che ha battuto
per arrivare a definire il soggetto di classe del fordismo, l’operaio massa. Il
punto di partenza è stato lo sforzo di comprensione dei cambiamenti
tecnologici e organizzativi del capitalismo. Come le macchine ed il loro uso
trasformavano, plasmavano gli uomini che ricevevano un salario per azionarle
e controllarle. Primo passo, capire le macchine e la loro capacità di mutamento
genetico dei comportamenti umani. Secondo passo, capire il governo politico di
questo processo, trovare coerenza tra azioni di governo, amministrazione
pubblica e trasformazioni tecnologico-organizzative del lavoro salariato. Terzo
passo: riconosciuti i lucchetti che ti serrano le mani, imparare a farli saltare
uno a uno. Un percorso analogo oggi è impraticabile? Proviamo a imitarne la
sequenza, chissà che da qualche parte non ci porti. Primo passo: uso
capitalistico delle macchine.


Il genere umano adatto al computer


Assumiamo che la tecnologia-simbolo del fordismo sia la catena di montaggio e
la tecnologia-simbolo del postfordismo il computer. Richiedono due razze
diverse di forza lavoro. La prima una forza lavoro che, anche se scolarizzata,
deve soltanto adattare i propri bioritmi a quelli della macchina, esserne una
funzione, un componente. La seconda una forza lavoro che, anche se non
scolarizzata, deve possedere competenze, conoscenze e saper interagire con la
macchina. Nel fordismo abbiamo una potenza tecnologica che soggioga e
disciplina la forza lavoro, nel postfordismo uno strumento tecnologico che
dialoga con la forza lavoro, nel fordismo l’uomo – per paradosso – ridotto a
scimmia, nel postfordismo l’uomo tutto cervello. La liberazione nel primo caso
passava per il rovesciamento dei rapporti con la macchina (il ritmo lo decido io
e non la catena, il cottimo individuale va abolito, la tecnologia non va accettata
come tale ma modificata, prima la salute e poi la produttività, i salari
tendenzialmente uguali per tutti ecc. ecc.). Erano i primissimi passi per
riacquistare dignità umana e diventare soggetto politico. Non è lo stesso
percorso che si presenta nel postfordismo, il computer è – può essere –
liberazione. I percorsi sono molto più complessi e per individuarli dobbiamo
abbandonare l’operaismo. Anzi, può diventare un ostacolo. Ed in effetti oggi il
revival dell’operaismo, che avviene in coincidenza con il quarantennale della
pubblicazione dell’opera di Mario Tronti “Operai e capitale”, avviene in un
contesto che rafforza le posizioni di coloro che sono i principali avversari di una
liberazione del precariato, come cercheremo di dimostrare. Noi dobbiamo
difendere lo spirito, la logica dell’operaismo originario, non la moda operaista
di oggi.


I mutamenti genetici indotti dal postfordismo


Utilizziamo il termine “mutamento genetico” in senso figurato ma non troppo. I
fenomeni che inducono un mutamento dei comportamenti sociali, delle
abitudini e degli stili di vita hanno un’importanza che possiamo considerare
maggiore di quella che potrebbe ottenersi con mutamenti indotti
nell’organismo umano. Il primo grande salto che compie il postfordismo
rispetto al fordismo è l’attribuzione di valore al capitale umano, alle
conoscenze/competenze. Questo comporta una prima “specifica di
cittadinanza”, intendendo per specifica i requisiti richiesti per essere cittadino
in un mercato del lavoro postfordista. Sono requisiti costosi, perché significano
un investimento consistente – in termini di tempo e di denaro – nella
cosiddetta formazione. Per accedere al mercato del lavoro occorre essere
dotati di un consistente bagaglio formativo, in modo da attestare frequenze da
inserire in quei curricula che si allungano in proporzione agli anni di precariato.
Anya Kamenetz è una giornalista di 25 anni del Village Voice ed ha appena
pubblicato un libro, Generation Debt, dal sottotitolo “Perché oggi è terribile
essere giovani”. L’argomentazione è molto semplice: la stragrande
maggioranza dei giovani americani esce dagli studi con tanti debiti sul collo
(contratti per pagarsi gli studi) che ne restano condizionati al momento di
entrare nel mercato del lavoro, e rendono le condizioni lavorative - che si
deteriorano sempre di più – ancora più dure. Insomma sono già fottuti prima di
cominciare. Questa non è ancora la situazione in Europa ma ci stiamo
arrivando. La “specifica di cittadinanza” richiesta dal postfordismo ha prodotto
un gonfiamento abnorme e mostruoso della cosiddetta “offerta formativa”;
centinaia di scuole, di corsi, di master che ci assordano con le loro proposte,
sono oggi appannaggio del mercato privato, ma presto sarà la scuola pubblica
a presentarsi come un brand, a fare marketing, come stanno già facendo
alcune università italiane, che si strappano gli studenti a forza di promesse di
corsi brevi o di corsi facili, talune abbassando i prezzi, altre alzandoli in modo
da creare nella clientela l’effetto “lusso” (“se costa tanto vuol dire che è
buona”). E’ il postfordismo che ha inventato il lifelong learning, quel micidiale
meccanismo per il quale il giovane si convince che il suo precariato non
dipende da rapporti di forza tra le classi ma dalla sua insufficiente formazione,
quindi più rimane disoccupato o sottoccupato e più studia. Non è un caso che
le forze maggiormente responsabili della precarizzazione di massa richiedano a
gran voce investimenti nella formazione. I Sindacati hanno beneficiato in questi
ultimi vent’anni di finanziamenti europei di notevole entità per la formazione,
risorse con cui avrebbero potuto essere finanziati ammortizzatori sociali mirati.
Risultato zero. In parallelo a questa frenesia del mercato della formazione si è
andata svolgendo l’involuzione del sistema scolastico, mentre l’Università ha
continuato ad essere governata e organizzata in base alle esigenze dei docenti
e non in base ai bisogni degli studenti. Pertanto il postfordismo o la cosiddetta
knowledge economy hanno prodotto la superfetazione di un mercato della
formazione pubblica e privata la cui sola funzione ormai è quella di produrre un
essere umano che è un precario prima ancora di entrare nel mercato del lavoro
e che solo per eufemismo viene chiamato “uomo flessibile”. Il postfordismo in
tal modo ha trasformato una condizione lavorativa – che per sua definizione è
modificabile in base a un rapporto di forza – in una caratteristica genetica. Il
precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del
lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere
inoculato nella persona come percezione del sé.


