E’stato
divertente alcuni giorni fa ascoltare l’ex ministro dell’Economia
Giulio Tremonti dire in TV: “Vedrete che infine quelli della
sinistra radicale voteranno il decreto per il rifinanziamento della
missione in Afghanistan. Se fossi un pacifista non li voterei più”.
In altre parole, un ministro di punta di un esecutivo che non c’è
più e che ha dato prova in cinque anni del più abietto servilismo
verso Washington, ha avuto un moto di empatia verso i pacifisti su
una materia che potrebbe -- teoricamente -- mandare a casa l’attuale
governo e far tornare in sella lui ei suoi amici.
Aprendo magari una nuova stagione di viscido ma entusiasta
vassallaggio verso l’America, senza neanche più gli imbarazzi che
ancora è dato vedere tra le file dell’Unione per la sua subalternità
non meno sostanziale. Ma se ho trovato divertenti le parole
gaglioffe di Tremonti, è per il cinico tempismo con cui ha messo il
dito in una piaga purulenta.
In queste settimane molta gente che ha votato per la cosiddetta
sinistra radicale comincia seriamente a pensare di aver fatto un
errore e che tutte le riserve mentali con cui pure si indusse a
tracciare quella croce sulla scheda elettorale avevano un fondamento
molto serio. Per scrupolo di chiarezza, tra queste persone ci sono
anch’io. v Vorrei tentare di sviluppare una riflessione sul tema di
questa insoddisfazione, su questa sensazione di amaro disincanto da
parte di chi già aveva poche illusioni, e che ora sente addirittura
che, lungi dal fare la differenza, le forze politiche che ha votato
(precisamente Verdi, PdCI e RC) sono semmai parte del problema, una
valvola di sfogo che opera non nel senso del cambiamento ma della
omeostasi del sistema. Qualcosa cioè che intercettando una
sostanziale e diffusa dissidenza verso l’attuale ordinamento sociale
e politico, la inviluppa in ingannevoli simbologie di rinnovamento e
cerca di sedarla con riforme di piccola portata a favore dei ceti
più deboli, strappate in dure negoziazioni in cui il piatto di
lenticchie concesso con tanta difficoltà è stata la contropartita
per le garanzie di una perdurante stagnazione all’ombra dei dogmi
neoliberisti e imperiali.
Ma l’inadeguatezza, l’inutilità, persino la dannosità, direi, della
cosiddetta sinistra radicale è una verità che comincia ad imporsi
con tale evidenza che vorrei dedicare ad essa meno spazio possibile,
concentrandomi piuttosto sulle possibili alternative che, per me, lo
voglio dire subito, si riassumono in una sola semplice parola:
socialismo. Per procedere su questa strada avverto la necessità di
dissodare il terreno dai significati vaghi, multipli e spesso
contraddittori che attribuiamo alle parole con cui costruiamo il
nostro discorso politico.
Per cominciare è il caso di dire che quando parlo di alternative non
intendo niente che abbia un sia pur vago legame di parentela con le
pagliacciate “trozkiste” che vedemmo un anno fa, quando Marco
Ferrando, essendosi stancato di Rifondazione Comunista (che a sua
volta si era stancata di lui), lasciò il partito per fondare un
altro partito, immaginando forse che tutto ciò di cui la gente oggi
abbia bisogno sono nuovi capetti e nuove miserabili burocrazie
dietro cui allinearsi. Già mi immagino le atmosfere dei loro
convegni, a metà tra sezione comunista degli anni 50 e collettivo
studentesco del 68. Con il segretario di sezione che indossa
l’eskimo e porta una barba alla Robinson Crusoe, e il presidente dei
probiviri che sembra un funzionario sovietico del ministero del
lavoro dell’età krushoviana (eletto a quella carica proprio per il
look).
E poi i canti, i pugni alzati, “compagno Peppe”, “Compagna Mara”, le
falci e martello, le bandiere rosse, la lacrima sull’occhio… una
liturgia tribale che mi renderebbe dipendente dal Prozac in due
settimane. Se io, che ci sono passato e in qualche modo sono
sopravvissuto, al solo pensiero di tutto ciò provo la tentazione di
fare harakiri, cosa ci dovremmo aspettare dalle “masse”, o da quella
parte di esse che comincia a sospettare che guardare il “Grande
Fratello” in tv non è sufficiente a dare un senso alla propria
esistenza, e che pure è guidata da un istinto sicuro a pensare che
il politincantume di mestiere che gli viene ammannito a Porta a
Porta non è migliore, e forse è perfino peggio? O addirittura -- la
più atroce delle possibilità -- che sia la stessa cosa presentata
sotto altra foggia?
