FISICA/MENTE

 
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CULTURA

L’ULTIMO LIBRO DI PANSA, CONTESTATO VIOLENTEMENTE A REGGIO EMILIA, METTE IN LUCE UN METODO DI RICERCA DISCUTIBILE

Rovescismo, fase suprema del revisionismo

18/10/2006

di Angelo d'Orsi


 

La copertina del libro Il libro di Giampaolo Pansa «La grande bugia», sulle zone d’ombra della Resistenza, di cui La Stampa ha parlato il 3 ottobre, scatena polemiche. Lunedì sera, a Reggio Emilia, è stato duramente contestato: esponenti dei centri sociali hanno occupato la sala cantando Bella ciao. Hanno fatto seguito una rissa, lo sgombero della sala da parte della polizia e perfino l’evocazione di un famoso collega di Pansa: i dimostranti hanno gridato «Viva i fratelli Cervi! Viva Giorgio Bocca!». Ieri sera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso al giornalista «la sua profonda deplorazione per gli atti di violenza di cui è stato oggetto». Sull’opera di Pansa interviene criticamente lo storico Angelo d’Orsi.

Chi sospetta che le ambizioni del giornalista Pansa siano di tipo politico, può ritenersi accontentato, sia pure col beneficio del dubbio: il «caso» è diventato un problema di ordine pubblico, dopo gli insulti e le baruffe a Reggio Emilia tra giovani di sinistra che contestavano Pansa e giovani di destra che ne prendevano le parti e intervento finale della polizia.

Sarebbe tuttavia un errore isolare Pansa: ormai si deve parlare di tutta una categoria di «rovistatori» della Resistenza, che grattano il fondo del barile per vedere dove si annidi (eventualmente) il marcio, e anche se non c'è, lo si inventa, lo si amplifica, e lo si sbatte in prima pagina. Che questa operazione sia fatta senza alcun criterio storico, senza le cautele minime di qualsivoglia studioso, poco importa. Se gli autori di libri di tal fatta, vendono, troveranno editori disposti a scommettere su di loro, media pronti a parlarne (e come si fa a non parlarne?), e un pubblico via via più incuriosito.

Una categoria inesauribile
Ma anche i rovistatori della Resistenza rientrano in una categoria più ampia, che sembra inesauribile e dalla quale ci dobbiamo aspettare altre puntate, sempre più clamorose. Noi sappiamo bene che esiste una differenza essenziale tra la revisione, momento irrinunciabile del lavoro del ricercatore storico, e il revisionismo, che possiamo definire come l'ideologia e la pratica della revisione programmatica. Se l'una ha un valore eminentemente storiografico, l'altro si colloca in un ambito sostanzialmente politico: qual è infatti il compito dello storico? Quello, nobile e problematico, di accertare la verità dei fatti, sulla base dei documenti («pas de documents, pas d'histoire»: senza documenti non c'è storia, ci ha insegnato la grande tradizione metodologica francese). I documenti vanno opportunamente trattati, onde accertarne l'autenticità, la provenienza e la veridicità (esistono documenti autentici che raccontano frottole e documenti falsi che dicono verità), opportunamente «interrogati» e «sollecitati» (consiglio al riguardo ai sedicenti «storici» dalle trecentomila copie, la lettura dell'ultimo libro di Carlo Ginzburg: Il filo e le tracce), e infine interpretati. In tal modo, sulla base della scoperta di nuove fonti - documenti fino ad allora sconosciuti - o del perfezionamento di tecniche di ricerca, o dell'emergere di sensibilità nuove, si procede a quell'incessante lavoro di «revisione», che è anima del lavoro storiografico. La conoscenza che così si può raggiungere è il prodotto collettivo di individui singoli e di intere generazioni; tutti coloro che fanno ricerca possono portare i loro mattoni a questo edificio, correggendo, integrando il già costruito, o facendo salire il livello della costruzione, piano dopo piano.

