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Flavio Briatore
Vita da Formula 1. Una storia italiana
(gianni barbacetto, da «diario della settimana», 3 novembre 1999)

1. La Formula 1 è un business
2. Che playboy, il «Tribüla»
3. Dalle stalle alla stella
4. Donne e motori
5. Stinchi di santo
6. La seconda bomba
1. La Formula 1 è un business
«La Formula Uno non è uno sport. È soltanto un business»
ripete uno che se ne intende, uno che ha vinto due
campionati del mondo di Formula 1: Flavio Briatore, uomo
dalla vita spericolata. Oggi vive tra i neopaparazzi che
lo ritraggono con la fidanzata del momento o la Formula
1 dell'anno, tra i cronisti-invitati che raccontano le
notti al Billionaire, tra i nuovi nani e ballerine di
regime che ne condividono le gesta.
Ma per arrivare alla Costa Smeralda, allo yacht con i
quadri d’autore, a Naomi e alle altre, ce n’è voluta di
fatica. Una vita intensa, da Formula Uno. Difficile da
raccontare: perché
sono due le storie di Flavio Briatore. Una è la favola
di un giovane brillante e ambizioso che compie un salto
dal bollito misto alla nouvelle cousine, che parte dalla
campagna piemontese, dalla Provincia Granda, fa mille
mestieri, dall’assicuratore al maestro di sci, fino ad
approdare al successo: ai trofei di Formula 1 e, ancor
più in alto, alle copertine patinate al fianco di Naomi
Campbell e di quelle che l'hanno seguita. L’altra è la
storia di affari non sempre limpidi, bische clandestine,
polli da spennare al poker o allo chemin-de-fer, una latitanza in isole esotiche, bombe e
autobombe, cattive compagnie, trafficanti d’armi e boss
mafiosi. Le due storie hanno in comune il punto di
partenza: Verzuolo, vicino a Saluzzo, provincia di
Cuneo. Qui, il 12 aprile 1950, nasce Briatore Flavio,
segno zodiacale Ariete, messo al mondo da due insegnanti
elementari che sognano il figlio avvocato. Invece a
Flavio basta e avanza il diploma di geometra, ottenuto
(«con il minimo dei voti», dice di sé) all’istituto
Fassino di Busca, con tesina dal titolo «Progetto di
costruzione di una stalla».
2. Che playboy, il «Tribüla»
Giovanotto, a Cuneo lo ricordano già smanioso di fare strada. Frequenta
il Country club, allora luogo d’incontro della Cuneo bene. È un po’
playboy, un po’ gigolò. Ma il nomignolo che gli sibilano alle
spalle, quando passa sotto i portici di corso Nizza, è «Tribüla»: si
dice di uno che fa fatica, che si arrabatta. Ma il «Tribüla» ha fretta
di arrivare. Diventa l’assistente, il factotum, il faccendiere di un
finanziere locale, Attilio Dutto, che tra l’altro aveva
rilevato la Paramatti vernici (ex azienda di Michele Sindona). Ma
alle 8 di un mattino fine anni Settanta, Dutto salta in aria insieme
alla sua auto: gran finale libanese per un piccolo uomo d’affari cuneese.