Veniamo
ora alla sinistra radicale. Due di questi partiti, il PdCI e RC
portano la parola comunismo nel loro nome. E’ legittimo chiedersi:
cosa significa? E’ un’aspirazione? E’ un programma? E’ una semplice
dichiarazione di principi che esplicita il tipo di valori che
accomuna queste persone? Bene, propongo la mia tesi: è un semplice
marchio di fabbrica che sul mercato politico italiano attira ancora
una certa fetta di clientela. Non ha molto senso chiedersi se Franco
Giordano o Marco Rizzo desiderino davvero o no il comunismo; forse
si, anche se guadagnerebbero di meno, ma qui non si tratta di un
processo alle intenzioni, si tratta dei meccanismi oggettivi in cui
questi partiti operano, ed il modo in cui loro cercano di interagire
con essi. Spero che non ci siano problemi a definire comunisti Che
Guevara, Lenin, Trotsky, Gramsci, Rosa Luxembourg, eccetera… beh
questa gente si poneva la domanda: “come facciamo a superare il
capitalismo e a costruire una società comunista?”; divergevano assai
tra loro sulle ricette, ma era assodato che il cammino iniziava “qui
e ora”, e doveva essere fatto di passi concreti.
Ora, riuscite ad individuare nel “qui e ora” di PdCI e di RC, i
passi concreti per l’avanzata verso una società socialista? Il “qui
e ora” di PdCI e di RC è una organica alleanza con forze
neoliberiste come i DS e la Margherita, guidata da un ex boiardo di
stato come Prodi verso cui entrambi si protestano leali e fedeli
alleati. Mettiamo che in questa alleanza, puntando i piedi, riescano
ad evitare l’innalzamento dell’età pensionabile. Va bene, bravi. E
ora? Cosa si fa per partire da qui ed arrivare al comunismo? Io
penso che una domanda del genere posta ad Oliviero Diliberto lo
vedrebbe trasecolare. Sono certo che si stupirebbe nel costatare che
c’è gente che prende la parola “comunismo” sul serio, ed immagini
che sia qualcosa di più audace che non lo sventolio di bandiere
rosse, e la vittoria politica di congelare ai livelli attuali l’età
pensionabile. Qualcosa, cioè, che dovrebbe mettere capo ad impegni
concreti che vadano oltre un’apparizione serale da Bruno Vespa.
E’ bene subito dare un’altolà ai nostalgici che, considerando le
carriere politiche di Franco Giordano o Oliviero Di liberto,
potrebbero dire che una volta, ai tempi del vecchio PCI, le cose
andavano meglio. Non è così. Almeno a partire dall’epoca
berlingueriana la parola comunismo (o socialismo) era altrettanto
vuota di significato di oggi. Ma l’assenza di un pensiero unico
neoliberista permetteva al PCI di assumere in politica interna
posizioni di almeno decente socialdemocrazia. Quanto alla politica
estera, lo schema bipolare USA-URSS permetteva episodi come la
telefonata di Berlinguer ad Arafat, nell’estate del 1982, quando il
leader dell’OLP nel bunker di Tripoli, sotto i colpi
dell’artiglieria di Ariel Sharon, che non faceva mistero di volerlo
uccidere, si vide ricevere la solidarietà dei lavoratori italiani.
Oggi, l’ex delfino berlingueriano, Massimo D’Alema, dalla Farnesina,
sostiene con entusiasmo il boicottaggio al governo democraticamente
eletto dell’Autorità Nazionale Palestinese, e fa finta di distrarsi
in occasione dei raid omicidi dell’esercito israeliano nella
Striscia di Gaza. Ma stiamo alla questione del comunismo.
Negli scritti e nei discorsi di Berlinguer ci si imbatte in frasi
come “Il capitalismo non è l’ultimo orizzonte dell’umanità”, o anche
“Il capitalismo genera ingiustizie, caos, ed un enorme ed
irrazionale spreco delle risorse”. Allo stesso modo con cui fare due
più due dovrebbe portare al quattro, uno penserebbe che la prima
affermazione e la seconda, messe insieme, significano che Berlinguer
(segretario di un partito comunista!) volesse l’uscita dal
capitalismo. Ma le cose diventano subito confuse perché Berlinguer
sosteneva anche di non essere contrario all’iniziativa privata, e
che la sua idea di socialismo non escludeva necessariamente i
meccanismi di economia di mercato. Ora, che creare significativi
elementi di socialismo non sia necessariamente in contraddizione con
il mercato è vero.
