FISICA/MENTE

 

 

 

LA GLOBALIZZAZIONE DELLE TRIBÙ

 

 

di Paolo Sensini

 

Apparso in «Collegamenti Wobbly», n. 9, gennaio-giugno 2006, pp. 136-146

 

 

Quanto più gli uomini hanno paura gli

uni degli altri e tanto più ricorrono alle

catene di ferro, a regolamenti coercitivi

d’una ferocia sempre più grande. È nelle

età oscure della storia che il diritto mantiene

l’ordine codificando il terrore.

 

Guglielmo Ferrero, Ricostruzione. Talleyrand a Vienna (1814-1815)[1].

 

 

 

I

 

 

 

         Viviamo in un’epoca piena di paradossi. Uno tra i più evidente dei quali, lo vediamo sempre meglio ogni giorno di più, è l’inarrestabile processo di ripiegamento su scala locale delle nostre «società avanzate».

In questo contesto, dunque, il brulicare di micro patrie immaginarie, neo-fondamentalismi identitari, campanilismi esasperati, revanscismi, diritti ancestrali, comunità etniche o tribali rappresentano alcune delle tipologie maggiormente visibili che vanno connotando sempre più il tessuto sociale e politico del nostro tempo. E ciò proprio nel momento in cui, paradosso nel paradosso, ogni autentico legame sociale o conoscenza storica che potesse eventualmente giustificare anche alla lontana un simile rinculo sono venute meno, schiacciati come siamo in questa plumbea dimensione di «eterno presente».

Eppure, se fosse vero quello che viene continuamente ripetuto a destra e a manca a proposito della cosiddetta «globalizzazione neo-liberista», le cose dovrebbero andare in maniera esattamente opposta, come già aveva preconizzato il vecchio Marx più di un secolo e mezzo fa, quando analizzava l’impatto del modo di produzione capitalistico sul complesso delle comunità tradizionali. Ma le cose, nonostante il tanto declamato neo-liberismo imperante, sembrano tuttavia andare assai differentemente. Segno che qualcosa di molto diverso è intervenuto nel frattempo, e che forse varrebbe la pena al più presto indagare visto il piano inclinato su cui sta rapidamente scivolando il mondo presente.

In realtà, a ben guardare, quello appena menzionato sembra essere un paradosso solo apparente, che un chercheur salarié in fregola di neologismi ha provato a evocare con l’iperbolico termine di «glocale». Una sorta di sincretismo lessicale che dovrebbe assumere concettualmente la contemporanea appartenenza allo spazio della mondializzazione e a quello della comunità locale. «Globale» e «locale», dunque, la cui ricombinazione sintetica darebbe vita ad un tertium: il «glocale», appunto[2].

Tuttavia, dietro questa rutilante immagine ad effetto, ben poco di analiticamente rilevante ci è dato scorgere. In buona sostanza si tratta di una di quella numerosa messe di paralogismi che, in un’epoca in cui i criteri conoscitivi tesi a una verace comprensione dell’esistente diventano sempre più labili ed evanescenti, fungono da assi pigliatutto dietro cui si cela il vuoto pneumatico insufflatogli da qualche apprendista stregone di regime.

Nelle considerazioni che seguiranno proveremo dunque a riepilogare succintamente le principali fasi che hanno marcato lo sviluppo del mondo contemporaneo e poi, su questa base, ad abbozzare una possibile chiave di lettura per tentare di decrittare una realtà sempre più complessa e contraddittoria come quella attuale.

 

 

 

II

 

 

 

Per non girare troppo intorno alla questione e venire subito al punto, credo bisognerà concentrarsi su uno dei miti più radicati nel dibattito d’oggi. Mi riferisco, ovviamente, al già menzionato «neo-liberismo globalizzatore», il quale, secondo la maggior parte degli osservatori d’oggi, costituisce il filo conduttore che ispirerebbe la quasi totalità delle politiche governative degli Stati occidentali. E non solamente di questi ultimi, ma anche di molti «paesi in via di sviluppo» che avrebbero sposato nel corso degli ultimi anni questo modus operandi. Parliamo dunque di una categoria ormai consolidata nel mainstream attuale, la cui pertinenza euristica viene sostanzialmente condivisa sia dalla «classe politica» sia da coloro che se ne dichiarano a parole suoi avversari. Al punto da essere diventata, nel corso di questi ultimi anni, una sorta di grimaldello concettuale da sfoderare nei più variegati contesti.