L’obsolescenza delle competenze


Si dovrebbe cominciare a difenderli sin da piccoli i nostri figli da questa
macchina infernale che si chiama formazione, tanto più quanto maggiore è il
pericolo che crescano “schermodipendenti” (display della tv di casa, del
telefonino, del videogioco, del computer). Mai l’autoformazione è stata così
importante per aiutarci a vivere e a non restare schiacciati dal mercato della
formazione. Mai un sistema di pensiero indipendente, scaturito dalla necessità
primordiale di sopravvivere e di non farsi sommergere dalla marea formativa
che sale ogni giorno di più, è stato tanto necessario come oggi.
L’ideologia perversa del lifelong learning, la credenza che le competenze
accumulate sono sempre insufficienti, come se fossero quelle e non i rapporti
tra le classi che impediscono un’occupazione stabile, trovano tuttavia una
giustificazione, una base di realtà, nel fatto che effettivamente nel
postfordismo l’innovazione tecnologica, soprattutto a livello d’informatica, è
rapida e uccide ogni giorno posti di lavoro per obsolescenza. Nel fordismo
questi passaggi, per cui interi gruppi professionali venivano messi fuori gioco,
non erano così frequenti, tant’è che, ogniqualvolta accadeva, il fatto era
riportato con enfasi epica o tragica dai libri di storia (es. l’espulsione dei
“camalli” in seguito all’introduzione del container). Oggi è storia quotidiana, è
un fenomeno strutturale. Ma proprio per questo richiederebbe interventi mirati,
politiche di compensazione specifiche. Oppure una gestione delle risorse
destinate alla cosiddetta “riqualificazione” interamente sottratta alle forze che
sono le principali responsabili della precarizzazione.


Cosa significa avere un proprio sistema di pensiero


Uno dei fattori che ha contribuito a rendere politicamente “forte” il sistema di
pensiero operaista agli inizi degli Anni 60 è stato il fatto di aver guardato a
fondo nella natura del taylorismo e del fordismo, di averlo studiato nel suo
paese di origine, gli Stati Uniti. La cultura italiana ed europea dell’epoca infatti
ne sapeva ben poco. Il taylorismo ed il fordismo erano arrivati con dieci,
quindici anni di ritardo in Europa, in Paesi come l’Italia e la Germania erano
arrivati con i regimi fascisti. La cultura “industriale” del PCI e del PSI di quei
tempi aveva idee piuttosto vaghe sul fordismo, era una cultura “produttivista”,
completamente condizionata dall’antifascismo, cioè da problematiche di tipo
istituzionale. Le durissime condizioni di lavoro nell’industria italiana degli Anni
50 – per i ritmi ossessivi e la disciplina da caserma della fabbrica – venivano
ricondotte al riemergere di mentalità fasciste e autoritarie. Il taylorismo veniva
guardato come strumento di innalzamento della produttività che ben aveva
funzionato in Unione Sovietica. C’era dunque un grande gap culturale tra gli
operaisti ed il resto della Sinistra.
Oggi noi viviamo analoga situazione. La cultura industriale italiana – e quindi
anche quella della Sinistra, che non si discosta nemmeno di un millimetro da
quella di Confindustria – non sa e non vuol sapere quel che veramente è
accaduto negli Stati Uniti con la new economy, le dot.com e tutto quell’insieme
di iniziative e di avvenimenti che hanno prodotto una vera e propria rivoluzione
negli Anni 90, prima e dopo l’avvento del web. Soprattutto non hanno capito
che quella rivoluzione ha avuto anche dei connotati anticapitalistici ed è stata
condotta all’insegna del rifiuto dei modelli disciplinari e produttivi delle big
corporations, in uno spirito libertario, anticonformista, e con un chiaro senso di
rivolta contro il sistema della formazione così come viene offerto dalle business
schools e dalle big universities. Veniva esaltata l’autoformazione, quella che
una volta si chiamava l’autodidattica. I main frame della IBM erano chiamati “i
Lager dell’informazione”. E’ da questo spirito che è nato il movimento per
l’open source, da qui provengono i gruppi ancora attivi degli “informatici per la
democrazia”, che vigilano sui pericoli di privatizzazione del web. Qui si è
formata quella nuova classe che i guru del management come Drucker
chiamano knowledge workers, sociologi come Florida creative class o
economisti e politici come Robert Reich “analisti di simboli”. Hanno sognato un
nuovo mondo, un nuovo modo di lavorare, di fare impresa, un diverso modo di
definirsi, né blue collar né white collar, tant’è che uno come Andrew Ross,
cronista egregio della loro storia, li ha chiamati no-collar. Poi sono stati
risucchiati dalla finanza e stritolati dalla crisi del 2000/2001 – ma quale
rivoluzione nell’Occidente capitalistico non viene risucchiata e stritolata?


