FISICA/MENTE

 

 

LA SCIENZA  E  LA TECNOLOGIA NELLA SOCIETA’ GLOBALE

 

di Adolfo Pastore 

 

            E’ opinione diffusa tra la gente che le tematiche ed i problemi di natura scientifica sono di esclusiva competenza di pochi uomini di scienza che nell’immaginario collettivo sono stereotipati con particolari doti, con la testa tra le nuvole, spettinati, isolati, addirittura misogini e rinchiusi in una torre di avorio tra alambicchi e provette, come i grandi sacerdoti del tempio della scienza.

            Indubbiamente una certa letteratura, una certa cinematografia, gli stessi mass media, hanno contribuito a mitizzare la figura dello scienziato fino a farlo diventare un essere antropomorfo dalle sembianze umane, distratto e talmente preso dall’attività di ricerca che, nell’aneddotica, sovente dimenticava di indossare la giacca o gli stessi calzini, come si  racconta  dello stesso Albert Einstein.

            La gente comune è più incline a parlare di argomenti di diversa natura, spazia e si muove con disinvoltura, se deve discutere di un romanzo, di un evento sportivo, di un film visto, di un evento politico legittimando invece, in modo onesto, il proprio rifiuto a discutere e a conversare su  argomenti di chiara matrice scientifica in quanto ritiene di  non avere sufficienti competenze e di non avere talento per la matematica. Tuttavia quelle persone che si dichiarano non portate  per lo studio delle discipline scientifiche e tecniche, in gran parte, non esitano a diventare le più accanite fruitrici di un'operazione di marketing  su un ritrovato oppure su un’opera d’ingegno che è il frutto di  sviluppo tecnologico, guardando semmai con ammirazione l’inventore–cervellone che ha contribuito all’ideazione dell’arcano, misterioso ed affascinante oggetto dei propri desideri più reconditi.

            Evidentemente, nel corso della storia, è stato curato poco il rapporto uomo-scienza, forse anche per una responsabilità dello stesso scienziato che ha contribuito in buona fede, a costruire una barriera nei confronti della gente verso la comunicazione scientifica. Sosteneva lo stesso Guglielmo Marconi (un brillante tecnologo costretto, come tanti altri, ad implorare solidarietà lontano dalla propria terra d’origine) che lo scienziato non si deve occupare né interessare delle applicazioni  e dell’uso che potrà avere una determinata scoperta scientifica ma solo dell’atto di ricerca, al di là della stessa comprensibilità  scientifica da parte della  gente. Anche i grandi sbagliano.

        All’inizio della prima rivoluzione scientifica, uno dei padri fondatori, disse : “SCIENTIA EST POTENTIA” . Oggi possiamo capire quanto fossero lungimiranti quelle parole di Francesco Bacone. 

 

            Nel corso della storia, la produzione della ricchezza è cambiata tante volte. In epoche diverse gli uomini  sono diventati ricchi in diversi modi, prima coltivando, poi scavando il terreno, quindi commerciando, poi trasformando materie prime, fabbricando prodotti; ma la scienza (e la tecnologia ad essa associata), la produzione della ricchezza è cambiata ulteriormente. I popoli diventano prosperi se creano ed inventano. In particolare, oggi, un popolo diventa prospero e migliora la qualità della vita, non tanto se soddisfa i propri bisogni, ma se anticipa i bisogni creando nuovi strumenti. L’ultima rivoluzione tecnologica, quella dei computer e di internet, ne è un significativo esempio.

            Il grande problema degli stati moderni è come promuovere e far crescere i migliori intelletti,come favorire la loro attività, come sviluppare la ricerca. Non è solo un problema di investimenti è anche un problema di regole, di educazione scientifica rivolta a tutti, di forma mentis, dunque di cultura.

            Viviamo in un'epoca in cui le distanze non esistono più, le barriere, i muri etnici e razziali non hanno più motivo di esistere, l’integrazione e la solidarietà, nel rispetto reciproco tra i popoli, è la soluzione civile al dialogo e alla crescita di tutti gli uomini della terra.