Vediamo più da vicino di che si tratta. La locuzione indicante una fase di «nuovo liberismo» vorrebbe significare, nell’intenzione dei suoi corifei, la ripresa in grande stile delle politiche «liberali» che hanno contraddistinto l’azione di governo di alcuni paesi occidentali nelle ultime decadi dell’Ottocento. Ma già qui, se ci atteniamo con rigore alle precise sequenze storiche, sorgono i primi inconvenienti. È noto, infatti, «quanto poco la borghesia di quell’epoca avesse ambìto all’esercizio del potere politico, come cioè si fosse accontentata di qualsiasi tipo di governo purché le desse garanzie di proteggere la “proprietà” […]. E questa falsa modestia aveva avuto la curiosa conseguenza di tenere i suoi membri fuori dal corpo politico»[3]. In altre parole, la borghesia si accontentava della propria preminenza in campo economico senza aspirare al dominio politico tout court. Essa «si era infatti sviluppata di pari passo con lo Stato nazionale, nel suo ambito; e per principio questo rimaneva al di sopra di una società chiusa in classi, la governava. Anche dopo essersi affermata come classe dominante, essa gli aveva lasciato le decisioni politiche»[4].

Parliamo dunque di una realtà in cui la «cosa pubblica», all’apogeo della cosiddetta epoca liberale, era gestita da funzionarî pubblici dediti per lo più a un limitato ventaglio di mansioni amministrative, mentre il potere economico, cioè l’ambito in cui risiedeva il vero baricentro del potere sociale, era libero da qualsivoglia ingerenza o traffico di carattere politico. La sfera propriamente economica non era dunque soggetta ad alcuna restrizione da parte dei «pubblici poteri», i quali dovevano occuparsi unicamente dell’intangibilità della «proprietà privata».

Poi, gradualmente, iniziò l’epoca in cui si crearono i primi monopoli industriali, di cui si possono fissare alcuni periodi fondamentali: quello precedente al 1860 può infatti essere considerato come la preistoria del capitalismo monopolizzatore, mentre negli anni tra il ’60 e il ’70 comparvero le prime forme nettamente monopolistiche, pur restando, questo periodo, la Golden Age della libera concorrenza. La grande crisi del 1873 e la lunga depressione che la seguì, facilitarono l’accentramento del capitale con l’assorbimento delle imprese più deboli. Ebbe allora inizio, fino al termine del secolo, un periodo in cui, all’interno di tutti i paese capitalistici progrediti, si andarono formando nuovi monopoli che finirono col dominare l’insieme della produzione. Agli inizi del XX secolo, i monopoli rappresentarono infatti la forma preponderante nell’industria. E dopo la crisi del 1903, i Trust e i Cartelli costituivano le basi principali dell’intera vita economica[5].

Il capitalismo si accingeva così a trasformarsi in imperialismo, che va considerato come la prima fase del potere politico della borghesia, anziché l’ultimo stadio del capitalismo. Da questo momento in poi iniziò un processo di metamorfosi di tutte quelle istituzioni che, per un certo periodo di anni, avevano incarnato l’essenza stessa dello «Stato liberale». Quelle stesse istituzioni che erano servite da sfondo per le teorizzazioni di pensatori come Locke, Montesquieu e Constant. Era cioè iniziata l’epoca, per dirla con le parole di Cecil Rhodes, in cui «l’espansionismo è tutto», il quale si rammaricava «al vedere ogni notte in cielo le stelle, questi vasti mondi che non si possono mai raggiungere. Annetterei anche i pianeti, se potessi»[6]. Affermazione, questa, che sintetizza esemplarmente lo spirito della classe dominante dell’epoca oltreché marcare la difformità intrinseca da quella precedente.

Il capitalismo della libera concorrenza, liberoscambista, quello del Laissez-faire, laissez-passer, non credeva infatti all’importanza delle conquiste coloniali. O meglio, non ne sentiva l’impellenza. Il capitalismo dei monopoli, invece, conduceva fatalmente alle conquiste e alle annessioni coloniali, anche se è bene specificare che il colonialismo dell’epoca imperialista è profondamente diverso dall’espansione coloniale avvenuta nei periodi storici precedenti. In altri termini, la politica «del capitale monopolistico e finanziario perseguiva tre scopi: 1) un’area economica la più vasta possibile; 2) chiudere quest’area economica entro barriere doganali per difenderla dalla concorrenza estera, e quindi – 3) – fare di essa una zona di sfruttamento esclusivo dell’unione monopolistica nazionale»[7]. Così, accanto all’internazionalizzazione del capitale, si svolgeva un processo gravido d’importantissime conseguenze, cioè il collegamento «nazionale del capitale, la sua nazionalizzazione»[8].

Il capitale finanziario aveva cioè bisogno di uno Stato politicamente forte che, nei suoi atti di politica commerciale, non fosse costretto ad usare alcun riguardo verso gli opposti interessi degli altri Stati. «La politica mondiale è per una nazione quel che la megalomania è per l’individuo»[9], disse Eugen Richter, il capo del Freisinnige Volkspartei (Partito popolare liberale tedesco) riferendosi a questo fenomeno. Così, l’ideale borghese della «libertà di scambio dileguava e, al posto dell’umanitarismo, subentrava l’esaltazione della grandezza e della potenza dello Stato»[10]. È a questo punto che l’«economia nazionale» si trasformò in «un solo gigantesco trust combinato, azionisti del quale erano i gruppi finanziari e lo Stato»[11].