Ci siamo stufati di Ken Loach


E’ dalle vicende di questa web class – passatemi il neologismo – che bisogna
ripartire per capire a fondo la natura del postfordismo e la sua capacità di
rendere strutturale la condizione di lavoro precaria. Pochi in Italia conoscono
questa storia e ancor meno hanno cercato di ragionarci su, per tirarne fuori un
pensiero politico. La “Shake” agli inizi degli Anni Novanta lo ha fatto (non è
stata la sola), lo hanno fatto quelli che hanno inventato la Mayday, ma i loro
ragionamenti non sono diventati patrimonio comune né della Sinistra né di una
parte consistente dei movimenti, i quali continuano ancora ad attardarsi nel
celebrare i funerali della classe operaia. Non solo, ma la sconfitta dell’operaio
massa (sconfitta relativa peraltro) invece di un monito viene assunta a
paradigma politico. I modelli di lavoro del fordismo – in particolare il contratto
di lavoro subordinato – invece di essere superati nel diritto e nelle politiche del
lavoro, con uno sforzo d’innovazione che vada incontro al precariato e lo
riconosca come forma generale, vengono cristallizzati come unici modelli che
danno accesso al sistema di tutele. Nei loro stampi vengono ficcati a forza i
precari, i parasubordinati, i lavoratori autonomi di seconda generazione, tutto il
lavoro postfordista. Belle le storie di lavoro raccontate da Ken Loach, ma
inchiodate ancora al mito di una classe operaia che fu, storie di nostalgia che
guardano indietro e mai in avanti e ricordano terribilmente quelle del
neorealismo italiano: mentre i contadini meridionali diventavano operai di
fabbrica e formavano il reparto di punta dell’operaio massa, i registi italiani
continuavano a raccontare storie di terre aride e di donne in nero, inzuppate di
pathos similgreco e di retorica meridionalista – che mandavano in solluchero
l’intellighentsia comunista ed a molti di noi facevano solo toccare ferro.
Per dire che è ora di finirla con questa riproposizione di una storia finita della
classe operaia (mostrata guarda caso sempre da “simpatica perdente”) ed è
invece urgente focalizzare il lavoro postfordista, le sue problematiche, le sue
possibilità di riscatto, è indispensabile trovare nuovi criteri di tutela delle
condizioni lavorative che non rientrano nel contratto-tipo del lavoro
subordinato, nuovi ammortizzatori sociali, nuovi incentivi – che compaiono, pur
timidamente, anche nel programma elettorale di Segolène Royal in Francia. In
questo senso si diceva che il revival operaista di oggi può essere un fattore di
conservazione e di blocco dell’agire politico.


Il precariato come il morbillo ovvero c’è di peggio della legge Biagi


Varrebbe la pena seguire il percorso dell’intellighentsia di Sinistra nell’occultare
la natura del lavoro nel postfordismo. La prima percezione che qualcosa stava
cambiando la ebbe dieci anni fa quando si accorse che c’era un po’ di
occupazione “atipica” o “non standard”, come dicono a Bruxelles. Sociologi di
vaglia cominciarono ad occuparsi di strani esseri umani, i co.co.co.. Furono
fatte dal sindacato le prime inchieste e saltò fuori che erano più di due milioni
in Italia. Il problema del lavoro “atipico” dunque non era marginale, ma
coinvolgeva il 10% della forza lavoro. A questo si aggiungevano i lavoratori
autonomi di seconda generazione, ma di questi ci si sbarazzò subito dicendo
che non erano lavoratori ma “imprese”, “ditte individuali”, e pertanto di
competenza di Confindustria. Intanto era giunto al potere Berlusconi e il suo
Ministero del Lavoro, con la consulenza iniziale di Marco Biagi, diede una veste
istituzionale al lavoro “atipico”, compiendo un primo passo importante nel
riconoscimento che il postfordismo stava cambiando il mondo del lavoro e che
a partire da questi mutamenti andava costruita una nuova politica del diritto e
della contrattualistica. Ma l’astuta talpa dell’intellighentsia di Sinistra
continuava a lavorare per ridurre il problema dei lavori “atipici” ad un problema
marginale. I due milioni e passa di co.co.co. vennero ridotti a 400.000 da
analisi statistiche più attente, che depurarono i dati INPS dalle mancate
cancellazioni e scartarono i co.co.co. titolari di pensione o di altre occupazioni.
Al tempo stesso, sempre con statistiche alla mano, fornite dai dati ISTAT della
Rilevazione continua delle forze di lavoro, altri valenti sociologi annunciavano
al mondo che il lavoro autonomo era in diminuzione (trascurando il fatto che
era in diminuzione quello tradizionale, il lavoro contadino e del piccolo
commercio, mentre quello di seconda generazione era in forte ascesa). Così il
problema del postfordismo, che abbiamo visto implica una trasformazione
molto complessa degli assetti capitalistici, veniva praticamente ridotto a
problema marginale e il precariato a problema fisiologico. Si trattava, secondo
queste menti eccelse, di un periodo transitorio della vita lavorativa di ognuno
di noi (il periodo del “flusso”), destinato rapidamente ad estinguersi e passare
poi al periodo dell’occupazione stabile (il periodo dello “stock”) e sicura per
tutta la vita. Insomma il precariato come malattia infantile, come il morbillo, la
scarlattina. Si giunge così al governo Prodi ed al Ministero Damiano, con il
quale ogni traccia di ragionamento sul lavoro postfordista viene azzerata.
L’unica idea di lavoro è quella che corrisponde alla fattispecie del contratto di
lavoro a tempo indeterminato; il precario, l’atipico, il non standard sono
riconosciuti solo come “figure di passaggio”, fanno parte dell’effimero del
mercato del lavoro; scompariranno quando entreranno nella forza lavoro
stabile, nello “stock” di forza lavoro. Vengono aumentate le aliquote
contributive però. Effimeri come cittadini lavoratori ma non come cittadini
contribuenti. In questo quadro, tra l’altro, l’unica azione di governo concreta in
favore del precariato non può che essere quella all’interno dell’impiego
pubblico, immettendo in ruolo un po’ di lavoratori a tempo determinato
dell’Amministrazione pubblica. Sul mercato privato nulla può il governo, a
meno di introdurre una nuova legislazione del lavoro. Di fronte a questa
sequenza inquietante, a questo rifiuto di voler percorrere strade nuove per
fenomeni nuovi – sia nel sistema delle tutele fondamentali che nel sistema
degli ammortizzatori sociali – la vituperata “legge 30” rischia di fare bella
figura. Anche nella sua versione maroniana infatti, questa legge ha
rappresentato un riconoscimento dell’esistenza di una fattispecie lavorativa
diversa dal modello standard. A suo modo, forse in maniera maldestra, ha
cercato di inserire elementi di tutela, ha legittimato per la prima volta il lavoro
postfordista ed il precariato come fenomeno strutturale – non come fenomeno
passeggero (un “flusso”), quale vogliono farlo apparire gli attuali uomini di
Governo ed i loro consiglieri. La legge Biagi non ha peggiorato la condizione di
precarietà, ha cercato di formalizzarla. Il “pacchetto Treu” dei precedenti
governi di centro-sinistra, quello sì, aveva dato via libera ai processi di
flessibilizzazione selvaggia nel mercato del lavoro. Pertanto aver scelto la
“legge Biagi” come obbiettivo di fondo di una lotta contro il precariato sembra
la classica riedizione delle imprese di Don Chisciotte contro i mulini a vento.
Bene o male la “legge 30” prende atto che le posizioni di lavoro “atipiche” sono
una componente costante, la cultura ministeriale attuale le considera come
l’acne giovanile. Ed alle donne (soprattutto) e agli uomini che sono invecchiati
a furia di contratti di co.co.co., temporanei, stages, partite Iva e altri
espedienti per vivere, sa dire soltanto “pagate troppo poche tasse”!