Comiche rivelazioni
Ma il revisionismo vuole invece pregiudizialmente «rivedere», possibilmente in modo drastico, le conoscenze acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo appreso finora siano «bugie»: sintomatico in tal senso il titolo dell'ultimo Pansa (La grande bugia) o quello del recente pamphlet di Melograni (Le bugie della storia), nel quale apprendiamo una serie di comiche «rivelazioni» partorite tutte dalla fertile inventiva dell'autore: da Marx che «ignorava il mondo del lavoro» a Hitler che «non voleva la guerra». Con questi due esempi - non sono certo gli unici - siamo oltre il revisionismo: siamo in pieno «rovescismo». Che può essere definito come la fase suprema del revisionismo stesso. Volete assicurarvi il successo in un pubblico vasto e ingenuamente appassionato di storia? Bene. Basta prendere un fatto noto, almeno nelle sue grandi linee, un personaggio importante, un episodio che ha costituito un momento variamente epocale…

I comunisti menzogneri
Poi si afferma che tutto quello che sappiamo in merito è una menzogna, o perché fondata sulla falsità, o perché basata sull'occultamento; di solito, responsabili delle menzogne e dei nascondimenti della verità, sono «i comunisti», da Gramsci fino ai suoi pronipoti, con un particolare accanimento su Togliatti. Che viene presentato, spesso e volentieri, egli stesso come un soggetto storico su cui esercitare l'arte speciosa del rovesciamento, e come ispiratore delle trame storiografiche negatrici della verità, infine rimessa a posto dai Pansa e sodali. Dunque, se quello che si sa è menzogna, si tratta di costruire una «verità alternativa». E più si spara alto, più si allarga il bacino d'utenza. I Borboni erano illuminati, Cavour un pedofilo, Garibaldi un maniaco, i partigiani assassini…

Un filone d’oro
Quest'ultimo filone è il cavallo di battaglia di Pansa, la sua gallina dalle uova d'oro. Senza alcun rispetto per i più elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai perseguendo da anni un sistematico rovesciamento di giudizio sul '43-45. Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza editori che sollecitano libri di tal genere, libri che rovescino quello che si sa… altrimenti chi lo compra un altro libro sulla Resistenza?

Dall'alto delle loro centinaia di migliaia di copie, i rovescisti irridono agli accademici pignoli, magari «invidiosi» del loro successo, i quali (udite, udite!) vorrebbero le note a piè di pagina. Ma le note non sono altro che la possibilità offerta al lettore di verificare quello che scriviamo, se non vogliamo rimanere nel regno della fiction: chi ci legge deve poter fare il nostro stesso percorso, al limite andando a frugare negli stessi archivi dove noi abbiamo lavorato, e controllare se ci siamo inventati i documenti, o li abbiamo alterati… Per i rovescisti questa è inutile noiosaggine professorale. Dobbiamo fidarci del loro intuito, o - come Pansa procede - delle loro ricostruzioni fatte sulla base di racconti altrui, o di «travasamenti» di libri in altri libri. Così Benedetto Croce, che molti decenni or sono denunciava le «pseudostorie». Nulla di nuovo sotto il sole, in un certo senso. Per raccontare la storia non basta scrivere, perdipiù con il ricorso furbesco a un piano di comunicazione che mescola l’invenzione narrativa (se così vogliamo chiamarla) e la pretesa di «raccontare i fatti»: per tal via ogni contestazione di metodo e di merito è impossibile. L'autore ha la risposta pronta. Se lo becchi in castagna ti può sempre rispondere che la sua è «libera ricostruzione», e che non si può pretendere l'esattezza.

Vogliono solo far colpo
Il problema è che la storia, quella vera, mira precisamente alla maggiore esattezza possibile, in quanto scienza, il cui compito è avvicinarsi in uno sforzo continuo alla verità. I rovescisti vogliono fare colpo, vendere libri, far parlare di sé. E ci riescono. Quel che è grave è il risultato del loro «lavoro»: una totale perdita di significato della storia, e la nascita di una specie di senso comune nel quale c'è posto per tutti, trasformando l'arena della ricerca in un infinito talk show, una situazione in cui la ricerca diventa opinione (avete detta la vostra, ora diciamo la nostra), e tutte le opinioni hanno la medesima legittimità. Tutto viene equiparato, e le ragioni degli individui sono confuse con le ragioni delle cause per cui si battono. Norberto Bobbio ammoniva i revisionisti con una domanda rimasta senza risposta: «E se avessero vinto loro?». Se avesse prevalso il nazifascismo, insomma? Davvero la causa dei resistenti può essere equiparata a quella dei «ragazzi di Salò»? Il «sangue dei vinti»?! E quello dei partigiani? E quello degli italiani mandati al macello da Mussolini?

Con questa deriva pseudostorica, insomma, tutto si può dire, impunemente. Non concordo con la contestazione dei giovani a Pansa: i rovescisti continuino pure a scrivere quello che certi editori chiedono, ma, per favore, non chiamatela «storia».