            La comunicazione si regge sulla globalizzazione delle idee e delle culture nell’accettazione della diversità. E’ necessario riformare l’educazione affinché essa sia capace a sua volta di riformare. Abbiamo vissuto un'epoca in cui è avvenuta una tragedia culturale, quella della separetezza  della cultura umanistica da quella scientifica. Infatti da un lato abbiamo la cultura umanistica privata delle innumerevoli conoscenze apportate dalla scienza e dall’altra la cultura scientifica  privata del potere di riflessione che è proprio della cultura umanistica. Ci troviamo di fronte a due culture entrambe mutilate che avrebbero bisogno di interconnettersi in modo organico secondo il principio del pensiero complesso magistralmente espresso da Edgar Morin.

            Nessuna soluzione globale può essere trovata in un approccio monodisciplinare. Lo scenario della ricerca scientifica in ambito europeo e’ caratterizzato dalla necessità più che mai di una incentivazione forte in termini di investimenti in quanto i principali rivali tecnologici stanno incrementando i loro sforzi. Il sesto programma quadro approvato dal parlamento europeo per la ricerca è il principale strumento dell’Unione Europea per gli anni 2003-2006, con un finanziamento di 16,3 miliardi di euro, a creare un mercato comune per la ricerca.

            I settori chiave ai quali sono destinati gli investimenti riguardano i seguenti ambiti: genomica, biotecnologie per la salute, tecnologie della società dell’informazione, nanotecnologie e nanoscienze, aeronautica e spazio, sicurezza alimentare, sviluppo sostenibile e scienze economiche e sociali.

 

             Nel settore chiave della genomica e biotecnologie della salute è stato inserito per le attività di ricerca una gamma ampia di malattie, in particolare: il cancro, l’aids, la malaria, la tubercolosi, il diabete, le malattie del sistema nervoso e cardiovascolari e le malattie rare. Tutte le attività di ricerca effettuate nell’ambito del sesto programma quadro hanno avuto luogo nel rispetto dei principi etici fondamentali.

            Attualmente l’Europa si colloca, purtroppo, dietro gli Stati Uniti e il Giappone, in termini di spesa per la ricerca. Infatti, in Europa solo l'1,8 %  del PIL è destinato alla ricerca contro il 2,7 %  degli USA e il 3,1 % del Giappone. Inoltre siamo indietro anche in termini di numero di ricercatori, brevetti ed esportazione di alta tecnologia pro-capite.

            In Italia  la situazione e’ drammatica. Basti pensare che per la ricerca la spesa e’ pari al 1,03 %  sul PIL, ben al di sotto della  media europea (è al quinto posto in ricerca e scende addirittura all'ultimo sia per gli investimenti nella ricerca di base, sia per le esportazioni di alta tecnologia rispetto all'export manifatturiero). Nel nostro bel paese ci sono 3,03 ricercatori ogni 1000  lavoratori. La media europea è di 5,7, con punta in Finlandia di 13,8. Ne mancano circa 100.000 (dei quali 50.000 nelle università, 30.000 nelle imprese e 15.000 negli enti pubblici di ricerca). L'Italia spende in ricerca 22.000 miliardi di lire contro 42.000 in media dell'Europa.

La  quantità di brevetti prodotti, che rappresenta uno specchio dello sforzo di innovazione di un paese, è allarmante. Ne sono stati registrati all’EPO, negli ultimi anni, 64,6 per ogni milione di abitante. La media europea e’ 103,6.