Il culmine di questa fase, com’è noto, si ebbe con la Prima Guerra Mondiale, che introdusse anche, in virtù della necessaria centralizzazione bellica a cui lo Stato dovette ottemperare, un nuovo modus relationandi tra la sfera politica e il mondo economico. Da questo punto di vista il problema centrale del dopoguerra consistette allora nella ridefinizione del rapporto tra il potere dello Stato e la società. E il mezzo fu l’assoggettamento dell’economia al potere di cui disponeva lo Stato: «A misura che si compì quest’assoggettamento – scriveva Rudolf Hilferding – lo Stato diventava totalitario; e la misura di quest’assoggettamento diventava il gradimetro della totalità e costituiva la differenza fra i singoli Stati totalitari»[12].

 

 

 

III

 

 

 

Poi, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, con l’arrivo al potere e il consolidamento di regimi come quello fascista e nazionalsocialista da un lato, e quello del Collettivismo Burocratico russo dall’altro, si impostò compiutamente una nuova fase in cui politica ed economia, differentemente dal grado e dall’intensità in cui ciò era avvenuto fino a qualche decennio prima, passarono stabilmente nelle mani degli homines novi che si erano impadroniti del potere statale. A questo punto, però, tutti i «pesi e contrappesi» codificati istituzionalmente dallo Stato liberale volarono letteralmente in pezzi. Tanto che uno di questi homines, anzi proprio colui che si era posto risolutamente come il duce di quest’arrembaggio al «cuore dello Stato», il cavalier Benito Mussolini, così sintetizzava plasticamente la Stimmung dell’epoca: «Bisogna finirla con le vecchie idee del capitalismo liberale!»[13]. Il che non voleva dire, evidentemente, inaugurare un’epoca di libertà, al contrario. Ma piuttosto iniziare un esperimento di governo totalitario della società dalle caratteristiche inedite e dagli esiti malcerti, per il semplice motivo che i paesi che avevano intrapreso questa rotta si muovevano, per così dire, in mare aperto.

A partire dal 1927, a fascismo ormai assestato e dopo avere gradualmente ma inarrestabilmente mutato l’indirizzo di politica economica del suo governo, Mussolini aveva affermato il celebre principio secondo il quale «per il fascista tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In questo senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo […]. Per il fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo […]. Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d’imperio»[14].

Dalla seconda metà degli anni Venti iniziò infatti a fiorire tutta una legislazione in materia economica e sociale che si concretò, come prima ma imprescindibile tappa, nella costituzione delle Corporazioni (politica ufficialmente varata con la legge del 5 febbraio 1934), vale a dire il primo massiccio e sistematico intervento dello Stato nella vita economica nazionale[15]. Una situazione, questa, che trovò subito molti estimatori in giro per il mondo, proprio nel momento in cui il crack finanziario dell’ottobre 1929 di Wall Street stava producendo i suoi più devastanti effetti sociali; tra questi estimatori va annoverato anche il presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt[16].

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la disfatta politico-militare dell’Italia e della Germania, in Europa si ebbe un cambiamento dei regimi politici totalitari di questi due paesi, l’allargamento della platea partitico-istituzionale e il ripristino di una serie di libertà civili totalmente conculcate dai passati governi. Si ebbe però anche una sostanziale continuità nella gestione socioeconomica della «cosa pubblica», quantomeno nel nostro paese, che non a caso lasciò immutata la struttura dei grandi «carrozzoni» industrial-finanziari congegnati e resi operativi durante gli anni Trenta del XX secolo. Anzi, questo tipo di trend andò addirittura implementandosi nel corso degli anni con le politiche keynesiane messe in campo prima dai governi di «centro» e poi di «centro-sinistra», al punto che il settore controllato direttamente o indirettamente dallo Stato arrivò addirittura ad assorbire oltre il 60% dell’economia nazionale[17].

Difficile dunque parlare di «Stato liberale» in un contesto siffatto[18], anche perché la quasi totalità della «classe politica» chiamata a guidare il paese fin dalle prime fasi della storia repubblicana si era formata culturalmente proprio sotto il passato regime fascista, oppure era una diretta emanazione politica dell’allora «antagonista» sovietico, che in quanto a dirigismo politico-economico poteva tranquillamente erigersi a ideal-tipo su scala globale.