La Svezia, a cavallo degli anni 70 ed 80, ci arrivò molto vicino, ed
in condizioni di straordinaria democrazia; alcuni economisti
alternativi americani hanno sviluppato visioni come quella dello
stock-socialism, ovvero un modello economico in cui la circolazione
delle merci è affidata ai meccanismi di mercato, ma il capitale
azionario delle aziende è distribuito in parti eguali tra i
cittadini; vi era poi allora, poco oltre i nostri confini, il
modello iugoslavo, in cui il sistema della cooperazione diffusa
garantiva un certo controllo operaio sulla produzione, in un
contesto in cui i prezzi si formavano comunque su un mercato
abbastanza libero. Ma è anche vero che questi modelli sono pieni di
contraddizioni ed inconvenienti. Come affrontava la questione
Berlinguer? Non la affrontava affatto. Inutilmente compulsereste i
suoi scritti alla ricerca di una approfondimento della sua visione,
al di là di un moralismo privo di alcuno spessore teorico.
Ciò
dipende dal fatto che “comunismo”, aveva per Berlinguer più o meno
lo stesso significato che ha oggi per Diliberto, Rizzo o Bertinotti:
una vaga aspirazione ad un futuro migliore che fa sentire più buoni
e che piace ad abbastanza gente da costituire una buona rendita
elettorale. Ma con cui la gente seria non perde troppo tempo, al di
là di un paio di slogan e dei simboli sulla carta intestata. Teniamo
presente che dal 1976 in poi Berlinguer trovò persino il modo di far
andare d’accordo il comunismo e l’adesione all’Alleanza Atlantica,
generando sviluppi di lungo respiro il più notevole dei quali è
l’attuale inquilino del Quirinale, e di cui le biografie,
grottescamente, ricordano il passato “comunista”. (E’ vero però che,
come tanti altri “comunisti”, nel 56 appoggiò con convinzione la
sanguinosa repressione dei moti ungheresi da parte dell’Armata
Rossa. Cerchiamo di ricordarcelo quando vuole spiegare a NOI cosa è
la democrazia).
Veniamo ora al partito dei Verdi. Immagino che qualcuno dei suoi
esponenti o dei suoi elettori potrebbe obiettare che anche se sono
senza dubbio parte della sinistra radicale italiana, loro con una
riflessione sul socialismo non c'entrano niente. Mi sembra giusto, e
credo che chi sia invece interessato ad un discorso di
trasformazione radicale dovrebbe guardarsi bene dal mettere il
cappello su esperienze che, pur avendo importanti punti di incontro
con quella, non vi si identificano del tutto. Vorrei però osservare
che questo ragionamento tiene solo fino a che gli obiettivi dell’ambientalismo
italiano e delle sue espressioni politico-parlamentari riguardano
leggi sulle discariche, sulle specie protette, sulle lampadine a
basso consumo, eccetera.
Tutte cose, beninteso, di grande importanza e che cito senza alcuno
snobismo più o meno velato. Ma della cultura verde fanno parte anche
concetti come la “decrescita”, o il contrasto tra crescita economica
e sviluppo, che non possono trovare alcun accoglimento nella cultura
politica espressa dall’attuale ordinamento economico e sociale.
Prendiamo ad esempio la critica che gli ambientalisti rivolgono al
PIL (il Prodotto Interno Lordo) come misuratore principale
dell’andamento di un’economia. Per PIL si intende la somma dei
corrispettivi monetari di tutte le transazioni commerciali che hanno
luogo in un anno, in altre parole passando per una calcolatrice i
totali di tutte le fatture e gli scontrini emessi in un anno,
abbiamo il PIL. Quando questa somma aumenta rispetto all’anno
precedente si dice che si ha “crescita economica” (e solo in questo
caso tutti sono contenti); quando rimane più o meno la stessa, si
parla di “stagnazione”; quando infine diminuisce si parla di
“recessione”. Gli ambientalisti osservano che se una petroliera
affonda nel Mediterraneo, i milioni e milioni di euro che sarà
necessario sborsare per cercare almeno di attenuare il disastro
ecologico verranno computati come spese che incrementano il PIL, e
dunque un disastro ecologico genera “crescita economica”.