Ed ecco i dati in tre tabelle:

INVESTIMENTI IN RICERCA
(in milioni di euro)

Germania 2,32
Francia 2,20
Regno Unito 1,87
Irlanda 1,43
Italia 1,03
Grecia 0,5

PERCENTUALE DEL PIL INVESTITA NELLA RICERCA DI BASE
(dati 1997)

Francia 0,51% (di cui 0,06% sostenuta da privati)
Usa 0,42% (di cui 0,11% sostenuta da privati)
Giappone 0,35% (di cui 0,13% sostenuta da privati)
Italia 0,11% (di cui 0,01% sostenuta da privati)

EXPORT ALTA TECNOLOGIA SU EXPORT MANIFATTURIERO
(dati 1997)

Irlanda 62%
Usa 44%
Gran Bretagna 40%
Giappone 39%
Francia 31%
Germania 25%
Italia 15%

 

            Eppure nel nostro paese non mancano cervelli che ci hanno resi famosi in tutto il mondo oltre a quelli che, vergognosamente, abbiamo costretto a fuggire all’estero per trovare un adeguato riconoscimento ai loro programmi di ricerca, alla possibilità di concretizzare le loro aspirazioni professionali e di affermare il loro talento. L’Italia, la storia insegna, non è sempre stata generosa nei confronti dei suoi migliori figli.

 

            Nel nostro paese, molti segnali, tra cui la drammatica diminuzione delle iscrizioni alle facoltà scientifiche negli ultimi anni, delineano un quadro in cui la conoscenza scientifica riduce progressivamente il suo valore di strumento di partecipazione sociale e di patrimonio da spendere nelle scelte professionali. Dello stesso segno è la constatazione che l’Italia è al 42-esimo posto dietro la Bulgaria e la Croazia nel rapporto tra numero di ricercatori ed abitanti.

            Il processo ricerca-innovazione-competitività è in sofferenza. Le cause del problema sono strutturali e stanno anche a livello dei processi formativi. Non c’e’ ricerca dove non si spende per la formazione scientifica di base. Se nelle scuole le discipline scientifiche sono proposte in modo inadeguato, sarebbe troppo semplicistico, far ricadere unicamente la colpa sugli insegnanti, se nella società la chimica, la fisica, la matematica, la biologia vengono considerate estranee alla cultura del cittadino comune, non si avrà mai né innovazione né competitività.

            Bisogna investire nella formazione scientifica di base, rimuovere il sistema dell’istruzione migliorando i processi di apprendimento delle discipline scientifiche.

            Premiare l’eccellenza è la condizione necessaria ed imprescindibile per evitare che l’Italia perda ulteriormente competitività sui mercati internazionali e che gli italiani si riducano ad un popolo di consumatori di tecnologie altrui.

 

            L’istituzione scolastica non èè più una monade autoreferenziale e non detiene più il primato dell’esclusività come sistema formativo. Vive da otto anni una nuova stagione caratterizzata da un nuovo impianto formativo e normativo di chiara marca autonomistica, contestualizzato in un ambito di più ampio respiro afferente ad una riforma globale della pubblica amministrazione.

            Il pensiero formativo gentiliano che ha favorito e permesso il nostro sviluppo intellettuale pur avendo privilegiato l’area umanistica presentava una dialettica metodologica intrinsecamente monodisciplinare lungi da un approccio per progetti  e per obiettivi che per definizione sono pluridisciplinari e centrati sulla crescita formativa dello studente e più rispondenti alla domanda culturale dell’utenza territoriale. Il sistema formativo vigente non è  più centralizzato e verticalizzato, non deve più solo assicurare l’applicazione di una norma o di una direttiva, ma  deve rispondere dei risultati formativi raggiunti, dei successi e degli insuccessi scolastici, è proteso a migliorare il rapporto insegnamento-apprendimento tramite l’acquisizione di competenze di base, trasversali e professionali da parte dell’allievo che in questo contesto diviene l’attore ed il vero protagonista dell’azione formativa.