 

 

 

IV

 

 

 

Come si deduce da questa breve panoramica, i dati di fondo che emergono dalla situazione testé descritta differiscono profondamente da quelli che abbiamo visto a proposito dell’originario contesto «liberista». Anzi, per molti versi si può dire che sono addirittura contrari ad esso, giacché sia la struttura vera e propria dello Stato quanto i rapporti di forza endogeni alla società erano organizzati in tutt’altra maniera. La sede vera e propria del potere, nel contesto sociopolitico della belle époque, non era infatti ubicata nell’apparato statale, ma era invece di pertinenza dei capitalisti, che, come abbiamo visto, si occupavano pressoché unicamente dei loro affari economici tenendosi lontani dai maneggi dell’organismo pubblico e lasciandone il loro disbrigo ai funzionarî preposti.

Può esser senz’altro vero che vi sia stata nel corso degli ultimi anni una modificazione delle relazioni tra la sfera economica e quella politica, ma è davvero difficile immaginare un potere statale che, avendo concentrato nelle proprie mani in quest’arco di tempo simili prerogative, decida poi di punto in bianco di disfarsene. O, per essere più precisi, una cosa del genere non la si è mai vista nel corso della storia, eccezion fatta per eventi traumatici, come ad esempio una guerra, che avessero espropriato i detentori del potere, ma non sembra questo il caso. In altre parole non si capisce il perché, visto che coloro che dipingono la situazione attuale come neo-liberista sostengono esattamente questo, i titolari della res publica (o res privata?) abbiano a un dato momento deciso di tagliare per così dire il ramo su cui stavano appoggiati, cedendo porzioni così importanti dell’industria nazionale di loro spettanza.

Ma è davvero andata così? Lo Stato si è realmente sbarazzato dei suoi «gioielli di famiglia» per un piatto di lenticchie, come si è sostenuto e si continua a sostenere da più parti? Oppure è successo qualcosa di diverso nella dialettica di potere interna agli Stati?

A me pare realistica la seguente tesi: cioè quella di una ridefinizione della «natura sociale» dei rapporti di potere sia all’interno di ogni specifico territorio che a livello internazionale. Nei più recenti deliberati di programmazione economica e finanziaria «è stata infatti inserita la cosiddetta Poison Pill, ovvero la pillola avvelenata» che mantiene saldamente nelle mani del governo le decisioni fondamentali in materia di politica economica. Basti solo pensare, tanto per fare un esempio recente, al progetto denominato tav spa, un complicato gioco di scatole cinesi che fa capo alla Cassa Depositi e Prestiti, vale a dire allo Stato[19]. «Che cos’è la Poison Pill se non una versione aggiornata della Golden Share?»[20], si chiedeva Guido Rossi, padre dell’Antitrust italiano e uno dei massimi esperti di diritto societario. E, com’è stato dimostrato chiaramente da studi recenti, nelle ultime legislature le politiche economiche, fiscali e finanziarie dei due Poli sono state pressoché simili sul piano temporale e dei contenuti[21]. Il che ha concretamente significato, al di là delle appartenenze politiche e degli schieramenti avvicendatisi via via al potere, che «in qualche modo i monopoli pubblici si sono trasformati in monopoli privati»[22]. «Monopoli privati» che però godono degli stessi privilegi e della stessa legittimazione istituzionale un tempo prerogativa di quelli pubblici, senza però dover più render conto a nessuno del proprio insindacabile operato. Insomma, una sorta di nuova «Corporatocrazia» che ha riconfigurato la mappa dei potentati economico-politico-militari odierni. Ed è proprio qui, in questo snodo fondamentale, che risiede la trasformazione economica più rilevante del momento, in seguito recepita in sede istituzionale e codificata in quei papocchi giurisdizionali senza capo né coda sfornati negli ultimi anni.

Che cosa rappresentano, infatti, figure come Berlusconi, Prodi, De Benedetti, Montezemolo, Soru, Illy, Della Valle, Tronchetti Provera, Benetton, ecc. ecc. se non burocrati moderni – nel senso rizziano del termine[23] – che hanno smesso da tempo di «imprendere» per costituirsi «monopoli privati» da cui ricavano servizî, tariffe, bollette e pedaggi senza rischi e senza concorrenza? Ecco il punto. Una simile metamorfosi sociopolitica incarnata da tali campioni di «neo-liberismo all’amatriciana» non ha infatti nulla a che vedere con una riproposizione, sia pure rivisitata e corretta, dell’edificio liberal-liberista. Ma pare piuttosto riportare in auge un’architettura di potere ormai superata da svariati secoli, che uno dei più blasonati opinion leader del nostro paese ha tratteggiato così: «Il sistema attuale non è né moderno né postmoderno, ma semplicemente e regressivamente feudale. Un re e uno stuolo di vassalli e di valvassori; i titolari dei feudi sono padroni in casa propria, il re ne riceve l’omaggio e la fedeltà, l’ospitalità nei castelli, l’investitura a regnare e assume in contropartita l’impegno di difendere le prerogative feudali e il sistema che la legittima»[24].