 

 


CULTURA

IL GIORNALISTA: L’UNICA DISCUSSIONE SERIA SAREBBE CHIEDERSI COME MAI QUESTO PAESE ABBIA UN TALE RIGURGITO DI FILO-FASCISMO.

Bocca: «Ci vuole una legge come per gli armeni»

18/10/2006

di Mario Baudino

 

 

 

Giorgio Bocca Erano skinheads «di sinistra» o autorevoli storici antirevisonisti travestiti all’uopo, quelli che hanno contestato Giampaolo Pansa a Reggio Emilia al grido di «Viva Giorgio Bocca»? Erano skinheads di sinistra, pare di capire. Non c’è mistero italiano, almeno su questo punto. Ma anche lettori del grande giornalista-partigiano, che sta per pubblicare (uscirà a giorni per Feltrinelli), il nuovo libro dedicato alla Resistenza nel Cuneese, al vino, agli amici e al cibo, Le mie montagne. Gli anni della neve e del fuoco. O forse, come ci dice dalla sua casa di Milano, «qualcuno che conosceva qualcun altro che magari mi conosce». «Del resto - aggiunge Bocca - io ho scritto molti libri sulla guerra partigiana. In ogni caso non sono certo il tipo da far da bandiera». Si può facilmente immaginare una scrollata di spalle, magari uno sbuffo. Bocca non vuole entrare in polemica, soprattutto con Pansa che è diventato, negli anni, una specie di eterno antagoniosta sulla scena dei media.

«Non sono l’anti-Pansa, non mi interessa. Anzi, dirò di più: l’unica discussione seria sarebbe chiedersi come mai questo Paese abbia un tale rigurgito di filo-fascismo. Per il resto, non c’è niente da discutere. Non c’è stata una Vandea e non c’è stata nessuna Grande Bugia». Bocca è semmai vagamente inquieto per un’altra cosa: che il suo nuovo libro venga interpretato come una risposta all’avversario. «Invece io voglio solo raccontare la guerra partigiana, che è stata l’ultima guerra risorgimentale e appartiene a un periodo ormai finito. La Patria non interessa più a nessuno, basta porre attenzione ai politici che siedono in Parlamento». E’ anche amareggiato. Deluso. Arrabbiato, sembra. «Ma che razza di democrazia è questa, dove ci sono dei democratici che prendono le parti di Pansa?».

Non pensa che comunque abbia il diritto che i fatti da lui proposti, e le sue interpretazioni, vengano discusse con serenità? La risposta è in crescendo: «Sì, come quelli che negano l’Olocausto, o la strage degli armeni. Io sono d’accordo coi francesi, robe simili vanno proibite per legge. Chi contesta la Resistenza in Italia nelle sue linee generali è uno che nega la verità, la realtà. Nega l’unica guerra dove i combattenti erano dei volontari. Nega persino l’apporto della popolazione: ma come si fa. E anche il sangue dei vinti, se vogliamo essere precisi...». Non è stato sparso? «Va ridimensionato. Ci sono stati molti delitti, molte uccisioni per fini personali. I delinquenti sfruttavano la situazione per ammazzare e rapinare, ma una cosa erano i delinquenti, un’altra i partigiani. Vuole un esempio?» Pronti. «Nel mio nuovo libro racconto come scendemmo a Busca, un piccole centro vicino a Cuneo, per attaccare la compagnia anticarri della divisione Littorio. Bene, non appena si alzarono le fiamme nella loro caserma, vidi ombre che si aggiravano: era gente del posto che grazie alla confusione cercava di razziare qualcosa, di far bottino».

Che cos’altro racconta in Le mie montagne? «I personaggi, per esempio Duccio Galimberti, per chiedermi che tipo fosse. Non era facilmente comprensibile. O Livio Bianco e i langaroli e i montanari». Magari qualcuno lo tira anche giù dal piedestallo. Fa del revisionismo? «No, faccio cronaca. Ma che tiene conto della situazione». D’accordo. Però se le capitasse in casa uno di quegli skinheads di Reggio Emilia, di cui è diventato l’eroe, come reagirebbe? «Mi metto a ridere, cosa vuole che faccia. Non è che non sia abituato a situazioni un po’ così. Nel ‘68 all’Università di Bologna entrai in un’assemblea dove mi cantarono: “Lotta Continua non si tocca, ammazziamo Giorgio Bocca”».


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