Analogamente, se nel corso di un decennio si ha un’impennata nella
spesa sanitaria per curare patologie determinate dall’inquinamento o
da errate abitudini alimentari, anche in questo caso avremo
“crescita economica”. Il discorso riguarda anche le abitudini di
consumo: l’acquisto di un secondo o terzo telefonino cellulare,
esclusivamente per ragioni di moda, rappresenta una dissipazione di
risorse economiche -- attraverso il consumo -- che potrebbero essere
impiegate meglio, o addirittura non essere impiegate affatto per
raggiungere obiettivi di decrescita economica. Con tutto il
rispetto, vorrei dire agli ambientalisti che trovano sensati questi
discorsi che essi sono addirittura eretici rispetto alla cultura
dominante, e che non vi è alcun modo di procedere in quella
direzione se non incorporando queste tematiche in un più generale
discorso di trasformazione della società. Senza dire che gli
ambientalisti appartengono di diritto alla galassia pacifista, ed
anche loro devono aprire gli occhi su come la cosiddetta “sinistra
radicale”, per indicare il collettore politico parlamentare che
dovrebbe portare nelle istituzioni questo complesso di tematiche,
appaia del tutto atrofica ed inadeguata rispetto ad un’azione di
governo (che essa sostiene!) che non fa che ribadire il nostro stato
di vassallaggio all’imperialismo americano.
Penso di aver chiarito a sufficienza cosa penso della “sinistra
radicale”, e cosa ci si può aspettare dall’indecente ricatto del
bipolarismo italiano secondo cui “se non rimaniamo al governo
ritorna Berlusconi”; come se Berlusconi fosse peggio dell’aumento
della presenza militare USA in Italia, o dello sdoganamento che il
centro sinistra sta compiendo del nostro neomilitarismo coloniale,
iniziato con suono di fanfare proprio sotto il governo Berlusconi.
Ovviamente, rimane la finanziaria di Padoa Schioppa di cui essere
contenti…
Ma
allora cosa sostituire alla frustrazione che si prova alla perdita
di un’illusione, e che cioè la cabina elettorale potesse avere una
qualunque connessione con valori di uguaglianza, pace, libertà,
incompatibili con l’attuale repressivo e violento ordinamento
sociale? E che agiati professionisti della politica potessero essere
gli alfieri di una nuova epoca che abbatte il privilegio? L’ho già
detto e lo ripeto, tutto si compendia per me in una semplice parola:
il socialismo. E a questo punto occorre sottolineare quanto ingenua
e per certi versi degradante sia l’idea che il socialismo si
costruisca con le maggioranze parlamentari. Se credete a questo,
vuol dire che avete creduto alle lezioni di educazione civica che vi
hanno impartito alle scuole superiori, quando vi spiegavano che
viviamo in una democrazia, e che la nostra “dialettica politico
parlamentare” avviene nel solco della Costituzione nata dalla
Resistenza, e che essa esprime la pluralità delle opinioni e degli
orientamenti degli Italiani. Democrazia è soltanto una parola, e io
non ho problemi a che la si usi per descrivere il sistema politico
dell’Italia, o della Francia, o degli Stati Uniti. Dico
semplicemente che, anche nelle sue forme più riuscite, essa non è
affatto ciò che pretende di essere. Essa è solo un combinato,
storicamente determinato, di interessi economici e finanziari e di
burocrazie statali che tende alla auto-conservazione, e che concede
alla gente tante libertà e garanzie quante la gente ha avuto il
coraggio e la forza di prendersi, lottando contro ogni tipo di
resistenza esercitata dal sistema.
Prendiamo quel sistema di indottrinamento orwelliano che è la
scuola. Oggi, in tempi dominati dallo spettro della precarietà e
della disoccupazione, certe frasi come “la scuola deve preparare al
mondo del lavoro”, suonano come sensate e rassicuranti (almeno fino
a che non ci si chiede perché così tanti laureati lavorano nei call
center, e devono anche dire grazie). Ma cosa significa in realtà
quella frase? Cos’è il mondo del lavoro a cui la scuola deve
preparare? Proviamo a riformulare il concetto in un altro modo:
l’apparato produttivo e le burocrazie di stato hanno bisogno di un
certo numero di quadri sufficientemente istruiti per svolgere
funzioni complesse, e sufficientemente obbedienti per inserirsi
nella gerarchia e nel sistema di autorità senza generare attriti.