 

 

 

V

 

 

 

Da diversi anni, in svariate parti del mondo, vediamo infatti prendere piede nuove forme di gestione della cosa pubblica che non sono più parametrabili secondo tradizionali e ormai obsolete categorie come «pubblico-privato» o «destra-centro-sinistra». Queste ultime, se le guardiamo con occhio disincantato, rappresentano infatti null’altro che un escamotage per tenere in vita spettacolarmente un dibattito che, in assenza di un ossessivo e sistematico martellamento mass-mediatico, svelerebbero subito il trucco dietro il quale si cela lo stato comatoso della democrazia nella sua fase terminale. Ma si sa, the show must go on

Vediamo ora nel dettaglio, per verificare effettivamente quanto sostenuto fino ad ora, un caso concreto delle tanto conclamate «privatizzazioni», le quali dovrebbero costituire, secondo molti osservatori (oltre naturalmente ai sostenitori), l’architrave e la garanzia ultima dell’edificio neo-liberista attuale. Dopodiché proveremo a giudicare se questo genere di prassi depone a favore di una tale tesi oppure rimanda a scenari di ben altro genere.

Che cosa intende, tanto per iniziare subito con uno dei campioni di queste politiche, il «governatore a vita» della Regione Lombardia Roberto Formigoni quando sostiene «il privato»? Prendiamo ad esempio una delle più geniali «privatizzazioni» di questo novello Signore in pectore: Lombardia Infrastrutture. Si tratta di una colossale società per azioni, a cui sono in via di conferimento tutti i beni immobili della Regione. Cioè Ospedali, Ferrovie Nord, case popolari, vaste aree, migliaia di edifici. Insomma, un patrimonio di migliaia di miliardi delle vecchie lire. A quale scopo questa privatizzazione? Vediamolo. Lombardia Infrastrutture è una spa, un’impresa privata. Il che significa che può vendere qualunque bene immobile «pubblico» senza aste, senza bando, senza competizione e senza controllo pubblico. Basta una firma del consiglio d’amministrazione, e la ditta è libera di cedere questi immobili, pagati dai contribuenti, a chi vuole lei e al prezzo che le pare e piace. Un giorno perciò si potrebbe scoprire che un padiglione di qualche importante ospedale è stato ceduto a un «privato», che ci apre una sua clinica privata e convenzionata con l’amica Regione. O che le Ferrovie Nord, o le appetibili aree prospicenti le sue linee, ad esempio, sono state vendute a un’immobiliare che ci costruisce sopra quel che vuole. E senza che nessuno possa eccepire alcunché, anche se magari la vendita è stata fatta per un boccone di pane.

Ma siccome del «Governatore» si conoscono bene gli ambienti di riferimento, si possono agevolmente indovinare quali saranno le fortunate imprese private che potranno comprare, senza concorrenti e senza aste pubbliche, il patrimonio immobiliare. Prospera infatti in Lombardia la ciellina Compagnia delle Opere: una galassia di trentamila imprese, con un fatturato di 74 miliardi di euro, ognuna delle quali paga alla Compagnia delle Opere una quota di 450 euro l’anno per avere l’onore di farne parte. Ma naturalmente l’onore ha anche vantaggi pratici. Nell’industriosa Lombardia, dove moltissimi imprenditori si dibattono da tempo in serissime difficoltà economiche, la più grande impresa rimasta è la Regione. E siccome la Compagnia delle Opere è vicina al cuore del governatore, far parte della «Compagnia» aiuta a ottenere contratti e commesse dalla Regione. Ogni volta che Formigoni ha proclamato qualche privatizzazione, l’effetto è stato lo stesso: ampliare i margini di discrezionalità con cui la Regione può assegnare il denaro del pubblico erario a chi le pare, e alle condizioni che più le aggradano. La prima privatizzazione è stata quella dei direttori generali. Un tempo, questi dirigenti pubblici erano di carriera pubblica e dunque inamovibili. Oggi sono sotto contratto «privato», e, come manager aziendali, possono essere licenziati dopo cinque anni. Logico che per essere riconfermati devono obbedire ciecamente al direttore generale della Regione, che è l’onnipotente Nicola Sanese, ciellino e braccio destro di Formigoni. Così devono chiudere gli occhi su come sono aggiudicati appalti e contratti. Altrimenti il direttore generale li sbatte fuori seduta stante.