La verità su quel botto del 1979 non si è mai saputa; in compenso sono
fiorite leggende di provincia, secondo cui a far saltare in aria il
finanziere era stato il clan dei Marsigliesi... Di certo c’è solo che il
«Tribüla», dopo quel botto, sparisce da Cuneo. Ricompare a Milano. Casa
in piazza Tricolore, molta ricchezza esibita, cattivo gusto profuso a
piene mani. Occupazione incerta. Frequenta agenti di cambio e remisiers,
bazzica la Borsa, si dà arie da finanziere. Riesce a convincere il
conte Achille Caproni (erede della famiglia che aveva fondato la
Caproni Aeroplani) a rilevare la Paramatti. Diventa consulente della Cgi,
Compagnia generale industriale, la holding dei conti Caproni. Risultati
disastrosi: la Paramatti naufraga nel crac; la Cgi viene spolpata, il
pacchetto azionario venduto all’Efim (cioè allo Stato), le società del
gruppo subiscono fallimenti a catena, gli operai sono messi in cassa
integrazione, banche e creditori sono lasciati con un buco di 14
miliardi. Per un certo periodo, però, Briatore si presenta in pubblico
come discografico, gira per feste e salotti con Iva Zanicchi al
seguito. Il «Tribüla» continua faticosamente a inseguire il grande
colpo, a sognare il grande affare. Intanto però trova una compagnia da
Amici miei con cui tira scherzi birboni ai polli di turno. C’è un finto
marchese, Cesare Azzaro, che si ritiene il miglior giocatore di
carte del mondo. C’è un conte vero, Achille Caproni di Taliedo, rampollo
della famiglia che ha fatto volare gli aerei italiani. C’è un avvocato
dal nome altisonante. Adelio Ponce de Leon. E uomini dello
spettacolo e della tv, Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi), Loredana
Berté, Emilio Fede, al tempo - erano i primi anni Ottanta - al vertice
della sua carriera in Rai, vicedirettore del Tg1 e conduttore del
programma Test. L’ambiente è una sorta di laboratorio dell’«edonismo
reaganiano»: soldi, affari, gioco, belle donne. Luoghi d’incontro, case
e bische clandestine a Milano e Bergamo, le ville del conte Caproni a
Vizzola Ticino e a Venegono, hotel e casinò in Jugoslavia e in Kenya.
3. Dalle stalle alla stella
Le feste del contino Attilio, spalleggiato dal brillante Briatore, fanno
rivivere alla villa di Vizzolo i fasti degli anni Trenta, quando sulle
rive del Ticino arrivava il Duce per pranzare con l’amico Giovanni,
l’inventore della Aeroplani Caproni. Nella versione anni Ottanta,
invece, le feste, le battute di caccia, i safari in Africa sono
occasioni per proporre affari, business che restano però sempre
progetti: di concreto c’è sempre e solo un mazzo di carte che spunta
all’improvviso su un tavolo verde. Cadono nella rete l’imprenditore
Teofilo Sanson, quello dei gelati (su quel tappeto verde lascia 20
milioni), il cantante Pupo (60 milioni), l’armatore Sergio Leone
(158 milioni in due serate all’Hotel Intercontinental di Zagabria), l’ex
vicepresidente della Confindustria Renato Buoncristiani
(495 milioni), l’ex presidente della Confagricoltura Giandomenico
Serra (1 miliardo tondo tondo, in buona parte in assegni intestati a
Emilio Fede). E tanti, tanti altri... A posteriori, il «Tribüla»
la racconta così: «Mi piacevano scala quaranta, scopa, poker, chemin...
No, il black jack non l’ho mai capito, la roulette non mi ha mai preso.
Tra noi c’erano anche bari, io non c’entravo nulla, però, lo ha scritto
anche Emilio Fede nel suo libro. Dall’83 non gioco più, qualche colpo a
ramino, stop». In verità la storia era più complessa: un gruppo di
malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello, dedito al
traffico di droga e al riciclaggio, aveva pianificato (e realizzato per
anni) una truffa alla grande, con carte truccate e tutti gli optional
del caso; e i polli da spennare, chiamati gentilmente «clienti», erano
individuati con un’azione scientifica di studio e di ricerca, dopo aver
«comprato» informazioni da impiegati compiacenti dentro le banche e dopo
aver compilato accurate schede informative (complete di disponibilità
finanziarie, interessi, relazioni, gusti: meglio agganciarli proponendo
una battuta di caccia o portando un paio di ragazze molto disponibili?).