I grandi numeri ovvero le misure della Signora Italia


A leggere ed ascoltare il discorso pubblico si ha la sensazione spesso che il ceto
politico non abbia ben presente com’è fatto il Paese, che gli mancano i grandi
numeri. Ogni tanto ricordarli vale la pena, soprattutto se vogliamo avere
un’idea del lavoro postfordista. Il 47% della forza lavoro del settore di mercato
pari a 7.683.000 persone, lavora in imprese al di sotto dei 10 dipendenti e di
queste 6.179.000 lavorano in imprese che non superano in media i 2,7
dipendenti (dati Istat, ottobre 2006). Se ci aggiungiamo circa 1 milione di
persone che lavora in imprese che non superano i 15 dipendenti, abbiamo un
esercito di circa 8 milioni e mezzo di persone su un totale di 16 milioni e mezzo
che non è tutelato dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Pertanto anche il
contratto di lavoro a tempo indeterminato rappresenta un sistema di totale
sicurezza del lavoro per meno del 50% della forza lavoro occupata nel settore
di mercato (cioè escluso il settore pubblico). Quindi il mercato del lavoro
italiano – se escludiamo per ora il settore pubblico e parapubblico – ha già un
elevato grado di flessibilità nell’ambito dei rapporti di lavoro a tempo
indeterminato. Su questo substrato si innesta il precariato vero e proprio.
Ma guardiamolo meglio questo substrato, perché non riusciremo mai a capire
la natura del precariato se non abbiamo chiaro il terreno su cui si forma.
Piaccia o non piaccia, il vero “buco nero” di questo substrato è rappresentato
da quei 6 milioni e passa di persone che lavorano in imprese il cui numero
medio di dipendenti non arriva nemmeno a tre. Perché è un “buco nero”? Per
due ragioni di fondo. La prima è che un organismo che ha meno di tre
dipendenti non può essere chiamato “impresa”. Anche chi ha letto solo un
Bigini di economia sa che l’impresa è un’istituzione costituita da tre figure o
ruoli sociali distinti: il capitale, il management e la forza lavoro. Nelle imprese
familiari capitale e management s’identificano. Una struttura composta da
nemmeno tre persone viene chiamata “impresa” solo per ragioni ideologiche,
cioè per voler inquadrare nella borghesia capitalistica quello che è invece il
variegato universo del lavoro autonomo con un elementare grado di
organizzazione, fenomeno antico ma esploso proprio in coincidenza del
diffondersi di rapporti postfordisti. Quei 6 milioni 179 mila sono infatti
rappresentati in parte dalle cosiddette “ditte individuali” (altro termine assurdo
e mistificatorio) ed in parte da lavoratori autonomi che hanno uno o due
(virgola sette) dipendenti – assunti spesso con contratti di lavoro a tempo
indeterminato. La seconda ragione di fondo per cui questo è il vero “buco
nero”, è rappresentata dal fatto che questo universo e quello immediatamente
continguo, cioé l’universo delle imprese al di sotto dei 10 dipendenti, è quello
che crea la maggiore domanda di lavoro, è quello che tiene alta la dinamica
occupazionale. Le imprese medio-grandi infatti, in particolare quelle 2010
imprese che formano il nocciolo duro del capitalismo italiano analizzate nella
ricerca di Mediobanca del 2006 – ricerca che chiunque voglia farsi un’idea
veritiera del sistema capitalistico italiano dovrebbe sapere a memoria – nel
decennio 1996/2005 hanno ridotto ininterrottamente gli occupati.
Ma non basta. In Italia, dopo che i sindacati hanno firmato lo sciagurato
accordo sul costo del lavoro del luglio 1993, per dieci anni i salari pubblici e
privati sono rimasti quasi fermi, circostanza che non si è verificata in nessun
altro Paese dell’Unione Europea. Malgrado questo blocco dei salari, le imprese
hanno continuato a decentrare, a subappaltare, a esternalizzare, a restringere
sempre più l’area del core manpower ed a ingrossare l’area della microimpresa
o del lavoro autonomo con un elementare grado di organizzazione. Il blocco dei
salari avrebbe dovuto indurre le imprese a ingrandirsi, ad assumere più gente
“in pianta stabile”, a investire in ricerca e innovazione. Invece è avvenuto il
contrario: sempre più frammentati, sempre più piccoli, sempre più fragili,
sempre più low tech. I corifei di Confindustria chiamano questa roba
“capitalismo molecolare”. Ma piantatela! Questi sono milioni di persone che
lavorano in condizioni precapitalistiche, che non hanno mai avuto un soldo in
prestito da una banca mentre l’azienda che fino all’altroieri è stata di Tronchetti
Provera ha 43 miliardi di euro di debiti con le banche (86 mila miliardi di
vecchie lire!) ed a tutti – tranne Beppe Grillo, grazie al cielo – sembra normale.
Sono milioni di persone che non hanno mai goduto dei benefici e dei sussidi
previsti per le imprese – sono cosiddette “microimprese” prive di capitali e di
sussidi (la Cassa Integrazione è un sussidio per l’impresa), che vivono del loro
solo capitale umano, cioè del know how e delle risorse d’iniziativa delle persone
che ci lavorano. E’ qui che si concentrano gli orari di lavoro più lunghi.
Malgrado questa posizione di assoluta inferiorità nel mercato, è questo
universo che traina l’occupazione in Italia. Le imprese che accumulano profitti
in misura mai toccata nella storia – è sempre la ricerca Mediobanca a
documentarlo – danno un contributo modestissimo all’occupazione o addirittura
contribuiscono a ridurla. Il capitalismo in Italia va proprio storto, la
conformazione capitalistica italiana è un’anomalia. Ma chi ne fa le spese? Il
capitale umano naturalmente, le competenze, le conoscenze. Lo scorso
novembre, parlando agli studenti dell’Università di Roma, il Governatore della
Banca d’Italia ha dichiarato:
“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un
punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’OCSE. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il Paese vive. (….) Vi si è aggiunto però un deterioramento delle condizioni di efficienza complessiva del sistema economico. Lo sintetizza la recente riduzione del livello di produttività totale dei fattori, caso unico tra i paesi industriali“ (la sottolineatura è mia).
La produttività del lavoro, com’è noto, cresce nella misura in cui il capitale
umano, cioè l’intelligenza e la competenza delle persone, il loro sforzo fisico,
l’erogazione di energia lavorativa umana, si combinano con il capitale fisso
rappresentato da tecnologie, macchinari, sistemi organizzativi, infrastrutture di
rete materiali e immateriali ecc.. Il sistema capitalistico italiano o lascia
completamente abbandonato a se stesso il capitale umano, addossando sulle
sue spalle gli interi costi di riproduzione e privandolo di capitale fisso (appunto
l’universo delle cosiddette “microimprese” – che io preferisco chiamare
l’universo del lavoro autonomo con un minimo grado di organizzazione) oppure
concentra le risorse finanziarie in imprese che impiegano poco capitale umano,
nelle imprese cioè dei settori a bassa tecnologia, che sono caratteristici della
specializzazione produttiva del Paese e di gran parte dei cosiddetti,
esageratamente esaltati, “distretti industriali”. Ma non basta. Il sistema
capitalistico italiano non solo è un sistema low tech ma è un sistema nel quale
la rendita prevale sul profitto. Le grandi imprese italiane non sono quelle dei
settori competitivi del mercato mondiale, “maturi” o meno che siano – auto,
chimica, elettronica, editoria ecc. – ma quelle che godono di posizioni di
monopolio, di posizioni di rendita (ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, banche,
assicurazioni ecc.), sono imprese in qualche modo “protette”. E se ci sono
imprese in grado di competere a livello internazionale in settori avanzati, è più
probabile che siano pubbliche, come Finmeccanica (armi) o Fincantieri (navi da
crociera) che private.