Prendiamo ancora la Sanità: un fiume di denaro, i tre quarti del quale erogato dalla Regione. Nel decidere a quali ditte affidare il compito di lavare le lenzuola o fornire i pasti, il margine di discrezionalità è vastissimo. E nessuno può controllare se il denaro che la ditta premiata riceve «dagli uomini del Presidente» è congruo al numero di lenzuola lavato o ai pasti forniti. Quanto a scegliere la ditta che fornisce garze, siringhe e tutta l’attrezzatura tecnica, è compito che spetta al primario, a suo insindacabile giudizio: il quale potrà magari scegliere, «in piena autonomia», una ditta socia della Compagnia delle Opere, visto che anche per diventare primari occorre essere ciellini doc, o almeno amici loro. E così per la gestione Fiere, un’altra grossa fonte di spesa regionale. A quali imprese «private» vanno di preferenza incarichi e appalti? Si può solo dire che appartenere alla Compagnia delle Opere dà un aiutino, visto che il ciellino Antonio Intiglietta è il padrone della GeFi (Gestione Fiere), altra società «privata» che nel settore fa il bello e cattivo tempo.

E il business della formazione e avviamento al lavoro, un affare da cinquemila miliardi di vecchie lire di soli fondi europei? Qui a fare tutto è l’Agenzia regionale del Lavoro, ente pubblico diretto da un ciellino; e naturalmente la Compagnia delle Opere può offrirle tutta una nebulosa di aziende sue socie che, guarda caso, sono nate come funghi proprio per «fare corsi di formazione» e «avviare al lavoro». Vogliamo poi parlare delle case di riposo e degli asili? Ma questo è il campo del «sociale», la specialità dei cattolici: una torma di cooperative della Compagnia, ditte «private» ovviamente, sono pronte a offrire i loro servigi al pubblico, e a intercettare le relative prebende regionali.

Opposizione a questo sistema? Neanche a parlarne. Anche perché, nell’edificare questo mirabile «sistema di mercato in cui sopravvivono solo i migliori soggetti imprenditoriali», il governatore a vita Formigoni ha avuto il tempo di cointeressare agli affari anche le Coop rosse. La Lega delle Cooperative e la Compagnia delle Opere sono infatti socie nell’impresa Obiettivo Lavoro, la terza società di collocamento interinale, tanto per dirne una. Naturalmente dal suo partito di riferimento il governatore riceve tutto il supporto possibile, visto che il capogruppo di Forza Italia in giunta regionale, Guido Boscagli, è addirittura cognato di Formigoni, avendone sposato la sorella.

«Il mio grande progetto riformista», ha sentenziato Formigoni riferendosi al modello di gestione economica che egli ha favorito nel «suo» territorio, «potrà cambiare non solo la nostra Regione, ma tutta l’Italia». Ed ha chiarito: è un progetto «non ideologico, non appiattibile su un solo schieramento», il che equivale a una strizzatina d’occhio a tutto il caravanserraglio politico per «lavorare insieme».

 

 

 

VI

 

 

 

A questo punto vien da chiedersi se una simile direzione della «cosa pubblica» attraverso amici e parenti, se la «privatizzazione» di interi settori del patrimonio collettivo in maniera tale da evitare concorsi pubblici e controlli aumentandone al contempo i margini di discrezionalità della spesa, abbiano qualcosa a che spartire con un contesto neo-liberista o evochino invece alla mente la concessione di «Favori» in auge nell’epoca feudale. Non pare infatti che le tanto strombazzate «regole di mercato», per ciò che si è visto, abbiano qualche ruole nell’assegnazione di questa o quell’attività economica. E ciò è riconosciuto anche da un vecchio barbogio della sinistra para-istituzionale, il quale è costretto, di fronte all’evidenza dei fatti, ad ammettere che quando sente «parlare di mercato, il tanto decantato “libero mercato di concorrenza perfetta”, ho immediatamente l’impressione di sentire parlare di residui archeologici di civiltà scomparse. Quel mercato non c’è più ed esservi a favore o contro è solo una mistificazione o un autoinganno. L’emergere di leggi antitrust e di autorità antitrust è solo la conferma del tramonto del mercato, della concorrenza e anche dei decotti animal spirits. Dunque essere a favore o contro il “libero mercato” è solo un non senso, una fuga della realtà presente [...]. Oggi, e non solo da oggi, lo scontro è tutto politico»[25].

Quello che sembra più plausibile, per ciò che ci è dato osservare, è il tentativo di assecondare e favorire delle modalità di relazioni sociopolitiche che riportano al centro della scena contemporanea rapporti di produzione di stampo marcatamente feudale. Solo che non conoscendo più la trama della storia passata, si continua a gabellare la situazione odierna con formule che non hanno più alcuna cogenza col mondo reale. E da questo punto di vista è del tutto ininfluente che tra la nostra epoca e quella feudale vi sia un forte gap tecnologico. Non è infatti il dato tecnico (o tecnologico che dir si voglia) ad essere determinante, ma i rapporti economici che improntano di sé l’intero vivere sociale.