Guardate le cose da questo binocolo rovesciato, e ditemi se la
frustrazione di tanti bravi insegnanti dipende dal fatto che la
scuola funziona male, che i loro colleghi sono impreparati, che non
ci sono sufficienti risorse, o se in fondo, al contrario, la scuola
non funzioni benissimo per gli assai limitati scopi di
auto-riproduzione che il sistema gli assegna. In questo modo, un
giovane laureato che trova subito un lavoro in una impresa che
inquina, fabbrica armi, o assolda squadre della morte per far fuori
i sindacalisti in qualche filiale del terzo mondo è da considerarsi
fortunato e da complimentare. Ora potrà fare il mutuo e cominciare a
mettere soldi nel fondo pensione aziendale. Al resto “ci devono
pensare i politici”. Ed è il sistema scolastico, in prima fila, che
ha costruito questo modo di pensare, “preparando un giovane al mondo
del lavoro”. In fondo il paese in qualche modo va avanti, o no? Chi
la vuole la vera cultura, la capacità di ragionamento critico,
l’autonomia intellettuale? Da queste cose possono venire solo guai,
Dio ne scampi!
O pensiamo ai media. La gente è abbastanza intelligente per capire
che un conto è come i manuali di giornalismo dicono che la notizia
andrebbe trattata, ed un conto è come viene trattata davvero. In
fondo quando la gente legge il giornale o vede la tv, il sospetto di
essere presa in giro ce l’ha. Sa che la notizia è manipolata e
distorta, e non in modo casuale, ma per soddisfare certe necessità
di consenso politico. Dove la gente è in errore, semmai, è quando,
volendo dare voce a questo malessere, comincia a prendersela con la
viltà, la corruzione, l’ipocrisia del singolo giornalista o della
categoria. Senza capire che senza queste qualità degradanti il
giornalista non sarebbe mai passato attraverso i filtri della
fabbrica del consenso, raggiungendo una posizione in cui può
esercitare una certa influenza. Gli anticonformisti, gli uomini e le
donne libere, sono già state stoppate a monte.
Potremmo affrontare il discorso da tanti altri punti di vista, ma
fermiamoci qui. Se partiamo da queste costanti, e cioè un sistema
scolastico che svolge principalmente una funzione di
indottrinamento, ed un sistema dei media che esercita una
manipolazione sistematica, a cosa si riduce il libero dibattito che
dovrebbe costituire la sostanza più autentica di una democrazia?
Bene, se è così che stanno le cose, il socialismo -- come lo intendo
io -- è quella cosa che diventa pensabile solo quando l’individuo
comincia a smettere di percepirsi come “cittadino/a della Repubblica
italiana”, o, peggio, “dell’Unione Europea”, perché questa formula
-- instillataci con la tremenda efficacia di un lavaggio del
cervello -- riassume un blocco di interessi, istituzioni, valori,
meccanismi di obbedienza ed autorità in cui nessun socialismo è
davvero pensabile, se non forse quello di Diliberto e Bertinotti (o
Berlinguer). Ma nel momento in cui comprendiamo che questa identità
civile ci è stata imposta da circostanze storiche che non abbiamo
scelto, e verso cui non abbiamo mai espresso alcun atto di
accettazione (perché non ci era richiesto), e che abbiamo almeno il
potere mentale di pensarci distintamente da esse, ecco che il
discorso sul socialismo si riapre. Per pensare ad un domani diverso
non abbiamo bisogno dell’approvazione del nostro vecchio professore,
dei nostri genitori, del poltrone che siede attualmente al
Quirinale, dei direttori di Repubblica e Corriere della Sera. Non
abbiamo neanche bisogno dell’approvazione di quelli che sembra la
pensino come noi. Dobbiamo solo usare la nostra testa e
riappropriarci una volta per tutte della nostra capacità di giudizio
individuale.