Briatore, a capo di quello che i giudici chiamano «il gruppo di Milano»,
nel business aveva il delicato compito di «agganciare» i «clienti» di
fascia alta, ingolosirli con qualche buon affare, farli sentire a loro
agio con una adeguata vita notturna. E poi spennarli. Il gioco
s’interrompe con una retata, una serie d’arresti, un’inchiesta
giudiziaria e un paio di processi. Fede è assolto per insufficienza di
prove, Briatore è condannato in primo grado a 1 anno e 6 mesi a Bergamo,
a 3 anni a Milano. Ma non si fa un solo giorno di carcere, perché scappa
per tempo a Saint Thomas, nelle isole Vergini, e poi una bella amnistia
cancella ogni peccato. Cancella anche dalla memoria un numero di
telefono di New York (212-833337) segnato nell’agenda di Briatore
accanto al nome «Genovese» e riportato negli atti giudiziari del
processo alle bische: «È un numero intestato alla ditta G&G Concrete
Corporation di John Gambino, con sede in 920, 72 Street, Brooklyn,
New York. Tanto il Gambino quanto il Genovese sono schedati dagli uffici
di polizia americana quali esponenti di rilievo nell’organizzazione
mafiosa Cosa Nostra».
4.
Donne e motori
Il «Tribüla» di Cuneo ne ha fatta di strada. Malgrado la latitanza,
Briatore ha finalmente conquistato, tra Saint Thomas e New York, la vita
che ha sempre inseguito: soldi, affari e belle donne da esibire. Arie da
playboy se le è sempre þdate («A sei anni il mio primo bacio, a 14 la
prima donna vera, Marilena, credo di Saluzzo. Vera, in quel senso
lì»). Allora le sue fidanzate si chiamavano Anna Zeta, Beba. Più
tardi arrivano Cristina, Nina, Giovanna, Emma. Poi ancora
Naomi. E tante altre. Un’amica di Giovanna racconta a chi scrive –
dopo un giuramento e mille assicurazioni di anonimato e segretezza – una
di-sperata telefonata notturna: Giovanna, in lacrime, le confidava
di aver trovato Flavio in compagnia, a letto: ma – e ciò la faceva più
soffrire – in compagnia di un uomo. Vita privata, fatti suoi. Figurarsi
se qualcuno vuol mettersi a
giudicare i suoi gusti. È la vita pubblica di Briatore, invece, che dopo
l’“incidente” delle bische compie un salto: Flavio, ricercato,
condannato e latitante, alle isole Vergini spicca il volo definitivo
verso il successo.
Prima della tempesta, ai bei tempi della casa di piazza Tricolore, aveva
conosciuto Luciano Benetton. A presentarglielo era stato
Romano Luzi, maestro di tennis di Silvio Berlusconi e
poi suo fabbricante di fondi neri. Aveva poco o nulla in comune,
Benetton con Briatore: trovava di cattivo gusto la sua casa, il suo
stile di vita, la sua esibizione di donne e di ricchezza. Ma il «Tribüla»
è un grande seduttore, conquista uomini e donne, è affascinante, sa
farsi voler bene. In più, il rigoroso Benetton era rimasto affascinato
dalla diversità del suo interlocutore, dal suo lato oscuro: «È un po’
teppista ma è tanto simpatico», rispondeva Luciano agli amici che gli
chiedevano che cosa avesse mai in comune con quel tipo, dopo averlo
messo in guardia per le brutte storie che giravano sul suo conto. Fatto
sta che Briatore apre alle isole Vergini qualche negozio Benetton e fa
rapidamente carriera nel ristretto gruppo di manager dell’azienda di
Ponzano Veneto. Come venditore è bravo. Riuscirebbe a vendere anche il
ghiaccio al Polo Nord, dice di lui chi lo conosce bene. E aggiunge:
venderebbe anche sua madre. Passa nel dimenticatoio dunque anche
un’altra storia che sfiora Briatore nei primi anni Ottanta. Una vicenda
complicata di azioni Generali, mica noccioline, che passano di mano: un
pacchetto di oltre 330 miliardi. Protagonisti: Anthony Gabriel
Tannouri, libanese, noto alle cronache (e all’inchiesta del giudice
Carlo Palermo) come trafficante d’armi; Mazed Rashad Pharson,
sceicco arabo e finanziere internazionale; Florio Fiorini,
padrone della finanziaria Sasea, ex manager Eni, esperto di mercato
petrolifero. Il pacchetto di Generali passa di mano per sette anni,
prima di tornare in Italia, perché diventa la garanzia di opache
transazioni internazionali: di petrolio tra la Libia e l’Eni, di armi ed
elicotteri da guerra (gli americani Cobra) che dopo qualche
triangolazione (con il Venezuela, con il Sudafrica) finiscono a
Gheddafi malgrado l’embargo. La vicenda, in verità, è rimasta
oscura. Certo è che per recuperare le azioni si è mosso anche il
presidente di Mediobanca Enrico Cuccia e che, nel suo giro del
mondo, il superpacchetto di Generali è passato anche per una sconosciuta
fiduciaria milanese, la Finclaus, sede in corso Venezia, capitale
sociale soltanto 20 milioni, fondata nel 1978 da Luigi Clausetti,
ma per qualche tempo nelle mani di Flavio Briatore.