Il deterioramento della qualità del lavoro dipendente


Ecco il disastroso risultato delle privatizzazioni degli anni Novanta, che hanno
consegnato monopoli pubblici nelle mani di privati (hanno avuto la faccia tosta
di chiamarli “capitani coraggiosi” – gente che non ha rischiato una lira di suo,
che si è trovata padrona di imperi senza avere tirato fuori il becco di un
quattrino). Ecco la penosa situazione creata dall’aver legato le mani dietro la
schiena al lavoro con lo sciagurato accordo del 1993. Dicevano, negli Anni
Ottanta, che non potevano investire perché il costo del lavoro era troppo alto,
perché c’era troppa rigidità nel mercato del lavoro. Dicevano che le imprese
non potevano crescere. Hanno avuto la flessibilità in misura superiore a
qualunque altro Paese europeo, il blocco dei salari, la morte della conflittualità.
E hanno portato il Paese nelle condizioni in cui si trova, un Paese dove lo scarto
di reddito tra gli strati più ricchi e quelli meno ricchi è il più grande dell’Unione
Europea, cioè un Paese dove l’ingiustizia sociale regna e dove quelli che stanno
peggio sono proprio i giovani, in particolare quelli che investono in formazione,
quelli che lavorano in proprio, che cercano di cavarsela, dopo aver aspettato
per anni un’occupazione adeguata alla loro formazione. Il prezzo più alto lo
paga il capitale umano, lo pagano le competenze, lo paga il merito, lo paga
l’intelligenza. Hanno creato un sistema che odia l’intelligenza, la teme, e fa di
tutto per mortificarla, umiliarla, ricattarla (basta vedere come sono scritti i
giornali). Knowledge economy! Chissà quando i giovani italiani si renderanno
conto pienamente che per il loro capitale umano non c’è mercato, che
conoscenze e competenze vengono misurate solo in rapporto al costo, che si
trova lavoro solo per raccomandazioni, che la qualità dei posti di lavoro –
esattamente come negli Stati Uniti descritti da Anya Kamenetz e per usare le
sue parole – “si deteriora ogni giorno di più”.
Ci si aspetterebbe che coloro i quali condividono con il capitale la responsabilità
di questa situazione, formulino un accenno di autocritica. Macché, salgono in
cattedra e si atteggiano a difensori del precariato! Loro che non sono riusciti a
difendere il lavoro dipendente!
E qui nasce il grottesco della situazione cui assistiamo in questi mesi. Da parte
di spezzoni del sindacato e da parte di ex sindacalisti diventati Ministri si
continua a promettere il superamento del precariato attraverso l’inserimento
nel sistema del lavoro dipendente, del contratto di lavoro a tempo
indeterminato. Questo atteggiamento produce una pesante mistificazione,
perché il fenomeno più grave e dilatato del nostro tempo non è il precariato (o
non è solo il precariato) ma il deterioramento della qualità del lavoro
dipendente, in termini di retribuzione, in termini di dinamiche di carriera, in
termini di rapporti col sistema gerarchico/disciplinare dell’impresa, anche in
termini di rapporti tra colleghi, in termini di stress, di lunghezza delle giornate
lavorative, in termini di sicurezza del posto di lavoro, in termini di
riconoscimento del merito e così via. Lo si coglie, questo deterioramento, in
tutta la letteratura che tratta gli aspetti della vita aziendale, in particolare nel
settore di quelli che una volta venivano chiamati quadri intermedi, cioè nei
settori a contenuto di conoscenza ed a forte impegno relazionale. In Italia tra il
reddito annuo netto di un lavoratore dipendente a tempo indeterminato e
quello di un lavoratore precario ci sono solo 250 euro al mese di differenza a
favore del primo! Ed è proprio il deterioramento della qualità del lavoro
dipendente che spinge molti giovani a scegliere il lavoro autonomo. E qui nasce
l’altra mistificazione. Per questi signori il lavoro autonomo è un “finto” lavoro
autonomo, è un lavoro dipendente mascherato. I contratti di lavoro “atipici”
sarebbero posizioni di lavoro dipendente che si tratterebbe di far “emergere”,