            Questo nuovo impianto formativo vive una stagione di calo demografico della popolazione giovanile; esso, però, ha una nobile finalità istituzionale, cioè quella di prevenire e contenere, adottando tutte le strategie possibili, il  preoccupante fenomeno della dispersione scolastica, del recupero motivazionale dei giovani , dell’analfabetismo di ritorno degli adulti, della cultura alla legalità e di assicurare anche una formazione continua per tutto l’arco della vita (long-life-learning). Sono obiettivi ambiziosi è vero, ma ha senso, ha significato lottare e combattere per la loro affermazione e per la crescita culturale e professionale dei giovani della nuova Europa. E’ un patto formativo stipulato con il territorio e con tutte le rappresentanze istituzionali, all’insegna dell’efficacia, efficienza, economicità  e trasparenza, alla salvaguardia delle aspirazioni professionali dei giovani i quali  ci guardano e ci giudicano, essi sono il futuro, tutto ciò che la società riuscirà ad esprimere civilmente. Noi siamo il passato e il presente, con  la responsabilità  morale di costruire il loro domani.

            E’ importante però in questo nuovo contesto istituzionale, assumere un atteggiamento più coraggioso e meno demagogico in relazione alla valorizzazione della funzione docente, è opportuno che venga data una definizione più operativa dei criteri di reclutamento e, soprattutto, è necessaria una maggiore legittimazione della   professionalità docente, attraverso l’applicazione trasparente ed obiettiva di una meritocrazia protesa ad evitare che determinati talenti possano essere fagocitati dalla demotivazione e dall’appiattimento negoziale.

             E’ di fondamentale importanza quindi la comunicazione popolare degli eventi scientifici e avvicinare i giovani e non alle discipline scientifiche, ai progressi tecnologici, in quanto la conoscenza è un diritto di tutti i cittadini .

 

            In definitiva, quindi, il tema dell’energia e delle tecnologie di produzione e trasformazione, dell’impatto ambientale, costituisce un blocco tematico di estrema importanza  strategica e di perenne attualità per tutti gli uomini che non possono più delegare le scelte di una individuazione di una fonte energetica oppure di un'altra, senza essere obiettivamente informati sui pro e i contro .

            Oggi, come ieri, è di importanza estrema per l’uomo disporre di energia a basso costo salvaguardando l’ambiente e gli equilibri naturali già più volte danneggiati dalle scelte sciagurate di certi umani e dalla loro bramosia di potere e di accumulo di ricchezza sconsiderata. E’ innegabile che la società di oggi (e ancora di più quella di domani) non può fare a meno di un fabbisogno energetico sempre maggiore. Sarebbe però  delirante non considerare ora e sempre  la diffusione e l’incentivazione di una cultura fondata sull’ educazione alla riduzione degli sprechi e sulla ottimizzazione dei consumi.

            Il sistema produttivo mondiale si regge sull’energia e sul fabbisogno energetico. Quando si parla di energia non si può non pensare alle varie forme di approvvigionamento con i relativi inquietanti problemi di inquinamento e dei disastri ecologici derivanti (vedi protocollo di Kyoto).

        Si può pensare al nucleare con i problemi derivanti dall’esposizione a dosi di radiazione da parte della popolazione e dei lavoratori, dei problemi dei rifiuti radioattivi  e dal costo esorbitante della disattivazione e disinstallazione di una centrale nucleare.

            La fusione nucleare promessa come la panacea di tutti i mali relativi alla crescente domanda di energia, quantunque  siano stati investiti  milioni di dollari di finanziamento alla progettazione e realizzazione di un reattore  che utilizzi la  fusione termonucleare controllata (programma ITER nato dall’accordo tra l’Unione Europea-Stati Uniti-Giappone e Russia) tarda a venire e non credo che ci sia qualcuno, che guardando nella sfera magica, possa dire quando esattamente sarà pronta e disponibile per l'utilizzo.

            E’ altrettanto innegabile che è stato fatto poco, in termini di investimenti sulla ottimizzazione dei sistemi di conversione energetica a partire da quelli più tradizionali. Basti pensare che un motore a scoppio  ha un rendimento reale di poco più del 10 %.

            Da molti anni coraggiosi ricercatori stanno studiando fonti di energia cosiddette rinnovabili come l’energia solare, eolica, geotermica e da biomasse, che se ben canalizzate e seguite in modo razionale, e con un adeguato finanziamento, potrebbero fornire risposte interessanti alla crescente domanda di energia.

 


 

 

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