L’unico
vero argomento che parla a favore del capitalismo è il fatto che
abbia vinto la sfida con la Rivoluzione d’Ottobre e con i paesi del
socialismo reale. Per il resto gli economisti ci raccontano un sacco
di balle. Ad esempio, la cosiddetta “razionalità dei mercati” si
basa su un sistema di premesse del tutto astratte e prive di ogni
connessione con il mondo reale. Perché i mercati funzionino
“razionalmente”, ad esempio, è necessario che, se volete un nuovo
paio di jeans, voi conosciate il prezzo che viene praticato in tutti
i negozi della nazione ed abbiate pari possibilità di accesso ad
ognuno di essi. Se così non è, e il vostro potere di scelta è
condizionato da circostanze di fatto come la distanza o la mancanza
di tempo per una ricerca di mercato veramente esaustiva sui prezzi,
voi non soddisfate le condizioni di concorrenza perfetta e dunque
non può esservi equilibrio generale dei mercati. Con tanti saluti
alla “razionalità” ed “efficienza”. L’ideologia del neoliberismo --
fase estrema del capitalismo -- è tutta basata su giochetti logici
che, fatti con finalità di ricerca nei dipartimenti universitari,
vengono poi grossolanamente trasportati al mondo reale, con cui in
realtà non hanno niente a che fare.
Veniamo alla sfida della Rivoluzione d’Ottobre. Sapete perché
l’economia pianificata di tipo sovietico (un sistema che io non
difendo e che non mi piace), è fallita? Questo sistema cercò di
sostituire i meccanismi decisionali spontanei del mercato (cioè di
tipo capitalistico) con decisioni di natura amministrativa, ad
esempio stabilendo centralmente di quanti cappotti c’era bisogno in
un determinato anno nella nazione, ed organizzando produzione e
distribuzione su questo obiettivo. Si tratta, come è facile capire,
di un sistema decisionale estremamente complesso, e questo fu in
effetti il suo punto debole. All’epoca, per quanto brillanti
potessero essere i tecnici addetti alla pianificazione economica, la
gestione del flusso di informazione riguardava una quantità talmente
grande di dati da sopravanzare la capacità di elaborazione, almeno
nei tempi utili per una decisione economica efficace. Capitava così
che vi erano aziende che ricevevano una quantità di materie prime e
semilavorati che eccedeva i suoi bisogni, ed altre che ne ricevevano
meno.
Per poter raggiungere comunque gli obiettivi prefissati (da cui
dipendeva la possibilità che i dirigenti restassero al loro posto),
occorreva dunque un sistema di baratti in nero, cioè fuori dal
sistema contabile ufficiale, in maniera tale che chi aveva di più di
un certo materiale, cercava di scambiare l’eccedenza con un altro
materiale di cui era invece sfornito. Per un po’ funzionò, ma poi,
come è facile immaginare, subentrò l’abuso e il parassitismo a
favore di chi poteva gestire questi flussi di merce di contrabbando
(esponenti locali del PCUSS), generando una diffusa corruzione che
infine diventò sistemica e si mangiò tutta l’Unione Sovietica. Ma
per un po’ il sistema aveva funzionato. Oggi è di moda parlare
dell’Unione Sovietica come se fosse una specie di regno dei morti di
fame, ma negli anni sessanta e settanta, quando il gigante era
ancora vivo e vegeto, se ne parlava con rispetto ed ammirazione,
anche in Occidente. Questo perché l’economia sovietica realizzò
l’industrializzazione del paese, partendo quasi da zero, a ritmi più
rapidi di qualunque paese capitalista.
Proviamo ora ad immaginare che noi, qui in Italia, abbiamo fatto la
rivoluzione, ci siamo impadroniti dei mezzi di produzione, e
vogliamo far andare avanti l’economia con sistemi di pianificazione
centralizzata, come i Sovietici. A differenza dei Sovietici, però,
intendiamo gestire il flusso informativo dei dati dell’economia
attraverso i sistemi esperti e di intelligenza artificiale con cui
oggi si fa la ricerca nel campo della genetica, della biologia
molecolare, o della meteorologia (e che nell’URSS degli anni 60 o 70
non si era neanche in grado di immaginare). Sapete cosa accadrebbe?
Che funzionerebbe! Funzionerebbe meglio del nostro sistema economico
dissipatore, ecologicamente devastante, ingiusto, basato
sull’espansione continua dei consumi per soddisfare bisogni fasulli
creati dalla pubblicità.