per inserirli nella cittadella del contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Questa sarebbe la formula magica con cui sconfiggere il precariato. E cantano
vittoria quando riescono a far assumere a tempo indeterminato i lavoratori di
un call center. Invece le posizioni di lavoro “atipiche”, come le chiamano loro,
occasionali, indipendenti, sono spesso, anzi sempre più, posizioni di autotutela
nei confronti della miseria del lavoro dipendente, dei suoi salari da fame e delle
sue condizioni ambientali che si deteriorano sempre più, oltre che
rivendicazioni di autonomia e di indipendenza. Pertanto l’intero impianto
concettuale e culturale delle politiche del lavoro e delle politiche giovanili del
Governo Prodi si fonda su una sequenza impressionante di mistificazioni,
azzerando in ultima analisi vent’anni di riflessione sul postfordismo e le sue
caratteristiche.


Non aver paura di identificarsi con la middle class


Non si capisce perché tanti spezzoni di movimento che intendono
rappresentare le istanze del precariato debbono travestirsi da proletariato e
identificarsi con gli immigrati extracomunitari, continuando ad usare le più
consunte simbologie e i più stucchevoli immaginari della tradizione del
socialismo ottocentesco. Non si capisce perché si debba sopportare questo
micidiale cocktail di pauperismo lamentoso e di pietismo cristiano, che ha
cancellato ogni traccia di marxismo. Il fenomeno centrale di questa fase
dell’epoca postfordista o della “nuova economia” è la crisi della middle class nei
paesi occidentali. Secondo Robert Reich, l’ex ministro del lavoro di Clinton, è
dai tempi della Grande Depressione, dal 1929, che la classe media americana
non sta così male. Non sono gli strati marginali della società a scricchiolare, è
la componente centrale a perdere colpi, a non vedere un futuro, a non riuscire
a ritagliarsi una fetta della torta. Poiché la struttura della forza lavoro in Italia e
nell’Europa occidentale non è molto diversa da quella degli Stati Uniti, questo è
il problema di fondo oggi. Che cosa sanno dire i nostri eroi del centro-sinistra a
questo proposito? Che bisogna “saper conquistare i voti della borghesia
moderata”. Sono ancora fermi lì da trent’anni, anzi da cinquanta. Da mezzo
secolo non si sono più chiesti se quell’aggregato che chiamano “borghesia
moderata” è cambiato oppure no. E poiché il postfordismo ha inciso più
pesantemente sulla natura e la composizione della middle class che su quella
della classe operaia, i nostri eroi non hanno la più pallida idea di cosa sia il
postfordismo. Welcome to the middle class poverty è lo slogan che il sindacato
dei freelance di New York (40.000 iscritti) ha scritto sui volantini diffusi a
migliaia nella metropolitana. Magari se si fosse indagato un po’ più a fondo sul
disagio della middle classs si sarebbe capito meglio il berlusconismo, ma
l’”analisi di classe”, si sa, non è più praticata da un ceto politico che sa
ragionare solo in termini di clientelismo e lascia in pegno il cervello a viale
dell’Astronomia. Il precariato come fenomeno di massa di una forza lavoro
dotata di competenze e conoscenze, che ha pesantemente investito in
formazione, di una forza lavoro dotata di skills acquisiti in decine di esperienze
lavorative, lungo un percorso di lavori instabili, occasionali, ma di alto
contenuto professionale, inframmezzati da lavori di merda – questo precariato
è un fenomeno di middle class, interessa cittadini di società opulente. Che
bisogno c’è di travestirsi da proletari e di portarsi dietro tutta la zavorra
culturale della Seconda, della Terza, della Quarta Internazionale? Quanto
tempo deve ancora durare il coma irreversibile del comunismo? Non è ora di
fare come Welby invece di rifondarlo? Che bisogno c’è di travestirsi da proletari
quando comunque si sarà costretti, laureati o no, a cercar lavoro in giro per il
mondo, come lo hanno fatto milioni di contadini semianalfabeti dei primi del
Novecento?