5. Stinchi di santo
Ma i personaggi che Briatore frequenta, quelli con cui discute di
affari, donne e motori, continuano a non essere proprio stinchi di
santo. Tanto che il suo nome finisce dritto in una megainchiesta
antimafia condotta dai magistrati di Catania, accanto ai nomi di mafiosi
dalla caratura internazionale. Niente di penalmente rilevante,
intendiamoci: lui, Briatore, non è stato indagato; ma la sua voce resta
registrata in conversazioni con boss di rango. Felice Cultrera,
uomo d’affari catanese che fa riferimento al boss di Cosa Nostra
Nitto Santapaola, è il centro dell’inchiesta antimafia. Stava
imbastendo business di tutto rispetto: la costruzione di 5 mila
appartamenti a Tenerife; l’acquisto di quote dei casinò di Marrakech,
Istambul, Praga, Malta, Montecarlo, da usare per riciclare denaro
sporco; la commercializzazione e la ricettazione di titoli al portatore;
l’intermediazione di armi pesanti e l’acquisto di elicotteri (con la
presenza nell’affare di una vecchia conoscenza delle inchieste sul
traffico d’armi e droga, il miliardario arabo Adnan Khashoggi);
l’avvio di attività finanziarie in Spagna, Arabia Saudita, Israele,
Giordania, Egitto, Marocco, Turchia, Cecoslovacchia, Russia, Corea, Hong
Kong, Montecarlo... Un vortice d’affari, di contatti, di relazioni.
Ebbene, chi è uno degli interlocutori dell’attivissimo Cultrera? Proprio
Flavio Briatore (del resto, il gruppo dei catanesi coltivava buoni
rapporti anche con i fratelli Alberto e Marcello Dell’Utri e con
il generale dei carabinieri Francesco Delfino). Nel maggio 1992,
dunque, Cultrera e Briatore, intercettati dalla Dia (la Direzione
investigativa antimafia), conversano amabilmente di affari e affaristi.
Briatore chiede consigli: racconta che un certo Cipriani (è il
rampollo della famiglia veneziana), spalleggiato da tal Angelo
Bonanno, aveva cercato di intromettersi nella fornitura di motori di
Formula 1; per convincere l’uomo del team Benetton, Cipriani gli aveva
squadernato le sue referenze: «Sono amico di Tommaso Spadaro,
sono amico di Tanino Corallo». Nomi d’oro, nell’ambiente: Spadaro
è il ricchissimo boss padrone dei casinò dell’isola caraibica di Saint
Maarten; Corallo è l’uomo che qualche anno prima aveva tentato, per
conto della mafia, la scalata dei casinò italiani di Saint Vincent e di
Campione. Cultrera ascolta con interesse, poi conferma all’amico
Briatore che sì, è tutto vero: Bonanno «È uno pesante, inserito in una
famiglia pesante». Infatti: Bonanno è un narcotrafficante del clan
mafioso catanese dei Cursoti, coinvolto anche nell’indagine
sull’Autoparco di Milano. Dunque meglio non contrariarlo.