Già
il semplice fatto di sapere che abbiamo questa possibilità, che
questa opzione è disponibile, dovrebbe farci riconsiderare la
timidezza con cui pensiamo al concetto di socialismo o comunismo,
quasi che anche noi, come Diliberto e Bertinotti, lo considerassimo
una vaga ed astratta aspirazione dentro cui ognuno ci mette quello
che vuole. Perché non pensare al socialismo come ad una prospettiva
assai ben definita e realistica, che può essere messa in agenda, che
potrebbe costituire il nostro reale ambiente culturale, sociale ed
economico, in un lasso di tempo che va dall’oggi ad una quindicina
di anni?
Ma se il modello della pianificazione centralizzata costituisce
un’alternativa sufficientemente valida al capitalismo da riaprire il
discorso di una rivoluzione economica e sociale, è anche l’opzione
più desiderabile? Dopo che ci siamo liberati dei capitalisti, è
proprio il caso di mantenere sul groppone una elefantiaca burocrazia
statale che decide gli aspetti più minuti della nostra vita
economica?
Già da qualche anno sono un sostenitore di Parecon, un modello
economico alternativo elaborato dagli economisti libertari americani
Michael Albert e Robin Hahnel (in rete è disponibile moltissimo
materiale, anche in lingua italiana), che rappresenta a mio giudizio
il più avanzato equilibrio finora formulato tra equità, efficienza
economica, e democrazia. Non è il caso di aprire ora diatribe su
diverse scuole di pensiero, anche se in futuro potrebbe essere un
argomento interessante da approfondire.
Sta di fatto che non esistono vere ragioni economiche, una volta che
si è conquistata la possibilità di riorganizzare l’economia liberi
dalle limitazioni del mercato e della proprietà privata, per farla
funzionare attraverso una pianificazione centralizzata controllata
dallo stato. I processi decisionali che contano possono emanare dal
basso, da consigli di produttori e consumatori, ed architetture di
rete nelle infrastrutture informatiche per permettere il
coordinamento delle attività economiche. In altre parole non si è
schiavi di un capitalista e non si è schiavi dello stato. Si è solo
membri di una comunità, con i cui membri cooperiamo per raggiungere
gli obiettivi di comune interesse. Si potrà discutere se qualcosa da
chiamare stato non potrà essere conservato con alcune limitate,
limitatissime funzioni.
C’è da pensare che chi apre un vero percorso di trasformazione
sociale radicale dovrà affrontare ogni tipo di sovversione
dall’interno e di aggressione dall’esterno, soprattutto da parte di
chi vede minacciati i propri interessi dalla diffusione di un tale
nuovo tipo di ordinamento sociale; e qualche forma di organizzazione
militare o di sicurezza potrebbe essere necessaria per proteggere i
membri della comunità. Un tipo di organizzazioni, queste, che non
vedo emergere troppo naturalmente dal tessuto sociale di tipo
socialista e libertario che ho descritto finora. Ma la sostanza del
problema è che per le comuni funzioni economiche necessarie al
sostentamento della società l’autogestione dal basso è del tutto
adeguata, e che è possibile progettare sofisticati processi
decisionali collettivi che non solo non spoglino gli individui e le
comunità del loro diritto di decidere per ciò che li concerne, ma
che fanno anche apparire intellettualmente goffo -- oltreché
autoritario -- il metodo della pianificazione centralizzata.
Torniamo al punto di partenza, la sinistra radicale. Rizzo,
Diliberto, Giordano, Bertinotti, Pecoraro Scanio, e tutto il resto
della compagnia, possono anche essere brave persone, che ci credono
veramente e si vedono come gli apripista della trasformazione
progressista della società. Ma non conta quanto possano essere
personalmente in buona fede (e poi, lo sono?), conta che l’atto di
votare per loro ci avvicina al socialismo altrettanto speditamente
che se votassimo per Berlusconi. Ormai non capire questo richiede un
considerevole grado di volontaria stupidità. Se vi va che il vostro
voto si combini con tanti altri a sostegno di un meccanismo che
rifinanzia le missioni in Afghanistan e permette l’aumento delle
presenza militare americana in Italia, fatelo pure, immaginando
magari che da qualche altra parte arrivino dei vantaggi per i ceti
meno abbienti che compensino le cose. E’ tutta una questione di dare
e avere a questo mondo, no?
Ma se questo non vi basta, addirittura lo rifiutate, perché
semplicemente non facciamo nostra la semplice ovvia verità, per
quanto occultata, che il vero socialismo è possibile, e che dipende
da noi?
Gianluca Bifolchi - per Cani Sciolti
29 gennaio 2007