Quanti sono i precari in Italia?


Sembra che non debba ripetersi la telenovela delle statistiche sui co.co.co.. Gli
studiosi del mercato del lavoro dimostrano maggiore prudenza nel quantificare
l’area del precariato, sanno di toccare un problema sensibile e non se la cavano
concludendo che il problema è marginale, denunciano che i dati sono scarsi e
ammettono che l’oggetto dell’osservazione è complesso. Vuol dire che, in dieci
anni, il lavoro postfordista si è guadagnato un po’ di attenzione. Ma veniamo ai
risultati, come emergono da un articolo pubblicato sul sito www.lavoce.info il
21 marzo 2007. I precari in Italia sarebbero 3.757.000 pari al 12,2%
dell’occupazione totale, “mentre tra coloro che non hanno più un lavoro, ma
sono in cerca di una nuova occupazione o sarebbero immediatamente
disponibili a lavorare, i precari sono il 36,3%”. Secondo la stessa fonte, il
reddito annuo netto di un lavoratore a termine sarebbe in media di 12.438
euro, di un co.co.pro. sarebbe di 10.191 euro, di un lavoratore dipendente con
contratto a tempo indeterminato di 15.342 euro e di un autonomo (non meglio
specificato) di 23.277 euro. E’ stato giustamente fatto osservare che da questo
computo mancano due tipologie abbastanza diffuse: il lavoratore a tempo
indeterminato senza contratto scritto (la legge non ne prevede
l’obbligatorietà), che di fatto rientra nel “lavoro nero”, e i soci di cooperative
che lavorano per enti pubblici, retribuiti solo quando la cooperativa li chiama.
Quanti siano i lavoratori appartenenti a queste due tipologie non lo sappiamo,
ma nel giorno in cui il Ministero ha voluto celebrare l’Emersion Day si è parlato
di 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero o irregolari in Italia.
Questi dati, per quanto affidabili e frutto di ricerche scrupolose, non ci
restituiscono mai “il clima sociale” di un fenomeno come il precariato, né
tantomeno la carica pesante di soggettività che ne viene coinvolta. Di questi
aspetti le ricerche universitarie non parlano, sciorinano freddi numeri, dietro i
quali si fa fatica a vedere il volto ed a sentire la voce delle persone. Per cui
occorre essere attenti a quelle pochissime, purtroppo, indagini, che
scaturiscono dalla volontà di lavoratori di vederci chiaro nel loro mondo e di
dirlo con le proprie parole, ponendosi le domande giuste, magari facendosi
aiutare da qualche esperto solidale con loro, adottando il metodo che
l’”operaismo” chiamava della conricerca. Prendiamone una recente, la ricerca
fatta dai lavoratori di un grande gruppo editoriale, il gruppo RCS (quotidiani,
riviste, libri, video ecc.), un settore tipico delle trasformazioni della new
economy, un settore strategico come quello dell’informazione, un settore che
viene iscritto nella sfera della creative class. La ricerca ha riguardato solo la
sezione “periodici”, in pratica il lavoro giornalistico (che tanti sogni e
immaginari ancora suscita nei giovani). In cinque anni (dal 2001 al 2006) sul
totale dei lavoratori, quelli dipendenti sono scesi dal 23,3% al 7,9%; i
lavoratori parasubordinati (co.co.pro. e altri) sono scesi dal 20,9% all’11,1%
ed i lavoratori autonomi – i freelance veri e propri – sono cresciuti dal 55,8%
all’81% del totale. Per quanto riguarda i livelli di reddito dei freelance, il 40%
guadagna meno di 1.200 euro lordi al mese ed il 18% meno di 600 euro lordi,
ma c’è anche un 30% che guadagna più di 2.500 euro al mese lordi. La
maggioranza degli intervistati, uomini e donne, preferisce la condizione di
lavoratore autonomo a quella di lavoratore dipendente. Un quadro analogo,
ancora più vivo, in quanto fondato solo su testimonianze ed autobiografie, esce
dal volumetto curato dai soci di un’Associazione di lavoratori autonomi, ACTA,
che si può scaricare dal loro sito www.actainrete.it. Ma se dovessimo fare un
inventario dei siti e dei blog in cui i lavoratori di oggi parlano della loro
condizione, esprimono la loro esasperazione, la loro delusione, la loro
incazzatura, non ci basterebbero altrettante pagine. Chissà se i nostri Ministri
ed i nostri sindacalisti gettano ogni tanto un’occhiata su questo materiale?
Purtroppo da queste voci esce quasi sempre un senso di impotenza, poche le
proposte d’iniziativa, come se si fosse persa la cultura dell’azione dal basso.
Anche questo fa parte del mutamento genetico. Qualcuno dice che la middle
class non è per sua natura capace di organizzarsi sindacalmente. Invece il
postfordismo anche qui porta dei cambiamenti. Dieci anni fa a New York
un’avvocatessa, nipote di dirigenti sindacali degli anni 30, mette in piedi
un’organizzazione “Lavorare oggi”, anzi, un sito (www.workingtoday.org), che
poi diventa veicolo d’organizzazione. Si rivolge al precariato dei freelance, a
quella che abbiamo chiamato la web class, ai mille mestieri di una metropoli
moderna, esercitati da gente che ha professionalità o semplicemente necessità
di sopravvivere. Nasce così un grande sindacato, la Freelancers Union, che
pone una serie di rivendicazioni: assistenza malattia, pensione di vecchiaia,
fiscalità meno pesante, misure contro i committenti che non pagano. Oggi, coi
suoi 40.000 iscritti, è una delle lobby che condizionano il governo della Grande
Mela. La città di New York ha fatto una ricerca, per capire quanti sono questi
“liberi professionisti”, in gran parte ascritti alla creative class, ed ha scoperto
che rappresentano il 30% della forza lavoro e l’80% dei nuovi posti di lavoro
creati negli ultimi dieci anni. Alla metà di aprile di quest’anno il Consiglio
Comunale di New York si è riunito per ascoltarli e loro hanno esposto i loro
problemi. Trattano da posizione di forza con banche e assicurazioni la loro
previdenza privata. Hanno iniziato a tutelarsi, si ricollegano alla tradizione del
movimento operaio ma lavorano con stile e metodi del tutto “postfordisti”,
soprattutto col web. E ciò avviene in un Paese dove il tasso di sindacalizzazione
nell’industria è del 7%. Cosa succede invece nella nostra gloriosa Seconda
Repubblica? Andiamo a cercare col lanternino presso i co.co.pro. e le partite
Iva “gli indizi di subordinazione”, ci rompiamo la testa – anzi se la rompono i
professori universitari che questi mestieri in genere non esercitano - per capire
chi è un vero autonomo e chi un finto dipendente. Pare addirittura che per
saperlo il povero cittadino/lavoratore oggetto dell’indagine deve dare risposta a
sei domande, cinque delle quali sono state formulate “in base all’analisi delle sentenze di trasformazione di contratti di lavoro autonomo in lavoro dipendente desunti dai verbali del giudice del lavoro del tribunale di Torino” come ci dicono i valenti ricercatori de lavoce.info. Se alla fine risulta che uno è un finto autonomo ha diritto alla pensione e alle tutele sindacali, altrimenti, se è un autonomo “vero”, non ne ha diritto. E se uno è autonomo al 30%? Su queste baggianate si costruiscono le politiche del lavoro. San Precario, Beppe Grillo, aiutateci voi!