In altre parole, sopravvive o avanza nella scala sociale solo chi fa parte a pieno titolo di una determinata tribù e ad essa sa rimanere fedele, costi quel che costi. È a queste condizioni che si continua a rimanere «nel giro». Perdere questo tipo di ancoraggio vorrebbe dunque dire essere ributtati nel mare aperto dell’anonimato sociale senza più qualsivoglia genere di tutela. Per questo motivo vediamo riapparire sul proscenio della storia tutti i generi possibili e immaginabili di comunitarismo. Da quelli etnici a quelli religiosi, in un’infinita panoplìa di sfumature…

Un’altra caratteristica di questa situazione è che non contano più le abilità personali: ciò che viene richiesto è principalmente l’accettazione e la fedeltà alle regole della propria tribù, visto che tutte le altre sono considerate ostili. E così a salire fino al vertice della piramide. Si potrà quindi essere dei perfetti inetti in ogni genere di attività, ma seguendo fedelmente le disposizioni impartite si sarà omaggiati potendo continuare a far parte del clan.

Sarebbe riduttivo, a questo punto, voler circoscrivere tale modalità di governo alla sola Italia. In realtà, il meccanismo che abbiamo potuto riscontrare in una singola regione lo si vede già operante, con gradazioni diverse, su gran parte del territorio nazionale e internazionale. Poco importa dunque che ciò avvenga con metodi «legali» o «illegali»: quello che conta è il risultato finale. E anche sul piano internazionale questo genere di relazioni rappresenta ormai la prassi consolidata con cui si regolano i contenziosi tra i vari soggetti istituzionali.

Quello che per esempio è emerso nel paese più all’avanguardia in questo genere di pratiche, ovverosia gli Stati Uniti d’America, è un sistema in cui i membri passano spesso e volentieri dai consigli di amministrazione delle aziende agli incarichi di governo. In altre parole, un modello «corporatocratico» che ha creato una simbiosi ormai irreversibile tra governi, multinazionali e organizzazioni internazionali. Sistema che è riuscito nel corso degli anni, valendosi di un dispositivo spettacolare fino ad ora ineguagliato, a imporre un genere di relazioni che un sicario dell’economia ha definito così: «Il nostro compito consiste soprattutto nel convincere i governanti mondiali a entrare a far parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Alla fine questi leader restano intrappolati in una trama di debiti che ci garantisce la loro fedeltà. Possiamo dunque fare affidamento su di loro in qualunque occasione, per soddisfare le nostre esigenze politiche, economiche o militari»[26]. E cos’altro è questo se non precisamente un’architettura di potere feudale elevata su scala planetaria?

 Verrebbe quasi da dire che questo scenario inizia già a produrre giurisprudenza a livello globale, se non fosse che quello a cui assistiamo quotidianamente non ha più nulla a che fare con il diritto, o almeno con ciò che eravamo abituati a definire come tale, ma è invece solamente il diritto della forza. A cui si aggiunge anche il fatto, come ha sentenziato tempo fa il grottesco presidente degli Stati Uniti d’America, che il suo «compito non è solo quello del Comandante in capo, ma anche quello di Educatore in capo»[27]. Un’educatore in capo che è stato capace di ammansire in modo talmente persuasivo i cittadini del suo paese, e non solo loro, fino a ridurli al «branco di animali timidi e laboriosi» di cui parla Tocqueville. E che a forza di esportare la democrazia in giro per il mondo non ne ha conservata nemmeno un’oncia per il proprio paese.

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[1] G. Ferrero, Ricostruzione. Talleyrand a Vienna (1814-1815), Corbaccio, Milano, 1999, p. 396.

[2] La mirabolante trovata, in questo caso, è attribuibile al sociologo Aldo Bonomi: cfr. Id., Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, pp. 24-26.

[3] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano, 1989, p. 193.

[4] Ibid., p. 172.

[5] Cfr. Ernest L. Bogart, Storia economica dell’Europa (1760-1939), Utet, Torino, 1953, pp. 469-90.

[6] Citato da Sarah Gertrude Millin, Rhodes, Chatto & Windus, London, 1933, p. 138.

[7] Rudolf Hilferding, Il capitale finanziario, Feltrinelli, Milano, 1961, p. 428.

[8] Nikolaj I. Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo, Samonà e Savelli, Roma, 1966, p. 192.

[9] Citato da Ernst Haase, Deutsche Welpolitik, opuscolo dell’Alldeutscher Verband, n. 5 (1897), p. 1.

[10] Hilferding, Il capitale finanziario, cit., p. 441.

[11] Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo, cit., p. 253.

[12] R. Hilferding, Il problema storico, Opere Nuove, Roma, 1958, pp. 9-10.