6. La seconda bomba
Quando, il 10 febbraio 1993, una bomba esplode (è la seconda, nella vita
di Briatore) davanti alla porta della sua splendida casa londinese in
stile re Giorgio, in Cadogan Place, nell’elegante quartiere di
Knightsbridge, distruggendo una colonna del porticato e facendo saltare
i vetri tutt’attorno, qualche voce cattiva la mette in relazione con i
traffici d’armi o altri commerci. Ma i giornali inglesi scrivono che si
tratta di una «piccola bomba» dell’Ira e che i terroristi potrebbero
averla abbandonata per paura di essere stati scoperti. Intanto Briatore
è giunto al culmine (per ora) del suo successo. Il «Tribüla» si è preso
le sue rivincite. Esibisce i suoi soldi, le sue donne, le sue case.
Appartamento a New York, villa a Londra, attico a Parigi, pied-à-terre
ad Atene, tenuta in Kenya («Lion in the sun»). Aereo privato. Yacht di
43 metri, «Lady in blue», con un Fontana e un Giò Pomodoro nel salone.
Ha amici importanti soprattutto in Inghilterra (Eccleston innanzitutto,
ma anche David Mills, avvocato londinese di Berlusconi,
specialista nella costruzione di sistemi finanziari internazionali
«riservati», tipo All Iberian). Briatore è «arrivato» e lo fa vedere,
senza risparmio. All’inizio degli anni Novanta aveva preso in mano la
scuderia Benetton di Formula 1, creata nel 1986 da Davide Paolini
e Peter Collins sulle ceneri della Toleman. Nel 1994 e nel 1995, con
Michael Schumacher come pilota, la porta alla vittoria mondiale. «Ma
la Formula 1 non è uno sport, è un business», ripete. E lui da questo
business (off-shore per definizione, fuori da ogni regola e da ogni
trasparenza) ha saputo spremere miliardi. A trovare sponsor è
bravissimo. Per il team spendeva molto, è vero, ma i suoi bilanci non
hanno mai chiuso con disavanzi superiori ai 3 miliardi: la Benetton,
dunque, ha ottenuto una copertura pubblicitaria planetaria, del valore
di almeno 15 miliardi all’anno, con esborsi piccolissimi o addirittura,
dopo il 1993, con un guadagno di alcune centinaia di milioni. Ma
Briatore non sta fermo. Mentre macina soldi in Benetton, cura anche
business in proprio: compra e rivende la Kicker’s (scarpe per bambini),
acquista un’altra scuderia di Formula 1, la Ligier (dopo qualche tempo
la rivenderà ad Alain Prost), prende una quota della Minardi, poi
diventa socio del team Bar. Forse è troppo anche per Luciano Benetton,
che nel 1996 divorzia dall’amico «un po’ teppista ma tanto simpatico».
Niente di male, Briatore incassa una buonuscita di 34 miliardi (ma nulla
È sicuro in questo campo) e subito si ripresenta con una sua azienda, la
Supertech, in società nientemeno che con Ecclestone, che sviluppa
i motori Renault e li fornisce a tre team, Bar, Williams, Benetton. Poi
compra la casa farmaceutica Pierrel. E ora pensa al calcio. è juventino
sfegatato, ma anche il football è per lui, più che uno sport, un
business; il suo pensiero oggi è: come spremere soldi dal pallone? Ma
apparire gli piace almeno quanto possedere. Le due cose si sono ben
sposate nel Billionaire, discoteca con piscina ottagonale infarcita di
vip a Porto Cervo, in Sardegna: buon investimento, ma soprattutto ottimo
palcoscenico per le sue apparizioni in pantofoline di velluto bordeaux
al fianco di Naomi Campbell (storia inventata, dicono i bene informati,
dalla pierre Daniela Santanché da Cuneo, amica di gioventù di
Briatore e oggi pasionaria di Alleanza Nazionale, novella Marta
Marzotto della destra, consigliere provinciale a Milano e presidente
nientemeno che della locale commissione cultura). Per Flavio Briatore la
vita spericolata è diventata ormai vita dorata. Le brutte storie del
passato nessuno le ricorda più. Il «Tribüla» di Cuneo è sparito: al suo
posto, un uomo di successo, non raffinatissimo, ma ugualmente coccolato
dai salotti di ogni tipo, in cui si rimpiangono gli anni Ottanta e si
ripete il motto di Briatore: «Se vuoi, puoi».
(gb)