Definirsi classe, non generazione

“Génération précaire”, “Generation Debt”, “generazione milleuro” – in tutti i Paesi c’è sempre il termine “generazione” che viene usato per caratterizzare la condizione del lavoro di oggi. In questo modo però se da un lato si sottolinea che sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze del sistema postfordista, s’insinua d’altro lato la falsa idea che questo sia un problema soltanto giovanile. Invece c’è gente che è invecchiata ormai a furia di lavorare in posizioni “non standard”. Non è un problema giovanile - è un problema che riguarda la nuova classe prodotta dal fordismo e dalla new economy, la nuova umanità del web e della globalizzazione. Per questo abbiamo buttato lì il termine web class e chissà che non funzioni. Ma abbiamo detto web class perché ci vediamo dentro un elemento positivo, un potenziale di organizzazione, di autotutela e quindi di soggettività politica. Web come “costruzione di una rete”, come strumento potente di comunicazione, come Babele di lingue dove però alla fine impariamo a riconoscere i nostri simili, dove possiamo stabilire codici d’identificazione e parlare in tempo reale e reagire alla quotidianità incessante delle cazzate che vengono pronunciate sul nostro conto. Come strumento silenzioso per preparare il momento in cui bisogna fare rumore per farsi ascoltare (e gli impianti a tutto volume della Mayday montati sui bestioni sono un’azzeccata metafora di questa necessità).
Web class come cooperazione tra intelligenze, competenze, skills, come
costruzione di un sistema di pensiero, sofisticato ma chiaro, intelleggibile a
tutti, fatto di poche idee centrali, schematiche, tagliate con l’accetta – dove la
parte più complessa e difficile, forse la vera battaglia da condurre, è quella
sulla gestione della memoria, sulla scelta degli immaginari che ci trasmette la
storia del lavoro che ha saputo autotutelarsi, la storia del movimento operaio.
Una memoria che può essere il fardello più pesante che ci impedisce di andare
avanti oppure lo spunto di idee, di iniziative, l’incoraggiamento a tentare. E’
chiaro che la web class così delineata è una piccola minoranza della forza
lavoro complessiva, se noi guardiamo ai processi di globalizzazione. E’ chiaro
che alla crisi della middle class occidentale corrisponde un’ascesa della
borghesia media nei Paesi emergenti. Ma noi siamo in Italia, la nostra
sopravvivenza si gioca qui, in mezzo a questa miseria politica e civile che ci
sommerge da ogni parte e da cui dobbiamo cercare di liberarci poco a poco. In
tutta la storia del movimento operaio è sempre stata una minoranza di classe
che ha preso l’iniziativa. Le prime società operaie furono costituite dai tipografi,
perché erano quelli che sapevano leggere, ma rappresentavano meno dell’1%
della forza lavoro. L’operaio massa degli Anni 60 era una minoranza anche
dentro il settore industriale, a parte il terziario e l’agricoltura. Non solo erano
minoranze ma anche relativamente privilegiate. Può rischiare lo scontro chi ha
un minimo di margini, di risorse. Gli sfigati totali con Berlusconi. Bisogna
riportare il lavoro al primo posto dell’agenda politica, prima dei Dico, dei Pacs,
delle pari opportunità, di Zapatero, della striscia di Gaza, delle grandi
infrastrutture, dell’equilibrio di bilancio, del Partito Democratico, prima di
quella marea di argomenti che sembrano sempre più importanti del lavoro.
Bisogna cominciare a mettere il lavoro al primo posto nella negoziazione con gli
enti locali. E’ una battaglia che potrebbe raddrizzare il Paese, visto come lo
hanno ridotto, è una battaglia per la valorizzazione del capitale umano. Ma
“l’interesse generale”, come sappiamo, è scomparso dalla cultura politica da
tempo e alla web class conviene accentuare in questa fase la sua visione “di
parte”, guardare solo alla propria condizione e da lì trarre le conseguenze per
agire.

Sergio Bologna


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