[13] Questa «scultorea affermazione» venne annotata sul suo block-notes da Henri De Kerillis, inviato speciale dell’«Écho de Paris», cui Mussolini aveva concesso un’intervista poi pubblicata su «Il Popolo d’Italia» l’8 ottobre 1933 (ora in Opera Omnia di Benito Mussolini, 36 voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La Fenice, Firenze, 1951-1963, vol. XXVI, p. 67).

[14] B. Mussolini, «voce»: Fascismo, in Enciclopedia italiana, 35 voll., Roma, 1929-1936, vol. XIV, pp. 847-851.

[15] Il sistema Corporativo fu preannunciato dalle sedute del Gran Consiglio degli anni 1925-1926, fissato nella legge del 3 aprile 1926 (n. 563) sulla disciplina giuridica dell’organizzazione sindacale e dei rapporti collettivi di lavoro con relative norme di attuazione contenute nel Regio Decreto del 1° luglio 1926 (n. 1130), e coronato il 21 aprile 1927 con l’approvazione della Carta del Lavoro che, pur non avendo natura legislativa, costituiva lo statuto politico-giuridico dei produttori nella società nazionale italiana. Il 5 febbraio 1934 vennero istituite 22 corporazioni ognuna delle quali inquadrava datori di lavoro e lavoratori.

[16] Cfr. William Edward Leuchtenburg, Roosevelt e il New Deal: 1932-1940, Laterza, Bari, 1976; Basil Rauch, The History of the New Deal, 1933-1938, Capricorn, New York, 1963. Per un raffronto tra il Corporativismo fascista e il New Deal si veda Maurizio Vaudagna, New Deal e corporativismo nelle riviste politiche ed economiche italiane, Marsilio, Venezia, 1976

[17] Cfr. Gino Zappa, Gestione economica e indirizzo politico nelle imprese pubbliche: il caso dell’IRI, in «Quest’Italia», nn. 120-121, aprile 1968, pp. 120-32. Un’altra documentata analisi storico-economica delle fasi di sviluppo dell’impresa pubblica italiana è in Giuseppe Petrilli, Lo Stato imprenditore, Cappelli, Bologna, 1967, pp. 48-62.

[18] Cfr. Bruno Amoroso e Ole Jess Olsen, Lo Stato imprenditore, Laterza, Bari, 1978.

[19] Questo progetto, nato una quindicina di anni fa dalla fervida fantasia dell’allora ministro del Bilancio Cirino Pomicino e perfezionato poi dal governo Berlusconi sotto il nome di «project financing», ha come unico scopo quello di permettere allo Stato di contrarre enormi debiti, senza però doverli iscrivere nel proprio Bilancio, evitando così che essi incidano sui parametri del Patto Europeo di stabilità. I privati esistono veramente, ma rivestono il ruolo di «general contractor», il che rappresenta un’autentica foglia di fico dello Stato.

[20] Cfr. I furbetti del Capitale, intervista di Bruno Perini a Guido Rossi, in «il manifesto», 3 marzo 2006, p. 6.

[21] Cfr. Luca Ricolfi, Dossier Italia. A che punto è il «Contratto con gli italiani», Il Mulino, Bologna, 2005.

[22] Cfr. I furbetti del Capitale, intervista di Bruno Perini a Guido Rossi, cit.

[23] A tale proposito si vedano i seguenti scritti di Bruno Rizzi: La burocratizzazione del mondo, Edizioni Colibrì, Milano, 2002; La rovina antica e l’età feudale, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2006.

[24] Eugenio Scalfari, L’Italia l’è malada, in «la Repubblica», 22 maggio 2005, p. 27.

[25] Cfr. Valentino Parlato, Se a declinare è il mercato, in «il manifesto», 18 settembre 2005, p. 11.

[26] John Perkins, Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero nel racconto di un insider, Minimum fax, Roma, 2005, p. 47. L’autore, per delucidare ancora meglio il meccanismo in questione, precisa che «i servizi segreti statunitensi – compresa la National Security Agency (nsa) – avrebbero individuato dei potenziali sicari dell’economia (sde), i quali sarebbero stati assunti da aziende internazionali. Questi sde non sarebbero mai stati al soldo del governo; avrebbero invece ricevuto lo stipendio da aziende private. Di conseguenza, il lavoro sporco, semmai fosse emerso, sarebbe stato attribuito all’attività delle imprese anziché alla politica di governo. Inoltre, le aziende che li avrebbero assunti, sebbene finanziate dalle agenzie governative e dalle banche internazionali loro controparti (con il denaro dei contribuenti), sarebbero state al riparo dal controllo del Congresso e dai riflettori pubblici, protette da una coltre di iniziative legali…» (p. 49).

[27] Cfr. Trattare con Hamas? Faccia fuori i violenti, intervista di Bob Schieffer a George W. Bush, in «la Repubblica», 29 gennaio 2006, p. 17.


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